“Chi tiene polvere spara”: quarta edizione del suo Sponz Fest, diretto da Vinicio Capossela

Anche quest’anno è approdato in alta Irpinia, a Calitri in provincia di Avellino, lo Sponz Fest, ras...

La New York del giovane, intramontabile Holden

Il libro di questa settimana è dedicato a chi le vacanze estive preferisce passarle in città, a chi ...

Old but gold: La Forza del Destino a Salerno, nella speranza che qualcosa cambi

La scintillante realtà teatrale salernitana ha offerto al suo pubblico una stagione operistica di tu...

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“Chi tiene polvere spara”: quarta edizione del suo Sponz Fest, diretto da Vinicio Capossela
Agosto 24
Anche quest’anno è approdato in alta Irpinia, a Calitri in provincia di Avellino, lo Sponz Fest, rassegna che vede come direttore artistico lo scrittore e musicista Vinicio Capossela e che alla fine dell’estate (nel 2016 dal 22 al 28 agosto) viene ospitata in un luogo che rappresenta le radici dello stesso Capossela. Nato come festa sui riti dello sposalizio, lo Sponz Fest, si è allargato ai temi dell’unione, del rapporto con la terra, dell’incontro con altre culture, un’occasione per fare comunità. Idea pienamente vissuta dai partecipanti al Fest, che hanno voluto ricambiare il forte legame del cantautore con le terre dell’Irpinia conferendogli la cittadinanza onoraria presso il comune di Caposele il 18 giugno di quest'anno. Giunta alla sua quarta edizione, la rassegna si propone di lasciare qualcosa in più ai partecipanti di quest’anno. Partendo già dal grottesco titolo di quest’edizione Chi tiene polvere spara, chiarissimo riferimento ad uno dei più famosi detti calitrani che letteralmente significa “chi può fare qualcosa la faccia”. << È un invito al fuoco d’artificio, a tirare fuori quello che abbiamo dentro. Un invito a non subire le cose, ma a farle. Un invito all’azione e alla speranza.>> dice lo stesso Capossela. Inoltre, per la prima volta, il 26 agosto si esibiranno al Fest gli Extraliscio, gruppo che ha fatto sentire molto la sua presenza in questa stagione musicale sulla scena Folk romagnola. Il progetto musicale di Mirco Mariani e Moreno Conficconi parteciperà alla maratona danzante Ballando ballando con i pezzi che li hanno portati alla notorietà tratti dal primo lavoro, Canzoni da Ballo, ed il nuovo singolo Bella notte di Riviera, sigla ufficiale della Notte del Liscio che anticipa il prossimo album Extraliscio vol. 2, prodotto in collaborazione con alcuni dei nomi più imponenti nel panorama cantautoriale italiano.
La New York del giovane, intramontabile Holden
Agosto 24
Il libro di questa settimana è dedicato a chi le vacanze estive preferisce passarle in città, a chi subisce il fascino delle grandi metropoli, a chi non saprebbe resistere ad una storia ambientata nella city più accattivante del continente americano: New York. La vicenda è quella de Il giovane Holden, così come la racconta l’indelebile penna di J. D. Salinger.       The catcher in the Rye (titolo originale dell’opera) è un romanzo del 1951, che, nonostante i suoi sessantacinque anni, risulta ancora uno dei libri più consigliati da leggere durante l’adolescenza. Il motivo è semplice: quei sentimenti che turbano Holden, che lo portano a vivere le strade di New York come un senzatetto, che rimpolpano il suo amaro cinismo, che lo spingono a progettare la fuga, sono gli stessi che agitano tutti gli adolescenti che, in questa età così delicata, sentono le prime vibrazioni di una vocazione artistica o, più comunemente, un senso di estraniamento.   Un’inquietudine, quella di Holden, che è facilmente estendibile a tutte le categorie di persone – adolescenti e non - che avvertono un forte disagio nel mondo in cui vivono, che collezionano sconfitte e delusioni intimamente legate alla difficoltà di aderire alle regole di una società rigidamente civilizzata.     Un libro, dunque, da leggere da giovani e non solo, da apprezzare in maniera diversa nelle differenti fasi della vita; un grande, intramontabile e imperdibile classico della letteratura americana.     MYGENERATION SULLA SPIAGGIA Mare, sole, una bibita fresca, un ombrellone sulla testa … manca solo il tocco finale e per quello ti aiutiamo noi con MY GENERATION sulla spiaggia: una rubrica estiva che ti suggerisce il libro giusto da portare con te in vacanza! Ogni settimana sarà pubblicata sulla nostra rivista MYGENERATIONWEB una breve recensione del libro “da ombrellone” che ti consigliamo di leggere. Segui la nostra rubrica, condividila inserendo l’hashtag con il titolo del libro che porterai con te quest’estate seguito da #MYGENERATIONsullaspiaggia e partecipa al nostro concorso.MYGENERATIONWEB apre le porte ai giovani talenti e ti invita a condividere la TUA recensione del libro che hai letto durante l’estate. Scrivici all’indirizzo mygenerationstaff@gmail.com, le recensioni migliori saranno pubblicate sulla nostra rivista!
Old but gold: La Forza del Destino a Salerno, nella speranza che qualcosa cambi
Agosto 23
La scintillante realtà teatrale salernitana ha offerto al suo pubblico una stagione operistica di tutto rispetto, anzi, anche di più. Ad inaugurare è stata La Forza del destino, con cui il Maestro Oren ha battezzato il suo teatro oltre che un pubblico generosamente accorso. Un titolo ormai d'élite, come la Forza, fa riflettere su quanto il mondo operistico si sia evoluto forse in maniera piuttosto accidentale, dato che appena qualche decennio fa quest'opera circolava regolarmente nei maggiori teatri. L'elemento in questo caso distruttivo è la sostanziale difficoltà del canto, in cui risulta necessaria una solidità antecedente ad una probabile forza interpretativa... pena, sterile gigioneria. Tutto questo al Verdi è stato più o meno servito con riverenza da Daniel Oren, Maestro star del bel teatro salernitano che porta in buca una straordinaria vena espressiva, tradotta dalle splendide forme della palpitante e vorticosa sinfonia. La direzione di Oren sostiene un'orchestra non in splendida forma timbrica, abbastanza scolorita nella parte degli archi, conferendole tuttavia una necessaria quanto straordinaria coerenza comunicativa, funzionale nell'esplicazione della parola cantata, nella valorizzazione del senso drammaturgico sempre ricercato nei suoi dettagli più intimi e minuziosi. Respirare con gli inetrpreti, seguire finanche la linea del fraseggio (e con parole, e con mani, e con cenni...) non significa purtroppo essere nelle corde dei cantanti, pur considerando un opportuno modellaggio vocale uno dei ruoli fondamentali di un Direttore d'orchestra. Se la voce è poca o poco adatta c'è, purtoppo per noi, ben poco da fare. È dunque il caso di citare il Don Alvaro di Walter Fraccari, poco parsimonioso nella gestione del fiato e nella misura dei suoni. Il registro centrale è particolarmente aperto, il suono arriva rotondo e nitido, immagine in potenza di un registro acuto ancor più squillante, in atto di un registro acuto asciutto e fischiante. La difficoltà nella gestione del fiato condiziona la correttezza del legato, sostituito da un canto frammentato e tremante. A chiudere, una strategica ingolatura nel primo atto, assolutamente evitabile. Se la scelta espressiva di Fraccari ha seguito per giunta una direzione abbastanza poco contenuta, la Leonora di Maria Pia Piscitelli, corretta nel canto sceglie un fraseggio bellicoso, estremo nelle forme sproporzionate e talvolta inopportune, oltre che manchevoli di quella rigida tenuta grave caratteristica del soprano lirico spinto, a cui Verdi si appella. Entrambi i ruoli sono condizionati dalla tendenza a voler riempire la sala di quel suono piuttosto sterile caratteristico dei nostri cantanti verdiani, che vedono nel registro centrale e nel canto urlato in genere una meta d'approdo alla conquista del pubblico pagante. La forza del destino segue per fortuna altri canoni, scamuffando i conquistadores verdiani già dalle prime note. Simone Piazzola riesce a conciliare un buon canto ad una recitazione coerente, non particolarmente ambiziosa o condita di slanci estremisti e fanatici. Rientra nell'austerità calzante che avvolge il personaggio di Don Carlos di Calatrava, carente forse proprio in quest'ultima componente, specie nella parte timbrica, mascherata da una continua e purtroppo ricercata ombrosità, non sufficientemente realistica e contraria alla bella vocalità chiara, punto di forza del cantante. Il mezzosoprano Ekaterina Semenchuk affronta con grande proprietà tecnica il ruolo di Preziosilla, apprezzabile per la meravigliosa sonorità ed il bel colore caldo, oltre che per duttilità espressiva e bella presenza scenica. Simon Lim è Padre Guardiano, nella lettura registica meglio definito come un monumento a Padre Guardiano, alla maniera gotica, assolutamente impassibile, severissimo negli accenti e nei movimenti e per altro spiacevole nel timbro crepuscolare. Tutto questo complesso ed incompleto impianto vocale, mancante dei suoi pezzi verdiani, quelli autentici, non può non rientrare in uno stile d'esecuzione standard, reso unico e perfettamente imitabile da tutti i teatri che volessero cimentarsi nella partitura composta, verrebbe da pensare, da una copiosa parte di nozioni trascendenti che non riescono a trovare espressione contingente in scena. L'orchestra e la direzione di Oren non bastano, e non bastano nemmeno le scene ed i costumi di Alfredo Troisi, particolarmente oleografiche e “velate”... di una misteriosa componente mistica, presente sin dall'ouverture, sovrastata da una serie di immagini nello stile Ozpetek proiettate sul proscenio. Ed infine la regia del Maestro Pier Francesco Maestrini rimane costretta da una visione forzata di fedeltà e rigore...a cosa? La rincorsa di un tradizionalismo misto ad una contraddittoria ed incompleta ricerca introspettiva battezzata in proscenio non possono non confondere il pubblico almeno durante primo e secondo atto, in cui ci si dispera cercando di dare un senso a quella devastante e lancinante visione introduttiva, ma che, in assenza di ingegno ed industria, finisce per risultare vana e priva di valore drammaturgico, a differenza di molte altre scene straordinariamente rese, come la locanda del secondo atto, in cui la meravigliosa compagine corale preparata da Tiziana Carlini, sfoggia una dinamicità ed un brio condito di danza, alla maniera semplice e funzionale, descrittiva della sempre scintillante Pina Testa. Una serata ricca di paradossi e controversie, condita di slanci espressivi e cadute di stile, in cui Verdi era a dir la verità solo nell'orchestra. Quale sarà il finale? Fiori ed applausi per tutti, nella speranza che quacosa cambi in meglio. Ad Maiora.
I cinque momenti delle Olimpiadi più discussi sul web
Agosto 22
Le abbiamo attese con gran fervore, anelando quel 5 Agosto che non sembrava mai arrivare. E, finalmente, eccole: le Olimpiadi di Rio. Come al solito, però, di sport, rispetto al trash gossip, se n’è parlato ben poco sul web! Fino alla cerimonia di chiusura dei giochi, tenutasi nel pieno di una tempesta, sulle piattaforme virtuali si sono alternati i più svariati tormentoni, accompagnati dall’immancabile hashtag #Rio2016. Di cosa il popolo del web ha preferito discutere, rispetto ad un salto carpiato o alla potenza di una schiacciata di pallavolo? Ecco i cinque momenti più social delle Olimpiadi 2016!    1) Le tre cicciottelle. Si tratta di Claudia Mandia, Lucilla Boari e Guendalina Sartori, le tre semifinaliste made in Italy nel tiro con l’arco, che hanno perso l’opportunità di andare in finale. Le stesse che, oltre alla delusione per la sconfitta, si sono viste deridere per la loro forma fisica, con un titolo che le ha definite “le tre cicciottelle”. Subito è stata polemica sul web: messaggi di solidarietà per il gesto tipico di una creatura monocellulare e roventi invettive contro l’autore dell’articolo. Il giornalista è stato licenziato in tronco; chi si occupa, invece, di cancellare l’account Facebook di coloro i quali hanno difeso in modo accorato le atlete, e che non perdono occasione per scrivere status contro la cellulite altrui?   2) La reazione dell’atleta alla vittoria del bronzo. L’atleta cinese Fu Yuanhui ha esultato non poco per la vittoria della medaglia di bronzo nel nuoto femminile! Ebbene, le sue espressioni ricche di gioia sono state prese di mira da più di una tastiera; c’è chi ne ha fatto dei meme, c’è chi ha addirittura ipotizzato che l’atleta fosse posseduta da Satana (video -> qui). C’è da chiedersi quale sia l’entità demoniaca che possiede chi tempesta di “Andiamo a comandare” la homepage del prossimo.   3) Il tuffo sulla linea del traguardo. Shaunae Miller voleva la vittoria a tutti i costi, persino lanciandosi fisicamente sulla linea di arrivo. C’è chi ha celebrato il gesto dell’atleta con un’apologia su Facebook, chi ha gridato all’ingiustizia con dei tweet al veleno. Non sappiamo se il suo sia stato o meno un comportamento eticamente corretto: sta di fatto che ci ha impartito un’ottima dimostrazione pratica su come assaltare il buffet delle cerimonie.   4) La danza del sollevatore di pesi. Come far esplodere il web in due semplici mosse? Basta farle nel bel mezzo di una gara olimpica, dopo aver sollevato 105 kilogrammi! In seguito alla sua prova, l’atleta Katoatau si è esibito in un simpatico siparietto, fatto di goffi passi di danza. L’intento dello sportivo era quello di farsi pubblicità per porre l’accento sulle problematiche ambientali che interessano il suo paese d’origine (Kiribati, piccolo stato insulare nell'Oceano Pacifico), ma quello che ha attirato l’attenzione sono state le sue mosse, prontamente imitate su ogni piattaforma social! Se solo qualcuno pubblicasse le riprese dei nostri tentativi di ballo ai matrimoni (potete vedere il video cliccando -> qui).   5) Le proposte di matrimonio e dichiarazioni amorose varie. Prima la tuffatrice He Zi, che ha detto il fatidico “sì” in mondovisione (video -> qui), poi la brasiliana Marjorie Enya, che ha chiesto alla giocatrice della Selecao Isadora Cerullo di sposarla, infine il tenero bacio tra Niccolò Campriani e la moglie dopo la conquista della medaglia: queste Olimpiadi hanno innalzato alle stelle il nostro tasso glicemico. Come se non bastassero le foto su Instagram delle coppiette in vacanza a Parigi. Tra commozione, risate, adrenalina e invidia per i fisici scolpiti degli atleti, si sono concluse anche le Olimpiadi di quest’anno. Tutto ci aspettavamo, meno che questo surplus di emozioni; per fortuna, il prossimo capiterà tra quattro anni.
Arrivederci piccole donne
Agosto 22
Partiamo da questo: io amo Piccole Donne. Tanto. È uno di quei romanzi che hanno segnato il periodo della mia infanzia al confine con l'adolescenza; mi ha fatto ridere, piangere, ragionare, conoscere. Il ricordo più intenso che ho è la rabbia profonda che provavo contro Jo per aver rifiutato l'amore di Laurie: quel giorno d'estate, stesa sul mio letto, singhiozzavo di rabbia come se non ci fosse un domani, bagnando le pagine del mio Le piccole donne crescono tascabile. Vi sembrerà comprensibile, allora, che quando ho trovato a distanza di tanti anni questo libro di Maecela Serrano che si rifaceva al grande classico lo abbia comprato senza esitazione. Non me ne sono pentita, è stata una lettura interessante, però devo ammettere che il paragone voluto dal titolo è stato arduo per me. E sapete perché? Perché la presunta Jo di questa versione – Ada – non mi piace per niente. Anzi, mi sta davvero antipatica! E non posso concepire un Piccole Donne in cui Jo non sia il mio personaggio preferito. Ma andiamo con ordine.   Nieves, Ada, Luz e Lola sono quattro cugine che nascono in Cile negli anni cinquanta e sessanta. Passano ogni estate al Pueblo dal nonno, in compagnia del cugino Oliverio e della zia Casilda, godendo dei semplici piaceri della vita di campagna. Ognuna di loro rispecchia una delle sorelle March, e Oliverio, neanche a dirlo, corrisponde a Laurie. La loro storia sarà sconvolta dal golpe di Pinochet, unito a tragedie familiari che porteranno alla partenza di alcune delle protagoniste per terre lontane. L'amore, ovviamente, insieme all'odio, guida le scelte delle cugine. E l'amore narrato in questo libro è più che altro una ossessione, quella di Ada per Oliverio, che non ha niente a che vedere con il sentimento che univa Jo e Laurie. Non c'è pace, è tutto più cupo, forse più reale direte voi, più contemporaneo, tra voli internazionali e sesso libero, divorzi e spinelli. Manca quella freschezza trasmessa dalle pagine di Piccole Donne, che permaneva anche quando si affrontavano argomenti seri. E soprattutto, per la prima volta in assoluto, posso affermare con certezza di preferire questa Amy a questa Jo: sì, qui Amy merita di vincere Laurie alla fine, eccome se lo merita! Perché Lola è una donna che ha lottato per ottenere quello che ha, per invalidare lo stereotipo della bionda bella e stupida, per superare i dolori giovanili spesso provocati proprio dal comportamento di Ada. E Ada cos'è? È una donna in fuga perenne, terribilmente egocentrica ma convinta che la letteratura basti a mascherare e a giustificare tutto, ossessionata dalla passione giovanile per Oliverio, insoddisfatta della sua vita e crudele verso quelle degli altri. Non trovo niente di Jo in questo ritratto, se non l'amore per i libri. Jo è un personaggio facilmente amabile, Ada il contrario.   Poi mi rendo conto che questo è un altro romanzo, piacevole e appassionante a modo suo, che si ispira al classico ma non è il classico vero e proprio. Meno male. Allora me lo posso godere, sviluppando anche un certo interesse per la storia del Cile, e sono in pace. Come quella che mi auguro abbiano trovato, alla fine, le protagoniste, anche se non ne sono poi troppo sicura.
MC Ivanò racconta se stesso e La Pankina Krew (LPK)
Agosto 21
La Pankina Krew è un gruppo musicale composto da Ivanò (pseudonimo di Ivan Gallone), MasterProd (alias Nicola Romano) e Donix (Donatella Scarpato). I tre ragazzi, durante il loro percorso, sono riusciti a sviluppare un sound unico e un concetto di rap coniugato alla black music che li ha distinti sulla scena underground della Napoli Est. Partiti dalla piccola realtà di Volla (città natale del gruppo) e raggiungendo poco a poco la notorietà, i tre ragazzi hanno collaborato con molti dei BIG del rap. Abbiamo intervistato Ivanò per capire cosa sia per lui La Pankina Krew e cosa potrà riservarci in futuro. L'incontro è avvenuto a casa sua e, dopo due chiacchiere sulla legalizzazione della marijuana e gli onori di casa, da buoni meridionali, abbiamo iniziato con le domande.     A.V: Innanzitutto, cosa pensi della scena e dell’ambiente hip-hop odierno? MC Ivanò: Beh... Come sempre è suddiviso in più fasce. C’è chi segue i nuovi fenomeni musicali del momento, che sono quelli della trap, che per me sarà sempre un derivato del rap. Poi c’e la fascia underground, come la chiami tu, che segue il rap di nicchia. Infine, l’ascoltatore generale, che passa da un Guè, che è mainstream, ad un disco della Famiglia, icona del rap partenopeo. Inoltre vedo che adesso, nella scena musicale, il dialetto napoletano è molto più diffuso. Artisti come Clementino sono riusciti ad abbattere una barriera ed emergere nell’ambito musicale nazionale.   A. V.: Nell’ambiente hip-hop contemporaneo, tu e La Pankina Krew dove vi collocate? MC Ivanò: Non saprei dirti, anche perché noi facciamo una musica diversa. La prima LPK era molto più hardcore, anche nelle tematiche. Con l’introduzione di Donix (cantante del gruppo) è cambiato tutto. Ma comunque non ci siamo mai etichettati, facciamo quello che ci piace per la voglia di farlo e mostrarlo alla gente.   A. V.: Qual è stato il tuo approccio alla musica? MC Ivanò: In realtà non ho cominciato facendo rap. Nel '98 mi piacevano i graffiti, e da lì ho iniziato a comprare Alleanza Latina, una rivista che parlava del mondo dell’ Hip-Hop a 360 gradi. Interviste, graffiti di tutto il mondo e le classifiche dei dischi del momento, era La Bibbia dell’ Hip-Hop. Da lì è stato un susseguirsi di cose. Ho iniziato ad ascoltare i primi dischi rap, mi sono appassionato sentendo nel 2003 Tical 2000: Judgement Day di MethodMan, un album del 1998 e da lì è partito tutto. Così nel 2004 ho scritto la mia prima cosa.       A. V.: La Pankina Krew, dal 2005 fino ad oggi. Non avete mai parlato di tutto il percorso fatto, raccontami la tua versione dei fatti. MC Ivanò: Il percorso è lungo... Inizialmente io e Nicola non stavamo nello stesso gruppo. Poi, in seguito allo scioglimento delle due compagnie, io, Nicola e Marco Verso abbiamo fondato la prima LPK. In seguito Marco ha preso una strada diversa dalla nostra. Ricordo che era sera ed eravamo seduti su una panchina all'esterno di una fermata della Vesuviana e lui mi disse: - me lo sentivo che prima o poi io e te avremmo fatto delle cose assieme... - . Nicola aveva già qualche pezzo pronto e anche io: è così che è nato Ancorhardcore Vol. I. Il primo pezzo che abbiamo fatto insieme è Scriv e Viv, quando ancora postavamo i pezzi su My Space. Quando poi uscì il libro di Saviano, Gomorra, noi scrivemmo l’ultimo brano con Marco: Sodoma e Gomorra. Di lì a poco ci sono stati Ancorhardcore Vol II e III, il terzo è stato quello che ci ha fatto avere un po' più di peso nella scena musicale, ci ha fatto conoscere, e la qualità audio non era il top, registravamo tutto in casa.Poi, con l’avvento di YouTube e dei Social, è stato tutto più facile, abbiamo creato tanti pezzi tra cui anche quello con RoccoHunt. Nel 2011 è entrata Donix nella Krew e abbiamo iniziato a sperimentare tra hardcore e soul-blues. Da lì poi il live con AntonioImparato, il trombettista jazz, il NanthemLab e l’apertura dei concerti di KaosOne, IceOne, SangueMostro, 'Ntò, Lucariello e 'OZulù dei 99Posse. Nel 2014, infine, è arrivata l’era di OneLove.   A. V.: Siamo arrivati al 2016, dopo tutto questo cosa rappresenta per te La Pankina Krew? MCIvanò: Penso sia una delle cose più importanti della mia vita, la mia famiglia, il mio gruppo, persone con cui ho condiviso tutto. Penso che il rap sia un modo di vivere e che io sia MC nella vita.   A. V.: Tante collaborazioni con molti dei nomi più famosi sulla scena Hip-Hop, qual è il tuo preferito? MCIvanò: Tutte, ma posso dire che, nel prossimo album, ci sarà una collaborazione molto importante per noi, con uno dei nostri idoli. Anzi, con alcuni dei nostri idoli, partenopei e non.   A. V.: Quindi c’è un nuovo album, quando uscirà? MC Ivanò: Purtroppo non posso dirlo, sia per scaramanzia e anche perché non siamo ancora pronti... Ci stiamo lavorando e, per questo, non ci concentriamo troppo a prendere serate per questo motivo. Ci dedichiamo anima e corpo...     
Diario di una Ragazza Nerd: Giorno 619 - "Suicide Squad": le 10 cose che bisogna sapere
Agosto 20
Il 13 agosto è arrivato anche nelle sale italiane Suicide Squad, il film sul team di supercattivi che combattono a fianco del governo... altri supercattivi. La pellicola non ha riscosso il successo che ci si aspettava, almeno secondo l'opinione dei critici che lo hannno indicato come un parziale flop, anche se i numeri (500 milioni di dollari al botteghino) fanno pensare il contrario. Probabilmente la data d’uscita nelle sale è stata infelice, poichè la maggior parte del pubblico è ancora in vacanza. Bisognerà attendere settembre e vedere come si evolve la situazione, ma passiamo alle curiosità sul film...   1. Jared Leto, che sembra essersi calato fin troppo nel suo personaggio, creando non pochi problemi sul set, ha trascorso oltre sei mesi a vivere esclusivamente come Joker: non si presentava sul set o, le poche volte che ci andava, non rispondeva se non chiamato con lo pseudonimo di Smiley o di Mister J, che alcuni ipotizzano corrispondesse a Mister Joker e non a Mister Jared. Ma tutto ciò è poca cosa rispetto all’ ansia che ha suscitato negli altri attori i quali, intimoriti da atteggiamenti raccapriccianti (proiettili inviati a Will Smith, un ratto vivo recapitato a Margot Robbie o un maiale morto, preservativi usati agli altri membri del cast) hanno cercato di evitarlo in tutti i modi.   2. Al di là di quello che si possa pensare il vero personaggio del film non è Joker, che compare sì e no per 15 minuti, ma Harley Quinn, per la quale la Dc ha annunciato un film interamente dedicato alla bella psichiatra psicopatica. Harley non è un personaggio classico dei fumetti DC, ma comparve per la prima volta nel cartone animato per la tv Batman the animated series (già... proprio quello che guardavamo da ragazzini il pomeriggio su Italia 1. L’idea piacque cosi tanto alla DC che la inserì nei fumetti .   3. L'Easter Eggs di Flash all’interno del film, che compare nel Flashback di Captain Boomerang, suo acerrimo nemico. La curiosità è che la sequenza di Flash non è stata girata da David Ayer, che era impegnato nella post produzione del film, ma da Zack Snyder durante la produzione di Justice League.   4. Moltissime scene viste nei diversi trailer non sono presenti nel film: intere sequenze sono state tagliate O eliminate, suscistando ovviamente il risentimento del Joker che risulta essere forse il più penalizzato da queste scelte. La decisione della Warner di apportare queste modifiche è dovuta probabilmente al timore di un disatro cinematografico al pari di Batman vs Superman: Dawn of Justice. Fatto sta che sono state proiettate diverse versioni- test del montaggio. Con le ore di girato eliminate ci si può tranquillamente girare un altro film.   5. Ancora in cella Harley è intenta a leggere un libro dal titolo Between the Sheets, che racconta la storia di una ragazza che dipende dall’amore per uno psicopatico che riesce, infine, a deviare mentalmente e legalmente anche la protagonista, trascinandola in un mondo fatto di crimini e fuorilegge.   6. Durante il film il team di villain si reca presso un palazzo il cui nome è John Ostrander Federal Building. Per chi non lo sapesse, John Ostrander è per la Dc quello che Stan Lee è per la Marvel.   7. Nella scena nascosta tra i titoli di coda si vede una minacciosa Amanda che inveisce contro Batman, mettendolo al corrente del fatto che conosce chi si nasconde dietro la maschera. Che la vera identità di Bruce Wayne sia in pericolo?     8. Tutte le armi di Deadshot recano un’ incisione ovvero I am the light. The way, in poche parole Io sono la luce. Io sono la via. A parte questo particolare religioso, tutte le armi utilizzate sul set sono vere e Will Smith ha trascorso tre mesi ad allenarsi nella mira con un gruppo di paramilitari per poter sparare al meglio.   9. Uno dei tirapiedi di Joker indossa una tuta mimetica, osservandola più attentamente si può notare che in realtà la trama dell’indumento è costituita interamente da piccolissimi elefanti azzurri.   10. Tutti gli attori di Suicide Squad hanno accettato di partecipare al film attratti esclusivamente dalla trama, infatti alla firma del contratto il copione non era nemmeno ancora stato scritto.   
La Sala Palizzi dell'Accademia di Belle Arti di Napoli – Francesco Paolo Palizzi
Agosto 20
L’ultimo dei fratelli Palizzi, Francesco Paolo, si dedicò prevalentemente alla natura morta, studiando inizialmente la pittura napoletana del Seicento e del Settecento e rinnovando gradualmente il proprio linguaggio, fino ad acquisire uno stile assolutamente personale e fortemente innovativo. Tema caratteristico della tradizione pittorica napoletana sei-settecentesca, la natura morta trova in Francesco Paolo Palizzi un interprete dalla sensibilità moderna e rivoluzionaria, che pur accogliendo la lezione dei grandi naturisti, quali Giuseppe e Giovanni Battista Recco, Paolo Porpora e Giovan Battista Ruoppolo, è attento alle esperienze contemporanee, che sa rielaborare in un linguaggio assolutamente personale. Contribuiscono in maniera rilevante all’approfondimento di questo linguaggio le ricerche luministiche francesi, in particolare la pittura tonale di Chardin, conosciute a Parigi, dove soggiornò dal 1857 al 1870 presso il fratello Giuseppe. Tradizione napoletana, ricerca verista ed una nuova sensibilità della luce sono gli elementi presenti nei suoi dipinti, in cui il pittore sa rendere la diversa consistenza degli oggetti e dei cibi raffigurati attraverso un uso sapiente della materia pittorica e un efficace gioco dei riflessi luministici. Nella Galleria dell’Accademia sono presenti vari dipinti di nature morte, per la maggior parte di dimensioni contenute, vediamone insieme qualcuno.   Ostriche in un piatto e bicchiere di marsala     Ostriche in un piatto e bicchiere di marsala Il dipinto in esame rappresenta una tavola di legno su cui sono poggiati un panno bianco, un coltello posto in diagonale, un piatto con delle ostriche e due bicchieri di cristallo dei quali spicca quello ripieno di marsala rosso. La luce rende brillanti i colori, li carica di vibrazioni che esaltano la plasticità degli oggetti e nello stesso tempo ne è l’elemento unificatore. Il pittore sa rendere la diversa consistenza degli oggetti e dei cibi raffigurati attraverso un uso sapiente della materia pittorica e un efficace gioco dei riflessi luministici in cui le  trasparenze dei cristalli e del vino esprimono la piena comprensione delle ricerche che si svolgevano in Francia e dalle quali Francesco Paolo era riuscito a trarre risultati altissimi.   Monete (biglietti e monete di rame)     Monete (biglietti e monete di rame) Il talento dell’artista si nota in maniera particolarmente evidente in questo dipinto dal soggetto inusuale e dalla composizione essenziale: non lo soccorrono crostacei, fiori, cacciagione con i loro colori brillanti e le varietà materiche, qui su un tavolo di legno grezzo ci sono soltanto banconote e monete di rame. Tuttavia il dipinto è di grandissima efficacia. La composizione di apparente semplicità è in realtà sapientemente articolata con un gioco di ombre e luci che crea riflessi metallici sulle monete e ne definisce il contorno tondeggiante, la luce s’insinua tra le banconote dando un senso di spazialità e distingue le diverse sfumature di colore.   È sicuramente un esempio degli alti risultati raggiunti da Francesco Paolo che Raffaello Causa nel 1964 definì il maggiore artista che possa vantare l’arte napoletana dell’800 nel campo della natura morta e più di un critico ritiene che la morte prematura gli abbia impedito di imporsi nel panorama artistico europeo con ancora maggiore autorità
Anteprime estive: Paradise Beach - dentro l'incubo
Agosto 19
Esistono due tipologie di bellezze. La prima è di una donna: effimera, breve, illusoria quanto avvolgente e suadente. La seconda è di Madre Natura: potente, forte, eterna, magica e nello stesso feroce e devastante. È possibile mettere a confronto le due tipologie e magari osservarle sfidarsi a duello? Sulla carta la prima non avrebbe chance di vittoria con la seconda. L’uomo però ha il dono dell’intelligenza e un innato senso di sopravvivenza e, mischiando questi due elementi, forse il risultato potrebbe non essere scontato. Paradise Beach è dunque il duello tra la bellezza angelica e ipnotica di Blake Lively, nel ruolo di Nancy, giovane studentessa di medicina che, dopo aver perso la madre per un brutto male, decide di mollare tutto e volare in Messico a fare surf in una spiaggia da sogno, e Madre Natura, che in apparenza sembra magnifica, pacifica e accogliente e invece si scopre sanguinaria, quando nel limpido e calmo mare appare un affamato e pericoloso squalo. Aggredita e ferita quasi mortalmente dallo squalo, Nancy riesce a rifugiarsi su un piccolo scoglio in mezzo al mare e a organizzarsi per la strenua lotta. Lo so, i puristi e soprattutto i fan della saga de Lo squalo saranno già pronti a protestare contro questa versione 3.0 del loro mostro acquatico preferito. Paradise Beach è, dal punto di vista drammaturgico, una brutta e sbiadita copia de Lo Squalo e segue una strada già scritta e conosciuta dai cultori del genere. Eppure il film ha un suo perché da un punto di vista visivo, soprattutto per i fan che possono ammirare e gustarsi Blake Lively in tutto il suo splendore e fascino. Blake ha il dono di tenere la scena e di bucare lo schermo, trattenendo lo spettatore fino alla fine della proiezione. In un ruolo sulla carta banale e scontato, l’attrice americana dimostra grinta e personalità, fornendo una perfomance nel complesso dignitosa e abbastanza credibile come personaggio di un Survivor acquatico. Chi, dopo venti minuti, è stanco o magari annoiato di vedere di Blake Lively in bikini può invece rifarsi gli occhi con il magnifico e unico paesaggio naturale che lascia davvero senza fiato. Essendo un film di fine agosto, lo spettatore, tornato magari triste dalle vacanze, potrà sognare di tuffarsi nel bel mare e toccare la lucente sabbia della spiaggia misteriosa. La regia di Jaume Collet-Serra è certamente meritevole di una menzione per uno stile creativo, dinamico, brioso e soprattutto capace di dare spazio alle due bellezze in campo ed esaltarne i rispettivi pregi. Lo spettatore assiste a un O.K. Corral sui generis eppure capace di tenere un discreto pathos e ritmo narrativo. La saga de Lo squalo resta ovviamente un genere unico e inarrivabile, ma per gli amanti del surf, Paradise Beach è sicuramente il film adatto.   Paradise Beach – Dentro l’Incubo è un film diretto da Jaume Collet-Serra, scritto da Anthony Jaswinski, con : Blake Lively.   Il biglietto d’acquistare per “Paradise Beach –Dentro L’incubo” è : 1) Neanche Regalato 2) Omaggio (Con Riserva) 3) Di pomeriggio 4) Ridotto 5) Sempre.   Data di uscita: 25 agosto 2016.  
J-Pop presenta:"Una Gru Infreddolita - Storia di una Geisha"
Agosto 18
Una Gru Infreddolita – Storia di una Geisha non è un manga adolescenziale come quelli moderni, ma tratta di una storia più matura facendo la sua prima comparsa nel lontano 1974. Scritto e disegnato da Kazuo Kamimura, è ambientato agli inizi dell'epoca Shōwa (tra il 1926 ed il 1989) ed è una delle opere che hanno ispirato il celebre regista Quentin Tarantino nella creazione del film Kill Bill.   A trent'anni dalla scomparsa dell'autore, è chiaramente un omaggio al suo genio. Il tema principale di quest'opera senza tempo è l'universo femminile, e come esso veniva concepito all'epoca, in maniera del tutto diversa dal concetto postmoderno. Tsuru è la giovane protagonista, venduta dalla sua famiglia molto povera per un misero sacchetto di riso ad una okiya, cioè una casa delle geishe.   Era un destino molto comune ai quei tempi per molte ragazzine tra gli 11 ed i 13 anni. Tsuru (che in giapponese significa gru) viene ribattezzata così perché la sua caratteristica è quella di riuscire a stare in equilibrio su una sola gamba, come le gru, per trovare sollievo e calore ai piedi e alle gambe infreddolite. Inizia la sua nuova vita come apprendista geisha, una shikomikko, assistente delle sue nuove sorelle.   Le sue mansioni sono importanti: preparare ricambi d'abito quando le sue sorelle trascorrono le notti fuori con i propri clienti, badare alla casa e mantenerla sempre pulita, fare la spesa, preparare i pasti. Senza dimenticare le lezioni di danza per diventare una brava geisha. Un "addestramento" che durava tre anni prima di fare il suo debutto nel mondo dei fiori e dei salici. Una vita troppo difficile per una ragazzina così piccola: badare a sé stessa e agli altri in una vita fatta di solitudine, completamente priva degli affetti, sia da parte dei propri cari sia da parte della nuova "famiglia" acquisita. Circondata da donne bellissime, alcune sfacciate, altre ribelli, alcune più riservate, altre fredde e calcolatrici, si tempra in un ambiente troppo "adulto". Ma come un fiore che sboccia, diventa una delle geishe più famose e raffinate di tutta Tokyo per la sua bellezza senza eguali. Forgiata in un mondo in cui l'eleganza diventa un tutt'uno con la tristezza per quella condizione che la rende una prigioniera fino a quando il suo debito non verrà estinto (ogni geisha accumula un debito con la padrona dell'okiya per cibo e vestiti, che può estinguere in due modi: con i soldi datele dai clienti o se un uomo si offre di pagare l'intera somma, comprando di fatto la donna). Quest'opera ci trascina attraverso gli occhi di Tsuru in un epoca ammaliante e ci apre le porte di un mondo fatto di passione, amore e perversione.  
SOS Baia Verde: Pineta e strade invase dai rifiuti
Agosto 17
Il silenzio uccide più delle parole. Il silenzio è ciò che impregna i viali di Baia verde, a Castel Volturno, in provincia di Caserta. Silenzio, abbandono, degrado, sconforto e amarezza. Non ci sono note positive, stavolta no. Scruto tra i cancelli delle villette trascurate, mi guardo intorno e tutto ciò che mi circonda sembra aver perso vita. In giro con la mia bici decido di passare per il lungomare, costruito recentemente, ma la situazione non migliora. Panchine distrutte, strade sporche, rifiuti abbandonati e la spiaggia libera ridotta un porcile. Mi dirigo verso la pineta, area ex Nato. La strada è totalmente dissestata a causa delle radici dei pini secolari; sacchetti di spazzatura agli angoli delle strade e sotto agli alberi; ciotole di cibo per animali lasciate per terra insieme ad oggetti di vario genere che si confondono tra gli aghi di pino. Se ci si dirige verso Castel Volturno paese, svoltando a sinistra si arriva alla “Riserva Naturale Foce del Volturno”. Il benvenuto non è dei migliori: cani randagi, escrementi, sacchetti e piatti di plastica lasciati sullo sterrato. Il posto in cui molti anni fa si andava insieme alla famiglia per godersi un tramonto estivo si è trasformato in un luogo lugubre. Ti piange il cuore quando assisti ad uno scempio del genere in una località che dovrebbe essere di villeggiatura, ma che non lo è più. Un luogo che ha potenzialità turistiche, pinete, spiagge sabbiose e boschi, che si potrebbe sfruttare al meglio. Pub, aree all'aperto, attrazioni per i più piccoli e cinema all'aperto. Di sera se non si possiede un mezzo per spostarsi, le alternative per trascorrere una serata in amicizia o di sentire musica si riducono agli spettacoli sui lidi balneari, ormai anch' essi dimezzati. Cattiva la gestione del Comune, che si preoccupa principalmente del paese di Castel Volturno e ingombrante la presenza di clan camorristici che si insediano in tutte le attività del territorio. Il sistema della raccolta differenziata porta a porta per i residenti non funziona per i pendolari. La dimostrazione palese sono i sacchetti abbandonati sui marciapiedi e i viali sporchi. Negozi chiusi e arrugginiti e l'ex campetto da calcio che ormai è diventato una selva. L'assenza di forze dell'ordine e di telecamere permette a chiunque di scaricare rifiuti per strada, anche ingombranti. Numerosi sono anche i casi di furto nelle case di vacanza: dai beni di prima necessità alle biciclette e agli utensili da giardino. Tutto questo ha costretto, nel vero senso della parola, molte famiglie a svendere ville di famiglia a prezzi bassissimi, dopo aver pagato tasse profumate in cambio di quasi nessun servizio. A questo punto l'unica speranza è l'aiuto della Regione e dei Fondi Europei, affinché il mare e le strade vengano ripulite e Baia Verde torni ad essere un posto pulito, sicuro, ma soprattutto vivibile!
“La versione di Barney” di Mordecai Richler, diario di un uomo innocente
Agosto 17
 “La versione di Barney” è il resoconto delirante della vita di Barney Panofsky, ebreo canadese poco avvezzo ai sentimentalismi e incline al bere. I ricordi di Barney iniziano nella Parigi degli anni cinquanta - bohémienne e traboccante di ispirazione artistica - e atterrano oltreoceano, a Montreal, in un Québec in pieno fermento indipendentista. I ricordi di Barney raccontano di una vita dissoluta, fuori misura, in cui i tempi sono scanditi da tre matrimoni fallimentari; ogni capitolo del romanzo, infatti, prende il nome da una delle tre mogli di Barney: Clara (1950-1952), La Seconda Signora Panofsky (1958-1960), Miriam (1960-).     La memoria dell’ormai anziano Barney, però, inizia a scricchiolare e dalle piccole crepe lasciate dai vuoti di memoria, trapelano i veri sentimenti di questo singolare personaggio, le sue debolezze, i suoi rimpianti.   Un libro esilarante, ricco di momenti di sfacciato umorismo, capace di regalare grandi risate, ma anche intensi momenti di riflessione. Ora che Barney racconta a qualcuno la sua vita, si accorge di quanto tutto sia passato troppo in fretta: non c’è stato abbastanza tempo né per imparare ad essere un marito come si deve, né per diventare un bravo padre, né per coltivare una sana amicizia.     Il motivo per cui Barney inizia la sua “Versione” dei fatti è direttamente collegata alla misteriosa scomparsa del suo vecchio amico Boggie. Le indagini sul caso, infatti, darebbero a Barney la colpa dell’accaduto, se solo ci fossero prove a sufficienza. “La versione di Barney” è l’apologia di un uomo che si dichiara innocente, non solo del presunto assassinio di un suo caro amico, ma anche di tutti gli altri errori che si affollano nel suo passato.   Il diario del marito, del padre, dell’amico, dell’assassino innocente, o forse no… Avete circa cinquecento pagine per scoprire la verità!        MYGENERATION SULLA SPIAGGIA Mare, sole, una bibita fresca, un ombrellone sulla testa … manca solo il tocco finale e per quello ti aiutiamo noi con MY GENERATION sulla spiaggia: una rubrica estiva che ti suggerisce il libro giusto da portare con te in vacanza!Ogni settimana sarà pubblicata sulla nostra rivista MYGENERATIONWEB una breve recensione del libro “da ombrellone” che ti consigliamo di leggere. Segui la nostra rubrica, condividila inserendo l’hashtag con il titolo del libro che porterai con te quest’estate seguito da #MYGENERATIONsullaspiaggia e partecipa al nostro concorso.MYGENERATIONWEB apre le porte ai giovani talenti e ti invita a condividere la TUA recensione del libro che hai letto durante l’estate. Scrivici all’indirizzo mygenerationstaff@gmail.com, le recensioni migliori saranno pubblicate sulla nostra rivista!
MyTopTweet142
Agosto 16
La classifica di questa settimana è dedicata alla bellezza e quale modo migliore per celebrarla che dedicare la rubrica ad un uomo che da anni occupa i sogni di noi donne e ci fa ancora sperare nel genere maschile. Un uomo che ha il pacchetto completo: bello, simpatico e intelligente... no, non sto parlando di Berlusconi ma della cultura fatta persona: Alberto Angela! L'uomo che potrebbe spiegarci anche le origini delle stronzate di Gasparri e noi lo staremmo comunque a sentire! Ditemi voi poi quale altro presentatore di programmi culturali arriva addirittura ad avere un fandom solo per lui: “Le Angelers”!!                                                                                                                           Insomma, visto che già fa così caldo, ho pensato di alzare ancora di più la temperatura con i tweet dedicati all'uomo più desiderato d'Italia!   #AlbertoAngela: Wannabeamilf: Avete riconosciuto il giacchetto da archeologo nell'anteprima? #AlbertoAngela#angelers#Superquark Astrid D'Eredità: Genti che tenete Alberto Angela in TT da ieri, aderite al favoloso gruppo #Angelers! Laura: tutta la vita Alberto Angela! Khal Emilio Clarke: Il gruppo mi dà certe soddisfazioni con queste immagini... AHAHAHAHAHAH! #Angelers Le chicche di Chicca: Non era lui!? #SuperQuark#Angelers Daniel Cuello: Alberto Angela a #SuperQuark Lunalita: Ma quanto è ampio il petto di Alberto Angela? Cinepathic: Ditemi IL NOME. IL NOME del genio che ha ideato ciò. #AlbertoAngela#BruceSpringsteen Wannabeamilf: Alberto Angela dice le parolacce e le telespettatrici così #Superquark#angelers#AlbertoAngela Michele: quello che pensiamo tutti di #AlbertoAngela Alla prossima!!!
Ai confini della realtà. I pericoli derivanti dalla manipolazione dell'informazione
Agosto 16
Il senso comune spesso non va oltre la superficie del visibile, perché può capitare che, per un  rifiuto inconscio o per mancanza di capacità critica, non si riesca a distinguere il vero dal falso. Se oggi, nella complessità del mondo attuale, sono migliaia le informazioni corrette, tuttavia contemporaneamente sono migliaia le opportunità di informazioni manipolate. Ma allora come difenderci? Ebbene, la risposta sta nel dotarsi di una giusta dose di anticorpi che ci aiuti a non essere ingannati e a non cadere nella trappola di una realtà artefatta. La rappresentazione mediatica corrisponde sempre allo svolgersi degli avvenimenti? I mezzi di comunicazione sono sempre liberi da influssi di terzi? Purtroppo costatiamo che, nei giochi di potere, la realtà manipolata serve ad intimidire e a controllare e che una comunicazione alterata può essere usata come mezzo di coercizione sociale mediante linguaggi ingannevoli. Infatti, parafrasando Orwell, la menzogna diventa verità e passa alla storia, perché chi controlla il presente controlla anche il passato distorcendo realtà comprovate. Operazioni avvenute, per esempio, con la negazione di stragi di intere etnie, di rapporti tra Stato e mafia e di possibili coinvolgimenti stranieri nelle vicende italiane. L'alterazione degli eventi giova al consolidamento del pensiero unico dominante e chi vi si oppone viene emarginato, bollato come antisistemico o addirittura viene ucciso (redutio ad Hitlerum) perché rifiuta di conformarsi ad nuova realtà, una realtà che diventa il più freddo dei mostri per coloro che non trovano valori al di fuori del proprio Io. Un esempio recente si riscontra negli accadimenti turchi, dove bisognava presentare una realtà confezionata ad uso e consumo di chi voleva cancellare l'opposizione ed accentrare maggiormente il potere nelle proprie mani: un teatrino ben preparato, poiché Erdogan sapeva, informato da fedelissimi, quello che sarebbe successo. Anche la guerra in Iraq si basò unicamente su manipolazioni mediatiche mirate a giustificare l'invasione. Si usarono tecniche subdole atte a suscitare nell'opinione pubblica il convincimento che l'intervento militare fosse un male necessario, ma utile per scongiurare il peggio. La verità è che Saddam Hussein era un tiranno, ma ciò non può bastare per un attacco, poiché la brutalità del regime venne trascurata quando c'erano interessi di mezzo, e messa in risalto nell'operazione Iraq Freedom che portò gli USA ad avere una forte presenza in un punto strategico del Medio Oriente. Se tempi addietro un venticello leggero, soffiando da paese a paese, trasportava l'eco di voci false e lontane che prendevano corpo e mettevano radici nelle menti di persone predisposte al lavaggio del cervello, oggi fare questa operazione è addirittura più semplice poiché i mass media hanno la forza e la possibilità di plagiare le menti “con un semplice click”.  Già nel 2011 sul “the guardian” veniva pubblicato un articolo in cui si affermava che una società californiana utilizzava un software, per conto del Governo degli Stati Uniti, che permetteva, con uso di falsi profili, di manipolare le notizie sui social, creando falsi consensi nelle conversazioni online e tagliando fuori opinioni sgradite che non corrispondevano ai propri obiettivi. Si influenza così la massa a proprio favore, si consolida il proprio potere demonizzando gli avversari, servendosi anche di demagogia e di populismo;  altre volte, sfruttando l’onda del malcontento popolare, si riesce ad ingannare la popolazione con un linguaggio che non informa, ma che suscita emozioni e convinzioni preconcette per giustificare decisioni future. In questo modo, ad esempio, in Italia sono stati operati tagli graduali alla spesa pubblica e all'istruzione, sono stati smantellati i diritti sociali e si sta svendendo il patrimonio pubblico. Dopotutto questa è la strada intrapresa dalle grandi élite di potere:per far accettare una misura inaccettabile basta applicarla gradualmente, al contagocce, per anni consecutivi!
Old but gold: Vengerov al San Carlo: favola d'autore
Agosto 16
Lungi da noi ogni tentativo, seppur genuino, di riportare in qualche riga l'incessante capovolgersi delle atmosfere, giacché del travolgente Vengerov e delle sue trascinanti dimensioni surreali si è già lungamente scritto e discusso. Maxim Vengerov è il ritratto ufficiale dell'antidivismo e dei suoi confini anche artistici, limitanti nelle intenzioni espressive e nella ricerca di autenticità. Egli si abbandona proprio all'intuizione artistica, quella di necessaria considerazione, in effetti degna di nota se di lui si è portati a scrivere. Lo studio perfetto delle forme del suono è affiancato a un respiro continuo con lo strumento, e la ricerca tecnica è solo un punto secondario del grande progetto emotivo ed espressivo del musicista o, per meglio dire, passa in secondo piano.Eppure, dal Grand Duo la maggiore op. post.162 di Schubert di inizio serata, in dialogo con il pianoforte di Rousten Saïtkoulov, si intuisce che il Vengerov artista non è in sala, non del tutto; in palcoscenico c'è il Vengerov cauto e oculato, di cui c'è poco di ció che il pubblico aspetta e brama, e che arriva servito cautamente, nella forma dolce di chi giudica con gli occhi del sogno, nelle vesti di un lirismo delicato che diventa impeto e sofferenza lacerante nelle meravigliose pagine della sonata n. 7 op. 30 n. 2 in do minore del Beethoven più intimo, in cui Vengerov subentra rapito dal dialogo con il suo strumento; nella prima parte della serata  le forme sono quelle di un'agogica lunatica, a tratti anche svogliata, perché per Vengerov cosí dev'essere, e cosí sia.Nella sonata n.7 in do minore di Ravel, l'abbandono del lirismo e della dolce poesia trascinano Vengerov via dalla soluzione armoniosa delle partiture precedentemente proposte, concedendo a se stesso ed al pubblico del San Carlo un primo svago tra virtuosismo ed eclettismo cromatico, giunto fino alle tinte più accese del lungimirante e immortale blues di Ravel, intriso di un eccitante e sottile brio, di una trasfigurata ed irresistibile vena finanche egocentrica che culmina in un solo, nel silenzio dello Steinway grancoda dell'abile Saïtkoulov. The last rose of summer di Henrich Ernst illumina la grande sala del Massimo di giochi virtuosistici con audace godimento sonoro, di ispirato e sanguigno impeto. Meravigliosa la polifonia, i bariolage, le parti di mera agilità sempre tornite di impressioni in costante sviluppo.Paganini, irrinunciabile, chiude la serata con il cantabile per violino e pianoforte e i proverbiali palpitanti palpiti, di cui palpitazioni e stucchevoli sospiri gigionici sono saggiamente ristudiati e meravigliosamente eseguiti.Seguono, in ordine, 4 bis nel trionfo quasi dissoluto del pubblico accorso, in stato di totale e sfacciata venerazione: Caprice viennois e Tambourin chinois di Kreisler, due piccole perle eseguite con squisita cura melodica e con fantasiosa inventiva, seguono la celeberrima danza ungherese di Bhrams e una illuminante meditation de Thaïs, un brivido di impressioni contemplative, di amore finemente illustrato, intriso di sensazioni contrastanti e meravigliose ed indescrivibile nelle sue forme più toccanti e oniriche. Vengerov parla al fanciullo, alla componente più infantile e spontanea dell'uomo; la sua musica parla al cuore, per quanto questo possa essere di semplicistica espressione. Ed il trionfo è magnifico, indimenticabile.
Mtv Classic, ritorno agli anni '90
Agosto 15
È da qualche anno a questa parte che lo storico canale Mtv (sigla di Music Television) non è più quello di una volta. O meglio, dopo l’acquisto da parte di Sky avvenuto la scorsa estate, la rete televisiva ha subito un’evoluzione radicale, cambiando il nome in ‘TV8’ nel febbraio 2016 e sostituendo gli storici programmi con reality, serie televisive e trasmissioni di vario genere. Mtv non esiste più, è divenuta una banale tv generalista, dove gli unici show dedicati al mondo musicale sono gli MTV Video Music Awards e gli MTV Europe Music Awards. D’altro canto questo mutamento va di pari passo con la metamorfosi dell’industria televisiva e musicale, che si pone degli obiettivi del tutto diversi rispetto ad un decennio fa; le esigenze del pubblico odierno sono in effetti differenti da quelle di noi vecchi 20- 30enni (purtroppo). Ma - udite, udite! – i ragazzi della ‘90’s generation’ possono riprendersi dalla loro crisi nostalgica, perchè lo scorso 1 agosto 2016, all'esatta distanza di 35 anni dall'inizio delle trasmissioni di Mtv, è arrivata negli Stati Uniti una nuova rete televisiva chiamata Mtv Classic, nata proprio per accontentare coloro che sentivano la mancanza del precedente format. Per quanto riguarda gli altri paesi al momento esclusi da questa iniziativa sarà possibile seguire la programmazione via Facebook, attraverso l’omonima pagina ufficiale della rete televisiva. Classic è un canale straordinariamente vintage, interamente dedicato agli anni Novanta; e così lo sono i programmi trasmessi: potremo rivedere cult come Total Request Live, Pimp my ride e recuperare i bellissimi live degli MTVUnplugged, compresi gli storici episodi con i Nirvana e Bob Dylan; in più potremo assistere in prima serata alle serie animate che hanno fatto parte della nostra infanzia/adolescenza come Daria e Beavis & Butt-head. Non a caso, nel comunicato stampa scritto dalla produzione si parla di un mix eclettico delle più belle serie di MTV e della programmazione musicale dell’epoca, con una particolare attenzione per i Novanta e i primi anni Duemila. Chissà che non torneranno sui nostri schermi anche gli Mtv Brand:new, con la loro musica alternativa e di nicchia, e le Hitlist UK che ci permettevano di conoscere le tendenze musicali british. Noi non vediamo l’ora che il canale arrivi anche qui in Italia! Per avere altre notizie a riguardo, restate sintonizzati sulla pagina ufficiale di facebook: https://www.facebook.com/mtvclassic/?fref=ts
Le serie migliori? Ce le dice "The Guardian"!
Agosto 15
Cosa pensate se sentire la parola "estate"? Sole, mare, vacanza, relax. Tutto molto bello. Eppure io so che molti di voi hanno pensato anche un'altra cosa: il caldo. Più che dall'acqua, siamo inondati dai servizi dei TG sul caldo, sugli anziani che si sentono male (poverini certo, ma è cosa fin troppo nota), sui bambini disidratati, etc.   Tuttavia il caldo è un dato di fatto e spesso, invece di andarci a divertire, ci sentiamo deboli e stanchi. Cosa fare in questi momenti di abbattimento, soprattutto nelle ore più calde? Due parole: Serie TV!   Miei baldi giovani è il momento ideale per recuperare le serie che avete interrotto, che avete perso o per iniziare quella serie che tutti i vostri amici guardano e poterli raggiungere. Da cosa iniziare? Quale scegliere? Ecco che il Guardian accorre in nostro aiuto. Il famoso giornale ha infatti stilato una lista delle serie tv più belle del 2016 (fino a giugno). Questo elenco contiene numerose serie di successo, come The Americans (giunto alla quarta stagione), Better Call Saul che è alla seconda, The Good Wife alla settima e immancabilmente la sesta stagione di Game of Thrones.   Spadroneggiano però le prime stagioni di tanti nuovi show, evidentemente ritenuti molto promettenti. Alcuni sono frutto di grandi produzioni e hanno effettivamente avuto un grande successo. Basterebbe citare The Night Manager, lo show con Tom Hiddleston (di cui vi abbiamo parlato qui: https://www.mygenerationweb.it/201604193050/articoli/nerdzone/serie-tv/3050-the-night-manager-sesso-droga-e-tom-hiddleston), e War & Peace, serie targata BBC ispirata al ben noto romanzo di Tolstoj. Tuttavia, degni di nota sono anche due serie storiche molto emozionanti: Deutschland 83, serie ambientata nella Berlino divisa ai tempi della Guerra Fredda (molto meglio del libro di storia!); e American Crime Story, dramma basato sul processo a O.J. Simpson.   Meno note (o a me sconosciute), ma promettenti per il Guardian, sono le prime stagioni citate nella lista, che accontentano un po' tutti. Si va da Camping, commedia incentrata su un gruppo di adulti che fa una vacanza insieme in tenda per festeggiare un compleanno, a Employable Me, documentario della BBC Two che segue sei persone con problemi mentali, dalla sindrome di Tourette alla sindrome di Asperger, mentre cerano lavoro; da Love, che ovviamente parla di una storia d'amore, a Trapped, serie noir islandese definita "eccezionalmente claustrofobica" e incentrata sulle indagini di due poliziotti di una piccola città dal nome impronunciabile in cui i misteri regnano sovrani.   Ultima, ma non meno importante, è Billions, serie di Showtime con Damian Lewis e Paul Giamatti, che narra di un procuratore di New York che indaga su un miliardario, di cui vi abbiamo già parlato qui (https://www.mygenerationweb.it/201606283193/articoli/nerdzone/serie-tv/3193-billions-tanta-attesa-un-pizzico-di-delusione). Vi lascio con la lista del Guardian, ma quali serie inserireste nella vostra?   The Americans (quarta stagione)Better Call Saul (seconda stagione)Billions (prima stagione)Camping (prima stagione)Deutschland 83 (prima stagione)Employable Me (prima stagione)Fresh Meat (quarta stagione)Game of Thrones (sesta stagione)The Good Wife (settima stagione)Grayson Perry: All Man (prima stagione)Happy Valley (seconda stagione)Line of Duty (terza stagione)Love (prima stagione)The Night Manager (prima stagione)Peaky Blinders (terza stagione)The People V O.J. Simpson: American Crime Story (prima stagione di American Crime Story)Silicon Valley (terza stagione)Trapped (prima stagione)Unbreakable Kimmy Schmidt (seconda stagione)War & Peace (prima stagione)
La scalata quotidiana dei diversamente abili
Agosto 13
La cultura napoletana, pregna di ironia, sarcasmo, positività e voglia di vivere calza a pennello su chi, seppur appartenendo al mondo dei disabili, si ritiene fortunato rispetto ad altri che non hanno le sue possibilità. Si potrebbe dire, rifacendosi ad un proverbio medievale, beati monoculi in terra caecorum, per indicare la fortuna che capitava a chi privo di un occhio viveva circondato da ciechi. Chi scrive ha a disposizione solo la mano sinistra, che fortunatamente funziona alla perfezione, e nonostante ciò cerca di vivere al meglio con le sue capacità residue, poiché gesti che sono di routine per un normodotato spesso sono muri insormontabili per un disabile.  Ogni giorno c'è una nuova sfida da affrontare e si sopravvive solo se le situazioni si prendono di petto senza mai abbattersi, poiché se il destino appare beffardo, bisogna sfoderare l'orgoglio e andare avanti. Molti guardano solo l’involucro esterno di quelle persone che avrebbero bisogno di essere trattate con dignità e con rispetto, ma che invece vengono viste come i poveretti della situazione, come i teneroni e quelli desiderosi d'affetto, ma benvenuti sulla terra: i disabili possono essere incazzati, odiosi e insensibili come tutti gli altri!!! Sono incazzati a prescindere, si mostrano odiosi e insensibili quando capiscono che qualcuno vuole prevaricarli e limitare i loro diritti, ma questi atteggiamenti  spesso sono un meccanismo di difesa che li aiuta a non essere sopraffatti. Dicotonicamente esistono sia le diverse abilità che le diverse disabilità, e mentre le prime si plaudono e si esaltano nei vari segmenti in cui sono contraddistinte, le seconde vengono raggruppate, agli occhi della gente, in un unico contenitore ed etichettate con un solo termine: handicap. Molti normodotati vivono in un mondo immaginario dove nessuno ha difetti e problemi fisici, anzi quando ai loro occhi si presenta un diverso, un emarginato, o semplicemente un handicappato sentono il loro mondo invaso da qualcuno che viene visto come elemento di disturbo; e se le SS eliminarono fisicamente i disabili attraverso il programma Aktion T4, oggi qualcuno vorrebbe eliminarli socialmente, o meglio spazzarli a mo' di polvere e nasconderli sotto il tappeto. Le esclusioni sociali, operate da una società che spesso agisce con colpevole leggerezza, mortificano l’animo di chi già deve combattere tante battaglie: quanti ragazzi sono stati esclusi da feste o da gite scolastiche con il pretesto di non farli stancare! I ragazzi ancora ringraziano! Ma ripensando all'adagio medievale non dobbiamo fossilizzarci sulle negatività, ma guardare oltre, perché a queste si contrappongono le voci e le azioni di coloro che vedono in questi ragazzi speciali non una diversità, ma una unicità. Oggi la società non si chiude a riccio nei confronti della diversità, perché è in costruzione una lunga strada lastricata non di mattoni, ma di cambi di mentalità atti a favorire rivoluzioni sociali. Il sasso nello stagno è stato buttato da associazioni, da movimenti  e sopratutto da una nuova consapevolezza che intende includere nella cittadinanza attiva coloro che non ne hanno mai fatto parte. Governo e opposizione, regioni ed enti locali, imprese, mondo non profit e società civile sono tutti chiamati a realizzare, ciascuno con la propria responsabilità, una società dove le persone disabili possano essere sempre più protagoniste e libere. Oggi si valuta positivamente anche alla ratifica dell’Italia della Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, poiché un Welfare moderno equo e maggiormente inclusivo è l'indicatore principale per dare le risposte ai bisogni delle persone disabili. Purtroppo nel campo del lavoro non si registra un grande successo perché, anche se in teoria esistono leggi che tutelano l'inserimento lavorativo di questa categoria, l'attuale periodo di crisi e di austerity, frenando lo sviluppo sociale ed economico del paese, mette fuori gioco i lavoratori più deboli a cominciare dai disabili.
I Cinque vacanzieri social che d'estate invadono le nostre homepage
Agosto 13
Nel mese di Agosto, sarebbe opportuno che i fondatori di Facebook e Instagram imponessero dei ben precisi standard di comportamento sui social; e, per chi non li rispettasse, la repentina e irreversibile autodistruzione dell'account. In che cosa dovrebbero consistere questi parametri? Semplicemente nell'evitare, quanto possibile, di rientrare in una delle cinque categorie di individui particolarmente molesti sui social, durante le vacanze estive. 1) Il paranzone Ibiza-Mykonos-Gallipoli. Si tratta del classico gruppone ignorante di amici del calcetto o di colleghe del corso di Storia delle merendine, tutto diretto verso la classica meta azzera neuroni. Ecco, quindi, i membri dell'allegra combriccola postare compulsivamente foto delle loro birre da sette euro e dei fisici scolpiti di donzelle che non rivolgeranno mai loro la parola. Oltre ad una sequela imbarazzante di #andiamoacomandare; non osiamo immaginare chi siano i loro sudditi.   2) La coppietta all'ultima coccola nella capitale europea. Le mete internazionali sono gettonatissime per una sfilza di fotine a labbra incollate. Immancabile il romantico scatto stretti sotto una luccicante Tour Eiffel notturna, o la foto con un baciamano principesco; perché che importa se ci guardano pensando «i soliti italiani», a Vienna col fidanzato ci sentiamo tanto delle giovani Sissi. Con la mazza per i selfie al posto del bouquet.     3) La Beauty Queen dello stabilimento balneare. Non importa se si tratti delle dorate sabbie di Saint-Tropez o del lido più in voga nella ridente Mondragone; per la nostra Regina del Bikini Striminzito si tratterà sempre di un luogo degno di #meritato #riposo #allafacciavostra #lavostrainvidiaèlamiaforza. E la località conterà poco perché, diciamocelo: nella foto, si vedrà tutto meno che la spiaggia.   4) Il cosmopolita zaino in spalla. Lui l'Europa ha deciso di girarla da single, munito solo di marsupio, borraccia e mountain bike; si sa, è un tipo indipendente. Ci chiediamo solo se, tra un selfie appeso ad una liana e un hashtag all'ultimo #freedom #libertà #nonèimportantelametamailviaggio, mezzo posto sia riuscito a vederlo.     5) Quello che è rimasto a casa. Potrebbe impiegare i preziosi giorni della sua estate metropolitana a visitare le meraviglie della città semideserta, o semplicemente godersi le gioie della combo divano-serie TV. E invece decide di scagliarsi in accorate filippiche contro le suddette categorie, millantando su qualsiasi piattaforma virtuale serenità e appagamento per le sue vacanze casalinghe. Porti qualche domanda sul perché sei stato lasciato a casa no, eh? Non vogliamo essere troppo cattivi: in fondo, con le vostre manifestazioni vacanziere interattive, ci fate sempre sorridere! Teniamo a ricordarvi, però, che l'estate è una stagione sola; per romperci le scat...ehm, esprimere la vostra essenza sui social, avete un intero anno!
Assisi e San Francesco negli affreschi di Giotto
Agosto 13
Assisi e San Francesco è un binomio indissolubile da secoli, non si potrebbe pensare all’una senza andare subito con la mente all’altro e viceversa. Il Santo è così presente ad Assisi che quasi l’aria stessa sembra impregnata del suo messaggio, la cui ricchezza spirituale conserva ancora oggi tutta la sua forza.   Se entriamo nella Basilica superiore di Assisi, Francesco è protagonista di storie che riguardano la sua vita, narrata nei ventotto riquadri dell’ordine inferiore della navata da un artista il cui linguaggio fu così straordinariamente nuovo da essere considerato, allora come oggi, rivoluzionario: Giotto. Pittore, architetto e scultore, Giotto nasce a Colle di Vespignano nel Mugello da Bondone “lavoratore di terra” come ci dice il Vasari, nel 1267, allievo del grande Cimabue, comincia ben presto ad elaborare uno stile pittorico nuovo e moderno.   Interno della Basilica   Dagli anni 20 dell’Ottocento alcuni critici misero in discussione l’attribuzione a lui del ciclo assisiate, ma altri, soprattutto italiani, lo riferirono invece con certezza a Giotto, anche recentemente. Indubbiamente le Storie di San Francesco introducono un modo nuovo di narrazione caratterizzato da un diverso rapporto con la realtà circostante, un’esperienza della natura umana e dell’ambiente più diretta. Ne nascono costruzioni spaziali nuove, sia che si tratti di ambienti naturali o architettonici, con soluzioni prospettiche certamente iniziali, ma non per questo meno rivoluzionarie. E ancora la verità di gesti, sguardi, espressioni, notazioni di costume tanto che a volte sembra di assistere a scene di vita contemporanea. Eseguito a partire dal 1296, il ciclo francescano fu pensato e realizzato per interagire direttamente con l’architettura reale. Le singole scene sono unificate tra loro da un’incorniciatura architettonica dipinta costituita da colonnine tortili che, all’estremità di ogni campata, poggiano sui pilastri.Questa nuova concezione dello spazio dipinto superava la bidimensionalità della parete e per creare immagini che suggerissero la tridimensionalità del reale.   Francesco dona il suo mantello a un cavaliere povero     Francesco dona il suo mantello a un cavaliere povero Il beato Francesco s’incontrò con un cavaliere generoso ma povero e malvestito; avendo avuto rispettosa compassione della povertà di costui, subito, spogliandosi delle proprie vesti, lo rivestì. (Leggenda maggiore di Buonaventura da Bagnoregio). Secondo alcuni studiosi è uno dei primi affreschi che furono realizzati nella basilica di Assisi, ma si delineano già caratteristiche assolutamente originali: l'essenzialità, la chiarezza compositiva e il senso della sintesi. La composizione si basa sull'incrocio delle diagonali e ogni forma è ridotta all'essenziale. Le figure tendono a volumi semplici e anche nello sfondo le rocce sono squadrate e semplificate.   Qui Giotto realizza già il sentimento nuovo di uno spazio concreto attraverso la disposizione delle figure, chiuse entro fermi contorni, e il loro rapporto con gli elementi del paesaggio. Anche il paesaggio sullo sfondo, gli alberelli arroccati si riferiscono alla realtà e la città murata che si vede a sinistra è Assisi.   San Francesco è assoluto protagonista della scena e la sua figura di santo non è divinizzata, è riconoscibile solo per l'aureola e ha un aspetto molto umano. La sua testa è posta proprio all’incrocio di due gruppi montuosi in modo da dare al santo la massima evidenza.   Infine vediamo la naturalezza di gesti e atteggiamenti, come il cavallo che bruca l'erba, i gesti spontanei dei personaggi, il grande senso di umanità e una certa grazia negli atteggiamenti, che sono tra le qualità più personali e alte della  pittura di Giotto, oltre ad essere elementi assolutamente nuovi. Le figure, più rigide e bloccate nei movimenti, sono ancora prive di volumetrie e i volti non hanno ancora l’espressività che raggiungeranno nelle storie successive.   La rinuncia ai beni paterni   La rinuncia ai beni paterni Francesco restituì al padre ogni cosa e deposte tutte le vesti rinunziò ai beni paterni e transitori dicendo al genitore “D’ora innanzi potrò dire in tutta verità: Padre nostro che sei nei cieli, dal momento che Pietro di Bernardone mi ha ripudiato”. (Leggenda maggiore di Buonaventura da Bagnoregio) Anche qui vi sono pochi personaggi essenziali, la composizione è chiara e ordinata in modo da dare la massima evidenza al racconto dell’episodio, condensato nel suo momento più drammatico e significativo. La scena é nettamente divisa in due fasce verticali intervallate da uno sfondo neutro. A sinistra il padre di San Francesco, Pietro Bernardone, infuriato, dalla notevole espressività, viene trattenuto da un uomo, dietro di lui i concittadini borghesi da cui Francesco è ritenuto pazzo.  Sulla destra San Francesco, spogliato e ricoperto alla meglio dal vescovo, invoca l’Eterno, che si manifesta in alto benedicendolo con la mano. Dietro di loro sono altri religiosi riconoscibili dalla tonsura. La decisa spaccatura della scena, ideata da Giotto, è efficacemente simbolica delle posizioni inconciliabili dei due schieramenti, che sono il passato e il presente di San Francesco.   Notevolissima è la resa anatomica del corpo del santo, che definisce la muscolatura attraverso chiare lumeggiature con sorprendente modernità e che fa di Giotto un precursore di Michelangelo. Le scenografie architettoniche dell’affresco sono particolarmente sviluppate in altezza e creano complessi volumi con vuoti e pieni. Nonostante in questi edifici non siano mantenuti rapporti dimensionali coerenti con le figure presenti, essi hanno comunque la funzione di fare da quinta, di suddividere la scena dandole drammaticità e di porre in evidenza i due protagonisti, sottolineandone il ruolo opposto. 
Donne e Olimpiadi in un mondo che cambia
Agosto 12
Ma quanto sono belle ed emozionanti le Olimpiadi! Da trascorrere ore e ore incollati alla TV senza accorgersi del tempo che passa. Ritrovarsi come ipnotizzati a guardare sport di cui nemmeno immaginavi l’esistenza. E dimentichi almeno per un po’ le beghe del calcio, che le milanesi hanno ormai gli occhi a mandorla e che un “traditore” ha cambiato squadra. Tra tuffi, partite di tennis, gare di atletica, duelli di scherma e chi più ne ha più ne metta, una ventina di giorni sembrano volare, col medagliere olimpico che si aggiorna alla velocità della luce, atleti che esultano per i loro successi, altri che piangono sconfitti dopo una preparazione durata 4 anni e inni nazionali che suggellano con orgoglio l’appartenenza al proprio Paese, sul tetto del mondo. Hai davanti agli occhi cinque cerchi colorati che si incastrano a formare un simbolo che è rimasto immutato in un mondo che cambia e in cui nulla sembra durare a lungo, ma evaporare con la stessa rapidità di un like su una foto. Medaglie da baciare, momenti da incorniciare, record da stabilire. Questo e molto altro quello che i giochi olimpici regalano, ma soprattutto la sensazione che almeno per qualche giorno il mondo sia un posto meno peggiore rispetto al solito, un posto dove lo sport crea unione e non divisione, un posto che forse ha ancora qualche cartuccia da sparare per salvarsi.   Come in ogni evento umano che si rispetti, anche nelle Olimpiadi le donne non hanno avuto vita facile. E ti pareva! Nella prima Olimpiade della storia, Olimpia, 776 a.C., alle donne non solo non era consentito di partecipare (figuriamoci!) ma era addirittura vietato di assistere come spettatrici. Il pass era riservato alle sole sacerdotesse. Tutte le altre a casa, a sbrigare faccende domestiche e a badare ai bambini. Dopo qualche millennio la storia è cambiata. Oggi le donne sono protagoniste al pari degli uomini in tutte le discipline e il grado di emozione che sanno regalare è davvero straordinario. Atene, 1896, prima Olimpiade dell’età moderna. Una donna, Stamati Revithi, meglio conosciuta come Melpomene, è ammessa come competitrice non ufficiale e corre la maratona da sola, il giorno successivo alla gara maschile. Quattro anni dopo, ai giochi olimpici di Parigi del 1900 sono ammesse alcune atlete donne: sarà la tennista inglese Charlotte Cooper a diventare la prima campionessa olimpica della storia. Bisognerà però aspettare le famose Olimpiadi del 1936 di Berlino per una più vasta presenza delle donne, finalmente considerate al pari degli uomini, come vere e proprie atlete. E a quel punto anche l’Italia gioca la sua parte e lo fa con Ondina Valla, che si aggiudica la medaglia d’oro negli 80 metri ad ostacoli. È lei la prima campionessa olimpica italiana. La prima di molte, molte altre. Ma di passi importanti nella corsa delle donne alle Olimpiadi ne sono stati fatti ancora tanti, soprattutto per quanto riguarda il mondo arabo. Storica è stata la partecipazione del corso delle molto più recenti Olimpiadi di Atlanta del 1996 dell’iraniana Lida Fariman, che ha gareggiato nel tiro a segno, una delle poche discipline che consentivano di non violare l’abbigliamento previsto per le donne islamiche dalle norme religiose, mantenendo sia il volto che il corpo coperto. In più, agli ultimi giochi olimpici, quelli di Londra del 2012, la boxe femminile è diventata disciplina olimpica  con il volto della giovane pugile afghana Sadaf Rahimi ad incarnare la grande novità. Nelle stesse Olimpiadi altro avvenimento storico è stata la partecipazione delle donne del Qatar, fino ad allora escluse. Olimpiadi in corso: Rio 2016. Tante, tantissime donne in rappresentanza dei propri Paesi. Storie diverse, incredibili abilità e differenze culturali. Il comune denominatore: pari dignità rispetto agli uomini. Ed era ora! Ricorderemo tutti l’immagine che ha immortalato le nostre ragazze del beach volley, rigorosamente in bikini, gareggiare contro le avversarie egiziane, di cui alcune in hijab. Unico muro tra loro, la rete che le vedeva avversarie sul campo. E come non emozionarsi di fronte a Inès Boubakri, schermitrice tunisina, nonché prima donna africana a vincere una medaglia olimpica (bronzo) nella scherma, che ha dedicato la sua vittoria a “tutte le donne tunisine e arabe che occupano un ruolo importante nella società”. Insomma, il mondo cambia e qualche volta, come in questo caso, progredisce e lo sport ne è artefice e testimone. Vera e propria star di questa edizione, almeno fino a questo momento, la ginnasta statunitense Simone Biles, che ha vinto l’oro sia nella ginnastica artistica individuale, incantando il pubblico con performance straordinarie, che in quella a squadre. Una meraviglia per gli occhi: potenza, grazia, precisione, un talento fuori dal comune, che le è valso anche il paragone col mito assoluto della disciplina, la rumena Nadia Comaneci. Stendiamo invece un velo pietoso sull’episodio increscioso che ha coinvolto il Resto del Carlino nella persona di Giuseppe Tassi, direttore del QS Quotidiano Sportivo, reo di aver definito “trio di cicciottelle” le tre azzurre della squadra di tiro con l’arco, a un passo dal podio. Rivolta mediatica, accuse su tutti i social, lettera di protesta del presidente italiano di tiro con l’arco. La risposta è arrivata immediata: licenziamento. Da questo ed altri episodi che hanno coinvolto atleti di altre nazionalità (a quanto pare i deficienti non sono solo italiani!) una riflessione sta emergendo sempre più chiaramente e fortemente e riguarda tanto le donne quanto gli uomini. Basta giudicare l’aspetto fisico, concentriamoci piuttosto sulle qualità umane e sportive, nella fattispecie! Spazio anche per l'amore a Rio 2016, spazio per l'amore tra due donne. Dopo una partita di rugby femminile a 7, la giocatrice brasiliana Isadora Cerullo ha ricevuto una commovente proposta di matrimonio dalla sua compagna, Marjorie Enya. Il sì è stato suggellato da un bacio tra le due ragazze che in pochi istanti ha fatto il giro del mondo. Impensabile fino a qualche anno fa, vero???  Appuntamento alla prossima settimana con le grandi atlete azzurre protagoniste della storia delle Olimpiadi!
"Game of Thrones": previsioni per le stagioni 7 e 8 [SPOILER ALERT]
Agosto 12
La sesta stagione di Game of Thrones si è da poco conclusa, con un episodio a dir poco sconvolgente, che ha lasciato tutti col fiato sospeso e con il desiderio di saperne di più a proposito di ciò che accadrà ai personaggi della serie. I giochi si faranno veramente tosti d'ora in poi. L'ultima puntata ha generato uno shock collettivo, probabilmente superiore a quello causato dall' episodio de'"Le Nozze Rosse". Facendo un breve sunto: la regina Cersei è passata al lato oscuro - più oscuro che mai - della forza, dopo aver incenerito mezza capitale; Sansa e Jon Targaryen (che, come al solito, "knows ancora nothing" riguardo le sue radici) dominano Winterfell o Grande Inverno, mentre la loro piccola sorella Arya 'V per Vendetta' Stark è finalmente tornata in sé per farsi giustizia con le sue stesse mani (e ci aspettiamo grandi cose da lei). Poi per ultima, ma non per importanza, l'unica e vera erede al trono Daenerys Targaryen è riuscita ad imbarcarsi in direzione del tanto agognato Occidente, alleatasi ormai con mezzo pianeta, grazie anche alla figura dell'ubiquo Varys; l'ultima scena inquadra lei, fiera come non mai, su un grande veliero con al suo fianco i suoi sostenitori Tyrion (che si è aggiudicato il titolo di Primo Cavaliere della Regina), Missandei, Varys e i fratelli Greyjoy, circondati da altre navi manovrate da guerrieri Dothraki, alcune delle quali ornate dai vessilli delle casate Martell, Tyrell e Greyjoy. Ah, dimenticavo... Dopo 6 stagioni trascorse dalla predizione dello sventurato Ned Stark e un numero sterminato di defunti, l'Inverno è arrivato.     La serie, stando alle anticipazioni che circolano in questo periodo, si concluderà con l'ottava stagione, e la settima sarà composta da soli 7 episodi, che dovrebbero arrivare sugli schermi nell'estate del 2017. In un' intervista rilasciata a Vanity Fair, uno dei registi ha svelato che in questi ultimi si vedrebbe l'arrivo di Daenerys nei Sette Regni, la caduta di Cersei e la scoperta di Jon Snow sulla sua vera identità; mentre, la stagione 8, dovrebbe essere composta da soli 6 episodi, tutti incentrati sull'ascesa al trono di qualcuno dei contendenti.   Ma noi fan accaniti di Martin non possiamo certo accontentarci di simili approssimazioni...   Così, oltre a leggere i libri (per chi non l'avesse già fatto) e riguardare all'infinito l'intera serie con amici, parenti, fidanzati e animali domestici, non ci resta che adoperare la nostra abile mente per fare qualche teoria e supposizione sugli eventi prossimi di questa straordinaria saga. È da citare assolutamente una ex-ipotesi che con la sesta stagione si è rivelata veritiera, cioè 'R + L = J' (Rhaegar + Lyanna = Jon). La spiegazione dettagliata, per chi si fosse perso qualche dettaglio, è la seguente: il principe Rhaegar Targaryen, dopo aver sposato Elia Martell per ragioni esclusivamente politiche, in occasione del torneo di Harrenhal conobbe Lyanna Stark, sorella di Eddard Stark, lord di Grande Inverno. Rhaegar se ne innamorò e i due fuggirono insieme, o meglio non si è ancora capito se la fanciulla fu o meno rapita contro la sua volontà. Fatto sta che questo evento scatenò la famosa guerra contro Robert Baratheon, nella quale Rhaegar perse la vita. Eddard Stark riuscì a scoprire il luogo in cui veniva custodita la sorella Lyanna e si recò alla Torre della Gioia per salvarla; appena entrato, Ned trovò la sorella distesa su un letto macchiato dal suo stesso sangue, con in grembo un bambino appena nato: il figlio di Rhaegar Targaryen. Lyanna, che stava morendo a causa del faticoso parto, prima di spegnersi strappò una promessa al fratello Eddard, cioè supplicò che l'identità del bambino restasse segreta, per evitare che Robert Baratheon lo uccidesse. Eddard chiamò il bambino Jon, lo portò con sé a Grande Inverno e disse a tutti di averlo concepito con una popolana di nome Wylla.   C'erano stati alcuni indizi nel corso della serie, primo fra tutti il titolo originale della saga di Martin A song of Ice and Fire, che suggerisce la fusione tra ghiaccio e fuoco, avvenuta nella persona del nostro Jon. Inutile dirlo, George è un maestro del troll. Ma che dire, invece, delle sorprese che quell'uomo ci riserva ancora?     Esiste una teoria secondo la quale Brandon Stark è in grado di viaggiare nel tempo, un po' come in Ritorno al Futuro. Nei libri, vengono narrate le storie di diversi Brandon del passato, come Brandon il Costruttore, fondatore di casa Stark e ideatore della Barriera, Brandon il Navigatore, Brandon il Malvagio; inoltre per la Vecchia Nan tutti quei nomi si fondono in un'unica persona. Secondo i fan esiste un Bran del futuro che si è impossessato della mente di Jaimie Lannister (così come ha fatto con Hodor) e lo ha portato a buttarlo dalla torre, evento che ha dato il via a tutta la storia e che, probabilmente, ha fatto sì che le vicende potessero andare diversamente, in modo da collaborare alla lotta contro gli Estranei.     Un'altra idea, che può suonare folle, è quella che anche il nostro amato Tyrion sia in realtà un Targaryen. Tyrion nei romanzi viene descritto diverse volte con i capelli talmente biondi da essere quasi bianchi, tratto caratteristico della famiglia Targaryen; in più sappiamo che sua madre Joanna Lannister morì dandolo alla luce e che molto probabilmente ella era stata violentata dal Re Folle, rendendo quindi Tyrion un Targaryen. Probabilmente è anche per questo motivo che Tywin lo odiava così tanto, tanto da arrivare a dirgli, in punto di morte, che non è suo figlio. È pur vero, d'altra parte, che l'odio di Tywin nei suoi confronti sembrava dipendere da tutt'altri motivi; a detta di Lord Lannister (conosciuto anche come la "Madre Teresa di Calcutta"di Westeros), egli avrebbe voluto gettare il figlio nel fiume al momento della sua nascita, date le sue malformazioni fisiche, ma pare che non l'abbia fatto solo perché è suo figlio e quindi «un Lannister di Castel Granito».   A sostegno della tesi 'Tyrion Targaryen', però, c'è una scena descritta nei libri, in cui Daenerys si trova all'interno della Casa degli Eterni e, in una delle stanze della torre, vede suo fratello Rhaegar con sua moglie, sentendolo pronunciare la frase «il Drago ha tre teste». Ciò potrebbe voler profetizzare che nel mondo ci sono altre due persone con il sangue di drago destinate a domare gli altri due draghi che Daenerys non riesce completamente a gestire. Abbiamo constatato che Jon è il primo. Che sia Tyrion il secondo candidato? Diciamocelo, sarebbe una gran figata!     Spostiamo ora l'attenzione sul destino di Cersei. Cosa le accadrà adesso che si è fatta terra bruciata intorno, in ogni senso possibile? Facciamo qualche passo indietro arrivando alla profezia fattale da Maggy la Rana, una donna che si credeva avesse poteri magici, la quale predisse all'allora adolescente fanciulla tre cose: la prima è che avrebbe sposato il re, riferendosi a Robert Baratheon; la seconda diceva «Sarai regina... fino a quando non verrà un'altra regina più giovane e più bella di te, a distruggerti e a portarti via ciò che avrai di più caro», che potrebbe riferirsi a Margaery o all'imminente entrata in scena di Daenerys. Le ultime parole della maga, in risposta alla domanda di Cersei che chiedeva se lei e il re avrebbero avuto mai dei figli, furono «Sì, sedici lui e tu tre. D'oro saranno le loro corone e d'oro i loro sudari, e quando sarai annegata nelle tue stesse lacrime, il valonquar (che in Alto Valyriano vuol dire "fratello minore") chiuderà le mani attorno alla tua gola bianca e stringerà finchè non sopraggiungerà la morte». Fin'ora così è stato: Robert ha avuto 16 figli bastardi, lei ne ha avuti 3 con suo fratello, tutti morti precocemente; manca soltanto l'ultima frase...   Come "fratello minore" viene da pensare a Tyrion. Ma adesso anche Jaimie potrebbe essere un valido candidato (gemello, ma di poco più piccolo di Cersei, perché uscito per secondo dal ventre della madre), dato che al suo ritorno nella Capitale, nel vedere lo scempio che l'ignobile sorella aveva compiuto, non sembrava affatto soddisfatto.     L'ultima ipotesi, che potrebbe dimostrarsi attendibile, riguarda nuovamente Jon Snow e il suo vero ruolo nell'intera storia. Alcune leggende all'interno dei romanzi narrano di una figura mitologica che appare strettamente collegata al suo personaggio, ovvero Azor Ahai , un mitico eroe che combatté durante la Lunga Notte, sconfiggendo gli Estranei con una spada infuocata, chiamata Portatrice di Luce. E' quindi colui che è stato scelto per riportare la Luce nel mondo e, dato che l'oscurità sta per tornare nei Sette Regni, c'è proprio bisogno di un Azor rinato. Secondo Melisandre, l'Azor Ahai che salverà il mondo dalle tenebre dovrà avere sangue di drago e dovrà rinascere dal fumo e dal sale: nei libri, quando Jon viene ucciso, si legge che le sue ferite "fumavano", e che i suoi compagni abbiano pianto lacrime salate sul suo corpo.   Stando a questa descrizione, anche Daenerys sembra corrispondere alla figura del "Guerriero della Luce"; ma, se ci riflettete, in Game of Thrones nulla è mai accaduto per caso. Vi siete mai domandati come mai questo misterioso Signore della Luce abbia donato a Melisandre il potere di resuscitare Jon? È solo un'anarchica divinità che prende decisioni nonsense? Potrebbe essere, ma non dimenticate che dietro tutto questo marchingegno c'è la mente acuta di George Raymond Richard Martin (ecco spiegati i mille nomi di Daenerys) che custodisce nei meandri del suo intelletto qualcosa di grandioso.   Intanto un interrogativo ci tormenta... Che fine ha fatto Gendry?
"Lovely Complex": un amore in versione videogame, anime e manga
Agosto 11
Ripubblicato da Planet Manga, si sta per concludere, uno dei manga più famosi degli ultimi nove anni, Lovely Complex, fortunata opera dell'autrice Aya Nakahara, da cui è stato tratto un film, un videogioco per PlayStation 2 ed infine un anime. Le storie d'amore sembrano spesso tutte uguali, troppo abuso da parte dei mangaka dei classici stereotipi, e gli elementi che distingue questo fumetto non sono i soliti cliché dei triangoli amorosi, ma la comicità.   A fare da cornice la bellissima ed affascinante città di Osaka. I protagonisti sono Risa una studentessa timida, tranquilla, all'apparenza normale, ma ha un forte complesso che le condiziona la vita, è alta 172 cm, una stangona rispetto a tutti gli altri studenti. L'altro protagonista è Atsushi anche lui un ragazzo che rientrerebbe nei classici canoni, se non fosse alto 156 cm, troppo basso per essere un ragazzo (sia ben chiaro, tutto ciò sempre rapportato al mondo dei manga, perché nella realtà i giapponesi non sono certamente famosi per l'altezza).   Lo stile grafico moderno e curato dall'autrice in ogni dettaglio si contrappone ai contenuti che si rifanno a quelli degli anni'90, tanto amati da noi nostalgici. Argomenti più maturi, privi delle frivolezze convenzionali che infestano i manga shoujo moderni, che riescono a catturare l'attenzione del lettore lasciandolo col fiato sospeso e la curiosità di sapere cosa accadrà in seguito. Un manga ed una storia senza pretese, che non punta tutto sul sentimento dell'amore ed artefatti connessi.   Risate spensierate e genuine assicurate con gli Stanlio e Ollio in versione nipponica, tanto che un professore gli attribuisce il soprannome "All Hanshin Kyojin", il nome di un duo comico giapponese realmente esistente, per gli sketch che si creano tra i due giovani. Ispirate al tipico cabaret giapponese, con colpetti e giochi di parole, si deve tener conto che in italiano purtroppo non rende. La sua trasposizione anime mette più in risalto l'ironia e l'ilarità accompagnate dalle musiche adatte alle scene.  
L'amore di un drago... invisibile
Agosto 10
Fino a quale età possiamo permetterci di credere alle favole? Fino a quando possiamo credere a draghi, cavalieri e magia? Fino a quando possiamo illuderci di vivere una vita avventurosa e spericolata? Non c’è un'età giusta, semmai smettiamo di credere all’impossibile quando cessiamo di sognare, diventando degli adulti incapaci di vedere oltre il proprio naso. La Disney, in questa calda estate 2016, riporta sullo schermo un suo vecchio cavallo di battaglia, Il Drago Invisibile (1977), stavolta, però, utilizzando la forma del live action, tanto popolare negli ultimi anni. Seppure nella sua versione nuova, moderna e piena di effetti speciali, la storia conserva la sua semplicità, delicatezza e forza emotiva capace di commuovere e coinvolgere il pubblico. Una storia che ha inizio con un tragico e fatale incidente automobilistico in cui il piccolo Pete (Fegley) perde entrambi i genitori. Pete si ritrova solo e sperduto nella misteriosa foresta del Pacific Northwest, preda di feroci animali. A salvarlo, improvvisamente, appare un enorme Drago che lo prende sotto la sua ala protettiva. Anni dopo lo spettatore osserva Pete, ormai cresciuto, giocare e vivere serenamente dentro la foresta in compagnia del Drago Elliott, formando un’atipica ma felice famiglia. Elliott non parla, ciononostante comunica con Pete attraverso gli occhi e lo sguardo, dimostrandogli tutto suo affetto. La serenità della coppia è turbata quando, all’interno della foresta, hanno inizio dei lavori di disboscamento da parte di una società dei fratelli Jack (Bentely) e Gavin (Urban). I lavori sono osteggiati dalla guardia forestale Grace (Howard) e fidanzata di Jack. Pete è incuriosito da queste persone, non avendo avuto contatti con esseri umani da tempo e così, quando conosce Natalie, la figlia undicenne di Jack, è condotto in città dalle autorità incredule che un bambino possa vivere per anni da solo in una foresta. Pete, seppure spaventato da questa rumorosa civiltà, racconta alla dolce e comprensiva Grace dell’esistenza del suo amico Elliott. Quest’ultimo, preoccupato per la sua scomparsa, decide di “volare” in città per cercarlo. La presenza del Drago sconvolge tutta la cittadina tranne il vecchio falegname Maescham (Redford) che anni prima aveva già visto Elliott, ma a cui mai nessuno ha dato credito, neanche la figlia Grace. Lo straordinario e l’incomprensibile, si sa, mettono paura all’uomo e, nello stesso tempo, gli fanno credere di poter lucrare su ciò.  Il Drago invisibile evoca nella memoria dello spettatore film come Il Libro della Giungla o La storia Infinita per com’è stato ideato e strutturato e, nella sua semplice e delicata sceneggiatura, contiene temi attuali e moderni sul concetto di famiglia, amore e diversità. Il drago invisibile è un film bello e denso non solo dal punto di vista estetico e possiede un forte e profondo pathos emotivo e narrativo che non può che suscitare commozione anche nello spettatore adulto. La regia di David Lowery è precisa, lineare, creativa e abile nel far sospendere il tempo e lo spazio allo spettatore, facendolo entrare pienamente in una favola d’amore, bellezza e tolleranza. Il giovane protagonista, Oakes Fegley, è sicuramente degno di menzione per aver interpretato con bravura, naturalezza e credibilità il ruolo di Pete, diventando la versione 2.0 di Mowgli. È, però, il tenero, dolce e buffo Drago Elliott a dominare la scena conquistando grandi e piccini per il suo nobile animo e il gran cuore. La bellezza dell’amore familiare non conosce barriere, limiti e generi e con Il Drago Invisibile neanche più differenze tra uomo e un animale.   “Il Drago Invisibile” è un film Disney –live action del 2016 diretto da David Lowery, scritto da David Lowery e Toby Halbrooks, basato sulla sceneggiatura di Malcom Marmostein, con Oakes Fegley, Bryce Dallas Howard, Wes Bentley, Karl Urban, Robert Redford.   Il biglietto d’acquistare per “Il Drago Invisibile” è : 1) Neanche regalato 2) Omaggio 3) Di pomeriggio 4) Ridotto 5) Sempre (con Riserva).  

'Feisbuc-un mare di amici'

Domenica, 13 Maggio 2012 07:37
  

Recenti studi sostengono che l’utilizzo di Facebook aumenti l’autostima, altri esperti, invece, sposano una tesi diametralmente opposta. La verità, come spesso accade, è a metà strada: il mezzo di comunicazione più utilizzato dai giovani d’oggi può essere un grande strumento di scambio di idee ed opinioni a distanza o una gabbia che crea dipendenza e rende schiavi, tutto dipende dall’uso che se ne fa.

“Feisbuc- un mare di amici”, lo spettacolo di Giuseppe Celentano, allestito dal teatro Diana per le scuole nella stagione 2011-2012, ha il pregio di mettere in guardia gli spettatori da uno strumento tanto complesso senza mai giudicarlo. La scena sembra quasi uno specchio della platea: sullo sfondo una pagina che richiama proprio il noto social network ideato da Zukenberg con tante vite che transitano come satelliti intorno ai propri computer. Ragazzi soli ma con tanta voglia di comunicare, a loro modo: chattano, si taggano, condividono frasi, dando di sé un’immagine spesso artefatta, nel tentativo di accettarsi.

C’è Luca (Yuri Napoli), il soldato che manda le sue foto dall’Afghanistan e, attraverso le sue ‘imprese’, si sente un eroe, Lisa (Viviana Cangiano) e Stefania (Lorena Leone) con disturbi alimentari opposti che si scoprono più vicine di quanto pensassero, Oreste (Carlo Liccardo) che deve fare i conti con la propria sessualità ed i pregiudizi altrui e ci sono Barbara (Anna Capasso) e Carmen (Angela Rosa D’Auria) che cercano di capire fino a che punto ci si possa spingere per ‘diventare qualcuno’ in televisione e Amerigo (Diego Sommaripa), il bullo della situazione. Ragazzi, adolescenti forse ancora minorenni alle prese con i problemi della crescita, ma anche adulti come il portiere Pasquale (Rosario Verde), tentato da una possibile quanto rischiosa, conoscenza online o Sandra (Gabriella Cerino) ed il suo vecchio amico (Peppe Celentano) , compagni di liceo che si ritrovano dopo trent’anni o ancora Megamind (Ciro Pellegrino), canuto gestore di una discoteca che si crede ancora un ragazzino. Ognuno di loro ne fa l’uso che più rispecchia se stesso, indossa la sua maschera e recita la sua parte nel mondo virtuale.

Attraverso le situazioni più varie lo spettacolo riesce a parlare, anche con canzoni ottimamente interpretate dagli stessi attori, al suo pubblico: temi come l’omosessualità, i disturbi alimentari, il non accettarsi, il voler apparire perfetti a tutti i costi sono affrontati in modo leggero ed efficace. Colpisce soprattutto il registro linguistico, studiato per essere quello che i ragazzi utilizzano effettivamente sui social network.

Esiste un gruppo proprio su Facebook, “Feisbuc-un mare di amici”, dove si palesa maggiormente la risposta di coloro a cui lo spettacolo è dedicato: ragazzi entusiasti che vogliono capire e cercano se stessi ed il loro mondo.

Se siete interessati ad approfondire ulteriormente questo intricato tema, il nuovo numero della rivista MyGeneration si occupa dei social network.

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Emma Di Lorenzo

I leave to others the conviction of being the best, for me I want the certainty that in life you can always improve.

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