Da quest'estate si ha l'occasione di ascoltare la compilation di Rino Gaetano "Ahi Maria 40th", una raccolta che, a differenza di quelle precedenti, ha il pregio di aver avuto il placet della famiglia del cantante e dei suoi discografici.
Il cofanetto, disponibile in 4 CD o in 2 LP, accompagnato da un libro di 40 pagine, contiene oltre alle interpretazioni del cantante calabrese anche quelle di vari interpreti che hanno voluto omaggiarlo.


Le canzoni di Rino Gaetano piacciono alle nuove generazioni, non solo perché a distanza di 40 anni risultano ancora fresche ed orecchiabili, ma perché lui ha saputo esprimere il disagio della società italiana degli anni '70, che, guarda caso, è lo stesso disagio della società odierna.
Ha avuto la capacità di raccontare gli esclusi e gli emarginati e, senza cadere nel pietismo, la loro solitudine. È stato anche capace di cantare, con sarcasmo, un proletariato volto al consumismo, ma schiacciato dai dominanti e, senza mai scadere nel populismo, i vizi di un'Italia corrotta.


Nelle sue canzoni non si è mai nascosto dietro un "si dice", ma si è sempre rivolto direttamente al politico di turno o ai vari personaggi che lui "non reggeva più".
Oggi è un mito, ma i suoi contemporanei lo ritennero semplicemente un cantante non-sense, un guitto da palcoscenico che cantava canzonette contro tutti e tutto. La sua sincerità lo rese antipatico ad una certa critica che gli remò contro con un atteggiamento che invece non usò nei confronti di Gaber e di De Andrè, artisti che pure criticavano la società.


In pochi lo capirono. Sono dovuti passare parecchi anni prima che si comprendesse il suo genio artistico. Paradossalmente lui stesso aveva profetizzato il fatto che le sue canzoni sarebbero state cantate dalle future generazioni.
Aveva ragione!

Qui la tracklist completa:


CD 1


Gianna
Sfiorivano le viole
Supponiamo un amore
Spendi spandi effendi
Berta filava
E io ci sto
Resta vile maschio dove vai
E cantava le canzoni
Rare tracce
Mio fratello è figlio unico
Ad esempio a me piace il sud
A mano a mano


CD 2


Aida
Nel letto di Lucia
Metà Africa metà Europa
La festa di Maria
Cogli la mia rosa d'amore
E la vecchia salta con l'asta
Ahi Maria
Nuntereggae più
Escluso il cane
Su e giù
A Khatmandu
Aida (Q Concert)


CD 3


Ma il cielo è sempre più blu
Visto che mi vuoi lasciare
Io scriverò
Fontana chiara
Rosita
Tu, forse non essenzialmente tu
Anche questo è sud
Ping pong
I tuoi occhi sono pieni di sale
Solo con io
Le beatitudini
Aida (Live) (Tour In Città Band)


CD 4


Ma il cielo è sempre più blu (Giusy Ferreri)
Sfiorivano le viole (Daniele Silvestri)
Aida (Gianluca Grignani)
Le beatitudini (Simone Cristicchi)
Escluso il cane (Fabrizio Moro)
E cantava le canzoni (P.F.M.)
Mio fratello è figlio unico (live) (Rino Gaetano & I Crash)
E Berta filava (Live)
Spendi spandi effendi (live)
Ma il cielo è sempre più blu (Live) (Rino Gaetano & I Crash)
Aida (Live)
Ahi Maria (demo)

 

La foto di copertina è stata presa dalla pagina FB di Rino Geatano

Tra le nuove e promettenti leve musicali campane teniamo d'occhio il giovane casertano Augusto Zarrilo, classe 1997, che sicuramente ha tutte le qualità per farsi conoscere dal grande pubblico.

Su Youtube si può apprezzare il suo primo videoclip, autoprodotto, girato a Francolise, About Your Choice, (clicca sul nome del brano per visualizzarlo), che in pochi giorni ha raggiunto quasi le 2000 visualizzazioni. È un bell'inizio se si considera che alle sue spalle non ci sono né grosse etichette discografiche né talent show che riescono a spianare la strada ai propri artisti.


Alle spalle di questo talento c'è solo la sua musica, una musica che ricorda certamente l'atmosfera Punk e Grunge, ma senza quella carica di rabbia autodistruttiva che contraddistingue questi due generi musicali. Il suo brano, musicalmente, ha uno stile personale ed elegante, ed è accompagnato da un testo che vuole essere un rifiuto ad accettare un destino predeterminato, un inno alla libertà di scelta contro qualunque condizionamento od ostacolo. Così bella è la scelta di affidare il ruolo di protagonista femminile ad una ragazza affetta da fibrosi cistica, che combatte quotidianamente le sue personali battaglie per "L'aria, la vita" ed è testimonial di varie campagne a favore della ricerca sulle malattie genetiche: Carmina Valentino.


Abbiamo dialogato con Augusto perché ci interessava conoscerlo meglio per poterlo presentare ai nostri lettori a 360 gradi.

 

• Ciao Augusto, sei molto giovane, ma la tua musica sembra molto matura. Ci parli del tuo background musicale e delle tue influenze musicali?
Ho ascoltato e ascolto di tutto; apprezzo vari generi, tra i quali il pop-punk e il grunge, le chiamerei "radici", piuttosto che "influenze", di in un mio sound originale, come si evince dal mio primo videoclip ufficiale, "About Your Choice".
• Qual è la scintilla che ti ha indirizzato verso questo mestiere?
La mia passione per la musica e il canto è praticamente innata; non so se questa passione si tramuterà in "mestiere".
• Ho letto che ti esibisci con una tua band nei locali campani. Oltre ai tuoi brani originali che sicuramente suoni, cosa altro c'è in scaletta?
Fino all'ultimo mio live, anteriore alla registrazione del mio album, ho rivisitato, anche fuori regione, soprattutto i brani punk e grunge più rappresentativi.

Come mai hai scelto di scrivere canzoni in inglese, lasciando da parte la tua lingua madre? Non credi che la barriera linguistica possa rappresentare un problema da parte di chi ti ascolta?
Non "ho scelto"; mi è venuto spontaneo utilizzare l'inglese, per la sua "congenita musicalità", già nei primi "scarabocchi", all'epoca delle scuole medie. Non è una barriera. Quasi tutti ascoltano, da anni, brani in inglese, inglese-americano. Non ho abbandonato la mia lingua e non escludo di utilizzarla in futuro nei miei brani.

Per chi non mastica l'inglese ci dici quali sono i temi affrontati nelle tue canzoni, in particolare, in quelle dell'abum che presto uscirà? E' un disco autoprodotto o sei sotto contratto discografico? Sarà possibile ascoltarti sulle piattaforme di streaming?
Affronto tematiche sociali: analizzo il menefreghismo diffuso (I'm Over) e la noia dei miei coetanei (Bored), invito alla libertà di scelta (About Your Choice) e a guardare i lati positivi delle cose (Balance), esorto a cambiare coi fatti un mondo che non va come dovrebbe (My Soul Is A Broken City). Sono "discograficamente indipendente", ma ascolterai, sì, sulle piattaforme più diffuse, quelli già accennati e gli altri brani dell'album.
• Hai progetti per il futuro?

 Come tutti, ho tanti progetti e "sogno" un mondo migliore, ma ognuno di noi deve far bene la sua parte.

 

La foto di copertina, inedita, ci è stata fornita da Augusto Zarrillo

“Non vado in cerca di guai. Di solito sono i guai che trovano me.”
Lo diceva Harry Potter. Eppure potrebbe benissimo essere una frase di Veronica Mars.
Vi ricordate della giovane liceale che nel tempo libero si dilettava a fare l’investigatrice privata? Beh, è tornata. Ancora una volta.

La serie, infatti, constava di 3 stagioni andate in onda dal 2004 al 2007, anno in cui la casa di produzione The CW la cancellò e non si lasciò impietosire nemmeno dalle 10.000 barrette Mars ricevute dai fan. Tuttavia la storia di Veronica doveva ancora concludersi.
Nel 2013 Rob Thomas (creatore della serie), Kristen Bell (alias Veronica) e i fan hanno ricorso alla piattaforma di crowdfunding Kickstarte e si ebbe un film. Ma ancora c’era qualcosa da dire.
Ora, nel 2019, grazia ad Hulu abbiamo ottenuto una quarta stagione, che – a modesto parere di chi vi parla – conclude definitivamente la storia, e vedremo ora perché.

Veronica è tornata a Neptune, sua città natale per la quale prova una sorta di amore-odio. Niente più liceo e università: lavora a tempo pieno insieme al padre Keith (Enrico Colantoni) nella Mars Investigations. Convive con Logan (Jason Dohring) – fan in visibilio –, che lavora nei Marines.
Eppure, come abbiamo già detto, i guai tendono a non lasciare mai Veronica. E così la nostra eroina si trova a dover indagare su un caso molto complicato: diverse bombe esplodono a Neptune, causando morti e feriti e scuotendo tutta la città. Sono in tanti ad avere un valido movente, dati gli interessi economici sottesi, e i detective Mars faticano a giungere ad una definitiva conclusione.
In tutto ciò Keith sembra avere dei gravi problemi di salute e con Logan ci sono delle tensioni.

I nuovi otto episodi ci riportano alle origini: non solo troviamo tutto il cast originale, ma anche il clima è esattamente lo stesso, col mix di giallo e black humour che ci avevano conquistato anni fa.
Il caso, forse, risulta un po’ troppo complesso e confuso: ad un certo punto sembra che tutti a Neptune siano sospettati, come se Veronica e Keith non sapessero in che direzione andare.
È la vita privata di Veronica a suscitare maggior interesse ed emozioni. In vari modi, diretti ed indiretti, ci sono riferimenti alle stagioni precedenti, ma senza esagerare e questo è bene. Le preoccupazioni per la salute di Keith e le tensioni nella relazione con Logan sono il vero punto di attrattiva della serie e fungono da nutrimento per la fanciullina che è nella spettatrice (eh si, immagino che il pubblico sia quasi totalmente femminile, ma chi può dirlo?!).

Ed è per questo che il finale risulta assolutamente scioccante. [SPOILER ALERT] Abbiamo aspettato più di dieci anni per vedere il lieto fine tra Veronica e Logan. Si sposano, finalmente. E poi? Bum. Logan è vittima dell’attentatore e salta in aria. Sembra quasi di essere tornati al Trono di Spade di una volta.
Eppure il motivo c’è: il creatore Rob Thomas ha infatti rivelato che questo finale sconvolgente serve in realtà a salvaguardare la vera Veronica. A ben pensarci, infatti, Veronica dà il meglio di sé solo in situazioni di enorme pressione e difficoltà. È il conflitto che la motiva e la spinge. Una perfetta vita coniugale con l’amore della sua vita l’avrebbe snaturata in quanto personaggio.
Lo so. È difficile da accettare, ma in fondo è la verità.





Link alla foto: https://www.hallofseries.com/recensioni/veronica-mars-recensione-quarta-stagione/

Rientrato da poco da Liverpool, dove ho visitato i luoghi cult dei Beatles, mi viene naturale, approfittando che a settembre si celebrerà il cinquantennale di un'iconico album del quartetto di Liverpool, scrivere qualcosa su Abbey Road. Non voglio dilungarmi sul fatto che sia stato l'ultimo lavoro registrato dalla band, né sulla bellezza del Medley del lato B, né che secondo il produttore George Martin Abbey Road sia stato il 33 giri più tecnico dei Fab Four, ma voglio essere leggero e spulciare le curiosità legate alla copertina di questo storico vinile, di una cover famosa soprattutto per le dicerie scatenate attorno al caso del Paul is dead.


Infatti fu per uno scherzo telefonico che migliaia di persone cominciarono a cercare indizi subliminali, presenti sulle varie copertine dei dischi dei Beatles e in alcune loro canzoni, le prove che avvalorassero la morte e la sostituzione di Paul McCartney.
L'affare Paul is Dead incuriosì i tanti ingenui, caduti nella trappola di un buon tempone che, forse, non si aspettava nemmeno lui di suscitare un enorme clamore mediatico, né si aspettava di fare un enorme favore ai baronetti di Liverpool poiché Abbey Road risulta l'LP più venduto della loro carriera.


La leggenda vuole Paul sostituito da un sosia dopo un incidente stradale tenuto segreto. Il tutto sarebbe svelato, secondo questa tesi, dallo scatto del fotografo MacMilland dove si vede il gruppo attraversare la strada sulle strisce pedonali di Abbey Road, a mo' di processione funebre.


Ad aprire la processione il sacerdote John Lennon con un abito bianco, a seguire il portatore della bara Ringo Starr, ed eccoci dunque al morto Paul McCartney, scalzo e con gli occhi chiusi, con una sigaretta nella mano destra pur essendo mancino, e infine a chiudere la fila il becchino George Harrison in abiti da lavoro.


E se questo non bastasse i complottisti hanno creduto di intravedere un acronimo sulla targa, "LMW28IF, del maggiolone bianco, in sosta lungo la strada: Linda McCartney piange il marito che avrebbe avuto 28 anni se non fosse morto. Ma c'è di più. Hanno trovato un altro indizio di morte su un furgone nero della polizia utilizzato per il rilevamento sui luoghi degli incidenti stradali.


Lasciamo tutte queste supposizioni alla fantasia di chi vuole crederci, quello che è certo è che Paul, a 76 anni, ha pubblicato, raggiungendo il primo posto in classifica negli USA, il suo ultimo disco "Egypt Station" e continua ad esibirsi live.

 

La foto dell'articolo è stata presa dalla pagina ufficiale dei Beatles

Nelle sale dal 21 Agosto, il classico 1994 targato Disney Il Re Leone torna in una veste completamente nuova, un film che ha fatto sussultare i cuori di milioni di persone, grandi e piccini.

Ieri mattina, in occasione del Photocall e della Conferenza Stampa, nella location del The Space Cinema Moderno di Piazza della Repubblica a Roma, erano presenti due dei protagonisti che hanno dato la propria voce a questo meraviglioso lungometraggio: Marco Mengoni, recordman e star del pop Italiano, da pochissimo rientrato da Los Angeles, dove ha avuto la possibilità di partecipare alla premiere mondiale di The Lion King con l’intero cast americano e il regista Jon Favreau, e che nella versione italiana dà voce a Simba, il leone destinato ad essere un potete re; ed Elisa Toffoli che dà voce a Nala, amica coraggiosa di Simba fin da quanto era piccola. Una Elisa che già era riuscita ad incantare, non tanto tempo fa, il grande regista Tim Burton per la sua interpretazione nella versione italiana del film Dumbo.

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Ma nel cast italiano troveremo non soltanto Elisa e Marco Mengoni: avremo un fantastico Massimo Popolizio, che interpreterà la voce di Scar, ma anche Edoardo Leo e Stefano Fresi che si scateneranno ad interpretare le voci dei simpaticissimi Timon e Pumba.

In conferenza stampa, abbiamo ascoltato un emozionatissimo Marco Mengoni, che, ancora incredulo dall’esperienza di Los Angeles (tanto che si è definito come un bambino alla vista della maestosità del parco giochi di Disneyland, confessandoci di non esserci mai stato prima), si dimostra pieno di gioia ed entusiasta del lavoro svolto e della gentilezza che la Disney ha rivolto nei suoi confronti. Elisa, invece, con la sua solita compostezza, risponde cordialmente e in modo impeccabile alle domande dei giornalisti in sala, riconoscendo però di essere anche lei visibilmente emozionata per la fantastica esperienza vissuta.


Insomma, una rivisitazione in chiave tecnologia che noi tutti attendiamo con trepidazione nelle sale cinematografiche italiane e che speriamo ci lasci quella malinconia tipica delle meraviglie create dalla Disney.




Foto di: Camilla Greco

Un tempo la storia si studiava sui libri. Ora numerosissime serie tv sono di argomento storico, al punto che tra non molto, forse, la materia si studierà a suon di episodi! Il che non sarebbe poi così male…
Ad esempio, oggi potremmo andare tutti in Russia per capire come sia finita la dinastia dei Romanov, che ha governato pressoché indisturbata dal 1613 fino al 1917, quando furono deposti in seguito alla rivoluzione d’ottobre.

La storia russa non gode di molta popolarità, ma a ben vedere si rivela di notevole interesse e sembra quasi possedere tutti i connotati giusti per alimentare film e serie tv davvero avvincenti.
Apripista in questo senso è dunque la serie Gli ultimi zar (titolo originale: The Last Czars) distribuita da Netflix a partire dallo scorso 3 luglio.

Assistiamo, dunque, agli ultimi anni della dinastia Romanov, ripercorrendo le vicende dell’ultimo zar Nicola II, della zarina Alessandra, dei loro figli – compresa la famosa Anastasia – e dell’immancabile e discutibile Rasputin. Rivelando la profonda commistione di pubblico e privato, Gli ultimi zar rivela le cause profonde della crisi ideologica e politica affrontata dalla Russia di inizio ‘900, riconducibili quasi esclusivamente alle azioni scellerate degli zar.

Si tratta però di una docu-serie, in cui le scene di ricostruzione storica con attori si alternano con interviste a storici e studiosi.
Una scelta alquanto singolare e che sembra dimostrare una sorta di paura da parte di Netflix, quasi a voler tentare con un prodotto di natura mista prima di cimentarsi in una vera e propria serie.

Il risultato non può non risentire di queste esitazioni: i sei episodi sono sempre sul punto di catturare lo spettatore e divenire avvincenti, ma le continue interruzioni didascaliche – per quanto preparati e competenti siano gli storici interpellati – fungono da freno inibitore. La sensazione è quella di una serie tv mancata, ma si tratta comunque di un prodotto sostanzialmente piacevole da guardare.
La speranza è che Netflix prenda coraggio e investa in questa direzione.



Link alla foto: https://www.thereviewgeek.com/thelastczars-s1review/

Era attesissima e finalmente lo scorso 4 luglio la terza stagione di Stranger Things è sbarcata su Netflix.
Ritornano, dunque, i ragazzini più furbi di Hawkins – Mike (Finn Wolfhard), Dustin (Gaten Matarazzo), Will (Noah Schnapp), Lucas (Caleb McLaughlin), Undici (Millie Bobby Brown) e Max(ine) (Sadie Sink) – insieme anche agli ormai immancabili Hopper (David Hoarbour), Joyce (Winona Ryder), Nancy (Natalia Dyer), Jonathan (Charlie Heaton) e Steve (Joe Keery). New entry la simpatica Robin, interpretata ottimamente da Maya Hawke, figli di Uma Thurman e Ethan Hawke.

I nostri beniamini tornano a dover avere a che fare col sottosopra e con le orripilanti creature che da esso fuoriescono, in quanto uno degli accessi a questo mondo parallelo è stato riaperto da alcuni spregiudicati scienziati russi, segretamente stanziatisi proprio ad Hawkins. Che coincidenza!

Detta così, la faccenda sembra interessante. Peccato che in realtà lo scontro con i mostri del sottosopra si caratterizzi quasi come una trama secondaria. A farla da padrone in questa terza stagione sono i sentimenti, le relazioni di amore, amicizia e parentela tra i vari personaggi, ma ad un livello che ricorda assolutamente troppo Dawson’s Creek. Lo dimostra perfettamente il povero Will, che non fa altro che sentirsi escluso dagli amici, ormai troppo impegnati a frequentare le ragazze, e – detto tra noi – imitare il caro vecchio Jon Snow del Trono di Spade ripetendo sempre le stesse due battute (“Giochiamo a D&D?” e “Lui è qui”).
Il tutto, dunque, gira intorno alle relazioni degli adolescenti alla scoperta dell’amore, ma anche intorno al flirt tra Joyce e Hopper. Uccidere i mostri sembra quasi un’attività per riempire i momenti morti e le relative scene mancano di linfa vitale, apparendo come un qualcosa di già visto e soprattutto poco approfondito.

Tutto ciò non vuol dire che la serie non possa piacere, anzi: il finale, ad esempio, è davvero toccante. Tuttavia si ha la sensazione di guardare una serie totalmente diversa e che la Stranger Things che conoscevamo si sia snaturata.
Originale la presenza di una scena post-credit (perciò non saltate i titoli di coda!) che rende aperto il finale e prepara alla quarta stagione, che ci auguriamo possa ritrovare la propria identità.




Link alla foto: https://www.wired.it/play/televisione/2019/07/09/stranger-things-3-cosa-cambiare/

26 aprile 1986. Una data che non deve essere dimenticata.

Si tratta del giorno in cui il reattore Rbmk-1000 del blocco 4 della centrale elettronucleare Vladimir Il’ic Lenin di Chernobyl, in Ucraina, esplose. Il più grave incidente verificatosi in una centrale nucleare. L’esplosione del nocciolo portò alla diffusione di una nube di materiale radioattivo che raggiunge tutta l’Europa e addirittura toccò porzioni della costa orientale del Nord America.
I danni furono enormi, con la contaminazione di acqua, aria, terreno e animali, la morte diretta di almeno 65 persone e un incremento esponenziale dei casi di tumori, soprattutto in bambini e minori di 18 anni. Tuttavia è probabilmente impossibile ottenere delle stime numeriche precise degli effetti negativi del disastro di Chernobyl, per la cattiva amministrazione dell’allora governo sovietico e per l’azione a lunga durata degli effetti. Numerosissime, infatti, le diagnosi di depressione, ansia e disturbo post-traumatico da stress nella popolazione locale.

Ed è appunto sul lato emotivo che insiste notevolmente la miniserie Chernobyl, scritta e creata da Craig Mazin e Johan Renck. Andati in onda dal 10 giugno all’8 luglio 2019 su Sky Atlantic, i cinque episodi della serie hanno ricevuto il voto più alto di sempre sull’Internet Movie Database: con un punteggio di 9,6 la serie ha superato addirittura Breaking Bad (9.5) e Il Trono di Spade (9.4).
In Russia ha ricevuto molti consensi, tra cui quello del Ministro della Cultura, Vladimir Medinsky, ma anche alcune critiche da alcuni media filo-governativi.

Chernobyl 02

Bisogna ammettere che la serie romanza ed esaspera alcuni aspetti: [SPOILER ALERT] ad esempio, l’esposizione alle radiazioni non provocò emorragie diffuse tali quali mostrate nella serie e non vi furono i tre volontari sacrificatisi per drenare l’acqua radioattiva nei corridoi della centrale. Dunque, più che di inesattezze storiche, si potrebbe parlare di una forzatura di alcuni elementi in chiave emotiva. La rievocazione degli eventi, infatti, non manca di precisione, non distorce la realtà dei fatti: l’esplosione è riproposta in tutta la sua veridicità e sono tanto precise quanto piacevoli e comprensibili le spiegazioni sul piano scientifico (affidate a personaggi quali il Legasov di Jared Harris e la Khomyuk di Emily Watson, che in realtà è un personaggio creato per omaggiare i tanti scienziati che collaborarono con Legasov). Ciò su cui si è calcato la mano è il post-disastro, con le misure adottate per far fronte alla tragedia. Qui, tramite il confronto tra la superficialità e negligenza dei più e la disperazione dei pochi consci del disastro appena avvenuto, si insiste molto sulle responsabilità che l’egoismo e la spregiudicatezza umana comportano.

Chernobyl 03

Tutto ciò risulta evidente sul piano tecnico soprattutto tramite una fotografia da premio Oscar, con l’insistenza sui volti delle persone spaventate e dei malati in ospedale, sulla desolazione della città di Pryp’jat evacuata, e così via, con una luce fredda e grigia in cui il calore non riesce a tornare.
Ottima anche l’interpretazione di tutto il cast, dai già citati Harris e Watson, passando per il grande Stellan Skarsgard (nel ruolo del burocrate Shcherbina) fino ai ruoli minori.

In conclusione si tratta di un prodotto televisivo stupefacente, con una missione importantissima. Dovrebbe essere guardato obbligatoriamente per legge.






Link alle foto: https://www.individualistaferoce.it/2019/06/14/chernobyl-e-lincalcolabile-prezzo-delle-menzogne/
https://www.ilsole24ore.com/art/chernobyl-serie-tv-tutto-quello-che-e-vero-e-verificato-ACItNsW
https://www.comingsoon.it/serietv/news/chernobyl-non-piace-alla-russia-che-prepara-una-sua-contro-serie/n91068/

Siamo arrivati al giro di boa finale di questa edizione estiva di Altaroma, celebrazione ormai nota della moda romana.

Nelle ultime due giornate molti sono stati gli stilisti che hanno fatto sfilare le loro collezioni nella location di Pratibus District, partendo proprio dai finalisti di Who Is On Next?, progetto ormai arrivato alla sua quindicesima edizione, e che anche quest’anno afferma il suo ruolo di scouting project volto a promuovere nuovi talenti. AltaRoma, in collaborazione con Vogue Italia, ha decretato un vincitore per il premio FRANCA SOZZANI: a trionfare, il giovane Federico Cina, che grazie al suo istrionico contrasto di tessuti e stampe ha fatto votare in unanimità l’intera giuria presente.

alta roma 2019 1

La giornata procede con la sfilata di Italo Marseglia, una collezione di una purezza quasi celestiale: abiti bianchi declinati in tutte le sfumature con contorni in pizzo, anch’esso bianco, che danno quel tocco di eleganza che non guasta mai.

Insomma, un mix perfetto e in completa sintonia con il contesto.

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A seguire la sfilata della collezione di Paola Emilia Monachesi, che dopo aver lasciato AU197SM ha creato Pryvice Fashion, un brand tutto suo che con geometrie, decoupage e zip hi-tech ha fatto impazzire tutti gli ospiti.

A quanto si dice la Monachesi non utilizza alcun cartamodello, tutto sarebbe realizzato a manichino e poi scannerizzato per ottenere modelli ancora più personalizzati. D’altronde l’arte del customize ormai ha preso piede anche qui in Italia e non si può certo dire che la riuscita non sia più che buona!

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Infine, la passerella di ROME IS MY RUNWAY #1, una nuova iniziativa promossa appositamente per questa edizione estiva della Settimana della Moda di Roma, che pone sotto i riflettori i brand locali con sfilate collettive di designer provenienti dalla regione Lazio. Beh, una ventata di aria fresca per le vecchie generazioni e uno sguardo al futuro per tutte quelle che verranno.

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Le foto sono state scattate dall'autrice dell'articolo.

Il 4 Luglio scorso si è dato il via alla Fashion Week Romana targata AltaRoma. Non solo una Fashion Week che mette in luce i migliori talenti italiani emergenti della città eterna, ma una vera e propria manifestazione che riempie di creatività il cuore pulsante della capitale.

Anche per questa edizione, come per la precedente di Gennaio, è stata scelta come location per l’evento il Pratibus District di Viale Angelico.

Il primo giorno di sfilate viene interamente dedicato alle Accademie di Belle Arti: da quella di Frosinone a quella di Napoli e del Lusso di Milano, per poi arrivare alla capitolina Accademia di Belle Arti di Roma.

Una prima giornata PER i giovani e che ai giovani è completamente ispirata.

Lunghi maglioni oversize ne fanno da padrone, azzardando molto su colori, patchwork e texture.

Una passerella, in particolare, ha catturato però l’attenzione di tutti.

Una copertina per questo articolo non lasciata puramente al caso: sto parlando della collezione dedicata alla “diversità” messa in scena da una delle Accademie in calendario e che ha portato a sfilare persone con problematiche fisiche di ogni genere: dal ragazzo senza una gamba, ad una coppia di bambine albine.

Un messaggio molto forte e di impatto che non è riuscito a passare inosservato. Una diversità che ci vuole far intendere come tutti in realtà

siamo così uguali di fronte alle sfide che la vita ci riserva.

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Passiamo ora alla seconda giornata di ieri, dove due ragazzi, Dassù e Pasquale Amoroso, talenti scoperti grazie alla scorsa edizione di Showcase, erano in programma con la loro collezione P/E 2020 “I Am Whast I Am”, completamente ispirata alla cultura punk con abiti in nylon fluo e vernice. Insomma, una scarica di adrenalina non indifferente.

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Non poteva poi di certo mancare l’Atelier Persechino, che con una sfilata di una raffinatezza più unica che rara, ha lasciato gli ospiti a bocca aperta.

Abiti che vanno dal bianco, al viola, creano quel distacco che mai disturba e rendono, anzi, l’abito ancora più aggraziato.

D’altronde non ci meravigliamo: il marchio firmato da Sabrina Persechino risulta sempre essere all’altezza di ogni passerella!

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