"Snowpiercer": fantascienza discreta sì, ma non è "Matrix"

Giovedì, 06 Marzo 2014 10:59
  

Osannato dalla critica e dotato di un cast internazionale, “Snowpiercer” è riuscito ad ottenere valutazioni eccellenti a tal punto da essere paragonato a “Matrix” e “Blade Runner”. Il problema è che ormai dozzine di film vengono paragonati a “Matrix”, e non si capisce se sia per la trama o semplicemente per i massacri in slow motion. La storia è relativamente semplice: in un mondo ormai invivibile a causa di una nuova era glaciale, tutti i superstiti vivono su un treno in perenne movimento, che vede dalla testa alla coda un progressivo calo di risorse monetarie e, dunque, di condizioni di vita. Il sopravvissuto Curtis (un discretamente proponibile Chris Evans) è il ribelle che intende cambiare questa situazione, e decide di scatenare una rivolta vagone per vagone fino a raggiungere Wilford, il costruttore del treno e divinità assoluta dello stesso. Attraverso scene che vanno da uno stile macho di stampo più occidentale a scene autoironiche da film orientale (magistrale Evans che scivola su una carpa durante uno slow-mo), il film ci si propone come un Matrix su rotaie, con tanto di scene in comune e una morale che poteva essere evinta sin dai primi istanti del film. Beninteso, l’opera si lascia guardare e alcune scene sono quanto di più ispirato si possa immaginare, ma è strano come a tutto questo faccia da contrappunto una costruzione digitale degli ambienti altalenante (ci sono blocchi di ghiaccio che esplodono in autentici poligoni, ed è strano visto che gli scarafaggi sono stati fatti in maniera dettagliatissima) e alcune sequenze che semplicemente non si spiegano (sebbene questa sia una procedura cara agli orientali, quando si fa un film internazionale bisognerebbe tenere da conto anche noi dell’ovest).
Passiamo ora ad uno dei problemi più gravi della produzione, e forse quello che impedisce la lacrimuccia finale durante le rivelazioni a catena (che, sul serio, ricalcano “Matrix” passo passo): Chris Evans. Se durante il primo tempo infatti ho voluto spezzare una lancia per questo Capitan America impolverato, durante le scene finali (primissimi piani lunghi anche svariati minuti) non ho potuto fare a meno di constatare l’inadeguatezza di un attore che non pecca nei ruoli di carisma, ma al quale non avrei affidato la parte di Mosè del post-apocalisse. Non è ridicolo, intendiamoci, e si percepisce il suo sforzo per risultare di volta in volta contrito, distrutto dal dolore, sorpreso e annichilito da una realtà barbara, ma semplicemente non ci riesce: la sua espressione sarà pressoché la medesima durante tutto il film, con un leggero abbassamento degli angoli della bocca sul finale. Il resto degli attori non ha troppe occasioni per recitare (è pur sempre un action fantascientifico), ma è senza dubbio lodevole l’interpretazione di Kang-Ho Song, cui tocca il ruolo del proverbiale “pazzo con un piano in testa”, disposto a tutto pur di salvare sua figlia.

Il finale più che deludente è strano, per quel motivo di cui parlavo sopra: si riesce con difficoltà a spiegarsi come una diciassettenne e un bimbo di dieci anni possano sopravvivere da soli in un mondo sepolto dalla neve, ripopolando il mondo senza pervenire al cannibalismo e all’incesto. Però queste sono paturnie di chi scrive, non c’è alcun bisogno di farsi più domande del necessario.
In definitiva, il film può contare su un cast tutto sommato valido, effetti speciali non disprezzabili e colpi di scena che, se non avete visto “Matrix”, troverete entusiasmanti. Consiglio la visione solo ed esclusivamente se non avete altri film in lista. 

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