"Flix Arcade" - Il videogame di Netflix!

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I Kairo ed il Medioemo della comunicazione

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“A cosa servono i desideri”, quando il lettore diventa autore

Le opinioni sullo stile e sui contenuti di Fabio Volo sono tutt’oggi discordanti. C’è chi lo conside...

"Netflix e Workout": telefilm e palestra insieme!

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L'Ospedale Santa Maria della Pietà tra vergogna ed eroismo

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"Flix Arcade" - Il videogame di Netflix!
Gennaio 18
Nell'articolo precedente (che trovate facendo clic qui) vi ho parlato del programma di allenamenti ideato da Netflix. Il colosso dello streaming però sembra non volersi fermare qui nel suo processo di differenziazione dell'offerta: oltre alle serie tv e agli allenamenti, ora propone anche Flix Arcade, un videogame! Sì, ora Netflix fa anche i videogame. Immagino che uno di questi giorni Netflix farà anche il caffè o aprirà dai ristoranti in tutto il mondo.   Ma di che si tratta? Flix Arcade Appartiene alla categoria dei cosiddetti "endless run", ovvero uno di quei giochi (il più famoso dei quali è probabilmente lo scaricatissimo Temple Run) in cui il personaggio da noi interpretato corre senza sosta mentre raccoglie monete o altro, uccide nemici, salta ostacoli e compie missioni. L'originalità sta nel fatto che il personaggio in questione va scelto da noi tra i protagonisti delle serie tv di Netflix!     Possiamo quindi saltare in sella alla bici di Mike di Stranger Things oppure immaginare di essere in fuga come Pablo Escobar di Narcos e ancora metterci negli arancioni panni di Piper di Orange is the New Black oppure prendere le sembianze di Marco Polo (della omonima serie).   Per giocare basta premere la barra spaziatrice, dopo aver cliccato qui (https://flixarcade.netflix.io/) Buon divertimento!
I Kairo ed il Medioemo della comunicazione
Gennaio 17
Per chi non fosse informato sulla musica underground che striscia alle pendici del Vesuvio, i Kairo sono un (relativamente) giovane complesso cresciuto all'ombra della Solfatara, che sin da bambini battagliano senza sosta sui palcoscenici della Napoli rock per inseguire i loro sogni. Mario (voce e chitarra) segue l'idea di diventare un coevo Peter Gabriel; Daniele (basso) viene mosso dalla volontà di riscattarsi socialmente (è rosso) ed Alessandro (batteria) che da buona rockstar vorrebbe spendere i ricavati in marijuana. Il giovane complesso, ormai al terzo lavoro, ci mostra luci ed ombre dell'ultimo album: Medioemo.   Fate "musica per persone sensibili" come dite voi stessi. In un panorama così vasto, dove collocate “Medioemo”? Kairo: In realtà non ci siamo mai posti un problema di genere musicale, per noi è più una questione di attitudine, e in questo senso potremmo definirci un gruppo “punk”. In un contesto in cui la musica underground fatica sempre di più ad emergere, abbiamo composto un disco senza alcun vincolo, tentando di testimoniare quest’epoca di disagio e difficoltà comunicative.   Quali sono i vostririferimenti in ambito musicale? Kairo: I nostri ascolti sono molto diversificati: Mario ama Banco del Mutuo Soccorso, Genesis (con Peter Gabriel), Robert Wyatt, Van Morrison. A Daniele piacciono Crash of Rhinos, Delta Sleep, Toe, Music for Eleven Instruments (orgoglio italiano). Alessandro ascolta Raein, Pink Floyd, Deftones, Il Teatro degli Orrori e Jeff Buckley.   Siete un gruppo relativamente giovane, ma comunque al terzo lavoro. Come siete cambiati nel percorso? Ed il vostro modo di fare musica? Kairo: Quando abbiamo iniziato a suonare insieme, un po’ perché eravamo appena adolescenti, un po’ perché volevamo fare casino, suonavamo una specie di noise in cameretta di Mario. Poi abbiamo dovuto smettere per le proteste del vicinato e per le accuse di fare “musica satanica”. Suonavamo con altre persone e ci chiamavamo One Eyed Jack (ispirato a Twin Peaks), poi Le Città della Notte Rossa (dall’omonimo romanzo di Burroughs) e poi finalmente sono arrivati i Kairo. Dopo due dischi legati alla nostra adolescenza, “Medioemo” per noi è sia un nuovo punto di inizio, sia il raggiungimento di una maturità compositiva.   Cosa ha ispirato “Medioemo”e cosa significa per voi? Kairo: Abbiamo la sensazione di vivere in un Medioevo della comunicazione, in cui le persone preferiscono l’immediatezza all’approfondimento, il contenitore al contenuto, l’apparire all’essere. Tutto ciò è sicuramente sostenuto da un uso smodato e totalizzante dei social network. Questo si riflette anche sulla musica che la maggior parte dei nostri coetanei (23-25 anni) ascolta, e di conseguenza la musica “emozionale” non è più qualcosa che diversifica, uno strumento di ribellione ed aggregazione, ma è un canone vincolante e vincolato al desiderio di piacere alla massa.   In quale traccia vi rispecchiate di più? Mario: Sicuramente “Medioemo”, perché è il pezzo più semplice e diretto, dove condenso quello che per me significa fare musica. Alessandro: il mio pezzo preferito è “D’io”, perché è il pezzo di maggiore impatto, quello più grezzo, ed è il punto di arrivo del percorso che abbiamo intrapreso nei dischi precedenti. Daniele:il pezzo che vi consiglio di ascoltare è “Siamo Cieli”, perché è quello che più si avvicina alla mia idea di “pezzo composto a mostro”.
“A cosa servono i desideri”, quando il lettore diventa autore
Gennaio 16
Le opinioni sullo stile e sui contenuti di Fabio Volo sono tutt’oggi discordanti. C’è chi lo considera un autore generazionale e chi nutre seri dubbi sulle sue capacità di scrittore. Al di là dei giudizi più o meno fondati della critica, “A cosa servono i desideri” l’ultimo di Fabio Volo, edito da Mondadori (2016), è un libro apprezzabile per l’idea di base.   Del resto, non c’è molto da dire riguardo alle capacità dell’autore in questo libro, poiché di scritto da lui c’è ben poco! Subito dopo una prefazione iniziale, imbottita con le più disparate citazioni d’autore, inizia il libro vero e proprio: una sfilza di domande rivolte al lettore per indagare i suoi desideri, il suo stato d’animo, i suoi progetti per il futuro.     L’idea, come dicevamo, non è male. Il lettore diventa egli stesso autore di un libro sulla sua vita. Volo ci invita a riflettere su noi stessi, ad auto-analizzarci e a rileggerci dopo uno, due, tre… dieci anni per scoprire cos’è cambiato, quanti desideri siamo riusciti a realizzare e quanti invece sono stati archiviati. Al di là di quale sia il risultato finale, sarà comunque bello ritrovare se stessi.   “Forse i desideri non sono una cosa da realizzare, una meta da raggiungere, ma il carburante per metterci in moto”. Con “A cosa servono i desideri”, anche il meno dotato tra gli scrittori può scoprirsi autore e anche i più scettici possono ritrovarsi ad apprezzare un libro firmato da Fabio Volo.
"Netflix e Workout": telefilm e palestra insieme!
Gennaio 16
L'Epifania tutte le feste si porta via! Natale è finito, per Capodanno ci siamo stressati, la Befana è passata e andata. Anno nuovo, vita nuova! Ma c'è una cosa che non cambia mai. Tutti ci promettiamo di farlo, ma in pochi riusciamo a farlo. È il temibile proposito del "da domani dieta!"   Quest'anno, a complicare le cose, ci si mette anche l'ondata di gelo, perciò andare in palestra per molti è impensabile. Perché uscire, con questo freddo, quando a casa ci sono il divano comodo, la copertina calda, le godurie della calza e l'amata TV? Oh si, l'amata TV con tutte le serie TV e i film da recuperare – perché c'è sempre qualcosa da recuperare.   È deciso: rimaniamo in casa. Però... il senso di colpa c'è.   Non temete, miei cari, Netflix ha pensato a un'originalissima soluzione! Si tratta proprio di Netflix Workout, un programma di allenamenti che è possibile svolgere tranquillamente a casa, senza interrompere la visione dei nostri show preferiti. Si tratta di esercizi pensati per essere svolti senza mai staccare gli occhi dalla TV e illustrati da un'infografica semplice e chiara (riportata sotto). Ad esempio, ci sono gli squat da fare alzandosi e sedendosi sul divano, ma anche le flessioni possono essere fatte appoggiandosi sul sofà invece che per terra. E ancora, il programma prevede plank, corsa sul posto, sollevamento pesi e jumping jack. Niente più scuse! E non si dica più che le Serie TV sono per i pigri!  
L'Ospedale Santa Maria della Pietà tra vergogna ed eroismo
Gennaio 14
Alla Campania non bastavano solo il freddo e la neve. C'è stata infatti una precipitazione ben più forte e non annunciata da nessun metereologo che, come la nube di Fantozzi, si è abbattuta sull'Ospedale “Santa Maria della Pietà” di Nola, l'unico punto di pronto intervento della zona vesuviana dopo la chiusura del pronto soccorso dell'Ospedale di Pollena.  Dopo la diffusione delle immagini che ritraevano due pazienti distesi sul pavimento, mentre gli operatori sanitari prestavano loro le prime cure, si è scatenato l'uragano sul nosocomio. La sconcertante situazione ha spinto il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ad inviare i NAS per un'indagine, e contemporaneamente è intervenuto anche il Governatore della Campania, Vincenzo De Luca, operando sospensioni nei riguardi dei presunti responsabili dell'accaduto: Andrea De Stefano, direttore sanitario, Andrea Manzi, responsabile del pronto soccorso e Felice Avella della medicina d'urgenza. Ancora una volta la politica agisce a danno avvenuto, ma senza farsi carico delle proprie responsabilità: dall'alto è facile addossare le colpe! Infatti non sono mancate le voci critiche sull'operato del Governatore; il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, ha commentato sarcasticamente la vicenda nolana con un tweet, asserendo che le immagini apparse in rete hanno confermato gli auspici di De Luca: il governatore aveva promesso ai suoi elettori mai più barelle nelle corsie degli ospedali, e in effetti è stato di parola. Il Vice Presidente della Camera dei Deputati Luigi Di Maio ha sottolineato il fatto che ormai la sanità campana è stata ridotta a poltronificio e a bancomat della politica. Anche il Vescovo di Nola, Beniamino Depalma è entrato a gamba tesa nella questione: le colpe partono dai vertici delle istituzioni del sistema sanitario, che non vedono le enormi difficoltà dell'ospedale nel rispondere con pochi mezzi alle esigenze dei cittadini. E infatti quelle immagini, che spaziano ancora adesso sui Social, viste da una diversa angolazione, ci mostrano medici che ottemperano al loro compito anche in situazioni estreme, medici che svolgono la loro preofessione con passione e, percependo la sofferenza altrui, sono desiderosi di alleviarla, mostrando compassione per quei malati.        Quante volte si sono lette storie di pazienti morti perché rimbalzati da un ospedale all'altro! Il problema non si risolve certamente con i licenziamenti, ma con una politica sanitaria efficace che dia a tutti la possibilità di essere curati, nel momento del bisogno, in modo ottimale. I tagli lineari, effettuati negli anni scorsi, hanno influito anche sul sistema sanitario e di conseguenza hanno reso gli ospedali più “poveri”; questi ultimi hanno visto così diminuire al loro interno sia le risorse umane, come medici ed infermieri, che quelle materiali come medicine, garze, siringhe  posti letto, barelle, carrozzine, etc., etc… Dal rapporto annuale Ospedali & Salute 2016, della società di ricerche Ermeneia, si evidenzia il progressivo degrado della sanità pubblica che ha visto ridursi posti letto (-9,2%), ricoveri (-18,3%), giornate di degenza (-14%) e personale (-9%); l'indagine evidenzia anche come nel triennio 2012-2014 la spesa sanitaria italiana sia diminuita, rispetto a quella degli altri Paesi del G7 (8,2%).   Sicuramente sarebbe stata socialmente più giusta una spending review volta a tagliare stipendi delle direzioni generali, sanitarie e amministrative, i cui vertici, politicizzati, seguono direttive che, molto spesso, non portano benessere alle aziende sanitarie che dirigono.  
Il Salvator Mundi a Napoli. Autentico Leonardo o autentica operazione pubblicitaria?
Gennaio 14
Leonardo a Donnaregina. I Salvator Mundi per Napoli, inaugurata mercoledì 11 Gennaio 2017 nel Complesso monumentale Museo Diocesano di Donnaregina, dal Cardinal Crescenzio Sepe e dal Governatore della Campania Vincenzo De Luca. L’opera che fa tanto parlare di sé è il Salvator Mundi di Leonardo da Vinci… oppure no?   Salvator Mundi   Il dubbio che divide vivacemente gli storici dell’arte è che si tratti effettivamente di un’originale del grande genio toscano. La pittura rappresenta Cristo benedicente che regge con la mano sinistra un globo di vetro, che rappresenta il mondo, e apparteneva a un’antica famiglia nobile, quella dei marchesi de Ganay , ora proviene da una raccolta privata svizzera. Sappiamo che Leonardo dipinse un Salvator Mundi verso il 1499, ma poi non se ne seppe più nulla, però l’inestimabile valore dell’opera diede origine a numerosissime copie, come spesso accadeva. Quella presentata in mostra sarebbe appunto una di queste copie, secondo alcuni autorevoli storici dell’arte, i quali propendono a considerare autentico, invece, il Salvator Mundi comparso negli Stati Uniti cinque anni fa e venduto per 75 milioni di dollari forse a un magnate russo. Il dipinto era però molto rovinato e la buona riuscita del restauro è ancora controversa, considerando soprattutto il modo di dipingere di Leonardo, il famoso “sfumato”, cioè il passaggio graduale di toni che otteneva modulando luci e ombre, da maestro sublime qual era.   Il dipinto è in mostra insieme a due opere di pittori leonardeschi: Il Cristo benedicente del Complesso monumentale di San Domenico Maggiore e il Cristo fanciullo. Oltre a queste sono esposte anche importantissime opere grafiche: il Codice Corazza del Seicento, custodito nella Biblioteca Nazionale, il prezioso Codice Federiciano della Federico II e il volume Napoli antica e moderna, scritto dall’abate Romanelli nel 1815.   La mostra rimarrà aperta fino al 31 marzo prossimo e molto probabilmente non cesserà di far discutere ancora ma, secondo il curatore scientifico Giuseppe Barbatelli, riproporre un dibattito iniziato già nel 2012 è uno scopo importante dell’evento, se può portare ad un’attribuzione certa e condivisa.     LUOGO: Museo Diocesano, Largo Donnaregina PERIODO: 12/01/17 – 31/03/17 ORARI: dal Lunedì al Sabato 9,30-16,30. Domenica 9,30-14,00. Martedì chiuso COSTO: Intero 6,00€ INFO: tel. 081-5571365; http://www.comune.napoli.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/31877  
Quando il Cinema celebra la Fotografia - III^parte
Gennaio 11
Siamo giunti alla terza ed ultima parte del viaggio che ci ha portati alla scoperta dei film ispirati al mondo della fotografia. Se avete perso la seconda parte, potete recuperarla qui! Ecco per voi una selezione di 6 film degli anni 2000.    One Hour Photo, film del 2002 con un intramontabile Robin Williams nei panni di uno stalker. Addetto alla stampa in un negozio che stampa in un’ora, diviene preda di un’ossessione morbosa per una famiglia, dopo aver sviluppato un rullino di loro fotografie, fino ad arrivare alla conclusione di essere lui stesso parte di quel nucleo familiare. In origine la parte era destinata a Jack Nicholson che però la rifiutò. Il film vinse un premio nell’ambito del Festival del cinema americano di Deauville, mentre il compianto Williams vinse il Saturn Award come migliore attore.   City of God. Anche questa pellicola è datata 2002 e fu presentata al Festival di Cannes nella categoria Fuori Concorso. Il film è ispirato al libro di Paulo Lins e la trama si sviluppa a Cidade de Deus, una favela del panorama brasiliano. Dal film fu poi tratta una serie tv intitolata: “City of Men”. Il film ha ricevuto ben 4 nomination ai Premi Oscar del 2004 (tra cui Miglior fotografia a César Charlone) e ha vinto un BAFTA nel 2003 nella categoria Miglior montaggio (per Daniel Rezende).   Palermo Shooting è un film del 2008, diretto da Wim Wenders e presentato alla 61^ edizione del Festival di Cannes. La trama è particolare: Finn è un fotografo talentuoso, vive una vita molto stressante, sempre a lavoro, estraniato dal mondo, perennemente con le cuffiete alle orecchie. Ad un certo punto attraversa una crisi esistenziale e parte alla volta di Palermo dove incontrerà una ragazza, e La Morte, che ha il volto di Dennis Hopper. Una curiosità circa questo film è che il Tribunale di Palermo ha condannato il Comune per il mancato finanziamento di circa 250.000 euro che aveva garantito, obbligandolo a risarcire la somma di 22.201,55 euro alla casa di produzione cinematografica che ha realizzato il film.   L'Homme qui voulait vivre sa vie, in Italia tradotto col titolo Scatti rubati, è un film del 2010. La storia si sviluppa attraverso il furto d’identità. Un uomo, avvocato di successo, uccide Grégoire, l’amante (fotografo incompetente) della moglie e dopo avergli rubato i documenti e inscenato anche il proprio trapasso, parte alla volta del Montenegro, iniziando così la sua nuova carriera da fotografo. Il destino però gioca un brutto scherzo al nuovo Grégoire, perchè lui ha del vero talento.   La fotógrafa, film del 2013 scritto e diretto da Fernando Baños Fidalgo. In occasione di una visita ai nonni, la protagonista Kath trova delle vecchie fotografie scattate da sua madre, risalenti all’epoca della rivolta argentina del 2001. Tornata nella propria città, a Buenos Aires, Kate decide di scoprire quale sia il legame tra quelle fotografie e la madre morta in strane circostanze.   Life del 2015 racconta del rapporto d’amicizia instauratosi tra James Dean e Dennis Stock. Quest’ ultimo sogna di entrare a far parte della “Magnum”, la società fotografica più famosa al mondo, nel mentre fa il paparazzo. Ad una festa i due si conoscono e da lì iniziano insieme un viaggio fotografico dove tutti i lati della star vengono immortalati. La malinconia e l’irrequietezza di Dean vengono raccontate in ogni loro sfaccettatura ma quando l’attore trova un po’ di pace e serenità presso la fattoria degli zii dove ha trascorso l’infanzia, viene richiamato all’ ordine dalla Warner Bros e costretto a recarsi a New York per la prima de: “La Valle dell’ Eden”.
Al San Carlo Dindo e Oren tra lirismi e ineleganze
Gennaio 11
Nel primo gelido weekend dell'anno il San Carlo ha accolto l'atteso ritorno del patron illegittimo, il monarca emerito -o che dir si voglia- Daniel Oren, già colpevole di un clamoroso cambio di programma eppur perdonato dal pubblico napoletano, devoto fino all'ultimo pizzo di strascico al virulento direttore, per molti rumoroso sì (plateale a detta di alcuni) ma così irresistibilmente affascinante, permeato di qualche magico elisir che strappa trionfi e ovazioni anche ai più clamorosi fracassi, fastidiosi, inaccettabili anch'essi certamente, “ma così sentimentali” da non potersi meritare altro che lusinghe. Il concerto n.2 per violoncello e orchestra, op.104 di Dvořák ha aperto la serata in un teatro prevedibilmente stracolmo e particolarmente entusiasta del primo Allegro, splendidamente interpretato dal violoncello di Enrico Dindo, straordinario musicista di rara e autentica sensibilità, esente da qualsiasi tipo di artificiosità interpretativa che avrebbe per altro compromesso l'idea originaria alla base della composizione, quella cioè di una fusione di base, un dialogo di intrecci tra il solista e l'orchestra. Così la sua musica è semplice e naturale, fresca e giustamente profonda, splendidamente seguita dalla soddisfacente sezione degli archi, forte di un bel suono coeso e caldo, almeno per il momento lontana da qualsiasi slancio tumultuoso e ansimante, ribollente in pieno stile Oren. Nel secondo Movimento Adagio ma non troppo la linea lirica e struggente della composizione prende forma già dal bel dialogo tra i legni e lo strumento solista, che dipinge linee dolcissime e intense, dissolte nel suono impalpabile e coeso degli archi distrutto poi dalle "conflagrazioni Oreniane", i fortissimo completamente sfibrati e taglienti che sfocano per altro il bel colore dell'intera sezione. Bene il Finale Allegro moderato in cui Dindo evolve fino al suo totale completamento la bella progressione di suggestioni interpretative, riuscendo attraverso un godibile suono ligneo e brunito a riempire la sala di una goliardìa lievemente malinconica.   La seconda parte del concerto, dopo un acclamata Allemanda dalla Suite n.6 di J.S.Bach concessa da Dindo, si apre sulle note della sinfonia in re maggiore op.73 di Brahms, note che nella loro successione stentano a trovare una effettiva compiutezza o coerenza musicale, una forma omogenea e nitida, lineare, scaraventate nella sala dorata del San Carlo con la peggior violenza che possa immaginarsi, un'imperiosità pretenziosa e strappa applausi in cui, secondo molti,risiede la chiave di una buona direzione. Il Bhrams di Oren è secco, privo di quella ricchezza di colori, sfumature, rubati e di una fondamentale fluidità d'esecuzione la cui assenza lascia in palcoscenico un agglomerato di sezioni strumentali perse in monologhi sconnessi e aridi. Eccezion fatta per la brillante sezione dei legni che cesellano con dettagliata cura gli intrecci in cui sono impegnati, mai perdendo (sarà pur merito di Oren) la nitidezza della propria linea melodica. Non fa testo il finale del quarto ed ultimo allegro con spirito, in cui si dà voce e libero sfogo ad ogni istinto violento dei musicisti del massimo-ammesso che ne abbiano uno-un bel finale grasso, culmine glorioso di crescente ed imperituro fracasso, più inelegante che effettivamente scorretto. Ovazione al termine da un teatro sazio e memore, si spera, di una recente, superba Adriana.
Welcome to Trashland - Part III
Gennaio 11
Per chi non è nato negli anni '80 è difficile apprezzare il trash come quelli un pò più attemapati per un semplicissimo motivo: le nuove generazioni sono cresciute con una televisione in cui questo genere era già consolidato, mentre quella degli '80 aveva a disposizione un tipo di televisione dove la normalità (in linea di massima) era la cultura, l'italiano perfetto, una determinata eleganza e un certo rigore. Così quando il trash ha cominciato a venir fuori è stata una vera e propria novità, i giovani sono cresciuti man mano che si sviluppava e affinava, quindi i trentenni di oggi guardano con un occhio diverso rispetto a quello che può essere quello di un ventenne.   Se prendiamo in considerazione la trasmissione di Giuliano Ferrara dove Sgarbi e D'Agostino si sono presi a pizze (schiaffoni), forse i più giovani non sapranno di cosa diavolo stiamo parlando, ma quello è stato il primissimo esempio di reality-show della TV italiana. Oggi siamo abituati a Grandi Fratelli, isole, tronisti, fattorie, amici ecc. che agli occhi di chi il "Pessimo" l'ha visto nascere e diventare cult, risultano veramente inguardabili.   Di seguito una selezione di alcuni momenti pregevoli, sicuramente apprezzati da chi è cresciuto a pane e trash. Selezione anni 2000  1. https://www.youtube.com/watch?v=Wi8PqzHP2AQ&index=5&list=PLtXjnn11xTd5hqBTSyZex7aVqLf9SrcMd 1000 Canotti vs 60 anni di lotte     2. https://www.youtube.com/watch?v=P0PmiWRHz2U&list=PLtXjnn11xTd5hqBTSyZex7aVqLf9SrcMd&index=14 Se ti metti contro Balotelli poi non ti puoi offendere     3. https://www.youtube.com/watch?v=Nu6AzIawG9U&list=PLtXjnn11xTd5hqBTSyZex7aVqLf9SrcMd&index=44 Mentre Ayda e Antonella si scannano la Carmen ha fame...     4. https://www.youtube.com/watch?v=8LOsgQ-AgWY e poi parlano di fuga dei cervelli      5. https://www.youtube.com/watch?v=xCSbdewmG7o Toccatemi tutto ma non toccatemi gli asparagi.     6. https://www.youtube.com/watch?v=Hyv08LA5cCc E per chiudere in bellezza, una gustosa compilation del grande Luca Giurato!     Ci risentiamo negli anni '20!
"A-Yellow": il giallo 'Made in Naples' è online
Gennaio 10
È tutta Made in Naples A-Yellow, la nuovissima web-serie che ha debuttato su YouTube lo scorso 7 Dicembre. Scritta da Mariano Torricelli e diretta da Roberto Colesante, la detective story racconta le investigazioni di Gabriele Aiello, un poliziotto schivo e cinico che si troverà a lavorare su di un caso in maniera del tutto fortuita. La stessa indagine che sarà in grado di cambiare interamente la sua vita. Sullo sfondo del capoluogo campano, A-Yellow porta in scena le personalità più variegate: un ex detenuto, un poliziotto, un avvocato, una studentessa fuori sede, un barista, una femme fatale. Ognuno con la propria storia, che pare stridere con quella degli altri personaggi, e che ne sarà invece legata dal "fil noir" che percorre l'intera trama.   Le vicende si fanno largo tra le vie di Napoli, dai vicoli del Centro Storico alle stradine del Vomero. A guardare con una lente di ingrandimento non solo le tinte più misteriose e cupe della città, ma le piccole realtà che la colorano e l'affollano, dal rito del caffè alla chiacchiera da bar. Il tutto nell'intento di mettere il pubblico di fronte al fascino incoerente della città partenopea, rendendola palcoscenico di un giallo quanto di una commedia, di un intreccio dalle sfumature più disparate e contraddittorie. E la contraddizione, è doveroso ammetterlo, pare sia proprio la cifra della Bella Napule.   La web serie si compone di 11 episodi con cadenza settimanale, e vanta un cast di eccezione: Lucio Allocca de Un Posto al Sole, Emanuele Iovino, Antonio Esposito, Maurizio Capuano e tanti altri. Non sappiamo voi, ma noi corriamo a preparare il pop corn!     Canale Youtube "A-Yellow - La serie" https://www.youtube.com/channel/UCkKWQ51mLcbbxgmQzek24fAPagina Facebook "A-Yellow - La serie" https://www.facebook.com/ayellowlaserie/?fref=ts
MyTopTweet151
Gennaio 09
Questa settimana ero tutta intenta a scegliere i componenti della giuria popolare che avrei voluto a giudicare la veridicità delle notizie pubblicate dai media così come saggiamente consigliato da Beppe Grillo. Dopo aver selezionato come membri qualche ex concorrente dei reality, Daniela del pubblico di Uomini e Donne, Don Mazzi e Barbara D'Urso quale presidente a vita, ero pronta ad affrontare l'emergenza bufale! E poi mi sono ritrovata di fronte alla notizia di Scilipoti vicepresidente della Commissione scienze, tecnologia e sicurezza dell'assemblea parlamentare della Nato, nonché inserito nella Commissione che dovrà occuparsi dei rapporti con l’Ucraina. Ero triste perchè per una tale cavolata l'uso della giuria popolare di cui andavo tanto fiera non sarebbe servito, li avrei scomodati per nulla.... ma poi leggi che ti rileggi sul nuovo “finto” ruolo di Mimmo Scilipoti e quasi mi è venuto un infarto nello scoprire che era tutto vero!! Poverino, lui che si addormenta in Parlamento perchè da anni soffre di mal di testa ora dovrà fare ma che dico doppi, tripli turni in tutte queste commissioni! Lui che non ha ancora ben capito chi sia questa Ucraina e quali tipi di rapporti debba avere con lei. Mimmo tieni duro, siamo tutti con te! #Scilipoti: Alla prossima!  
L' "essere UMANO"
Gennaio 09
Abituati come siamo in Italia a notizie sulla Malasanità, ai racconti sull’indifferenza dei medici, che vengono intercettati mentre ridono in una saletta in disparte di operazioni di altri colleghi andate male, a scandali di primari oncologici che deviano pazienti da strutture pubbliche presso le proprie cliniche private, a truffe solo per ladrocinare finanziamenti statali da parte di soggetti che il Giuramento d’ Ippocrate lo hanno formulato solo il giorno in cui sono diventati dottori e poi puff, sparito come quando il vento spazza via la polvere, viene quasi naturale guardare con un certo sospetto chi indossa un camice e ha in mano le sorti della tua salute. Esistono però delle (fortunatamente non tanto rare) eccezioni che veramente hanno a cuore la salute del paziente. Medici che oltre a esercitare "la professione" sanno dare il giusto peso e valore all’ Umanità. È il caso del dottor Marco Deplano, un giovane urologo di Carbonia, un ragazzo normalissimo, di quelli che non si montano la testa, (afferma di andare a lavoro in tuta e non indossare il camice, perchè lo ingrassa) ma che riversa la propria passione e la propria empatia nel suo lavoro e che ha fatto commuovere l’Italia, senza immaginare che un semplice "sfogo", un post su fb, diventasse virale con oltre 93.400  condivisioni. Questo ragazzo è riuscito ad accostarsi con semplicità e delicatezza ai sentimenti di una donna che da tempo aveva solo il desiderio di ricongiungersi all’amore più grande della sua vita.   Di seguito il post di Marco: Oggi mi chiamano per una consulenza in un altro reparto. Una delle solite e molteplici consulenze della giornata… ordinaria amministrazione. Paziente con un tumore in fase ormai terminale con insufficienza renale da compressione degli ureteri. Arriva con il letto una paziente tra i 70 e gli 80 anni, bianca bianca, capello rosso carota con due dita di ricrescita ma smalto rosa impeccabile. Buongiorno, Signora. Buongiorno a lei, dottore. Vedo la cartella, la visito e ripeto l’ecografia.  Allora signora in questo momento i suoi reni hanno difficoltá a scaricare le urine per cui non potendo eliminare le urine per via naturale devo posizionare un tubicino, una specie di rubinetto che scavalca l’ostacolo cosi farà pipí da due tubicini nella schiena collegati a due sacchette…”.          Scusi se la interrompo…avró un’altra sacchetta anche dietro?” (aveva la colostomia) Sì signora… Silenzio assordante di un minuto che sembrava interminabile. Sorridendo mi dice: Scusi dottore, come si chiama? Deplano. No, il nome. Marco. Marco che bel nome…hai due minuti per me? Certo signora ci mancherebbe…”                                                                                                                                                    Lo sai che io sono già morta? Scusi non la seguo… non è così immediato…  Sì… sono morta 15 anni fa. Silenzio.           15 anni fa mio figlio a 33 anni e venuto a mancare…ha avuto un infarto. Io sono morta quel giorno lo sai? Mi spiace signora…                                                                                                                                                                 Io dovevo morire con lui 15 anni fa, dovevo morire 10 anni fa quando mi hanno trovato la malattia e adesso io non devo più fingere per gli altri. I figli sono sistemati, i nipoti pure… io devo tornare da lui. Che senso ha vivere qualche giorno in più con sacchette soffrendo e facendo penare i miei cari…io ho una dignità. Ti offendi se non voglio fare nulla…io sono stanca e mi affido alle mani di Dio. Dimmi la verità soffriró?                                                                                                                                               No signora… lei può fare quello che vuole… ma mettendo due… Marco ti ho detto no. La vita è mia e ho deciso cosi. Anzi fai una cosa sospendi la trasfusione che ho voglia di tornare a casa e mangiare un gelato con mio nipote. Piano piano ogni parola mi ha spogliato come quando si tolgono i petali a una rosa. Ho scordato la stanchezza, la rabbia e tutto quello che mi angoscia. Non c’erano più gli anni di studio, le migliaia di pagine studiate, le linee guida… nulla tutto inutile. Nudo e disarmato dinanzi a un candore e una consapevolezza della morte che mi hanno tramortito. Mi sono girato per scrivere la consulenza per evitare che mi vedesse gli occhi lucidi e l’infermiera si è allontanata commossa.                                                                                                                                             Non sono riuscito a controllarmi e chi mi conosce sa che non è da me…  Marco ti sei emozionato? Sì, signora, un pochino, mi scusi.                                                                                                                                                   É bello invece, mi fai sentire importante. Senti fammi un altro favore. Se vengono i miei figli e ti prendono a urla chiamami che li rimprovero per bene. Tu scrivi che io sto bene cosí…Ok? Sì, signora Marco posso chiederti una cosa? Sì, signora, dica.                                                                                                                                                                 Sei un ragazzo speciale io lo so e sei destinato a grandi cose. Me lo dai un bacio? Come quelli che i figli danno alle mamme.           Sì, signora. Pregherò per te e per mio figlio. Spero di riverderti. Anche io signora… grazie. In quel momento era la donna più bella del mondo, luminosa, decisa, mamma, nonna… in una parola amore puro. Forse é stata la volta in cui sono stato contento di fare una figura di merda. Smontato, denudato e coccolato da chi avrei dovuto aiutare e invece mi ha impartito la lezione di vita piu toccante della mia vita. La morte vista come fase finale della vita, senza ansia, paura, egoismo. Consapevolezza che anni di studio mai ti insegneranno…il mio curriculum valeva meno di zero… Anni di studio, master, corsi… Il nulla. Parlavano le anime. Tutto é relativo e io sono piccolo piccolo davanti a tanta grandezza. Tutto quello che riguarda la vita, quando la si cerca, quando la si ha o la si perde fino a quando finisce va vissuto intimamente nella massima libertà e discrezione. L’unico momento che davvero unisce chi si vuol bene cancellando litigi e negatività. Sembra paradossale ma il dolore che è un aspetto dell’amore unisce a volte più dell’amore stesso. Io credo molto nell’accompagnamento in queste fasi: a volte una parola dolce ha più beneficio di molte medicine. Comunque vada buon viaggio...                Alla fenomenalità mediatica, che ha raggiunto il suo post il dottore ha risposto così: "Sono davvero meravigliato, lusingato, sorpreso ed emozionato nel vedere come un semplice post possa scatenare tutto questo putiferio mediatico. Ho soltanto riportato uno stralcio di quotidianità. Io non sono che uno dei tanti medici che lavora con passione ogni giorno, che ogni giorno sfida oggettive difficoltà che i non addetti ai lavori spesso scambiano per mancanza di professionalità. Le risorse economiche e di personale sono quelle che sono e spesso si fanno davvero salti mortali per poter offrire un'assistenza sicura ed efficace, specie per chi come me lavora in provincia. Ci sono i pro e i contro nel lavorare in un piccolo ospedale ma per quello che mi riguarda è come se si lavorasse come se fossimo una grande famiglia allargata: si ride e scherza, si litiga, ci scappa anche un vaffanculo ma alla fine tutti insieme a fine giornata ci si prende un caffè assieme. Poi ovviamente gli incapaci e gli idioti ci sono in ogni ambiente di lavoro ma riflettete sul fatto che quello che io ho condiviso è quello che per noi è davvero quotidiana amministrazione. I 3 minuti dedicati alla signora magari sommati agli altri dedicati ad altri pazienti con il loro bagaglio di dolore potrebbero provocare ritardi nelle visite ambulatoriali o le code in P.S. Non siete tutti uguali voi pazienti e ognuno ha bisogno del tempo necessario e soprattutto noi medici siamo uomini, con i nostri limiti, tempi e personalità ma soprattutto non siamo Dio. La vita quando deve finire finisce e noi affianco a voi siamo spettatori impotenti. E io prima di essere dr. Deplano sono Marco, pregi e difetti inclusi, ho un mio trascorso, ho il mio carattere (accio) anche se i casini personali li lascio fuori dalla porta dell'ospedale... sono sempre umano... e ho tanto da imparare. Ringrazio tutti per i messaggi di ammirazione, di richiesta di conforto... ma non merito tutto questo clamore e mi sento di condividerlo con chi come me tira avanti la baracca per ftarvi stare bene. E domani è un altro giorno... GRAZIE A TUTTI."
Welcome to Trashland - Part II
Gennaio 09
Per chi non è nato negli anni '80 è difficile apprezzare il trash come quelli un pò più attemapati per un semplicissimo motivo: le nuove generazioni sono cresciute con una televisione in cui questo genere era già consolidato, mentre quella degli '80 aveva a disposizione un tipo di televisione dove la normalità (in linea di massima) era la cultura, l'italiano perfetto, una determinata eleganza e un certo rigore. Così quando il trash ha cominciato a venir fuori è stata una vera e propria novità, i giovani sono cresciuti man mano che si sviluppava e affinava, quindi i trentenni di oggi guardano con un occhio diverso rispetto a quello che può essere quello di un ventenne.   Se prendiamo in considerazione la trasmissione di Giuliano Ferrara dove Sgarbi e D'Agostino si sono presi a pizze (schiaffoni), forse i più giovani non sapranno di cosa diavolo stiamo parlando, ma quello è stato il primissimo esempio di reality-show della TV italiana. Oggi siamo abituati a Grandi Fratelli, isole, tronisti, fattorie, amici ecc. che agli occhi di chi il "Pessimo" l'ha visto nascere e diventare cult, risultano veramente inguardabili.   Di seguito una selezione di alcuni momenti pregevoli, sicuramente apprezzati da chi è cresciuto a pane e trash, selezione Anni '90.   1. https://www.youtube.com/watch?v=hkV1QF9U4D4 L'importante è avere Fede soprattutto quando spunta Paolini. 2. https://www.youtube.com/watch?v=iCAxQnoBb1c Quando il gioco si fa duro può durare in ETERNIT   3. https://www.youtube.com/watch?v=k0WtJUQeP9s in diretta da Teledisadattati, quando la pessima Gag diviene mito.     4. https://www.youtube.com/watch?v=2zCs27JFc-o Dlin - Dlon Quando lo sposino egoista dorme sempre, niente paura interviene Gennaro D'Auria.     5. https://www.youtube.com/watch?v=cmr11blemnU Quando uno è suplime è suplime c'è poco da fare   6. https://www.youtube.com/watch?v=aox0WeqO5oY I'm Richard Philipp Antony John....Se poi mi nonna viè da Trastevere...    
Quando il Cinema celebra la Fotografia - II^parte
Gennaio 07
Proseguiamo il nostro viaggio celebrativo della fotografia nel cinema (se vi siete persi la prima parte dell'articolo, la trovate qui) con i film del ventennio '70-'90. “Eyes of Laura Mars”, in Italia “Gli Occhi di Laura Mars”, è un film del 1978. Si tratta del primo lavoro di John Carpenter, interpretato da Faye Dunaway e da un giovanissimo Tommy Lee Jones. La storia riguarda Laura Mars, una fotografa di moda, con una predilezione per la provocazione, sulla quale si sviluppa tutto il suo lavoro. Laura è anche tormentata da visioni medianiche, di top model e suoi stretti collaboratori. Questo particolare porta il detective John Neville ad interessarsi della questione, e a lungo andare, affascinato dalla donna, se ne innamora. “The Christine Jorgensen Story”, tradotto in italia con il titolo “Il primo uomo diventato donna”, è una pellicola del 1970 tratta da una storia vera. George Jorgensen Jr. fu un vero e proprio caso mediatico nell’America degli anni '50, poichè fu uno dei primi esempi noti al mondo di un cambio di sesso. Dopo la transizione scelse il nome Christine, in omaggio al dottore che eseguì l’operazione e fu molto attiva nella lotta alla discriminazione di genere. Era molto intelligente e ironica, informò i propri genitori del cambio di sesso con una lettera che recitava: “La Natura ha fatto un errore, che io ho corretto, ed ora sono vostra figlia". Non male per un ex soldato no? “Un anno vissuto pericolosamente”, titolo originale “Tahun Vivere Pericoloso” del 1982, è la storia di Guy Hamilton, un giornalista che arrivato a Giacarta per il primo lavoro da inviato estero, scopre che il collega di cui deve prendere il posto è partito senza lasciargli nessun tipo di documentazione o contatto con cui poter lavorare. In un'atmosfera tesa come quella indonesiana degli anni '60, Guy incontra un fotografo, Bill, che lo accompagnerà e lo aiuterà a farà da tramite nelle varie situazioni, anche quelle più pericolose. Bill fa conoscere al giornalista anche Jill, un'assistente militare, con la quale intreccia un rapporto amoroso. Questo film ha ricevuto eccellenti riconoscimenti quali: il Premio Oscar (1984), il National Board of Review Awards (1983) e il Kansas City Film Critics Circle Awards (1984), tutti per la Migliore Attrice Non Protagonista (Linda Hunt). “Public Eye”, in Italia “Occhio Indiscreto”, per la regia di Howard Franklin, è un film del 1992. Il protagonista, Leon Bernstein detto Bernzi, è il miglior freelance degli anni '40, fotografa soprattutto gangster e scene del crimine e cerca in qualunque modo di vendere agli editori, ma senza successo, un album di istantanee. Una sera incontra una vedova, che tra i vari beni ereditati dal marito si ritrova un club ma anche mille avvoltoi sedicenti soci del defunto marito. Leon promette di aiutare la vedova a risolvere il problema e si ritrova ingarbugliato in una situazione più grande di lui. “Pecker”, pellicola del 1998 di John Waters, parla delle avventure di un ragazzo di Baltimora incastrato in un lavoro che non ama, con una grandissima passione per la fotografia ma con ben poca tecnica. I suoi soggetti preferiti sono i familiari, gli amici, la ragazza. Le foto di Pecker sono tutto meno che buone ma Rorey Wheeler, un gallerista di New York, le espone definendole grandi opere; ecco così che i collezionisti  si affannano per acquistare uno o più pezzi di tali sublimi esempi d’arte. Nel film c’è un particolare interessante, la fotografa Cindy Sherman partecipa al film interpretando se stessa.  
Ora et labora, che nel frattempo aspettiamo il miracolo!
Gennaio 07
Papa Francesco, dopo la celebrazione del Te Deum del 31 Dicembre, ha continuato la sua preghiera rivolgendosi ai giovani e asserendo che il mondo è in debito con loro: la società li obbliga a migrare per sfuggire a lavori precari, quando loro diritto sarebbe restare in patria, poiché è nella loro terra che devono realizzarsi. Se si riflette, le parole preghiera e precariato hanno la stessa radice etimologica, prex, e per assurdo non solo condividono la stessa radice, ma hanno anche un rapporto di subordine, poiché oggi bisogna pregare per cercare un lavoro, pregare per tenerselo stretto e pregare perché sia stabile. Con un po' di ironia ricordiamo che a Napoli il lavoro precario si chiama “a' fatica”, a differenza del lavoro stabile, chiamato “o'posto”, perché bisogna pregare e “faticare” e per averlo! Ritornando ad essere seri, rileviamo che anche Mattarella nel suo discorso di fine anno ha sottolineato che la priorità per il popolo italiano è il lavoro; purtroppo sia lui che Napolitano non hanno battuto ciglio nel ratificare il Jobs Act e i suoi decreti attuativi che, grazie anche al fenomeno dei voucher, hanno aumentato maggiormente le insicurezze lavorative. Eppure la nostra Costituzione si apre proprio con il principio lavorista (L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro [art.1]) e sempre nella Carta, agli articoli 36 e 41, viene sancito per il lavoratore il diritto ad ottenere una paga dignitosa per sé e per la sua famiglia e che l'attività economica, pur essendo libera, non deve essere in contrasto con l'utilità sociale. Riportiamo qui fedelmente i primi commi degli articoli sopraccitati: Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa (36); L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana (41). Chi ha amministrato fino ad ora la res pubblica, convinto che la flessibilità lavorativa giovasse all'economia, non ha tenuto conto dei contraccolpi sulla popolazione-persone e non numeri-che si vede lentamente privata di una continuità lavorativa in favore di lavori temporanei; temporaneità lavorativa estranea ai nostri amministratori poiché il loro scranno è quasi mai vacillante o…precario. Con il Jobs Act, in un primo momento, gli sgravi fiscali, validi solo per il 2016, hanno incentivato le assunzioni. Nei primi otto mesi dell'anno, c'è stato un rallentamento dei contratti a tempo indeterminato pari -32,9%,  mentre per quelli a tempo determinato c'è stato un aumento rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente pari al 2,5%, aumentati infine del 28% i licenziamenti disciplinari. Ma le insicurezze dei lavoratori, si badi bene, sono antecedenti al Jobs Act; non sono generate solo dalle riforme volute da Poletti né da quelle volute dagli ex ministri Treu e Maroni, ma sono generate dagli antichi mantra del mercato: «Ce lo chiede l'Europa» a cui ha aderito, convinta che non vi fossero altre alternative, la nostra classe politica, che ha favorito indirettamente quelle élites che vogliono un mondo ipercompetitivo, dove gli uni sono contro gli altri. Proprio questo sta accadendo ai circa 1600 lavoratori di Almaviva che si sono visti privare del loro posto di lavoro, in favore di nuove assunzioni in Romania. Si erano opposti ai diktat aziendali che volevano più produttività ad un minore costo; già vessati da contratti part-time e salari bassi avrebbero dovuto rinunciare a quei diritti rimanenti in cambio di ulteriori sacrifici, sacrifici imposti da chi ha già delocalizzato creando un clima d'odio tra i lavoratori che sono ridotti a condizioni sempre più servili. E non è finita qui. Con la sentenza n. 25201 della Corte Costituzionale del 7 dicembre 2016, si sancisce il diritto al licenziamento del personale anche quando un'azienda è in ottima salute. Infatti, in base ad una nuova interpretazione dell'articolo 3 della legge 604/1966 e del primo comma dell'articolo 41 della Costituzione, un imprenditore è libero di organizzare e di regolare il funzionamento della sua attività come meglio crede, quindi è libero di licenziare quei lavoratori che non producono più benefici economici per l’azienda. A due anni dall’approvazione del Jobs Act, che attribuisce un enorme potere decisionale ai datori di lavoro, il licenziamento, per giustificato motivo oggettivo, potrebbe essere considerato una delle opzioni di libertà dell’imprenditore. Al giudice potrebbe toccare solo il ruolo di verifica delle ragioni del licenziamento! Dove sono finiti i diritti sociali conquistati dai lavoratori? Poco alla volta ce li stanno togliendo tutti in nome di un “progresso” che permette al potere padronale di massacrare la classe dei lavoratori. Concludiamo con una nota amara: il governo Gentiloni ha dichiarato pubblicamente di voler continuare il programma del governo precedente. Questa classe politica non ha recepito l'urlo di dolore di quei giovani, specialmente di quelli del Sud, che ne hanno bocciato, con un sonoro NO (vedi Referendum Costituzionale) l'operato. Ma non c'è peggior sordo di chi non vuole sentire; infatti in pochissimo tempo sono stati utilizzati svariati miliardi per salvare il MPS. Una scelta politica ovviamente, ma guarda caso i soldi non ci sono mai per vere politiche ridistribuite.
Welcome to Trashland!
Gennaio 07
Per chi non è nato negli anni '80 è difficile apprezzare il trash come quelli un pò più attemapati per un semplicissimo motivo: le nuove generazioni sono cresciute con una televisione in cui questo genere era già consolidato, mentre quella degli '80 aveva a disposizione un tipo di televisione dove la normalità (in linea di massima) era la cultura, l'italiano perfetto, una determinata eleganza e un certo rigore. Così quando il trash ha cominciato a venir fuori è stata una vera e propria novità, i giovani sono cresciuti man mano che si sviluppava e affinava, quindi i trentenni di oggi guardano con un occhio diverso rispetto a quello che può essere quello di un ventenne. Se prendiamo in considerazione la trasmissione di Giuliano Ferrara dove Sgarbi e D'Agostino si sono presi a pizze (schiaffoni), forse i più giovani non sapranno di cosa diavolo stiamo parlando, ma quello è stato il primissimo esempio di reality-show della TV italiana. Oggi siamo abituati a Grandi Fratelli, isole, tronisti, fattorie, amici ecc. che agli occhi di chi il "Pessimo" l'ha visto nascere e diventare cult, risultano veramente inguardabili. Di seguito una selezione di alcuni momenti pregevoli, sicuramente apprezzati da chi è cresciuto a pane e trash.   1- https://www.youtube.com/watch?v=0fFYpzDGdsQ I ragionamenti in slowmotion di un Vascofattissimo da Mike Bongiorno.   2- https://www.youtube.com/watch?v=_AugSSlrBIc Maledizione in diretta a te e a tutti tuoi amici, in via Albalonga n° 8 interno 15 .   3- https://www.youtube.com/watch?v=ZU9HlUnyHhs Oddioooooooooo Cirooooooooooo   4- https://www.youtube.com/watch?v=egXchq9QB-Q&list=PL7GcnUxJAU73mhwIeYxGu0hLABNanYZar&index=3 E poi dicono che in Italia la Giustizia non funziona...   5- https://www.youtube.com/watch?v=SlV9jaDBTck La prima lite Vegan della storia della tv     6- https://www.youtube.com/watch?v=nSzM3-VqWdo Sgarbi e d'Agostino: l'elemosina di uno scambio culturale di altissimo livello... ovvero la struttura fisica del Leccaculo.
Quando il Cinema celebra la Fotografia - I^ parte
Gennaio 06
La fotografia nel cinema è l’aspetto fondamentale, oltre alla recitazione, per garantire la buona riuscita di un film. Molti sono gli esempi di pellicole sorprendenti con luoghi e immagini che restano, anche dopo decenni, scolpiti nella mente. Ovviamente un esito positivo è garantito se a curare le inquadrature, oltre al regista, c’è un gran direttore della fotografia, quello che curerà magistralmente ogni aspetto, dall’ angolazione alla luce, all’ oggettività visiva della scena, le sensazioni che susciteranno le immagini, quelle sì, sarano soggettive. Nel corso della storia, sono moltissimi i film che, oltre ad aver “dietro” eccellenti direttori della fotografia, sono ispirati alla fotografia stessa.   Di seguito il primo excursus tra i film degli anni '20-'60.   Il più datato esempio di film sulla fotografia risale al 1928 ed è “The Cameraman” di Edward Sedgwick, conosciuto in Italia come “Io... e la scimmia” con Buster Keaton. Un film muto che è stato inserito dal “National Film Registry” per la conservazione. Primo film di Keaton con la Metro Goldwin Mayer, vede il protagonista decidere di diventare cameraman per impressionare una ragazza che ahimè, preferisce un altro. Nel 1933 uscì “Picture Snatcher”, in Italia “Dinamite doppia” di Lloyd Bacon,  prodotto da Warner Bros. Narra delle vicende di un ragazzo che, uscito di prigione e deciso a vivere una vita onesta, viene impiegato come fotografo da un giornale, finendo per innamorarsi della figlia del tenente di polizia. Ovviamente la storia d’amore va a finire male quando il nostro eroe, pur di avere il suo scoop, fotografa un condannato a morte e la ragazza, scioccata, lo molla. “No Time for Love", in Italia “Non c’è tempo per l’amore”, è un film del 1943, che però venne distribuito nel nostro Paese solo 5 anni dopo. Un dvd della pellicola è disponibile solo dal 2009. I protagonisti sono una giornalista e l'uomo che viene da lei fotografato sulle rive del fiume Hudson perdendo a causa sua il lavoro. Il senso di colpa porta la prima ad assumere il secondo, ma le cose non vanno come da programma.    “Funny Face”, o come era conosciuto da noi in Italia “Cenerentola a Parigi”, è un film musicale del 1957 per la regia di Stanley Donen. Pur avendo ricevuto 4 nomination agli Oscar, il film non ha primeggiato in nessuna categoria. Però nel 1957 è stato inserito nella lista del National Board of Review of Motion Pictures come una delle migliori pellicole di quell'anno. Il film racconta le vicende che portano Jo Stockton (Audrey Hepburn), semplice bibliotecaria, a diventare icona della moda, per mano di Dick Avery (Fred Astaire).   Intramontabile, La Dolce Vita di Federico Fellini, che vede come protagonisti Marcello Mastroianni e la splendida Anita Heckberg, è un film che non ha bisogno di presentazioni. Si sviluppa in 7 vicende e vede Marcello, fotoreporter disincantato dalla vita, spendere i propri giorni in servizi scandalistici, fin quando incontra una meravigliosa bionda che finisce per fare il bagno nella Fontana di Trevi. Questa è quella che viene ricordata come l’immagine più poetica e potente di tutto il film.   
Al San Carlo Lo Schiaccianoci di Charles Jude
Gennaio 06
Al San Carlo si rinnova l'ormai tradizionale appuntamento natalizio con lo Schiaccianoci, stavolta rinnovato sia nelle scene che nella coreografia, rispettivamente firmate da Nicola Rubertelli e Charles Jude. In un primo momento sembrerebbe incerto il risultato di tale innovazione, che non consiste solo in un cambio d'allestimento (quello storico e sempre applauditissimo del San Carlo è andato in scena al Massimo di Palermo) bensì in una contorta rivisitazione degli elementi fondanti del balletto partendo dal mondo certamente fantastico ma sottilmente psicologico di Hoffmann, valore aggiunto e fondamentale nell'investigazione drammaturgica, ben più asprigna di quella candida e fatata di Dumas. Jude parte da una concezione coreografica si direbbe D'ensemble, generalizzando cioè lo studio dettagliato e narrativo che Petipa, e poi Ivanov avevano condotto nel loro lavoro coreografico. Prevale l'insieme sul dettaglio, il contesto scenico sul singolo protagonista, rendendo ogni tentativo di immedesimazione o di semplice affezione ai personaggi una sterile beffa. Il tutto è calato, nel primo atto particolarmente, in un malinconico ambiente popolato da simil-cocotte e uomini in smoking, tra cui s'insinua un'accennata dissoluzione, un sentimento di decadenza dei costumi che invade la scena volgare, tutt'altro rispetto all'idillio che Cajkovskij descrive nelle prime pagine della sua musica meravigliosa, che il sapiente David Coleman patina, suo malgrado, di una staticità inespressiva, impassibile, adatta all'atmosfera incolore del primo Atto. La scintilla che ci risveglia dal sonno dogmatico (la convinzione cioè che quello in scena non fosse in effetti lo Schiaccianoci) arriva con il bel Cosacco del sempre brillante Carlo De Martino, generoso e pulito nei virtuosismi, assieme all'arlecchino del bravo Michele Postiglione ed alla colombina di Sara Sancamillo, che affiancano alla partitura dolcemente narrativa una danza vorticosa e turbolenta, si direbbe coerente all'atmosfera poco reazionaria che caratterizza l'idea di Jude, e che permea questo Schiaccianoci di momentanee impressioni d'angoscia, di un fastidio profondo e nascosto che accenna, almeno per il momento, al fallimento dell'esperimento. Siamo certamente fuori dal sogno idillico e favolesco, ce lo dimostra una scarsa attenzione nello studio coreografico nelle scene solitamente più amate, e che permeano di fantasticheria il balletto: la scena della battaglia tra topi e soldati è scialba e senza alcun valore scenico, priva di mordente e di qualsiasi inventiva accattivante, qualsiasi cosa che darebbe per riuscita questa nuova proposta. Stessa cosa per la paradigmatica tempesta di neve, teoricamente simulata dal corpo di ballo del San Carlo, che in pratica mette in scena-con buona tecnica certamente- una serie indefinita di citazioni, tra Giselle e Lago, che più che meravigliare per la propria bellezza lascia perplessi. Il tutto incorniciato da una calotta polare che ricorda vagamente il mondo fantastico di “Frozen”, e che strappa qualche applauso ai più piccoli presenti in sala. Anna Chiara Amirante-Marie- e Alessandro Staiano-lo Schiaccianoci- soddisfano ancora la predilizione del pubblico del San Carlo, dimostrando di saper gestire con ricerca tecnica e intelligenza drammaturgica i ruoli interpretati. Molto applaudito il maestoso pas de deux, in cui Staiano brilla per i bei grand jetes oltre che per i puliti tour en l'air. Stupiscono sempre la sua grande sicurezza ed il suo bel carisma artistico, non così vivi nella personalità artistica di Anna Chiara Amirante, che manca di una globale morbidezza di linee a cui sopperisce tuttavia un fascino scenico incantevole ed una tecnica solida e funzionale. Nella seconda parte del balletto è semplice mettere a fuoco il fil rouge che spiega in soldoni il criterio di molte scelte, cioè quella predilizione, già in precedenza ipotizzata, per una coreografia scenica, scarna di elementi narrativi e lontana dal linguaggio musica/gesto rincorsi e ottenuti attraverso l'intuizione, si direbbe polemica, del critico La Roche, il primo a denunciare la decadente finalità estetica del balletto russo di fine ottocento. I divertissements sono così dei quadretti grotteschi (nonostante le buone intenzioni del coreografo che giura di voler ottenere l'effetto contrario), ricchi di cadenze e rifiniture in alcuni casi kitsch, vedi il cammello della danza araba, che si contende al pari di una superstar il palcoscenico con Luisa Ieluzzi e Ertrugel Gjoni, seducenti e meravigliosi danzatori. Bene la danza Cinese, affidata a Sara Sancamillo e a Francesco Lorusso, analogamente ad una smagliante danza Russa, affidata a Carlo De Martino, Danilo Notaro e Danilo di Leo. Soddisfacente la danza pastorale dal sapore barocco, sebbene i tre protagonisti, Vincenza Milazzo, Martina Affaticato e Salvatore Manzo non cesellino con dettagliata cura i movimenti di braccia e, nel caso femminile, di basso gamba. A coronare il tutto c'è un valzer dei fiori che, a dimostrazione di quanto detto prima-e pur forte dei bei costumi di Giusi Giustino-ricorda vagamente la chiusura sflgorante e in grande stile di un musical d'altri tempi. Applausi per tutti al termine da parte di una sala gremita.    
"Sherlock" - Lo sconvolgente ritorno
Gennaio 06
L'abbiamo aspettata per due lunghissimi anni – soprattutto il 2016, che ci ha tirato parecchi colpi bassi! – ma finalmente la nuova puntata di Sherlock è qui! E anche noi in Italia siamo riusciti a vederla in contemporanea agli amici britannici grazie a Netflix – God save Netflix!Prima di venire al sodo, è mio dovere informarvi che ciò che segue potrebbe essere (ma sicuramente lo sarà) pieno zeppo di SPOILER. Lettore avvisato, mezzo salvato.   Di che parla questo nuovo episodio? Beh, a differenza dei primissimi episodi, il caso investigativo di turno ha una importanza marginale, serve solo come punto di partenza per le vicende – credo si possa dire – del tutto personali che riguardano i protagonisti. La morte di un ragazzo avvenuta in circostanze misteriose, ma velocemente svelate da Sherlock (Benedict Cumberbatch), porta quest'ultimo a scoprire, in realtà, un giro di rapine a danno di proprietari di busti di Margaret Thatcher. Sherlock è ossessionato dal ritorno (non certo, sia chiaro) di Moriarty (Andrew Scott) e crede che tali furti siano opera sua. Si getta a capofitto nella risoluzione di quanti più casi può, fino a quando non riesce a beccare il ladro di Thatchers. Da lui scoprirà di essere completamente fuori strada ed è allora che l'episodio si rivela essere incentrato sul passato burrascoso di Mary (Amanda Abbington). Una missione finita male e un complotto interno all'MI6 sono al centro della puntata.     Una puntata che ruota intorno ai sentimenti dei tre protagonisti, al loro stretto legame, ma che mette in mostra i loro difetti. Mary e uno dei suoi conti in sospeso, Watson (Martin Freeman) che quasi inizia una relazione extraconiugale dopo la nascita della figlia, ma soprattutto Sherlock, che ci appare più umano che mai, così sentimentale e così ossessionato da Moriarty da perdere la sua proverbiale lucidità. Sarà questo l'errore più grave del detective e lo pagherà a caro prezzo: [SUPER SPOILER ALERT] Mary finirà col morire. Watson allontanerà l'amico e collega. Sherlock si ritrova solo, accompagnato solo dai sensi di colpa.     Un episodio sconvolgente, più che brillante. L'obiettivo degli autori sembra essere proprio quello di sconcertare. D'altronde, dopo due anni di assenza, le aspettative del pubblico erano molto alte ed era necessario stupire con un pesante colpo di scena. Più sorprendente di così, si muore. Nessuno si aspettava una cosa del genere. La morte di Mary, tuttavia, ha un senso e ce lo spiega proprio uno degli autori, Steven Moffat:«Sherlock Holmes è la storia di Sherlock e del Dottor Watson, e si ritornerà sempre a quella situazione – sempre, sempre e sempre. Si sono divertiti nell'essere un trio ma non funziona a lungo termine. Mary era da sempre destinata ad andarsene e noi saremmo sempre ritornati ai due protagonisti.»   Ci rimane ora da capire come andranno avanti le cose, visto che il rapporto tra Sherlock e Watson sembra essersi rotto per sempre. Vorreste essere amici o lavorare insieme a chi è – o ritenete che sia – responsabile della morte di vostra moglie? Non credo proprio.Molto furba è stata la mossa di creare una tale situazione nel primo episodio. È evidente che alla fine della stagione, la spaccatura tra i due protagonisti si ricomporrà, almeno in parte. La speranza è l'ultima a morire, si sa, ma prepariamoci al peggio. Il sopracitato Moffat ha infatti affermato che il prossimo episodio, il secondo, sarà il più dark che abbia mai scritto. Gente tremate, le stre....Sherlock è tornato!   P.S. A inizio episodio, quando ci hanno ricordato cosa era accaduto nelle puntate precedenti – gentilmente, dato che dopo due anni era difficile ricordare i dettagli – si è di nuovo fatto riferimento al terzo fratello. Solo io sto morendo dalla voglia di saperne di più?P.P.S. E c'è qualcun altro che, nel profondo, spera che sia Tom Hiddleston? So che è impossibile ma...al cuor non si comanda.
"The Last of Us Part II": il lato oscuro di Ellie
Gennaio 05
È di circa un mese fa, ovvero del 3 dicembre 2016 la notizia di un sequel del videogioco horror-survivor più bello di sempre: a distanza di 4 anni dall'uscita di The Last of Us in Giappone nel lontano giugno 2013, è stato reso noto l'avvenimento che tutti i gamer aspettavano. All'evento Sony PlayStation Experience 2016 è stata annunciata da parte di Naughty Dog la tanto attesa uscita di The Last of Us Part II. Probabilmente il titolo più venduto al mondo, il videogioco per piattaforma PS4, che anche stavolta vedrà i protagonisti nei panni di Joel ed Ellie, uscirà probabilmente nel 2018. Ma attenzione, non si tratta del capitolo 2 ma del completamento della prima storia. Probabilmente la scelta di inserire " PART II " nel titolo presagisce l'idea che si voglia brandizzare o crearne almeno una trilogia. Nel link il Teaser Trailer Ufficiale del gioco: https://www.youtube.com/watch?v=XlGhXNLN7G8 Nei 4 minuti di presentazione, il video si apre con una ripresa del bosco, sottofondo: silenzio assoluto. Già così nella prima manciata di secondi lo scenario è abbastanza inquietante. Macchine arrugginite, case abbandonate e un segnale stradale col simbolo delle luci, l'ansia cresce, ci si aspetta l'arrivo di un clicker da un momento all'altro. Dal bosco si passa al dettaglio di una mano tremolante e insanguinata, ma chi è appassionato di The Last of Us quella mano la riconosce subito. Ci si aspetterebbe un attacco, una scena di guerriglia, e invece la nostra Ellie accorda una chitarra e comincia a intonare una canzone. Dettaglio su un'altra mano insanguinata, (un po' più morta stavolta) ed ecco che camminando su un pavimento rosso e lucido, (no non è marmo) ... arriva impugnando una pistola lui, il re del nuovo mondo: Joel. Dopo aver dato una rapida occhiata in giro, e aver constatato che Ellie si è difesa molto bene le chiede: «What are you doing, kiddo? You think they gonna go throught this?» – Ellie risponde: «I'm gonna find and I'm gonna kill. Every. Less. One of them». Pochissime parole tra i due, che però fanno percepire la nuova natura della ragazza. Non è più l'adolescente spaventata e "dipendente" da Joel, è piuttosto una giovane donna (19enne ormai ) consapevole della propria condizione e che lotta con le unghie e i denti. Sembra quasi non aver più bisogno del suo salvatore, diventato ormai una figura paterna (almeno per come la vede lui), vuoi la condivisione delle esperienze, vuoi la lotta alla sopravvivenza, la fuga o più semplicemente i sensi di colpa; il distacco lo si percepisce chiaramente dallo sguardo cinico e gelido che Ellie gli rivolge durante il dialogo. Tutto ciò ci fa intendere che in Part II, la vera indiscussa protagonista sarà lei. La nuova avventura di The Last of Us è ambientata 5 anni dopo la fuga dal Laboratorio delle Luci. Il creative director Neil Druckmann ha precisato che sarà presente un elemento caratterizzante nella narrazione ovvero : L' ODIO, a differenza del primo gioco dove era l'amore che si sviluppava e cresceva tra i due protagonisti, portando Joel a decidere di diventare il padre di quella piccola ragazzina spaventata. Inutile parlare della grafica che è a dir poco eccelsa, il gioco girerà sullo stesso motore grafico del primo capitolo ideato da Naughty Dog opportunamente aggiornato, e, come anticipa Shaun Escayg:«Il gioco vanta l'introduzione di diversi miglioramenti tecnologici, ed è straordinario.» Dopo aver visto il trailer, non c'è molto altro da dire, però se l'attesa è troppo snervante, sappiate che esiste una web serie ispirata a The Last of us, dal titolo What Remains ed è ambientata circa dieci anni prima del videogioco, così, mentre aspettiamo...
Pino Daniele: un ricordo a due anni dalla scomparsa
Gennaio 04
Il 4 Gennaio 2015 ci lasciò improvvisamente Pino Daniele, il grande artista che è stato in grado di rivelarci attraverso le sue canzoni la vera Napoli e spogliandola dai vecchi stereotipi, pizza e mandolino, l'ha cantata nella sua autenticità, come mai nessuno prima aveva osato. Napule è nu sole amaro…Napule è na carta sporca e nisciuno se ne importa: una Napoli rassegnata che attende un deus ex machina che risolva i problemi. In Terra mia c'erano i prodromi di una nuova canzone napoletana, ma anche la denuncia sociale di una generazione che non accettava compromessi e che solo nella musica riusciva ad esprimere il proprio malessere; una musica in cui Apocundria e Alleria sono sempre presenti e così, come nel blues, le sue canzoni fanno gioire e fanno piangere, portano alla luce un sentimento di mal celata rabbia per una Napoli che non riusciva a non piangersi addosso, ma nello stesso tempo, nelle sue canzoni, è evidente l'amore che Pino nutriva per la sua terra. Purtroppo il riscatto sociale della nostra città, auspicato dal cantante, è ancora lontano; ci sono "focolai di legalità", tante associazioni di volontariato, ma forse manca ancora la salda volontà di combattere per i propri diritti. Il Pino Daniele degli inizi dovette combattere contro un sistema musicale imbalsamato nella sua tradizione melodica e infatti fu osteggiato inizialmente anche da quegli intellettuali che lo vedevano come un guastatore, un contestatore zazzeruto che voleva stravolgere anche il rito della tazzulella'e cafe  ergendosi a nuovo Masaniello della canzone napoletana. Così fu proprio lui a dare voce alla Napoli dei bassi esaltando lo slang napoletano, nel frattempo, nelle canzoni, diventato sciatto e trasandato, con l'aggiunta del sound proveniente da oltre oceano: alla canzone napoletana aggiunse ritmo blues e funky, fu fortemente influenzato dalla musica di Louis Armstrong e da quella di George Benson, riuscendo a creare uno stile tutto suo, denominato tarrumbò, miscellanea delle varie influenze musicali acquisite, mentre dagli anni '90 in poi iniziò a contaminare la sua musica con un sound più mediterraneo.  Cominciò a suonare la chitarra da autodidatta ed esordì nel gruppetto dei New Jet, successivamente fondò il complesso Batracomiomachia in cui suonava Enzo Avitabile; più tardi, nel 1976, entrò a far parte dei Napoli Centrale e in questa band conobbe James Senese che incise notevolmente sul suo percorso artistico. Nel 1980, ormai artista di primo livello, suonò a San Siro le note di apertura del concerto di Bob Marley, ma il suo primo grande concerto, restato memorabile, si tenne il 19 Settembre 1981 in Piazza del Plebiscito a Napoli, dove, accompagnato sul palco da Tullio De Piscopo, Joe Amoruso, Rino Zurzolo, Tony Esposito, James Senese, venne applaudito da duecentomila persone. La sua musica fu riconosciuta anche a livello internazionale, e infatti suonò con artisti di fama mondiale, tra cui Pat Methney, Phil Collins, Philip Mazarena ed Eric Clapton e il suo talento di musicista risalta anche nell'arrangiamento del disco Common Ground di Ritchie Havens. Dopo la morte del suo amico Massimo Troisi, Pino Daniele ripeteva di far finta di non sentirlo più, non perché fosse morto, ma perché stava appiccicato. In questo modo il dolore era più contenuto. Anche noi, per affievolire il dolore, siamo appiccicati con te, ma la tua musica l'ascoltiamo sempre! Proprio come abbiamo fatto oggi, nel secondo anniversario della tua morte, per le strade, nei bar, in metropolitana aspettando un treno, canticchiando malinconicamente con le labbra o semplicemente col cuore le tue canzoni più famose, convinti ancora una volta dell'unicità della tua musica e del valore immenso che ha per noi napoletani. 
MyTopTweet150
Dicembre 31
Immaginate di essere dei bambini, immaginate che avete rotto tutto l’anno le scatole ai vostri genitori per andare al concerto di Frozen il 29 Dicembre all'Auditorium Parco della Musica di Roma. E poi finalmente ci siete riusciti…eccola Elsa che fugge via perché si è rotta le palle di tutto e tutti seguita a ruota da Anna, la sorellina impicciona, che a forza la riporterà nel loro regno alla cui guida ha lasciato uno conosciuto da 5 minuti su Tinder e per fare questo si farà aiutare da un ragazzo molto sveglio che ha per migliore amico una renna  e  fa un mestiere molto redditizio: il venditore di ghiaccio in Norvegia! E voi siete lì che cantate a squarciagola tutte le canzoni e sul finale vi scende anche la lacrimuccia perché tutto è bene quel che finisce bene ma non avete fatto i conti con il direttore d’orchestra del concerto, che invece di sfogare le sue frustrazioni per i tagli alla cultura con chi di dovere pensa bene di lasciarvi andare a casa con un poeticissimo “Babbo Natale non esiste!” e via con anni di terapia!! Capite bene che una storia così fantastica non poteva non essere protagonista di una classifica di #MyTopTweet, sperando che il nuovo anno sia pieno di eventi del genere, altrimenti poi io di cosa parlo!! #BabboNataleNonEsiste:    
L'importanza di vivere il presente.
Dicembre 31
Anche questo Natale è passato. Come spesso avviene, superato il 25 dicembre, il grosso calderone delle emozioni viene finalmente riposto nel cassetto. Basta pensare agli altri, ai regali ed al consumismo sfrenato. Stop, ora è il momento di orientarci verso l’anno che verrà. Magicamente si volta pagina, i social vengono inondati di pensieri filosofici scopiazzati da un libro ingiallito sullo scaffale, ed ecco che in un batter di palpebre, nuove correnti di pensiero iniziano a prendere corpo. Il web, le serate tra amici e le telefonate, diventano teatro dello scontro titanico tra “disfattisti” e “sognatori”. I primi, sono catalogabili con quel genere di persone avvezze alle lamentele. Sono gli irriducibili distruttori dell’anno che sta per finire, sono i portatori sani di pessimismo cosmico sul futuro prossimo e remoto. Identificarli è facile, il loro esordio in una conversazione tipo sarà: “il 2016 è stato un anno di m….” per poi continuare con: “questo 2017 lo vedo nero…mamma mia il 17 porta sfortuna…”. Passiamo ora alla seconda categoria. I “sognatori” sono delle efficientissime macchine del tempo. Sono qui ed ora, ma con la testa già rivolta al 2030. Pronti a fare promesse da marinaio, si trasformano in dispensatori di progetti irrealizzabili. Diffidate dai disfattisti e dai sognatori. Pensare al passato ricordano solo gli eventi negativi è da perdenti. In un anno avvengono milioni di cose che fanno comunque parte di noi e della vita che ci circonda. Focalizzarsi solo su ciò che c’è di negativo fa perdere di vista il bello e la grandezza di ciò che ci  circonda. Dagli errori e dalle disgrazie si deve imparare, solo in questo modo smetteremo di essere spettatori degli eventi. Altrettanto pericoloso è sognare volgendo il proprio sguardo unicamente verso il futuro. Il futuro non esiste. Non fraintendetemi, bisogna programmare il lavoro ed alcuni aspetti della vita. Essere previdenti è una virtù, ma progettare il domani dimenticando l’oggi ci rende inconcludenti. L’augurio che faccio ai nostri lettori è quello di essere ben centrati sul presente. Bisogna far tesoro di ciò che ci ha insegnato l’anno che sta per concludersi, tuttavia per avere un 2017 migliore non basta sperare, bensì bisogna agire. Auguro a tutti di fare oggi qualcosa di buono e concreto. Solo agendo sul presente si può in un certo senso valorizzare il passato ed interferire sul domani. 
Il meglio e il peggio del 2016 Nerd (e non solo!)
Dicembre 31
E anche il 2016 va via... Fate tranquillamente finta che qui ci sia un paragrafo sul tempo che passa e la caducità della vita umana, con un accenno di speranza ad un 2017 leggermente migliore...   Fatto?   Perfetto, ora passiamo all'articolo vero e proprio, il cui titolo non richiede grossi cappelli introduttivi.   Voto 10 a... Westworld: cioè la miglior serie dell'anno a mani basse: storia, regia, colonna sonora, ambientazioni e interpreti assolutamente perfetti per un prodotto praticamente privo di difetti. La speranza è quella di ripetersi con la seconda stagione nel 2018. Esatto, nel 2017 non rivedremo Dolores e gli altri perché la produzione ha deciso di dedicare il giusto tempo alla realizzazione dei prossimi episodi, una scelta che mette al primo posto la qualità e non il desiderio immediato di vendere. Un po' come dire meglio la gallina domani.   Voto 9 a... The Young Pope: altra meraviglia dello scorso autunno. Al di là di quelli che possono essere i gusti personali, la serie di Sorrentino meriterebbe tranquillamente lo stesso posizionamento di Westworld, tuttavia, essendo pienamente consapevole della sua bellezza tende a specchiarvicisi un po' troppo. Il che non è un male, solo che forse si poteva descrivere meglio il cambiamento di Lenny, che – volendo a tutti i costi cercare il pelo nell'uovo – magari è stato un po' frettoloso. L'altra buona notizia è che anche per le serie TV, dopo Romanzo Criminale e Gomorra l'Italia s'è desta.   Voto 8 a... The Walking Dead: ATTENZIONE! Non parlo della serie, ma del fumetto, più precisamente dell'edizione Saldapress divenuta proprio all'inizio di quest'anno bimestrale. Senza troppi SPOILER, dopo il lungo arco narrativo di Negan la storia ha subito un notevole cambiamento, che all'inizio poteva anche lasciare disorientati, ma è dopo averci mostrato l'evoluzione del mondo, che Kirkman ci presenta una nuova, subdola minaccia. A differenza della TV, la carta sembra non sentire il peso degli anni.     Voto 7 a... The Year of the Kraken: E in senso lato, all'evoluzione presa da Hearthstone per movimentare il tutto. Tra nuove espansioni e avventure in solitaria abbiamo avuto una montagna di nuove carte che hanno creato nuove meccaniche e diversificato il gioco. La Modalità Standard è in continuo divenire, mentre la Wild è... davvero wild! Che altro aggiungere se non Taz'dingo!     Voto 6 a... Pokémon Go: Perché partito tra tanto hype e tante aspettative si è rivelato incredibilmente ripetitivo, e col discorso dei Bot, ha ulteriormente perso interesse. Il voto sufficiente è di fiducia, perché è lecito aspettarsi qualcosa che lo movimenti e sconvolga nel 2017. Gotta bore 'em all!   Voto 5 a... La Serie A: Perché, parlando di noia, è diventato il Campionato più scontato del mondo, con la Juventus che vince – e vincerà – senza grossi sforzi. L'Anti-Juve? In questo momento non esiste, e considerando le politiche societarie di molte delle pretendenti a questo ruolo, non esisterà ancora per un po'. Consoliamoci con le allegre storielle del mercato che ci attende, e i video virali di «Fozza Inda!»     Voto 4 a... I cellulari esplosivi: Un incredibile autogol per uno dei colossi mondiali della telefonia, inammissibile nel 2016. Sarebbe facile fare dell'ironia, ma passiamo semplicemente avanti.   Voto π a... I programmi fotocopia della TV: Tra cuochi incazzosi, talent, reality, talk show (?!) e altre fetenzie virtualmente indistinguibili l'una dall'altra, come fare a non dedicarsi alle Serie TV? O Ai film? O al Meteo? Tutto, ma non quella roba...   Voto 3 a... Gli Americani: Perché questo si meritano per aver votato Trump. Meglio Vince McMahon a quel punto!     Voto 2 a... La mancata uscita di The Winds of Winter: Una vera e propria delusione! Doveva essere pubblicato prima della sesta stagione di Game of Thrones, poi dopo, poi entro il 2017, poi... mmmmhhhh, a quel punto ho smesso di interessarmene. In questo modo si è creato un vero e proprio paradosso, con lo schermo che anticipa la carta stampata. Che fine ha fatto il Jon Snow al quale ogni lettore ha dato, nella sua immaginazione un volto diverso da quello di Kit Harrington? È proprio il caso di dirlo: Chi vivrà vedrà!   Voto √2 a... Nalbero, perché, anche se non c'entra nulla con la Nerdzone, è brutto e volevo dirlo. Tutto qui.   Voto 1 a... Chi stanotte si ammazzerà con i botti (magari illegali) o ci lascerà un dito o una mano: Non so che altro aggiungere, davvero. Indifendibili.   Voto 0 a... Quello che ho dimenticato/Quello che ancora può accadere di brutto tra la pubblicazione di questo articolo e la mezzanotte/Quello che crediate debba finire qui.   Buon 2017 dalla Nerdzone!  

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