In Italia i contagi causati dal Covid 19 continuano. Ormai il bollettino quotidiano che ci aggiorna sul numero dei morti assomiglia sempre più ad un comunicato proveniente dai campi di guerra e, purtroppo, la situazione, per il momento, non è destinata a migliorare.

 

La città più colpita è stata quella di Bergamo con una media di 500 morti al giorno e i tagli al sistema sanitario, voluto dagli ultimi governi, hanno fatto sì che gli ospedali siano stati al collasso.

Così percossa, attonita, la terra al nunzio sta muta e pensa ad un passato non troppo lontano durante il quale non si intravedevano minimamente le necessarie restrizioni a cui oggi siamo sottoposti, né sappiamo come e quando tutto tornerà alla normalità.

 

Nel frattempo la macchina della solidarietà, affiancando le iniziative statali, è scesa in campo coinvolgendo persone ed enti privati. A questa chiamata non si sono sottratti i cantanti nazionali e internazionali.

Nella città bergamasca vive proprio uno dei cantanti più apprezzati della musica leggera, Roby Facchinetti, che ha confessato di sentirsi impotente di fronte a tutto quello che sta succedendo e di chiedersi dove sia Dio in questo momento.

 

Nel dolore ha deciso di rivolgersi alla musica e di reagire facendo quello che sa fare.

In cinque minuti compone, al pianoforte, la musica di Rinascerò, rinascerai, ed affida il testo all’amico di sempre Stefano D’Orazio. Il suo è un omaggio ad una città ferita che certamente troverà, dopo tanto dolore, la forza di rinascere.

 

Il brano è stato arrangiato da Danilo Ballo e mixato da Marco Barusso e ai cori hanno partecipato gli amici bergamaschi del cantante e le chitarre suonate da Diego Arrigoni, chitarrista dei Modà, anche lui di Bergamo.

 

La canzone è stata registrata e pubblicata in tempi rapidi ed è possibile ascoltarla sulle maggiori piattaforme di streaming e i proventi interamente devoluti all’ospedale della città, Papa Giovanni XXIII, per l’acquisto di attrezzature mediche.

 

la foto di copertina è stata presa dalla pagina Facebook del cantante

Certo, alla terza settimana e oltre il dover stare sempre a casa inizia a farsi un po’ pesante (ma è importante, continuiamo a farlo, per noi e per coloro a cui vogliamo bene!), ma il mondo di internet sa sempre come ricompensarci. Quotidianamente, infatti, si riversano sugli schermi dei nostri smartphone e pc una valanga di meme e immagini divertenti per allietare un po’ le nostre giornate. E ce n’è per tutti i gusti: da Mattarella che ricorda giustamente all’irrequieto Giovanni che manco lui va dal barbiere alle Bimbe Di Conte, nuovo sex symbol italiano, passando per De Luca che parla di “portaseccia” e di teste fatte solo per separare le orecchie.

Ed è proprio al governatore della Campania che si ispira quella che siamo sicuri diverrà la vostra attività preferita durante la quarantena, oltre a mangiare.
Stiamo parlando di “Laureati Invaders”, nuovo videogame online gratuito (clicca qui) che ha per protagonista proprio il nostro guerrafondaio preferito. Impersonando De Luca, l’obiettivo del gioco è proprio quello di impedire ai laureati di festeggiare il loro traguardo accademico, invadendo la Campania. Come? Poiché il governatore aveva minacciato di inviare i carabinieri coi lanciafiamme a qualsiasi festa, sarà proprio De Luca ad imbracciare l’arma e difendere la sua terra.
Il gioco è ispirato ad un classico d’altri tempi, Space Invaders, ed è introdotto (e concluso, nel caso del game over) dalla voce del governatore.

Una simpaticissima e pazzesca idea, ma – si sa – genio e follia sono sempre andati a braccetto!




Link alla foto: https://www.drcommodore.it/2020/03/30/laureati-invaders-il-gioco-del-governatore-de-luca-per-fermare-i-neo-laureati/

Nachträglichkeit. Nel pensiero freudiano si riferisce al modo in cui "rileggiamo" gli eventi della nostra vita. Jessica Seymour nota come "our memories define us because they make the story of us—the story we tell ourselves and others to explain why we are the way we are. Our self is a continuous construction, and learning new information about our past can change the way we see and define ourselves".

 

L'ultimo episodio di The Walking Dead si gioca tutto sulla memoria, a cominciare dal titolo stesso,"Look at the flowers", che ci riporta ad uno dei momenti più drammatici (e riusciti!) della quarta stagione, quando Carol uccise Lizzie a sangue freddo. Nei primissimi minuti scopriamo inoltre che la stessa Carol ha stretto un accordo con Negan: liberarlo dalla prigionia in cambio della testa di Alpha. L'ex leader dei Saviors parla esattaemente di "memory" (termine ripreso verso la fine dell'episodio nella chiacchierata con Daryl): attraverso un atto di eroismo, egli vuole riscrivere il ricordo che gli altri membri della comunità hanno di lui. Lo spettatore smaliziato ha compreso che il suo "turn face" è praticamente completo (a meno di grossissimi colpi di scena), e attende il momento in cui anche Michonne e compagni lo capiranno.

 

Il tema del ricordo ritorna con la rivelazione di parte del passato di Beta, ma anche e soprattutto nel modo in cui egli scende a patti con la morte di Alpha; tornando a Freud, i ricordi che interessavano maggiormente il padre della psicanalisi, erano proprio quelli relativi ai traumi. Perciò, guardando indietro al periodo di Half Moon (nome che spiega anche la sua nuova maschera), Beta opera una rilettura del suo sé, e, alla luce della (seconda?) morte di Alpha è in grado di scrivere una nuova narrazione della sua persona: quella che lo vede, infine, come nuovo Alpha.

 

Prima della fine della puntata c'è spazio per un altro ricordo: lo skyline di Atlanta visto da una prospettiva simile a quella della celebre immagine di Rick a cavallo nella prima stagione, e che suggerisce che il cerchio sta per chiudersi (finalmente?).

 

È il momento di tirare le somme: abbiamo assistito a un bell'episodio?

 

Sicuramente il migliore da molto tempo a questa parte, ma comunque non esente da pecche. Le godibilissime parti con Negan non sono ben bilanciate da quelle molto più lente di Carol e dei suoi fantasmi, o da quelle di Eugene & co. Risultato? Il ritmo ne risente terribilmente. Allo stesso modo alcune sequenze non convincono del tutto, come quella in cui Carol si libera con una certa disinvoltura dei detriti che l'avevano bloccata per una notte intera.

 

Infine, chiunque abbia letto il fumetto sa cosa sta per accadere, e, al netto delle inevitabili differenze sarà rimasto felice di sapere che, almeno, Princess (Paola Lazaro) ci sarà.

 

 

 

 

 

Link all'immagine originale: https://serial.everyeye.it/notizie/zombie-tornano-citta-nuovo-episodio-the-walking-dead-10-436511.html

Partecipare al grave momento che sta attraversando l'Italia promuovendo gesti concreti di condivisione: è questo l'obiettivo della campagna del 3° Circolo Didattico "De Amicis" di Napoli che, per primo, ha lanciato l'hashtag #IBAMBINICONASCIERTO per sostenere iniziative di beneficenza a favore della Fondazione Pascale. L'istituto, che si occupa da sempre prevalentemente della ricerca sui tumori, è oggi in prima linea in Campania nella lotta al Covid-19 grazie al professore Paolo Ascierto, l'oncologo che, insieme alla sua équipe, sta sperimentando una terapia per i pazienti affetti da Coronavirus. È proprio lui il destinatario della raccolta fondi che i genitori della scuola stanno portando avanti in questi giorni: in sole 48 ore sono stati raggiunti quasi 2mila euro, provenienti dalla somme che le famiglie avevano stanziato a inizio anno per le attività extracurriculari (visite guidate, didattica , ecc.). Numero destinato ancora a crescere.

 

"Ho appoggiato in pieno l'iniziativa e ringrazio i genitori per la loro sensibilità" – spiega la dirigente scolastica, Adelia Pelosi -. "In un momento di così grande disorientamento la scuola, non solo la nostra, riscopre la sua fondamentale funzione sociale, il suo ruolo di istituzione che sta dentro un sistema. Dimostra di saper essere non solo un luogo di aggregazione e di incontro formativo per i bambini ma anche un motore di 'energia solidale'".

Soddisfatte anche le mamme, ideatrici del progetto: "Auspichiamo che la nostra piccola donazione funzioni da traino, affinché si possa trasformare il senso d' impotenza e di paura che proviamo in questo periodo in qualcosa di costruttivo. Perciò abbiamo creato l'hashtag e speriamo che tanti altri istituti campani ci seguano".

 

La "De Amicis" è già nota per le numerose iniziative del passato, a sostegno – tra l'altro - dell'uguaglianza, dell'ambiente e della lotta alla criminalità.

 

 

 

 

 

Link all'immagine origivale: https://www.teleclubitalia.it/189024/padova-30-pazienti-guariti-con-la-cura-del-dottore-ascierto-hanno-evitato-la-rianimazione/

Il dilemma del giorno: quale verso può al meglio omaggiare Dante Alighieri, il Sommo Poeta, padre della lingua italiana (pur tuttavia non l’unico)? Oggi, infatti, si celebra per la prima volta il Dantedì, la giornata nazionale dedicata all’autore italiano più famoso al mondo. L’iniziativa anticipa le commemorazioni che avverranno l’anno prossimo, il 2021, in cui ricorreerà il settecentesimo anniversario della morte di Dante.
Perché proprio oggi? Secondo alcuni studiosi il viaggio intrapreso dal poeta nella sua opera più nota, la Commedia [sapevate che l’aggettivo ‘divina’ si deve a Boccaccio, grandissimo fan dell’Alighieri?], sarebbe iniziato proprio il 25 marzo 1300.

Nell’impossibilità di scegliere un verso della vastissima produzione dantesca, scegliamo oggi di omaggiare il Sommo con le sue “apparizioni” nella cultura pop/nerd.

L’Alighieri è un po’ ovunque nel mondo: è nelle nostre mani tutti i giorni, inciso sulla moneta da due euro; è a New York, con una statua nel Dante Park; è nel cuore di Buenos Aires, in un monumento scultoreo con Giotto e San Francesco; con una statua dal 2011 è anche a Ningbo (Cina).

È nelle librerie, non solo con le versioni classiche, ma anche con quelle illustrate (da Gustave Doré e da molti altri) e con tantissimi testi e romanzi ispirati alle sue opere: uno su tutti, Dante’s Inferno, scritto da Dan Brown, pubblicato nel 2013 e trasporto nell’omonimo film diretto da Ron Howard con Tom Hanks del 2016.
Anche molti altri film risentono dell’influenza dantesca: in Seven (1995, David Fincher) il serial killer compie i suoi omicidi seguendo i sette peccati capitali delineati da Dante, mentre in Hannibal (2001) vi è l’interpretazione del suicidio di Pier della Vigna.

È negli scaffali dedicati ai fumetti: come quelli realizzati da Marcello Toninelli o dal nipponico Go Nagai o nelle versioni Disney quali L’Inferno di Topolino (5 numeri usciti tra l’ottobre 1949 e il marzo 1950) e L’Inferno di Paperino (1987).

È nelle nostre console, in due videogiochi: liberamente ispirato, in Dante’s Inferno (2010) vediamo un Dante crociato che percorre il regno ultraterreno facendo strage di eretici, condannando se stesso all’Inferno, ma riuscendo infine a sconfiggere la morte e a salvare Beatrice da Lucifero; vi è poi Devil May Cry (2001), un videogioco d’azione in cui Dante, un ibrido uomo-demone, ha per compagna Trish (diminutivo di Beatrish), per fratello Vergil (Virgilio) e per nemico Mundus (Satana).

Insomma, ce n’è per tutti i gusti!




Link alla foto: https://www.sangiovannirotondonet.it/dantedi-la-giornata-dedicata-al-sommo-poeta-si-celebra-sui-social/

Voci da Napoli, 23 Marzo 2020.

All’inizio, parlando del virus i giovani erano scettici, discutendo dei futuri impegni e della quotidianità, c’era chi non si prefigurava nemmeno lontanamente la situazione attuale.

Abbiamo continuato a fare progetti, a programmare per convincerci che non poteva accadere, che era una suggestione collettiva.

Non poteva accadere qui, in Italia.

Invece, abbiamo visto e continuiamo a vedere il nostro paese svuotarsi, la nostra città diventare spettrale: le strade silenziose, i negozi sbarrati, semafori diventati arredo urbanistico, incroci caotici ormai deserti, le domeniche senza mare, senza il vento sul viso.

Abbiamo cambiato la nostra vita in un attimo, anche se sembrava una missione impossibile: impegni rimandati, viaggi saltati, matrimonio annullati, lauree telematiche, concorsi prorogati.

L’intero paese fermo, ingessato.

E poi, i contagiati, i morti, quelli che pensavamo fossero pochi ed invece, giorno dopo giorno, sono aumentati.

Ci bussano alla porta, ma non li possiamo vedere, toccare ed è questa la consapevolezza più atroce che attornia i nostri giorni.

Ed ecco che ci siamo ritrovati con ciò che forse ci spaventa di più: noi stessi.

Non sapendo fino a quando durerà, siamo stati costretti a guardarci dentro, tra un senso di iperattività smodata ed una inerzia totale.

Impieghiamo il nostro tempo per fare tutto quello che abbiamo sempre celato dietro quell’“oggi non posso”, “non ho mai tempo”, “preferisco uscire”, “lo faccio domani”.

Abbiamo incominciato a sentire rumori che non conoscevamo, abbiamo osservato oggetti che mai sino ad ora avevamo guardato davvero.

Ci siamo trovati di fronte a noi e niente altro, noi ed il mondo fuori.

Quello che da piccoli ci sembrava un docile amico ed ora ci sembra un mostro indomabile. Lo osserviamo come se avessimo un telescopio perché ci sembra lontano da noi, come se si fosse reciso quel cordone ombelicale che ci legava inesorabilmente.

Non riusciamo a toccarlo perché è invisibile, non possiamo classificarlo, additarlo, condannarlo.

Ora scorrono fluidi i pensieri e le tensioni.

Il mondo è lì e non va dimenticato, non possiamo staccare la spina, ora no.

Ora dobbiamo dedicarci a tutto quello che abbiamo sempre accantonato, senza dimenticarci che il tempo passa ed i conflitti non si fermano. Noi siamo fermi, ma il resto scorre e noi dobbiamo esserne consapevoli.

Ed allora ci siamo chiesti il perché di tutto questo, e ancora oggi lo facciamo, soffermandoci soprattutto in che cosa ci sentiamo violati, in poche parole cosa ci manca.

Alla domanda qual è la prima cosa che faresti quando tutto sarà finito, non tutti hanno saputo rispondere.

Alcuni perché, anche se può sembrare un paradosso, stanno avvertendo un cambiamento, ma lo vivono positivamente lasciando spazio a quello che è e che sarà.

Altri, perché stanno ancora metabolizzando ciò che sta accadendo o fingono che non stia accadendo proprio nulla.

La maggior parte di coloro che hanno risposto hanno espresso il desiderio di abbracciare le persone a loro care, questo non perché fosse nelle loro abitudini, anzi, ma perché è ciò a cui non hanno mai dato importanza.

Altri, invece, essendo abituati al forte contatto con le persone, ne avvertono una mancanza fisiologica nella loro vita.

Ancora, desiderio comune è quello di vedere il mare, camminare, una semplice giornata di sole, la palestra, gli amici, vedere il proprio fidanzato, riabbracciare i propri nonni, la propria madre, tagliarsi i capelli, fare un viaggio, lavorare, mangiare la pizza o il sushi.

Tutte cose che se chiudiamo gli occhi e pensiamo di non poter avere più, ci fanno sentire vuoti perché è la privazione della nostra libertà che ci fa sentire tali.

E allora la superficialità non ha più terreno fertile perché siamo di fronte a tutte le nostre certezze crollate, come un castello di carta. Quel castello era la normalità della nostra città, del nostro paese, della nostra Europa, del nostro mondo, ma forse le fondamenta erano sbagliate.

Quella normalità era sbagliata, quel senso di apparire dei più era la vera malattia, non questo virus.

E allora prendiamo una penna, tracciamo le fila di quello che è stato, delle nostre priorità ed infine mettiamo un punto.

Alla fine di tutto questo scriveremo la prima cosa che faremo, come in quei romanzi con il lieto fine, ma saremo noi a scegliere se continuare il capoverso o andare a capo.

In questo periodo in cui bisogna stare a casa (è importante, molto importante, ricordiamolo sempre) una delle migliori attività è quella di guardare un bel film. Quello di cui parliamo oggi, però, forse non è proprio indicato in tempo di quarantena…

Stiamo parlando de Il buco (titolo originale: El Hoyo), un film del 2019 diretto dallo spagnolo Galder Gaztelu-Urrutia e inserito sul catalogo Netflix lo scorso 20 marzo. La pellicola è ambientata in un penitenziario alquanto singolare: si tratta di un imponente grattacielo in cui ad ogni piano sono assegnate (solo) due persone; al centro di ogni livello vi è un “buco”, tramite il quale è possibile saggiare l’imponente altezza della struttura (che non viene mai mostrata dall’esterno) e in cui scende dall’alto una piattaforma (il titolo in inglese è The Platform) col cibo per i detenuti.

Non adatto in tempo di quarantena un po’ per l’argomento, come avrete capito, ma anche per la connotazione di questo edificio, che è totalmente sprovvisto di finestre o aperture per la luce naturale: non adatto ai claustrofobici, insomma.
Come potrete facilmente intuire, la convivenza di questi individui in una tale struttura – nelle “celle” vi sono giusto due letti e un lavandino e non è possibile portare che un unico oggetto dall’esterno – assume ben presto dei lati grotteschi ed inquietanti: tale reclusione, infatti, stimola comportamenti ossessivo-compulsivi, allucinazioni ed egoismi di varia natura. Basti pensare che il cibo non viene razionato: i detenuti dei livelli più alti si ingozzano, lasciando i “condomini”* dei piani inferiori praticamente a digiuno, con conseguenze gravissime.

*Leggendo la trama, prima della visione, fa pensare un po' al meraviglioso libro Il condominio di Ballard (trasposto nel film High-Rise), ma Il buco si presenta come più spinto e ... sanguinolento. 

Tuttavia il film lancia dei messaggi importanti: la fondamentale necessità di collaborazione nella società, di razionalizzazione dei beni (nel film il cibo, ma ciò vale per qualsiasi bene: dall’acqua alla natura, dall’istruzione al denaro, ecc) e di assunzione di responsabilità da parte di ciascun individuo.
Vi sono poi ottimi aspetti tecnici: dalle inquadrature alle luci, passando per i sottofondi musicali, tutto è perfettamente studiato e il risultato è un’ottima distopia da manuale. Unico neo sono forse i dialoghi, talvolta troppo lunghi e ripetitivi.




Link alla foto: www.netflix.it

È uscito stamattina, alle 8.00, su Netflix il primo lungometraggio di Francesco Lettieri: Ultras.

Possiamo dire, in tutta sincerità che il ragazzo se l’è cavata piuttosto bene. Nato nel 1985 a Napoli, Lettieri fa conoscere il suo nome soprattutto per aver realizzato i videoclip delle personalità più importanti sulla nuova scena indie italiana, come Calcutta o Carl Brave x Franco 126, e realizzato i video dell’ultimo fenomeno musicale napoletano, Liberato – le cui musiche sono presenti anche all’interno del film.

In questo lavoro, Francesco mantiene il legame con i suoi videoclip con scene brevi e molto poetiche – gli attori sempre nella parte bassa dello sfondo e i luoghi che li inghiottono –, senza però far disperdere l’attenzione che si mantiene attiva per quasi due ore, senza mai uscire fuori traccia. Il suo sguardo non si disperde in inutili dettagli, limitandosi a mostrare lo sfondo del mare – o dello stadio – sulle azioni degli Ultras: racconta la storia, senza fronzoli, senza banalità, mischiando un pizzico di malinconia con rabbia, amore e rassegnazione e lo fa senza schierarsi.

Quello del regista non è uno sguardo sul calcio – anche se i più tifosi ci rivedono il campionato del 2018, quando il Napoli avrebbe potuto vincere lo scudetto con Sarri allenatore – ma sulle persone che lo vivono e ne fanno il punto centrale della loro vita.

Sandro, interpretato da Aniello Arena, che rappresenta una figura paterna per il piccolo Angioletto (Ciro Nacca), entra nei cuori degli spettatori, così come in quelli dei protagonisti. Una recitazione semplice quella di tutti gli interpreti, non troppo costruita, che risulta reale soprattutto per chi, almeno in parte, conosce quei luoghi.

Si può dire quindi che come opera prima è andata piuttosto bene e che si spera che Lettieri possa solo crescere e affiancare le numerose leve – come Gabriele Mainetti – che stanno permettendo al cinema italiano di tornare competitivo ad un livello internazionale, ovviamente il tutto condito da produzioni sempre più ampie.


Insomma: grazie Netflix.




Link alla foto: https://www.mondofox.it/2020/01/31/ultras-il-trailer-e-la-trama-del-primo-film-di-francesco-lettieri/

Tempi di quarantena per la cara vecchia Italia. Bisogna stare a casa per la salute nostra e di chi ci sta intorno, per non sovraccaricare ancor di più gli ospedali già al limite della sopportazione (se non oltre), per ridurre i contagi. È importante.
Tuttavia, molti vivono questa quarantena come una prigionia, ma i serial addicted sono abituati da anni! Guardare una serie tv, infatti, è una delle molteplici attività che si possono tranquillamente svolgere nella propria dimora, riuscendo così ad evadere – con la mente – dalle mura domestiche.

La serie di cui vi parliamo oggi ci porta tutti in Islanda. The Valhalla Murders è il nuovo show prodotto da Netflix (con l’inglese Truenorth Productions e l’islandese Mystery Productions), composto da 8 episodi e disponibile sulla piattaforma streaming dallo scorso 13 marzo.
L’agente Arnar (Bjorn Thors) torna nella sua madre terra Islanda dalla Norvegia per assistere la collega Kata (Nina Dogg Filippusdottir) in un’indagine davvero complessa e pericolosa: gli ingredienti principali sono un serial killer, un ex collegio da brividi e intrighi politico-amministrativi.

La serie si lascia guardare con piacere per tutti gli otto episodi e ciò non è dovuto unicamente ai meravigliosi paesaggi e scenari in cui la vicenda è ambientata. L’indagine, infatti, è ben costruita in tutte le sue dinamiche, vede un preciso crescendo del pathos e non è caratterizzata da nessun tipo di faciloneria troppo nota ai polizieschi italiani e (ad alcuni) americani: [SPOILER ALERT] per intenderci, i detective non si trovano mai, guarda un po’, al posto giusto nel momento giusto.
Vi sono poi delle vicende parallele, che indagano la vita personale dei due protagonisti in special modo, ma si tratta di trame secondarie molto discrete, che non intaccano per niente la vicenda personale e sono dipanate con parsimonia e dignità nel corso dello show.

Si potrebbe dire che il freddo islandese, dunque, non si traduce in apatia, ma in un rigore che permette la creazione di una storia asciutta ma ben strutturata, estranea al surplus emotivo.
Gott! (in islandese: bene!)




Link alla foto: www.netflix.com

In una epoca globalizzata, dove tutti sono arci-impegnati e si lamentano di non aver mai tempo per se stessi, era impensabile prevedere che saremmo rimasti chiusi in casa per oltre un mese a causa di un minuscolo virus.

Eppure dobbiamo adattarci a questa strana situazione che non ci permette di relazionarci con gli altri, di proseguire con la nostra routine quotidiana, di uscire per svagarci andando al cinema, al teatro o ad assistere ad un evento musicale dal vivo.  Tutti i concerti previsti fino al 3 Aprile sono stati cancellati o spostati a data da destinarsi.

 

Ma non ci scoraggiamo! Anche se oggi è d’obbligo dover cantare Fatti più in là, Il Web è venuto in nostro aiuto poiché molti musicisti famosi e non, come il chitarrista Laurence Juber, stanno effettuando lezioni private via Skype, altri invece come Nek, i Modà, Gianna Nannini e Gigi d’Alessio si sono esibiti via streaming su Instagram e forse qualcuno di questi artisti si esibirà anche su Youtube. Tutti hanno deciso di improvvisare dentro le proprie mura domestiche. Potete cercarli tramite #iosuonoacasa.

 

Ma non basta, dalla Cina arrivano video canori e mai come in questo momento possiamo dire, prendendo a prestito il titolo del film di Bellocchio, che la Cina è vicina a differenza della tanta decantata solidarietà europea!

Anche i semplici cittadini si stanno organizzando, nelle varie città, con vari flashmob a distanza per cantare e ballare a ritmo di una canzone concordata. A Scampia, gli abitanti del Lotto G, si sono dati appuntamento lo scorso venerdì e hanno intonato dai balconi Abbracciame e l’inno di Mameli per sentirsi, in questo momento difficile, più vicini. A Napoli specialmente basta un poco che ce vò per scaldare gli animi!

 

E come disse il noto direttore d’orchestra spagnolo, Pablo Casals, La musica scaccia l’odio da coloro che sono senza amore. Dà pace a coloro che sono in fermento, consola coloro che piangono.

Facciamoci forza e coraggio. Addà passà ‘a nottata.

#Andràtuttobene!

 

 

l'immagine è stata presa da Pixabay

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