Fotografia & grafica

Fotografia & grafica (207)

copertina

 

Inge Morath: donna dalle capacità letterarie elevate, incredibile viaggiatrice, poliglotta, ma soprattutto la prima fotografa ad entrare nel mondo MAGNUM, assieme a professionisti come Ernst Haas, Henri Cartier-Bresson e Robert Capa: personaggi che l'accompagneranno per tutta la sua vita.

 

Nata nel 1923 a Graz, in Austria, Morath studia linguaggio a Berlino. Oltre il tedesco, sua lingua nativa, parlerà altre sette lingue; grazie anche a queste sue abilità linguistiche comincerà a lavorare come scrittrice, occupandosi degli articoli che accompagnavano le foto di Haas o Capa.


Ma dal 1951, a Londra, Inge comincerà a scattare e nel 1955 diventa a tutti gli effetti membro ufficiale della fondazione. Da qui in poi la fotografa farà numerosi viaggi in giro per il mondo, anche in Europa e in URSS creando un portfolio fotografico senza eguali, dove riesce a catturare il "momento decisivo", come affermava Cartier-Bresson.


Momento decisivo sarà anche quello che permette alla Morath di scattare una delle foto più famose della sua carriera, legata inevitabilmente anche a fatti di vita personale: nel 1962, infatti, Morath sposerà Miller con cui rimarrà per tutta la vita. Nel 1960 farà da assistente ad Henri Cartier-Bresson sul set de Gli Spostati (The Misfits), film diretto da John Huston e sceneggiato da Arthur Miller, all'epoca marito di Marilyn Monroe, che aveva scritto quel personaggio basandosi proprio su di lei, ed è qui, nel Nevada, che durante un momento di pausa dalle riprese, la fotografa riesce a catturare una Marilyn solitaria, sfatta (se ci è concesso il termine) ed intenta a ripetere dei passi di danza: la delicatezza stessa dell'attrice, separata per un momento da quella femminilità prorompente che l'ha sempre accompagnata e che sempre lo farà nell'immaginario comune, traspare da questa foto, mostrandone un'umanità senza eguali, un'innocenza che la rende ancora più umana.


Foto di personaggi importanti tra Parigi e New York, reportage di viaggi, rappresentazioni di vita comune, non importa quale sia il soggetto, ma in ogni caso questa superba fotografa è riuscita ad immergersi all'interno di un mondo "maschile", dove vi erano nomi già fortemente affermati ed a far emergere la sua poetica, il suo sguardo, aprendosi al mondo, perché come lei stessa affermava, fotografare vuol dire fidarsi di ciò che si vede e mettere a nudo la propria anima.


Oggi le sue opere sono finalmente in Italia ed in mostra, dopo essere state esposte a Treviso e Genova, al Museo di Roma in Trastevere, fino al 19 gennaio 2020. La mostra, a cura di Marco Minuz, Brigitte Blüml-Kaindl e Kurt Kaindl, si divide in 12 sezioni e 140 immagini che ripercorrono la vita dell'artista: i suoi viaggi, la sua vita professionale raccontata dalle sue stesse mani e dallo sguardo che alcuni fotografi le hanno rivolto mostrati da una serie di ritratti della fotografa stessa.


Le sue fotografie sono penetranti, apparentemente semplici, ma con una profondità interiore che entra nello "stomaco" di chi le guarda, risalendo la schiena con dei brividi che suscitano nello spettatore un'ammirazione che potrebbe (e forse è proprio ciò che si vorrebbe) non finire mai. Una fotografia senza costruzioni esterne, ma per chi ha voglia, come ne aveva Inge Morath, di lasciarsi guardare e, allo stesso tempo, saper osservare.

 

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Museo di Roma in Trastevere
Piazza di S.Egidio, 1b, Roma (RM)

  Probabilmente ciò che ha caratterizzato maggiormente il mondo contemporaneo e che è entrato nelle vite di quei giovani ragazzi nati nel dopoguerra e che si è tramandato di generazione in generazione sono le pubblicità.

L’arte si muta, si sdoppia e si allontana dal culto mitico della copia “unica e originale” e nasce un nuovo tipo di arte, per tutti – o quantomeno per una buona parte della popolazione mondiale -, fruibile e accessibile, che probabilmente deve molto alla nascita della fotografia: si tratta della pubblicità. Slogan, immagini, musiche, simbologia e oggetti entrano nella testa degli individui divenendo dei capisaldi, come le pubblicità storiche della Coca-cola o i Caroselli in Italia –non dimentichiamoci delle pubblicità della Kodak con l’alieno Ciribiribì o quella storica della Tassoni, la stessa da sempre – e creando una cultura generale alla quale non si può – e forse non si deve – sfuggire.

A conquistarsi negli ultimi anni un ruolo di prim’ordine all’interno di questo mondo è John Rankin, che incarna, nella sua totalità, questa forma di arte. Fotografo e artista poliedrico, ha fondato giovanissimo, nel 1991, la rivista Dazed & Confused, dedicata alle novità ed alle nuove tendenze nell’ambito della moda e del costume - https://www.dazeddigital.com - e ha conquistato il mondo della pubblicità con la sua agenzia RANKIN.

 

   Rankin vive a Londra, con sua moglie, ma la sua arte arriva dappertutto e ora si trova ad Amsterdam, con una mostra, Naked, dall’11 novembre al 17 dicembre e a Milano, con la mostra From portraiture to fashion, fino al 24 febbraio 2020. Questa personale esposta alla galleria 29 ARTS IN PROGRESS di Milano segue un percorso piuttosto innovativo: intende ripercorrere un po’ tutte le varie fasi della sua fotografia e lo fa mutando ben tre volte in occasione degli eventi che si terranno nel mondo milanese in quel periodo: il Vogue Photo Festival, il Fashion Film Festival, a novembre, e la Milano Fashion Week di febbraio. Si è conclusa, infatti, da qualche giorno la prima fase della mostra, i ritratti, per entrare ora nel vivo delle sue opere più concettuali, per poi giungere alle opere più strettamente legate all’ambito della moda.

   Rankin riesce col suo lavoro a dare alla pubblicità quel senso artistico che molti snobbano, considerandola “arte di ripiego” e divenendo fotografo ed editore riesce a muoversi all’interno dell’industria occidentale con una libertà, creativa e non, sempre più difficile da raggiungere, riuscendo a fare dell’underground, specialmente con la sua rivista, qualcosa che possa arrivare a tutti e che diviene iconico.

Per cui andate a Milano a vedere le opere di quest’artista e magari fate un salto anche al suo sito, ne rimarrete affascinati.


29 ART IN PROGRESS

Via San Vittore, 13, Milano (MI)




Immagini tramite vivimilano.corriere.it

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Tra qualche giorno avrà termine la mostra su Guy Bourdin ad Arlès. È certo che molti, leggendo questo articolo di una testata italiana, si chiederanno “Bhe si, grazie dell’informazione, ma come faccio ad andare in Provenza in due giorni?!”. Perdonatemi! Me lo chiedo anche io. Tuttavia la mostra, curata da Shelley Verthime, potrebbe essere un ottimo pretesto per parlare di quest’artista: fotografo di moda che ha rivoluzionato il modo stesso di rappresentare le donne all’interno di un’industria fortemente selezionata, in un contesto estremamente differente da quello attuale e che anzi, oggi, appare lo standard principale.

Bourdin ha saputo mettere nelle sue foto innovazione, creatività e colori con contrasti forti, caricando tutto con un senso di angoscia ed effettuando una vera e propria decostruzione -tutte le sue foto si basano sulla rottura metaforica e reale dei corpi delle modelle- del mondo della moda.

   Bourdin nasce nel 1928 a Parigi, in una città quindi dal forte fermento artistico. La sua vita però sarà caratterizzata da un rapporto conflittuale con le donne, dovuto, probabilmente, innanzitutto all’abbandono all’età di un anno da parte della madre e dal suicidio di sua moglie nel 1971.

3 Charles Jourdan 1979  The Guy Bourdin Estate 2017-2

 

Si dice del fotografo che avesse dei comportamenti piuttosto crudeli nei confronti delle sue modelle: atteggiamento che forse si può rivedere anche nelle sue foto, dove il soggetto scompare e diviene una sorta di manichino assemblato. Il corpo non è più rappresentato nella sua interezza, ma viene dato spazio alle sue parti: una vera e propria sineddoche della modella. Forse è proprio il rapporto “conflittuale” con le figure femminili più importanti della sua 

vita ad emergere nelle sue opere.

Le donne di Bourdin si caricano di un eros dirompente e spezzato, dando peso a corpi senza anima, ma carichi di colore: la plasticità delle forme femminili emerge dalle immagini allargando così i confini –letteralmente e metaforicamente- della fotografia di moda e pubblicitaria.

 

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   Dopo la sua morte sono poche, in realtà, le opere dell’artista ad essere state conservate: Bourdin non amava pubblicizzarsi e dunque molti lavori sono andati persi nel corso della sua vita, soprattutto a causa dell’autore stesso, che addirittura ne voleva la distruzione dopo la sua morte. La sua prima mostra è infatti una retrospettiva tenutasi a Londra, al Victoria & Albert Museum, nel 2003 e la sua prima raccolta è del 2001, ad oper del suo unico figlio Samuel, Exhibit A.

   Con le sue opere Bourdin ha influenzato il lavoro di numerosi artisti e rivoluzionato il modo di fotografare la moda, creando, si può dire, un cambiamento all’interno dello stesso immaginario comune e dando, probabilmente a sua insaputa, un nuovo volto alla moda stessa che ha caratterizzato e costruito l’immagine mondiale di testate come Vogue.

 

Inmmagini: Guy Bourdin - Charles Jourdan, spring 1979

© THE GUY BOURDIN ESTATE, 2019 /COURTESY OF ART AND COMMERCE.

 

   Cattura

TerraProject è un collettivo italiano, nato a Firenze nel 2006. L’obiettivo del progetto, portato avanti da quattro fotografi – Michele Borzoni, Simone Donati, Pietro Paolini e Rocco Rorandelli –, è una ricerca fotografica di stampo documentaristico, incentrata su tematiche geopolitiche e sociali.

Tra i primi collettivi fotografici a nascere in Italia, si propone, non solo come una piattaforma di promozione dei lavori dei singoli, ma anche come base per lo sviluppo di una nuova tecnica sperimentale: TerraProject non è solo una collaborazione, ma è anche il punto di partenza da cui creare, attraverso questa stessa collaborazione, uno sguardo multiplo favorito dalla presenza di più punti di vista che si vengono incontro; quattro membri in funzione di un quinto, un vero e proprio autore multiplo, come essi stessi lo chiamano. I fotografi, quindi, lavorano insieme su progetti collettivi, parallelamente ai propri individuali.

   Nel corso di questi anni, le opere del collettivo hanno, inoltre, ottenuto numerosi riconoscimenti a livello mondiale, in particolare il World Press Photo nel 2010 e nel 2012.

I membri.

Michele Borzoni (1979) si diploma nel 2006 all’International Center of Photography di New York. Ottiene nel 2010 il riconoscimento, presso il World Press Photo, Singles, People in the news.wp-13

Simone Donati (1977) ha frequentato il corso triennale di fotografia alla Fondazione Marangoni di Firenze. Dopo averlo concluso nel 2005, effettua presso Magnum Photos di New York uno stage, dopo il quale comincia a lavorare come fotografo professionista.

terra project 4

Pietro Paolini (1981) frequenta anche lui il corso triennale di fotografia presso la Fondazione Maragoni di Firenze. Interessato al Sud America sarà proprio grazie ad esso che nel 2012 riuscirà ad ottenere il premio World Press Photo per la categoria Daily Life nel 2012.

terra project 2

Rocco Rorandelli (1973), infine, intraprende la carriera fotografica dopo aver svolto il dottorato in biologia, nel 2006. Da allora realizza numerosi reportage in tutto il mondo ottenendo svariati riconoscimenti.

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Le immagini presenti in questo articolo sono dei fotografi sopra citati , lagallery completa può esser visionata sul sito Terreproject.net

   Cattura

TerraProject è un collettivo italiano, nato a Firenze nel 2006. L’obiettivo del progetto, portato avanti da quattro fotografi – Michele Borzoni, Simone Donati, Pietro Paolini e Rocco Rorandelli –, è una ricerca fotografica di stampo documentaristico, incentrata su tematiche geopolitiche e sociali.

Tra i primi collettivi fotografici a nascere in Italia, si propone, non solo come una piattaforma di promozione dei lavori dei singoli, ma anche come base per lo sviluppo di una nuova tecnica sperimentale: TerraProject non è solo una collaborazione, ma è anche il punto di partenza da cui creare, attraverso questa stessa collaborazione, uno sguardo multiplo favorito dalla presenza di più punti di vista che si vengono incontro; quattro membri in funzione di un quinto, un vero e proprio autore multiplo, come essi stessi lo chiamano. I fotografi, quindi, lavorano insieme su progetti collettivi, parallelamente ai propri individuali.

   Nel corso di questi anni, le opere del collettivo hanno, inoltre, ottenuto numerosi riconoscimenti a livello mondiale, in particolare il World Press Photo nel 2010 e nel 2012.

I membri.

Michele Borzoni (1979) si diploma nel 2006 all’International Center of Photography di New York. Ottiene nel 2010 il riconoscimento, presso il World Press Photo, Singles, People in the news.wp-13

Simone Donati (1977) ha frequentato il corso triennale di fotografia alla Fondazione Marangoni di Firenze. Dopo averlo concluso nel 2005, effettua presso Magnum Photos di New York uno stage, dopo il quale comincia a lavorare come fotografo professionista.

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Pietro Paolini (1981) frequenta anche lui il corso triennale di fotografia presso la Fondazione Maragoni di Firenze. Interessato al Sud America sarà proprio grazie ad esso che nel 2012 riuscirà ad ottenere il premio World Press Photo per la categoria Daily Life nel 2012.

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Rocco Rorandelli (1973), infine, intraprende la carriera fotografica dopo aver svolto il dottorato in biologia, nel 2006. Da allora realizza numerosi reportage in tutto il mondo ottenendo svariati riconoscimenti.

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Le immagini presenti in questo articolo sono dei fotografi sopra citati , lagallery completa può esser visionata sul sito Terreproject.net

Il mondo della moda qualche giorno fa è stato investito dall’improvvisa scomparsa di uno dei suoi pilastri: Karl Otto Lagerfeld.

Stilista, fotografo, esteta e icona di stile, nato ad Amburgo, da sempre il suo nome ha rappresentato indipendenza creativa e ispirazione per molti.

La sua carriera nella moda inizia nel 1955, dopo aver vinto un concorso con un cappotto da lui realizzato. Poco dopo il risultato si ripete in una seconda competizione sponsorizzata dalla Maison di Yves Saint Laurent.

Un’anima d’artista quella di Lagerfeld, che negli anni ha raccolto collaborazioni di spessore: art director insieme a Silvia Venturini Fendi, dell’ omonima casa di moda e della inestimabile francese Chanel, oltre, ovviamente, ad aver creato una linea tutta sua.

Soprannominato da tutti “Kaiser Karl”, per la potenza che lo contraddistingueva in ambito stilistico, è riuscito ad andare oltre l’idea di stilista, oltre l’idea del buon gusto, oltre i limiti del suo stesso lavoro.

“Sono una persona alla moda, e la moda non riguarda solo gli abiti, ma ogni genere di cambiamento”, ed è proprio questo che Lagerfeld ha portato nell’universo così moderno in cui viviamo: cambiamento.

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La passione per la fotografia, che da sempre l’ha contraddistinto, lo ha portato molto spesso a scattare personalmente le campagne pubblicitarie delle case di moda da lui dirette.

“Amo considerarmi un ‘freelance’. Questa parola è l’unione di ‘free’, libero, come ho sempre voluto essere, e ‘lance’, che ricorda la parola francese ‘lancè’, com’era definita un tempo un’ambita cortigiana. Io mi sento così, libero e mercenario”.

Una vita fatta di libertà, quella dello stilista e che ha sempre rappresentato il suo stile di vita. Fervido sostenitore del seguire i propri sogni ad ogni costo.

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Ma il vero amore della sua vita era la sua gatta Choupette, che Lagerfeld si divertiva a ritrarre in ogni sua posa.

“Io non potrei mai lavorare, soprattutto leggere, se non fossi completamente solo. Detesto la vita di tipo coniugale e ho un solo grande amore, la mia gattina Choupette: è una presenza meravigliosa, morbida, sfuggente, soprattutto silenziosa”.

Ma definire Lagerfeld semplicisticamente uno stilista risulterebbe riduttivo: Karl rappresenta sicuramente uno dei più grandi e indimenticabili interpreti della moda del secolo odierno.

Dopo il grande successo televisivo, The Young Pope approda al Palazzo Reale di Napoli per “mettere in mostra” i momenti salienti della serie-evento del 2016.

 

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Trentotto scatti di Gianni Fiorito, fotografo napoletano, che ha seguito il premio Oscar, Paolo Sorrentino, anche sul set di altri sui film, dall’esordio de L’uomo in più La grande Bellezza, passando Il Divo.

 

La mostra “mette in evidenza” come la costruzione della serie è l’insieme del lavoro di molteplici figure con le quali il regista risulta essere in sintonia. Attraverso i suoi scatti, il fotografo napoletano ripercorre la costruzione del personaggio interpretato da Jude Law, degli altri personaggi della serie, le ambientazioni alternando immagini di scena ad immagini di back-stage dove emerge maggiormente lo stretto rapporto tra il regista, i suoi attori e il cast tecnico.

 

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Protagonisti, dunque, non solo quello che c’è davanti la macchina da presa, ma soprattutto ciò che c’è dietro e coloro che permettono la perfetta riuscita del lavoro, dalla costruzione dei personaggi al trucco, dalla ricerca dell’inquadratura giusta fino al dialogo, quasi intimo, tra il regista e i suoi attori. 

 

La mostra, aperta al pubblico fino al 18 giugno 2017, è a cura di Maria Savarese ed coordinata dalla Scabec Spa, Società Campana Beni Culturali. Un evento, questo che rappresenta «un omaggio [ … ] al premiatissimo regista napoletano e a Gianni Fiorito, fotografo e da sempre suo collaboratore».

 

 

INFO

Date 11 aprile - 18 giugno 2017
Orario: 9.00 - 20.00 (ultimo ingresso ore 19) - mercoledì chiuso
Ingresso: € 4,00 
Tel.: 081 580 82 55

mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

«Il desiderio di scoprire, la voglia di emozionare, il gusto di catturare, tre concetti che riassumono l'arte della fotografia» (H.Newton).

 

 

È questa l’essenza dell’arte fotografica che ritroviamo in tutti gli scatti di Helmut Newton in mostra al PAN | Palazzo delle Arti di Napoli, inaugurata ieri 25 febbraio. L’idea della mostra, dal titolo Helmut Newton. Fotografie. White Women / Sleepless Nights / Big Nudes, nasce dalla volontà di June Newton, moglie del fotografo, di “mostrare”, appunto” le fotografie del grande maestro pubblicate in tre libri verso la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’90.

 

Libri, questi, curati, progettati ed impaginati dallo stesso Newton:

 

White Women. È il primo libro nomografico del fotografo tedesco, pubblicato nel 1976, che gli valse il prestigioso premio Kodak Photo Book Award. Si tratta di 81 immagini, 42 a colori e 39 in bianco e nero, introducendo per la prima volta il nudo e l’erotismo nella fotografia di moda. In quegli anni, la moda stava cambiando e con lei anche il modo di “mostrarla” in fotografia: sul mercato appaiono i primi capi a prezzi modici che consentirono anche agli strati sociali inferiori di vestirsi con eleganza e gusto e i fotografi non potevano non testimoniare questa quasi rivoluzione alimentata dai movimenti femministi che introdussero nell’immaginario collettivo l’idea di una donna aggressiva che combatte per ottenere la sua emancipazione. C’è un ribaltamento della “figura donna” e le stesse riviste che trent’anni prima pubblicizzavano donne aristocratiche con abiti lunghi e lussuosi, ora propongono donne emancipate, combattive con l’uomo alle proprie dipendenze. Di conseguenza, nascono nuovi modi di “vedere” la donna: fotografi come Helmut Newton ritraggono donne decise e compiacenti a volte colte in atteggiamenti sadomasochisti. Provocazione, la sua, simbolo della sua personale produzione artistica.

 

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Sleepless Nights. Pubblicato nel 1978, è un libro fotografico dal carattere retrospettivo che mostra Newton in una veste diversa: le immagini da foto di moda si trasformano in ritratti e da ritratti in reportage quasi da scena del crimine. Si tratta di 69 fotografie, 31 a colori e 38 in bianco e nero, dove i soggetti, le modelle, sono per lo più seminude con in dosso corsetti ortopedici e selle di cuoio, fotografate all’esterno in atteggiamenti provocanti quasi a proporre, ancorauna volta, un uso della fotografia di moda come pretesto per realizzare qualcosa di differente e molto personale.

 

 

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Big Nudes. Pubblicato nel 1981, questo libro consente al grande artista tedesco di diventare il protagonista nella storia dell’immagine del secondo Novecento. Si tratta di 39 scatti in bianco e nero che inaugurano una nuova dimensione della fotografia umana: nudi a figura intera, gigantografie che entreranno prepotentemente nei musei di tutto il mondo. L’ispirazione? I manifesti diffusi dalla polizia tedesca per ricercare gli appartenenti al gruppo terroristico della RAF.

 

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Nato a Berlino il 31 ottobre del 1920 da una ricca famiglia di origine ebrea. Sin dalla più tenera età vive una doppia vita diviso tra posti particolari (come i quartieri a luci rosse) che, seppur degradati, lo affascinano e i grandi alberghi in cui va in vacanza con i genitori. A dodici anni acquista la prima macchina fotografica. Nel 1936, a sedici anni, inizia il suo apprendistato presso l'atelier della fotografa di moda Iva frequentando una ragazza ariana che mette a rischio la sua incolumità a causa della diffusione delle leggi antiebraiche. I suoi genitori lo imbarcano così su una nave diretta in Cina, ma Helmut si ferma a Singapore, dove, per appena due settimane, lavora per il quotidiano "Straits Times". È in questo periodo che inizia a capire che la fotografia potrebbe essere il suo lavoro. Nel frattempo, conosce una ricca signora belga con la quale viaggia nelle colonie britanniche fino ad approdare in Australia nel 1940. Dopo un breve periodo di prigionia in quanto cittadino tedesco, diventa cittadino australiano e nel 1948 sposa l'attrice June Brunnell, che ha conosciuto in ambito lavorativo; infatti, lei ha posato come modella per le sue fotografie. Dopo aver aperto un piccolo negozio di fotografia a Melbourne, si trasferisce a Parigi nel 1961 e comincia quasi subito a lavorare per French Vogue, dando così inizio alla sua lunga carriera di fotografo. «Newton aveva la capacità di scandagliare la realtà che, dietro il gesto elegante delle immagini, permetteva di intravedere l’esistenza di una realtà ulteriore, che sta allo spettatore interpretare».

 

«Obiettivo della mostra è presentare i temi distintivi dell’immaginario artistico di Helmut Newton, offrendo la possibilità ai visitatori di comprendere fino in fondo il suo lavoro come mai prima d’ora».

 

L’esposizione è aperta al pubblico dal 25 febbraio al 18 giugno 2017 ed è Promossa dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, organizzata da Civita Mostre in collaborazione con la Helmut Newton Foundation ed è curata da Matthias Harder e Denis Curti.

 

Siamo giunti alla terza ed ultima parte del viaggio che ci ha portati alla scoperta dei film ispirati al mondo della fotografia. Se avete perso la seconda parte, potete recuperarla qui! Ecco per voi una selezione di 6 film degli anni 2000. 

 

One Hour Photo, film del 2002 con un intramontabile Robin Williams nei panni di uno stalker. Addetto alla stampa in un negozio che stampa in un’ora, diviene preda di un’ossessione morbosa per una famiglia, dopo aver sviluppato un rullino di loro fotografie, fino ad arrivare alla conclusione di essere lui stesso parte di quel nucleo familiare. In origine la parte era destinata a Jack Nicholson che però la rifiutò. Il film vinse un premio nell’ambito del Festival del cinema americano di Deauville, mentre il compianto Williams vinse il Saturn Award come migliore attore.

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City of God. Anche questa pellicola è datata 2002 e fu presentata al Festival di Cannes nella categoria Fuori Concorso. Il film è ispirato al libro di Paulo Lins e la trama si sviluppa a Cidade de Deus, una favela del panorama brasiliano. Dal film fu poi tratta una serie tv intitolata: “City of Men”. Il film ha ricevuto ben 4 nomination ai Premi Oscar del 2004 (tra cui Miglior fotografia a César Charlone) e ha vinto un BAFTA nel 2003 nella categoria Miglior montaggio (per Daniel Rezende).

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Palermo Shooting è un film del 2008, diretto da Wim Wenders e presentato alla 61^ edizione del Festival di Cannes. La trama è particolare: Finn è un fotografo talentuoso, vive una vita molto stressante, sempre a lavoro, estraniato dal mondo, perennemente con le cuffiete alle orecchie. Ad un certo punto attraversa una crisi esistenziale e parte alla volta di Palermo dove incontrerà una ragazza, e La Morte, che ha il volto di Dennis Hopper. Una curiosità circa questo film è che il Tribunale di Palermo ha condannato il Comune per il mancato finanziamento di circa 250.000 euro che aveva garantito, obbligandolo a risarcire la somma di 22.201,55 euro alla casa di produzione cinematografica che ha realizzato il film.

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L'Homme qui voulait vivre sa vie, in Italia tradotto col titolo Scatti rubati, è un film del 2010. La storia si sviluppa attraverso il furto d’identità. Un uomo, avvocato di successo, uccide Grégoire, l’amante (fotografo incompetente) della moglie e dopo avergli rubato i documenti e inscenato anche il proprio trapasso, parte alla volta del Montenegro, iniziando così la sua nuova carriera da fotografo. Il destino però gioca un brutto scherzo al nuovo Grégoire, perchè lui ha del vero talento.

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La fotógrafa, film del 2013 scritto e diretto da Fernando Baños Fidalgo. In occasione di una visita ai nonni, la protagonista Kath trova delle vecchie fotografie scattate da sua madre, risalenti all’epoca della rivolta argentina del 2001. Tornata nella propria città, a Buenos Aires, Kate decide di scoprire quale sia il legame tra quelle fotografie e la madre morta in strane circostanze.

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Life del 2015 racconta del rapporto d’amicizia instauratosi tra James Dean e Dennis Stock. Quest’ ultimo sogna di entrare a far parte della “Magnum”, la società fotografica più famosa al mondo, nel mentre fa il paparazzo. Ad una festa i due si conoscono e da lì iniziano insieme un viaggio fotografico dove tutti i lati della star vengono immortalati. La malinconia e l’irrequietezza di Dean vengono raccontate in ogni loro sfaccettatura ma quando l’attore trova un po’ di pace e serenità presso la fattoria degli zii dove ha trascorso l’infanzia, viene richiamato all’ ordine dalla Warner Bros e costretto a recarsi a New York per la prima de: “La Valle dell’ Eden”.

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Proseguiamo il nostro viaggio celebrativo della fotografia nel cinema (se vi siete persi la prima parte dell'articolo, la trovate qui) con i film del ventennio '70-'90.

“Eyes of Laura Mars”, in Italia “Gli Occhi di Laura Mars”, è un film del 1978. Si tratta del primo lavoro di John Carpenter, interpretato da Faye Dunaway e da un giovanissimo Tommy Lee Jones. La storia riguarda Laura Mars, una fotografa di moda, con una predilezione per la provocazione, sulla quale si sviluppa tutto il suo lavoro. Laura è anche tormentata da visioni medianiche, di top model e suoi stretti collaboratori. Questo particolare porta il detective John Neville ad interessarsi della questione, e a lungo andare, affascinato dalla donna, se ne innamora.

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“The Christine Jorgensen Story”, tradotto in italia con il titolo “Il primo uomo diventato donna”, è una pellicola del 1970 tratta da una storia vera. George Jorgensen Jr. fu un vero e proprio caso mediatico nell’America degli anni '50, poichè fu uno dei primi esempi noti al mondo di un cambio di sesso. Dopo la transizione scelse il nome Christine, in omaggio al dottore che eseguì l’operazione e fu molto attiva nella lotta alla discriminazione di genere. Era molto intelligente e ironica, informò i propri genitori del cambio di sesso con una lettera che recitava: “La Natura ha fatto un errore, che io ho corretto, ed ora sono vostra figlia". Non male per un ex soldato no?

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“Un anno vissuto pericolosamente”, titolo originale “Tahun Vivere Pericoloso” del 1982, è la storia di Guy Hamilton, un giornalista che arrivato a Giacarta per il primo lavoro da inviato estero, scopre che il collega di cui deve prendere il posto è partito senza lasciargli nessun tipo di documentazione o contatto con cui poter lavorare. In un'atmosfera tesa come quella indonesiana degli anni '60, Guy incontra un fotografo, Bill, che lo accompagnerà e lo aiuterà a farà da tramite nelle varie situazioni, anche quelle più pericolose. Bill fa conoscere al giornalista anche Jill, un'assistente militare, con la quale intreccia un rapporto amoroso. Questo film ha ricevuto eccellenti riconoscimenti quali: il Premio Oscar (1984), il National Board of Review Awards (1983) e il Kansas City Film Critics Circle Awards (1984), tutti per la Migliore Attrice Non Protagonista (Linda Hunt).

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“Public Eye”, in Italia “Occhio Indiscreto”, per la regia di Howard Franklin, è un film del 1992. Il protagonista, Leon Bernstein detto Bernzi, è il miglior freelance degli anni '40, fotografa soprattutto gangster e scene del crimine e cerca in qualunque modo di vendere agli editori, ma senza successo, un album di istantanee. Una sera incontra una vedova, che tra i vari beni ereditati dal marito si ritrova un club ma anche mille avvoltoi sedicenti soci del defunto marito. Leon promette di aiutare la vedova a risolvere il problema e si ritrova ingarbugliato in una situazione più grande di lui.

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“Pecker”, pellicola del 1998 di John Waters, parla delle avventure di un ragazzo di Baltimora incastrato in un lavoro che non ama, con una grandissima passione per la fotografia ma con ben poca tecnica. I suoi soggetti preferiti sono i familiari, gli amici, la ragazza. Le foto di Pecker sono tutto meno che buone ma Rorey Wheeler, un gallerista di New York, le espone definendole grandi opere; ecco così che i collezionisti  si affannano per acquistare uno o più pezzi di tali sublimi esempi d’arte. Nel film c’è un particolare interessante, la fotografa Cindy Sherman partecipa al film interpretando se stessa.

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