Noel Gallagher all' ETES Arena Flegrea

  Si è aperta a Napoli, l'11 Giugno, la seconda edizione di Noisy Naples Fest all'Arena Flegre...

Tanta, troppa suspense a Hanging Rock!

Ieri sera sono andate in onda, su SKY Atlantic (canale 110), i due episodi conclusivi della miniseri...

Vedere o non vedere Svezia-Corea del Sud?

«Tra poco gioca la Svezia.» Supponendo che il sorteggio fosse rimasto invariato, e che se a Stoccol...

Netflix rivive l'Italia campione del mondo 2006

Era tutto pronto: colori da spalmare sul volto, bandiere tricolore appese alla finestra, fascette az...

"Strega Borghese" di Biagio Arixi

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Noel Gallagher all' ETES Arena Flegrea
Giugno 21
  Si è aperta a Napoli, l'11 Giugno, la seconda edizione di Noisy Naples Fest all'Arena Flegrea della Mostra d'Oltremare. I vari concerti prevedono la presenza di: Enzo Avitabile e James Senese, Kasabian, Bonobo, DJ Paul Kalkbrenner, Noel Gallagher, Coez, Benni e Fede, Kasabian e si concluderanno con la presenza di Sting & Shaggy, già sold out.   Noel Gallagher, ex chitarrista degli Oasis, si è esibito con il suo nuovo gruppo i Flying Birds, il 21 Giugno con un concerto che ha appagato le aspettative dei suoi fans. Sul palco erano in otto, compresi gli ex compagni di scuderia Chris Sharrock e Gem Archer.   Una platea caldissima ha fatto sentire il suo boato quando l'artista, dopo una serie di brani, ha salutato Napoli.     Le canzoni più coinvolgenti, che hanno fatto cantare anche il pubblico, me compreso, sono state quelle che portavano alla mente i ricordi di chi era teenager negli anni 90: Little by little, Wanderwall, Don't look back in anger e la Beatlesiana All you need is love. Tuttavia il suo concerto non ha ricordato solo la gloriosa Band di Manchester, infatti Noel Gallagher con molti brani, che hanno occupato un terzo dello show, tratti dal suo ultimo lavoro discografico: “Who built the moon?”, ha mostrato la sua attuale identità musicale che dà nuova luce al Brit Rock!   Il celebre musicista ha concluso il concerto esprimendo gratitudine agli spettatori per la loro calorosa accoglienza e, non venendo meno all'humor inglese, li ha ringraziati per la cessione di Jorginho al Manchester City, né ha dimenticato di augurare buona fortuna al Napoli per la prossima stagione: “Thank you for Jorginho and good luck for the next season”.   Scaletta del Concerto: Fort Knox Holy Mountain Keep on Reaching It’s a Beautiful World In the Heat of the Moment Riverman Ballad of the Mighty I If I Had a Gun… Dream On Little by Little The Importance of Being Idle Dead in the Water Be Careful What You Wish For She Taught Me How to Fly Half the World Away Wonderwall What a Life! Bis Finale The Right Stuff Go Let It Out Don’t Look Back in Anger All You Need Is Love     foto presa dalla Pagina Ufficiale di Noel Gallagher    
Tanta, troppa suspense a Hanging Rock!
Giugno 20
Ieri sera sono andate in onda, su SKY Atlantic (canale 110), i due episodi conclusivi della miniserie da sei puntate Picnic at Hanging Rock, di cui avevamo già parlato qui. Ebbene, dopo averla vista, che dire? Avevamo già capito che a farla da padrone in questa serie sarebbe stato il mistero. Così è stato. Il “voglio vedere come va a finire” ha tenuto incollati allo schermo per tre settimane. Un mistero basato su incredibili non-detti, su piccoli dettagli che lasciavano immaginare indicibili segreti sul passato dei personaggi e su una fotografia caratterizzata da un mix di gotico e psichedelico, con studiati contrasti tra colori scuri e colori molto accesi e quasi fosforescenti. Azzarderei un rimando, per quanto riguarda la fotografia e i colori, a un film altrettanto potente sotto questo aspetto quale Crimson Peak del maestro Guillermo del Toro. Ma torniamo a noi. La suspense e il mistero, quindi, c’erano e a quantità industriali. E il resto? Ecco, il resto latitava. Escludendo la degna interpretazione di Natalie Dormer (la signora Appleyard, direttrice del collegio), gli altri personaggi non sono che appena abbozzati. In più, ripensandoci col senno di poi, la trama sembra davvero esigua. C’è un unico grande evento, la scomparsa delle ragazze sulla montagna, e poi niente più. Non è un giallo perché, al contrario di quanto avviene normalmente nei gialli, il caso non viene risolto, ma anzi sembra quasi che si faccia di tutto per evitare che venga risolto, facendo disintegrare la trama in mille digressioni. Il finale quindi resta apertissimo, facendo venire un po’ di amaro in bocca. Tuttavia, si può pensare che sia in cantiere una seconda stagione. Staremo a vedere!Link alla foto: https://www.genremag.com/2018/05/genre-tv-grid-week-of-may-20-2018-natalie-dormer-stars-in-remake-of-picnic-at-hanging-rock/https
Vedere o non vedere Svezia-Corea del Sud?
Giugno 18
«Tra poco gioca la Svezia.» Supponendo che il sorteggio fosse rimasto invariato, e che se a Stoccolma e Milano fosse finita diversamente, oggi saremmo noi nel gruppo F con Germania, Messico e Corea del Sud, diremmo: «Tra poco gioca l'Italia.» Saltando ogni considerazione, la domanda alla quale cercheremo di rispondere ora è: «La guardiamo o no?» e lo faremo adducendo 5 ragioni per ogni scelta. «No, non la guarderemo.» 1. Il primo motivo è che il gufìo (per usare un termine caro a Waylon Smithers) non avrebbe senso: perché mai tifare per quella stessa Corea che nel 1966 e – soprattutto – nel 2002 ci ha buttati fuori?2. Meglio non soffrire è il secondo. Se la Corea è poca cosa, è meglio non pensare «Persino noi l'avremmo asfaltata e col passo falso della Germania di ieri avremmo potuto raggiungere gli ottavi.»3. Possiamo andare al mare.4. L'ignoranza è una benedizione. Chissene di chi vince!5. Difficilmente sarà una partita indimenticabile, il che ci riporta ai punti 3 e 4. «Sì, la guarderemo.» 1. Per chi non vive in una città di mare – o ragionevolmente vicina ad esso – il punto 3 dei "no" può essere d'aiuto: verrà trasmessa alle 14, cosa c'è di meglio per conciliare un riposino?2. È comunque calcio, e considerato che verranno lunghe giornate senza in cui diremo:«Ora mi guarderei anche Isole Fiji-Samoa!» ci può anche stare.3. Ci saranno le tifose svedesi.     E anche le coreane.     4. Può uscire un nome per il Fantacalcio... chi può dire che quel terzinaccio dal nome impronunciabile non venga comprato da una neopromossa? Solo chi ha visto il match lo ricorderà per l'abnegazione e dei discreti cross.5. Se la vediamo in un bar, magari offre Zlatan. E lui, sicuramente non se la perderà...               Link alle immagini originali: https://it.depositphotos.com/10787865/stock-photo-ball-in-hand-and-blue.html http://www.tifaverona.net/2016/06/29/svezia/ https://it.pinterest.com/pin/384143043187631780/
Netflix rivive l'Italia campione del mondo 2006
Giugno 16
Era tutto pronto: colori da spalmare sul volto, bandiere tricolore appese alla finestra, fascette azzurre da esibire con orgoglio. Eppure, la delusione: l’Italia esclusa dai mondiali, prima ancora di parteciparvi. In molti si sono chiesti in che modo ovviare ad una tale mancanza. Chiaramente, non è ammissibile superare l’esame di maturità senza un avvincente match, a rendere il tutto pieno di pathos. Niente tifo di gruppo a suon di “popopo” (no, non è quello che state pensando), niente fiato sospeso, niente “abbracciamoci e vogliamoci tanto bene” (cit.) come scusa di abbordaggio.   Tuttavia, quando qualcosa non va nella nostra vita c’è sempre un’oasi di gioia e spensieratezza pronta a risollevarci e a colmare i nostri cuori di cocente speranza. E questa oasi si chiama Netflix. No, non sto suggerendo di affogare la disperazione nel binge watching della serie più trend (anche se, in effetti… no, silenzio, dobbiamo laurearci). Sto parlando del fatto che il nostro amato generatore di venerdì sera casalinghi sfornerà sulla piattaforma le partite dell’Italia del 2006, anno in cui gli azzurri portarono a casa il mondiale.     Si è partiti il 15 Giugno con il match Italia-Ghana, ed ecco il calendario delle prossime uscite: 19 giugno, Italia-Usa; 25 giugno, Italia-Repubblica Ceca; 30 giugno, Italia-Australia; 6 luglio, Italia-Ucraina; 10 luglio, Italia-Germania; 15 luglio, Italia-Francia.   Niente da aggiungere: abbiamo già pronti pop corn e numero di telefono della cotta della classe.       link alle foto:    http://www.corrieredellosport.it/news/calcio/euro-2016/italia/2016/07/09-13319143/mondiali_2006_materazzi_ecco_cosa_dissi_a_zidane/    https://www.ilpost.it/2013/07/09/italia-francia-finale-mondiali-2006/medium_110209-134730_ro100706srt_0086/
"Strega Borghese" di Biagio Arixi
Giugno 15
Chi è la bella Carmen?   Nel corso delle 350 pagine di Strega Borghese (Milena Edizioni), Biagio Arixi delinea questa affascinante figura sullo sfondo di una Sardegna tanto bella quanto arcana e misteriosa. D'altronde, chi ha familiarità con lo scrittore cagliaritano sa già cosa aspettarsi: il paranormale si mischia all'ordinario in maniera del tutto naturale, come già accadeva nel bellissimo Strega Plebea del 2012.   È una figura ammaliante Carmen, ma anche straordinariamente umana, isolata nel suo castello, vera e propria torre d'avorio, irraggiungibile per i comuni mortali. Sarà lì che, lo "studio" dei suoi poteri e delle sue straordinarie facoltà si accompagnerà ad una indagine sul suo "sé" più nascosto, oscillando tra sogno e realtà, tra i fantasmi del passato e le visioni del futuro.   Strega Borghese sarà disponibile a partire da oggi, 15 giugno 2018 in prevendita sul sito della Milena Edizioni (www.milenaedizioni.org).           Link all'immagine originale: http://www.mondoraro.org/archives/158715
Nord Corea: che danno in tv?
Giugno 13
Due giorni fa si è svolto un evento che passerà sicuramente alla storia: dopo innumerevoli smentite e riconferme, finalmente c’è stato l’incontro tra il presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, e il leader nordcoreano Kim Jong-Un. Cosa sappiamo della Corea del Nord? Non proprio tantissimo. Si tratta, infatti, di un Paese in cui vige una dittatura intenzionata a isolare lo Stato dal resto del mondo tramite relazioni internazionali davvero scarse e una politica economica fortemente protezionista. Fino ad ora, a quanto pare: probabilmente siamo di fronte a un cambiamento di rotta. Date queste premesse, non ci aspetteremmo mai di trovare, in uno Stato dittatoriale come quello nordcoreano, una soap opera liberamente ispirata all’americanissima e famosissima Friends. Eppure c’è! Si tratta di 우리의이웃들, ovvero Our Neighbours (I nostri vicini), in cui si vedono proprio sei personaggi (più un bambino), tutti residenti nello stesso condominio, che vengono seguiti nella loro vita quotidiana e affrontano problemi e situazioni simili a quelle che vivono le persone nell’Occidente: il marito che non collabora nelle faccende domestiche, la vita scolastica del bambino, i due amici rimasti single che flirtano. Tuttavia, come potete notare dall’episodio qui riportato, vi sono anche enormi differenze con la versione americana. Innanzitutto mi ha colpito l’età dei personaggi, i quali sono molto più maturi rispetto ai sei newyorchesi. Bisogna poi dire che questo show, in realtà, prevedibilmente, trasmette innumerevoli messaggi subliminali o comunque di propaganda statale. I sei protagonisti vivono in una zona apparentemente esclusiva di Pyongyang, in un rispettabilissimo condominio, i cui appartamenti erano donati dallo Stato a individui meritevoli per i benefici da loro apportati alla dittatura. Nello show, ciò si rispecchia ad esempio nella professione dei corrispettivi nordcoreani di Ross e Rachel: lui professore di fisica nucleare, lei stilista dell’esercito. Si tratta quindi del ritratto della vita di una ristretta cerchia della popolazione nordcoreana, che invece spesso vive in condizioni davvero dure e miserabili, soprattutto nelle periferie.Our Neighbours però non è il solo show che spicca per contenuti propagandistici. È degnamente seguito da Young Researchers (Giovani ricercatori), che parla di studenti che si motivano a vicenda per ottenere i migliori voti e vincere lo science prize. Anche qui si tratta di una situazione prevedibilmente più unica che rara: la supertecnologica scuola in cui è ambientato lo show non credo sia la regola in Nord Corea, ma quello che conta è stimolare i giovani, il cui consenso è importantissimo per Kim Jong-Un, a diventare scienziati e, un giorno, collaborare e migliorare il programma nucleare, altro punto fondamentale della politica del dittatore. Per fortuna noi abbiamo Alberto Angela!Link alla foto: http://www.sardegnablogger.it/e-la-televisione-bellezza-di-maria-dore/
Una casa piena di storie: “Le nostre anime di notte” di Kent Haruf
Giugno 11
    Dopo la Trilogia della pianura, Le nostre anime di notte (NNE 2017) è il quarto romanzo di Kent Haruf ambientato a Holt, la città immaginaria del Colorado. Holt è una cittadina molto simile a quelle realtà periferiche dei racconti di Carver, ma è dipinta da una narrativa ancora più asciutta e minimalista, che ne aumenta la sensazione di estraniamento.   Le anime di notte sono quelle di Addie Moore e Louis Waters, vedovi e vicini di casa. Addie è nel soggiorno di Louis quando gli propone senza troppi formalismi di passare la notte insieme. Insieme e basta. Non ci sono dietrologie, non c’è malizia o mistero nella richiesta di Addie: entrambi sono vedovi, entrambi sono soli e le notti sono lunghe in un letto a due piazze vuoto per metà.   Da questa proposta inizia una storia – non di amicizia, non di amore, ma – di compagnia. Di notte Addie e Louis condividono uno spazio in cui si raccontano all’altro, si abbandonano a un sonno sereno, si regalano la gioia della condivisione. Ma in una piccola realtà provinciale come Holt, due anziani che si incontrano di notte mettono in giro pettegolezzi meschini e chiamano in gioco pareri esterni e inappropriati.   Con questo incredibile romanzo intriso di profonde nostalgie, Kent Haruf costruisce una dimensione domestica in cui il lettore può rifugiarsi di notte per ascoltare storie.     «Che altro vuoi sapere?Da dove vieni. Dove sei cresciuta. Com’eri da ragazza. Com’erano i tuoi genitori. Se hai fratelli e sorelle. Come hai conosciuto Carl. Che rapporti hai con tuo figlio. Come mai ti sei trasferita a Holt. Chi sono i tuoi amici. In cosa credi. Che partito voti.Ci divertiremo un sacco a parlare, eh? disse lei. Anch’io voglio sapere tutto di te.Non abbiamo fretta, disse lui.No, prendiamoci il tempo che ci serve»       Il film omonimo di Ritesh Batra tratto dal libro è su Netflix.         link immagini: http://www.bookciakmagazine.it/wp-content/uploads/2017/01/our-souls-at-night-1024x683.jpg  https://cdn-images-1.medium.com/max/1920/1*s-sHeaxdNuK_A1gCOog7bQ.png https://img.ibs.it/images/9788899253509_0_0_1587_75.jpg    
“Domani nella battaglia pensa a me”, l’afflato shakespeariano nella narrativa di Marías
Giugno 11
«Domani nella battaglia pensa a me, quando io ero mortale, e lascia cadere la tua lancia rugginosa. Che io pesi domani sopra la tua anima, che io sia piombo dentro al tuo petto e finiscano i tuoi giorni in sanguinosa battaglia. Domani nella battaglia pensa a me, dispera e muori»     Considerato uno dei maggiori scrittori viventi, lo spagnolo Javier Marías si è guadagnato il suo successo in Italia con un libro dal titolo enigmatico: Domani nella battaglia pensa a me (Einaudi 1998). La citazione, non così evidente, è shakespeariana: la frase è stata ripescata da Marìas nel Riccardo III (scena III, atto IV). L’afflato shakespeariano sembra un po’ un’abitudine per lo scrittore madrileno, che già nel suo precedente romanzo Corazòn tan blanco aveva preso in prestito una citazione del Macbeth.   L’aulico è una scelta consapevole e astuta, che la dice lunga sullo stile di Marías. Quella di Domani nella battaglia pensa a me è una prosa ricca e altamente ricercata, che rifugge dalla fluidità del discorso per intorpidirsi in un periodare complesso, talvolta criptico e pieno di ostacoli, che obbliga a una lettura vigile e lenta.   Il protagonista Victor Francés è uno sceneggiatore per cinema e televisione. La sua storia inizia una notte a casa di Marta Téllez. Tra i due è chiaramente in atto un incontro amoroso: sono in camera da letto e Marta è in gonna e reggiseno; in casa c’è un bambino, che la donna ha messo già a dormire; sul tavolo della cucina, i resti di una cena per due e una bottiglia di vino ormai vuota; poco prima, il marito di Marta, in viaggio di lavoro all’estero, ha telefonato per assicurarsi che tutto andasse bene.   Sembrerebbe un normalissimo tête à tête proibito, ma accade qualcosa di inatteso: Marta, colta da un malore, muore tra le braccia di Victor. Da quel momento il protagonista si lancia in un’indagine nella vita di questa donna che conosce appena e di cui di volta in volta scopre sorprendenti verità. Come una «lancia rugginosa» la morte Marta peserà sulla coscienza di Victor in una spasmodica ricerca della verità e della discolpa.   Una storia dal corso nodoso, abitata da figure misteriose e dotate di una potenza ultraterrena. Un romanzo complesso e intenso, che regala momenti di rara bellezza.     link immagini: https://tersiteblog.files.wordpress.com/2014/04/cover-e1398606757989.jpg?w=1200 http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2015/04/Domani-nella-battaglia.jpeg  
Intervista ai Dardari Brothers
Giugno 07
Il Retrogaming è un'argomento che affascina e di cui oggi se ne parla sulle riviste specializzate. Se vogliamo andare a ritoroso, per scoprire l'archeologia dell'informatica, dobbiamo rivolgerci a qualcuno che negli anni '80 e '90 ideava e programmava videogiochi. Chi meglio dei Dardari Brothers,  che hanno intrattenuto con i loro giochi milioni di ragazzi di tutto il mondo, può aiutarci in questa impresa?   Con loro non voglio rievocare un'epoca che sopravvive solo grazie agli emulatori, ma mostrare che quei Videogames datati hanno aperto la strada a quelli moderni.In una piccola stanza, non per un mero interesse economico, tre fratelli, affascinati dalle potenzialià dell'informatica, con un po' di fantasia e un po' di ingegno, riuscirono a dar vita, inizialmente solo per prendere in giro i loro amici, a videogiochi che sono ancora nel cuore di milioni di X-Millennials. Ma è tempo di lasciare la parola a loro:     Mi sembra di vivere in un sogno, finalmente riesco a intervistare, seppure a distanza, i mitici fratelli Dardari. Benvenuti su Mygenerationweb.it. Con una serie di articoli, la redazione sta tentando di introdurre i più giovani lettori alla storia dell'informatica e in particolar modo a quello dei Videogames. Ci potete dire, innanzitutto, come avete iniziato la vostra carriera di programmatori e su quale piattaforme giravano i vostri? Innanzitutto vi ringraziamo di averci contattato, è sempre un enorme piacere raccontare la nostra storia agli appassionati. La nostra passione è nata insieme ai primi computers. Ricordo ancora il nostro primo sistema che aveva un solo KB di memoria. Poi abbiamo avuto il mitico Apple II, dove mio fratello Davide era riuscito a creare un gioco a cui giocavamo solo noi, dove c'era una nave che affondava e un subacqueo che doveva salvarsi. Da lì in poi li abbiamo passati tutti, dal Vic20 al Commodore 16, all 64, al 128. Anche per il Commodore 64 avevamo creato un giochino stupido per prendere in giro il nostro vicino di casa che mangiava troppo, si chiamava "Paolo va in campagna". L'omino correva e saltava per catturare i prosciutti! Potete immaginare il divertimento. Ovviamente passavamo anche i pomeriggi a smanettare con il Joystick Albatros 7, l'unico sopravvissuto. Eravamo giovanissimi, non c'era Google per reperire informazioni. Nel 1986 nostro babbo Gilberto (che aveva un negozio di TV ed elettrodomestici) ci comprò l'Amiga 1000 appena uscito. Abbiamo acquistato anche i manuali di programmazione direttamente dall'America e occupavamo gran parte del nostro tempo libero a realizzare i nostri giochi. Ci alternavamo al computer: Davide scriveva il codice, io e l'altro mio fratello Marco disegnavamo la grafica con il Deluxe Paint. Ci si riposava mangiando la piadina di nostra mamma Marisa.   Avete iniziato a programmare un po' per passione, un po' per gioco. Ci dite quando invece è diventato un lavoro? Diciamo che alla fine degli anni '80 era tutto tranne che un lavoro. Andavamo tutti a scuola e si dedicava il tempo libero alle nostre invenzioni. Del primo gioco "Italy 90 Soccer" venne creata una demo e "gettata" nella mischia dell'università di Bologna, dove studiava Davide. È stata l'occasione per conoscere Francesco Carlà, che al tempo scriveva per MC-Microcomputer e che aveva fondato la Simulmondo. Raggiungemmo un accordo e il gioco venne pubblicato e distribuito. Fu un grande successo. Nel mio paese venimmo contattati da giornalisti e finimmo su tutti i giornali.   Da li poi iniziò la storia di Simulmondo e successivamente quella di Genias insieme a Riccardo Arioti. Gli altri giochi arrivarono su commissione: "World Cup '90", "Over the net" e "Warm up". Il Beach Volley è stato senza dubbio quello di maggior successo, penso che ce l'avessero tutti (piratato ovviamente!). Ma anche gli altri credo abbiano avuto tutti un discreto successo.   Di recente ho scritto un'articolo su Geoff Crammond dicendo che all'inizio della sua carriera programmava in Basic e in Fortan. Voi quale linguaggio di programmazione usavate e che tipo di evoluzione avete riscontrato con quelli attuali? Il codice era scritto principalmente in C, ma c'erano anche parti in Assembler che Davide realizzava per sfruttare al massimo le potenzialità dell'Amiga. Ora in confronto, programmare con i sistemi di sviluppo moderni è un gioco da ragazzi. Non c'è assolutamente paragone! Per fare un gioco con un pulsante ed uno "Sprite" che si muove con Amiga servivano tantissime conoscenze e "listati" lunghissimi. Con l'SDK di iOS ad esempio si fa con 10 righe di codice.   "World Cup '90", "Over the Net" e "Warm Up" sono i titoli che sono rimasti nel cuore degli appassionati. Chi aveva l'ispirazione nel progettarli? Lavoravate da soli o c'era un team a vostra disposizione? Facevamo assolutamente tutto da soli, soprattutto per i 2 titoli del calcio. Poi si portava il gioco in Genias e loro ci indicavano eventuali modifiche, ma non ci aiutava nessuno. Le uniche cose che non gestivamo erano le sigle e la musica iniziale. Siamo stati contattati anche da altre software house, siamo andati in gran segreto in giro per l'Italia a sentire le altre offerte. Ma siamo rimasti fedeli a Genias, proprio perché ci ha sempre consentito di mantenere la nostra indipendenza: noi ideavamo i giochi e li realizzavamo entro una certa scadenza stabilita insieme a loro.   Il Commodore 64, lo Spectrum e l'Atari erano computer destinati agli utenti consumer, poi è arrivata l'Amiga che sembrava esser rivolta solo ai professionisti, ma voi sviluppatori metteste le mani anche lì! Che ricordi avete delle vecchie case di produzioni, come la Simulmondo o la Genias? Era difficile per quelle piccole aziende italiane affermarsi poi in tutto il mondo? Assolutamente difficilissimo! La pirateria era del 99%, soprattutto in Italia. Penso che aver venduto così tante copie originali dei nostri giochi fu il vero successo, qualcosa di cui andiamo veramente fieri! Affermarsi in tutto il mondo era ancora più difficile, il mondo informatico non era quello di oggi, ma qualcosa sono riusciti a fare anche se non grandi numeri.     Parlare di retrogaming mi riporta ad un tempo lontano, quando per me i videogiochi avevano tutt'altro fascino. Trent'anni fa gli sviluppatori pensavano davvero ad intrattenere i ragazzi, mentre oggi le case di produzione puntano principalmente sulla grafica. Qual è il vostro parere? 30 anni fa non si poteva puntare sulla grafica, ma sul divertimento e l'idea. Non esisteva il Multiplayer Online, ma si giocava insieme con i Joystick fianco a fianco. Fra l'altro noi avevamo inventato l'interfaccia che consentiva di collegare 4 Joystick all'Amiga in modo da disputare mega partite tutti insieme.   I giochi di oggi sono molto coinvolgenti. É più difficile realizzarli rispetto a quelli del passato? Dipende dal tipo di gioco. Se parliamo dei moderni PES o FIFA o dei giochi di guerra, si parla di progetti pazzeschi, realizzati da team di centinaia di persone. Però grazie all'iPhone e Android è stata data l'opportunità a piccoli programmatori di guadagnare spazio nel mercato e creare piccoli/grandi progetti interessantissimi e remunerativi.   Di cosa si occupa oggi la vostra azienda, la Dardari Multimedia? Grazie a nostro babbo che nel 1968 fondò una delle primissime TV private italiane (Tele Rubicone), oltre all'informatica, abbiamo sempre avuto la passione per la TV. Dopo anni passati in emittenti locali, io (Francesco) e Marco abbiamo fondato Dardari Multimedia. Produciamo video, documentari, spot (se ne vedono anche su canali nazionali), ecc. Davide invece è docente e ricercatore presso l'Università di Bologna e Cesena, ha collaborato anche con l'Agenzia Spaziale Europea e numerosi altri progetti. Navigando sullo Store della Apple ho visto che sono disponibili "Over the Net" e "Beach Volley Pro".     Dite la verità: volete conquistare le nuove generazioni come avete fatto con quelle vecchie? Tutto è iniziato (ancora) per gioco. Con l'avvento dell'iPhone, facendo qualche prova con l'SDK, viste le richieste di qualche fan e l'opportunità che offre l'AppStore, niente supporti fisici, niente scatole e la possibilità di realizzare titolo anche senza avere team di 100 persone, mi sono attivato per realizzare "Over The Net" per iPhone, con l'aiuto iniziale di Davide visto che la parte dell'intelligenza del gioco scritta in C è ancora attualissima! Nel 2010 è uscito il primo titolo. In questi anni poi ne ho fatte diverse versioni da solo, cambiando anche nome. "Beach Volley Pro" è il più diffuso. Ho fatto anche un Beach Tennis (che nelle nostre spiagge è uno sport diffusissimo) e ultimamente una versione tutta in 3D del Beach Volley compatibile sempre per iPhone e iPad, ma anche per l'Apple TV. E anche qui ci siamo tolti parecchie soddisfazioni visto che abbiamo superato i 3 milioni di downloads.   State preparando qualche videogioco nuovo? Lo confesso... si, ho altro in cantiere ma... ci lavoro di notte e le energie non sono più quelle di una volta. Lo faccio ancora quasi a "tempo perso" e da solo. Ma entro l'anno qualcosa sicuramente uscirà. La voglia e la passione sono sempre al massimo!Grazie di cuore e un saluto a tutti gli appassionati, vecchi e giovani!   Ringraziamo i Fratelli Dardari per questa splendida intervista e per averci fornito le foto inserite nell'articolo
Mistero australiano: Picnic at Hanging Rock!
Giugno 05
Australia, 1900. È il giorno di San Valentino. Le ragazze che frequentano l’Appleyard College hanno in programma un picnic vicino Hanging Rock, una zona rocciosa dell’entroterra australiano a circa 50 chilometri da Melbourne. Quello che non sanno è che non tutte torneranno e chi lo farà non sarà più come prima. Ha debuttato ieri sera su SKY Atlantic (canale 110) la miniserie Picnic at Hanging Rock, tratta dall’omonimo romanzo di Joan Lindsey del ’67, da cui era già stato tratto un film nel ’75 (il regista era Peter Weir, lo stesso di L’attimo fuggente e The Truman Show). I 6 episodi della serie diretta da Michael Rymer promettono un’altissima dose di mistero: tutta la comunità della piccola Woodend si porrà sulle tracce delle ragazze scomparse, cercando di cavare quante più informazioni possibili alle poche che sono ritornate e che appaiono così sconvolte da far pensare a un evento realmente drammatico. Sarà quindi impossibile non cercare maggiori informazioni sulla misteriosa direttrice del College, la signora Appleyard, e sul suo fumoso passato. In un cast di semisconosciuti spiccano per talento Lily Sullivan, che interpreta Miranda Reid, studentessa ribelle cresciuta in campagna con quattro fratelli, e la magnetica e brillante Natalie Dormer (Margaery Tyrell del Trono di Spade), che interpreta l’imperscrutabile e severa direttrice in modo sublime. Ma sono il mistero e la suspense a fare da padroni in questa serie che prende davvero tanto. Tuttavia, prima di correre in Australia, vediamo di capire cosa è successo.Link alle foto: https://www.genremag.com/2018/05/genre-tv-grid-week-of-may-20-2018-natalie-dormer-stars-in-remake-of-picnic-at-hanging-rock/https://www.wired.it/play/televisione/2018/05/07/picnic-a-hanging-rock-serie-tv-anteprima-due-puntate/https://www.cinematographe.it/serie-tv/picnic-at-hanging-rock-programmazione/?doing_wp_cron=1528183941.5020999908447265625000
"13 Reasons Why" alla seconda
Maggio 31
La serie tv statunitense 13 Reason Why creata da Brian Yorkey e basata sul romanzo 13 di Jay Asher, è arrivata finalmente alla seconda stagione, ed è stata rilasciata sulla piattaforma streaming on demand di Netflix il 18 maggio scorso.   Un'attesa estenuante per i fan, che fin dall'uscita della prima stagione, il 31 Marzo del 2017, non hanno fatto altro che fantasticare su come si potesse snodare la seconda. Il successo è stato clamoroso e totalmente inaspettato. La serie, che tratta argomenti molto attuali come la violenza sessuale, il bullismo, l'omossessualità e il suicidio, è stata comunque terreno di controversie e accese discussioni che hanno portato alla luce il problema dell'estrema esplicitazione di tali temi. La storia difatti parla di una piccola cittadina americana che improvvisamente viene sconvolta dal suicidio di una ragazza, Hannah Baker (Katherine Langford). L'intera narrazione, da quel momento in poi si snoderà attorno ad un ragazzo, Clay Jensen (Dylan Minnette), che cercherà di scoprire grazie a sette nastri registrati da Hannah e lasciati sul suo davanzale di casa, le tredici ragioni che l'hanno spinta al suicidio.     Critiche fondate quelle rivolte alla serie? È quasi impossibile che tanto clamore non attiri di conseguenza anche tante critiche. Nonostante i numerosi elogi da parte della maggior parte degli utenti, non si è potuto fare a meno di rilevare anche una certa pesantezza dei temi (trattandosi comunque di una serie televisiva per ragazzi).   Si deve in ogni modo tener presente che purtroppo questa è la realtà che ci si presenta davanti agli occhi, e censurarla sicuramente non giova affatto. A questo punto bisognerà solo iniziare la "maratona" della seconda stagione e stare a vedere come si evolverà la storia di Hannah Baker. Di una cosa però chi ha già vissuto la prima stagione può essere certo: le cassette registrate e lasciate da Hannah sono state solo l'inizio di un incubo che si rivelerà ben più grande.                   Link alle immagini originali:  http://www.telefilm-central.org/13-reasons-why-tredici-domande-seconda-stagione/ http://moviemagazine.it/13-reasons-why-tredici-2-hannah-baker/ http://leganerd.com/2018/05/01/13-reason-why-ecco-quando-arrivera-la-seconda-stagione/
Il meglio del web sul royal wedding!
Maggio 29
Ebbene sì, miei cari e care fans del maschio ginger: sua altezza reale, il Principe Harry, è convolato a giuste nozze, ponendo fine al suo quindicennio di simpatici balordi. L’avvenente lentigginoso di casa Windsor ha finalmente scelto di mettere la testa a posto. E quale modo migliore, se non accasandosi con una giovane e conturbante attrice afroamericana? Meghan Markle sembra proprio aver conquistato il cuore di tutti i reali (tranne della cognata; ma Kate, sorella, abbiamo parlato del tuo matrimonio per dieci anni, basta, no?). Tuttavia, la neo duchessa di Sussex non è stata adorata solo da Buckingam Palace; il popolo del web ha deciso di esprimere il suo entusiasmo per le nozze nel modo più caloroso possibile. Ecco, quindi, una cascata di meme a rendere il matrimonio meno royal e tanto social!   Cominciamo con la foto che paragona l’abito indossato da Pippa Middleton, sorella della duchessa di Cambridge, al rivestimento della lattina dell’Arizona Iced tea.     Come dimenticare l’ex fidanzata di Harry, ritratta in ogni sua minima espressione e sottotitolata nei modi più svariati: dal classico “potevo esserci io”, fino al rimorso sulle performance a letto, forse non abbastanza fantasiose per garantirsi l’altare!     Non avrebbe potuto mancare un accurato focus sugli outfit da cerimonia; da Victoria Beckam, opportunamente accostata a Mercoledì Addams, ai commenti sui fantasiosi cappelli delle invitate, spesso paragonati a volatili in stato di coma.     Non possiamo che augurare ai neosposini una vita felicissima; oltre che molto social, per la gioia dei nostri click!       Link alle foto: https://pagesix.com/2018/05/19/pippa-middletons-royal-wedding-dress-draws-arizona-iced-tea-comparisons/   https://www.giornalettismo.com/archives/2662165/ex-fidanzata-principe-harry-lettera   http://time.com/5290264/victoria-beckham-gushes-royal-wedding/    
Dal web alla vita reale
Maggio 29
Sono stati gli americani. No, sono stati i russi. No, è stata la CIA. No, è stato Kim Jong-un... No, a creare il caos è stato Zuckerberg!I burocrati hanno scoperto finalmente l'uovo di Colombo: i nostri dati personali, messi su Internet, vengono manipolati e utilizzati, quando tutto va bene, per fini commerciali, quando va male, per monitorare i comportamenti e influenzare campagne elettorali. L'Unione Europea ha cercato di mettere le toppe a normative già esistenti stringendo il campo delle regole per ciò che concerne il consenso, l'informativa, il diritto all'oblio e la conservazione limitata dei dati. Si è deciso anche di appioppare salatissime multe a quei siti che non si adegueranno alle nuove normative. Le nostre caselle sono state invase da email per informarci sull'inversione di rotta circa i cambiamenti di policy della privacy. Qualcuno le ha lette? L'intraprendente che l'ha fatto è andato fino in fondo alla pagina? Ha capito tutto?Proviamo a capirlo trasportando nella vita reale ciò che avviene nel Web. Immaginiamo di entrare in una cartoleria dove il proprietario, invece di accoglierci con entusiasmo, ci chieda perché guardavamo con interesse la sua vetrina (traduzione: quando si entra in un sito, si visualizza il classico banner che ci dice che per navigare dobbiamo accettare cookies che genereranno statistiche). Se compriamo un suo qualsiasi articolo ci invita a lasciare i nostri dati, in modo da inserirli solo una volta nel suo database. Ci dice che li manterrà al sicuro da occhi indiscreti e che solo con il nostro consenso potrebbero essere ceduti ad altri (traduzione: il sito utilizzerà cookie di terze parti e di sessione e ci chiederà di accettare la sua informativa sulla privacy in cui spiega come utilizza i dati personali che, dietro nostra accettazione, potrebbero anche essere ceduti ad altri soggetti). Il nostro percorso immaginario continua in una tabaccheria dove il proprietario per farci entrare chiede i nostri dati personali. «Li ho già dati alla cartoleria, li può prendere da lì», rispondiamo con cortesia, così ci vengono proposti articoli affini a quelli comprati in cartoleria (traduzione: il nostro profilo Facebook può essere utilizzato, su nostro assenso, anche con Spotify o Instagram che ci propineranno musica e foto che sanno di essere a noi gradite). La camminata potrebbe continuare arricchendola di altri particolari, tuttavia il dubbio che resta è amletico: è soddisfacente o non è soddisfacente questa nuova normativa per la difesa della nostra privacy?     lmmagine libera presa da: https://www.pexels.com/photo/tea-cup-laptop-apple-7360/  
Napoli Città Libro: il ritorno del Salone dell’editoria napoletano
Maggio 28
Dopo la scomparsa di Galassia Gutenberg nel 2009, Napoli – quella stessa città culla di Edoardo De Filippo e Totò, musa di Matilde Serao e Elena Ferrante – aveva perso il suo spazio espositivo dedicato al libro e al lavoro editoriale. In tal senso, Napoli Città Libro è un ritorno: è il libro che si riappropria del suo spazio e che riprende voce in capitolo. La rinascita è avvenuta questo maggio - dal 24 al 27 - al Complesso Monumentale San Domenico Maggiore di Napoli.     Fin dallo scorso ottobre, il Salone del libro napoletano ha iniziato a scaldare gli animi con il reading di Maurizio de Giovanni (leggi l’articolo qui), gli incontri con l’americanista Luca Briasco e scrittori del panorama italiano e internazionale (Kamel Daoud, Simonetta Agnello Hornby, Hisham Matar).   La direzione di Francesco Durante e i suoi collaboratori hanno messo a punto un programma ricco di eventi per ogni ora del Salone e con più di cento espositori dell’editoria locale e non. Attorno al tema Back Home si sono raccolti ospiti internazionali come Jay Parini, Michael Frank, Annie Lanzillotto. Tra i nostrani, invece, sono intervenuti la vincitrice del Premio Campiello e del Premio Napoli, Antonella di Pietrantonio; e poi Marco Marsullo, Ermanno Cavazzoni, Maurizio de Giovanni; ma anche Fortunato Cerlino, Silvio Muccino, Chiara Francini e Diego De Silva, protagonista del reading-concerto della serata conclusiva. Agli incontri strettamente letterari e musicali si sono aggiunti gli eventi spettacolo con Gigi e Ross e The Jackal.   Non sono mancate piccole imperfezioni e incertezze (le increspature del suono e una leggera approssimazione nella cura del palco durante gli incontri), ma tutto è assolutamente perdonabile in un evento giovane, che accoglie una sfida così complicata. Un’operazione piena di rischi, che la direzione e tutti gli organizzatori di Napoli Città Libro compiono con entusiasmo e con quella passione con cui andrebbe vissuta e rivalutata la cultura nel nostro Paese.       link immagini: https://informareonline.com/wp-content/uploads/2018/05/Napoli-citta%CC%80-libro-informareonline.jpg  https://www.repstatic.it/content/localirep/img/rep-napoli/2018/05/26/200617843-9310de45-d374-465c-b0ce-1daf613e4078.jpg https://js.agora24.it/wp-content/uploads/2018/05/salone-libro-napoli.jpg?x26754     
“I did the best I could with what I had”, addio Philip
Maggio 24
Figura iconica e controversa della narrativa statunitense, Philip Roth si è spento questo 22 maggio per un arresto cardiaco all’età di ottantacinque anni. «Ho fatto il meglio che potevo con quello che avevo», è stato riprendendo la frase del pugile Joe Louis che Roth aveva dato il suo addio alla scrittura nel 2012. Prima di quell’anno, il suo contributo alla narrativa statunitense è stato tra i più intensi e significativi.   I suoi romanzi sono un unico grande racconto di personaggi nevrotici e ossessivi. Il sesso, il dramma della borghesia americana sono tra i temi più cari alla narrativa rothiana, che si avvale di personaggi iconici che tornano sempre uguali a se stessi in più di un romanzo: Nathan Zuckerman (Pastorale americana, Ho sposato un comunista, La macchia umana) e David Kepesh (Il Seno, Il professore di Desiderio, L’animale morente) sono americani di origine ebraica, uomini borghesi e di cultura, tormentati da segreti e ossessionati dal desiderio.     Nel 1998 Roth aveva vinto il Premio Pulitzer per la narrativa con la sua Pastorale. Al Nobel era stato candidato più di una volta, senza vincerlo mai: la sua è una narrativa troppo feroce, troppo ruvida per l’Accademia svedese. Le storie di Roth hanno una fisicità ingombrante e oscena. L’autore ha fatto parlare di sé fin dal suo romanzo d’esordio, Lamento di Portnoy (1969), che gli procurò una denuncia e che fu definito dal New Yorker uno dei romanzi più sporchi mai pubblicati.   Le ossessioni, la manie, i tormenti ricorrenti nella scrittura di Roth rendono la sua opera un monumento della letteratura contemporanea statunitense. Uno dei più brillanti esempi di narrativa yiddish in lingua inglese.   «Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c'è altro mezzo per essere qui» (La macchia umana, 2000).           url immagini : https://cdn.nybooks.com/wp-content/uploads/2018/05/philip-roth-yaddo.jpg http://static.pourfemme.it/r/1200X675/www.pourfemme.it/img/Philip-roth-morto.jpg     
Deadpool 2: lo spumeggiante ritorno!
Maggio 20
La sentite? Quella voce ininterrotta e irritante? È lui. È tornato. No, non parlo del Furer, ma del Mercenario Chiacchierone, che dallo scorso week end ha invaso i nostri cinema con il nuovo capitolo della sua saga. Deadpool 2 ha già battuto il record del miglior giorno d’esordio per un film vietato ai minori (Rating R) con i 53.3 milioni di dollari incassati solo venerdì e battendo i 50.4 milioni di It. Il primo film era definito dallo stesso Deadpool come una storia d’amore. Questo è una storia per famiglie. [SPOILER ALERT] Intenzionato a creare una (stravagante) famiglia con la sua amata Vanessa (Morena Baccarin), Deadpool (Ryan Reynolds) vede svanire questo sogno quando la sua bella viene uccisa da alcuni bad guys, la cui morte Wade aveva solo ritardato. Sconvolto, demotivato e ferito, Deadpool prova vanamente a uccidersi per ricongiungersi con la sua amata, ma dovrà fare i conti con Cable (Josh Brolin), venuto dal futuro per fermare (cioè uccidere) un ragazzino che sta appena scoprendo i suoi poteri da mutante e ha problemi col controllo dell’aggressività. Metterà su una bizzarra squadra di eroi, l’X-Force, ma non sempre le cose sono facili come sembrano. Pur temendo il linciaggio dei fan, chi vi scrive deve confessavi le iniziali perplessità riguardo questa pellicola. Effettivamente, replicare il grande successo del primo capitolo non è facile per nessuno. Inoltre da un film su Deadpool non ci si aspetta una grande trama. Ma al Mercenario Chiacchierone le sfide piacciono e soprattutto gli piace vincere. Perciò ecco che abbiamo un film con una trama di tutto rispetto, seria e che non sfocia mai troppo palesemente nell’irreale. Si procede abilmente per gradi, in modo da non infastidire lo spettatore con salti troppo repentini. Il tutto è supportato da combattimenti e acrobazie davvero spettacolari e affascinanti. Va da sé che la caratteristica principale resta sempre l’umorismo, soprattutto nelle forme del sarcasmo, dell’autoironia e del citazionismo più esagerato. Le gag comiche riempiono tutta la pellicola, ma sono innumerevoli, infatti, anche le citazioni di ogni tipo: dalla ripetizione di frasi di cult anni ’80 o altri film contemporanei, dalla parodia degli altri film Marvel e degli altri supereroi (Wolverine sempre presente!), fino alla replica in tema di fotografia di scene memorabili e alla scelta di musiche palesemente tratte da altri film. In particolare [Super Spoiler Alert] penso alla scena in cui Deadpool deve lanciarsi dall’aereo e si sentono rockeggiare gli ACDC: come non pensare ad Iron Man, amante dei lanci dagli aerei e della band australiana? Esilarante! E come non ridere quando DP per riferirsi a Cable lo chiama Thanos?! (I due ruoli sono interpretati dallo stesso Josh Brolin) Immancabile poi lo sfondamento della quarta parete, col Mercenario Chiacchierone che guarda in camera e parla col pubblico. Anche i camei sono rivisitati in salsa deadpool e alcuni sono tanto difficili da notare quanto spassosi. Quando Cable [SPOILER] torna indietro nel tempo, finisce in campagna, nei pressi di due contadini su un pickup che analizzano la migliore tecnica per pulirsi il fondoschiena. Uno dei due, pur coperto da tanto trucco e nascosto da una studiata mancanza di luce, è Matt Damon! L’attore però non appare nei titoli di coda se non con lo pseudonimo di Dickie Greenleaf, che è poi il nome del personaggio cui Damon ruba l’identità nel celebre Il talento di Mr. Ripley. Altre due grandi star appaiono poi come membri dell’eccentrico team che Deadpool ingaggia: Zeitgeist è Bill Skarsgard (il Pennywise di It) e l’esilarante Svanitore che si intravede solo per pochissimi secondi è addirittura Brad Pitt. Inoltre il cattivissimo Fenomeno ha la voce dello stesso Ryan Reynolds. Tuttavia DP deve sempre superarsi. Le ormai ampiamente conosciute e amate scene post credits (dopo i titoli di coda) qui non mancano e, nonostante l’ironia e lo stravolgimento della trama, a detta degli autori del film sono da considerare parte integrante della pellicola. In più Deadpool presenta dei titoli di testa che sono uno spettacolo che non potete perdervi. Che state aspettando? Tutti in sala!Link alle foto: https://www.foxmovies.com/movies/deadpool-2;  http://los40.com.ar/los40/2018/01/15/cine/1516023172_503365.html; http://www.fantascienza.com/23623/deadpool-2-tutti-i-folli-video-e-non-solo-creati-per-il-lancio-del-film
Nel regno dei Cinemaniac
Maggio 20
  Cari lettori di MyGeneration se qualcuno di voi volesse intraprendere la carriera di cantanti è bene che sappia che il percorso, anche se uno su mille ce la fa, è pieno di difficoltà e di intoppi. Purtroppo quegli spazi che una volta aiutavano gli artisti ad emergere stanno scomparendo perché i locali tendono a fare serate di Karaoke o Dj Set; i Talent scout sono in via di estinzione e le case discografiche non vogliono investire a lungo termine su cantanti emergenti, ma sull'usato garantito come i remaster e sulle meteore canore provenienti dai programmi televisivi che hanno molti Follower. Quindi non basta né la passione né il talento, ma bisogna ingegnarsi per ottenere quello che nessuno ti regala: avere un'ottima capacità manageriale per farsi conoscere.Su questa tematica avremmo potuto intervistare una qualunque band emergente, ma ci è piaciuto parlarne con Giada Torella, voce dei Cinemaniac, perché la sua band mixa spettacolo musicale e allegria. Le loro non sono solo esibizioni musicali, ma trascinano il pubblico con simpatici siparietti.   1. Come e quando è nato il vostro gruppo?L'idea è nata nell'estate 2015 dalla volontà di creare un progetto capace di unire la passione della musica a quella del cinema. Solo nel gennaio 2016, dopo vari tentativi e prove con diversi musicisti, sono riuscita a trovare la giusta formazione e da li a pochi mesi abbiamo iniziato a suonare live. 2. Da che deriva la scelta di interpretare principalmente canzoni tratte dai film?Interpretiamo solo colonne sonore perché ci piaceva l'idea di arrivare al cuore delle persone facendo rivivere le emozioni scaturite dai film, attraverso la musica. Difatti durante le esibizioni musicali vengono proiettate anche le immagini del film. 3. Usualmente una band musicale sceglie di intraprendere uno specifico genere musicale: Pop, Rock, Discomusic... Con la vostra scelta non pensate di rinunciare ad una propria identità musicale?No, anzi il cinema è il nostro filo conduttore. L'idea è quella di creare uno spettacolo musicale con supporto video, intermezzi recitati, uso di costumi e di oggetti di scena ed un coinvolgimento attivo del pubblico. Inoltre i brani sono stati interamente arrangiati e spaziare da un genere musicale ad un altro è una prerogativa che ci dà originalità, consentendoci di creare atmosfere diverse durante lo spettacolo. 4. Voi vi esibite principalmente nei locali che una volta venivano frequentate dai Talent Scout. Oggi questa figura non esiste più, tuttavia il locale può essere un trampolino di lancio per l'affermazione della vostra carriera?È un po' complicato rispondere a questa domanda, perché dipende dal tipo di locale. Mi spiego meglio: attualmente nella nostra città non c'è molto spazio per la musica live. Spesso i locali, più che essere una vetrina per le band, ricercano la musica dal vivo per ampliare la propria clientela. Chiunque abbia suonato a Napoli si sarà sentito dire almeno una volta: "Avete seguito? Quanta gente portate?".Ecco, questo modo di fare svilisce l'artista in quanto sembra che sia più importante essere un buon PR che un musicista. E' più raro trovare locali che godono di prosperità propria e che investono sulla musica live. Con questo non intendo far nessun tipo di polemica semplicemente ho esaminato negli anni questo fenomeno e credo cha da un lato sono tempi durissimi per chi investe nella gestione di un locale per le numerose spese di gestione, dall'altro canto la musica live non è il genere di intrattenimento che "va per la maggiore" e sta vivendo una lenta e stentata ripresa. 5. Qual è il rapporto che avete con i Social Network? Sulla vostra pagina FB ci sono tanti video con le vostre esibizioni. Sono solo una vetrina o sono messi affinché abbiate una migliore interazione con il pubblico?È un rapporto stretto ed importante perché è un mezzo per arrivare a più persone possibile. I Social Network sono necessari per pubblicizzare gli eventi ed, indirettamente, il locale che ci ospita. Abbiamo una nostra pagina Facebook aggiornata con foto, link e video. 6. É possibile ascoltarvi via Spotify o su Itunes?No.7. Abbiamo saputo che nei vostri spettacoli la gente si diverte. Qual è il vostro segreto?Si è vero, in genere il pubblico si diverte perché siamo noi per primi a divertirci. L'energia positiva che nasce dal nostro feeling si trasmette in maniera naturale al pubblico che di rimando ci dà nuova carica. Quando si crea quest'alchimia il risultato è pazzesco, una vera bomba di adrenalina e ci sentiamo realmente soddisfatti del nostro lavoro. 8. C'è un momento dei vostri spettacoli che ricordate particolarmente?Personalmente c'è un momento per me "speciale" : quando a fine esibizione scendo dal palco, spengo il microfono ed abbraccio i miei musicisti, compagni d'avventura ma soprattutto amici. É in quell'abbraccio sudato che raggiungo il culmine della mia gioia. Portare avanti una band non è affatto semplice ma a conclusione di un concerto, sentire l'affetto dei tuoi compagni di squadra è davvero emozionante.Ringrazierò sempre la musica per avermi dato l'opportunità di condividere momenti indimenticabili con ciascuno di loro. Vorrei citarli e ringraziarli per la loro amicizia e professionalità: Gaetano Salzano alla batteria, Sergio Carleo al basso, Roberto Castaldo alle tastiere, Giovanni Impagliazzo al sax, Lello Cocchiaro e Giuseppe Dardano alla chitarra. 9. La gavetta comprende, come fate voi, proporvi anche per feste private. Qui lo spettacolo, rivolgendosi ad un pubblico ristretto è diverso? Più libero o più complicato?Ci capita di suonare per feste private ed in queste circostanze cerchiamo di accontentare il più possibile le esigenze del committente. 10. Ci parlate dei vostri prossimi impegni?Innanzitutto stiamo facendo le prove per il nostro prossimo spettacolo che si terrà a Napoli, l'8 Giugno, al "Dublin pub" (Via Pasquale del Torto, 15) e poi siamo in trattativa per partecipare al "Salento International film festival" che si terrà a settembre. Incrociamo le dita.     Ringraziamo Giada per la sua disponibilità   Foto prese dalla pagina Facebook: Cinemaniac FB Official Page  
"Entre-deux et Nouvelle Brachylogie": convegno internazionale alla Parthenope
Maggio 16
Tutti gli Atenei Campani riuniti per discutere su una nuova scienza all'Università "Parthenope" il 17 e il 18 maggio, questo l'intento manifestato dal Magnifico Rettore, prof. Alberto Carotenuto, dal Pro-Rettore all'Internazionalizzazione, prof. Luigi Romano e dal Direttore del Dipartimento di Studi Economici e Giuridici, prof. Antonio Garofalo. Il gruppo Brachilogia-Italia dell'Università "Parthenope" (proff. Carolina Diglio, Raffaella Antinucci, Maria Giovanna Petrillo) ha organizzato, in collaborazione con "L'Orientale" (proff. Jana Altmanova, Maria Centrella, Federico Corradi), la "Federico II" (proff. Giovanni Agresti, Valeria Sperti), il "Suor Orsola Benincasa" (prof. Alvio Patierno), la "Luigi Vanvitelli" (prof. Carmen Saggiomo), il Coordinamento Internazionale di Ricerca e Studi Brachilogici (CIREB - Parigi), la S.I.DE.F. (Società Italiana dei Francesisti), l'Istituto Isabella d'Este Caracciolo di Napoli, un convegno internazionale dal titolo Entre-deux et Nouvelle Brachylogie: Convergences et divergences de deux concepts con il patrocinio dell'Università Italo Francese. Il concetto di Nouvelle Brachylogie è definito come "un modo di essere verso sé stessi, verso l'altro, secondo il discorso basato sullo spirito di conversazione come principio etico e di concretizzazione filosofica della democrazia intesa come ideale di partecipazione di ciascuno, nell'equivalenza degli statuti, alla gestione degli affari di tutti", come afferma il papa della Nuova Brachilogia, Mansour M'Henni dell'Università di Tunisi.     Così, la Nouvelle Brachylogie avrebbe due volti, il volto della "brachipoetica", che costituirebbe il metodo di approccio e di analisi della logica del discorso da un punto di vista conversazionale, e il volto della "brachilogia generale", chiamata a studiare i funzionamenti e le implicazioni della pratica conversazionale sulla vita comune e professionale.   Il convegno internazionale, in cui converranno studiosi di chiara fama e i cui interventi saranno pubblicati sulla rivista internazionale "Conversations", prevede la proiezione del docufilm selezionato al festival di Avignone, Le Projet du traducteur di Gaëlle Courtois con Pietro Pizzuti e la partecipazione di Stefano Massini prodotto da Alain Esterzon e, a chiusura una mostra fotografica a cura dello studio "Dueminimo" intitolata Des Mots aux choses, che rifletterà, in questo percorso, sulla possibilità di distinguere un'architettura discorsiva da un'architettura conversazionale.
SalTo 2018: quel successo inaspettato che mette a tacere gli scettici
Maggio 15
Perché è esattamente di questo che si parla: di un successo che nessuno poteva immaginarsi quando due anni fa la direzione del Salone internazionale del libro di Torino, il più importante e travagliato d’Italia, venne affidata a Nicola Lagioa, uno scrittore. Non un business manager, uno scrittore (Premio Strega 2015, se vogliamo essere ancora più precisi). Che a sua volta si è circondato di scrittori e artisti, e ha infranto ogni regola del marketing per portare avanti la sua idea di circolazione della cultura: quella che alza l’asticella della qualità al massimo e che di tutta risposta riceve solo quantità.     Con il ritorno dei grandi gruppi (Mondadori in primis) e l’affluenza incontrollabile di editori piccoli, medi, grandi, indipendenti e non, il “Saloon” fa un grande smacco alla concorrenza e si riscatta ufficialmente dai suoi tempi bui, riguadagnandosi il ruolo di Salone nazionale, o meglio, internazionale. Non si bada a spese e tra gli ospiti di quest’anno si è goduto del Premio Nobel Herta Müller; di alcuni celebri scrittori italiani e stranieri che spopolano nelle classifiche (Javier Marìas, Alicia Giménez Barlett, Niccolò Ammaniti per citarne solo alcuni); dei maestri del cinema italiano e internazionale Bernardo Bertolucci e Luca Guadagnino; di filosofi (Edgar Morin), di economisti (Alan Friedman), di giornalisti (Roberto Saviano), di attori (Francesco Pannofino che legge Harry Potter), di illustratori e fumettisti (con l'immancabile ZeroCalcare). Le cifre non mentono: 144.386 visitatori in fila al Lingotto; incontri sold out nelle grandi sale; 26.500 lettori agli eventi del SaloneOff disseminati in città.   Ma i grandi numeri creano disagi, è vero. File lunghe per gli eventi, corsie asfissianti tra gli stand, le porte del Lingotto chiuse in alcune ore per il sovraffollamento. Eppure non si può dire che ci fosse disorganizzazione: la comunicazione cartacea e digitale è stata impeccabile. L’elemento di disordine l’hanno creato solo le persone, tante, troppe, che a pensarci bene è ciò che ha reso il SalTo 2018 un’esperienza davvero unica. Dopo le “pillole” dispensate ogni giorno nell’Arena Robinson e le altre occasioni che hanno reso il contatto del direttore Lagioia con il pubblico incredibilmente costante, "Mr Saloon" si lascia sfuggire una considerazione cardinale:  «Tra i disagi legati al successo e i disagi legati all’insuccesso permetteteci di privilegiare i primi».     Si chiude con un sapore di trionfo e ottimismo la XXXI stagione del Salone internazionale del libro di Torino e le date per la prossima edizione sono già state annunciate: 9-13 maggio 2019.
MyGeneration intervista Calaciura
Maggio 13
Ancora letteratura d'autore a Scampia dove, presso la Scugnizzeria, il giornalista e scrittore Giosuè Calaciura, finalista del Premio Campiello (2002), ha presentato il suo ultimo romanzo, Borgo Vecchio, edito da Sellerio, con cui ha vinto il Premio Lettarario Nazionale Paolo Volponi (2017). Nella sua opera, ambientata a Palermo, sono presenti storie e personaggi inventati che rispecchiano pienamente la realtà di una qualunque periferia, dove malessere, disagi, miseria, arretratezza culturale sono all'ordine del giorno. Protagonisti del libro sono anche gli animali perché, come ha spiegato lo scrittore, attraverso la favola è più semplice raccontare realtà allucinanti, quelle rifiutate da taluni lettori che non vogliono essere ammorbati da problematiche sociali.Lo sguardo di Calaciura si sofferma in quelle strade, in quei vicoli, in cui non esiste la legalità, non esistono regole del buon vivere e dove la mancanza delle istituzioni favorisce la criminalità.Con l'autore palermitano abbiamo voluto approfondire qualche argomento:             - I vicoli di Palermo, anche se non è mai citata, sembrano la fotocopia di quelli napoletani dove si respira la stessa aria problematica. C'è speranza per i figli di queste terre? Palermo e Napoli sono molto simili. Nelle vele vedo l'architettura dello Zen, quella stessa architettura che è speculare alla marginalità, come se fosse costruita apposta per rendere le persone distanti e ghettizzate. In questi luoghi la speranza intanto è per chi ce la trova. Appartiene a quelli che rimangono e a quelli che si impegnano a raccontare storie così tenebrose. - Il suo è un racconto corale, ma senza scomodare Verga, quanto ha inciso nella stesura del libro il suo essere giornalista di strada?Ha inciso molto il fatto che il giornalista deve dare conto di tutte le voci in gioco. L'elemento corale è una scelta letteraria, dovuta alla volontà di dare un andamento tragico al mio racconto.   - Lei racconta un universo spietato, fatto di prostitute, di malviventi e malaffare. Lo fa solo per puntare il dito su una realtà che esiste o per denunciare l'assenza delle istituzioni?Per entrambe le cose. Per dare voce a chi da molto tempo non ne ha e per denunciare la totale assenza delle istituzioni in realtà così depresse e marginali, dove anche l'architettura è nemica. I bambini in queste periferie non vedono il bello, il mondo attorno a loro è orribile, allora mi chiedo: perché devono scegliere la legalità? - Molti di quelli che hanno letto il suo libro potrebbero pensare di trovarsi davanti al solito scritto che mette in luce solo gli aspetti negativi di un territorio e che addirittura li amplifichi. Lei a queste critiche cosa risponde?A me sembra che le uniche storie da raccontare siano quelle di cui parlo. Le altre mi interessano poco. Voglio raccontare le ferite. Perché? Per sanarle. Le storie che raccontano di una borghesia e di una realtà pacificata e serena, spesso a scapito di altri, non mi interessano, anzi mi indignano. - Nel suo libro i carnefici sono anch'essi vittime delle circostanze?Nei miei libri non ci sono vittime e carnefici. I miei personaggi sono tutte vittime. Anche chi fa il male è una vittima. L'importante è che gli uomini sappiano scegliere con giustizia tra bene e male, tra chi commette il male per il proprio tornaconto e chi lavora per la comunità.     link immagine principle:     Zen di Palermo
E se... il Napoli ci riuscisse?
Maggio 08
Se la memoria ci lega al passato, l'immaginazione è lo strumento che ci permette di interpretare il futuro producendo realtà aumentate legate a infiniti mondi possibili le cui dinamiche si consumano fra i vapori delle nostre docce , mentre in sottofondo un brano di Simon and Garfunkel concilia l'agire in fieri dei nostri avatar. È ovvio, a questo punto, in base alla definizione che ne ho dato, che la mia immaginazione è talmente fervida da essere buona solo ad inutili film mentali. Ed è in questa sede che mi preme darle libero sfogo, immaginando un mondo parallelo in cui il Napoli ce la fa: scalza la Juventus e vince il suo terzo scudetto! Poiché sanguino neroazzurro, e ho visto Julio Cesar volare, levando dall'angolino basso il tiro della vita di Leo Messi, ho ammirato Maicon penetrare nella difesa del Barcellona, impetuoso come Charles Bronson ne La Grande Fuga, provo tenerezza nel vedere le baccanali dionisiache che i napoletani inscenano per una vittoria a Torino e mi chiedo cosa potrebbero essere in grado di fare se effettivamente riusciranno a scucire il tricolore dalle maglie dei gobbi. Mi rispondo immaginando il verde brillante dell'erba del San Paolo, il 20 maggio. Va in scena Napoli-Crotone, ultima giornata di un campionato pazzo. La partita si mette subito in salita. I ragazzi di Sarri non reggono la pressione, se la fanno sotto, e cominciano la partita più contratti dei muscoli facciali di CR7. Dopo appena due minuti e quaranta, Simy "sbuccia" di tibia un pallone che sembrava piovere innocuo. Reina si oppone come un oplita dell'esercito di terracotta in esposizione alla Basilica del Santo Spirito, ed è 0-1 per i calabresi. Intanto le lancette girano inesorabili e da Torino arrivano voci incontrollate: gira voce che la Juventus stia vincendo 20-0 contro il Verona, e che abbia segnato anche Buffon di testa, su calcio d'angolo.   Ma sono solo voci.   In realtà perde con un gol di mano.   In fuorigioco.   Oltre il tempo di recupero del primo tempo.   È ormai l'ottantasettesimo minuto di gioco e anche la speranza sembra essersi esaurita, quando improvvisamente Zielinski, entrato al posto di uno scialbo Hamsik, spara una cannonata di destro dai trenta metri, che si insacca all'incrocio dei pali. Sull'onda del ritrovato entusiasmo, i ragazzi di Sarri, sospinti dal ruggito del San Paolo, trovano il raddoppio al novantatreesimo , con un goal–fotocopia di Koulibaly, che ripropone il decollo autorizzato dall'aeroporto Caselle di Torino. È l'apoteosi: manca ancora un minuto al fischio finale, ma i 75.000 inscenano triplici fischi fittizi, mandando in controtempo il cornicione di Ultras che si è già riversato sugli spalti per fare invasione.   Al fischio finale e telecamere di Sky inquadrano Luigi De Magistris mentre stampa un bacino umido sulle labbra del presidente De Laurentiis, che nel post partita dichiara che da questo momento in poi ha chiuso con il calcio, lui vuole tornare a fare cinema, perché ha una macchina da presa al posto del cuore.         Link all'immagine https://www.calcionews24.com/koulibaly-juventus-napoli-zaza-gol/
Barcellona infinito!
Maggio 07
A causa della mentalità fortemente provinciale che connota larga parte del giornalismo sportivo italiano, quando una grandissima squadra europea perde contro una di Serie A , il giorno dopo si sprecano i titoloni in pompa magna sulla classica "fine di un'era". Comincia una parata grottesca che vede in prima linea una serie di sofisti incravattati, intenti a spiegare agli abbonati delle Pay TV che Dybala vale quanto Messi e che Cristiano Ronaldo farebbe fatica a trovare spazio nella Juventus. Quest' anno, tale sorte è toccata al Barcellona, in occasione della cocente sconfitta subita all'Olimpico contro la Roma che è costata l'eliminazione dalla Champions League. Il giorno dopo, a giudicare dai titoli di giornale, sembrava che il Barcellona fosse arrivato al capolinea di un ciclo di incredibili vittorie. Invece, a più di un mese da quella partita, i catalani si sono laureati campioni di Spagna per la nona volta in dodici anni, conquistando, con la vittoria della Coppa del Re, l'ottavo "doblete" della sua storia. Altro che fine di un' era. Sicuramente l'arrivo di Valverde ha stimolato un cambio d'impostazione in una squadra molto più dedita alle transizioni offensive rispetto agli anni passati. La rete fittissima di passaggi a centrocampo, l'ormai celebre tiki taka, si è pian piano assottigliata, privilegiando fraseggi offensivi più asciutti. Questo moderato cambiamento di rotta è in parte dovuto al ricambio generazionale che investe le fila della mediana catalana: Dopo il grande Xavi, anche Andres Iniesta ha detto addio al Camp Nou. Con la perdita del duo che incarnava la filosofia di gioco del grande Barcellona di Guardiola, la manovra a centrocampo si è dovuta evolvere seguendo forme più asciutte, dettate dalle menti certamente meno geniali di Rakitic e Paulinho. Anche in attacco le cose sono cambiate, dato che un tridente offensivo collaudato sul modello della "MSN" è ancora in fase di costruzione a causa del macchinoso ambientamento di Dembelé, e alle giocate ancora troppo avulse dal contesto di un comunque fortissimo Coutinho. Eppure, nonostante i lavori in corso, il Barcellona ha vinto dominando, chiudendo la lotta per il titolo a ben dieci punti di distanza dal Real di Cristiano, battuto al Bernabeu per 3-0. La grande bellezza del mancino argentino risplende ancora di magia e la genialità di Iniesta, forse il centrocampista più forte della storia insieme a Zidane, ha illuminato il Camp Nou un' ultima volta.   Ma la leggenda del grande Barcellona continua!         Foto tratta da Barcellona.org
Brad Pitt produrrà un film sullo scandalo Weinstein
Aprile 27
Le vie dell’ispirazione sono infinite, o lo sono quelle per far soldi? Il capostipite della famiglia Benetton…ehm, Brad Pitt, ha deciso di produrre nientemeno che un film sullo scandalo delle molestie di Henry Weinstein.   Come ben sappiamo, il magnate è stato distrutto e messo alla gogna dal lavoro di due giornaliste, Jodi Kantor e Megan Twohey, reporter entrambe per il New York Times. Le donne hanno svolto un lavoro sopraffino per incastrare Weinstein: indagini meticolose, raccolte di prove schiaccianti, interviste, dichiarazioni, nominativi. Proprio grazie a loro e al direttore che le ha pubblicate, moltissime stelle del mondo di Hollywood si sono fatte avanti, denunciando tramite #MeToo e #TimesUp gli abusi e le molestie ricevuti.     Ebbene, Plan B, la casa produttrice di Pitt, ha annunciato l’intenzione di realizzare un film sullo scandalo. La pellicola sarà incentrata sull’attività di investigazione delle due giornaliste, che porterà poi alla scoperta dell’orrore perpetrato dal produttore. Quello di Pitt è un modo come un altro per guadagnare, anche speculando sulla sofferenza delle persone, o è uno strumento per portare alla luce l’orrore e donare alle donne il coraggio per opporsi e farsi sentire? Attendiamo le vostre opinioni!     link alle foto: http://variety.com/2018/film/news/weinstein-bankruptcy-big-mess-1202710896/ https://www.gossipcop.com/brad-pitt-neri-oxman-babies-kids/

Napoli, ci risiamo!

Lunedì, 15 Settembre 2014 18:17 Pubblicato in Calcio

De Guzman show. Il Napoli riparte dal Campionato

Lunedì, 01 Settembre 2014 10:58 Pubblicato in Calcio

2-5 al Ferraris. Super goleada per gli azzurri

Lunedì, 12 Maggio 2014 14:59 Pubblicato in Calcio

Pari a San Siro. Gli azzurri blindano il terzo posto

Domenica, 27 Aprile 2014 08:59 Pubblicato in Calcio

Callejon fa, Reina disfa. E' 1-1 al "Friuli"

Martedì, 22 Aprile 2014 12:14 Pubblicato in Calcio

Flop Napoli. Parolo "rispegne" l'entusiasmo azzurro.

Lunedì, 07 Aprile 2014 17:05 Pubblicato in Calcio

Danno e beffa al San Paolo. Ora la viola fa più paura.

Lunedì, 24 Marzo 2014 19:25 Pubblicato in Calcio
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