Shakespeare sospeso tra il classico e il soprannaturale

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Shakespeare sospeso tra il classico e il soprannaturale
Gennaio 18
Può Shakespeare portato in scena da sempre, in tutto il mondo stupire ancora? Ebbene si e a tal proposito abbiamo incontrato un'innovativa e alternativa compagnia di ballo che sotto la guida di Alessia Filippi, porta in teatro una versione di un classico del tutto particolare intitolata I Segreti di William Shakespeare. Alessia, parlaci di questo spettacolo:Si tratta della famosa tragedia Romeo e Giulietta rivisitata in chiave estremamente moderna, perché a scontrarsi non sono i Montecchi e i Capuleti, bensì una famiglia di vampiri e una di licantropi. Si segue il loro dramma in maniera molto più leggera se vogliamo, poiché alla fine la tragedia non si compie. Grazie infatti all'intervento di alcune streghe e all'aiuto di entrambe le famiglie, unitesi per salvare i figli, la situazione si risolve e alla fine il bene trionfa. Siamo stati meno tragici di Shakespeare, che spero non si rivolterà nella tomba, ma abbiamo preferito lasciare una speranza. Credo sia un modo per avvicinare il pubblico giovane ad un classico, senza contare che licantropi e vampiri vanno per la maggiore, essendo protagonisti in serie TV con streghe, spettri, zombies, e così via. Attraverso la storia i giovani riescono a comprendere in maniera più semplice il classico e come è nato. Il linguaggio è in prosa, quindi più diretto, c'è della comicità, perciò alcune situazioni arrivano in maniera diversa. Nonostante questo c'è tutto l'amore di questi due ragazzi così come il rapporto padre/figlia (che qui si chiama Dalia): un rapporto burrascoso poiché padre è un vampiro originale (il creatore di tutti i vampiri) e potente che governa il suo popolo e la città di New Orleans in maniera assoluta. Come nasce l'idea di portare in scena un classico del teatro in chiave psichedelica e soprannaturale?Ho sempre portato favole Disney e quant'altro, ma mi affascinava l'idea di mettermi alla prova con qualcosa di così grande e importante quale è Shakespeare. Essendo molto attratta dal mondo di streghe e vampiri ho notato che proponendo questo affascinante connubio ai ragazzi (che hanno tutti 10/15 anni meno di me), si sono esaltati vedendo il classico in maniera più fruibile, e si sono voluti mettere alla prova entrando nei personaggi. Inoltre, quando scrivo per loro, amo farlo ispirandomi alle loro caratteristiche e lavorando su ognuno di loro. Ed è così si sono appassionati. Quanti ragazzi partecipano allo spettacolo?Circa 16, e qui con noi c'è Sara Puglisi la Femmina Alfa dei licantropi, colei che guida il branco, la mamma di Romeo. Lo scontro vero e proprio, così come nella tragedia, avviene tra gli adulti, però mentre lì la rivalità viene vissuta anche da Mercuzio e dai ragazzi, qui questi ultimi non comprendono l'odio eterno e ancestrale che intercorre tra le famiglie, quindi trovano assurdo dover vedere per forza il nemico nell'altro.   Una domanda a Sara, cosa ti è piaciuto di più di questo spettacolo e come è stato interpretare il ruolo della suocera guerriera?Sicuramente è stata una bella esperienza in quanto è stata la prima volta che ci siamo messi completamente in gioco, perché prima i canti principali erano sempre presi dai classici Disney, ed essendo ispirati ai cartoni avevamo già una figura su cui impostare la voce o le movenze. Questo spettacolo invece è stato scritto completamente da Alessia ed è lei che ci ha dato le caratteristiche, l'indirizzamento che poi abbiamo fatto nostro. È stato bello perché, in un'opera shakespeariana confrontarsi con un personaggio come il mio, il capobranco dei licantropi, una figura che si scontra in prima persona con il vampiro originale, è risultato facile e complesso allo stesso tempo. Complesso perché ho dovuto assumere una presenza importante, quindi dovevo calarmi nel personaggio e rapportarmi con quello del vampiro originale che è un uomo. Inoltre, sotto questo punto di vista ci abbiamo lavorato ampiamente a livello recitativo: anche le coreografie, ideate sempre da Alessia e dal maestro Caleb Eli sono state molto difficili. In alcune danze eravamo corpo di ballo mentre in altre abbiamo dovuto rappresentare i nostri personaggi, quindi anche l'interpretazione variava. Al momento la compagnia di recitazione e coreografica di Alessia non ha date fruibili per quanto riguarda I Segreti di Shakespeare, ma se ci si vuole fare un'idea del fantastico lavoro di questi ragazzi li si potrà ammirare presso il Nuovo Teatro San Paolo con il musical tribute I Figli dei CATTIVI. Chissà che presto non si potrà godere di questi spettacoli innovativi e unici nel loro genere nelle città più importanti d'Italia. Per ulteriori informazioni, rivolgersi al centro culturale "Insieme per" via della Magliana Nuova 230/232 Roma tel. 06.55281105 o 389.8909259 o mandare una mail all' indirizzo mail: alessia321af@gmail.com           Le foto appartengono alla compagnia teatrale.
Vecchi videogiochi: che passione!
Gennaio 17
Ve le ricordate le avventure grafiche? Quei videogiochi che facevano sognare e qualche volta imbestialire gli aspiranti nerd davanti ad uno schermo? Chi è cresciuto a pane e George Lucas non potrà non ricordare i capolavori della LucasArts: vere e proprie storie che rivaleggiavano con quelle dei film. Chi ha qualche capello bianco ricorderà, tra i tanti videogiochi pubblicati, le avventure ambientate a Monkey Island che tenevano incollati alla scrivania fino a tarda notte. Trent'anni fa si aspettava con impazienza l'uscita del supporto materiale, che poteva essere anche un un nuovo manageriale o una nuova ed esilarante avventura grafica di Guybrush Threepwood. Invece oggi si acquista tutto in rete con un semplice click. Infatti per l'acquisto si può ricorrere al collaudato Steam, ma i nostalgici, in mancanza dei vecchi computer (Amiga, Atari, Commodore...), che ormai appartengono alla storia dell'informatica, possono utilizzare gli emulatori per i vecchi videogames a 8 e 16 bit che hanno scaldato i cuori dei millennials. La notizia di questi giorni è che uno di questi emulatori, lo ScummVM, ha potenziato il suo motore grafico per permettere anche ad altri videogiochi di entrare nella lista di quelli già supportati dal famosissimo programma. Si potrà giocare finalmente anche con Cranston Manor, con Full Pipe e con tanti altri games diventati abandonware. È possibile scaricare la nuova versione cliccando qui che potrà essere utilizzato su tutti i PC Windows, su Linux, su Mac Os e finalmente anche su Playstation3 e Dreamcast. Non dite che non vi avevo avvisato!   I videogames attuali sono senz'altro spettacolari, ma purtroppo freddi. Gli odierni sviluppatori, bravissimi nella parte grafica, magnifica, realistica e piena di colori, lo sono meno nel riuscire a coinvolgere e a far appassionare i giocatori, cosa che riuscivano a fare gli sviluppatori dei vecchi cari videogiochi. Ridatemi il vecchio SimCity e Prince of Persia. Ridatemi quei giochi che mi trascinavano nel computer, quelli che mi scatenavano l'adrenalina, quelli che mi facevano ridere e quelli che mi facevano sognare.
I Classici della Alessandro Polidoro Editore: intervista al direttore di collana Antonio Esposito
Gennaio 16
La Alessandro Polidoro Editore di Napoli presenta in occasione della Fiera del Libro di Roma, Più Libri Più Liberi, la sua nuova collana di classici. A parlarci di questo e di altri interessanti realtà del mondo editoriale è il nuovo direttore di collana Antonio Esposito. Typee di Herman Melville e I gioielli indiscreti di Denis Diderot, due primi romanzi e due celebri autori. Da dove nasce l’idea di riportare alla luce le opere “minori” di autori che hanno conosciuto la gloria, ma per altri capolavori (Moby Dick per Melville e L’Encyclopedie per Diderot)? Siamo partiti dal presupposto che in letteratura non esistono opere o autori minori. Piuttosto esistono testi trascurati eppure di grande dignità. La scelta è caduta sulle prime opere di Melville e Diderot perché ci tenevamo a recuperare, per l’inizio di collana, lo spirito delle prime volte. La Alessandro Polidoro Editore è al suo quarto anno di attività, e in questo suo momento storico, si sta impegnando a ridefinire il proprio catalogo e a percorrere nuove vie; dopo aver dedicato tanto spazio a pubblicazioni sulla storia e le tradizioni del suo territorio. Come avviene la scelta di un’opera da ri-editare? Non esiste una formula. Volevamo una collana di classici che ci permettesse di definire al meglio il nostro progetto culturale così da poter, da un lato, delineare la nostra identità e, dall’altro, renderci più riconoscibili ai lettori. In particolare, per quest’ultimo aspetto, si è ragionato tanto sulla veste grafica, realizzata da Adriano Corbi. Siete partiti da vecchie traduzioni per la redazione delle due opere. Come si sceglie la migliore proposta di traduzione e in che occasione si operano delle modifiche al testo? Per il titolo del libro di Melville, ad esempio, si è scelto di conservare la grafia inglese “Typee” piuttosto che adottare la grafia italianizzata “Taipi” di alcune edizioni nostrane (Mondadori, Feltrinelli e Rizzoli tra gli altri), da cosa è dipesa questa decisione? Per lo più è stata una scelta pratica, per trovarsi in accordo con la lingua del lettore moderno. La traduzione di Typee è di Bice Pareto Magliano e risale al 1931. Gli interventi attuati sul testo quindi sono stati tutti orientati all’ammodernamento linguistico, compresa la trascrizione dei nomi propri. In cosa consiste il lavoro editoriale di un direttore di collana e nel caso specifico di una collana di classici ristampati? La direzione la percepisco soltanto come nominale. Infatti dopo aver avuto l’approvazione dell’editore ho lavorato a stretto contatto con Adriano Corbi e Cecilia Laringe. Io sono intervenuto per la scelta dei testi e dei curatori. Ma l’intera casa editrice ha contribuito a ogni passaggio della filiera, dal recupero dei testi al visto si stampi. È stato un lungo percorso di confronto che, se ha dato dei frutti, è stato proprio grazie alla giusta combinazione delle singole competenze. Dal rapporto della Buchmesse sullo stato dell’editoria in Italia si evince che il nostro Paese registra la più bassa percentuale di lettori a confronto con le altre editorie europee e statunitensi. Quella di editare classici è sicuramente una scelta interessante, ma, a questo punto, diventa un po’ azzardata. Cosa pensi che potrebbe invogliare un lettore non forte a riprendere un classico della letteratura? I dati sulla lettura in Italia sono questi da circa un decennio e l’editoria non sembra aver reagito con criterio alla cosa. Nel tentativo di conquistare i non lettori la produzione editoriale ha subìto in questo lasso di tempo un drastico abbassamento della qualità, avendo come conseguenza anche una disaffezione, e quindi un calo, dei lettori forti. In questo scenario la scelta di riportare i classici sullo scaffale può essere un tentativo per attuare un’inversione di tendenza. La scelta è, sì, azzardata, ma forse necessaria.    Parlando di rapporto con il pubblico e di invogliare alla lettura, la Polidoro Editore è impegnata nell’organizzazione di Napoli Città Libro, puoi parlarci del progetto? Su cosa si lavora e quali sono le aspettative? Napoli Città Libro è un progetto nuovo per la nostra città, ed è già in atto. Da settembre sono cominciati eventi mensili che hanno visto una forte partecipazione, con ospiti come Maurizio De Giovanni, Luca Briasco e l’algerino Kamel Daoud. Altri ce ne saranno fino ad aprile. E a maggio, dal 24 al 27, ci sarà il salone vero e proprio nel cuore del centro storico, al complesso di san Domenico maggiore, con la presenza degli editori e di tutte le altre forze messe in atto per realizzare l’evento.  Due frasi ad effetto per concludere: perché leggere Melville e perché leggere Diderot? Melville è per gli amanti del romanzo d’avventura e Diderot per gli innamorati delle atmosfere da mille e una notte. Ma più che con una frase a effetto, concluderei con un pensiero di Italo Calvino: “Se la scintilla non scocca, niente da fare: non si leggono i classici per dovere o per rispetto, ma solo per amore”.                                                           
15 gennaio 2018, il nostro saluto a Dolores O’Riordan
Gennaio 16
Era il 2008, l’anno del mio primo viaggio all’estero da sola: vacanza-studio in Irlanda. Le pareti delle aule al Maynooth College erano un altare ai due miti della musica nazionale: i più datati – ma evergreen – U2 e una band più moderna, i Cranberries, che le nostre insegnanti ci facevano ascoltare nelle sue varianti parascolastiche (Karaoke, “Aggiungi la parola che manca”). C’erano anche quelle feste, durante gli anni del liceo, in cui amici alla chitarra ancora inesperti si rifugiavano nella comfort zone dei pochi accordi di Zombie.  Erano i primi anni duemila, eppure quelli che all’epoca erano adolescenti non potevano non conoscere la musica di uno dei gruppi irlandesi più in voga nel decennio precedente. Con Dolores O’Riordan se ne va il ricordo di quelle feste, di quei prati verdi d’Irlanda; si spegne il canto di protesta contro le ingiustizie del conflitto nordirlandese (Zombie), quell’inno all’amore vero, incorruttibile, istintivo (Animal Instinct). Ieri, 15 gennaio 2018, si spegne a Londra una delle icone più significative della musica Rock. Sulle cause del decesso vige ancora il diritto di riservatezza richiesto dalla famiglia. È probabile che si tratti dell’aggravarsi di una condizione di salute che aveva spinto il gruppo a rimandare alcune date del tour. Dolores O’Riordan non era soltanto la voce dei Cranberries – una voce inconfondibile, potente, calda, nasale -, ne era le parole, le idee, il simbolo inconfondibile, nonostante i suoi continui cambi di stile. Ce n’è uno, tra gli altri, che varrà la pena ricordare: quello del 1999, con i capelli cortissimi e l’audace reggiseno rosso che fa da capolino nell’abito nero. È il concerto in cui la cantante di Limerick brucia il palco di Parigi in una versione dolcemente stonata di Dreams. Non perdetevene neanche un secondo: https://www.youtube.com/watch?v=etbzmEk6FTk Ciao, Dolores.  
"Immaturi - La serie"... che non ci voleva!
Gennaio 16
"Maturità, t'avessi preso prima..." cantava Antonello Venditti. "Notte prima degli esami" è la canzone che tutti canticchiamo – o a cui pensiamo – almeno una volta nella vita, in un momento particolarissimo: la notte che precede l'esame di maturità. La fine del liceo è così vicina, ma manca la sfida più grande. Devi andare lì a esporre tutto quello che sai in tutte le materie a una commissione messa lì per giudicarti e darti un voto. Un voto che in quel momento per te è tutto, ma dopo di accorgi che è solo un numero che non conta niente e che, sicuramente, non ti rappresenta affatto.   Senza impegolarci in discorsi filosofici ed esistenzialisti, diciamo che l'esame di maturità è una cosa che la maggior parte di noi non ripeterebbe neanche per dieci miliardi di dollari! Ma se all'improvviso, dopo 20 anni dalla fine del liceo, dopo aver costruito un'intera vita, vi arrivasse una letterina dal Ministero dell'Istruzione che vi comunica di dover rifare l'esame?   Ed è subito infarto.   Questa è l'idea alla base del film Immaturi, simpatica commedia che vide la luce nel 2011. Tuttavia è anche ciò che anima Immaturi – La serie, il cui primo episodio è andato in onda lo scorso 12 gennaio su Canale 5. Ora, la sottoscritta potrebbe racchiudere tutti i suoi pensieri in un'unica frase. La frase è la seguente: ce n'era proprio bisogno? Il film di Paolo Genovese fu simpatico, divertente e piacevole da guardare. L'idea era estremamente originale e il risultato fu ottimo anche perché quei ruoli sembravano cuciti perfettamente addosso al cast. Immaturi, se ricordate, ha avuto anche un sequel. Farne anche una serie creava legittimamente dei dubbi. Tuttavia, il caso di Gomorra – in cui la serie, a mio modestissimo parere, è mille volte meglio del film – mi ha convinto a dare una chance alla serie.     Serie che presenta molti punti di contatto col primo film, certo, ma se ne distacca anche per alcuni elementi. Innanzitutto non tutto il cast originale è presente: restano Ricky Memphis, Luca e Paolo, ma mancano ad esempio Raoul Bova, Ambra Angiolini (sostituita da Nicole Grimaudo) e Barbora Bobulova (nella serie Irene Ferri). Calmi, ciò non è necessariamente un male, anzi. Introdurre personaggi diversi dà una ventata d'aria fresca. Tuttavia, nel caso specifico, si è perso molto della qualità originaria. In più, riproporre le stesse dinamiche tra i personaggi – che hanno solo cambiato volto – non ha aiutato. In secondo luogo, mentre nel film si trattava solo di rifare la maturità, qui i protagonisti decidono di frequentare nuovamente le lezioni. Quindi rifaranno l'intero ultimo anno di liceo. Scusate la franchezza, ma dobbiamo sorbirci un intero anno di scuola appresso a loro? Dovremmo rivivere ogni compito in classe e ogni interrogazione? No, grazie.   Voi cosa ne pensate?             Link originali alle foto: http://www.mediaset.it/quimediaset/comunicati/al-via-su-canale-5-immaturi-la-serie_23475.shtml e http://tvzap.kataweb.it/news/218380/immaturi-la-serie-il-ritorno-al-liceo-di-luca-e-paolo-e-ricky-memphis/
"I delitti del BarLume": crimini e sorrisi
Gennaio 10
Quando si parla di indagini si pensa sempre a Sherlock Holmes, è istintivo. Si immaginano, dunque, un omicidio, una serie di indizi misteriosi o la totale mancanza di essi, diverse persone fornite di movente e con un alibi discutibile, infine uno scaltro detective che riesce vedere più lungo degli altri e a risolvere il caso. Non ci sarebbe spazio per la comicità. Al massimo vi può essere un sottile umorismo da cogliere in una battuta ad effetto dello scaltro detective nel finale. Non è possibile che un poliziesco sia divertente? Miei cari, tenetevi forte, perché la risposta è sì!   Ci hanno pensato I delitti del BarLume ad unire indagini e risate in un unico prodotto leggero, divertente ma anche molto curato dei dettagli e non banale. Neanche dopo 10 episodi! Per chi non lo sapesse, si tratta di una serie tv dove ogni stagione è composta da 2 episodi, che si caratterizzano come dei film apprezzabili sia in sequenza sia in modo autonomo perché autoconclusivi. Tratti dai romanzi omonimi di Marco Malvaldi, i 10 episodi vengono a costituire 5 stagioni e sono prodotti dalla Palomar e trasmessi da SKY Cinema a partire dal 2013.   Protagonista è Massimo Viviani (Filippo Timi), un barista dell'immaginaria cittadina toscana di Pineta, che per la centralità del suo bar si trova coinvolto nelle indagini della polizia, capitanate dall'austera ma affascinante commissario Vittoria Fusco (Lucia Mascino). Spiccano tra i simpatici ma non (troppo) stereotipati, cittadini di Pineta la collega di Massimo, la procace Tizzy (Enrica Guidi), e i quattro "bimbi", ovvero quattro buffi e bizzarri anziani convinti di poter proteggere Massimo e aiutare la propria comunità come nessun altro può (interpretati da Alessandro Benvenuti, Atos Davini, Marcello Marziali, Massimo Paganelli). Vi anticipo solo che col progredire delle puntate, nella serie, sono apparse delle guest star molto particolari!   [SPOILER ALERT]La puntata andata in onda lo scorso 8 gennaio è stata forse una delle migliori. Un grande sorriso lo hanno strappato Mara Maionchi, ritornata a vestire i panni della parrucchiera, e la new entry Corrado Guzzanti, nelle vesti di uno stravagante perito assicurativo. A inchiodarci allo schermo è stata però la scomparsa dello stesso Massimo! Non capita tutti i giorni di vedere una serie orfana del suo protagonista principale. Tornerà? Come cambieranno le cose a Pineta? Ci tocca aspettare per scoprirlo. Come già detto, la serie non è mai banale, neanche dopo 10 episodi/film e si fa apprezzare per la sua originalità nell'unire una notevole cura dei dettagli a un tono alternativamente leggero e serio quando serve. L'interpretazione di tutto cast, nonostante sia un prodotto TV neanche molto noto, è perfetta. Il prossimo episodio è previsto per il 15 gennaio. Che aspettate?!?           Link all'immagine originale: http://www.iodonna.it/personaggi/cinema-tv/2017/01/09/i-delitti-del-barlume-torna-in-televisione-con-due-nuove-avventure-per-il-barrista-filippo-timi/
"Dignità autonome di prostituzione": il teatro necessario
Gennaio 09
Oggigiorno la parola "teatro" è sempre più spesso accostata a ciò che di più noioso esiste, col risultato che i giovani osservano il fenomeno, se così vogliamo chiamarlo, con un freddo distacco. Nella vasta gamma di attività serali, il teatro non è quasi mai contemplato. Se ci domandiamo il perché allora dovremmo sviscerare i fattori scaturenti di questa sorta di assenteismo contagioso e finiremmo inevitabilmente per cadere in un discorso triste e prevedibile. Possiamo però analizzare il perché tramite Dignità autonome di prostituzione, di Luciano Melchionna, tratto dall'omonimo format di Betta Cianchini e Melchionna stesso e andato in scena al teatro Bellini di Napoli dal 26 Dicembre al 7 Gennaio. Più che spettacolo, sarebbe meglio definirlo esperienza di vita. Ci si immerge in un "bordello" surreale in cui l'attore, la prostituta di turno, adesca e si fa adescare dagli spettatori/clienti che , muniti di "dollarini", dovranno contrattare il prezzo delle singole prestazioni, le cosiddette " pillole di piacere", monologhi classici e contemporanei scritti per lo più dall'attore. Lo spettatore si trova catapultato in una esperienza inusuale che vuole intrattenere e al tempo stesso far riflettere attraverso la capacità degli attori nel coinvolgere il pubblico. Tutto questo in un teatro in festa, dove la platea si trasforma in una piazza, dove non ci sono più segreti e dove lo spettatore è partecipe nel vero senso della parola, a un percorso itinerante che gli permette di non percepire più alcuna parete con l'attore, ma che gli consente di vivere tutto a pieno scoprendo luoghi generalmente non accessibili. Ci si può ritrovare all'ultimo piano del teatro o in un piccolo camerino, guardando negli occhi la prostituta di turno. Via i telefoni, via tutto ciò che può essere di impedimento nel percorso conoscitivo dell'arte. Ed è quando si resta in questo status, in questa atmosfera elettrizzante, che per un attimo scompare la musica e restano solo le parole. Dritte allo spettatore, mirate al trattamento di una tematica attuale e volte a far sorgere indignazione per tutto ciò che accade in Italia dal punto di vista culturale. Parole vere, che rispecchiano tutto quello che ci circonda. Le condizioni dell'attore oggi, tra difficoltà di inserimento ed il desiderio di crederci ancora. Non è facile raccontare Dignità autonome di prostituzione, forse è quasi impossibile. Un cast che compie 10 anni , con le sue 42 edizioni e 387 repliche è diventato un imperdibile novità che ogni anno coinvolge il pubblico delle città italiane con i suoi quasi 50 attori. Non basta partecipare solo una volta, ma è necessario viverlo anno dopo anno. Si ripromette a se stessi di ritornare, di partecipare di nuovo a quel teatro necessario che non ha bisogno di un vestito elegante o un tacco alto. Un teatro che porta avanti un sogno e che lo fa vivere in ogni minuto, come se fosse una magia. Che scuote al punto da travolgere completamente. Diventa una esigenza che forse può essere annoverata tra i motivi per il quali un giovane d'oggi si avvicina poco al teatro. Questa generazione chiede questo, ha bisogno di un teatro aperto a tutti, che li faccia sentire a casa e che riesca a trasmettere fiducia. Fiducia nel coltivare i propri sogni, nonostante la nostra società lanci quasi sempre messaggi superficiali e che non aiutano a guardare oltre, in profondità.   Dignità guarda oltre, è oltre.
"Studio Legale cerca praticante". Sì, ma donna, single e con tacchi a spillo!
Gennaio 08
"Bella presenza, vestimento elegante, si privilegiano donne single". Sembrerebbe il tipico testo di uno degli annunci decisamente kinky che le pagine cultrici del trash amano pubblicare di tanto in tanto. E invece proprio no, amici miei; l'inserzione proviene da Bakeca.it, ed è stata pubblicata da un ben noto studio legale del casertano! Il "Ricerchiamo giovane avvocatessa da inserire della nostra struttura" non lascia spazio a dubbi; e men che meno la descrizione del "vestimento", che dovrebbe presentarsi come "consono alla professione legale (tailleur, tacchi a spillo etc.)". Non c'è che dire: si tratta davvero di un'offerta di lavoro!   A qualsiasi studente o laureato in Giurisprudenza verrebbe da chiedersi se tutti gli anni passati sul Codice Civile siano stati sprecati. A quanto pare, indossare scarpe con tacco conferisce tempestivamente la capacità di redigere un atto! Altri, invece, si chiederanno che cosa mai sottenderebbe quell' "etc." non poco sibillino. Il popolo del web, tuttavia, non è stato così superficiale da porsi futili domande: ha immediatamente provveduto a linciare il post, tacciandolo di compiere delle vere discriminazioni. E come avrà risposto l'avvocato, autore del chiacchieratissimo annuncio? «La mia era una provocazione! So bene che ci sono le leggi, le conosco perfettamente». Non sappiamo esattamente chi e cosa l'inserzione avesse il proposito di provocare; ci resta solo da pensare che si tratti di una strategia pubblicitaria. Se così fosse, allora l'avvocato conoscerà perfettamente le leggi del nostro ordinamento; ma a quelle del marketing sarebbe opportuno che desse una rinfrescata!         Le immagini provengono dai siti https://www.silhouettedonna.it e http://www.adiconsum.it
Indovina indovinello, dove sta l'Alberello?
Gennaio 05
I romani si sono lamentati di Spelacchio, ma forse dovrebbero ritenersi fortunati perché nessuno penserebbe mai di rubare il loro povero abete! Invece a noi napoletani è toccato, come ha detto qualcuno, Sparicchio. L'albero di Natale che, allestito annualmente nella Galleria Principe Umberto, dopo poco scompare, non per magia, ma per colpa di mariuoli che non rispettano nemmeno una delle tradizioni più amate da adulti e bambini. Quello dell'albero non è un semplice furto, ma è una sfida alle istituzioni. É il modo in cui la malavita dimostra la sua presenza sul territorio, il modo in cui dice:«andiamo a comandare». Purtroppo, come dimostrano le ultime cronache, la presenza sul territorio di baby gang fa sì che non si possa passeggiare tranquillamente per le vie di Napoli e che addirittura dopo una certa ora sembra scatti il coprifuoco. Qualcuno sosterrà che questa situazione è il frutto di una povertà causata dalla disoccupazione, problema mai risolto né dalle vecchie amministrazioni né dalle nuove. Ma non è possibile pensare che questo degrado culturale e morale si avvalga delle solite attenuanti che spesso si invocano nei processi. Né è pensabile restare impassibile, girarsi dall'altra parte e rassegnarsi al fatto che Napoli «è na carta sporca,e nisciuno se ne importa, e ognuno aspetta a 'ciorta». Occorre un forte cambio di mentalità che può avvenire solo se si parte dal basso, solo se si ha il coraggio di prendere in mano le redini di questa città, così come stanno facendo i tanti movimenti associativi e universitari che si muovono sul territorio. Presenze che trovano poco spazio sui media, che preferiscono dare più risalto a notizie che possono cavalcare e che fanno vendere. Napoli è la città che amiamo e soffriamo a vederla maltrattata. In questo periodo, per la sua bellezza, potremmo paragonarla ad un presepe pieno di pastori, ma molti di questi ne faremmo volentieri a meno, così se un ipotetico Luca ci chiedesse: «Te piace 'o presepe?» potremmo rispondere affermativamente.           Foto con licenza Creative Commons.
Arte e follia, il binomio perfetto della mostra napoletana a cura di Sgarbi
Gennaio 04
Da Goya a Maradona recita lo slogan pubblicitario, ma l’allestimento del Museo della Follia a cura di Vittorio Sgarbi riserva molto più di un classico dell’arte preromantica e di un mito del folklore napoletano. C’è un impegno, una competenza, una cura dei dettagli e un gusto assolutamente innovativi. Istallazioni che stimolano tutti i sensi e che esplorano il carattere ambivalente della follia. C’è chi, nell’esteriorizzare il proprio squilibrio psichico, ha dato vita ad un’arte diversa, svincolata dalle forme classiche, capace di creare innovazione. E c’è chi, invece, incapace di declinare quello stesso slancio in una forma piacevole all’occhio, ha pagato le conseguenze della propria diversità. Di queste due opposte testimonianze si popola il museo eretto in onore di una delle più insidiose delle muse: la follia. Goya, Maradona (ebbene sì, anche l’osannato Pibe de oro), ma anche Pietro Ghizzardi, la natura variopinta di Ligabue e i movimenti vorticosi nei ritratti urlanti di Francis Bacon. La mostra attraversa diverse espressioni artistiche che spaziano dal classico olio su tela alla fotografia, dal plasticismo al disegno. Ma ciò che ipnotizza lo spettatore è senza dubbio la capacità di creare una sorta di porta infernale, attraversata la quale, le pareti nere, i suoni, le immagini generano l’effetto di un lungo, irresistibile incubo. Dove? A Napoli, Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta. Quando? Dal 3 dicembre 2017 al 27 maggio 2018. Una mostra originale, rivelatrice, intelligente. Insomma, imperdibile.
"Gomorra 3": Ciro Di Marzio uber alles!
Dicembre 30
Carissimi amici Nerd, dopo esserci augurati buone feste in modo algido ed essenziale veniamo subito al dunque: Non c'è niente da festeggiare. Il finale della terza stagione di Gomorra ha mandato il panettone di traverso anche ai più natalizi. Se vi sentite tristi per questo motivo, vi invito a pensare che, se a voi non è giunto alcuno spoiler, al qui scrivente è toccato l'amaro calice, preparato con sapiente cattiveria dalla disgraziata bacheca di Facebook che infiniti lutti mi addusse già al tempo di Don Salvatore Conte. Si rifletta infine che al momento della perfida soffiata, abbracciavo il concetto di tristezza e solitudine in un Bed & Breakfast a Foggia. Il Tavoliere delle Puglie è divenuto d'un tratto luogo dell'anima che si impregna del lutto per la morte dell'"Immortale". Ciro Di Marzio, l' "Highlander" di Scampia-Secondigliano è muort! A questo punto, senza perdere quella lucidità che ci rende consci del fatto che il successo di una serie televisiva di lungo corso vive di drastici colpi di scena che ne corroborano lo splendore, si guardi umilmente al passato e si faccia retrospettiva coi controca...voli. Il personaggio interpretato in modo magistrale da Marco D'Amore, non è stato soltanto uno dei protagonisti, ma il noumeno essenziale di un fenomeno complesso e sfaccettato quale è Gomorra - La serie. Ciro è stata l'icona di un progetto che ha ingigantito l'appeal artistico e cinematografico di Napoli in Europa e nel mondo, lanciando legioni di giovani promesse, il Nostro in primis. Se come tutti, forse più di tutti, "l'Immortale" deve tantissimo alla serie TV che lo ha fatto conoscere al grande pubblico, è anche il personaggio a cui Gomorra deve di più. Checché se ne dica, Ciro Di Marzio è stato l'uomo immagine di queste prime tre stagioni, al di là del peso specifico (altissimo) che ha rivestito effettivamente nell'economia della sceneggiatura e che condivide con Genny Savastano.   La prima stagione proponeva la narrativa dell'ascesa al potere criminale, la seconda si soffermava sulla disgregazione distruttiva delle sottili alleanze mentre la terza si è incentrata sul concetto di rinascita e ricostruzione. Tale ciclicità ha seguito in modo coerente il percorso intrapreso da Ciro Di Marzio, le cui vicende dettano i percorsi narrativi essenziali che poi si sono giustamente arricchiti attraverso l'intreccio di storie che riguardano gli altri protagonisti. Sarà perciò interessante capire in che modo gli sceneggiatori gestiranno un cambio di baricentro così drastico senza perdere l'equilibrio.         Link all'immagine: https://www.veb.it/wp-content/uploads/2017/12/gomorra-3-ciro-di-marzio-non-muore.jpg
"Bright": magia, razzismo e attualità
Dicembre 29
Quando si parla di magia, due sono le immagini che ci vengono subito in mente: quella di un ragazzino occhialuto e con una particolare cicatrice e quella di un anziano con barba lunga e cappello a punta. La magia è una cosa delle favole, del medioevo, del passato comunque. Inserire la magia in un contesto contemporaneo è difficile. Come fare a relazionare gli infiniti poteri e i numerosi non-sense della magia con la costante necessità della contemporaneità di controllare e spiegare tutto? Qui sta la difficoltà. Bisognerebbe fare un atto di fede, crederci e basta.   Proviamo a crederci allora. E facciamolo guardando Bright, il film prodotto in casa Netflix e aggiunto al catalogo lo scorso 22 dicembre. La pellicola, che vanta tra i protagonisti Will Smith, Joel Edgerton e Noomi Rapace, si presenta come un fantasy rivisitato in chiave urban action/poliziesco. Si tratta della produzione Netflix più costosa di sempre, dato il budget di 90 milioni di dollari. E il risultato è ... deludente. Nonostante il notevole – se non assillante – sforzo promozionale e il cast stellare, il film non conquista.   Tema di fondo è quello del classismo, messo in luce in una società costituita da uomini, elfi, orchi, centauri, fate e chi più ne ha più ne metta. Una società che dovrebbe rispecchiare, in modo distorto ma non troppo, la nostra. Tuttavia, più che criticare questo classismo che potremmo tranquillamente chiamare razzismo, viene solo mostrato: vi sono tante razze – e proprio di razze si parla – quante discriminazioni. Abbondano le violenze verbali e le battutine taglienti. Se l'intento era quello di far ridere, la missione è fallita. Viene semplicemente fuori il peggio che una società può dare, in un mondo degradato e carico di tensioni, dove intolleranza, tradimenti e complotti sono all'ordine del giorno.   L'unico personaggio positivo, il semi-orco Nick (Joel Edgerton), che è ligio al dovere, onesto, buono e sensibile, viene emarginato, discriminato e vessato da tutti, perfino dal suo collega, il poliziotto Daryl (Will Smith), che lo considera una sorta di sottoposto, una specie di bodyguard, e non un suo pari. Addirittura le fate vengono considerate come degli insetti da uccidere a colpi di scopa, nonostante la battuta precedente avesse rimarcato l'uguaglianza di tutte le razze.   La pellicola si può considerare come un fantasy politico distopico, poiché è in atto una sorta di ribellione contro il predominio/dittatura degli elfi ad opera di gruppi emarginati, orchi ma anche elfi rinnegati. Il tutto però condito da rare bacchette magiche, antiche profezie e collegamenti con una sorta di altra dimensione. Il risultato non può che essere caotico e davvero difficile da apprezzare.Tuttavia, è stato annunciato un sequel per la fine del 2018.   De gustibus.         Link alla foto originale: http://www.fantascienza.com/imgbank/zoom/201712/32191-this.jpg
Una parte in "Narcos" per Cristiano Malgioglio!
Dicembre 28
Si è (auto) definito "regina" innumerevoli volte. Non possiamo azzardare titoli nobiliari, ma certo è che almeno il fare da grande diva non gli manchi. E di chi mai potremmo parlare, se non del conturbante (o con turbante) Cristiano Malgioglio? Pare proprio che, con la mezza età, il suo fascino da star non andrà sprecato. Sul paroliere delle grandi voci della musica italiana ha infatti messo gli occhi nientemeno che Narcos!   Il regista del prodotto made in Netflix è rimasto ammaliato dal carisma e dalla peculiarità del personaggio. È indubbio che l'outfit, le movenze aggraziate e le perle di saggezza di Cristiano non lo lascino passare inosservato. Fatto sta che, secondo il settimanale Spy, il regista della famosa serie TV avrebbe deciso di contattare il Malgioglio nazionale, affinché sostenga un provino per la quarta stagione. Il tutto dopo esser rimasto affascinato dalla visione del videoclip Mi sono innamorato di tuo marito, che ha raggiunto ben 9 milioni di visualizzazioni! Il parere di Malgioglio al riguardo? Dopo Natale volerà a Los Angeles per un incontro con la regia. Chissà che ruolo avranno in serbo per lui gli sceneggiatori: interpreterà un pericoloso trafficante, o l'Amore saporoso di qualche personaggio?                   Le foto sono tratte dai siti: tgcom24.mediaset.it il.sussidiario.net e wikitesti.com
“Mentre dorme il pescecane”, l’audace primo romanzo di Milena Agus
Dicembre 18
Nella famiglia Sevilla Mendoza, sarda “sin dal Paleolitico superiore”, non mancano imprevisti e disgrazie. E come potrebbe essere diversamente con una madre che ha un pessimo rapporto con le cattive notizie, un padre eccessivamente altruista verso tutti ma non con i propri cari, una zia ostinatamente devota alla ricerca di un fidanzato, un fratello silenzioso e curvo, una nonna perennemente insoddisfatta e la voce narrante di una figlia adolescente incline al melodrammatico? Mentre dorme il pescecane (Nottetempo 2005) è il primo romanzo di Milena Agus, scrittrice di origini sarde che dopo essere cresciuta a Genova, torna nell’isola natale - a Cagliari - per insegnare italiano e storia. Milena Agus fa il suo ingresso nel mondo della letteratura con un romanzo audace dotato di uno stile originale e impulsivo; mordace nel linguaggio, ma delicato nella definizione dei ritratti. Le sciagure della famiglia Sevilla Mendoza diventano, nella scrittura di Agus, una sorta di gioco, una sfida a cui i cinque personaggi si sottopongono con uno sciatto istinto di sopravvivenza che li rende comici e disperati allo stesso tempo. Un romanzo originale, capace di istillare ilarità con incredibile naturalezza.
"Crisis Heroes"
Dicembre 14
Come molti dei nerd più incalliti sanno, il 27 e 28 Novembre scorso, è stata lanciata sugli schermi americani dalla CW il super cross-over che vede protagonisti i supereroi televisivi della DC Comics (Arrow, The Flash, Supergirl e Legends of Tomorrow) raggruppati come fosse una grande riunione di condominio. Quattro episodi di due ore ciascuno, che insieme hanno dato vita alla Crisi su Terra – x. La storia prende, quasi per logica conoscitiva, la piega utilizzata in The Flash e Arrow, ovvero quella dell'esistenza di un mondo parallelo al nostro in cui poter combattere, e magari anche aggiudicarsi la vittoria. Appuntamento quello del cross-over, che ha non poco elettrizzato i fan e che ha creato un'aria frizzantina all'interno di tutte le piattaforme social. Dimentichiamoci gli antichi cross-over, quando la storia partiva da una singola serie "pilota" per poi andare avanti fino ad infinite stagioni, con l'uscita di Crisis on Earth – x (titolo originale), l'obiettivo è proprio quello di non dimenticarsi di nessuno, anzi, al contrario, far collaborare tutti per un bene superiore.     L'idea di creare un grande gruppo di super-eroi mettendoli in contatto tra loro all'interno di quello che viene chiamato "Arrowverse", creando in questo modo un incrocio di storie, sembra funzionare sempre, e quest'anno pare proprio che i produttori abbiano voluto addirittura esagerare inserendo all'interno dell'intreccio (già di per se complicato), anche Supergirl, (che non a caso apre la prima puntata), e non con un ruolo marginale, anzi, relativo a tutta la prima parte del cross-over che si conclude dopo 160 minuti di continue sorprese. Scelta che è stata sicuramente apprezzata, in quanto, diciamoci la verità, le cose complicate ci piacciono assai.     Il ritmo della storia appare sempre costate, strategia che è stata evidentemente studiata a tavolino per mantenere sempre viva l'attenzione dello spettatore. Poco ma sicuro che gli eroi della DC Comics sulla CW non avranno avuto di certo i budget da capogiro del recente Justice League uscito qualche settimana fa nelle sale italiane, ma quel che è sicuro, è che hanno fatto del loro meglio per rendere orgogliosi tutti i fan del genere.           Link originali per le immagini:http://www.adweek.com/tv-video/who-needs-justice-league-cws-annual-superhero-crossover-is-the-networks-super-bowl/ http://tvline.com/2017/09/22/the-flash-barry-iris-wedding-crossover-episode-photo/ e http://www.scififantasynetwork.com/supergirl-season-3-triggers-review/
Più Libri Più Liberi 2017: grandi cifre da inserire nel giusto contesto
Dicembre 11
Si è conclusa ieri la sedicesima edizione di Più Libri Più Liberi, la fiera della media e piccola editoria italiana svoltasi dal 6 al 10 dicembre a Roma, per la prima volta all’interno della Nuvola dei Fuksas. Tante le presenze (circa centomila persone), tanti gli ospiti, gli espositori, l’offerta. Poca – ma non deprecabile – l’organizzazione: file troppo lunghe, mal gestite, informazioni che circolano lentamente tra un piano e l’altro, tra interno ed esterno sale e – se proprio vogliamo dirle tutte – badge troppo fragili! Sulla Nuvola – la grossa stanza bianca fluttuante all’interno del palazzo congressi progettato dai Fuksas - le opinioni sono discordanti: c’è chi ammette di aver acquistato il biglietto d’ingresso solo per vedere il lavoro della coppia di architetti e chi, al contrario, pensa sia l’ennesimo sperpero edilizio senza gusto. Ma abbandoniamo per un momento il facile atteggiamento di polemica che si adotta per ogni grande evento organizzato dal nostro Paese e parliamo di cosa si è detto e visto nei quattro giorni di fiera.  La legalità, tema centrale di questa edizione, si è fatta raccontare da voci rappresentative come quelle di Roberto Saviano, Marco Travaglio, Enrico Mentana, Domenico Iannacone. Si è parlato di diritti umani, della situazione dei migranti, degli equilibri instabili fuori dai confini dell’Europa. Si citi, a titolo esemplificativo, lo struggente incontro sui nuovi desaparecidos mediato da Michela Murgia.   Tra gli autori italiani, molti hanno presentato le loro nuove uscite: Andrea Camilleri - per citarne uno -, che ieri sera ha chiuso la serie di incontri nella Sala Nuvola. Molti altri scrittori e giornalisti nostrani sono intervenuti in dibattiti della Fiera: fra gli altri Luca Briasco, Nicola Lagioia, Alessandro Baricco. Tra gli autori stranieri sono, invece, intervenuti Luis Sepùlveda, Paul Beatty, Michael Zadoorian (autore del libro che ha ispirato “Ella & John”, l’ultimo film di Paolo Virzì che uscirà in Italia il 18 gennaio). Ma non solo libri, letteratura e giornalismo all’edizione di quest’anno di PLPL: si parla anche di musica e teatro, con Ascanio Celestini e Giovanna Marini, o di fotografia con Concita De Gregorio. Cosa ci è piaciuto: le battute di Andrea Camilleri; il genuino entusiasmo di Domenico Ianaccone; la carismatica eleganza di Concita De Gregorio; le parolacce di Zerocalcare. Le file, seppur chilometriche e snervanti, hanno dimostrato che il pubblico c’era ed era numeroso ma - e questo bisogna a malincuore ammetterlo - si avverte una falsa speranza di cambiamento. Per dirla con le parole di Nicola Lagioia – una delle presenze più significative della fiera - : “Da noi il calore che circonda i festival è forse eccessivo, perché genera l’illusione che la cultura sappia innescare i cambiamenti che non propizia la politica”[1]. L’Italia resta, secondo i dati dell’ultima Buchmesse, uno dei paesi occidentali con il minor numero di lettori (anche quello in cui il 32% dei bambini non legge niente prima dei sei anni!). I falsi entusiasmi su cui si adagiano le cifre propinate dalla chiusura del festival lasciano credere che qualcosa si stia muovendo, ma non si può non leggere tra le righe lo stagnante isolamento in cui vivono tutti gli attori culturali, oltre che editoriali, nel nostro Paese. Il disinteresse della politica – è vero – ma è anche l’incuria, il cinismo e l’atteggiamento di critica non costruttiva dei cittadini che infligge cali sempre più disastrosi al profilo culturale italiano. Non è sbagliato entusiasmarsi per l’interesse nutrito dal pubblico per questa fiera, ma è necessario essere realisti e inserire i risultati in un contesto più ampio in cui il disagio dell’industria culturale del libro dice la verità sul Paese che stiamo diventando. [1] Su “Robinson” (10/12/2017), p.4 .
I Racconti in viaggio di Francesco Amoruso, tra frustrazione e distopie
Dicembre 11
Quante facce la letteratura, il cinema, la fotografia, la musica, hanno regalato a Napoli fin dalle sue origini? Ritratta nelle parole malinconiche di Annamaria Ortese, nelle mani infarinate di Sofia Loren, nelle istantanee di De Crescenzo o sulle note innamorate di Pino Daniele. Trarne un ritratto originale sembra ormai impossibile, o forse no. Tra la frustrazione di una passeggiata notturna sul corso di Secondigliano, la proiezione in un futuro distopico dalle eco orwelliane e i deliri delle ultime note di una storia d’amore, la raccolta di Francesco Amoruso, Racconti in viaggio, mangiando il fegato di Bukowski a Posillipo (La bottega delle parole, 2017), cerca di ritrovare questa originalità e tracciare un ritratto di Napoli senza incappare in banali imitazioni dei grandi esempi del passato e senza cedere agli stereotipi. Su questo sfondo partenopeo si innesta il gioco delle storie, basate sempre sulla tensione tra due personaggi o quasi (come nell’ultimo racconto), e non mancano citazioni metaletterarie importanti: oltre Bukowski, Hemingway, Fante, Proust e Orwell, tirato in ballo per enunciare tra le righe il tragico finale del secondo racconto. Un libro non molto lungo che riunisce quattro racconti dell’autore e che si può consumare piacevolmente al bar, nel tempo di un lungo caffè. 
Soundfeat.com: il web come trampolino di lancio per gli artisti
Dicembre 06
Ad Angela De Gregorio la musica è sempre piaciuta e l'ha sempre amata a 360º. Si è avvicinata ad essa all'inizio come semplice ascoltatrice, ma, in seguito, ha prodotto proprie composizioni che possiamo trovare anche su Spotify. Ha studiato piano e oggi, al Conservatorio di Benevento, si sta dedicando allo studio della chitarra. Le sue frequentazioni, nel mondo della musica, le hanno fatto capire le difficoltà a cui vanno incontro i musicisti esordienti: sospesi tra incertezza e precarietà, faticano a farsi notare sia dalle etichette discografiche, sia quando suonano in pubblico. Non a caso oggi i cantanti che emergono sono sopratutto quelli che vengono dai talent show, mentre chi suona stabilmente nei locali, sia che faccia il DJ o improvvisi in una Cover Band, non riesce ad emergere. I talent scout non esistono più ed inoltre chi si occupa della formazione musicale dei propri allievi non è certo obbligato a seguirli nel loro percorso futuro. Angela ha cercato di scavalcare questi ostacoli, non solo per se stessa, ma sopratutto per chi condivide la sua stessa passione.     Grazie a internet ha creato una piattaforma virtuale per far incontrare musicisti, cantanti, autori, produttori e fonici, magari da tutta Italia, per condividere e mostrare al meglio le rispettive idee, superando di fatto i vecchi canali distributivi, dal momento che il web moltiplica e moltiplicherà gli incontri tra le varie maestranze. «Per il momento la mia piattaforma, a cui ci si può iscrivere gratuitamente, è ancora in fase beta, ma spero che diventi una forte community per poterla ampliare. Il mio obiettivo è quello di far incontrare i vari artisti in modo tale che, volendo, possano collaborare tra di loro. Chi lo vorrà potrà pubblicizzare i suoi eventi, farsi conoscere mettendo online un proprio brano, aggiungere il proprio profilo e tanto altro ancora». Spesso i ragazzi che cominciano a fare i primi passi nel mondo della musica non sanno come muoversi, pensano che basti la loro arte a mandarli avanti per avere successo. Bisogna invece allargare i propri orizzonti: occorre essere esperti di Marketing, sfruttare le nuove tecnologie per auto prodursi e le piattaforme come quella di Angela.   Per tutte le info: http://soundfeat.com
Breve storia della Tombola Napoletana
Dicembre 05
Per tradizione il giorno di Natale è la ricorrenza più importante dell'anno, momento sacro per i credenti, ma anche occasione di festa per ritrovarsi, grandi e piccini, intorno a grandi tavolate.   Dopo le favolose leccornie natalizie, sopratutto a Napoli, è d'uopo, come diceva Totò, continuare la serata col karaoke e con i giochi da tavolo, come il Mercante in Fiera e Sette e Mezzo. Ma il gioco per eccellenza, preferito dai napoletani, è senza dubbio quello della Tombola.   È inutile soffermarci sulle regole di questo gioco poiché sono note a tutti, ma forse non tutti sono al corrente della sua storia e della sua origine. Tutto ebbe inizio nel lontano 1734 in seguito alla storico litigio tra Carlo III di Borbone e il frate domenicano Gregorio Maria Rocco, prelato dotato di grande carisma che si prodigava in opere di assistenza e a combattere il vizio in tutte le sue forme.   A quell'epoca, nel Regno delle Due Sicilie, il gioco del Lotto era praticato da gran parte del popolo a tal punto che il re voleva renderlo legale per rimpinguare le casse del regno con le scommesse dei giocatori. Ma a questa decisione il frate, tenuto in grande considerazione presso la corte borbonica, si oppose paventando il fatto che la legalizzazione del gioco avrebbe allontanato i fedeli dalla preghiera. Alla fine si giunse ad un accordo: il gioco sarebbe stato legalizzato, ma sospeso durante le festività natalizie.   Così, secondo il detto che dice che fatta la legge si trova l'inganno, i napoletani, che non difettano certamente di ingegno, diedero vita al gioco della Tombola, praticandola nelle loro abitazioni, dove l'enunciazione dei numeri veniva sostituita da sostantivi: si poteva gridare liberamente senza essere scoperti!Il numero 2 era 'a criatura, il numero 34 era 'a capa, il numero 37 era 'o monaco e così via.    Era nata la Smorfia, ma questa è un'altra storia.   Esiste anche la Tombola dei Femminielli, una versione particolare di questo gioco che viene fatta nei quartieri popolari di Napoli. Una versione molto “scostumata” con battute sboccate e allusioni sessuali. Ogni numero estratto viene concatenato a quello successivo in modo tale da creare una storia unica e divertente.   A questo riguardo non si è sottratto lo spettacolo che andrà in scena l'8 Dicembre al teatro Port'Alba, dove un femminiello coinvolgerà il pubblico con il gioco della Tombola. Il linguaggio sarà senz'altro colorito, ma divertirà senza ombra di dubbio i partecipanti.   
Napoli: torna in voga la truffa del “Ti ricordi di me?”
Dicembre 05
Si appostano per ore agli angoli delle strade scrutando qualcuno che, passeggiando, sia alquanto distratto così da prenderlo di sorpresa. “Ti ricordi di me?” è la frase con cui questi truffatori iniziano il loro show di retorica con cui imbambolare il primo che capita. Sarebbe più corretto rispondergli con un “si, ma ho fretta quindi ti saluto”, ma spesso la gente è troppo educata e non ha intenzione di cacciare chi, forse, ha conosciuto da qualche parte e perché no, con cui crede di avere potuto condividere dei bei momenti in un passato difficile da ricordare e collocare temporalmente in quel momento. Sono soprattutto gli uomini e le donne professioniste, chi si veste con la cravatta per intenderci, le loro vittime preferite. Perché? Beh, dopo due chiacchiere iniziali si passa alla fase dell’autocommiserazione e quindi si parte con la storiella dell’ aver perso il lavoro, di avere una famiglia e qualche figlio al quale badare con amore e tanto affetto, per poi passare alle cose pratiche; la vendita di qualche orologio o qualsiasi cosa egli abbia con sé. Chiaramente per chi ha il cuore aperto e non resiste a certe storie strazianti, non si sente di lasciarlo da solo e quindi venti, trenta, quaranta euro che sono per chi non ha problemi economici e che non vuole fare una brutta figura con chi ha conosciuto tanto tempo fa? Peccato che si tratta di semplici truffatori. C’è chi, cascandoci, è stato capace di “donare” anche 50 euro a questi imbroglioni, ma anche fortunatamente chi ha opportunamente allertato il 113 per segnalare l’avvenimento. Quindi occhi aperti e utilizzate il telefono per denunciare. Sempre
Il cimitero dell’amianto: via del Serbatoio dello Scudillo
Dicembre 01
Da quasi trent’anni la strada è chiusa ed è diventata una discarica all’aperto.    La Polizia Municipale circa tre anni fa chiuse la strada di via del Serbatoio allo Scudillo, antica salita che nell’antichità serviva da terra da pascolo per i “montanari” che scendevano dai Camaldoli. Oggi lo spettacolo che vi si propone non appena vi si giunge è tutt’altro che roseo, a differenza di quanto siamo abituati con Heidi e le sue pecorelle. La strada è in completo stato di abbandono, tra rifiuti ( tossici, solidi e urbani) e scarti vari è praticamente impossibile attraversarla. Anni fa il Comitato Scudillo promosse delle gite, delle camminate, un vero e proprio trekking urbano per far conoscere anche ai turisti questa vecchia arteria del cuore della città. Ma avvennero delle situazioni alquanto strane: in primis ci furono una numerosa serie di incendi proprio sul panorama pieno di spazzatura sulla quale si affaccia la salita. Questi atti criminosi chiaramente portarono alla fine dell’iniziativa del trekking per via della paura, e ad oggi il contesto non è molto cambiato. Gli incendi ci sono sempre, l’ultimo tre mesi fa, nessuno denuncia e nessuno si lamenta del “puzzo” che provoca la combustione dell’immondizia. Ma se si percorre la salita (che dovrebbe essere stata messa a sequestro essendo una discarica abusiva a cielo aperto), ci si imbatte in uno squallore disarmante. Residui aziendali, materassi, mobili e tubature. E chiaramente l’amianto. Tanto, tantissimo amianto che messo lì, all’aria aperta, può essere respirato anche da chi non ha una fissa dimora e si riposa in questi luoghi o chi, come noi, è così pazzo da volerla fare tutta quanta pur di documentare e informare. Durante il tragitto ci si imbatte in una grossa galleria che doveva servire per sorreggere una parte superiore in cemento armato per la costruzione della tangenziale. Ebbene, quella galleria è ancora là pure se fu promesso che nel giro di pochi anni sarebbe stata rimossa. E nel frattempo la gente del posto vive in questa discarica.   
"The Place" VS "Perfetti sconosciuti"
Novembre 30
In un bar romano, otto persone si incontrano ciclicamente con un uomo misterioso che è in grado di esaudire i loro desideri. In cambio però, viene richiesto loro di svolgere dei compiti ardui che vanno contro i basilari principi di etica e morale, come commettere uno stupro o uccidere una bambina. Sono queste le premesse semplici e basilari di The Place, il nuovo film di Paolo Genovese che ha riscosso un grande successo di critica e pubblico. La pellicola rappresenta l'adattamento cinematografico della serie televisiva americana The Booth at the End e ha una struttura narrativa che somiglia molto a quella del pluripremiato Perfetti Sconosciuti: dal precedente successo del regista romano, The Place ha infatti ereditato quel gioco di incastri e intrecci che caratterizza le due sceneggiature. In entrambi i film, Genovese ambienta le scene in uno spazio circoscritto, ponendo così l'attenzione sulle performance dei numerosi protagonisti e facendo affidamento , in assenza di una fotografia importante, sulla qualità dei dialoghi. In tal senso la somiglianza fra i due cast rappresenta una conseguenza evidente di ciò. Va però tenuto conto anche delle evidenti differenze che informano il parallelismo fra i due lavori. Mentre Perfetti Sconosciuti possiede una forma dinamica che è propria dei lavori tragicomici, The Place sorge e tramonta in forma drammatica.   Il contenuto stesso del primo grande successo di Genovese riprende tematiche "terrene" che ripercorre attraverso un sapiente gioco degli equivoci fatti di corna sgamate tra amici-amanti. In tal senso, il Velo di Maya che veniva strappato ripercorreva il tema pirandelliano delle maschere, basato su quanto poco conosciamo le persone che ci sono vicine. Viceversa The Place esplora contenuti più rarefatti e astratti, come il conflitto fra morale ed egoismo. A tal proposito, i protagonisti che desiderano qualcosa sono chiamati a mettersi brutalmente in gioco per ottenere quello che vogliono. In questo senso l'ultima fatica di Paolo Genovese ci ricorda quanto poco conosciamo noi stessi.                 Link all'immagine originale: http://magazine.polis-sa.it/the-place-un-film-di-racconti-o-il-racconto-di-un-film/
"Babylon Berlin": la Germania segreta
Novembre 30
Come tutti sapete, la Storia ci nasconde molti segreti. Più che la Storia, è l'uomo che tende a nascondere ed eliminare alcuni eventi, troppo scandalosi e nocivi per reputazione ed interessi di vario tipo. La serie di cui parliamo oggi si propone di rivelare uno di questi segreti.   Vi siete mai chiesti com'erano i nazisti prima di diventare nazisti?   Non è che uno si sveglia la mattina e diventa nazista oppure segue delle lezioni di nazismo. Il fenomeno è nato in un momento in cui la Germania, e soprattutto Berlino, viveva tutto in modo estremo.   A livello letterale, diciamo, Babylon Berlin tratta di un agente di polizia, Gereon Rath (Volker Bruch), che da Colonia viene inviato nella capitale tedesca per indagare su un caso di ricatto nel mondo del porno. Qui la sua strada incrocia quella dell'ambiziosa Charlotte Ritter (Liv Lisa Fries). Tuttavia, ciò che davvero attrae è proprio la città, una Berlino inedita e non conosciuta dai più. Dimenticate la Berlino che ci propinano oggi, tutta precisione e rigore.   Siamo alla fine degli anni '20, nel '29 per la precisione. Mentre in America imperversa la Jazz Age, feste e divertimenti in Germania hanno un retrogusto amaro. Il ricordo della Grande Guerra è ancora fresco. Ex militari con malattie, amputazioni e traumi si aggirano per la città. Nei ceti subalterni, la povertà e la frustrazione sono palpabili. Tensioni sociali e politiche sono all'ordine del giorno. Aleggia, infine, lo spettro del comunismo russo. È imminente lo scoppio di un qualcosa di non ben precisato, che serpeggia e si insinua a partire dagli ambienti privati e nascosti per il pudore della società, ma mira ai piani alti.   È in una Berlino del genere, una Berlino che potremmo definire nervosa e in trepidazione, non si sa bene di cosa, che è ambientata questa serie, considerata da molti l'evento televisivo dell'anno. Si tratta della più grande produzione tedesca, costata ben 40 milioni, e tratta dai romanzi di Volker Kutscher. Andati in onda su SKY lo scorso 28 novembre, i primi due episodi – ma strutturati in modo da sembrare un tutt'uno – non saranno proprio un capolavoro, ma hanno molto potenziale. Buona interpretazione del cast, giusto mix di rivelazione e di suspense, ambientazioni e fotografia perfetti.   Il risultato è che la serie intriga e si è guadagnata la mia benedizione. Auf Wiedersehen!               Link all'immagine: http://guidatv.sky.it/guidatv/programma/intrattenimento/fiction/babylon-berlin_584378.shtml
"False Flag" o "Della duplicità"
Novembre 29
False Flag...   Confesso di aver "parcheggiato" la serie israeliana sul MySky per un bel po' di tempo, forse perché il paragone con un mostro sacro come Homeland mi aveva fatto un po' storcere il naso? Fatto sta che mi sono messo in pari giusto la settimana scorsa, in tempo per un po' di hype per il season finale.   False Flag è un prodotto di rara bellezza, una serie capace di attaccare lo spettatore allo schermo a dispetto di un cast tutt'altro che stellare e senza ricorrere a chissà quale iperbole stilistica. Questo per un motivo molto semplice: la storia è raccontata alla grande, centellinando le informazioni utili e presentando la verità un po' alla volta. Il ritmo è praticamente perfetto, con i momenti fondamentali nello snodo della trama e i colpi di scena alternati in maniera sapiente alle fasi più riflessive.   Il tema portante dell'opera, al di là dell'avvincente spy story, è però la duplicità (non a caso כפולים, il titolo originale è tradotto come "Doubled"): da semplici cittadini implicati in una situazione enormemente più grande di loro, quasi kafkiana, i protagonisti (ciascuno dei quali interessantemente in possesso di una seconda nazionalità) mostrano pian piano gli scheletri nei loro armadi. Ben ha tradito la moglie Efrat, sua compagna sin dall'adolescenza, Natalie è coinvolta una serie di frodi, per non parlare di Emma, il cui carattere spiccatamente doppio è sottolineato dal fatto che di tanto in tanto si esprime in inglese. Se di Sean sappiamo da subito che è il meno innocente del gruppo (e la scena in cui cambia del tutto aspetto in aereo è emblematica della contrapposizione tra il suo aspetto rassicurante e i suoi scopi tutt'altro che chiari), discorso a parte meriterebbe Asia, che poi è il personaggio che subisce l'evoluzione più interessante nel corso degli 8 episodi.   Il mondo di False Flag non è declinato in bianco e nero, ma attraverso una gamma virtualmente infinita di grigi: nessuno è completamente buono o cattivo, e – soprattutto – nessuno è ciò che appare: l'agente dello Shin Bet (ed ex Mossad) Eitkan è forse il personaggio con una maggiore connotazione positiva, ma anche lui è capace di mentire – o perlomeno distorcere la realtà – e aggirare le regole per arrivare alla verità.   False Flag mantiene la tensione altissima fino agli ultimi frame del season finale: proprio quando la sequenza in aeroporto sembra staccarsi dal realismo della serie, ecco una giustificazione plausibile nella scena seguente con tempismo pressoché perfetto! E che dire della porta aperta per Ben (che poco prima parlava di lasciare Efrat), o dello sguardo di Sean con cui si chiude l'episodio?   L'unica perplessità: considerato che quello del doppio è un tema così importante in False Flag, sarebbe stato davvero un peccato se alla prima stagione non se ne fosse affiancata – almeno! – una seconda, ma stando al sito http://www.mako.co.il, la seconda stagione è in lavorazione!   Mazel Tov!   Un ringraziamento speciale a Frankental Dunya per la consulenza linguistica.               Link per l'immagine: http://www.mako.co.il/tv-false-flag?Partner=interlink

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