I Rolling stones alla riscossa

Nel 2021 Mick Jagger annunciò alla stampa che la band aveva “un sacco di brani pronti” per la pubbli...

Salute mentale: i due lati dei social tra confronto e autodiagnosi

Negli ultimi anni, parlare di salute mentale non è più un tabù, soprattutto per le nuove generazioni...

Fassino chi? quello dei 4.718 euro.

Piero Fassino l’ha fatta fuori dal vaso ancora una volta. Il 3 agosto scorso siamo rimasti sbigot...

Elezioni spagnole: una finestra sulle europee

Domenica 23 luglio si sono svolte in Spagna le elezioni per il rinnovo del Parlamento: il partito de...

Che delusione quando gli artisti annunciano l’ultimo gin tonic

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Nel 2023 la grande musica sta diventando inclusiva

In passato era impensabile che le persone non udenti potessero occuparsi di musica ma, da qualche an...

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I Rolling stones alla riscossa
Settembre 19
Nel 2021 Mick Jagger annunciò alla stampa che la band aveva “un sacco di brani pronti” per la pubblicazione, poi la notizia passò in secondo piano rispetto ai festeggiamenti dei sessant'anni di carriera che portarono i nostri a un tour celebrativo in tutta Europa. Il gruppo non pubblica un inedito da più di 16 anni, l’ultimo è stato "A Bigger Bang", pubblicato nel 2005. Ma adesso il momento tanto atteso dai fans sembra finalmente arrivato. A luglio del 2023 sull’Hackney Gazette di Londra è comparso un criptato annuncio da parte dell’azienda Hackney Diamonds che ripara vetri rotti e, attraverso diversi indizi, portò a credere ai lettori che ci sarebbe stato un nuovo disco dei Rolling Stones. Infatti nei paratesti c’erano richiami alle canzoni di Mick Jagger.   All’inizio di settembre l’enigma è stato sciolto al Jimmy Fallon Show, dove è stata annunciata la pubblicazione dell’ellepì “Hackney Diamonds” peril 20 ottobre prossimo. Insomma le pietre rotolanti sono tornate più dirompenti che mai. Nel nuovo LP, torna la formazione classica, quella composta da Mick Jagger, Keith Richards, Ronnie Wood, Charlie Watts e Bill Wyman. in due brani registrati prima del 2021, Mess It Up e la Live by the Sword. Oltre a loro, in questa nuova avventura ci sono altri ospiti illustri che accompagnano la band inglese. Infatti in Sweet Sounds of Heaven ci sono la voce di Lady Gaga e il sintetizzatore di Steve Wonder, e nella traccia in Bite My Head Off c’è il basso Hofner di Paul McCarrtney. A completare la lista dei super cantanti c’è Elton John che canta con gli Stones in due canzoni: Get Close e Live by the Sword.   Il progetto è stato anticipato dal nuovo singolo, Angry, che sulle piattaforme di Streaming ha già avuto moltissime visualizzazioni.  Su Youtube è possibile già apprezzare il videoclip e l’ascoltatore, con l’immaginazione, può salire a bordo della Mustang assieme a Sydney Sweeney tra le vie di Los Angeles. Tra le vie della città americana non si può fare a meno di guardare i billboard che trasmettoni filmati d’epoca degli Stones mentre suonano il nuovo pezzo. Una simpatica idea avuta dal regista François Rousselet che ha voluto rendere omaggio in questo modo alla storia di Jagger e soci attraverso filmati storici che vanno dagli anni ’60 agli anni ‘80. Aspettando il 20 ottobre, elenchiamo la track list del disco che dura 48 minuti circa: Angry Get Close Depending on You Bite My Head Whole Wide World Dreamy Skies Mess It Up Live by the Sword Driving Me Too Hard Tell Me Straight Sweet Sounds of Heaven Rolling Stone Blues  
Salute mentale: i due lati dei social tra confronto e autodiagnosi
Settembre 13
Negli ultimi anni, parlare di salute mentale non è più un tabù, soprattutto per le nuove generazioni. Anche i social hanno dato un grande contributo nel normalizzare questo argomento, dando agli utenti la possibilità di esprimere le proprie opinioni e conoscenze in modo semplice e diretto, raggiungendo un gran numero di persone. Questi hanno consentito di affrontare tematiche che fino a pochi anni fa erano relegate a un contesto ristretto e familiare. La pandemia, inoltre, ha messo a dura prova la salute mentale di molti dando però così la spinta per chiedere aiuto ad esperti del settore: come ha riportato la commissione europea, a ottobre 2022 in Italia su 300.000 richieste per il bonus psicologo, oltre il 60% dei cittadini era under 35. Questa situazione, unita al contributo dei social, ha quindi permesso di normalizzare il bisogno di prendersi cura di se stessi, senza pregiudizi, dando voce a un bisogno reale soprattutto tra i più giovani.   Negli ultimi tempi, però, il tema della salute mentale è diventato un trend e si sono moltiplicati sui social contenuti che parlano di sintomi per riconoscere un disturbo mentale. Si stanno diffondendo sempre di più, su Tik Tok e Instagram, contenuti in cui si parla di diagnosi e sintomi legati ad alcuni disturbi mentali e neurodivergenze. Spesso questi video elencano una serie di sintomi in cui è facile identificarsi: avere difficoltà a mantenere la concentrazione, disagio sociale, procrastinare o provare emozioni amplificate. Di fronte a video simili è facile tendere a fare delle autodiagnosi, dimenticandosi che disturbi e neurodivergenze sono spesso difficili da diagnosticare per gli stessi professionisti che se ne occupano perchè richiedono un’analisi approfondita di come questi si inseriscono nella storia dell’individuo. Per parlare di salute mentale serve competenza e consapevolezza, soprattutto se l’obiettivo è quello di sensibilizzare gli utenti sull’argomento e aiutarli nell’affrontare le proprie paure. Quando si affrontano temi così delicati è importante porre attenzione all’impatto che le modalità con cui questi sono trattati hanno sugli altri.   Da un lato i social aiutano ad affrontare e normalizzare temi relativi alla salute mentale, permettendo alle persone di prendersi cura di sé. Dall’altro la diffusione sempre più ampia di questi contenuti richiede da parte di chi ne parla molta consapevolezza sul tipo di pubblico a cui potrebbero arrivare. I video in cui si parla di problemi psicologici potrebbero essere disturbanti per alcune persone che vedono rappresentati sintomi e disagi all’interno del flusso di contenuti social con superficialità. Un altro rischio riguarda la diffusione di un linguaggio clinico che può essere usato in modo inappropriato. Come spesso accade quando si parla di salute, i social possono essere un efficace strumento per diffondere conoscenze e combattere lo stigma, ma quando si parla di temi così delicati è importante considerare che non sempre chi crea tali contenuti possiede gli strumenti per contestualizzare le informazioni. Negli ultimi anni i social hanno reso possibile una vera e propria rivoluzione culturale intorno al tema della salute mentale, che rimane un ambito estremamente delicato. Proprio per questo è importante riuscire a sfruttare le potenzialità dei social, usando un linguaggio immediato e coinvolgente ma stando attenti ad utilizzare le parole giuste e a non banalizzare.               Link alla foto: https://greatpeopleinside.com/wp-content/uploads/2020/02/mental-health.jpg
Fassino chi? quello dei 4.718 euro.
Agosto 26
Piero Fassino l’ha fatta fuori dal vaso ancora una volta. Il 3 agosto scorso siamo rimasti sbigottiti per le affermazioni dell’ex Sindaco di Torino fatte a Montecitorio. Ha agitato il cedolino del suo stipendio, a mo’ di bandierina, proferendo testuali parole: “L’indennità che ciascun deputato percepisce ogni mese dalla Camera è di 4.718 euro al mese. Si tratta certamente di una buona indennità, ma non è certamente uno stipendio d’oro”. Un’affermazione che se fatta da un parlamentare del centro destra non avrebbe destato scalpore, ma fatta da chi dovrebbe rappresentare la classe media diventa qualcosa di surreale e inaccettabile. Quello che dà più fastidio è che nel momento storico in cui il popolo chiede a gran voce una legge per il salario minimo e il ripristino del reddito di cittadinanza c’è chi mostra le sue 4.718 euro al mese come se fosse una normale indennità a cui lui non vuole rinunciare, perché la ritiene il minimo sindacale per un parlamentare.   Dimenticando, o meglio volendo dimenticare, che è una somma che poche persone, della classe media, riescono a vedere tutta assieme. Certamente sappiamo che le spese di un parlamentare sono tante, ma Fassino sa che un comune mortale deve affrontare spese del mutuo, della scuola per i figli, le spese per dentista, per medicinali, per benzina, per alimentari, il tutto con uno stipendio, quando va bene, di circa 1500 euro mensili? Non mentiamo affermando che da anni ormai il Partito Democratico non ha più connessione sentimentale con la gente comune che arranca per arrivare alla fine del mese e che Girogia Meloni potrà continuare a governare per altri vent’anni dal momento in cui i suoi avversari politici sono certi personaggetti, come direbbe il presidente della regione Campania Vincenzo De Luca. E dal momento che in alcuni settori della pubblica amministrazione c’è anche chi ha uno stipendio ancora più corposo dei nostri onorevoli, come quello dei giudici o dei dirigenti sanitari, il nostro atto di accusa non è certamente rivolto al quantum, ma contro un sistema autarchico che decide autonomamente quanto guadagnare e soprattutto cosa inserire nelle voci di rimborso. Paradossalmente se qualcuno osa puntare il dito contro i privilegi della casta, gli viene detto che quelli sono “diritti acquisiti” che servono al loro decoro. Ma al decoro dei cittadini chi ci pensa?   E certamente con 4.700 al mese la vita sarebbe decorsa per chiunque, peccato che Fassino ha omesso di dire che oltre al trattamento economico ci sono altre voci accessorie che spettano solo a loro. Elenchiamo quelle più importanti. Diaria per le spese di soggiorno a Roma. Il giornale “Il sole 24 ore” ammonta questa cifra a 3500 euro al mese e probabilmente per vivere nella capitale di Italia, in cui c’è il record del caro affitti, saranno anche insufficienti, ma la maggior parte della attività parlamentare si concentra in 2-3 giorni alla settimana, principalmente dal martedì al giovedì. Molti degli Onorevoli usa questi soldi per alloggiare nei B&B. Il Rimborso mensile per le spese di mandato. Ogni parlamentare ha il diritto di farsi rimborsare fino a 3600 euro al mese dalla Camera di appartenenza, le spese per il proprio staff, per le attività di ricerca, per le organizzazioni degli eventi, etc. e per ottenere tale somma, il Deputato o Senatore è obbligato a rendicontare metà della somma, come ha riferito l’ex Deputato Alessandro Di Battista in un video su YouTube. Spese telefoniche. Ogni parlamentare ha diritto a 1200 euro all’anno per sostenere, con il proprio telefono, le chiamate nazionali e internazionali. È risaputo che qualsiasi operatore telefonico permette con 20-30 euro al mese traffico nazionale illimitato e attraverso Zoom, Skype o qualsiasi software di videochat si possono fare conversazioni internazionali a costo zero. Spese di Viaggio. Ogni parlamentare ha il diritto di spostarsi gratis ogni qual volta che lo ritenga, sia in prima classe, o in Business, sul territorio nazionale. Per ottenere lo stesso benefit per i voli internazionali, il deputato o Senatore deve avere uno specifico mandato o “missione” della camera di appartenenza.  Potremmo continuare con l’elenco dei privilegi dei parlamentari, ma rischieremo di cadere nella trappola del populismo, e poiché non siamo “cattivi maestri” non vogliamo certo izzare il popolo, ma ci dispiace doverci associare alle parole di Gian Antonio Stella, autore del besteller La Casta, e a mo’ di sconfitta ammettere che ci sembra di essere ancora nell’antica Roma. Da allora non è cambiato niente: nulla riesce a scalfire il sistema.     link alla foto: https://www.open.online/2023/07/24/piero-fassino-sconfitta-elezioni-torino-2016-pd-m5s/   Credits foto: ANSA/Tino Romano | Piero Fassino alla presentazione del libro “Il ritorno degli imperi” a Torino (18 novembre 2022)
Elezioni spagnole: una finestra sulle europee
Luglio 31
Domenica 23 luglio si sono svolte in Spagna le elezioni per il rinnovo del Parlamento: il partito dei Popolari è la prima forza spagnola, ma senza una maggioranza assoluta. Su fronti contrapposti si sono sfidate la coalizione di sinistra formata dal Partito Socialista Operaio Spagnolo (PSOE) e Sumar - nato dal raggruppamento di partiti facenti parte della sinistra radicale - e guidata dal Primo Ministro socialista uscente Pedro Sánchez. Dall'altro lato del campo si è presentata la coalizione di destra formata dal Partito Popolare (PP) e Vox - partito conservatore, neofranchista e di estrema destra, nato da una scissione del PP e gemellato con Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni - e guidata dal presidente del PP Alberto Núñez Feijóo. Le elezioni sono terminate con un sostanziale pareggio: il PP è primo partito con con il 33% dei voti, tallonato dal PSOE fermatosi al 31,7% dei voti, ma la coalizione di sinistra ed i partiti autonomisti hanno ottenuto appena un seggio parlamentare in più (172) dell'asse PP - Vox (171). In base alla costituzione spagnola, una volta ottenuto l'incarico dal Re, è possibile formare un governo al raggiungimento della maggioranza assoluta dei seggi alla Camera Bassa oppure con maggioranza relativa dei seggi con la condizione che i "Sì" superino i "No", senza contare gli astenuti. Alla luce dei risultati elettorali raggiunti emerge come nessun partito o coalizione abbia ottenuto la maggioranza assoluta e, di conseguenza, non possa formare un governo. Questo risultato è stato sorprendente per tre motivi in particolare: -        il PP, dato come vincitore assoluto di queste elezioni, ha preso meno voti di quelli che erano previsti dai sondaggi; -        il PSOE, nonostante sia arrivato secondo, ha ottenuto più voti rispetto alla tornata elettorale del 2019 passando dal 28% al 31,7% ed ha visto aumentare il proprio numero di seggi in Parlamento; -        Vox, che avrebbe dovuto prendere un significativo numero di voti, si è fermato al 12,4% ed ha visto dimezzare i suoi seggi. Inoltre, ciò che ha reso questa tornata elettorale di fondamentale importanza è l’alleanza tra il PP e Vox, popolari e estrema destra, in quanto banco di prova della futura alleanza che formerà la Commissione Europea in seguito alle elezioni europee che si terranno a giugno 2024. Alleanza tra il Partito Popolare Europeo (PPE) e i Conservatori e Riformisti Europei (ECR),partito europeo di cui è presidente Giorgia Meloni, con l'esclusione del gruppo dei Socialisti e Democratici Europei (S&D). Guardando ai risultati spagnoli, il Partito Popolare e il Partito Conservatore, non hanno ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi, anzi il PP ha ottenuto meno del previsto mentre Vox ha dimezzato i seggi rispetto al 2019. Il risultato del PSOE, invece, ha ridato vigore ai partiti della sinistra europea ed a S&D. Dunque, le elezioni europee del 2024, con queste premesse, potrebbero non essere così scontate come previsto. Tutto è ancora aperto.
Che delusione quando gli artisti annunciano l’ultimo gin tonic
Luglio 21
  Negli anni ’70, in piena epoca punk, in Gran Bretagna, centinaia di ragazzini appassionati di musica rock, oltre a indossare vestiti strappati, vistose catenine al collo, tutto accompagnato da capigliature colorate alla moicana, andavano in giro con una simpatica T-sirth con la scritta “I hate the Pink Floyd”, resa celebre dal cantante dei Sex Pistol, Johnny Rotten, che puntava il dito contro i musicisti della vecchia generazione, ritenuti ormai dei dinosauri perché incapaci di stare al passo con i tempi e di offrire al pubblico qualcosa che li tenesse ancora sulla cresta dell’onda. Dopo 40 o 50 anni possiamo dire che quelle invettive, oltre ad essere state di cattivo gusto, hanno sortito l’effetto di un karma negativo sull’intero movimento punk. Infatti quei dinosauri hanno resistito all’onda d’urto delle mode che si sono susseguite e hanno continuato a fare musica sino ai giorni nostri nonostante l’età anagrafica, motivo per cui molti di loro hanno pensato di appendere le loro chitarre e microfoni al chiodo, perché fare un disco o fare una tournée non era più divertente o esaltante come un tempo. Peccato che non gli crediamo! Molti artisti attivi durante il “secolo breve” dicevano che l’unica cosa importante, all’epoca, era quella “di avere i soldi per farsi le piscine” e adesso ci vengono a raccontare che non riescono più a stare dietro al sacro fuoco dell’arte. Ma questo fuoco è mai esistito? Chi non ce la fa più fisicamente o non ha più idee è giusto che mandi in pensione il proprio personaggio e che si goda il tempo rimasto, ma storciamo il naso sul fatto che molti cantanti annuncino il “falso” ritiro dalle scene con un farewell tour in grande stile. Sembra proprio che non sappiano rinunciare all’ultima jacuzzi “regalata dai fans.” Non c’è nulla di artistico dietro le loro intenzioni. Ci sentiamo presi in giro perché nonostante i loro annunci, continuano a suonare e a cantare confidando nel fatto che il pubblico abbia la memoria dei pesci rossi. Gli ultimi ad aver annunciato il tour di addio sono stati gli Eagles che, timidamente, hanno annunciato di voler chiudere il cerchio dopo 52 anni di attività. Il loro The Long Goodbye Final Tour inizierà nella fine del 2023 e si concluderà nel 2025. Al momento non abbiamo altre informazioni ed è impossibile giudicare se, come altri loro illustri colleghi, stiano facendo promesse da marinaio. È impossibile fare un elenco completo di questi musicisti ma, concludiamo questo articolo con i “Pinocchi” più eclatanti. I Kiss annunciarono nel 2000 la volontà di ritirarsi, dicendo che ormai la band aveva scalato tutte le montagne e che ormai volevano dedicare il loro tempo al gardering. Ebbene sono oltre vent’anni che da dopo l’addio continuano a suonare e giurano, con le dita nascoste dietro la schiena, che nel 2023 ci saranno le loro ultime date. Tina Turner, scomparsa poco più di un mese fa, nel 2000 annunciò il ritiro dalle scene dopo 44 anni di carriera. Si rimise in gioco qualche anno dopo, per festeggiare i suoi 50 anni, dicendo che tutti gli artisti che amava continuavano a suonare, e quindi le sembra giusto continuare a ritornare on the road. Eric Clapton nel 2017, in occasione della presentazione del “Live in 12 bars”, annunciò alla stampa il ritiro definitivo perché il suo fisico non reggeva più e soprattutto perché l’epoca delle chitarre è ormai finito. La carriera dell’ex voce dei Cream è ancora attiva e a settembre suonerà a Los Angeles. I Pooh, dopo una carriera straordinaria, arrivati ai 50 anni di attività, decisero di sciogliere consensualmente la band e di salutare i fans con un tour di addio. Durante il covid morì Stefano D’Orazio e i membri in vita giurarono che, proprio per la morte dello storico batterista, non avrebbero più riformato la band. Qualcosa deve avergli fatto cambiare idea visto che nel 2023 la band di Facchinetti sarà impegnata da luglio fino a ottobre.       link all'immagine dell'articolo https://unsplash.com/it/foto/yVKGWunM960
Nel 2023 la grande musica sta diventando inclusiva
Luglio 16
In passato era impensabile che le persone non udenti potessero occuparsi di musica ma, da qualche anno, sempre più persone sfidano il silenzio e trovano nella musica una valvola di sfogo, una possibilità di comunicare e sentire in modo diverso e di inserirsi nella vita quotidiana. Il canto segnato, ovvero l'incontro tra musica e lingua dei segni, è una vera e propria disciplina artistica che tramite il movimento corporale, la mimica e la traduzione in lingua dei segni permette di rappresentare visivamente le componenti del canto. In una società che non sempre si batte per l'inclusività, per fortuna ci sono sempre più spesso artisti e persone che ci tengono a rendere l'universo musicale accessibile ai non udenti.   Per esempio, uno splendido momento nel segno dell'inclusività si è verificato l'11 luglio a San Siro durante il concerto dei Pinguini Tattici Nucleari. La band ha fatto salire sul palco una ragazza che ha interpretato in Lis uno dei loro brani di successo. "Fatemi cantare 'Ridere' con voi nella lingua dei segni". Un messaggio scritto su un semplice cartellone giallo è bastato a Giorgina Lo Nardo, giovane interprete della lingua dei segni, per convincere i Pinguini Tattici Nucleari a realizzare il suo sogno. Nei video pubblicati sui social si vedono la ragazza e Riccardo Zanotti, frontman dei Pinguini, dare vita ad un'esibizione improvvisata ed emozionante, capace di far cantare, commuovere e ballare i 70 mila fan presenti allo stadio, senza alcuna distinzione.   Un altro esempio recente di inclusività musicale si è verificato a giugno durante il concerto dei Coldplay, che hanno proposto una meravigliosa interpretazione delle proprie canzoni in lingua dei segni come inno all'inclusione ed esempio da seguire durante il loro tour mondiale per il nono album, Music of the Spheres. In realtà, non è un avvenimento nuovo: i Coldplay sono soliti rendere i loro concerti accessibili davvero a tutti. Così, in ogni loro tappa del tour, passando per Napoli e Milano, Chris Martin non ha deluso nessuno e si è diffuso sul web un video che riprende la parte più dolce dei suoi spettacoli. In una notte magica, tra voci e luci meravigliose, appaiono due ragazzi che eseguono l'intero concerto in Lis. Inoltre, agli spettatori non udenti e ipoudenti, è stata dedicata un'area apposita in cui sono stati disposti uno schienale tattile per permettere loro di percepire fisicamente il suono. I sedili sono dotati di un sistema audio che permette di vivere un'esperienza fisica del suono tramite uno zainetto vibrante (il Subpac) dalla speciale tecnologia che trasferisce le basse frequenze sul corpo. Mentre per gli spettatori ciechi e ipovedenti il gruppo inglese ha predisposto dei tour tattili prima dello spettacolo. L'intento dei Coldplay è che i loro concerti siano accessibili a chiunque e che tutti possano vivere la migliore esperienza possibile.   Dai Pinguini Tattici Nucleari, ai Coldplay fino a Sanremo, la musica sta cambiando. Bisogna riconoscere che anche un'istituzione storica della musica italiana, com'è il noto Festival, ha mostrato negli ultimi anni una sensibilità crescente a partire dal 2020 con i performer Lis. Artisti a tutto tondo che non si limitano a riprodurre le canzoni in gara, ma le interpretano, dando vita a performance artistiche autonome. Oltre a rompere le barriere dell'esclusione, può essere affascinante e interessante per tutti l'accompagnamento segnico e mimico ad ogni canzone, avvicinandoci a coloro che possono godere della musica in modo differente. Questi esempi di inclusività sono spesso posti in secondo piano in Italia, ma meritano una grande considerazione e riverbero affinchè non siano eccezioni o voci fuori dal coro, ma diventino la normalità durante ogni concerto ed esperienza musicale.
Il mainstream a caccia di streghe: musicisti nel mirino
Giugno 21
Brutte notizie per chi ha uno sguardo critico sul mondo. Potrebbe finire sulle liste di proscrizione di qualche giornale mainstream, come è accaduto proprio l’anno scorso ad Alessandro Orsini e ad altri intellettuali che avevano visto comparire la propria foto segnaletica sul “Corriere della Sera”. Erano stati presentati tutti come putiniani o semplicemente avversi al modus operandi di UE e NATO. Dopo la caduta del Muro di Berlino, i politici e i professionisti dell’informazione, ci avevano raccontato che una nuova epoca di pace e di prosperità era giunta e che potevamo archiviare faticosamente i mali del secolo scorso: i totalitarismi novecenteschi, il nazismo e comunismo. I nostri intellettuali si erano dimenticati di accantonare anche una delle pagine più vergognose dell’Occidente: il maccartismo.   Non è un caso che chi ha una posizione diversa, su qualsiasi argomento, UE, Euro, NATO, o su qualsiasi altro termine contrario al “politicamente corretto”, venga delegittimato con etichette create ad hoc per silenziare automaticamente un dibattito sui temi più caldi, ed eppure se c’è una cosa per cui le democrazie dovrebbero vantarsi è proprio quello di dare spazio alle voci che cantano fuori dal coro. Scriviamola tutta, assistiamo al paradosso che chi controlla i poteri forti e ne detta la linea comunicativa fa orecchie da mercante nei riguardi di chi pubblica in rete sciocchezze di poco conto, ma è pronto a effettuare uno shadow ban o un vero e proprio boicottaggio nei riguardi di chi esprime innocentemente il proprio dissenso. Questo trattamento è stato subito da influencer, opinion leader, giornalisti e da quelle notizie che possono disturbare il manovratore. Non è un caso che la proposta di referendum “contro le armi”, promosso dall’intellettuale Enzo Pennetta, sia rimasto in sordina sui grandi giornaloni, come anche le idee di chi diffonde il proprio pensiero con la musica.   Ultimamente, come ripotato da diversi giornali, dal “Secolo XIX”, da “La Repubblica”, o semplicemente dall’Ansa, alla pianista ucraina, Valentina Lisitsa, è stato vietato di suonare al Lerici music Festival perché l’artista si è sempre schierata a favore dell’avanzata russa. Infatti, la sua posizione si è aggravata quando , dopo la conquista da parte dell’esercito della Federazione Russa, ha suonato a Mariupol. Un’onta da cancellare con un abiura, voluta dagli organizzatori della manifestazione canora che, purtroppo, come segnala anche “Byoblu,” non è arrivata ed è per questo motivo che è scattata la censura nei suoi confronti. Peccato, però, che a nessuno sia venuto il dubbio che la regina di Rachmaninov non è sostenitrice di Putin, come scritto dai giornali locali, ma è sostenitrice di quelle popolazioni del Donbass, ucraine come lei, che da anni sono vittime del giogo del governo ucraino, come denunciato, ben prima dello scoppio della guerra, da pochissimi giornalisti.   La russofobia non ha risparmiato neanche l’ex leader dei Pink Floyd, Roger Waters, che da sempre manifesta il suo odio per le guerre, per le occupazioni, per le violazioni dei diritti dell’uomo. Il cantante britannico è una delle poche voci rimaste a scagliarsi contro l’odiosa occupazione israeliana. Per questo era già finito sotto la lente di ingrandimento dei mass media, soltanto che da quando si è espresso contro il Governo di Kiev si sta alzando un polverone nei confronti dei suoi spettacoli perché evocano alcune scene tratte dal film “The Wall” in cui il protagonista indossa una divisa nazista che nei live il bassista ha sempre messo. Peccato che il film è del 1982 e Waters rievoca le scene incriminate da oltre 30 anni proprio per ricordare che per colpa della Germania nazista suo padre perse la vita, ma se davvero gli si voleva rivolgerge un’accusa di antisemitismo, bisognava farlo allora e non di certo adesso.   Ma voi vi immaginate se negli anni ’60 avessero imbavagliato Bob Dylan o Joan Baez per le loro posizioni contro il Vietnam? O addirittura cosa avrebbero detto a Jovanotti, a Ligabue e Piero Pelu se oggi avessero pubblicato “Il mio nome è mai più?”   Non lo sappiamo e non vogliamo neanche immaginare se gli artisti citati avrebbero subito censura o pressioni, ma ci piace ricordare che la libertà di espressione è un diritto inalienabile dell’uomo, un diritto che, come recita la nostra carta costituzionale, può essere esercitato in qualunque forma. Un musicista o un cantante lo comunica nel modo in cui sa fare meglio: con la sua arte. Molti artisti sentono un dovere morale nei confronti della società: svegliare le coscienze dal torpore di un Occidentale che pensa di appartenere a un’enclave intaccabile e sicura, e non si rende conto che in quell’ enclave, come diceva Orwell, l’unica libertà è quella di non trasgredire i dettami del grande fratello.     link immagine: https://unsplash.com/it/foto/8Yxkb0SvNEM
Turismo e gentrificazione: il rischio di una napoletanità senza napoletani
Maggio 21
Sebbene il tempo in questi giorni ci stia regalando una Napoli grigia, umida, molto inglese, la sua identità visiva all’estero permane: pizza, spaghetti, sole e la squadra di calcio, questi gli elementi che attirano i turisti. La napoletanità, che attrae più della Cultura stessa (e immensa) che questa città offre, sta conquistando tanti visitatori, anche grazie alla vittoria dello scudetto da parte del Napoli. I festeggiamenti della squadra allenata da Luciano Spalletti hanno infatti puntato ancor di più i riflettori sulla città partenopea. A marzo Demoskopika aveva previsto un incremento significativo dell’apporto turistico in Campania, con circa 20,8 milioni di presenze (+12,3%) e 5,7 milioni di arrivi (+13,1%), rispetto all’anno precedente. Questi dati comportano una riflessione su una serie di questioni fortemente attuali. Da un lato, questa maggiore riconoscibilità e visibilità di Napoli all’estero, e non solo, va ad alimentare un bisogno espresso dal concetto dell’antropologia demartiniana di “presenza” di un popolo sempre relegato ad un luogo che fatica ad emergere. Dall’altro lato, però, l’arrivo di queste orde di turisti, e il conseguente allontanamento di molti residenti dai luoghi di interesse, in particolare dal centro storico della città, finiscono per annullare la partecipazione dei napoletani stessi al concetto di presenza espresso da De Martino. Chi infatti possedeva una o più case nel centro storico di Napoli si è subito reso conto di quanto potesse essere redditizio utilizzarle come appartamenti vacanze. Ciò ha innescato una corsa ai profitti, che ha innalzato il mercato immobiliare. Infatti, secondo alcuni dati della prefettura l’inizio del 2023 avrebbe visto oltre 10.000 sfratti esecutivi, rendendo quindi sempre più difficile la possibilità di trovare case in affitto. Situazione che tra l’altro va anche a scapito di un processo di rivalutazione del territorio: l’aumento dei prezzi rende più difficile la possibilità di trovare casa, da parte di famiglie, giovani lavoratori e soprattutto studenti, quest’ultimi fondamentali per determinati processi di rinascita territoriale. Ad aggiungersi alla questione del caro affitti, c’è anche quella riguardante l’occupazione senza limiti del suolo pubblico da parte di ristoranti e bar. Durante la pandemia, infatti, l’impossibilità di stare al chiuso ha permesso, giustamente, a diversi servizi la possibilità di usufruire del suolo cittadino, ma come spesso accade in queste occasioni, la situazione è ora degenerata, rendendo i quartieri dei luoghi di aggregazione culinaria a cielo aperto (rendendo così anche fisicamente difficile il passaggio di pedoni e auto). Questo meccanismo speculativo ha allontanato sempre di più gli abitanti dalla propria città, ponendo molte persone in difficoltà economica e lavorativa, in una condizione di emergenza abitativa e a costringerli a lasciare il centro della città, che fino a qualche anno fa era una delle zone economicamente più accessibili. I flussi turistici hanno accelerato un processo di gentrificazione, favorito anche dalla globalizzazione. “Gentrificazione” è un “termine coniato nel 1964 da Ruth Glass, con il quale si intende quel fenomeno di “rigenerazione e rinnov”amento delle aree urbane che manifesta, dal punto di vista sociale e spaziale, la transizione dall’economia industriale a quella postindustriale”. Tale fenomeno nel tempo sta modificando la fisionomia e l’essenza abitativa della città di Napoli. In particolare, i luoghi che caratterizzavano culturalmente il centro storico, come librerie e bancarelle di libri su via Port’Alba, sono e stanno man mano scomparendo per far posto a bar, ristoranti, negozi o posti di intrattenimento ludico. È emblematico il caso di due dei cinema storici di Napoli, come il Metropolitan, sito in via Chiaia, che ha appena chiuso i battenti per far spazio ad un’incerta sala Bingo e l’Arcobaleno, nel quartiere Vomero, che ha abbassato le saracinesche proprio durante la pandemia per poi riaprirle sotto forma di uno shop totalmente Made in China. È chiaro che da un lato un processo di gentrificazione può aiutare una città come Napoli a diventare anche più sicura sotto determinati aspetti, quali ad esempio quello della microcriminalità, ma è anche vero che tutti quegli stereotipi (giusti o sbagliati che siano, ma questo è in discorso che va affrontato in un’altra sede) che attirano tanto i turisti e che trasmettono all’estero l’idea di una napoletaneità, spesso trasformata in una mera macchietta, la quale sta scomparendo insieme agli stessi abitanti della città, costretti a trasferirsi nelle periferie.  Inoltre, se prima non siano stabiliti dei piani di gestione concreti, di tutela del territorio e dei cittadini, si rischia di far crollare un castello di carta a causa della mancanza di servizi e infrastrutture adeguate. Esse servirebbero infatti non solo ad accogliere i numeri eclatanti di visitatori, ma anche a rendere la vita nelle periferie accessibile a tutti. Ora non è più il caso di arrangiarsi, ma di costruire situazioni stabili in grado di rendere Napoli una vera metropoli.
Il cinema distorto ed assurdo di Quentin Dupieux
Maggio 20
Quentin Dupieux (Parigi, 14 aprile 1974) conosciuto anche come Mr. Oizo nel mondo della musica elettronica, ha iniziato la sua carriera come musicista, producendo musica e remixando brani per vari artisti. Successivamente si è interessato al cinema, iniziando a dirigere cortometraggi e video musicali. Nel corso degli anni ha costruito una carriera unica nel panorama cinematografico contemporaneo, grazie alla sua visione del mondo distorta e iperbolica.Il suo stile distintivo si caratterizza per l'umorismo surreale, per trame apparentemente insensate e non convenzionali, con ambientazioni e atmosfere stravaganti.Gli spettatori sono immersi in situazioni che sfidano le logiche umane, accompagnati da personaggi eccentrici, protagonisti di gag e dialoghi paradossali, sempre ossessionati da qualcosa.Dupieux fa leva su una comicità che lascia lo spettatore interdetto ed anche sconcertato, perché tutto risulta imprevedibile, inatteso e folle.Oltre alla regia, compone anche le colonne sonore dei suoi film, scegliendo con cura le tracce in modo da permettere una totale fusione e coesione tra immagine e musica. La filmografia di Quentin Dupieux include una serie di film notevoli, ma quello che incarna meglio il suo stile è "Wrong" del 2012. È la storia di un uomo che ha perso il suo cane e nel tentativo di ritrovarlo si imbatte in personaggi ed eventi assurdi. Come dice il titolo del film, non c'è niente di giusto nella storia raccontata, è tutto sbagliato, a partire dall'orologio che segna le 7.60. I personaggi sono soggetti fastidiosi ma allo steso tempo fanno compassione e divertono; il protagonista è un perdente che prova a mantenere una parvenza di normalità in un mondo completamente al contrario. Dupieux analizza la monotonia della quotidianità, stravolgendola attraverso una narrazione non lineare ed un umorismo grottesco, con discussioni filosofiche stranamente coinvolgenti. Uno dei lavori più iconici di Dupieux è però "Rubber" del 2010: la storia di un copertone di gomma che prende vita e grazie a poteri telecinetici diventa un assassino seriale. Il film dall'inizio mette in guardia il pubblico, con il personaggio di un poliziotto che esce dal bagagliaio della volante e si rivolge direttamente allo spettatore affermando: "Tutti i grandi film, senza eccezione alcuna, contengono un importante elemento di "nessun motivo". E sapete perché? Perché la vita stessa è piena di cose "per nessun motivo". Questo è l'essenza stessa dei film di Dupieux e con questa opera vuole scimmiottare i cliché dei film horror. Interessante è considerare l'aspetto meta-cinematografico del film, poiché le azioni omicide del copertone sono osservate da un gruppo di spettatori che verranno poi coinvolti in una situazione spiacevole. Il 5 settembre 2020 venne presentato fuori concorso alla 77ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia "Mandibules", uno dei suoi lavori che ha ottenuto una grande attenzione a livello internazionale. La trama segue due amici, Jean-Gab e Manu, che scoprono un'enorme mosca nella loro macchina e decidono di addomesticarla per poterci guadagnare. Intraprendono così un viaggio fatto di assurdità, comicità nera e tenera umanità, lasciando lo spettatore in balia di sentimenti contrastanti e con il compito di trovare un'interpretazione personale a ciò che ha appena visto.L'ultima opera di Dupieux è "Fumer fait tousser" (Fumare fa tossire) del 2022: l'onirica storia della Tabacco Force, composta da Benzene, Nicotina, Ammoniaca, Mercurio e Metanolo, improbabili supereroi che sconfiggono mostri facendoli esplodere di tumori. In una pausa tra una missione ed un'altra, si riuniscono in un campeggio improvvisato, ed iniziano una sessione di "piccoli brividi", raccontandosi storie dell'orrore splatter ed eccentriche. Il film prende volutamente in giro il genere supereroistico, ormai totalmente inflazionato, e ha come unico scopo quello di divertire lo spettatore, a patto che sia pronto ad accettare il mondo contraddittorio del regista. Dupieux è da considerarsi uno dei registi più originali e visionari del cinema contemporaneo, perché riesce a creare sempre delle esperienze cinematografiche stravaganti fuori dal comune e provocatorie, giocando con la percezione della realtà e spingendo gli spettatori a interrogarsi sui confini tra il reale e l'immaginario.
Due vite, two flags: cosa cela il gesto di Marco Mengoni all’Eurovision 2023?
Maggio 19
Come ogni anno, anche quest'anno si è tenuto l'Eurovision Song Contest. La 67ª edizione del concorsocanoro si è svolta presso la Liverpool Arena nel Regno Unito, dal 9 al 13 maggio 2023. Sebbene la vincitricedi quest'anno sia stata la cantante svedese Loreen con la canzone "Tattoo", anche l'Italia ha avuto un ruolodominante e si è fatta sentire. In primis, perché il nostro rappresentante era il grande Marco Mengoni, checon la sua voce limpida ed emozionante ci ha regalato il 4° posto con il brano "Due Vite" ed è stato premiatodalla critica con i Marcel Bezençon Awards. La sua partecipazione, però, ha provocato un grande eco anche perché, nella serata finale del 13 maggio durante la presentazione degli artisti, il cantante di Ronciglione ha voluto portare con sé, oltre alla bandiera italiana Tricolore, anche la Pride Progress Flag per i diritti della causa LGBTQIA+.   La bandiera esibita, in realtà, presentava 5 colori in più: il bianco, il rosa, l'azzurro, il marrone e il nero. Questa è stata disegnata dal graphic designer Daniel Quasar per rendere la celebreRainbow Flag ancora più inclusiva. Le nuove strisce colorate sono dedicate alla comunità di colore, a quella transgender, ai malati di Hiv e a chi si è sacrificato per portare avanti la battaglia dei diritti.   La decisione di sventolare entrambe le bandiere ha trovato consensi nel pubblico e sui social. Questo anche perché, su Twitter, Marco Mengoni ha scritto: "Due Vite, two flags", alludendo alla connessione tra il gesto compiuto e il titolo della canzone che ha presentato. Tutto ciò non è passato inosservato in Italia, ma anche all'estero; sui social infatti sono state migliaia le ricondivisioni e i commenti di apprezzamento al gesto del cantante italiano che ha condiviso un messaggio importante, che porta l'attenzione sull'inclusività e sulla battaglia per i diritti.   Tra i principali commenti al suo post troviamo, ad esempio: "Tanta stima per chi nonha timore di esporsi, nulla è dovuto o scontato. Se vogliamo una società che rispetti le persone, nondobbiamo smettere di pretenderlo". Mario Colamarino, presidente del Circolo di Cultura OmosessualeMario Mieli, commenta invece dicendo: "Ringraziamo Marco Mengoni per un gesto che ci ha molto colpiti.Brandire la Rainbow Flag è un atto di supporto nei confronti del movimento LGBTQIA+, motivo di orgoglioper la responsabilità che ne consegue".   Il 17 maggio è stata la giornata internazionale contro l'omofobia, la bifobia e la transfobia e senza dubbio parlarne e ricordarlo è necessario al fine di intervenire per contrastare ogni tipo di discriminazione. Quest'anno, per la prima volta, il Parlamento Europeo ha condannato i membri dell'attuale governo italiano per retorica anti-LGBTQIA+. Secondo Ilga-Europe, l'Italia è uno degli ultimi paesi d'Europa per rispetto delle persone LGBTQIA+ e uno degli ultimi paesi d'Europa a non avere una legge contro l'omotransfobia.   In una tale situazione è evidente che parlare del rispetto dei diritti umani non basta ed è necessario agire. Un gesto come quello compiuto da Marco Mengoni, dunque, vale molto più di quanto possa sembrare. Non ha portato sull'Arena di Liverpool solo una canzone coinvolgente, ma anche una riflessione sui temi in cui crede come l'amore, l'uguaglianza e il rispetto. Manda un messaggio carico di significato ad un ampio pubblico, comunica che non tutti in Italia la pensano allo stesso modo sull'omotransfobia e che la libertà di pensiero e di espressione deve essere più forte della tracotanza di potere. Spesso c'è chi si dice attivista e più raramente c'è chi l'attivismo lo pratica; il nostro Marco Mengoni ha deciso di praticarlo tramite il gesto più semplice ma anche più potente possibile in un contesto internazionale come quello dell'Eurovision.
I rischi dell’intelligenza artificiale in campo musicale
Maggio 10
Sulla rete, e non solo, sta suscitando scalpore l'uso dell'intelligenza artificiale applicata in diversi ambiti, infatti si stautilizzando, ad esempio, per il semplice fotoritocco o per la creazione di miniprogrammi. L'avanzamento tecnologicopotrebbe portare l'AI a nutrirsi enormemente e a prendere sempre più potere tanto da portare a falseconsapevolezze perché potrebbe indurre a un delirio di onniscienza chi la utilizza.In questi anni i programmatori hanno offerto strumenti ad hoc anche all'industria musicale, già invasa da strumentiinformatici che hanno minato e minano tutti i settori: dalla distribuzione attraverso i portali di Youtube e di Spotify,alle performance dal vivo che con trucchetti dopano la bravura e le esibizioni degli interpreti, cosa che avviene conil famigerato autotune. Finora il compositore univa ingegno e talento nelle proprie creazioni, oggi invece anche inquesto campo le software house stanno drogando l'inventiva a discapito di chi usa ancora le note, gli accordi e lescale. Ma per fortuna una macchina rimarrà pur sempre tale visto che per funzionare ha bisogno di unprogrammatore che gli dia istruzioni su come funzionare.Sotto accusa non ci sono i loops o le drum machine, usati anche in ambito professionale, ma programmi chepossono letteralmente emulare pattern musicali o addirittura voci di cantanti noti.Vogliamo citare, una per tutte, l'AI creata da Google, MusicLM, un programma in grado di generare melodie earmonie sfruttando le librerie senza copyright presenti in rete. Chi vorrà interrogare la macchina non dovrà fornirleuna partitura o una tablatura ma gli basterà descrivere su un file doc la sua idea generica. Al resto ci penserà ilcomputer, anni dedicati allo studio non serviranno più!Per quanto riguarda l'emulazione di voci ormai non è più fantascienza: esistono già diversi dispositivi che, partendoda modelli vocali, possono presentare una falsa realtà. Adesso con l'intelligenza artificiale possiamo ascoltare daartisti, sia morti che vivi, dei brani interpretati, con la loro "presunta" voce, canzoni di altri cantanti. I risultati sonodavvero notevoli. Noi incuriositi dalla novità abbiamo voluto ascoltare Thriller cantata da Freddie Mercury (link sulnome del brano) eseguita con l'aiuto di Music-AI. Al primo ascolto Il risultato è eccezionale, ma al secondo sorgonodubbi a chi ha orecchio musicale perché si rende conto di trovarsi davanti a una banconota falsa. Mancano lesfumature tipiche della voce dei Queen!Qualcuno chiamerà quello che vediamo sotto ai nostri occhi evoluzione o progresso, sta di fatto che questi softwarese da un lato democratizzano il processo creativo, dall'altro lo ammazzano perché chiunque potrebbe fingere diessere un ingegnere senza avere le competenze né quel guizzo delle menti geniali. E poiché siamo consapevoliche alcune menti umane agiscono soltanto per interesse, dobbiamo sperare che il legislatore intervenga sueventuali rischi in cui si potrebbe incorrere qualora si sfiorassero temi sia etici che morali.
MAD DETECTIVE di Johnnie To: la psicologia del thriller
Maggio 10
Se è vero che il thriller psicologico ha avuto un forte exploit negli ultimi trent'anni grazie al cinema di registi quali David Fincher con Seven e Fight Club, Denis Villeneuve ed il suo labirintico Enemy, l'intramontabile Mullholand Drive di David Lynch e il blasonatissimo Shutter Islanddell'immortale Martin Scorsese, solo per citarne alcuni, è anche vero che difficilmente le grandi distribuzioni italiane si interessano ai prodotti orientali. Nelle ultime due decadi, in paesi come il Giappone, la Corea del Sud e la Cina (da intendersi quindi anche Taiwan e Hong Kong), sono stati girati numerosi film validissimi appartenenti al sopracitato sottogenere (Confessions di Tetsuya Nakashima, Burning di Lee Chang-dong, Port of call di Philip Yung); film che, neanche a dirlo, o sono mai arrivati nelle nostre sale o non hanno avuto il risalto che invece avrebbero meritato. Essendo abituato da sempre all'egemonia del cinema americano, per il pubblico generalista è diventato sostanzialmente impossibile approcciare le distribuzioni orientali, dalle quali spesso arrivano prodotti che, se non addirittura migliori, sono assolutamente all'altezza dei più famosi Blockbuster (e non) statunitensi. In questo contesto si inserisce quello che a mio modestissimo avviso è probabilmente il migliori thriller psicologico degli ultimi anni: Mad Detective di Johnnie To. Dopo il fenomenale Exiled uscito solo l'anno prima, nel 2007 il cineasta hongkonghese firma un altro capolavoro che, per altro, rappresenta praticamente un unicum nella filmografia del regista. Presentato al festival di Venezia nel 2007, Mad Detective è senza ombra di dubbio uno dei migliori thriller psicologici del terzo millennio per intuizioni narrative e resa complessiva, capace d'anticipare largamente l'idea alla base dello Split di Shyamalan ma riuscendo a sfruttarla decisamente meglio aggiungendo alla ricetta un particolare tanto determinante quanto affascinante: Bun, il detective protagonista, è in grado di scrutare la vera personalità degli individui.Su questo presupposto si snoderanno gli intrecci messi in scena alla grande dalla regia di uno dei maestri dell'action thriller contemporaneo che, come altri prima di lui, sul finale cita La signora di Shanghai senza particolari trovate narrative ma utilizzando soluzioni visive che coordinate mirabilmente alla narrazione riescono a colpire senza ricorrere ad inutili artifici.Le ombre e le luci che insediano la città, i primissimi piani, gli sguardi e i dialoghi, la caratterizzazione dei personaggi, le dinamiche narrative. Tutti gli elementi dell'opera si mescolano in un'armonia d'immagini audiovisive che non può lasciare in nessun modo indifferenti se si apprezza il genere di riferimento e i relativi stilemi. Considerata una delle opere minori del regista,Mad Detective è invece a mio parere l'esempio perfetto delle sensazioni e della malinconia che un thriller psicologico dovrebbe essere in grado di restituire ad un pubblico che non sa cosa aspettarsi ma che intuisce strada facendo cosa deve prepararsi a sostenere. Mad Detective rappresenta un'affidabile disamina di come dovrebbe essere scritto e visivamente costruito un thriller psicologico che non abbia solo la pretesa di intrattenere ma che, al contrario, miri a suscitare nello spettatore il disorientamento e lo stupore necessari a ripercorrere quanto appena visto per poter conferire un senso più personale all'opera. Johnnie To con Mad Detective dirige un thriller psicologico che rielabora la psicologia del thriller. Ne più, ne meno.
“Mad God”: l’incubo alla Bosch di Phil Tippett
Aprile 25
Nel 2022, dopo ben trent'anni di lavorazione, è stato distribuito quello che si può definire come il capolavoro dell'animazione in stop-motion: "Mad God" di Phil Tippett.Tippet è un famoso designer di effetti speciali, ricordato soprattutto per il suo lavoro di effetti visivi in Guerre stellari e Jurassic Park. Ma è anche un regista e da sempre si occupa della stop-motion e go-motion, realizzando diversi corti che sono il preludio di questo film sconvolgente."Mad God" è un film d'animazione sperimentale per adulti che non ha una trama vera e propria ma è un'esperienza visiva e simbolica, capace di toccare ed affrontare diverse tematiche incentrate sul concetto di vita e morte, creazione e distruzione. Lo spettatore segue le vicende di questo viaggiatore, l'Assassino, che lungo il suo percorso sarà e ci renderà testimoni e partecipi di un teatro angosciante di crudeltà e miseria. Il suo viaggio giungerà a termine ma quello dello spettatore no, catapultato in un trip allegorico angosciante e raccapricciante.Il film, nonostante la sua presunta assurdità, racchiude tutto il male e la cattiveria che c'è al mondo. L'orrore della guerra e la disumanità dell'uomo, in un mondo dove si conosce solo distruzione e in cui entra in gioco lo spirito di sopravvivenza ed una forma di egoismo che vince su tutto. Ciò che realmente angoscia è vedere la totale assenza di compassione e la solitudine in cui versano gli strani esseri del film. È un opera con una visione scettica e cinica sul senso della vita e dell'esistenza: nulla ha realmente importanza, tutti sono fagocitati in una realtà volta alla creazione ma che porta e prevede la distruzione come atto creativo. È una catena di montaggio infernale in cui Tippet condanna tutti, senza possibilità di redenzione e riscatto.Il titolo del film fa riferimento ad un altro tema fondamentale: la religione, l'autodeterminazione e libero arbitrio. Tutte le creature del film sono governate da un'entità superiore che le costringe a sacrificare la loro vita per portare avanti la "grande macchina". L'unico personaggio che sembra "libero" è l'esploratore, ma in realtà si scoprirà che anche esso è costantemente mosso e guidato da un burattinaio. C'è un conflitto quindi tra esseri comandanti, le "divinità", ed esseri comandati, i sudditi, ma entrambi devono sottostare all'unica divinità a cui non possono opporsi: il tempo, reso visivamente attraverso ragnatele e decomposizione e sonoramente con un ticchettio martellante che anima le scene.Phil Tippet è esso stesso un Mad God: "God" perché è un dio creatore di mondi e creature; "Mad" perché dà vita a qualcosa di tanto mostruoso quanto umano.Ha regalato un viaggio folle in un mondo tormentato, fatto solo di suoni animaleschi e mostruosi che riescono quasi ad infastidire la visione e rendono appieno l'atmosfera apocalittica creata.Tecnicamente parlando Tippet ha raccolto e ampliato i suoi esperimenti in stop-motion facendoli esplodere in un'opera immensa, con una regia fatta di primi e primissimi piani per poi spaziare sui campi lunghi e catapultare lo spettatore in questo modellino perverso, facendogli vivere emozioni scomode."Mad God" è un incubo alla Bosch, talmente inquietante che si sente il bisogno di continuare a guardare e riguardare.
Kvara, Olivera, Raspadori e le preventive: questo Napoli può ancora migliorare (e tanto)
Aprile 20
L'eliminazione del Napoli dai Quarti di Champions League, arrivata al termine di una cavalcata pazzesca da parte degli uomini di Luciano Spalletti, non deve scoraggiare i tifosi azzurri per non essere arrivati fino in fondo a una competizione in cui, sulla carta, la conquista della finale era possibile (vista anche e soprattutto la forza della squadra, più che la presunta "abbordabilità" delle avversarie). Non solo, infatti, il doppio confronto col Milan non ridimensiona il valore di Osimhen e compagni, ma ci dice anche che questa squadra ha ancora ampi margini di miglioramento. Sì, avete capito bene: per quanto la chiave del successo del Napoli in questa stagione sia rappresentata dal vivacissimo sperimentalismo tattico di Spalletti, questa rosa ha ancora molte possibilità inesplorate.   Prima di tutto: le preventive   Se nella prossima estate dovesse essere confermata l'ossatura del gruppo squadra e, soprattutto, se dovesse restare l'attuale guida tecnica, allora non c'è modo di dubitare del fatto che mister Spalletti si metta al lavoro anche su aspetti su cui possono e devono essere apportati vistosi cambiamenti. Il primo riguarda sicuramente le marcature preventive, vero punto debole della fase di possesso del Napoli, venuto fuori non solo in occasione della doppia sfida di Champions col Milan, ma anche in quella d'andata con l'Inter a San Siro e nello 0-4 rifilato proprio dai rossoneri agli azzurri nel match del Maradona.   Contro avversari che difendono con blocchi medi e medio-bassi e che ricorrono a lunghe fasi di difesa posizionale, agli azzurri non sono concessi né la profondità giusta per innescare Osimhen né la possibilità per gli esterni offensivi di saltare l'uomo. Di conseguenza, a causa della densità di uomini dentro e a ridosso dell'area e di continui raddoppi in marcatura sugli esterni, Spalletti chiede non solo ai terzini di assumere compiti di rifinitura, ma anche ai centrali di salire per far circolare velocemente la palla e forzare la giocata. A maggior ragione quando Lobotka è schermato efficacemente, come fatto da Bennacer, che ha eseguito alla perfezione l'ottima intuizione di Pioli di schierarlo vertice alto di centrocampo nei tre incontri con i partenopei.   Insomma, il Napoli, predisposto fisiologicamente ad avere un baricentro molto alto, in queste situazioni richiede ai suoi difensori un coinvolgimento ancor più grande rispetto a quello impiegato solitamente in fase di possesso. Cosa che, unita alle ottime capacità di pressing e all'intensità di avversarie come Milan (ma anche l'Inter), di fatto rappresenta una trappola per gli uomini di Spalletti che, negli incontri con i rossoneri, con i propri centrali hanno lasciato spesso e volentieri palla scoperta agli avversari e non hanno provveduto adeguatamente a curare marcature e coperture preventive.   Un vulnus nell'ambizioso sistema di gioco dei partenopei, che è costato caro in campionato in occasione del gol di Dzeko e del secondo gol di Leao e in Champions in occasione di quello di Giroud. Se, forse, Kim si è già dimostrato un calciatore affidabile in questo tipo di situazioni, qualche dubbio ci sovviene su Rrahmani, che invece ha mostrato grandi difficoltà in campo aperto, sia quando deve recuperare che quando deve seguire l'uomo. Probabilmente, da questo punto di vista, occorrerà intervenire sul mercato visto che anche Ostigard, per espressa ammissione di Spalletti, è un po' carente in questo fondamentale.   Napoli-Milan, sfida di campionato. Tonali va in pressione su Zielinski per rubargli la palla: una volta conquistata, la servirà a Leao che, lasciato solo da Rrahmani (il difensore del Napoli è fuori dall'inquadratura), ha tutto il tempo per iniziare quella discesa micidiale da cui nascerà il gol del bellissimo 0-3   Secondo: la connessione Kvaratskhelia-Olivera   In secondo luogo, c'è da migliorare l'integrazione nel sistema di gioco degli azzurri dei giocatori acquistati nello scorso calciomercato estivo. Può sembrare paradossale, dato che siamo stati ingannati dal gran lavoro fatto da Spalletti quest'anno, ma in realtà anche questa è una cosa assolutamente fisiologica (d'altronde, non serve ricordare che il Napoli si trova di fatto al primo anno dell'attuale ciclo tecnico).   È indubbio, infatti, che calciatori come Olivera e Raspadori non abbiano ancora reso al meglio del proprio potenziale e che non abbiano ancora trovato l'intesa giusta con i propri compagni. Se però dell'ex attaccante del Sassuolo (su cui torneremo tra poco) si può dire che tutto sommato il bilancio della stagione è positivo, più incerto resta invece il giudizio sul difensore uruguagio, ancora lontano dal top di ruolo che abbiamo ammirato con la maglia del Getafe.   Oscurato dalla grande stagione sin qui disputata da Mario Rui, Olivera ha dato solamente in poche occasioni saggio delle sue grandi capacità nelle sovrapposizioni interne che, grazie all'esuberanza fisica, sono davvero difficili da assorbire per le difese avversarie. Lo abbiamo visto in diversi spezzoni di gara e ne abbiamo avuto la riprova con il Milan al Maradona: il Napoli ha fortemente bisogno di affinare l'intesa tra Kvaratskhelia e Olivera, che con ogni probabilità saranno i padroni della fascia sinistra nella prossima stagione.   È una questione di timing, di fluidità posizionale e di connessioni, ma se Khvicha non fosse stato costretto a giocare largo, in isolamento, contro Calabria e Krunic che raddoppiava costantemente, probabilmente non avrebbe prodotto quell'ingente e frenetica, ma infruttuosa, mole di gioco che ha condizionato le difficoltà offensive degli azzurri per quasi 90'. Mentre il georgiano si dannava per creare dal nulla occasioni con un coefficiente di difficoltà altissimo, infatti, veniva da chiedersi dove fosse Olivera e perché, anche quando si inseriva con i tempi giusti, di fatto non riusciva mai a dar vita ad un scambio di palla veloce con Kvara. Sulla sinistra, dunque, hanno giocato due uomini talentuosi, ma soli, e su cui Spalletti dovrà lavorare per affinarne l'intesa. Da questo punto di vista, l'infortunio di Mario Rui – che con ogni probabilità ha già terminato la stagione – è l'occasione giusta per farlo.    Infine: Raspadori dodicesimo uomo   L'ultimo aspetto riguarda, come dicevamo, Giacomo Raspadori. L'attaccante classe 2000 sin qui è stato utilizzato come rincalzo, l'uomo che ha dovuto sopperire, ancor più di Simeone, all'assenza di Osimhen quando il nigeriano è stato infortunato. In realtà, però, l'ex Sassuolo ha la qualità e lo spessore per fare da dodicesimo uomo in questo Napoli, un po' come Elmas. Grazie alla sua brevilineità e alla grande intelligenza degli spazi, infatti, Raspadori è la pedina giusta al centro della trequarti quando gli azzurri si trovano a fronteggiare avversari schierati in fase di difesa posizionale e che, magari, rinculano tutti in area quando il Napoli prova a muovere velocemente il pallone a terra da una parte all'altra del campo a ridosso dei diciassette metri.   D'altronde, contro il Milan abbiamo assistito ad uno Zielinski molto svagato, incapace di andare in soccorso di Kvaratskhelia quando questi si trovava a fronteggiare due o anche tre uomini alla volta e poco ambizioso nelle giocate (eppure avrebbero fatto assai comodo le sue capacità di inserimento e il suo calcio da fuori), mentre l'ingresso di Raspadori come sottopunta ha cambiato la partita. Non è un caso, infatti, che nei 16' finali il Napoli abbia conquistato un calcio di rigore (poi fallito da Kvaratskhelia) e abbia segnato un gol (proprio su assist dell'attaccante della Nazionale).   Raspadori, infatti, è un giocatore che si trova a suo agio anche quando ci sono molti difendenti in area e, grazie ai suoi movimenti, è riuscito a sganciare la coppia Tomori-Kjaer da Osimhen laddove, fino a quel momento, i due centrali rossoneri hanno dovuto badare solo al nigeriano per evitare di concedergli spazi. Contro il Milan, dunque – ma anche contro la Fiorentina alla terza giornata e contro l'Inter alla sedicesima –, abbiamo avuto modo di osservare come Raspadori possa essere un'alternativa tattica validissima nello scacchiere di Spalletti. E, come per Kvaratskhelia e Olivera, il tecnico toscano dovrà lavorare per migliorare le connessioni tra la giovane punta e Osimhen. Ammesso sempre che il nove azzurro non lasci Napoli nella prossima estate.    Ritorno dei Quarti di finale di Champions League, azione del rigore del Napoli. Di Lorenzo può dettare il passagio a Lozano, dato che ha due possibilità di scarico: Osimhen, finalmente libero, e Raspadori, che invece "blocca" la posizione di Tomori e Kjaer. Da questa azione nascerà il rigore fallito da Kvaratskhelia   Sono tutti aspetti, questi, a cui l'ex allenatore della Roma porrà mano dal prossimo ritiro estivo (conosciamo tutti la sua maniacalità). D'altronde, se nella passata stagione il Napoli era piuttosto molle nel pressing alto e macchinoso nelle rotazioni laterali, grazie alla cura e alla meticolosità con cui si è svolto il lavoro a Dimaro nello scorso luglio, oggi possiamo dire che proprio questi ultimi due sono tra gli strumenti principali che hanno consentito agli azzurri di dominare il campo in Italia e in Europa. Non c'è motivo, dunque, di dubitare che Spalletti lo faccia anche con le preventive e con una maggior centralità degli acquisti di quest'anno nel suo sistema di gioco.
Napoli Città Libro, Maurizio Vicedomini ci racconta il suo ultimo libro "Canto della pioggia"
Aprile 19
Lo scorso giovedì 13 aprile molti hanno raggiunto – non senza problemi dovuti al caos che perdura da anni in città – la Stazione Marittima di Napoli per partecipare alla prima giornata del Salone del Libro e dell'Editoria, intitolata anche quest'anno Napoli Città Libro.   Eppure gli eventi culturali dovrebbero essere la punta di diamante della nostra città. Ma, ogni volta che c'è una kermesse, ci viene voglia di fare un atto di j'accuse nei confronti di chi amministra Napoli e nei confronti di chi organizza questi eventi.   Mediaticamente non c'è stata una forte informazione per la manifestazione che doveva ricordare lo spirito di Galassia Gutenberg, svolta anni fa nello stesso luogo: promuovere il libro, la lettura e la cultura. Un luogo che anni fa era perfetto, per la posizione, per il fascino e per i larghi spazi interni, ma che oggi è difficile da raggiungere, causa cantieri che stazionano da anni in quella zona. È vero, qualcuno dirà che ci sono i mezzi pubblici, ma dimentica che chi vuole recarsi con la famiglia o chi è demofobico usa mezzi propri. Così, questi coraggiosi si sono trovati in un girone infernale, sottoposti a una snervante attesa dovuta a lunghe code di traffico e senza una cartellonistica che li aiutasse ad arrivare alla desiata meta.   Sprezzanti del trambusto urbano, della pioggia e delle barriere architettoniche, anche noi siamo giunti, sani e salvi, alla Stazione Marittima per godere del fascino dei libri nei vari stand, fogli di carta a cui è affidata la possibilità che ognuno di noi ha di formarsi e informarsi come persona e come cittadino in modo autonomo e libero da costrizioni mentali. C'era soltanto l'imbarazzo della scelta: libri horror, gialli, romanzi, libri di poesie, pubblicazioni pregiate. L'unica pecca era la pochezza di fruitori, forse non invogliati sufficientemente all'ennesima fiera del libro di Napoli. Come ha detto Rosario Esposito La Rossa, sul Mattino di Napoli, Ceo della Marotta e Cafiero Editori «A Napoli ci sono troppe fiere del Libro, tra questa, Ricomincio dai Libri e Campania Libri Festival a ottobre. Le forze economiche e culturali si disperdono e le fiere perdono qualità».   Tra i vari scrittori abbiamo incontrato l'editor Maurizio Vicedomini – fondatore della rivista culturale Grado Zero, sulle cui pagine sono apparsi racconti di grandi autori italiani e internazionali –, che in questi giorni ha presentato il suo ultimo libro di narrativa, Canto della pioggia, edito dalla casa editrice Readerforblind. Abbiamo letto la sinossi di questo libro che ci ha fortemente intrigato, per cui abbiamo deciso di rivolgere all'autore poche domande.   Buonasera dottor Vicedomini le va di presentare questo suo lavoro al pubblico di Mygeneration?È un intreccio tra due anime: una tormentata dalle ossessioni, l'altra che cerca di salvare l'amato. Daniele, il protagonista, è ossessionato dalla ricerca della tempesta perfetta verso cui costruisce la sua vita, da meteorologo sui generis, scruta costantemente il cielo alla ricerca di questo evento che è sicuro possa acquietare le sue ansie; dall'altra parte c'è Barbara, sua moglie, che fa di tutto affinché il marito non precipiti in un girone infernale. Quindi è un libro non solo sulle ossessioni, ma è anche una storia d'amore, unico sentimento che può portare alla salvezza chi si sta perdendo.   Senza svelarci il finale, può farci entrare un po' di più nella trama?Daniele si troverà faccia a faccia con le sue ossessioni, se da questo confronto ne uscirà vittorioso, si salverà.   Su Facebook ha scritto che ha dedicato tre anni alla stesura di questo romanzo. Forse l'essere editor frena il lavoro di scrittore?Sì, è vero. Inizialmente non me ne rendevo conto, ma quando ho avuto uno stallo ho capito che quello era il problema. Mal si conciliava l'essere editor di se stesso con l'essere scrittore. C'era bisogno di qualcuno che non ragionasse da editor per indicarmi la strada giusta. Mi ha dato le giuste dritte lo scrittore Ivano Porpora dandomi modo di andare avanti.   La Readerforblind ha subito accettato di pubblicare il suo libro?Sì, ho mandato il file alla Readerforblind, perché apprezzo il loro stile e le loro pubblicazioni, affinché fosse valutato. È piaciuto immediatamente e si è deciso di stamparlo.   Quando uscirà?Il libro, in prossima uscita, è stato presentato in anteprima alla fiera, ma la data ufficiale è quella del 21 aprile. Quel giorno ci sarà la presentazione ufficiale alla Scugnizzeria di Melito.   L'ultima è una domanda personale: l'autore è portatore sano di ossessioni?Non lo so, ma penso che ognuno di noi abbia delle ossessioni e pochi sono consapevoli di averle e questo stato mentale impedisce di esserne liberi.   La visita al salone si è conclusa in tarda serata, la nostra ossessione è stata quella del ritorno a casa, consapevoli del traffico che avremmo trovato, della pioggia e delle barriere architettoniche. Fortunatamente tutto è andato bene.  
NOROI - THE CURSE di Koji Shiraishi: il perfetto found footage
Aprile 14
L’horror rappresenta forse il genere cinematografico più affascinante per tematiche e soluzioni visive — sovente al limite del sostenibile — perché, non avendo necessità di edulcorarne forma e sostanza, può permettersi di veicolare contenuti e concetti senza dover sottostare a particolari vincoli logistico-produttivi. Come qualsiasi altro genere cinematografico, anche l’horror vanta diversi tipi di sottogeneri: dal body horror allo slasher, dal ghost movie all’home invasion passando per monster movie, zombie movie e splatter. Il mokumentary (o found footage) è però quello che nella prima decade del 2000, sull’onda del successo ottenuto da The Blair Witch Project nel ‘99, ha sostanzialmente saturato le sale cinematografiche. Sono diversi i film divenuti instant cult che devono il loro successo proprio al found footage: Rec, Cloverfield, Diary of the dead e Paranormal Activity solo per citarne alcuni. La febbre del mokumentary si deve soprattuto allo straordinario potenziale d’immedesimazione che lo stesso scaturisce nel fruitore. Il principio del sottogenere è infatti quello di modellare e strutturare la narrazione attorno al (diegetico) materiale video reperito dai personaggi del film, costruendo così un prodotto sì di finzione ma in grado di ancorarsi dannatamente bene alla nostra realtà. È in questo contesto che, nel 2005, nelle sale giapponesi esce quello che con tutta probabilità utilizza la tecnica nel migliore dei modi: Noroi - the curse di Koji Shiraishi   Masafumi Kobayashi è un ghost hunter autore di libri e documentari sull'attività soprannaturale in Giappone. Durante il processo di realizzazione di un documentario intitolato “The Curse”, Kobayashi scompare nel nulla senza lasciare traccia. Questo l’incipit del film che, insospettabilmente, inizia prendendo in contropiede lo spettatore. L’opera di Shiraishi sembra infatti avere un impianto comunicativo più rilassato, quasi giocoso, tensivo ma mai davvero terrificante. Tutta la prima parte vede Kobayashi intervistare persone che testimoniano avvenimenti inspiegabili quali apparizioni, scomparse misteriose e convulsioni anomale senza che si scada mai nella banalità del telefonatissimo jumpscare all’americana. Chiaro: per necessità ci sono anche qui sequenze più disturbanti delle altre, ma il tono generale sembra davvero quello di un documentario amatoriale senza chissà quale segreto da svelare. È però negli ultimi 20-30 minuti che la narrazione subisce un drastico e imprevedibile cambio di rotta per precipitare vertiginosamente nell’abisso del terrore più profondo, avvicinandosi così ai tòpoi del genere.   Quello di Shiraishi può definirsi un film intelligente e assolutamente coraggioso – se considerato in relazione alle ambizioni e agli obiettivi della produzione –, perché altrimenti un approccio narrativo così pretenzioso avrebbe rischiato di minare sensibilmente la fruibilità di un film nato per incassare al botteghino. Il regista giapponese vuole infatti raccontare senza imboccare in nessun modo lo spettatore:gli è richiesta, anzi, una soglia dell’attenzione piuttosto alta, almeno per chiè voglioso d’assemblare i pezzi del puzzle per poter risolvere il tremendo ed intricato enigma. La peculiarità di Noroi risiede proprio in questo aspetto: se si riesce a risolvere il caso prima che sia il film stesso a farlo (ammesso che ciò avvenga), allora, col senno di poi, ci si renderà conto di quanto in realtà le prime sequenze siano tremendamente più inquietanti delle ultime.   Noroi ha comunque una chiusura abbastanza tipica, ma non necessariamente scontata: il sistema narrativo adottato dal giapponese sceglie di aiutare lo spettatore collegando indizi qua e là così da rendere più o meno sensato quanto appena visto, ma non illustra mai per filo e per segno l’intera vicenda, ed anzi traveste da supposizione quello che, alla fine dei conti, risulta essere il tanto inflazionato spiegone. Shiraishi pretende dal suo pubblico un interesse ed una partecipazione attiva nei confronti delle immagini, caratteristica che entra in forte contrapposizione ai più classici stereotipi del genere, ma che contestualmente coincide indubbiamente con il più rilevante pregio del film. In definitiva, Noroi rappresenta, sia per meriti narrativi che per soluzioni visive, il miglior connubio fra l’horror di genere ed il mokumentary post 2000.
Belladonna of Sadness: La libertà che guida il popolo di Eiichi Yamamoto
Aprile 11
Nel 1973 lo studio di animazione Mushi Production produsse un film d’animazione con una potenza narrativa e visiva incredibile, purtroppo non riconosciuta all’epoca e poco apprezzato. Il film in questione è “Belladonna of Sadness” (Kanashimi no Beradonna), terza ed ultima opera della trilogia per adulti “Animerama”, composta da “Le mille e una notte” (1969) e “Cleopatra” (1970). All’epoca il film fu un tale insuccesso che portò addirittura alla chiusura e al fallimento stesso dello studio d’animazione. In seguito il film è stato riscoperto e proiettato in alcuni paesi Europei ed in Giappone; nel 2016 è stato rimasterizzato e restaurato in 4k, ma rimane ancora inedito nel mercato home video italiano.   Diretto e co-scritto da Eiichi Yamamoto, è liberamente ispirato al saggio di Jules Michelet “La Sorcière” (“La Strega”) del 1862: racconta la storia dei novelli sposi Jeanne e Jean, abitanti di un villaggio della Francia medievale, che si vedono costretti la prima notte di nozze a fare i conti con il famoso “ius primae noctis”, che impone alla sposa di perdere la verginità con il feudatario. Si compie però uno stupro rituale di gruppo, che coinvolge anche il resto dei cortigiani; dopo quest’evento traumatico il rapporto tra Jeanne e Jean si complica e Jeanne farà un patto con il diavolo per proteggere l’uomo che ama e ottenere la sua vendetta ed emancipazione.   Dal punto di vista tecnico il film è stato definito psichedelico, visionario ed avanguardistico per il suo potere di ipnotizzare lo spettatore, attraverso immagini violente ed erotiche. Le inquadrature sono prevalentemente statiche, poiché riprendono la tradizione degli emakimono, opere illustrate giapponesi, disegnate o stampate su rotoli, che fondono immagini a parole. Nel film le parole sono prevalentemente affidate ad un narratore esterno ed alle canzoni e musiche realizzate da Masahiko Satoh, capaci di rendere il senso di disagio di alcune scene con una musicalità tra il jazz e il rock progressivo.   “Belladonna of Sadness” è un inno alla libertà in tutti i sensi, libertà di pensiero, libertà sessuale e libero arbitrio in generale, e i titoli di coda del film sottolineano questa tematica, mostrando il dipinto de “La Libertà che guida il popolo” (1830) di Eugène Delacroix. È un film pionieristico e molto attuale, considerando le tematiche care al nostro periodo storico. La figura della donna viene esaltata e celebrata come potenza della natura, pronta a sacrificarsi per ottenere un bene collettivo. È mostrato un ribaltamento dei ruoli, per la società e la cultura di allora, in cui Jeanne si prende cura e protegge Jean. Interessante è come la protagonista non sia presentata come una santa ma pronta a qualsiasi atto pur di ottener ciò che ritiene giusto e per occuparsi del suo uomo.   Il titolo del film fa riferimento alla pianta-fiore belladonna, spesso associata alla figura delle streghe, perché capace di guarire ma anche di provocare allucinazioni. Visivamente l’effetto allucinogeno della belladonna viene rappresentato dalle variazioni ed esplosioni di colori dei disegni dell’illustratore Kuni Fukai, ispirati ai dipinti di Klimt e Schiele. Jeanne è accomunata a questo fiore perché, in seguito al patto con il diavolo, riesce a guarire fisicamente ed emotivamente le persone, ma ciò la porterà ad essere additata come strega e quindi un pericolo per la comunità, perché troppo determinata e assetata di libertà. Ciò che spaventa e terrorizza in primis i potenti e gli abitanti del villaggio è la sua bellezza e sensualità, visti come strumento del demonio.   Jeanne è una nuova Giovanna d’Arco che non si immola in nome di un Dio ma in nome di se stessa e della propria autodeterminazione, per garantirla a tutti. Emblematica è la scena finale durante la quale tutto il villaggio, che assiste al rogo della “strega”, assume le sembianze di Jeanne, per trasmettere il messaggio che dobbiamo tutti essere o imparare ad essere come lei, risoluti e liberi.   Potente è la riflessione sulle ripercussioni psicologiche di chi subisce una violenza e di chi è vicino alla vittima, che si porta dietro la sensazione di impotenza nel non poter aiutare la persona amata. La conseguenza di tutte le azioni e di tutto ciò che ci accade ci determina e porta ad un cambiamento profondo dell’animo, che può essere espresso ed affrontato diversamente da ciascuno di noi. Nel caso di Jeanne, tutto il dolore e il rancore vanno ad alimentare la parte vendicativa che è in lei, rendendola sempre più fredda, consapevole ed anche spietata. Si analizzano così le mille sfaccettature dell’essere umano, la bellezza e l’orrore dell’umanità in tutte le sue forme, capace di fare tanto bene quanto compiere azioni deplorevoli, un essere imperfetto dove il confine tra bene e male è quasi inesistente e spesso è fondamentale una giusta dose di entrambi per raggiungere un bene superiore.
L'anno di Napoli: 2023 tra turismo, calcio e serie tv
Aprile 08
“Parto. Non dimenticherò né la via Toledo né tutti gli altri quartieri di Napoli; ai miei occhi è, senza nessun paragone, la città più bella dell’universo.” Con queste parole Stendhal ritraeva con struggente ammirazione la città di Napoli, una città viva e unica che anche oggi, così come in passato, resta una delle città più belle d’Italia e del mondo intero. Senza ombra di dubbio Napoli è una città ricca di aspetti negativi oltre che positivi, ma non si può negare che il 2023 sia iniziato con il piede giusto. Quello che stiamo vivendo, infatti, è stato da molti definito l’anno di Napoli, l’anno della rinascita e delle soddisfazioni tra calcio, turismo, serie tv, iniziative giovanili e bellezze naturali. Un forte contributo alla valorizzazione della città è dato dai risultati brillanti ottenuti dall'inizio del campionato dalla squadra del Napoli, che attualmente è in vetta alla classifica di Serie A ed è giunta ai quarti di finale di Champions League. Con il passare delle settimane si percepisce sempre di più la speranza nella vittoria dello scudetto napoletano. In realtà, non è solo una speranza dei veri tifosi, ma dell’intera città. Già ormai da settimane tutti i quartieri sono decorati con bandiere, striscioni bianchi e azzurri, frasi di canzoni d’amore dedicate a Napoli e simboli rappresentativi della città, che la rendono ancor più particolare e caratteristica. A rendere ulteriormente giustizia alla bellezza della città partenopea è stato il suo utilizzo come ambientazione di molte serie Tv che stanno riscuotendo grande successo quali: L’amica geniale, Mina Settembre, Il commissario Ricciardi, I bastardi di Pizzofalcone e più di tutte Mare Fuori che, in questo 2023, con l’uscita della 3 stagione ha ottenuto numeri da record. Grazie a queste serie Tv, Napoli è diventata un perenne set televisivo e sono state messe in luce moltissime sfumature, talvolta poco conosciute, della città partenopea. Quest'anno Napoli, inoltre, è stata proclamata vincitrice del “Premio Città italiana dei Giovani 2023" promossa dal Consiglio Nazionale dei Giovani in collaborazione con il Dipartimento delle Politiche Giovanili, il Servizio Civile Universale e l’Agenzia Nazionale dei Giovani. Con il progetto “Giovani Onlife” Napoli l’Amministrazione, guidata dal sindaco Gaetano Manfredi, ha promosso una città inclusiva e a misura di giovani sul modello degli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, al fine di diventare comunità in cui le nuove leve possano vivere in un ambiente sano, sicuro e con spazi dediti allo sviluppo delle loro potenzialità. Il progetto si basa su 4 linee di intervento per i giovani: Cultura e Creatività, Movida e Legalità, Ambiente e Spazi pubblici, Competenze e Lavoro. Sono in programma investimenti in formazione per startup e per favorire l’imprenditoria giovanile, migliorare l’accesso a eventi culturali e artistici, creare spazi ricreativi dedicati ad adolescenti e teenager, al fine di trattenere i talenti partenopei per prevenirne l’esodo per motivi di studio e di lavoro. Tutti questi fattori di cambiamento, uniti alle bellezze naturali e al buon cibo del capoluogo campano, hanno portato ad un evidente incremento del turismo. In questi giorni di festività pasquali, infatti, è prevista una grande ondata di turisti a Napoli. Pasqua 2023 sarà una grande opportunità per tutto il settore turistico e soprattutto per l’immagine di Napoli. Secondo Federalberghi Napoli, le camere occupate saranno almeno l’80%. Napoli risulta addirittura la meta preferita dai turisti in Europa secondo l'analisi del motore di ricerca Jetcost. Le ricerche di voli e hotel hanno superato già il 2019, l'anno precedente alla pandemia. Secondo Jetcost, infatti, le ricerche di voli da parte dei turisti europei sono aumentate del 20%, mentre quelle di alberghi sono aumentate del 30% rispetto alla Pasqua del 2019. Ebbene, questo 2023 all’insegna di Napoli è certamente un segnale positivo per la città che, però, deve ancora lavorare su tante inefficienze ancora presenti. Con l’auspicio che i miglioramenti attuali non siano transitori, ma che siano  le basi di ripartenza per vedere tornare a splendere il capoluogo campano.
THE LAST OF US: UN’ODISSEA TRA AMORE E PERDONO
Marzo 29
Si è da poco conclusa la prima stagione della serie TV “The Last of Us” targata HBO, ideata da Craig Mazin e Neil Druckmann, ispirata all’omonimo videogioco uscito nel 2013 e sviluppato dallo studio statunitense Naughty Dog. Il videogioco già ai suoi tempi fu rivoluzionario, grazie alla sua capacità di alternare e sovrapporre elementi di gameplay ad una trama ben strutturata, seguendo la formula di Druckmann “storie semplici con personaggi complessi”, introducendo qualcosa di mai fatto prima, il tutto condito da un’incredibile grafica fotorealistica. La serie ha costituito, quindi, una grande occasione per rivivere (o vivere per la prima volta) una delle storie che ha segnato il panorama videoludico degli ultimi decenni, permettendo, per dirla alla McLuhan, una rimediazione di una rimediazione dove quel ciclo vizioso di adattamenti cinematografici scadenti sembra finalmente interrompersi. La serie è molto fedele al videogioco, anche se sono state fatte dai produttori scelte contenutistiche più adatte alla visione. Sono stati approfonditi ulteriormente i suoi personaggi e in alcuni casi anche rimodulati, con un Joel molto più umano ed una Ellie molto più protagonista, alla quale è stato concesso di introdurci ad elementi chiave del suo passato, mancanti nel videogioco. È quindi interessante notare come queste aggiunte abbiano ampliato la trama e siano state necessarie per un buon adattamento televisivo, quasi cinematografico, dove fondamentale era ripensare le scene di puro gameplay presenti nel videogioco. Il segreto del grande successo, di serie e videogioco, è da rintracciarsi nella trama, dominata da due temi fondamentali: l’amore e il perdono, che continuano a scandire il tempo e lo spazio di ogni episodio. Il fulcro e motore di tutte le vicende è l’amore e la storia è incentrata sulla bellezza e pericolosità di questo sentimento, che tira le fila di ogni evento in cui tutti i personaggi sono spinti ad agire per amore di qualcosa, come un ideale, o per qualcuno. Emblematico è il rapporto che si instaura lentamente tra Joel ed Ellie: Joel dopo l’evento traumatico della perdita della figlia Sarah, agisce semplicemente per sopravvivere, non ha alcun tipo di scrupolo e non ha veri e propri rapporti umani. Dal momento in cui incontra Ellie, la sua vita cambia completamente. Prevedibilmente proietta Sarah su Ellie e cerca di colmare la mancanza ed il vuoto che si porta dentro tentando di proteggere Ellie e di non deluderla, come ha deluso la figlia non riuscendo a salvarla. Ellie riesce a scalfire il muro che Joel aveva eretto negli anni, allontanando qualsiasi tipo di sentimento, in primis l’amore e l’affetto visti come sintomo di debolezza e di paura, perché quando si ama qualcuno si inizia ad avere veramente paura di poter perdere quella persona. Altro aspetto interessante è come non esista una netta distinzione tra bene o male, e rintracciare i valori attraverso cui definire ciò che è giusto o sbagliato diviene sempre più complesso. Se al videogiocatore era chiesto di interagire con un mondo lacerato e di comprenderlo non solo attraverso i canali principali (dialoghi obbligatori) ma specialmente quelli secondari (le lettere collezionabili, il diario di Ellie e i dialoghi opzionali), allo spettatore, che indubbiamente si trova a parteggiare per i protagonisti, è chiesto comunque di osservare senza giudicare, perché dietro ogni scelta vi è una lotta per la sopravvivenza. Ed è proprio in questa lotta che si costituisce il conflitto con l’altro, dove l’altro sono gli infetti ma anche altri esseri umani, persone con una propria vita ed una propria storia. “The Last of Us” è una costante odissea tra la voglia di amare e la paura di pagare quell’amore a caro prezzo, tra l’incapacità di perdonare alcune gesta e la necessità di leggerle rispetto agli eventi circostanti, con un finale agrodolce (proprio come lo ricordavamo) che ha aperto le danze alle speculazioni più disparate: dal chi sarà il volto dei prossimi protagonisti, come Abby, a come verranno riadattate molte delle scene più iconiche del secondo capitolo. Ma non è tutto per quest'anno, perchè vi è anche l’uscita del tanto atteso adattamento per PC di “The Last of Us Part I: Remake”. In conclusione, quella di The Last of Us si costituisce come esperienza unica, e non possiamo fare altro che invitare i giocatori di tutto il mondo a diventare spettatori e viceversa. Non solo per godersi questa storia da più punti di vista, ma per negoziare ancora e ancora il senso di ciò che ci è accaduto negli ultimi tre anni, durante e dopo la pandemia da COVID-19 e per lasciarci sorprendere ancora una volta dal potere predittivo delle narrazioni, quando per caso leggeremo ancora una notizia sulla candida Auris. Sara Cerullo & Silvio Ripetta
Meta Vs SIAE
Marzo 22
Il 16 marzo il popolo del web o almeno quello italiano si è svegliato con una strana notizia spammata da Adnkronos: "Meta (Facebook) non rinnova l'accordo con la SIAE".Apparentemente sembrava una velina come tante, quelle lette e commentate senza importanza, ma il mancato rinnovo delle licenze con la SIAE ha sortito un'amara conseguenza e ha visto il gruppo capitanato da Zuckerberg di ritirare, caricare e ritirare nuovamente, le canzoni dalle storie di Facebook e di Instagram, creando panico e confusione sia tra molti teenager che non possono più pubblicare i Reels con le musiche che sottolineano il loro animo, sia gli influencer che si affidano agli strumenti dei social per essere virali sul Web che proprio in queste ore stanno segnalando il loro disappunto e minacciano di passare a Tiktok.La società italiana che tutela il diritto d'autore, a mezzo stampa, ha dichiarato che la responsabilità di ciò che sta accadendo è della multinazionale statunitense che ha agito in modo unilaterale e incomprensibile. D'altro canto Meta ha già raggiunto accordi con altre società che tutelano i copyright delle canzoni in tutto il mondo, ma nel caso italiano, non sta colpendo soltanto il catalogo di lingua italiana, come qualcuno erroneamente pensa, ma anche quello internazionale perché in Italia è proprio la SIAE che gestisce il loro diritto d'autore.Tuttavia per superare l'impasse le due società si sono ripromesse che in futuro cercheranno un accordo equo per entrambe, ma al di là dei propri fortini, al momento, chi ci sta rimettendo sono gli utenti che sono "gli utilizzatori finali del servizio" poiché a loro non interessa se META incassa miliardi attraverso la musica riprodotta sui suoi social e non interessa sapere se la SIAE tutela gli artisti, specialmente quelli emergenti, ma a loro interessa soltanto ascoltare la musica.Per il momento sembra che la situazione stia danneggiando anche altre società: come quella Soundreef che nel Belpaese ha interrotto il monopolio della società nata in epoca fascista.Soundreef tutela in modo autonomo il repertorio di circa 50 mila artisti in tutto il mondo, di cui circa la metà dei suoi clienti sono proprio artisti italiani. Nella sua homepage parte del suo roster è composto da cantanti di prim'ordine come come J-AX, Giovanni Allevi, Gigi D'Alessio, Marco Masini, Enrico Ruggeri, Boomdabash, Fabio Rovazzi, Laura Pausini, Ultimo, Morgan, Alejandro Sanz, Pooh, Fabrizio Moro, Paola Turci e Mario Venuti.In materia di diritto, raccoglie e distribuisce ai musicisti associati i guadagni provenienti da trasmissioni televisive, da passaggi in radio e naturalmente da tutto ciò che viene trasmesso sul web, Meta incluso.Purtroppo nessuno sa quando si arriverà a un lieto fine della "storia" perché entrambi gli attori sono arroccati sulle proprie posizioni: La SIAE vuole continuare a gestire il diritto d'autore così come ha fatto negli ultimi 70 anni e Meta non è disposta a superare l'accordo forfettario come ha fatto con tutti gli altri paesi. Noi ci auguriamo che questa situazione dia uno scossone a chi fa le leggi in Italia, poiché nessun politico ha mai messo in discussione come è gestito oggi il diritto d'autore e ha fatto sempre orecchie da mercante nei confronti di chi ha rotto la net neutrality ed è diventato un editore a tutti gli effetti con dei diritti, ma sicuramente dei doveri
“Generazioni senza confini”: l'associazione che riporta la cultura nel rione Cavalleggeri di Napoli
Marzo 20
“La cultura serve ad animare le coscienze. Abbiamo il dovere di trasmetterla anche ai più piccoli” inizia così il racconto della dottoressa Cinzia De Santis sulla nascita dell’associazione “Generazioni senza confini”.   Cosa vi ha spinto a costituire l’associazione “Generazioni senza confini”? "L’associazione è nata nel 2017. L'idea è nata dal desiderio di  aggregare le persone del territorio, creando un’interfaccia fra scuola e cittadini in una zona come quella del rione Cavalleggeri che attualmente è priva d’identità. Oggi si parla solo di degrado, noi stiamo cercando di portare la cultura al centro dell’attenzione del nostro rione. Non è facile portare avanti la nostra azione operativa, poiché non abbiamo una sede per riunirci e vederci. Per svolgere le nostre attività dobbiamo prima preoccuparci di trovare uno spazio che ci ospiti, poiché ci autofinanziamo. Dalla nascita dell’associazione, ogni estate diamo vita ad un villaggio estivo fondato sulla cultura. Negli anni abbiamo trattato temi ludici, letterari, storici e artistici fino ad approfondire la Divina Commedia."   Perché lo chiama villaggio e non campo? "Perché il campo mi ricorda l’accezione dei lager nazisti e mi dà un senso di chiuso e di discriminazione." In un’epoca come la nostra, dove i social la fanno da padrone, quanto è difficile portare la cultura nella vita dei più piccoli e delle loro famiglie? "Partiamo col dire che è sicuramente una cosa difficile, ma non impossibile. Dobbiamo farli appassionare, ma questo è possibile anche grazie alle famiglie che sono già predisposte alla volontà di trasmettere la cultura. Attraverso un modo diverso di insegnare, più pedagogico, potremmo affermare che insegniamo una cultura “a misura di bambino”. Infatti, siamo riusciti anche a fargli scoprire la Divina Commedia. È la magia del teatro che ci consente di animare ciò che si legge, facendo appassionare i più piccoli."   Come fate a coinvolgere gli operatori? "Semplice, li appassioniamo. Una parte sono familiari, altri amici. Insomma chiunque incontro cerco di coinvolgerlo e di convincerlo a darci una mano. Sicuramente c’è la voglia di mettersi in gioco e di fare comunità. Ovviamente prima li formiamo, perché anche questo è necessario per trasmettere al meglio quello che facciamo e per avere degli operatori che siano sempre preparati."   Le istituzioni vi sono vicine? "Abbiamo una interlocuzione istituzionale, alcune volte esponenti delle istituzioni presenziano alle nostre iniziative. Recentemente sono stata invitata a presentare il nostro progetto alla Commissione turismo ed eventi ludici della X Municipalità."    Il vostro ultimo evento si è svolto a Cavalleggeri ed è risultato essere molto partecipato? "Sì, c’erano tante famiglie e tanti bambini. A me piace definirlo “carnevale travestito”, perché attraverso questi eventi, cerchiamo di trasmettere la gioia di leggere e anche la capacità di assistere ad uno spettacolo in maniera adeguata. Infatti, siamo stati coadiuvati da una scuola di danza, il Progetto di Danza di Cinzia Di Napoli, che ha portato in scena una coreografia sulle note de “L’amica geniale”, grazie ad una fantastica coreografia del maestro Pietro Autiero. Anzi, desidero ringraziarli per la loro presenza e collaborazione. I bambini sono rimasti contentissimi,  si sono divertiti e sentiti coinvolti anche nella fase di preparazione dei costumi a tema".   Qual era il tema di questo carnevale travestito? "La lettura, bisognava travestirsi da personaggi ispirati ad un libro citandone anche una frase."
La macchina sanremese con le spalle al muro
Febbraio 26
Dopo più di una settimana l'eco di Sanremo non si è ancora affievolito, ed anche noi ci lasciamo trascinare dalla sua scia per una riflessione: qual è il vero senso del festival della canzone italiana? Non siamo contro la gara canora, ma siamo stufi di tutto ciò che gira intorno allo spettacolo più famoso di mamma RAI, polemiche incluse.Già prima del main event, l'opinione pubblica, secondo i giornali, si faceva continue domande sulla presenza o meno del leader ucraino Zelensky, quasi come se questo avvenimento fosse più importante delle notizie che arrivavano dalla Siria e dalla Turchia.Ma la settimana di Sanremo è sacra e bisogna quindi rispettarne tutti i crismi!Così era importante sapere se lui fosse apparso in videoconferenza, cosa avrebbe detto, come si sarebbe vestito, etc. Sui dirigenti RAI sono pesate le lettere indignate di moltissimi spettatori per optare su una scelta più soft: un comunicato condito da una becera propaganda letto dal presentatore Amadeus. Ma proprio su quel palco si sarebbe potuto invece cogliere l'occasione per dire a tutti i belligeranti "Mettete fiori nei vostri cannoni". Avremmo fatto miglior figura.Anche il web ha fatto la sua parte e si è accanito su tutto: su performance vocali, cachet, vestiti, sulla partecipazione degli ospiti, insomma la rete ha sfornato mille dibattiti in cui la musica non è mai stata il soggetto principale del discorso.Ha avuto da ridire anche sulla partecipazione dei Pooh, non tanto perché fino a poco tempo fa Facchinetti e soci erano contrari a una possibile "réunion", ma perché se ieri "hanno dato", oggi invece stonano. Ma la loro storia non può venire certo eclissata da qualche stecca vocale.Altra polemica che sta tenendo ancora il banco è quella relativa alla distruzione del palco da parte del cantante Blanco che, a suo dire, si è sfogato perché non riusciva a sentire il ritorno nei monitor da palco. Non si è detto nulla della sua canzone, ma solo della sua ira funesta.Un'altra cosa che ci ha fatto storcere il naso riguarda l'oramai virale bacio tra Fedez e Rosa Chemical. Non è il bacio in sé a dare fastidio, perché nella storia della musica baci tra artisti dello stesso sesso ce ne sono stati a volontà, quello che ci ha dato fastidio, durante l'intero svolgersi del festival di Sanremo, è il continuo richiamo al gender fluid e ai diritti LGBT, espressi continuamente con estrema volgarità.Non è mancata la polemica sui dati da ascolti che a parità di durata, rispetto al 2022, sono aumentati del 5,7%. Ma per molti osservatori sono dati falsati perché, rispetto alle edizioni degli anni' 90 si è ridotto il pubblico televisivo effetto che ha inciso anche sul festival di Sanremo.E la musica? Come avevamo scritto all'inizio del articolo non è stata la protagonista di questa edizione, tanto è vero che l'ex conduttore di Sanremo, Claudio Baglioni, si è lasciato sfuggire ai microfoni del TG1 che "Le canzoni ormai sono un contorno del contorno".
Pietro Orlandi: "Voi giovani non fermatevi mai!"
Febbraio 12
Il 3 febbraio 2023 le ragazze ed i ragazzi dell’associazione universitaria UdU (Unione degli Universitari) hanno organizzato un convegno intitolato “Vatican Girl: la storia di Emanuela Orlandi” al dipartimento di Scienze Sociali dell’università Federico II di Napoli. Il principale invitato del convegno è Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, che si è sempre battuto affinché venisse resa nota la verità sulla misteriosa sparizione della sorella Emanuela. Siamo riusciti ad intervistare Orlandi, focalizzando la nostra attenzione sull'interesse da parte delle nuove generazioni riguardo la storia di Emanuela, su come i nuovi mezzi di comunicazione (una su tutte: le docuserie) siano importanti per diffondere la sua vicenda ed, altresì, le somiglianze con la storia di Mirella Gregori e la proposta di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sulla storia di Emanuela.   “Cosa ne pensa del fatto che sempre più ragazze e ragazzi delle nuove generazioni stanno prendendo a cuore la vicenda di Emanuela, che stanno studiando e si stanno informando sul caso e che, soprattutto, stanno scendendo in piazza a manifestare per chiedere che esca fuori la verità su questa orribile vicenda?”    Mi fa molto piacere sapere che i giovani si stanno interessando alla storia di Emanuela. L’ultimo evento a cui ho partecipato è stato all’università Federico II di Napoli, il quale è stato di grande incoraggiamento anche per me perché ho visto affetto e solidarietà nei confronti di Emanuela, ma soprattutto ho visto quella voglia di cambiamento e di giustizia che, per un periodo, è stata sopita. Il fatto stesso di essersi incontrati per raccontare questa vicenda, che va avanti da quarant’anni, fa capire che non ci si deve mai rassegnare. E questo, secondo me, ha stimolato la coscienza delle persone. Ogni volta che incontro i giovani dico sempre loro di non accettare mai le ingiustizie perché il futuro è nelle vostre mani. Tra voi potrebbero esserci futuri magistrati. Siete voi che potete creare quello spartiacque che serve tra l’ingiustizia della situazione attuale ed un cambiamento importante che serve. Quando una persona scompare è, prima di tutto, la famiglia che subisce. Per tutto quello che c'è stato in questi quarant'anni di mancanza di volontà di trovare la verità da parte delle Istituzioni e da parte di uno Stato come il Vaticano. Sono queste le cose che fanno arrabbiare noi come famiglia, ma che sicuramente hanno fatto arrabbiare tanti giovani che si sono avvicinati a questa storia.   "Secondo lei i mezzi come le docuserie, penso soprattutto a quella prodotta da Netflix "The Vatican Girl", gli articoli online ed i blog quanto sono importanti per far conoscere la vicenda di Emanuela?" Sicuramente la docuserie Netflix ha influito tantissimo perché la storia di Emanuele era conosciuta in Italia ed all'estero, infondo ci sono stati anche altri documentari. Se n’è parlato spesso. Però una questa serie, grazie a Netflix, è stata vista in 160 Paesi nel mondo e molti giovani hanno avuto una possibilità di seguirla, perché sappiamo benissimo che Netflix ha seguito soprattutto le ragazze ed i ragazzi che si incuriosiscono guardando una serie come questa, che è stata molto seguita e quindi c'è stato un enorme aumento del numero di persone che sono venute a conoscenza di questa storia in Italia e in Europa. Ma soprattutto in tantissimi Stati del mondo che, prima della serie, non sapevano neanche cosa fosse successo e non sapevo niente di questa storia, non sapevo niente del coinvolgimento del Vaticano, dello Stato italiano e tutto quello che c'è stato intorno a questi quarant'anni. Io me ne sono reso conto, e la cosa mi ha stupito moltissimo, dai tanti messaggi che mi sono arrivati già dal giorno dopo l’uscita della serie. Il 20 ottobre è uscita la serie per la prima volta su Netflix ed i messaggi che iniziarono ad arrivarmi  dalle parti più disparate del mondo, dove non avrei mai pensato potesse arrivare il messaggio della vicenda di Emanuela. Mi sono arrivati messaggi dall'India, dal Sudafrica, da Paesi del Sud America, dagli Stati Uniti, dappertutto. Non c'è stato, forse, un Paese da cui non mi sia arrivato un messaggio di solidarietà e devo dire che tutto ciò dà una forza enorme. C'è una famiglia che vive questa situazione, che sente l'affetto, la solidarietà della gente. Ti assicuro che è come la benzina per una macchina: il motore va avanti e non si ferma più. Io non riuscirò mai a fermarmi finché non sarò arrivato alla verità ed avrò dato giustizia ad Emanuela. Perché a quel punto si potrà dire che alla giustizia ci si può arrivare, anche se sono passati quarant'anni, che non abbiamo accettato passivamente questa cosa e che, alla fine, possono passare i decenni, però la giustizia sarà sempre quella che prevarrà su ogni altra cosa. Quindi per questo io non mi potrò mai fermare. Non mi fermerò mai, spero che tutte le persone che fino adesso ci sono state solidali continuino ad esserlo fino alla fine.   "Cosa accomuna la storia di Emanuela con quella di Mirella Gregori?" Prima di rispondere tengo molto a dire che Maria Antonietta, la sorella Mirella, è diventata come un'altra sorella per me e per le mie sorelle. In qualche modo fa parte della mia famiglia. La storia di Mirella è stata legata dai presunti rapitori che chiedevano lo scambio di Emanuela con Mehmet Ali Ağca, colui che sparò a papa Giovanni Paolo II. Circa due mesi dopo la scomparsa di Emanuela, venne fuori il nome di Mirella Gregori. Non si è mai saputo, alla fine, se effettivamente fossero legate queste due storie. O qualcuno in qualche modo avesse voluto inserire la vicenda di Mirella nella storia di Emanuela, per motivi a noi sconosciuti. Purtroppo, quel filone di indagine, quello legato allo scambio con Ali Ağca, non ha prodotto nulla, cioè i magistrati hanno concluso quell'indagine. Diciamo che fu un nulla di fatto perché non sono mai emerse prove al riscontro di quell'ipotesi quindi, probabilmente, anche questo legame tra Emanuela e Mirella è venuto in qualche modo a mancare. Certo quella di Mirella è una storia terribile, come quella di tantissime altre ragazze e ragazzi scomparsi. A Mirella è rimasta solo la sorella Maria Antonietta perché i genitori sono morti e la loro famiglia era composta solo dalle due sorelle e dai genitori. Con la morte dei loro genitori è rimasta soltanto Maria Antonietta, che non fa altro che aspettare che possa uscire qualche notizia, che gli inquirenti possano riaprire il caso esclusivamente per Mirella, perché sarebbe giusto così, perché magari era una strada completamente diversa e si sono perse tante possibilità di indagare sulla sua storia solo perché, dall'inizio, qualcuno l'ha voluta legare alla storia di Emanuela.   “Cosa pensa della proposta di istituire una commissione parlamentare di inchiesta? Come è possibile che venga fatta una tale proposta di inchiesta solo dopo 40 anni?”   La proposta di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta è una cosa molto positiva per una serie di fattori. Quando nel 2016 ci fu l'archiviazione dell'inchiesta da parte della procura di Roma, nessuno più ha indagato e le indagini sono state portate avanti solamente da noi familiari insieme all'avvocato Laura Sgro. Il fatto stesso che il Parlamento si occupi di questa vicenda è un’ottima notizia perché può agire come una procura, può fare delle audizioni può ascoltare, interrogare e indagare. Soprattutto può avere accesso alla documentazione riservata alla quale io, come singolo cittadino, non posso avere accesso, ad esempio può avere accesso all'archivio della questura e per cercare quei documenti che non sono mai riuscito a trovare: alcune audiocassette originali dell'epoca, dove era presumibilmente registrata la voce di Emanuela, che non si sono mai riuscito a trovare, mentre una commissione parlamentare d'inchiesta può avere accesso tranquillamente a questi archivi e condurre ottimamente la ricerca. Questo sarà un grande aiuto. Naturalmente io collaborerò anche con loro. È una cosa positiva che sia fatta dopo quarant'anni perché non è un obbligo da parte del Parlamento aprire un'inchiesta, come quella che si dovrebbe aprire sulla scomparsa di Emanuela, ed è stata una proposta fatta proprio perché ci sono stati tantissimi dubbi nelle e sulle indagini. Mi viene da pensare proprio a quelle situazioni poco chiare che si sono venute a creare proprio da parte degli apparati dello Stato italiano, come i servizi segreti (il Sismi ed il Sisde) e ci sono state tante situazioni poco chiare che riguardano proprio lo Stato italiano. Il Parlamento italiano potrebbe, secondo me per dovere, fare chiarezza su alcune situazioni. Soprattutto in questo momento, dopo che anche il Vaticano, senza comunicarci nulla, ha aperto un’inchiesta sul rapimento di Manuela ed io non mi aspettavo, così all'improvviso, cioè dopo quarant'anni. Fino ad adesso il Vaticano non aveva fatto assolutamente nulla, neanche un'indagine interna ed ora decide di aprire un'inchiesta sul rapimento, che è un fatto che io devo prendere per forza come positivo. Non so cosa faranno. Come si muoveranno, però potrebbe essere un passo avanti. Forse hanno capito che il silenzio di questi quarant'anni non è servito a nulla, perché non rinunceremo mai a cercare la verità e forse, in qualche modo, ci stanno venendo incontro. All'inizio io, personalmente, ancora non sono stato contattato dai promotori di giustizia in Vaticano e spero di esserlo quanto prima. Voglio raccontare tutto quello che so, tutti i nuovi eventi che abbiamo raccolto in questo periodo insieme all'avvocato. Questi elementi possono essere importanti proprio per fare un passo avanti verso la verità.   “In questi anni quanto la politica ha attenzionato questo caso?”   In questi anni la politica non si è interessata più di tanto. Non perché non fosse una questione politica, ma perché, in fondo, in questa storia si sono inseriti i servizi segreti di Stati diversi, non soltanto quelli dello Stato italiano e del Vaticano. Quindi poteva in qualche modo interessare anche la politica ed ha interessato a livello di mie indagini personali, nel senso che quando trovi il collegamento tra ambienti politici, ambienti della criminalità e ambienti del della Santa Sede, capisci che anche la politica, da quel punto di vista, può avere avuto un ruolo. Io ho sempre detto che dietro la verità sulla scomparsa di Emanuela, c'è un forte richiamo tra Chiesa, Stato e criminalità, quindi la parte dello Stato, cioè la politica, in qualche modo c'è stata, diciamo così.  
Pressioni sociali del sistema universitario italiano: le opinioni di chi le vive in prima persona
Febbraio 12
Gli universitari italiani sono costantemente costretti a soddisfare le aspettative sociali ndietro e fuori dal sistema, altrimenti sentono di non valere abbastanza. Queste terribili convinzioni portano ormai sempre più giovani universitari ad avere altissimi livelli di stress e ansia al punto che molti ragazzi decidono di togliersi la vita. Lo scorso 1 febbraio, infatti, abbiamo assistito ad un terribile episodio: una studentessa di soli 19 anni si è suicidata in un bagno della sua Università, la IULM di Milano. L'estremo atto compiuto dalla giovane è stato preceduto da un biglietto in cui la stessa dichiarava di aver fallito negli studi e che non riusciva a reggere più la pressione universitaria. I suicidi degli studenti universitari purtroppo non sono solo quelli attenzionati dalla cronaca, molti cadono nel silenzio, come quello di Francesco Mancuso, un ragazzo di 22 anni che il 16 gennaio ha deciso di togliersi la vita. Francesco frequentava l’università di Economia a Palermo e di lì a poco avrebbe dovuto sostenere un esame che non riusciva a superare da tempo. Francesco, gli mancavano 5 esami e poi si sarebbe laureato, ma si sentiva in ritardo rispetto al livello richiesto per dal sistema universitario. L’ansia crescente, la sensazione di essere rimasto solo, il senso di sopraffazione rispetto ai tempi ormai stretti per riuscire a non essere inferiore agli altri. Questo è ciò che ha ucciso Francesco e tanti altri giovani come lui: il giudizio sociale e gli standard ideali da raggiungere in ambito universitario. Per avere una visione più ravvicinata rispetto a tali vicende, il 6 febbraio abbiamo condotto un’indagine intervistando alcuni studenti dell’Università degli studi di Napoli Federico II e dell’Università degli Studi di Napoli L’Orientale. Innanzitutto, agli intervistati è stato chiesto se fossero a conoscenza della notizia del suicidio della ragazza della IULM avvenuto pochi giorni prima. Tutti hanno sentito la notizia e la maggior parte degli intervistati ritiene che la causa del suo gesto sia da ricercare nel malfunzionante sistema universitario del nostro paese. Molti non possono fare a meno di denunciare anche il mancato aiuto e sostegno che non è stato fornito alla giovane, come a tanti altri ragazzi, che hanno compiuto il suo stesso gesto. Chiaramente, da questa domanda, sono poi scaturite riflessioni molto più profonde che palesano  quanto ogni studente senta il peso di un sistema universitario che chiede sempre di ambire all'eccellenza, quell'eccellenza rappresentata dall'ottenimento del massimo dei voti ad ogni esame". Molti si sentono sopraffatti dall’ansia a tal punto da aver perso l’interesse per il percorso di studi scelto. Alcuni soggetti intervistati, invece, ammettono di aver scelto di frequentare l’università solo per pressione sociale ma che non hanno mai realmente avuto una vocazione per lo studio. Traendo un bilancio delle opinioni raccolte, sembra che il nostro sia un sistema capace di deteriorare la salute mentale di tanti ragazzi tramite una costante pressione sociale che impone un modello sempre più performativo. Siamo continuamente costretti a soddisfare delle aspettative, a raggiungere dei numeri e talvolta entriamo in competizione con gli altri, non sentendoci all’altezza. L’università, oltre ad essere un luogo di formazione e preparazione al mondo del lavoro, dovrebbe essere un luogo di aggregazione, di crescita personale e di condivisione. Nessuno dovrebbe sentirsi solo tra le mura di un’università eppure succede costantemente.  Perciò, abbiamo deciso di chiedere il parere di coloro che questo mondo lo vivono ogni giorno, sulla propria pelle, per ascoltare le loro voci e le loro esperienze  in modo da fungere da paradigma per tutti coloro che vivono questo disagio. Non un solo episodio, ma tanti, troppi episodi quotidiani, come quelli in precenza narrati,  impongono una riflessione sulla necessità di modificare la struttura del nostro sistema universitario, che arriva oggi ad interferire negativamente nelle vite dei giovani.  

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