Dantedì: il Sommo nella cultura pop/nerd

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Voci da Napoli, 23 Marzo 2020. All’inizio, parlando del virus i giovani erano scettici, discutendo ...

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Dantedì: il Sommo nella cultura pop/nerd
Marzo 25
Il dilemma del giorno: quale verso può al meglio omaggiare Dante Alighieri, il Sommo Poeta, padre della lingua italiana (pur tuttavia non l’unico)? Oggi, infatti, si celebra per la prima volta il Dantedì, la giornata nazionale dedicata all’autore italiano più famoso al mondo. L’iniziativa anticipa le commemorazioni che avverranno l’anno prossimo, il 2021, in cui ricorreerà il settecentesimo anniversario della morte di Dante. Perché proprio oggi? Secondo alcuni studiosi il viaggio intrapreso dal poeta nella sua opera più nota, la Commedia [sapevate che l’aggettivo ‘divina’ si deve a Boccaccio, grandissimo fan dell’Alighieri?], sarebbe iniziato proprio il 25 marzo 1300. Nell’impossibilità di scegliere un verso della vastissima produzione dantesca, scegliamo oggi di omaggiare il Sommo con le sue “apparizioni” nella cultura pop/nerd. L’Alighieri è un po’ ovunque nel mondo: è nelle nostre mani tutti i giorni, inciso sulla moneta da due euro; è a New York, con una statua nel Dante Park; è nel cuore di Buenos Aires, in un monumento scultoreo con Giotto e San Francesco; con una statua dal 2011 è anche a Ningbo (Cina). È nelle librerie, non solo con le versioni classiche, ma anche con quelle illustrate (da Gustave Doré e da molti altri) e con tantissimi testi e romanzi ispirati alle sue opere: uno su tutti, Dante’s Inferno, scritto da Dan Brown, pubblicato nel 2013 e trasporto nell’omonimo film diretto da Ron Howard con Tom Hanks del 2016. Anche molti altri film risentono dell’influenza dantesca: in Seven (1995, David Fincher) il serial killer compie i suoi omicidi seguendo i sette peccati capitali delineati da Dante, mentre in Hannibal (2001) vi è l’interpretazione del suicidio di Pier della Vigna. È negli scaffali dedicati ai fumetti: come quelli realizzati da Marcello Toninelli o dal nipponico Go Nagai o nelle versioni Disney quali L’Inferno di Topolino (5 numeri usciti tra l’ottobre 1949 e il marzo 1950) e L’Inferno di Paperino (1987). È nelle nostre console, in due videogiochi: liberamente ispirato, in Dante’s Inferno (2010) vediamo un Dante crociato che percorre il regno ultraterreno facendo strage di eretici, condannando se stesso all’Inferno, ma riuscendo infine a sconfiggere la morte e a salvare Beatrice da Lucifero; vi è poi Devil May Cry (2001), un videogioco d’azione in cui Dante, un ibrido uomo-demone, ha per compagna Trish (diminutivo di Beatrish), per fratello Vergil (Virgilio) e per nemico Mundus (Satana). Insomma, ce n’è per tutti i gusti! Link alla foto: https://www.sangiovannirotondonet.it/dantedi-la-giornata-dedicata-al-sommo-poeta-si-celebra-sui-social/
QUAL È LA PRIMA COSA CHE FARAI QUANDO TUTTO SARÀ FINITO?
Marzo 23
Voci da Napoli, 23 Marzo 2020. All’inizio, parlando del virus i giovani erano scettici, discutendo dei futuri impegni e della quotidianità, c’era chi non si prefigurava nemmeno lontanamente la situazione attuale. Abbiamo continuato a fare progetti, a programmare per convincerci che non poteva accadere, che era una suggestione collettiva. Non poteva accadere qui, in Italia. Invece, abbiamo visto e continuiamo a vedere il nostro paese svuotarsi, la nostra città diventare spettrale: le strade silenziose, i negozi sbarrati, semafori diventati arredo urbanistico, incroci caotici ormai deserti, le domeniche senza mare, senza il vento sul viso. Abbiamo cambiato la nostra vita in un attimo, anche se sembrava una missione impossibile: impegni rimandati, viaggi saltati, matrimonio annullati, lauree telematiche, concorsi prorogati. L’intero paese fermo, ingessato. E poi, i contagiati, i morti, quelli che pensavamo fossero pochi ed invece, giorno dopo giorno, sono aumentati. Ci bussano alla porta, ma non li possiamo vedere, toccare ed è questa la consapevolezza più atroce che attornia i nostri giorni. Ed ecco che ci siamo ritrovati con ciò che forse ci spaventa di più: noi stessi. Non sapendo fino a quando durerà, siamo stati costretti a guardarci dentro, tra un senso di iperattività smodata ed una inerzia totale. Impieghiamo il nostro tempo per fare tutto quello che abbiamo sempre celato dietro quell’“oggi non posso”, “non ho mai tempo”, “preferisco uscire”, “lo faccio domani”. Abbiamo incominciato a sentire rumori che non conoscevamo, abbiamo osservato oggetti che mai sino ad ora avevamo guardato davvero. Ci siamo trovati di fronte a noi e niente altro, noi ed il mondo fuori. Quello che da piccoli ci sembrava un docile amico ed ora ci sembra un mostro indomabile. Lo osserviamo come se avessimo un telescopio perché ci sembra lontano da noi, come se si fosse reciso quel cordone ombelicale che ci legava inesorabilmente. Non riusciamo a toccarlo perché è invisibile, non possiamo classificarlo, additarlo, condannarlo. Ora scorrono fluidi i pensieri e le tensioni. Il mondo è lì e non va dimenticato, non possiamo staccare la spina, ora no. Ora dobbiamo dedicarci a tutto quello che abbiamo sempre accantonato, senza dimenticarci che il tempo passa ed i conflitti non si fermano. Noi siamo fermi, ma il resto scorre e noi dobbiamo esserne consapevoli. Ed allora ci siamo chiesti il perché di tutto questo, e ancora oggi lo facciamo, soffermandoci soprattutto in che cosa ci sentiamo violati, in poche parole cosa ci manca. Alla domanda qual è la prima cosa che faresti quando tutto sarà finito, non tutti hanno saputo rispondere. Alcuni perché, anche se può sembrare un paradosso, stanno avvertendo un cambiamento, ma lo vivono positivamente lasciando spazio a quello che è e che sarà. Altri, perché stanno ancora metabolizzando ciò che sta accadendo o fingono che non stia accadendo proprio nulla. La maggior parte di coloro che hanno risposto hanno espresso il desiderio di abbracciare le persone a loro care, questo non perché fosse nelle loro abitudini, anzi, ma perché è ciò a cui non hanno mai dato importanza. Altri, invece, essendo abituati al forte contatto con le persone, ne avvertono una mancanza fisiologica nella loro vita. Ancora, desiderio comune è quello di vedere il mare, camminare, una semplice giornata di sole, la palestra, gli amici, vedere il proprio fidanzato, riabbracciare i propri nonni, la propria madre, tagliarsi i capelli, fare un viaggio, lavorare, mangiare la pizza o il sushi. Tutte cose che se chiudiamo gli occhi e pensiamo di non poter avere più, ci fanno sentire vuoti perché è la privazione della nostra libertà che ci fa sentire tali. E allora la superficialità non ha più terreno fertile perché siamo di fronte a tutte le nostre certezze crollate, come un castello di carta. Quel castello era la normalità della nostra città, del nostro paese, della nostra Europa, del nostro mondo, ma forse le fondamenta erano sbagliate. Quella normalità era sbagliata, quel senso di apparire dei più era la vera malattia, non questo virus. E allora prendiamo una penna, tracciamo le fila di quello che è stato, delle nostre priorità ed infine mettiamo un punto. Alla fine di tutto questo scriveremo la prima cosa che faremo, come in quei romanzi con il lieto fine, ma saremo noi a scegliere se continuare il capoverso o andare a capo.
Il buco: distopia claustrofobica in tempo di quarantena?
Marzo 21
In questo periodo in cui bisogna stare a casa (è importante, molto importante, ricordiamolo sempre) una delle migliori attività è quella di guardare un bel film. Quello di cui parliamo oggi, però, forse non è proprio indicato in tempo di quarantena… Stiamo parlando de Il buco (titolo originale: El Hoyo), un film del 2019 diretto dallo spagnolo Galder Gaztelu-Urrutia e inserito sul catalogo Netflix lo scorso 20 marzo. La pellicola è ambientata in un penitenziario alquanto singolare: si tratta di un imponente grattacielo in cui ad ogni piano sono assegnate (solo) due persone; al centro di ogni livello vi è un “buco”, tramite il quale è possibile saggiare l’imponente altezza della struttura (che non viene mai mostrata dall’esterno) e in cui scende dall’alto una piattaforma (il titolo in inglese è The Platform) col cibo per i detenuti. Non adatto in tempo di quarantena un po’ per l’argomento, come avrete capito, ma anche per la connotazione di questo edificio, che è totalmente sprovvisto di finestre o aperture per la luce naturale: non adatto ai claustrofobici, insomma. Come potrete facilmente intuire, la convivenza di questi individui in una tale struttura – nelle “celle” vi sono giusto due letti e un lavandino e non è possibile portare che un unico oggetto dall’esterno – assume ben presto dei lati grotteschi ed inquietanti: tale reclusione, infatti, stimola comportamenti ossessivo-compulsivi, allucinazioni ed egoismi di varia natura. Basti pensare che il cibo non viene razionato: i detenuti dei livelli più alti si ingozzano, lasciando i “condomini”* dei piani inferiori praticamente a digiuno, con conseguenze gravissime.*Leggendo la trama, prima della visione, fa pensare un po' al meraviglioso libro Il condominio di Ballard (trasposto nel film High-Rise), ma Il buco si presenta come più spinto e ... sanguinolento.  Tuttavia il film lancia dei messaggi importanti: la fondamentale necessità di collaborazione nella società, di razionalizzazione dei beni (nel film il cibo, ma ciò vale per qualsiasi bene: dall’acqua alla natura, dall’istruzione al denaro, ecc) e di assunzione di responsabilità da parte di ciascun individuo. Vi sono poi ottimi aspetti tecnici: dalle inquadrature alle luci, passando per i sottofondi musicali, tutto è perfettamente studiato e il risultato è un’ottima distopia da manuale. Unico neo sono forse i dialoghi, talvolta troppo lunghi e ripetitivi. Link alla foto: www.netflix.it
Ultras: Francesco Lettieri su Netflix con "coerenza e mentalità"
Marzo 20
È uscito stamattina, alle 8.00, su Netflix il primo lungometraggio di Francesco Lettieri: Ultras. Possiamo dire, in tutta sincerità che il ragazzo se l’è cavata piuttosto bene. Nato nel 1985 a Napoli, Lettieri fa conoscere il suo nome soprattutto per aver realizzato i videoclip delle personalità più importanti sulla nuova scena indie italiana, come Calcutta o Carl Brave x Franco 126, e realizzato i video dell’ultimo fenomeno musicale napoletano, Liberato – le cui musiche sono presenti anche all’interno del film. In questo lavoro, Francesco mantiene il legame con i suoi videoclip con scene brevi e molto poetiche – gli attori sempre nella parte bassa dello sfondo e i luoghi che li inghiottono –, senza però far disperdere l’attenzione che si mantiene attiva per quasi due ore, senza mai uscire fuori traccia. Il suo sguardo non si disperde in inutili dettagli, limitandosi a mostrare lo sfondo del mare – o dello stadio – sulle azioni degli Ultras: racconta la storia, senza fronzoli, senza banalità, mischiando un pizzico di malinconia con rabbia, amore e rassegnazione e lo fa senza schierarsi. Quello del regista non è uno sguardo sul calcio – anche se i più tifosi ci rivedono il campionato del 2018, quando il Napoli avrebbe potuto vincere lo scudetto con Sarri allenatore – ma sulle persone che lo vivono e ne fanno il punto centrale della loro vita. Sandro, interpretato da Aniello Arena, che rappresenta una figura paterna per il piccolo Angioletto (Ciro Nacca), entra nei cuori degli spettatori, così come in quelli dei protagonisti. Una recitazione semplice quella di tutti gli interpreti, non troppo costruita, che risulta reale soprattutto per chi, almeno in parte, conosce quei luoghi. Si può dire quindi che come opera prima è andata piuttosto bene e che si spera che Lettieri possa solo crescere e affiancare le numerose leve – come Gabriele Mainetti – che stanno permettendo al cinema italiano di tornare competitivo ad un livello internazionale, ovviamente il tutto condito da produzioni sempre più ampie. Insomma: grazie Netflix. Link alla foto: https://www.mondofox.it/2020/01/31/ultras-il-trailer-e-la-trama-del-primo-film-di-francesco-lettieri/
The Valhalla Murders: Netflix porta l'Islanda a casa nostra!
Marzo 15
Tempi di quarantena per la cara vecchia Italia. Bisogna stare a casa per la salute nostra e di chi ci sta intorno, per non sovraccaricare ancor di più gli ospedali già al limite della sopportazione (se non oltre), per ridurre i contagi. È importante. Tuttavia, molti vivono questa quarantena come una prigionia, ma i serial addicted sono abituati da anni! Guardare una serie tv, infatti, è una delle molteplici attività che si possono tranquillamente svolgere nella propria dimora, riuscendo così ad evadere – con la mente – dalle mura domestiche. La serie di cui vi parliamo oggi ci porta tutti in Islanda. The Valhalla Murders è il nuovo show prodotto da Netflix (con l’inglese Truenorth Productions e l’islandese Mystery Productions), composto da 8 episodi e disponibile sulla piattaforma streaming dallo scorso 13 marzo. L’agente Arnar (Bjorn Thors) torna nella sua madre terra Islanda dalla Norvegia per assistere la collega Kata (Nina Dogg Filippusdottir) in un’indagine davvero complessa e pericolosa: gli ingredienti principali sono un serial killer, un ex collegio da brividi e intrighi politico-amministrativi. La serie si lascia guardare con piacere per tutti gli otto episodi e ciò non è dovuto unicamente ai meravigliosi paesaggi e scenari in cui la vicenda è ambientata. L’indagine, infatti, è ben costruita in tutte le sue dinamiche, vede un preciso crescendo del pathos e non è caratterizzata da nessun tipo di faciloneria troppo nota ai polizieschi italiani e (ad alcuni) americani: [SPOILER ALERT] per intenderci, i detective non si trovano mai, guarda un po’, al posto giusto nel momento giusto. Vi sono poi delle vicende parallele, che indagano la vita personale dei due protagonisti in special modo, ma si tratta di trame secondarie molto discrete, che non intaccano per niente la vicenda personale e sono dipanate con parsimonia e dignità nel corso dello show. Si potrebbe dire che il freddo islandese, dunque, non si traduce in apatia, ma in un rigore che permette la creazione di una storia asciutta ma ben strutturata, estranea al surplus emotivo. Gott! (in islandese: bene!) Link alla foto: www.netflix.com
Coronavirus: Te c'hanno mai mannato a quel paese
Marzo 15
In una epoca globalizzata, dove tutti sono arci-impegnati e si lamentano di non aver mai tempo per se stessi, era impensabile prevedere che saremmo rimasti chiusi in casa per oltre un mese a causa di un minuscolo virus. Eppure dobbiamo adattarci a questa strana situazione che non ci permette di relazionarci con gli altri, di proseguire con la nostra routine quotidiana, di uscire per svagarci andando al cinema, al teatro o ad assistere ad un evento musicale dal vivo.  Tutti i concerti previsti fino al 3 Aprile sono stati cancellati o spostati a data da destinarsi.   Ma non ci scoraggiamo! Anche se oggi è d’obbligo dover cantare Fatti più in là, Il Web è venuto in nostro aiuto poiché molti musicisti famosi e non, come il chitarrista Laurence Juber, stanno effettuando lezioni private via Skype, altri invece come Nek, i Modà, Gianna Nannini e Gigi d’Alessio si sono esibiti via streaming su Instagram e forse qualcuno di questi artisti si esibirà anche su Youtube. Tutti hanno deciso di improvvisare dentro le proprie mura domestiche. Potete cercarli tramite #iosuonoacasa.   Ma non basta, dalla Cina arrivano video canori e mai come in questo momento possiamo dire, prendendo a prestito il titolo del film di Bellocchio, che la Cina è vicina a differenza della tanta decantata solidarietà europea! Anche i semplici cittadini si stanno organizzando, nelle varie città, con vari flashmob a distanza per cantare e ballare a ritmo di una canzone concordata. A Scampia, gli abitanti del Lotto G, si sono dati appuntamento lo scorso venerdì e hanno intonato dai balconi Abbracciame e l’inno di Mameli per sentirsi, in questo momento difficile, più vicini. A Napoli specialmente basta un poco che ce vò per scaldare gli animi!   E come disse il noto direttore d’orchestra spagnolo, Pablo Casals, La musica scaccia l’odio da coloro che sono senza amore. Dà pace a coloro che sono in fermento, consola coloro che piangono. Facciamoci forza e coraggio. Addà passà ‘a nottata. #Andràtuttobene!     l'immagine è stata presa da Pixabay
"The Shield": diciotto anni e non sentirli!
Marzo 13
Tutti hanno familiarità col retrogaming.   Anzi, riformuliamo: tutti quelli che bazzicano in NerdZone hanno familiarità col retrogaming, ovvero con la passione per i videogiochi d'antan.   E con le serie TV? Esiste una specie di "retrowatching"?   Sicuramente esiste, ma magari ha un altro nome. O non ce l'ha proprio.   Beh, poco male, perché coniare neologismi va ben oltre i limiti di questo articolo, che si propone semplicemente di celebrare una serie TV che ieri, 12 marzo 2020, ha compiuto diciotto anni: The Shield.   Era infatti il 12 marzo del 2002 quando lo Strike Team, composto da Vic (Michael Chiklis), Shane (Walton Goggins), Lem (Kenny Johnson) e Ronnie (David Rees Snell) fece la sua comparsa nel fittizio distretto di polizia di Farmington, a Los Angeles, tra gang rivali, spaccio di droga e altre amene attività.   La serie, creata da Shawn Ryan, è stata un vero successo e ha visto, nel corso delle sue sette stagioni, la presenza di guest stars del calibro di Glenn Close e Forest Whitaker. Degna di nota anche l'apparizione di Kurt Sutter, nella doppia veste di attore e produttore; si tratta infatti dello stesso genio creativo di Sons of Anarchy, serie che ha molto in comune con The Shield, sia dal punto di vista diegetico (alcune delle gang ritornano) che da quello del cast (benché i medesimi attori interpretino personaggi diversi nei due show).   Tale scelta rispecchia il modo in cui Ryan gioca tra la realtà e la finzione, tra ciò che è e ciò che appare; cosa particolarmente evidente nel caso del protagonista Vic, che cammina su quella linea sottilissima che separa gli antieroi dai peggiore villains. Benché genuinamente preoccupato del benessere della comunità, non disdegna, assieme ai suoi degni compari, metodi tutt'altro che ortodossi (omicidio incluso), per far rispettare la legge, e, magari, guadagnarci qualcosa su.   La scrittura dello show è semplicemente perfetta, trascinando lo Strike Team sempre più in basso in un vortice di bugie e illegalità dal quale ogni tentativo di fuga porterà solo altri spargimenti di sangue. Il passaggio da antieoroe e villain è talmente lento e ben congegnato da sembrare quasi inevitabile, mettendo a durissima prova la simpatia dello spettatore (quella che Margrethe Bruun Vaage chiama "sympathetic allegiance", in The Antihero in American Television) verso Vic e i suoi.   In molti casi, quando si tessono narrazioni così intricate, il rischio di un pessimo finale è dietro l'angolo, e infatti nel corso degli anni abbiamo assistito a incomprensibili assurdità, montagne che partoriscono i proverbiali topolini e ogni altro genere di presa in giro per la nostra intelligenza. The Shield invece, e questo è un altro tratto che lo avvicina a Sons of Anarchy, ha consegnato un finale semplicemente perfetto, e che potrebbe – chissà – essere anche ripreso, un giorno.   Ma niente spoiler, per carità! Dopotutto, in tempi di quarantena, perché non dare a Vic e ai sui degni compari la possibilità di raccontare – ancora una volta – la loro storia?   O meglio, la loro versione della storia.           Link all'immagine originale: https://www.lascimmiapensa.com/2017/09/27/i-migliori-episodi-pilota-della-storia-delle-serie-tv/3/
Dietro le sbarre dell'ignoranza
Marzo 12
Questo è il quinto giorno di quarantena… sono dietro le sbarre, quelle di casa mia. Non posso uscire, vedere mia nonna, e, dopotutto, è anche giusto sia così: è stata dichiarato lo stato di Pandemia a causa del Corona virus e in un Paese come l’Italia, a causa ai tagli alla sanità degli scorsi anni, non si può gestire quest’orda di malati e panico, senza considerare che oramai i pronto soccorsi sono pieni, per cui se qualcuno ha un infarto è – scusate la volgarità – fottuto! La verità è che tutti noi ne abbiamo favorita la diffusione senza renderci conto della situazione perché siamo un popolo di egoisti e di certo la stampa non ci ha aiutato, prima generando il panico e scatenando orde di razzismo a causa della popolazione cinese, andando contro il suo stesso interesse – si veda il turismo – e poi sminuendo ciò che loro stessi avevano creato. Di certo, inoltre, non poco gioco va dato in tutta questa situazione all’ignoranza. Questo termine viene spesso inteso in modo errato. Molte persone ritengono che ignoranti siano coloro che non hanno studiato, che appartengono a strati più bassi della popolazione, ma non è così: l’ignorante è colui che ignora, che non ha o, meglio, che non cerca un’apertura mentale. L’intelligenza è apertura mentale, l’ignoranza è chiusura. C’è questa tendenza a dare per scontate e a pensare che certe locuzioni appartengano solo a determinati individui, ma la verità è che esse appartengono proprio a chi vuole rinchiuderle in precise categorie; a chi non vuole ammettere i propri errori; a chi ha torto e vuole avere ragione; a chi accusa qualcuno delle proprie colpe; a chi di noi non è disposto a rinunciare a nulla anche a scapito degli altri. Il singolo non vive senza il gruppo e il gruppo non vive senza il sostentamento del singolo, ma la persona ignorante non lo sa: egli vede esclusivamente il suo interesse. L’Italia è un paese di taboo – del sesso o della vecchiaia – che fanno crescere i nostri figli come amebe che non sono in grado di lottare per ciò che vogliono, anche perché non sanno neanche loro cosa potrebbero raggiungere: un mondo di opportunità che ci scivola tra le mani. Qualcuno di noi sopravvive, qualcun altro muore, altri riescono a vivere, sempre con le dovute precauzioni. Ed ora tutti ci ritroviamo chiusi in casa. Inermi. Per fortuna, purtroppo, viviamo nell’epoca del world wide web: tour interattivi dei musei, film in streaming, possiamo passare il nostro tempo, ma è un tempo sempre più aleatorio che rende la nostra vita, da un certo punto di vista, ancora più incerta. Finito questo periodo cosa ne sarà di noi?! Cosa ci aspetta? Il mercato probabilmente subirà una forte crisi, tante persone verranno mandate a casa, tra cui forse anche alcuni genitori, quelli che in buona parte mantengono i figli, gli stessi che non hanno mai imparato a sopravvivere, bloccati in questo limbo di eterna giovinezza nera: droghe, alcool, precarietà e suicidi. Il suicidio non è qualcosa che avviene solo in forma esplicita, ma è qualcosa che ti logora dentro, che ti spinge all’autodistruzione a cercare qualcosa che ti faccia sentire ancora vivo. Ne esistono tante forme e a volte si può diffondere in maniera ancora più virale del Covid-19. La causa principale di questa epidemia in Italia è stata la mia generazione, gli under 40. Abbiamo sottovalutato il problema e forse ancora non gli diamo il giusto peso, non si può dire se per puro egoismo o solo perché abituati a vivere al limite, con il “male” lì pronto a colpirci. Sappiamo che moriremo, presto, e a volte anche lo speriamo, perché affrontare la vita è troppo impegnativo. Cosa fai quando la tua adolescenza non finisce perché non sei in grado di sostituirti al padre o alla madre, che non svolgono il ruolo di genitori, ma di fratelli? Come fai a sostituirti a qualcuno che è ancora più impaurito di te rispetto alla vita? E se quella che caratterizza la nostra generazione non fosse adolescenza, ma una precoce vecchiaia? Non possiamo sapere cosa verrà fuori da questa situazione, cosa ne uscirà: un cambiamento di vedute e una maggiore partecipazione come parte di un tutto o il crollo? Ovviamente si spera nella prima opzione. Con queste parole non si vuole affermare che il mondo è spacciato o quantomeno generalizzare –abbiamo tutti un cervello che, nonostante le influenze culturali, ci rende comunque unici – ma solo che questa condizione ha portato tutti i nodi al pettine e mostrato l’incapacità di una generazione vissuta dopo coloro che avevano davvero il mondo a disposizione e che hanno cresciuto noi, i figli unici, persone sole in cerca di dare una spiegazione – o una fine – al loro malessere: per questo è deprimente quando persone che ora hanno superato la così detta mezza età si lamentano sulle nuove generazioni – “questi giovani d’oggi non hanno più rispetto!”, ma questi giovani deve pur averli educati qualcuno. Link alla foto: https://popcorntv.it/guide/il-giardino-delle-vergini-suicide-cast-e-personaggi/30661
Phil Spector, l’inventore del Wall of sound
Marzo 08
La nostra rubrica mensile, dedicata ai personaggi illustri del mondo musicale, si occuperà di Phil Spector, uno dei più famosi produttori a livello mondiale.Non ci sono molti articoli dedicati ai produttori discografici poiché al pubblico non interessa conoscere chi lavora dietro le quinte, ma è appassionato solo alla vita e alle opere dei musicisti/cantanti. I produttori non sono certamente quelli che sono seduti passivamente nella sala controllo, ma devono capire, forse anche meglio degli autori stessi, le potenzialità dei brani, determinando di fatto la durata, tonalità e l'arrangiamento musicale degli stessi. Ma Phil Spector non si limitava solo a svolgere questi compiti poiché è riportato negli annali della musica come l'inventore del "Wall of sound" che tanto ha fatto impazzire colleghi e musicisti che hanno tentato in tutti i modi di imitarlo. Per spiegare cos'era Il "Wall of sound" ci vorrebbe un libro, ma in questo articolo possiamo dire sinteticamente che era il carattere distintivo delle produzioni in mono, e non è un caso che i migliori singoli degli anni '50 e '60 portino la firma di Phil Spector come produttore. Brani come Be My Baby delle Ronettes e Unchained Melody dei Righteous Brothers, erano contraddistinti da un forte eco e riverbero che tanto piacevano a Brian Wilson e John Lennon. Lavorare con questo produttore americano era garanzia che qualunque canzone entrasse nella top ten di Billboard, tant'è vero che Leiber e Stoller, gli autori di molti successi di Elvis Presley, vollero fortemente lavorare con Spector. Tra le sue collaborazioni bisogna menzionare quelle con il gruppo Punk dei Ramones, con Leonard Choen, con Ike & Tina Turner, con George Harrison e con John Lennon per i loro debutto solista. Céline Dion è stata l'ultima cantante con cui ha lavorato. Nell'ambiente musicale era conosciuto anche per la sua eccentricità, per il suo umore altalenante, per le sue furiose litigate e per l'amore per le pistole, tutti ingredienti che lo porteranno dal successo alla prigione con l'accusa di omicidio di secondo grado consumato ai danni dell'attrice americana Lana Clarkson.Insomma la sua è stata una vita degna di una soap opera raccontata nel film Phil Spector che vede come superbo protagonista Al Pacino.   La foto di copertina è stata presa da qui
Grande successo per la Festa di Carnevale presso la Fondazione Istituto Antoniano
Febbraio 25
Canti, balli, maschere e felicità: sono stati questi gli ingredienti della "Festa di Carnevale" organizzata dalla Fondazione Istituto Antoniano, con il coinvolgimento degli studenti di alcune scuole della provincia di Napoli e la partecipazione del centro riabilitativo "Dinastar". Obiettivo: affrontare il tema dell'inclusione sociale mostrando ai più piccoli come, anche nelle difficoltà, sia possibile divertirsi. I bambini che hanno preso parte all'evento hanno scoperto che le differenti abilità dei loro coetanei (e dei ragazzi più grandi) non rappresentano per forza un ostacolo alla realizzazione di lavori importanti e soprattutto che, a partire dalla diversità, ciascuno è "unico".   Calorosi applausi e grida di incitamento hanno accolto la sfilata a tema: ciascun istituto scolastico ha, infatti, messo a punto un travestimento. Ad aggiudicarsi il primo posto, l'I.C. "Sant'Agata" con il gruppo maschera "La carica dei 101". Alla manifestazione presente anche l'associazione "La tua voce Onlus", che da anni offre un servizio di clown terapia pediatrica e geriatrica; alle percussioni, l'esibizione del maestro Borrelli.   La kermesse quest'anno si è tenuta per la prima volta all'aperto, nei giardini del Parco della Fondazione e ha avuto come tema "La famiglia", punto cruciale del processo di riabilitazione. Ai genitori è dedicato, infatti, il programma attuale dell'Antoniano: per il triennio 2019-2022 oltre al sostegno verso i bisogni emotivi e psicologici e alle azioni utili a creare una "alleanza terapeutica" con gli operatori del settore, la Fondazione ha scelto di intercettare anche il forte bisogno di informazione delle mamme e dei papà. Allo scopo sono state organizzate, lungo tutto il 2020, una serie di attività a tema, ed è già stata prevista la realizzazione di un servizio permanente di accoglienza familiare.  
A Discovery of Witches: una favola dark, ma banale...
Febbraio 20
Molti della mia generazione e non, compiuti gli 11 anni, hanno aspettato (e magari aspettano ancora) con ansia la lettera da Hogwarts. Nessuno può infatti dire di non essere mai stato, anche per un breve momento, affascinato dalla magia e desideroso di possederne un po’. Ed è per questo che i numerosi spot di A Discovery of Witches – Il manoscritto delle streghe ha affascinato molto la sottoscritta. Si tratta di una serie composta da otto episodi, prodotta da Sky Original e basata sui libri della Trilogia delle anime di Deborah Harkness. Nello show, tra gli umani “si nascondono in bella vista” creature magiche quali streghe, vampiri e demoni. Soggetti alla Congregazione e alle sue regole, la convivenza tra le specie è caratterizzata da ritrosie e sospetti reciproci. L’equilibrio è destinato a rompersi quando la ricercatrice Diana Bishop (Teresa Palmer), da sempre restia a indossare i panni della strega che è, si ritrova in possesso di un prezioso manoscritto e travolta dalla (sua stessa) magia. Contro ogni regola, l’unico di cui si fida è il vampiro Matthew (un Matthew Goode azzeccatissimo, dato che sembra non invecchiare mai). Ad episodi visti, bisogna dire che lo show aveva grandi potenzialità e, almeno all’inizio, si è rivelato davvero interessante, accattivante e anche originale nel caratterizzare le creature magiche senza i soliti pregiudizi triti e ritriti (basti pensare che il vampiro Matthew ci viene presentato mentre prega in chiesa col rosario in mano e in piena luce del sole). Proseguendo con gli episodi, però, la vicenda si fa banale, prevedibile e scade in cliché e stereotipi. Si evolve come una sorta di fiaba d’amore, con la relazione sentimentale tra la strega e il vampiro che si svela in un numero esorbitante di scene romantiche degne del peggior melodramma e con dei dialoghi inqualificabili. Il finale, addirittura, praticamente non esiste: la famosa guerra che si prepara negli otto episodi non avviene, lasciando un senso di delusione e frustrazione per l’attesa non soddisfatta. Un vero peccato. Link alla foto: http://www.wilditaly.net/a-discovery-of-witches-serie-tv-matthew-goode-teresa-palmer-51992/
Sanremo: finché la barca va!
Febbraio 19
Anche quest’anno non sono mancati i colpi di scena presenti sempre nella Kermesse italiana più famosa nel mondo: il Festival di Sanremo. Fai rumore, interpretata magistralmente dal cantante Diodato, è risultata vincitrice di questa settantesima edizione, che però non verrà ricordata per questa meritata vittoria, ma per tutte le polemiche che si sono scatenate sui giornali e sui social intorno a diversi attori del Festival stesso.   Ad una settimana dalla fine della rassegna sonora, continua a tenere banco in TV la lite Bugo-Morgan rispetto alla quale ognuno dice la sua e chissà per quante altre puntate Barbara D’Urso andrà avanti con questa soap. Per adesso ha invitato la mamma e la sorella di Marco Castoldi, ma ci aspettiamo prossimamente di vedere la maestra delle elementari, le zie e i cugini. Comunque, se posso dire la mia, credo che Morgan pensasse di fare un dispetto a Bugo, ma, con quella performance, ha fatto in modo che molti siano andati ad ascoltare le canzoni di un artista sconosciuto fino all’altro giorno.   Al contrario, sottobanco è passata la censura ordita ai danni dell’ex leader dei Pink Floyd, Roger Waters che aveva mandato un videomessaggio, certamente non per salutare il pubblico italiano, ma probabilmente per parlare di ciò che al momento gli sta più a cuore: le condizioni dei palestinesi e le sorti del giornalista Assange che rischia 175 anni di prigione per aver detto semplicemente la verità. La RAI per evitare beghe ha optato per l’oscuramento dell’intervento del musicista.   Sottobanco è passato anche lo sfogo del maestro Beppe Vessicchio che ha lamentato la scarsa retribuzione degli orchestrali aggiunti, quelli che non appartengono all’orchestra sinfonica. Ciascun musicista è stato pagato 50 euro al giorno per 12 ore di lavoro. Certo è una nota molto stonata se si considera il confronto tra questi cachet e quelli dati ad ospiti e presentatori. Così a Sanremo capita che talvolta non stonino solo i cantanti, ma anche la musica!   la foto di copertina è stata scaricata qui
Zero Zero Zero: l'attesissima serie lascia qualche dubbio...
Febbraio 14
Attesissime, ieri sera sono finalmente state trasmesse le prime due puntate di Zero Zero Zero su Sky Atlantic (canale 110 di Sky). Dimenticate Gomorra. Certo, si tratta sempre di un prodotto tratto da un libro di Saviano e diretto da Stefano Sollima, ma l’atmosfera è completamente diversa. Zero Zero Zero potrebbe essere descritto come un cupo affresco del meschino ma enorme business della droga, che coinvolge praticamente tutto il mondo – e infatti le ambientazioni della serie vanno dal Messico alla Calabria passando per gli Stati Uniti – e soprattutto lega saldamente spacciatori, criminali, imprenditori, forze militari e istituzioni politiche. Si può infatti dire che non ci sono dei veri e propri protagonisti poiché, nonostante si seguano le vicende di alcuni individui – una famiglia criminale calabrese, un militare messicano corrotto e una mediatrice –, a far da padrone sono proprio i meccanismi che la produzione e la vendita della droga comportano. Il tocco di Sollima si riconosce subito: inquadrature ampie e scure e una continua tensione narrativa sono elementi fondanti e godibilissimi dei primi due episodi. Le immagini e le vicende, per il modo in cui sono assemblate e sottoposte allo spettatore, fanno sì che quest’ultimo provi un notevole senso di disgusto e vergogna per questo mondo che è sotto i nostri occhi, ma che troppo spesso facciamo finta di non vedere. Tuttavia – a modestissimo parere di chi vi parla – non si raggiungono qui le vette di gradimento di altri lavori di Sollima (penso soprattutto alla prima meravigliosa stagione di Gomorra): al di là dell’eccessiva frammentazione cronologica della trama, che si dipana in un gioco eccessivo di flashback e sbalzi temporali, la ragione sta proprio nell’assenza di protagonisti da indagare, studiare, giudicare e a cui appassionarsi. Non si viene quindi a creare quel legame di fidelizzazione che costituisce l’elemento basilare per ogni serie tv. Link alla foto: https://www.comingsoon.it/serietv/news/zerozerozero-il-primo-trailer-della-nuova-serie-crime-di-sky/n93940/
"Un gesto per la vita": giornata di formazione per la disostruzione dele vie aeree
Febbraio 12
L’ostruzione delle vie aeree è un evento fortuito, non frequente ma che si può rivelare molto pericoloso, caratterizzato dal passaggio di un corpo estraneo nelle vie respiratorie. Un fenomeno che può accadere a ogni età ma che interessa soprattutto i bambini tra 1 e 3 anni. Può succedere sia mentre i piccoli mangiano, sia mentre giocano con oggetti di dimensioni ridotte, dato che la conoscenza del mondo che li circonda passa, per loro, prima di tutto attraverso la bocca. Per questo, è fondamentale che il genitore sappia quando è necessario intervenire davanti a un bambino che ha inalato un corpo estraneo. La Fondazione Istituto Antoniano ha deciso di dedicare la giornata del 13 febbraio, dalle 16.30 alle 18.30, alla conoscenza della problematica: con la presenza di esperti del settore saranno analizzati i casi principali e verranno mostrate le tecniche pratiche di disostruzione, grazie all’ausilio di manichini esemplificativi.    Con le sue diverse proposte formative, con gli eventi periodici e con il monitoraggio costante dei suoi ospiti, da oltre 60 anni la Fondazione Istituto Antoniano rappresenta sul territorio una presenza significativa, sia da un punto di vista socio-educativo che socio-sanitario, proponendosi come presidio di riferimento per la tutela del benessere delle persone in difficoltà e come opportunità di formazione e di aggiornamento tecnico per il personale implicato nei processi dell’intervento; attraverso le sue diverse sedi, svolge prestazioni altamente qualificate in favore di persone disabili o in condizione di disagio sociale; fornisce accoglienza a chi si trova in bisogno temporaneo, come i migranti.    Il corso è gratuito. Per maggiori info e prenotazioni è possibile mandare una mail a:  o telefonare al numero: 0817753054.   
Perchè Sanremo è Sanremo!
Febbraio 09
È già l’una del mattino, ma qui sembra che la serata vada avanti ancora per molto: questa edizione del festival sembra un insieme confusionario di eventi (assurdi!) che non finiscono mai, ma che vanno stranamente bene. Fiorello se la cava, alla grande, ovviamente, facendo battute su quello che in realtà pensiamo un po’ tutti: ma quando finisce? Arrivano le due, il terzo posto è stato assegnato dieci minuti fa: i Pinguini Tattici Nucleari hanno fatto una canzone carina, piacevole da ascoltare, ma forse il terzo posto è un po’ esagerato. Questa edizione ha ricambiato un po’ le carte in tavola, ma ha anche mostrato come il pubblico italiano ancora non sia pronto. Certo personaggi come Rancore (che non ha bisogno di parole, perché parla già da solo e lo fa benissimo), che ha vinto il meritatissimo premio come miglior testo, e Lauro sono entrati nella Top Ten, ma in un certo senso non è abbastanza, senza poi considerare l’assurda polemica sul caso Cally, svantaggiato in partenza, destinato ad arrivare tra gli ultimi ancora prima di cominciare la gara.  Gli italiani sono ancora troppo vincolati ad idee stupide, poco disposti a mettersi in discussione, come dimostra la classifica finale, dove il 34% del risultato finale era affidato al televoto e che ha ribaltato quella precedente: il pubblico non è ancora pronto. La musica, così come qualsiasi forma d’arte, è una rappresentazione sociale e la dimostrazione di un bisogno di appartenenza, non può essere legata in modo imprescindibile ad un artista. Achille, ad esempio, non è solo quello che canta, ma è quello che fa: un personaggio meravigliosamente eclettico che trascende le regole e lo fa benissimo (con la presenza di Boss Doms il risultato è ancora più bello!), con un’eleganza che forse non ci si aspettava da quel ragazzetto che portava a tracolla sul dorso nudo borselli da uomo per le periferie di Roma. Sei meraviglioso: il personaggio che ci serve! Meraviglioso anche Piero Pelù, che dimostra di stare sempre sul pezzo e ruba la borsetta di una signora tra il pubblico (grande Piero!); ridicolo Morgan, che dimostra ancora una volta la sua scarsa professionalità, offendendo sul palco, in diretta, il suo collega (il videio qui): non importa se è merito suo se sta su quel palco, è anche merito suo se se n’è andato dal palco! Trovata pubblicitaria o meno, il cantante dei Bluvertigo si sta circondando di un’area sempre più fastidiosa, che supera il suo talento: attento! L’umiltà prima di tutto (anche se bisogna ammettere che lo sketch ha divertito, dopotutto). Stantii alcuni artisti, da cui non si può pretendere se non una buona esecuzione: bravi comunque!! Stranamente ad hoc il lavoro di Amadeus, forse supportato dall’amicizia tra lui e Fiorello, percepibile sul palco stesso e quasi assente la presenza delle donne. C’erano o no, il risultato non sarebbe cambiato probabilmente (anche se bisogna fare tanti complimenti alla Salerno: sempre bellissima!). Un’edizione piena di strane sorprese e piccole scenette, come quella di Ghali che cade dalle scale (apposta, ma sotto gli occhi increduli di Fiorello) o quella tra Amadeus e Ronaldo, che dopotutto non è andata così male. Piccole perle che quasi mandano anche in secondo piano (ma senza esagerare) la prestazione di Benigni. Ovviamente non ci si può dilungare troppo su ogni artista e dettaglio, perché, altrimenti, bisognerebbe scrivere almeno una tesi, piuttosto che un articolo: come fanno notare i commenti sul web di questo Sanremo, la sua caratteristica principale è stata la durata, infinita, di ogni puntata. Come è stato scritto all’inizio, il terzo posto è stato assegnato intorno alle due del mattino, ma tra il terzo posto e la proclamazione del vincitore (il bravissimo Diodato, che dopo tanta gavetta e la sua terza presenza al festival, ha vinto con una canzone semplice e complessa allo stesso tempo: bravo Antonio!!!! E poco importa se sia dedicata o meno a Levante, anche lei presente al festival tra i concorrenti, questo non ci riguarda. Bella pe’ te, ci!) è avvenuta intorno alle 2 e 30… sette ore di diretta: spettatori e presentatori distrutti; probabilmente il figlio di Amadeus avrebbe preferito andare a scuola e neanche il casuale (?) spoiler di Sky è riuscito a mandare a letto i telespettatori: il finale è stato un susseguirsi di cantanti, che sembravano quasi presi a caso (forse lo erano davvero?) per temporeggiare. Insomma questa edizione 2020 è stata piena di sorprese, un misto di trash in connubio con l’arte, senza però risultare fastidioso: si può dire che ad un certo punto, come ha detto Fiorello, “non si capiva più nulla!”.  Molti probabilmente, e forse lo spero, si staranno mordendo le mani per non averlo visto, ma per fortuna siamo nell’era del web e di Raiplay, quindi andate a rivederlo, non avete scuse. E poi c’è il maestro Peppe Vessicchio!! Standing Ovation!Link alla foto: https://tg24.sky.it/spettacolo/musica/2020/02/07/quarta-serata-sanremo-2020-pagelle.html
Nel segno del punk: Sid Vicious
Febbraio 09
  Questo mese la nostra rubrica musicale si occupa di un personaggio molto discusso che abbracciò appieno il mondo del punk britannico: Sid Vicious. Fu bassista dei Sex Pistols, gruppo attivo sulla scena del rock inglese alla fine degli anni ‘70, celebre per il look da teppistelli, per l’irriverenza dei testi di e per un recupero di sonorità lontane dagli standard del rock progressive.   Infatti gli artisti punk, di questo periodo, non solo rifiutavano e rispingevano la filosofia hippies, ma non vedevano di buon occhio i cantanti che avevano iniziato la loro carriera discografica nel decennio precedente. Questi, dalla corrente punk più aggressiva, erano ritenuti dinosauri dal punto di vista musicale e incapaci di penetrare il mondo dei teenagers, giovani disillusi e traditi da una politica non attenta ai loro bisogni.   Chi riuscì a intercettare l’insoddisfazione giovanile furono proprio quelle band dal look trasgressivo e dalla musica rumorosa tanto inorridita dalle vecchie generazioni poiché pensavano che con quel genere musicale si fosse toccato il fondo, non sospettando che quel modo di esprimersi era solo il proto-tappeto del futuro grunge. Questa nuova controcultura veniva ben espressa da Sid Vicious che, con la sua vita sregolata, venne preso a modello da molti giovani che pensarono di opporsi al sistema facendo uso di droghe a ritmo di Anarchy in the Uk e conducendo una vita di espedienti.  E infatti fu questa la vita che condusse il “nostro” prima di diventare famoso. Riuscì a farsi fotografare dalla polizia per ubriachezza molesta, rissa e furto, fino ad essere dichiarato, su un documento ufficiale, delle forze dell’ordine, delinquente abituale. Ma il suo sogno era quello di sfondare come musicista e per le sue scarse doti fu estromesso da diverse band e per il suo modo di vivere anche dai Sex Pistols. Lui stesso ammise di essere un tipaccio, di trattare male tutti, di perdere spesso la pazienza, di bere e fare a botte per sfogare la sua rabbia e forse quel suo mal di vivere lo portò al presunto suicidio.     La foto di copertina è stata presa dalla pagina ufficiale Facebook dei Sex Pistols
LA CONOSCENZA, L’UNICA ARMA CONTRO IL SISTEMA
Febbraio 07
Capita alle volte di non riuscire a frenare il turbinio di informazioni che quotidianamente ci scaraventano addosso: alcuni si proteggono indossando le cuffiette ed alzando il volume, altri indossano a prima mattina la maschera dell’indifferenza e, di conseguenza, fingono di non accorgersi dell’ignoranza elevata a sistema. Infine, nascosti, ci sono tutti coloro che cercano di frenare la deriva del nostro paese, soffocato dai rumori dei femminicidi, dagli estenuanti episodi di violenza e disumanità e che, nonostante ciò, continuano a porsi domande e a cercare soluzioni. Allora, chiedersi perché ormai nel nostro paese all’ordine del giorno accadono episodi razzisti è desueto, perché consolidato sulla nostra pelle. Analizzare perché questi fenomeni sono fomentati da chi dovrebbe stilare moniti giusti ed, al contrario, esplicita il suo impegno politico infangando storia e memoria e lanciando messaggi d’odio è doveroso. Aprioristicamente, il razzismo non esiste, non è un lemma congenito nella natura umana, ma è un prodotto artificiale inscatolato che l’uomo ha scelto di costruire. Costruire, esatto perché è proprio così che è andata: sessismo, classismo, omofobia, discriminazione nei confronti dei tossicodipendenti, meridionali, immigrati cose, non come uomini. Perché il vero uomo è solo quello occidentale, educato, pulito, insomma quello che non inquina l’ordine. Ebbene, tutte le società creano stranieri e, a loro volta, li distruggono per corroborare l’ordine della nazione, dello Stato. Quello Stato che oggi impiega 5 minuti per screditare una persona, nella sua frenesia smodata di distruggere i rapporti sociali e di costruirsi un’”identità” che fungerà da direttiva costante, ed ormai quasi patetica, nelle attività istituzionali. Il conio di questa identità fascista ha fatto sì che tutti coloro che celavano la loro indole e la loro voglia di repulsione nei confronti di chi è un prodotto difettoso, di scarto dello zelo ordinatore dello stato, si senta finalmente rappresentato dal sistema. E così, l’odio si è riversato nelle strade, nei confronti di qualsiasi soggetto senza collocazione, con tratti somatici diversi: dagli occhi, all’odore della pelle. Odio verso le donne, come verso gli stranieri, l’importante è individuare qualcuno di più debole da prendere di mira sui social o da schernire con commenti da bar. È fuoriuscito tramite il linguaggio comune che adesso normalizza l’orrore, rendendolo così banale tanto da diventare paradigma di propaganda. Il linguaggio di rappresentanza di una parte della politica, quindi, palesa sintomi congeniti di antidemocrazia e cavalca gli umori della popolazione per avere consensi. Questo atteggiamento rende tutto lecito, anche ciò che non dovrebbe esserlo e conia il nuovo status in cui viviamo: l’indifferenza al disagio della postmodernità. La nostra generazione sta vivendo nella profonda convinzione di poter sapere tutto senza, però, conoscere davvero e, al contempo, credendo che tutto ciò che accade al di fuori del proprio giardino non la tocchi, non la riguardi ed è proprio questo modus vivendi a dar man forte all’orrore dilagante. È più comodo volgere il pensiero ad Achille Lauro sul palco dell’Ariston, ai suoi presunti atti osceni in tv, contro l’ordine, gli schemi, contro il pudore, contro il lessema maschio. È comodo perché è l’argomento del giorno e dicendo la nostra, dunque, possiamo tirare un sospiro di sollievo e sentirci facenti parte dell’ordinamento. Ora si può spegnere la luce, infilarsi sotto il piumone di flanella e si può andare avanti. Ma non è così, così si torna indietro e non si costruisce una coscienza collettiva forte, attenta e solidale. Quella coscienza, presupposto imprescindibile per sostenere uno Stato di diritto e per creare un vero collante generazionale. Pertanto, capire è impossibile, conoscere è necessario. Conoscere oggigiorno è l’unica arma per superare le atrocità che ci rendono imbelli di fronti ai drammi quotidiani. Conoscere senza puntare il dito, ma cercare di tessere i connettivi del nostro paese per arrivare a capire il motivo del suo marciume ed il dilagare imperante di una impronta fascista che per anni è stata sottaciuta.
Ragnarok: dal mito ad oggi!
Febbraio 01
Thor, Loki, Odino. Molti li hanno conosciuti grazie alla Marvel, ma esistevano già da prima e non erano proprio li vediamo al cinema o nei fumetti, in cui infatti sono stati modificati – per non dire snaturati – per esigenze narrative, ecc. Questi personaggi fanno parte della mitologia norrena, patrimonio culturale e religioso dei popoli scandinavi prima della conversione al cristianesimo avvenuta nel Medioevo. Nonostante molta di questa cultura sia andata perduta a causa della trasmissione esclusivamente orale (fino al Medioevo), si tratta di storie e leggende davvero affascinanti e interessanti. Era dunque logico che se ne traesse una serie tv! Ed ecco che ieri sono sbarcati su Netflix i sei episodi di Ragnarok. Il protagonista è il giovane Magne (David Stakston) che, trasferitosi nuovamente nella piccola città natale, Edda, scopre in sé dei profondi mutamenti e nella città un mondo insopportabilmente ingiusto e da cambiare. Ciò lo porta inevitabilmente a doversi rapportare gli Jutul, la famiglia più importante di Edda, rispettata e quasi idolatrata, ma con un terribile segreto. Una menzione va fatta anche a Lauritz (Jonas Strand Gravli), fratello incredibilmente scaltro e un tantino irriverente del protagonista, che striscia ai margini di ogni episodio, ma che è impossibile non notare e non adorare. La serie presenta molti punti di forza: una trama avvincente, con il giusto mix di introspezione psicologica e scene di azione; l’attenzione a temi ambientali (l’inquinamento) e sociali (l’enorme potere anche politico degli industriali); un cast quasi esclusivamente giovanile ma notevolmente talentuoso; ottima regia, bellissima colonna sonora e meravigliosa fotografia; infine i meravigliosi paesaggi norvegesi, che non necessitano di ulteriori commenti. Merito della serie è anche e soprattutto quello di omaggiare la mitologia norrena, riuscendo a trasportarla ai giorni nostri, attualizzandola, ma rispettando la sua natura. Infatti [SPOILER ALERT] ben presto si comprende che Magne è come una versione adolescenziale e attuale di Thor: non è il dio del tuono, ma un suo corrispettivo moderno, una sorta di suo erede soprattutto morale e spirituale. Stessa cosa vale per Lauritz, simpaticissimo (per via dell’incredibile mimica facciale dell’interprete) discendente spirituale e (a)morale di Loki, il dio dell’inganno. Gli Jutul, invece, sono veramente i giganti con cui gli dei norreni si scontrano nel mito, giunti fino a noi in quanto estremamente longevi, se non immortali. “Molti credono che Ragnarok sia stato la fine. Si sbagliano. È dove tutto ha inizio.” Queste le parole conclusive dell’ultimo episodio. Ci aspettiamo assolutamente una seconda stagione! Link alla foto: https://www.heavenofhorror.com/reviews/ragnarok-season-1-netflix-series/
The Real Housewives di Napoli: quando il trash si fa orrore
Gennaio 25
Ammettiamolo: un po’ di trash piace a tutti. Inutile negarlo. Si può non essere adepti di Maria (quasi non serve dire il cognome) De Filippi o fan del Castello delle Cerimonie, ma un pizzico di trash c’è sicuramente nella vita di tutti oggi giorno. Ed è per questo che chi vi parla ha pensato bene di dare almeno un’occhiata al nuovo show di Real Time (canale 160 di Sky): The Real Housewives di Napoli. Il programma – in onda il venerdì alle 22.20 – ruota intorno alla vita di sei donne facoltose, residenti nel napoletano (una, infatti, abita a Torre del Greco) e decise a godersi la bella vita. Fin qui, direte voi, tutto ok, sembra anche interessante. Il risultato, tuttavia, non convince, ma anzi delude ampiamente lo spettatore. Il primo episodio, benché sia di mera presentazione delle protagoniste e quindi privo di una vera e propria trama o vicenda, non giunge al risultato di avere lo spettatore affezionato alle housewives e neppure interessato a vedere qualche sviluppo. Il problema risiede proprio nelle protagoniste stesse, che appaiono non solo superficiali e frivole (cosa che per il trash va bene) ma anche terribilmente snob e alienate dalla realtà, rendendosi inoltre portatrici di messaggi negativi: oltre all’insistenza sulla necessità e sulla correttezza del ricorrere già intorno ai 18 anni alla chirurgia estetica, si pensi al fatto che alcune delle protagoniste affermino che gli unici quartieri frequentabili a Napoli sono quelli di Chiaia e Posillipo, in quanto gli unici con la “gente giusta e per bene”, mentre tutti gli altri non sono che periferie (come se ci fosse qualcosa di negativo nel vivere in periferia). L’obiettivo del trash non è denigrare qualcuno o qualcosa. Si potrebbe anzi dire che il trash, nascendo come esigenza di dar voce e spazio ad individui spesso relegati ai margini della società, in modo buffo e leggero, rivela in realtà un cuore profondamente democratico. I protagonisti di programmi quali Uomini&Donne o Il Castello delle Cerimonie, per quanto non acculturati o non propriamente fini, sono persone che vivono una determinata realtà e che quest’ultima mostrano in televisione. Hanno, dunque, la genuinità e la spontaneità che manca alle Real Housewives di Napoli. Link alla foto: https://it.dplay.com/realtime/real-housewives-di-napoli/
Spring/Summer 2020 by GUCCI: le nuove forme di una moda trascendentale
Gennaio 22
Non c’è molto da dire, se non che la nuova campagna primavera/estate 2020 di Gucci, concepita da Alessandro Michele e Christopher Simmonds e diretta da Yorgos Lanthimos, è essenziale ed essenzialmente geniale. I protagonisti? I cavalli. Scenari paradossali dove la figura umana passa in secondo piano, scavalcata dai colori e dai lustrini degli abiti e dall’eleganza – perché sì, qui di eleganza si sta parlando – di un cavallo. Una decostruzione dell’uomo, come il più abile Bourdin potrebbe fare e che forse parte direttamente da quell’immaginario; una campagna eclettica, si potrebbe dire ascetica, che immerge fortemente il marchio in queste “nuove” frontiere della moda.    Everybody’s Talkin’ di Harry Nilsson accompagna le immagini (il video qui): un’hostess che accoglie e saluta i passeggeri di un aereo; due donne a passeggio su un cavallo tra le auto ferme; un’altra che esce da un “Foodmarket” e arriva in auto, dove ad aspettarla c’è il suo amico-cavallo. Un tempo indefinibile, quasi a testimoniare il carattere trascendentale del marchio stesso: Gucci non appartiene a nessun tempo, a nessun luogo e a nessuna categoria; volti particolari, bellezze non canoniche, diastemie che aiutano a ridefinire i nuovi canoni di bellezza, declassando quella stereotipata dei primi due decenni degli anni 2000: una rivoluzione che è cominciata e che coinvolge la moda a pieno – tanto da spingere Victoria a non far sfilare più i suoi angeli- dove Gucci mostra di essere al di sopra delle convenzioni, temporali ed estetiche, sfidando la banale realtà fenomenica; Gucci può essere chi vuole. Link alle foto: https://www.gucci.com/it/it/st/stories/advertising-campaign/article/spring-summer-2020-campaign
Sex Education 2: ancora meglio della prima stagione!
Gennaio 22
Il liceo. Gli anni più belli. Così dicono. Sarà vero? A ben pensarci quegli anni presentano anche vari aspetti non proprio piacevoli da ricordare: l’ansia delle interrogazioni, i brufoli sempre al posto sbagliato nel momento sbagliato, qualche bisticcio coi compagni e soprattutto lo stress causato dal non essere più bambini ma neanche adulti. Perciò il liceo non è proprio una passeggiata e lo sanno fin troppo bene i protagonisti della serie Sex Education. Lo show aveva debuttato su Netflix nel gennaio 2019 e a quasi un anno di distanza torna con una seconda stagione che si presenta ancora più bella della prima. La serie ruota intorno alle (dis)avventure di Otis (Asa Butterfield), del suo amico Eric (Ncuti Gatwa) e di altri compagni di scuola, nonché della mamma di Otis, Jean (Gillian Anderson, che molti ricorderanno come la Scully di X-Files), del preside e di altri pochi adulti, alle prese con la propria crescita, anche – se non soprattutto – sessuale e col rapporto tra generazioni, non sempre idilliaco. Numerose sono le gag, dato che il taglio dello show è prevalentemente comico, ma nella seconda stagiona si vivono anche momenti commoventi o drammatici di forte impatto per lo spettatore. Oltre all’altissima qualità degli elementi tecnici (interpretazione del cast, sceneggiatura, scenografia e fotografia), il merito del successo della serie risiede anche nel trattare di un gran numero di argomenti spesso scottanti e talvolta ancora taciuti nella società di oggi (omosessualità, feticci sessuali, rapporti sessuali tra minori, uso di sostanze stupefacenti, ecc.) con precisione scientifica, rispetto per le varie opinioni e anche in modo interessante. La serie è ricca di messaggi positivi, come ad esempio la necessità di accettarsi per ciò che si è e quella di rispettare chiunque ci sia di fronte, apprezzandone le diversità; messaggi che vanno dritti al cuore e alla mente di un pubblico giovanile ma anche più adulto, visto che la serie parla praticamente a tutti. Quanto detto finora era già apprezzabile nella prima stagione, ma nella seconda diventa lampante e davvero molto piacevole, facendo sì che lo spettatore divori letteralmente lo show in pochissimo tempo. Ci auguriamo che venga presto annunciata e realizzata una terza stagione altrettanto bella. Link alla foto: https://www.telefilm-central.org/sex-education-2-poster/
Il diamante pazzo: Syd Barrett
Gennaio 19
Quest'anno, una volta al mese, la sezione musica di MyGeneration punterà la lente di ingrandimento su un artista che, dal suo punto di vista, ha lasciato un'impronta indelebile nell'universo musicale.Si incomincerà presentando Roger Barrett, in arte Syd, che ai più giovani non dirà nulla, ma che, per gli appassionati, risulta di essere una delle figure principali del rock psichedelico.È bene sapere che la vita di questo musicista si intrecciò con la storica band britannica dei Pink Floyd che, per tutto l'arco della sua esistenza, tributò canzoni e album al quel suo primo frontman, sebbene fosse rimasto con il gruppo poco tempo. Il nucleo originario, indirizzato verso il blues, Sigma 6, fu fondato da Richard Wright e da Roger Waters, ma fu con l'entrata di Syd Barrett la svolta verso il sound psichedelico e la sostituzione del nome con cui la band divenne famosa. È inutile cercare sui dizionari d'inglese, ma il nome del gruppo deriva dall'unione dei nomi di Pink Anderson e Floyd Council, musicisti amati dal futuro diamante pazzo che grazie al suo "certo non so che" riuscì a far ottenere ai Pink Floyd degli ingaggi nelle balere della Swinging London come la Roundhouse o l'UFO Club e un contratto discografico presso la EMI Records.Ma, come spesso avviene per alcunu artisti, ad un'ascesa rapida segue una discesa ancor più rapida. Il successo travolse il "Sorridente Syd", come lo chiamava affettuosamente Hendrix , e un'aspirale di droga, sesso e rock'n roll lo portò alla follia e alla defenestrazione dal gruppo che fu costretto, per raggiungere l'agognato successo commerciale, ad affiancare l'ingestibile Syd ad un giovane David Gilmour, che in seguito, lo sostituì del tutto. Chi l'ha incontrato in quel periodo ha parlato di un Syd distaccato, presente nel corpo, ma non nella mente. Probabilmente l'acido assunto gli devastò le sinapsi celebrali e, come disse anche Gilmour, gli accelerò un processo, già era in atto, che lo portò alla schizofrenia.Ma a noi della sezione musica piace ricordare l'artista e il musicista perché proprio i suoi pezzi, come "Arnold Layne" e "See Emily Play", hanno lanciato commercialmente la band ed anche perché le sue canzoni soliste, contenute nel album "The Madcap Laughs", uscite giusto 50 anni fa, nel gennaio del 1970, hanno influenzato tantissimi artisti tra cui David Bowie, Peter Gabriel e Marc Bolan, personaggi di cui ci occuperemo nei prossimi mesi.   La foto è stata presa dal seguente sito: http://www.ondamusicale.it/index.php/musica/19444-syd-barrett-e-la-sua-ultima-intervista
Dracula: Gatiss e Moffat per Netflix non decollano...
Gennaio 16
Il vampiro più famoso di tutti i tempi? Facile: Dracula (no, Twilight per favore no!). Perché parlarne? Anche questa è facile: il Conte nato dal romanzo di Bram Stoker nel 1897 è il protagonista di una nuova serie tv, chiamata appunto Dracula e creata da Steven Moffat e Mark Gatiss. State cercando di ricordare dove avete già sentito questi nomi? Vi aiuto io: sono i creatori di Sherlock. Ed è facilissimo notare il loro stile nei tre episodi – della modica durata di circa 90 minuti l’uno – che compongono questo tv show, distribuito da Netflix lo scorso 4 gennaio. Innanzitutto è impossibile non notare la precisione storica che traspare non solo dalle date e dai dialoghi, ma anche dagli oggetti di scena, dai costumi e dalle scenografie. Inoltre c’è un’iniziale fedeltà al romanzo che appare come vivificato dall’abilità di Moffat e Gatiss. Iniziale poiché nel corso degli eventi la fedeltà viene persa, in favore di un’originalità studiata e graditissima: basti pensare l’antagonista di Dracula qui è Agatha Van Helsing (una stupenda Dolly Wells), una suora davvero furba e scaltra, che fa subito breccia nei cuori del pubblico – forse anche più del protagonista stesso, che a ben vedere risulta un tantino bidimensionale e statico, al di là della splendida interpretazione di Claes Bang. Infine, bisogna considerare che la vicenda viene portata da due creatori – nel terzo episodio, per la precisione – ai tempi nostri, nell’attualità: in questo modo Dracula invia email e la suora lascia il posto ad una pronipote, la scienziata Zoe Van Helsing (sempre Dolly Wells). Ciò non è nuovo a Moffat e Gatiss e anzi risulta un po’ prevedibile. Dunque, le altissime aspettative su questo prodotto telefilmico sono in parte deluse poiché abbiamo sì un’ottima interpretazione del cast, ottime scenografie e fotografia, ma la storia manca di colpi di scena – gravissima pecca tenuto conto dell’importante durata degli episodi – e l’interesse dello spettatore cala lentamente ma irreversibilmente ad ogni episodio. Un vero peccato! Link alla foto: https://www.cinematographe.it/focus-serie/dracula-differenze-serie-tv-netflix-libro-bram-stoker/
Alcuni spettacoli irrinunciabili del 2020
Gennaio 06
Il 2020 porterà con sé tante novità, non solo in ambito politico, sociale ed economico, ma anche in ambito musicale. L'Italia, in modo particolare, verrà inondata da kermesse musicali a cui, per molti appassionati, la partecipazione è irrinunciabile. Arene e stadi si riempiranno di fans sfegatati accorsi ad acclamare i propri beniamini.Artisti italiani e performers internazionali hanno scelto il Belpaese come una delle tappe dei loro interminabili tour, segno che le città italiane sono delle location affascinanti che aiutano a rendere indimenticabili gli spettacoli musicali e forse per questa ragione sono molti quelli che, per celebrare la loro carriera, hanno ben pensato di esibirsi nella nostra penisola. Non vogliamo fare un elenco interminabile, perciò puntiamo il dito solo su alcuni di loro che, per giudizio personale, sono i musicisti più significativi del panorama nazionale e internazionale. Il concerto dei Kiss si terrà all'arena Verona il 13 Luglio. Sarà un tour d'addio, infatti il gruppo newyorkese, convinto ormai che il rock sia morto, ha deciso di appendere microfoni e chitarre al chiodo con una tournée internazionale di oltre 75 date. Un altro veterano che cavalcherà i palchi nostrani sarà Ozzy Osburne, accompagnato dai Judas Priest, che celebrerà i suoi 50 anni di carriera, il 19 novembre, con uno show all'Unipol Arena di Casalecchio di Reno. Ricordiamo che lo spettacolo è stato rimandato e poi cancellato più volte a causa dei problemi di salute dell'ex voce dei Black Sabbath. Chi manca dal paese di Dante da ben 7 anni è l'arzillo baronetto di Liverpool, Paul McCartney, il quale ha annunciato, tramite i suoi canali social, che finalmente suonerà al Lucca Summer Festival e in Piazza Plebiscito a Napoli rispettivamente il 10 e il 13 giugno. Altro gradito ritorno sarà quello dei Red Hot Chilli Peppers che, al Festival Firenze Rocks, si esibiranno il 13 giugno all'Ippodromo del Visarno. Questa tournée vedrà il ritorno, nella formazione, di John Frusciante, lo storico chitarrista della band. Tra i gli artisti italiani segnaliamo che il 10 luglio, allo Stadio San Siro di Milano, ci sarà il concerto di Max Pezzali che festeggerà i 30 anni di carriera che, iniziata con gli 883, continua ancora oggi.   l'immagine è stata scaricarta da qui : https://pixabay.com/it/photos/musicista-chitarrista-chitarra-2708190/

"La banda dei brocchi"

Sabato, 18 Febbraio 2012 08:26 Pubblicato in Libri

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