Illmitz – Susanna Tamaro

Sabato, 22 Marzo 2014 11:03
  

 

“Illmitz”, nome di un piccolo paesino in un angolo d’Europa, è stato scelto per ricalcare la copertina dell’ultimo romanzo di Susanna Tamaro. Comparso nelle vetrine delle librerie lo scorso Gennaio, in realtà è la prima opera che l’autrice, appena venticinquenne, scrisse negli anni ottanta e provò, invano, a pubblicare:

si dice che il manoscritto fu apprezzato da menti autorevoli come Claudio Magris e Giorgio Voghera, i quali cercarono di palesare agli editori dell’epoca le doti letterarie della giovane Susanna, senza però ricevere alcuna risposta positiva.

Ed ora che quel manoscritto ha finalmente visto la luce, il primo romanzo della Tamaro può essere analizzato sotto un profilo ampio e rivelatore perché si propone come una chiave risolutrice, che “apre e chiude”:

se da un lato, infatti, da opera primigenia porta in sé il bocciolo di tutti i temi che saranno trattati in seguito dall’autrice, è anche l’elemento chiarificatore di quegli stessi temi, l’anello mancante che aiuta a comprenderne definitivamente il senso più profondo.

D’altra parte, al di là del metaforico significato di riconciliazione letteraria che il romanzo assume nel percorso professionale della scrittrice, Illmitz porta dentro di sé la storia di un giovane che “ parte per tornare”, che si allontana dal mondo , fisicamente e spiritualmente, per ricongiungersi con se stesso e con il senso della vita che sente di aver perduto.

Il protagonista è un ventenne che vive a Roma e che si sente intrappolato nei ritmi frenetici della metropoli: per quanto si sforzi, non riesce ad incastrare un “moderno e regolare” stile di vita con le sensazioni ed i ricordi del suo passato immerso nella quiete e nella natura del paese dove ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza.

Asfissiato da uno strisciante senso d’inadeguatezza e stanco di vivere la vita “come una persona che mangia distratta”, decide di partire.

Veloce, aggrappato a quella sensazione  di “ gioia vaga, come per qualcosa di proibito”, infila nello zaino il minimo indispensabile ad un soggiorno dignitoso e sale sul pullman diretto lì dove non è mai più tornato, il posto dove è nato e da dove sente di poter ricominciare, esattamente al confine tra l’Austria e l’Ungheria: Illmitz.

Ben presto, durante il viaggio, e poi durante tutta la permanenza, l’inconscio ed i pensieri  lo sopraffanno, ed il ragazzo, come per un tacito accordo preso con se stesso, si lascia dominare.

Rivede il suo vicino di casa di Roma, un giovane affetto da un grave problema mentale che lo rende incapace di comunicare con le parole, ma solo con le urla: urla di rabbia e impotenza, urla di richiesta di attenzione, urla di gioia e stupore. Quasi come se, in quel mondo da cui il protagonista vuol prendere le distanze, si possa sperare di farsi sentire soltanto con rumori forti, anche se poco comprensibili.

L’arrivo alla “Locanda” e il contatto con i luoghi dell’infanzia riaccendono in lui le immagini delle persone care ormai scomparse:  ritrova Agnese, la sorella più piccola ma tanto matura da disprezzare fin da bambina la TV dei ragazzi, i vestiti e la compagnia, e prediligere invece i libri, la natura e gli animali. E con il suo ricordo, il giovane protagonista sente risalire il dolore di una morte precoce ed assurda,  che vede la bambina travolta sul lungomare da un autocarro mentre attraversa la strada ad occhi chiusi, perché intenta a mettere alla prova la sua Fede e l’esistenza del suo Angelo Custode.

Un momento di profondo turbamento lo assale, ma poi, come un’àncora di salvezza scovata nella mente, ricorda la nonna, i suoi “gnocchi alle albicocche, cosparsi di zucchero e cannella”, i pomeriggi d’inverno passati con i fratelli e con Agnese  a domandarsi se i paraspifferi servissero a far dormire le finestre o ad ospitare comodamente qualche folletto, i viaggi attraverso le galassie seduti sul bidet di una stanza da bagno che tanto somigliava ad una “magnifica capsula spaziale”.

E così, quasi per magia, i pensieri sembrano cominciare a veleggiare in un’altra direzione:  dopo aver affrontato il dolore mai accettato e dopo essersi riappropriato della fantasia, proprio la sua,  la catarsi del protagonista comincia a compiersi.

Pian piano sente evolvere dentro di sé il rapporto con Cecilia, la bella amata di Roma: il protagonista pare ritenerla l’esatto complemento al suo essere, il pezzo mancante al puzzle della sua vita, ma non la presenta mai con tenerezza pura. Fino alla fine del racconto è chiaro il legame conflittuale che unisce i due giovani. 

 Nonostante il tormento interiore non lo lasci definitivamente in nessun momento, quando la permanenza ad Illmitz  volge al termine, il protagonista si sente pervadere da uno strano ottimismo ed, euforico, “ comincia a gustare la gioia del ritorno”.

L’incontro con uno “studioso di faune particolari” di nome Attila lo aiuta  a cavalcare l’onda dell’entusiasmo e a suggellare con un’escursione  alla ricerca degli “uccelli della palude “ la sua riconciliazione con la natura, e con la vita”.

Il viaggio compiuto, allora, lo ha salvato? O non è ancora terminato e la certezza della guarigione non contempla l’ineluttabilità del ritorno?

Con il suo stile inconfondibile, intriso di leggerezza e fine retorica, la penna della Tamaro disegna un romanzo breve e intenso, attraversato da una narrazione scorrevole ma ricercata.

Particolarmente consigliato a tutti coloro che amano la poesia malinconica ed un genere profondamente introspettivo.

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