Ave Cesare: Fans te salutant!

Dicembre 17

 

Roma ha ospitato, l'11 e il 12 dicembre, la penultima tappa del “Cremonini live 2018”, un tour che ha toccato molte città italiane per concludersi poi il 16 dicembre al Mediolanum Forum di Milano.

Pochi giorni prima del concerto era stato pubblicato l'album “Possibili Scenari per pianoforte e voce”, dal sound più intimo e minimale rispetto al suo omonimo pubblicato l'anno prima, che ha stravolto ed emozionato i cuori dei suoi fans, gli stessi che lo hanno applaudito, me inclusa, al Palalottomatica.

 

Cremonini emoziona sia in chiave elettrica sia in chiave acustica, ma lui stesso ha voluto spiegare la ragione per cui ha deciso di incidere un un album unplugged: «Penso sia il momento giusto in cui pubblicare un album come “Possibili scenari per pianoforte e voce”perché offre la possibilità di ricondurre il pubblico ad un ascolto della musica più attento, paziente e meno frenetico: significa svelare, uno ad uno, i segreti nascosti nelle mie canzoni, donare al pubblico la loro purezza. Brani, rielaborati liberamente, registrati ad occhi chiusi e senza sovrastrutture di arrangiamenti, costringono all’abbandono anche chi quelle canzoni le canta, slegandoci dalla velocità con cui la musica viene “consumata” oggi.»

 

Il concerto è iniziato alle 21:00 in punto.

Ci siamo trovati di fronte ad un Cremonini emozionato a tornare nella amata città di Roma, una città che non lo ha mai deluso.

Ha aperto lo show con un brano pop dal sound elettronico che ha fatto andare il pubblico in delirio: “Possibili Scenari”.

 

Il delirio è aumentato con “Lost in the weekend”, e i suggestivi cori e giochi di luce che hanno attraversato l’intero palazzetto hanno suscitato un grandissimo entusiasmo tra i giovani.

Ma quando è arrivato il momento di “Le Sei e Ventisei”, “Vieni a Vedere Perché” e “Nessuno Vuole Essere Robin”, (portabandiera del nuovo album), la commozione mi ha travolta e non sono riuscita a trattenere le lacrime. È la magia della musica che riesce a toccarci così nel profondo e Cremonini possiede la bacchetta magica di questo mondo ed è riuscito, come d'altronde riesce sempre, a farci provare un saliscendi di emozioni, esaltate poi da un momento che potremmo definire “topico”, quello in cui il cantante ha esortato tutti a mettere via i cellulari e a cantare con le mani in alto, a squarciagola, “50 Special”: uno dei primi successi dei Lunapop (band di cui lui è stato frontman dal 1999 fino al loro scioglimento definitivo nel 2002).

 

Un gesto che è apparso quasi come un inno al ricordo di quei rigogliosi anni ’90, quando ancora la tecnologia non era il fulcro di quel business che oggi a fatica riusciamo a controllare. Quando la musica era davvero un momento di trepidazione suggestiva che apparteneva solo ed unicamente ad ognuno di noi.

Non c'erano condivisioni, non c'erano like, non c'erano storie: c'era solo la musica!

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Le foto del concerto sono state scattate da Camilla Greco

La foto di copertina è stata presa dal profilo Fb di Cesare Cremonini

Avete presente i camper, i caravan e le roulotte? Piccole case su ruote, in altre parole.
E se sulle ruote si mettesse una città? Vi immaginate una Londra-mobile? Impossibile dite? Nella realtà, ovvio – almeno per ora –, ma al cinema tutto è possibile. E infatti così che si apre Macchine mortali, uscito al cinema lo scorso 13 dicembre.


C’è una piccola città industriale, tutta operosa. Ad un certo punto suona l’allarme. Frenesia generale, coprifuoco improvviso, panico dilagante. Ma cosa accade? Sta arrivando Londra, mega-città cacciatrice. Sì, Londra, la capitale britannica, disposta a strati su gigantesche ruote cingolate, col Big Ben, il Parlamento, i leoni di Trafalgar Square e, sulla sommità, la Cattedrale di San Paolo. Veloce e terrificante, Londra si avvicina sempre più e con dei giganteschi arpioni cattura e fagocita la piccola città industriale. La popolazione viene accolta tra i londinesi, mentre palazzi, strade e oggetti dati in pasto alla “belva” o riciclati se utili o provenienti dal passato. È la “old tech” il bene più prezioso per gli storici, classe al potere rispetto alla Gilda degli Ingegneri. Smartphone, televisori e perfino vecchi tostapane sono ricercatissimi, ma mai quanto le antiche armi.

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Siamo in un futuro distopico e post-apocalittico. È il 3018. Mille anni prima la vita sulla Terra come la conosciamo oggi è stata distrutta da un’arma nucleare. Ora il pianeta è diviso tra le città trazioniste, come Londra, che si spostano in cerca di altre città minori da inglobare per sopravvivere, e un oriente antitrazionista, stabile diciamo, e difeso da un’alta muraglia.

In questo clima si intrecciano le storia di Tom (Robert Sheehan), giovane apprendista storico, e Esther (Hera Hilmar), misteriosa ribelle. I due si incontrano quando la ragazza cerca di uccidere il potente Thaddeus Valentine (Hugo Weaving), capo della Gilda degli Storici e collaboratore del sindaco. Tom salva Thaddeus, ma nel tentativo di catturare Esther viene da lei informato che il suo capo non è l’eroe che tutti credono, bensì l’assassino di sua madre. Esther fugge tramite una canale di scolo e Thaddeus, sospettando che Tom abbia scoperto troppo su sul conto, vi  getta anche lui. La vendetta personale di Esther si unirà alla necessità di fermare la sfrenata ambizione di Thaddeus e, così, salvare il mondo.

Le vicende dei protagonisti, tuttavia, sono abbastanza banali ed estremamente prevedibili. I dialoghi scialbi e privi di vivacità. Ad eccezione del già navigato ma sempre impeccabile Hugo Weaving, il cast non brilla per talento. Sono la computer grafica e gli effetti speciali a mozzare il fiato, ma ciò era prevedibile data la presenza del nome di Peter Jackson (regista del Signore degli Anelli e King Kong) tra quelli dei produttori. Ed è grazie alla veste estremamente spettacolare che risulta chiaro e lampante il messaggio della pellicola. Un messaggio anzitutto ambientalista, ma anche sociale. Le grigie, sporche, inquinate e tetre città del film si nutrono di altre città, non delle risorse date dal pianeta, il quale risulta quindi rigoglioso e splendido perché immacolato. Implicitamente si riaffermano le enormi responsabilità del genere umano sul benessere della Terra, la cui distruzione non tarderà a distruggere gli uomini.

Vi  è però anche un messaggio sociale, che può passare un po’ in sordina, ma risulta evidente se si pensa al personaggio che lo trasmette. Parliamo dell’“umano ricostruito” Shrike (Stephen Lang), un uomo trasformato in robot, che nonostante la prevalenza di parti meccaniche non riesce a sopire uno spirito umano, che lo rende immensamente più felice. Sono i ricordi degli affetti a costituire la segreta motivazione di tutte le sue azioni. Gli affetti che però la tecnologia porta a perdere. Ironica ma destabilizzante l’affermazione riguardante la presunta incapacità a leggere e scrivere sviluppata dagli “antichi” (cioè noi) a causa dell’eccessivo uso di smartphone.

In conclusione un film spettacolare e avvincente, in cui è insito un messaggio da metabolizzare.


P.S. La scena in cui appare la muraglia che difende l'Oriente fa pensare solo a me a quando si vedono i "neri cancelli di Mordor" nel Signore degli Anelli?
P.P.S. [SUPER SPOILER] La ribelle Anna Fang (Jihae) non sarebbe morta se avesse indossato una cotta di maglia in mithril originale!




Link alle foto: https://cinema.nerdplanet.it/macchine-mortali-la-recensione-no-spoiler/
https://cinema.everyeye.it/articoli/recensione-macchine-mortali-del-film-prodotto-peter-jackson-41954.html

Dal 15 Ottobre, sulla piattaforma di Tim Vision, troviamo la nuova serie tv targata BBC e ideata da Phoebe Waller-Bridge, Killing Eve, con una protagonista del calibro dell’attrice Sandra Oh, (l’amata Christina Yang di Grey’s Anatomy, tanto brava da essersi meritata una candidatura agli Emmy come miglior attrice protagonista).

 

Sandra Oh interpreterà qui l’agente Eve Polastri, impiegata all’MI5, intelligence britannica, e incaricata di catturare uno spietato sicario, Villanelle, nome in codice di Oksana Astankova, interpretata da Jodie Comer, dai tratti comportamentali spietati. Villanelle si presenta come la figura più ambigua dell’intera prima stagione in quanto è una pura sociopatica: egomaniaca, bugiarda, priva di qualsiasi tipo di empatia e moralità. Sarà proprio intorno a lei che ruoterà lo storytelling narrativo.

 

Fino a qui sembra essere l’ennesimo thriller psicologico che tutti noi siamo abituati a seguire con attenzione e suspense, ma la particolarità qui è tutt’altro che scontata: Villanelle rimane subito affascinata dalla sua nemesi, prova una profonda ammirazione per il suo speciale intuito e la sua grandissima forza di volontà e audacia, tanto da spingerla a cercare, per tutta la prima stagione, un contatto diretto con lei. Dal canto suo, Eve Polastri, è attratta anch’essa da questa antagonista che si presenta così trasgressiva e priva di sensi di colpa, un’attrazione che si rivelerà importantissima per uscire dalla sua routine fatta di normalità e convenzioni sociali da dover rispettare.

 

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Una serie che dunque si può tranquillamente collocare nel genere delle spy story, ma che tende a sovvertirne qualche aspetto: si cerca di intraprendere il percorso seguito dalla famigerata saga di 007 e allo stesso tempo se ne manipolano gli schemi.

Quello che maggiormente colpisce gli spettatori, è come la Waller-Bridge si prodighi, improvvisamente, nel farci piacere il personaggio di Villanelle nonostante la sua pessima e indomabile condotta morale. Come se in qualche modo volesse farci entrare in contatto con chi nella vita di dolore, a quanto pare, ne ha sofferto davvero troppo.

 

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Quasi di pari passo, alla tragicità e seriosità della narrazione si affiancano anche momenti di humour: la scaltrezza del capo di Eve, Carolyn, interpretata da Fiona Show, ad esempio (che, parliamoci chiaro, di serioso ha ben poco), che spesso e volentieri va a letto con il nemico, lasciandosi andare a commenti ironici del tutto inappropriati al suo ruolo di boss.

 

Che dire, una serie bene avviata e che, a detta di molti, darà nuova vita a quello che sembrava un genere di ormai vecchia data.

 

 

 

 

Link alle foto:http://www.discorsivo.it/rubrica/2018/05/22/televisione-2/killing-eve-recensione-ad-un-passo-dalla-fine/http://www.discorsivo.it/rubrica/2018/05/22/televisione-2/killing-eve-recensione-ad-un-passo-dalla-fine/

 

Nel mese di novembre sono stato a Praga, città deliziosa e fiabesca nel cuore dell'Europa. Sono rimasto incantato da questo posto non solo per la sua bellezza, ma anche perché, da buon napoletano mi ha fatto piacere e mi ha inorgoglito il fatto che le nostre belle melodie siano amate ovunque.

Infatti in uno dei teatri più importanti della città, il Rudolfimum, spiccava in bella mostra, sul cartellone, il simpatico volto di un giovane e lanciatissimo tenore napoletano, apprezzato anche all'estero: Giuseppe Gambi.

 

Rudolfinum

 

Giuseppe Gambi si è diplomato in canto presso il Conservatorio di Avellino. Il suo debutto operistico è avvenuto nel 2011, dove ha interpretato Pinkerton in Madama Butterfly, all'Atena Opera Festival in Basilicata. È stato finalista in molti concorsi internazionali e numerose sono state le sue partecipazioni a programmi in onda su reti nazionali e locali. Nel 2015 incide “Italia Patria mia”, che da molti è ritenuto essere l’Inno degli italiani nel mondo.

 

Da turista ho dovuto usare la formula “toccata e fuga” per la visita alla città, ma finalmente a teatro sono rimasto più di due ore e mi sono goduto lo spettacolo.

Il teatro non era pieno di migranti italiani, ma pieno di praghesi e turisti provenienti da ogni parte del mondo che desideravano calarsi nella magica atmosfera partenopea, assaporando quelle musiche che sono il vanto del popolo napoletano.

 

I diversi patrocinanti dell'evento praghese, tra cui l'Istituto Italiano di Cultura, il Comune di Praga e il Comune di Napoli, hanno scelto per quel concerto, tra le tante, una voce non solo melodiosa, ma potente al momento giusto e con un'autentica inflessione dialettale che ha fatto emergere sentimenti ed emozioni talvolta nascosti.

Infatti quante volte abbiamo sentito qualcuno cantare le nostre belle canzoni per poi esclamare: «Chisto ha inguaiato 'sta canzone»?!

 

Con Giuseppe Gambi questo non accade.

Nel mese di dicembre l'ho rincontrato a Napoli, al teatro Mercadante, in occasione del Premio Medical Care Onlus,dove ha duettato con Carlo Mey Famularo. Durante la serata è stato proiettato il docufilm “Gli Angeli Silenziosi”, un'opera che tratta il tema dell'umanizzazione della medicina e che ha visto Giuseppe Gambi e Raffaella Calafato interpreti della sua colonna sonora.

Il tenore ha affermato che, su questo filone, inizierà un percorso di Music therapy negli ospedali di Napoli.

Speriamo di poter parlare di questa iniziativa e di tanto altro ancora incontrando direttamente il nostro illustre conterraneo.

 



Le foto sono state prese dalla pagina Facebook di Giuseppe Gambi

Il ciclone "Elite"

Dicembre 08

Un vero e proprio ciclone quello che ha investito la piattaforma di streaming Netflix a partire dal 5 Ottobre.

Un successo senza precedenti quello incassato dalla serie tv spagnola Elite, ideata da Carlos Montero e Darìo Madrona, che in pochissime settimane dal lancio ufficiale già diviene un fenomeno di cui tutti parlano.

 

Otto puntate in perfetto stile “Gossip Girl” in cui davvero non manca assolutamente nulla: scontri fra classi, integrazione, omosessualità, omofobia, gravidanze inaspettate, bullismo, sesso e droga. Un mix di argomenti che fanno discutere ma che ormai siamo abituati a trattare.

 

Bugie, intrighi e soprattutto un misterioso omicidio, ruoteranno attorno alla città di San Esteban, nel college migliore e più esclusivo della Spagna, Las Encinas. A causa di una forte scossa di terremoto, che rade completamente al suolo la loro scuola, tre ragazzi di tutt’altra estrazione sociale rispetto agli alunni de Las Encinas, vengono catapultati in un mondo del tutto nuovo e per loro difficile da comprendere. Nadia, Cristian e Samuel si troveranno immediatamente in uno scontro tra differenze sociali che li porteranno a dover lottare per diventare come “quegli altri”.

 

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Elite punta anche sulla presenza di tre attori, già volti noti della ben avviata serie spagnola di La Casa di Carta”(anch’essa di produzione Netflix), tra cui troviamo: Marìa Pedraza (che qui interpreta Marina, la figlia di un importante ambasciatore), Miguel Herran (che interpreta Cristian, il ribelle fuori dalle righe e un po' coatto) e infine Jaime Lorente (che interpreta Nano, il fratello di Samuel appena uscito di prigione e che alle attività criminali non sa proprio rinunciare).

 

La serie ha deciso di puntare su vicende che di certo non passano inosservate, tanto per la loro mole di scandali quanto per la stranezza degli incastri effettuati: strane coppie che tentano rapporti a tre per tenere viva la passione, segreti che porteranno i personaggi fino all’esasperazione e amori impossibili che si riveleranno non così improbabili.

 

Nessuno alla fine si rivelerà per ciò che sembra ed è un po' la logica della nostra realtà: è più importante far credere agli altri ciò che non siamo piuttosto che rivelarci per come davvero siamo o comunque vorremmo essere.

 

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Beh, a questo punto auguro buona visione a chi ancora non si è immerso all’interno di questo cubo di Rubik e, per chi già fosse a conoscenza di tutto, in attesa della seconda stagione, già confermata per il 2019, auguro di cominciare un gran replay!

 

 

 

 


Link alle foto: https://www.netflix.com/it/title/80200942

Westside, serie documentaria lanciata il 9 Novembre su Netflix (una delle piattaforme di media streaming più utilizzate al mondo) già incassa visualizzazioni da record.

Non è una novità il tema del musical, si pensi ad altre pellicole di successo come: High School Musical, The Greatest Showman, Mamma Mia!, che di base hanno proprio la musica e il divertimento come arma vincente. Questa volta però tutto sembra essere visto con occhi diversi e soprattutto con una criticità diversa.

 

Westside è un mix tra The Hills (reality di Mtv ambientato nel mondo della moda) e La La Land (film musicale premio oscar con Emma Stone e Ryan Gosling). Più che di vera e propria pellicola si tratta di un reality musicale: musicisti e cantanti costretti a vivere insieme con l’intento di sfondare nello showbiz (un po' come un Grande Fratello versione music).

 

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In un vasto panorama come quello dei reality musicali, però, il rischio di intraprendere una strada già vista è molto alto.

Sarebbe veramente poco credibile se il tutto si trasformasse in una sorta di Jersey Shore con l’alternanza di qualche ballo o canzone qua e là. Ed è proprio qui che si cela l’azzardo più grande: nonostante i dubbi, Westside è pienamente consapevole della sfida e accetta volentieri di scommettere su sè stessa.

 

In ogni caso, questo nuovo modo di raccontare una storia sarà pionieristico per un gigante dello streaming come Netflix e sarà soprattutto un nuovo modo di approcciare per gli spettatori, soprattutto per i nostalgici di uno show di culto come poteva essere nel 2009 una serie tv del calibro di Glee.

 

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La prima stagione di Westside prevede otto episodi. L’impegno e la dedizione dei protagonisti per il raggiungimento dell’obiettivo saranno le colonne portanti dell’intero show. Aspetti che molto spesso vengono dati per scontati in un mondo dove sembra che le persone nascano "imparate", che non abbiano bisogno del minimo sforzo per riuscire nell’intento prefissato.

Si spera che Westside abbia centrato proprio questo tasto dolente: ovvero il reale racconto di ciò che si nasconde dietro alle telecamere e che spesso si tende ad ignorare con troppa facilità.





Link alle foto:  
https://www.deseretnews.com/article/900036623/netflix-goes-unscripted-with-raw-gritty-take-on-american-idol-concept.html

Anche questo dicembre, a Roma, si rinnova l'appuntamento con il variegato universo dell'editoria indipendente italiana. Ad accogliere gli stand e gli incontri organizzati da piccoli e medi edori nostrani è l'ormai consolidata tradizione di Più LIbri Più Liberi, la fiera dell'editoria indipendente che fa concorrenza ai due colossi di Milano (Tempo di Libri) e Torino (Salone Internazionale del Libro).  Per il secondo anno di seguito, PLPL torna nella Nuvola di Fuksas e si prepara per una diciassettesima edizione piena di stand, eventi, incontri e attività.

 

Dal 5 al 9 dicembre, la fiera accoglierà 545 espositori e darà vita a 650 eventi con protagonisti del mondo non soltanto dell'editoria, ma anche del cinema, della musica, dello spettacolo, della politica. Una polifonia di voci armonizzate da un tema centrale, che quest'anno ha una grande valenza sociale, oltre che culturale: "Per un nuovo umanesimo. Una risposta agli egoismi del nostro tempo".

 

"Umanesimo" non nel senso accademico nel termine, ma in quello di un richiamo universale a "restare umani". Perché la promozione culturale non può essere solo un invito alla lettura, ma deve anche essere un modo per condividere e mescolare idee.

 

Ogni incontro svilupperà il tema scelto per questa edizione declinandolo in tutte le sue forme - migrazioni, conflitti, disuguaglianze - e sarà animato da ospiti di ogni sorta: scrittori del calibro di Abraham Yehoshua, Andrea Camilleri, Joe Lansdale; i filosofi Giorgio Agamben e Massimo Cacciari; ma anche la Senatrice Liliana Segre, Emma Bonino e il sindaco di Riace finito nel mirino della stampa, Mimmo Lucano.

 

Per il programma completo dell'evento clicca qui, e non dimenticare di seguire le nostre dirette Instagram dalla Fiera su @Instamyg_official.

 

 

 

 

 

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Platinum End: Oba e Obata sono riusciti ad incassare un altro successo?

Se Death Note ha rappresentato una novità assoluta, un'opera talmente originale, da diventare un successo indicibile oltre i confini nipponici, Bakuman ha, dal suo canto, rappresentato la maturità.

Ci ha immersi con le sue tavole così comunicative nel mondo dorato e buio dei mangaka, i disegnatori di manga. Un fumetto inevitabilmente distante dalle sfaccettature dark e struggenti del suo importante predecessore. È intriso, bensì, di speranza, gioie, determinazione, amore, amicizia, sconforto e forza d'animo. Platinum End, l'ultima creatura dei Oba e Obata, fa una sorta di inversione di marcia.

 

Cosa distingue Platinum End da Death Note e Bakuman?

Una delle risposte possibili è certamente la disinibizione. Sin dal primo volume, i disegni del maestro Obata sono esplici e forti, senza filtri. Le immagini sono potenti e catapultano il lettore nella storia, riuscendo a far rivivere gli stati d'animo dei personaggi. Ma se da un lato abbiamo disegni molto espressivi, dall'altro abbiamo la penna tagliente di Tsugumi Oba, che immerge in un turbinio di stati d'animo a tratti lugubri e deprimenti, quasi asfissianti.

 

Platinum End è un manga deciso e discordante, rientra in quella categoria di opere che non si può imparare ad amare, o lo si fa da subito o non lo si farà mai.

 

Link all'immagine: http://www.mangeeka.com/voirActu/350/manga/kaze-devoile-la-couverture-francaise-de-platinum-end-un-succes-d-ores-et-deja-annonce/http://www.mangeeka.com/voirActu/350/manga/kaze-devoile-la-couverture-francaise-de-platinum-end-un-succes-d-ores-et-deja-annonce/

Rubava ai ricchi per dare ai poveri. Chi è? Facile! Ovviamente parliamo di Robin Hood, la cui leggenda intramontabile torna sul grande schermo col film di Otto Bathurst Robin Hood – L’origine della leggenda.
Fin da subito, però, allo spettatore viene chiesto di dimenticare tutto ciò che sa e quanto ha già visto riguardo il ladro eroe. Questa è una storia diversa.

Robin (Taron Egerton) è un signorotto inglese che deve interrompere il suo idillio amoroso con Marian (Eve Hewson) per prendere parte alle crociate. Al suo ritorno, troverà un mondo completamente diverso, che lo crede morto e in cui la popolazione è spremuta fino all’ultimo centesimo dal crudele sceriffo di Nottingham. Ovviamente, Marian ha un nuovo fidanzato, l’aspirante rappresentante del popolo Will (Jamie Dornan).
Privo di scopi e di beni, Robin sarà spinto a mettere in atto una rivolta sociale da un combattente arabo (Jamie Foxx), il cui nome si può tradurre con John e che vuole aiutare Robin in quanto l’inglese ha tentato – invano – di salvare suo figlio.

Il film si propone come un action movie ricchissimo di effetti digitali che riempiono gli occhi dello spettatore e stimolano l’adrenalina. Il cast, ad eccezione di Foxx, non brilla per profondità ma per un film d’azione è più che sufficiente.
Sono però gli innumerevoli anacronismi e le frequentissime incoerenze che colpiscono l’occhio di uno spettatore più attento. Anacronismi che risiedono in ogni campo, dall’edilizia, con palazzi fatti di vetro e dal sapore estremamente moderno, ai costumi che sembrano riciclati dal set del Grande Gatsby – per non parlare dei decolleté con tacco e degli stivaletti con suola in gomma che a modesto parere di chi vi parla non credo fossero comuni nel medioevo. Vi sono poi armi a dir poco futuristiche, come balestre semi-automatiche e bombe molotov. Seppur gli archi sono standard, le frecce però sono infinite – roba che Legolas può accompagnare solo – ma quando sono dirette ai cattivi riescono ad attraversare le più robuste armature, quando sono dirette verso i buoni diventano automaticamente inefficaci. I cattivi poi muoiono subito, i nostri paladini possono essere colpiti al cuore, ma non risentirne affatto. In più ci sono cavalli così coraggiosi – o stupidi – da gettarsi a tutta velocità contro muri e palizzate, uscendone del tutto illesi. In conclusione, ad una rivolta che assume presto una dimensione popolare delle migliori resistenze partigiane e rivoluzioni si contrappone un corteo degli uomini dello sceriffo che ricalca quasi fedelmente le avanzate naziste.

Tutti questi elementi fanno sorridere e chiariscono la natura del film quale mero svago e intrattenimento. Tuttavia non si può non chiedersi se invece gli anacronismi e le incongruenze non siano un mezzo per rivelare quanto, in realtà, i temi di fondo della storia di Robin Hood siano eterni, senza tempo e notevolmente attuali. È probabile che la rivolta organizzata da Robin sia un “omaggio” alle grandi rivolte popolari della storia, dal ’68 a Che Guevara. È probabile che l’asprezza della repressione tentata dallo sceriffo sia un’eco dei metodi adottati dai regimi totalitaristi.

Il film avrebbe quindi due chiavi di lettura. Non ci resta che scegliere.




Link alla foto: https://redcapes.it/robin-hood-lorigine-della-leggenda-di-otto-bathurst-recensione/

 

Francesco Recami, noto scrittore fiorentino, ha presentato alla Scugnizzeria di Melito/Scampia, il suo ultimo libroIl diario segreto del cuore (Sellerio, 2018). L'evento è stato organizzato dall'L'Associazione Culturale "L'Anguilla".

È una storia da inserire nella fortunata seriede La casa di ringhiera, ubicata a Milano al civico num. 14 di via ***, dove gli atteggiamenti degli inquilini, la loro quotidianità fatta di momenti tragici, comici e di situazioni talvolta surreali, rispecchiano la vita di un qualunque condominio italiano. 

 

Il titolo di quest'ultimo libro può trarre in inganno, può far pensare a qualcosa di sdolcinato, tenero, sentimentale, invece ci troviamo davanti ad un testo che, con una scrittura semplice e scorrevole, ci proietta in un mondo politicamente scorretto dove fanno da padrone: bullismo, insulti sui social e ragazzini che sul sesso sembrano saperne più degli adulti. Queste problematiche emergono grazie al diario della piccola Margherita, un diario che smette di essere segreto nel momento in cui viene trovato e letto da sua madre. Con lo scrittore abbiamo voluto approfondire gli argomenti trattati nel libro.

 

Come nasce l'idea di ambientare i suoi libri in una casa di ringhiera?

Ho cominciato a scrivere un libro su un condominio di una città che non esisteva, dove tutti si facevano i fatti degli altri e nessuno voleva che si facessero i fatti propri. Poi, trovandomi a Milano, per caso ho visitato una casa di ringhiera, e mi sono reso conto che ognuno vedeva chi entrava e chi usciva. Ho capito che quello era il posto adatto per i miei racconti.

 

 

  • Quindi la casa di ringhiera rappresenta un microcosmo della società italiana?

Io penso che quello che accade nella casa di ringhiera di Milano può accadere dappertutto.

 

  • In questo suo nuovo libro si punta la lente di ingrandimento sulla famiglia Giorgi che avevamo conosciuto in suo precedente racconto. I loro problemi sono riscontrabili in molti nuclei familiari. Lei presenta quest'aspetto in maniera ironica, con una lettura, come d'altronde ci ha abituato, scorrevole, divertente e pungente. Secondo lei la società si è trasformata o ci sono sempre stati muri tra una generazione e l'altra?

Le case di ringhiera prima erano diverse da quelle attuali perché la cucina, il bagno e la lavanderia erano in comune. Quindi permettevano alla gente di relazionarsi. Oggi invece questi appartamenti sono diventati quattro mura in cui ci si fa tutto. Questo modo di vita, che per noi è normalissimo, alla fine è una segregazione. Così se nelle storie delle casa di ringhiera c'è un po' di malinconia è verso altri tipi di vita ai quali non pensiamo più. Manca la vita di condivisione.

 

  • Ho letto diverse sue interviste e ho capito che lei non si definisce un giallista, in quale categoria letteraria dovremmo inserire i suoi racconti?

Nessuna. Spesso mi inseriscono nella categoria giallista perché utilizzo meccanismi di suspence. Però io un morto ammazzato non l'ho mai visto, non lo voglio neanche vedere. D'altronde nei miei gialli non c'è il morto, non c'è l'investigazione, non c'è l'investigatore, non c'è la soluzione, quindi è inutile parlare di gialli.

 

 

  • Gli adolescenti oggi sono nativi digitali, sono sempre connessi e la tecnologia se è usata bene porta a molteplici possibilità di apprendimento. Ma perché lei ha puntato il dito sui suoi aspetti negativi?

Perché secondo me i problemi non vengono dagli adolescenti, ma dalla fascia di età che va oltre la cinquantina. Infatti è quella la categoria malamente esposta ai rischi del Web. I nativi digitali se la cavano bene, gli ultra cinquantenni no.

 

  • Altro aspetto presente nel suo libro è la figura di una madre iperprotettiva. Ce ne parla? Una madre così può davvero minare la sicurezza dei figli o è quella a cui rivolgersi quando si subiscono atti di bullismo?

Non è proprio oppressiva; è una madre che trova il diario della figlia undicenne, anche se non dovrebbe farlo, lo legge. La madre si trova davanti a grandissime sorprese. Si trova davanti ad una situazione che non si aspettava.

Non reagisce con calma. Non parla con la figlia o con le insegnanti, ma in lei scatta una difesa iperprotettiva nei confronti della figlia. Pensa solo a vendicarla e a punire chiunque le abbia fatto qualcosa di male. È la reazione tipica della madre mediterranea, diventa una leonessa e adopera tutti gli artigli nella difesa della prole.

 

 

  • Ci può dire in che modo ha affrontato il rapporto che i ragazzi hanno con il sesso?

In questo libro si parla abbastanza crudelmente di una situazione che spesso i genitori non comprendono. Anzi è il tema ricorrente del libro. C'è differenza tra ciò che i ragazzini fanno, tra quello di cui parlano, tra ciò che vedono sul Web e come appaiono, e anche se sono undicenni e dodicenni sono molto più avanti di quello che pensano i genitori, che magari si scandalizzano se a scuola si parla di educazione sessuale, quando questi ragazzini passano il loro tempo a vedere film pornografici sul Web.

Quindi alla base c'è una profonda incomprensione tra due mondi diversi.

Uno è quello dei genitori che tratta i figli come deficienti, l'altro, sfrenato forse oltre il limite di quello che ci si potrebbe aspettare, quello adolescenziale.

 

 

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