Il ciclone "Stranger Things"

Novembre 15

Si può davvero definire "ciclone" quello che dal 2016 sta investendo Netflix, la piattaforma di streaming più usata al mondo. Un ciclone che ha un nome ben preciso: STRANGER THINGS, serie di fantascienza e puro inno all'estetica degli anni '80.Ambientata proprio in quegli anni, ci riporta con delicatezza all'aria che all'epoca si respirava: i New Kids on the Block, le videocassette registrate, il vestiario eccentrico. I creatori della serie, Matt e Ross Duffer, mettono quindi in scena quello che poi è stato l'approdo alla contemporaneità. Oltretutto i fans del genere avranno sicuramente notato delle strane connessioni con un'icona dell'horror molto in voga questo periodo: stiamo parlando della riproposizione in chiave moderna del romanzo del 1986 di Stephen King ,IT, che è da poco uscito nelle sale.

 

La serie di Stranger Things esce per la prima volta nel Luglio 2016 non con grandissime aspettative di successo, e alla fine, con grande sorpresa, implode sulla piattaforma e comincia ad essere seguita da milioni di persone in tutto il mondo. La chiave del suo innegabile successo sta forse nella perfetta scelta narrativa: senza l'uso della tecnologia i misteri sembrano più reali e i mostri più grandi e divoratori. L'atmosfera di mistero che i fratelli Duffer riescono a creare danno quell'incipit in più che spinge i telespettatori ad appassionarsi a quello che vedono; è l'inspiegabile che improvvisamente si catapulta nella vita dei piccoli protagonisti, che crea quell'effetto di suspense che ci tiene incollati agli schermi.

 

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La seconda stagione, rilasciata da qualche settimana sulla piattaforma Netflix Italiana, come per la prima, sta riscuotendo un enorme successo mediatico. Questa volta il direttore della fotografia, Tim Ives, ha fatto un lavoro a dir poco eccezionale. I colori rispetto alla prima stagione, brillano di luce propria, i neon la fanno da padrona, e l'estremo richiamo agli anni '90 da quel tocco di meraviglia in più.


Insomma, la carica emozionale in questa seconda stagione è stata più intensa che mai, e anche se è da poco stata rilasciata in Italia, i più appassionati stanno già pensando alla terza, la cui uscita è prevista per Settembre/Ottobre 2018. Quindi non ci resta che aspettare, e nel frattempo prepararci a qualche nuovo sorprendente colpo di scena!

 

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Le immagini provengono dai seguenti siti: http://www.repubblica.ithttp://www.repubblica.ithttp://tvweb.comhttp://tvweb.com e https://blog.screenweek.it

Venerdì scorso il Comitato Campano si è radunato alle porte dell’ospedale San Giovanni Bosco per manifestare contro il ticket ospedaliero. Il pagamento del ticket tende ad escludere una buona fetta dei cittadini, quasi undici milioni di italiani non possono permettersi di acquistarlo, impedendo in maniera smodata l’accesso alle cure mediche. L’iniziativa di venerdì ha visto partecipe ben tre ambulatori dell’ospedale, i quali, solo per quella giornata, hanno aperto le porte gratuitamente a tutti i pazienti, evitando così il passaggio attraverso il ticket. Uno sciopero alla rovescia del personale medico, che pur non timbrando il cartellino, hanno esercitato la loro funzione per i diritti dei cittadini. Dalle 8:30 del mattino fino alla sera, sono stati numerosi coloro che hanno approfittato di questa giornata di “grazia”. I medici che hanno aderito lottano anche contro i disservizi dello stesso ospedale. Gli esponenti del Comitato affermano che il pagamento del ticket è anticostituzionale e servirebbe celermente una riforma nazionale per modificare tale pratica. L’articolo 32 della Costituzione infatti recita: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. Per questo motivo non si spiega la necessità di questo ticket visto che anche attraverso le tasse la spesa per il settore medico è molto alta. “La salute non è una merce!” gridano con rabbia i tanti che si sono riuniti all’esterno del San Giovanni Bosco. A tal proposito il Comitato Campano ha organizzato una manifestazione il 17 novembre che partirà da piazza Garibaldi e terminerà al Municipio per combattere tutte le tipologie di esclusione sociale, tra cui, appunto, l’esclusione sanitaria. Tra le varie proposte che si avanzeranno sono molto interessanti quelle della promozione di una commissione popolare della sanità  gestita da tecnici e della creazione di un organo di controllo e di proposte per migliorare il servizio sanitario.

 

Il 13 novembre, in occasione della giornata della Gentilezza, l’aeroporto di Capodichino si è trasformato in una grande sala da ballo, dove a ritmo di tammurriate e di flamenco tanti ballerini si sono esibiti in simpatici spettacoli per accogliere i turisti in arrivo a Napoli. Promosso dal progetto “Helper”, questa giornata speciale è stata pensata per far affiorare le emozioni positive e goderne i benefici perché donare un sorriso ripaga sempre. La manifestazione alle 15,30 ha preso avvio proprio all’interno dei gate, per poi spostarsi all’esterno e continuando al primo piano, vicino la Feltrinelli, con la rappresentazione di flamenco ad opera di quattro ballerine. Il tutto accompagnato dal trio di musicisti popolari del “Popolo Vascio” insieme alle ballerine Cristina, Monica e Antonella. Napoli non è stata l’unica tappa di questo mega tour della gentilezza: hanno aderito anche l’aeroporto di Bologna, di Fiumicino e di Ciampino, ma anche quello di Parigi, per un totale di 33 aeroporti. Questa giornata della Gentilezza nacque nel 1997 a Tokyo, in Giappone. Non è un caso che la Giornata sia nata proprio in Giappone: qui esiste infatti quello che è probabilmente il più antico e famoso movimento dedicato alla gentilezza nel mondo, lo “Small Kindness Movement” giapponese, che oggi conta quasi 500mila iscritti ma che ebbe origine da uno sfortunato incidente: in una fredda mattinata del febbraio 1963 Seiji Kaya, futuro rettore dell'Università di Tokyo, fu aggredito da un pendolare che aveva saltato una coda e che lui aveva ripreso. Ci rimase molto male perché nessuno dei presenti alzò un dito per aiutarlo, quindi decise di intraprendere una crociata affinché i suoi studenti non si comportassero in tal modo: “Voglio che ciascuno di voi abbia il coraggio di praticare un piccolo atto di gentilezza, così da creare un'ondata di gentilezza che un giorno ripulirà l'intera società giapponese”, furono in quell'occasione le sue parole.

Nel 2011, sulle instabili fondamenta di una città dalle sproporzionate ambizioni di riscatto, Elena Ferrante diede alla luce il primo volume di un saga destinata al successo planetario: L’amica geniale.

Nelle intenzioni dell’autrice, il progetto avrebbe dovuto consistere in un lungo racconto da pubblicare in libro unico, ma la storia sembrò venir fuori da sola e finì per riempire ben quattro volumi: dopo L’amica geniale, furono pubblicati Storia del nuovo cognome (2012), Storia di chi fugge e di chi resta (2013) e Storia della bambina perduta (2014).

I quattro episodi - tutti editi da Edizioni e/o - hanno ormai conquistato gli scaffali delle librerie di tutto il mondo e dopo sei anni dalla pubblicazione del primo volume, HBO e Rai ne hanno acquistato i diritti per trarne una serie TV diretta da Saverio Costanzo, che andrà in onda nel 2018.

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La vicenda de L’amica geniale inizia negli anni cinquanta e racconta l’amicizia tra due bambine, poi donne, Raffaella ed Elena. Nel racconto, la voce narrante è quella di Elena – Lenù, per amici e parenti – una bambina cresciuta nel Rione Luzzatti, che racconta la sua vita attraverso un perenne e faticoso confronto con Raffaella – per lei, solo per lei, Lila -. Intorno alla narrazione di Elena, Napoli e i suoi abitanti si muovono come un terzo protagonista, arrogante e violento. Negli stessi anni in cui Lila ed Elena crescono, capiscono, invecchiano, anche Napoli s’ingrigisce, si spacca, ricomincia, si arresta, si assopisce e di nuovo riprende il suo ciclo di frenesie e paturnie.

Lo sguardo della scrittrice si muove su Napoli svelando un sentimento ambivalente, tra la malinconia e il rifiuto. Lenù, nonostante gli sporadici ma convinti tentativi di farcela, non è mai riuscita ad avere la forza, non solo di provare a cambiare la città, ma neanche di accettarla così com’è.

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In una delle pagine più toccanti della tetralogia, Lenù saluta Napoli regalandoci uno dei ritratti più veri di questa città così difficile da amare:

“Sono andata via da Napoli definitivamente nel 1995, quando tutti dicevano che la città stava risorgendo. Ma ormai l’avvento della nuova stazione ferroviaria, il fiacco svettare del grattacielo di via Novara, i veleggianti edifici di Scampia, il proliferare di costruzioni altissime e splendenti sopra il pietrame grigio dell’Arenaccia, di via Taddeo da Sessa, di piazza Nazionale. Quegli edifici, […] sorti tra Ponticelli e Poggioreale con la solita lentezza guasta, subito, a velocità sostenuta, avevano perso ogni fulgore e si erano mutati in tane per disperati. Sicché quale resurrezione? Era solo cipria della modernità spruzzata a casaccio, e in maniera sbruffona, sopra la faccia corrotta della città”.

Le aspettative dei lettori non possono che essere alte, ma lo schermo sarà realmente in grado di riprodurre questa “lentezza guasta”, questo ritratto appassionato e disilluso di Napoli? La megaproduzione italoamericana saprà ricreare l’efficacia e la lucidità della scrittura di Elena Ferrante? Manca poco per scoprirlo.

Albert Einstein asseriva che è più difficile disintegrare un pregiudizio che un atomo e di questa affermazione sono testimoni gli abitanti di Scampia che dai mass-media sono messi tutti in unico calderone.   

Se poi si vive nelle Vele si può essere addirittura discriminati anche dagli abitanti dello stesso quartiere, proprio perché il pregiudizio è come un morbo: colpisce chiunque.  

Di questo Vincenzo Monfregola, oggi quarantenne, fu vittima già da bambino, quando, alle elementari, dovette subire la decisione della sua maestra che divise la classe in due a seconda della provenienza abitativa dei bambini.  

I pregiudizi l'hanno accompagnato per molti anni: “Da ragazzo l’abitare nelle Vele mi rendeva difficile la frequentazione sia con i coetanei di Scampia, sia con quelli di altre zone di Napoli.”  Ai più sembrerà strano che nelle Vele abitino tante persone che hanno scelto la strada del lavoro onesto e non quella dello spaccio ma, comunque, sono etichettati come “quelli che abitano nelle vele”. Proprio questo accadeva a Vincenzo: “Mi sentivo appartenere a quella fetta di persone etichettate ed escluse sia dalla Napoli bene che dalla criminalità organizzata”.

Ma il vestito che spesso la società cuce addosso alle persone può essere strappato dall'impegno dei tanti singoli che, in questi anni, si sono prodigati per il quartiere.

Monfregola ha contribuito, nel suo piccolo, a dare un volto diverso a Scampia, organizzando un doposcuola nelle Vele, il “Centro Insieme”, per dare dignità e futuro ai bambini che le abitano affinché possano scegliere chi essere e che fare nella vita. 

E lui nella vita ha scelto di farsi conoscere attraverso le sue poesie, raccontando la sua infanzia, i suoi sentimenti, le sue emozioni e i suoi sogni.

Vincenzo Monfregola non è uno sconosciuto poiché ha partecipato a diversi concorsi letterari classificandosi egregiamente; ricevendo la Targa di Merito al Premio Internazionale di Poesia Alda Merini, il Premio alla Carriera per la Letteratura al Gala di Poesia di Rende e nel 2016 è stato proclamato vincitore assoluto al Premio Renato Pigliacampo a Porto Recanati. Potremmo andare ancora avanti nell'elenco, ma preferiamo solo ricordare che alcune sue poesie sono nelle antologie scolastiche. Ha dato vita, nel 2016, alla prima edizione del concorso nazionale di poesia “Una poesia per il futuro”, il cui obiettivo è stato quello di portare la poesia nella terra sovrana del pregiudizio.

Il suo nome è Silvestro Sentiero, ha 57 anni e fa il poeta di strada da trent’anni. La prima volta fu a Capri nel 1990, al centro della famosa piazzetta: si circondò di pannocchie sgranocchiate e iniziò a scrivere e recitare poesie attraendo tantissima gente che si avvicinò incuriosita. Ma in realtà la sua storia inizia ben prima, quando era ancora un bambino. Da piccolo era solito seguire suo padre sulla barca; il babbo era un pescatore e passava molto più tempo in mare che in casa. Silvestro era sempre stato attratto dall’orizzonte, quell’orizzonte così lontano e sconfinato che già allora lo faceva vagare con la mente. Tutto ciò gli ha permesso di diventare un visionario, un gentile animo sensibile che guarda il mondo pieno di meraviglia ancora oggi; è stesso lui che ammette che quando si trova con la penna in mano e un foglio di carta si sbalordisce da solo per l’energia che si centrifuga dentro di lui, ed è proprio in quel momento che diventa anche lui un pescatore, un pescatore di persone. Riesce a innamorarsi pienamente per un minuto della persona che ha di fronte e come per magia il mondo del suo interlocutore cambia per pochi attimi. Entra in sintonia piena con l’animo della persona che ha di fronte, la pienezza dell’amore lo comanda. E’ questa la vera arte. Infatti Silvestro ha iniziato a scrivere per dare semplicemente un po’ di gioia alle persone; prima ai parenti, poi agli amici e infine agli sconosciuti. Ma c’è bisogno di precisare che per lui nessuno è uno sconosciuto, infatti è alla società stessa che vanno i suoi ringraziamenti poiché la sua arte l’ha trasformata in un vero e proprio lavoro. Lui riesce a vivere proprio facendo il poeta. Non sopravvivere. Vivere. Ha cambiato più di tre macchine e adesso con la sua Station Wagon gira l’Italia (soprattutto nei mesi estivi) per farsi conoscere e donare tanta altra gioia. Ad oggi è possibile incontrarlo a Port’Alba nei weekend, durante la settimana scrive libri (l’ultimo si chiama “Chissà cosa canta il pesciolino”) ma dopo il periodo natalizio partirà ancora per un viaggio molto intimo e personale, per cercare altra ispirazione. E donare altra gioia.

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Da qualche settimana alla Sanità sta tornando quel clima di tensione che fa male al quartiere e l’installazione delle telecamere non sembra abbia sortito l’effetto sperato. Scoraggiare certe menti poco avvezze all’etica e alla morale pare che sia diventata una sfida davvero troppo ardua. Se prima c’era il vecchio Campolongo che con una stretta di mano riusciva a placare anche le liti familiari in mezzo alla strada, oggi ci sono giovani scellerati che nella loro breve vita ancora non hanno capito che perseguire la strada della illegalità non porta a giovamenti ma solo a una breve illusione, che si trasforma in carcere o morte sicura in ancor meno tempo. Lo sanno bene quelli dei Vastarella: è noto infatti che da giorni ci sono delle risse in strada, delle spedizioni punitive contro il clan Sequino; la regola è “non fatevi vedere in mezzo alla strada che vi riempiamo di botte”. C’è anche un ragazzino di origini africane tra loro, uno che non ne manda a dire. Una guerra per avere il potere su cosa? Sul racket locale impartito ai poveri negozianti del quartiere. E’ sulle spalle della povera gente del loro stesso quartiere che vogliono mangiare. Siamo vicini al periodo natalizio e quindi bisogna fare i regali e soprattutto pagare gli avvocati: è proprio questo l’arco di tempo in cui gli usurai si presentano e vogliono sempre di più. Sono quasi tutti ragazzini che per colpa della dispersione scolastica e delle cattive amicizie intraprendono questa vita. Un tempo ci si tirava su le maniche e si investiva su di sé.  Certamente il territorio purtroppo non dispone di valide alternative visto che il sistema scolastico della zona è vicino al fatiscente. Tra istituti che chiudono e lavoro nero malpagato, questi “barbudos” o “no barbudos” (è così che sono stati soprannominati dalle cronache locali) si appellano alla loro valenza umana. Chi fa parte di un clan “ten e’ pall’”. Secondo loro. Secondo noi ha le cosiddette pigne in testa.

Fin dalle scuole elementari, ci hanno inculcato il lapidario "prima il dovere e poi il piacere". E noi a rispettarlo ci abbiamo provato. Dalle catartiche richieste d'aiuto al secchione della classe, fino a consultare i siti di auto-aiuto new age. E da lì ad abbonarci al settimanale Buddha ti protegge, lava quei piatti è stato un attimo. Adesso, però, siamo stanchi di sentirci utili quanto un deumidificatore nel Gobi. E quale modo migliore per reagire, se non quello di stilare un elenco di tutte le ragioni per cui procrastinare, in realtà, è una cosa meravigliosa? Giuro che dopo mi metto a studiare.

 

Procrastinare 2


1) La procrastinazione ci ha resi degli ottimi pianificatori. C'è da ammettere che, oltre ad aver incrementato il profitto globale dei produttori di agendine, abbiamo una mirabolante capacità di programmazione. Teniamo conto tanto degli eventuali tempi di latenza quanto dei picchi di concentrazione, fino al millesimo di secondo di conversazione durante la pausa pranzo. Tutto accuratamente organizzato. Il senso di pace che ne deriva, vale di certo il pomeriggio sottratto a preparare la presentazione della tesi; che discuteremo domani mattina.

 

2) Rimandare il nostro lavoro ci ha fornito una cultura generale senza pari. Dalla perfetta conoscenza della questione palestinese, fino alle abitudini alimentari dell'alpaca boliviano, siamo in grado di dialogare fluentemente con qualsiasi interlocutore. Una brillante conversazione è essenziale per guadagnarsi una posizione di rispetto, sotto i ponti.

 

3) Siamo capaci di elaborare scuse geniali. Specialmente con la nostra coscienza. O non staremmo qui a fare liste.

 

4) Sappiamo esattamente che cosa vogliamo dalla vita. Abbiamo passato così tanto tempo nel vuoto cosmico del non fare un accidenti, che qualche domanda su quello che desideriamo ce la siamo fatta. Alcuni di noi una risposta se la sono data, e sono più che propensi a darsi da fare! Appena finisce la puntata di Violetta.

 

5) Abbiamo una stanza sempre in ordine. Se il nostro compito era quello di studiare per un esame. Se il nostro compito fosse stato riordinare la stanza, ora saremmo docenti ordinari a Cambridge.

 

6) Abbiamo sviluppato una smisurata empatia nei confronti del prossimo. Generalmente, un procrastinatore proprio come noi; sappiamo esattamente che cosa sta passando, conosciamo ogni suo singolo moto d'animo. Siamo in grado di fornirgli supporto e comprensione a trecentosessanta gradi. La procrastinazione ci ha resi delle persone migliori. O delle persone così annoiate da interessarsi al genere umano.

 

7) Abbiamo fatto la fortuna di centinaia di life coach, usufruendo di efficacissimi corsi motivazionali da pagare in cinquantaquattro convenientissime rate da settantadue Euro.

 

8) Oltre ad aver arricchito le casse del nostro ateneo. E' sempre una soddisfazione sapere che non fare una beata ciospa finanzierà la borsa di studio di un ricercatore in oncologia, e l'acquisto della laurea per il figlio del rettore.

 

9) Abbiamo impiegato così tanta esistenza a sprecarla, che si è rivelato a noi il suo vero significato. E cioè che al diavolo la tesi di dottorato: la vita è troppo breve per non ascoltare cinquantatré minuti di intervista alla mamma di Beyoncé.

 

10) C'è anche un decimo motivo per cui procrastinare è una cosa meravigliosa. Ma ve lo diciamo domani.

 

 

 

Le foto sono tratte dai siti www.theonion.comwww.theonion.com e www.keep-calm.net

 

 

Fabio ha 52 anni ed è una persona felice, ha una moglie, un figlio e un bellissimo cane nero. Fabio è da sette anni che non gioca più perché ha intrapreso un percorso con una associazione che, sia moralmente che psicologicamente, è riuscita a tirarlo fuori da questo modus vivendi. La famiglia non l’ha mai abbandonato ma anzi, hanno partecipato attivamente alla sua “rinascita”, non pensando nemmeno una volta di abbandonarlo e lasciarlo solo nel suo mondo.

Fabio come sei entrato nel mondo del gioco?

Avevo 14 anni quando feci la prima scommessa: fu col calciobalilla che iniziai. Ma poi scommettevo su qualsiasi cosa, dalle partite di calcio tra di noi al poker a qualunque gioco di carte. Poi sono arrivate le slot…

Con le slot-machine cosa è accaduto?

Le slot-machine fu Raffaele Bambù a portarle a Napoli negli anni ’80, il camorrista che aveva in casa una tigre e dove ora per fortuna c’è la sede della Fondazione 'A voce d''e creature, di don Luigi Merola. Il problema delle slot è che c’è una vincita o una perdita che è immediata, è meccanica e non c’entra la bravura della persona che ci sta giocando. Solo il 7% vince attraverso le macchinette collegate alla Camorra (i Casalesi sono coloro che gestiscono questa fetta di mercato)La velocità mette adrenalina nell’essere umano ed è per questo che giocarsi anche una sola moneta viene vista come una azione innocua, presa con molta, troppa leggerezza.

Qual è il gioco più pericoloso?

Sicuramente il Poker, le Slot e il Bingo. E in questi lunghi anni ne ho viste di tutti i colori. Dalle casalinghe che si prostituivano nei centri di Bingo per acquistare una scheda alle Slot a forma di Totò. Non c’è limite allo scempio.

Quali sono le cose che più ti fanno arrabbiare oggi?

Vedere tanti giovani che spendono il loro tempo davanti a un centro di scommesse sportive. Le partite virtuali invece hanno aumentato ancora di più il fenomeno. La domenica soprattutto, ma anche il mercoledi mattina presto ci trovi i ragazzi asiatici o srilankesi che giocano in diretta per le partite del proprio Paese d’origine. Non conta l’etnia, purtroppo con l’età e l’esperienza si capiscono certe cose. 

Dario Falzetta è il presidente della Cooperativa Sociale Cartesio, una solida realtà nata dietro suggerimento di COMIECO nel 2013, specializzata nella raccolta del cartone all’interno del Rione Sanità insieme all’associazione AMBIENTE SOLIDALE. Falzetta, dopo un periodo iniziale molto felice, ad oggi si trova solo e senza aiuti e ancora non ha compreso bene a che gioco sta giocando il Comune. Infatti, dopo tanti elogi e tante vittorie, il Comune decise nel 2014 di far partecipare Cartesio al bando per la raccolta del cartone, dandogli tante speranze, ma affidando alla fine il bando a una ATI formata da tre aziende: New Ecology, l’azienda che fornisce le camionette ad ASIA, GPN Srl Servizi Ecologici Ambientali la quale era, e resta tuttora indagata, ed una terza azienda che, a quanto pare, non ha scheletri nell’armadio.

Qual è stata la causa per cui non avete vinto il bando?

“Il Comune ha indetto un bando a ribasso e le nostre tasche non potevano permettersi di abbassare ancora il prezzo durante l’asta. Ma è stato folle tutto ciò: più abbassi i prezzi e più si lavora male. L’azienda che oggi si occupa della raccolta del cartone va in giro con un dipendente a camionetta e ogni mese che passa il personale si licenzia per le condizioni in cui lavorano.”

Qual è la differenza tra voi e l’ATI che ha vinto il bando?

“Noi siamo persone del quartiere, non esterni e qui tutti quanti si fidavano di noi e ci conoscono. Conosciamo il territorio e avevamo un personale formato da 5 lavoratori (ad oggi disoccupati) con contratto part time e con una camionetta in fitto raccoglievamo 2,3 tonnellate di cartone al giorno. ASIA non ha mai superato i 900 kg.”

Qualche rimpianto?

Tanti. Nel 2013 offrivamo un servizio serio, pulito e ottimale per la riqualificazione del quartiere. Oggi vedo tanti abusivi che ritirano il cartone e continuando così non si fa altro che tornare indietro. Avevamo il sogno di fare la raccolta del cartone “casa-casa” ma fino al prossimo bando abbiamo le mani legate. Sempre se riusciremo a sopravvivere, visto che più si va avanti con i tempi e più è vicina la nostra chiusura.”

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