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Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

Martedì, 20 Agosto 2013 00:00
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
  

Suscita sempre un po' di timore l’idea di confrontarsi con certi mostri sacri della letteratura.

Perciò, senza troppe pretese e, soprattutto, senza alcuna presunzione, posto qui un nuovo invito alla lettura, insolitamente focalizzato su un unico frammento, una poesia:

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
Non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

- Eugenio Montale, Satura

Ecco, senza troppo tergiversare, i versi in questione.

Nulla da dire, nessun commento, forse, che valga l’autocelebrarsi di questa poesia.

Posso presentare, semmai, una mia personale visione, qualche ricordo di lezioni, qualche linea color evidenziatore sopra un particolare o due.

E così, identifichiamo subito questi versi come punto di arrivo, ultimo approdo, o quasi, di un lungo viaggio di crescita e di inversione di ruoli. Com’è noto, il poeta li dedicò alla moglie Drusilla Tanzi, nota anche come Mosca, un nomignolo scherzoso e triste insieme, scelto tra amici e derivato dalle spesse lenti che Drusilla portava per i suoi problemi di vista. Ed è qui che attecchisce e si rende necessario, inevitabile, lo scambio di ruoli.

Perché è vero, fisicamente Mosca non ha occhi per vedere, ma che cosa c’è davvero da vedere? Il mondo o la realtà, avrà da rispondere qualcuno. Ma quale mondo e quale realtà?

Perché c’è da fare una sostanziale distinzione tra realtà in quanto mondo esterno, concreto, e realtà intesa come verità oltre le apparenze. Ed era quest’ultima che Mosca, da dietro la barriera dei suoi grandi occhiali, poteva vedere con sesto senso, occhio interiore, o in qualunque altro modo s’intenda la capacità di guidare il suo Montale, attraverso l’impervio percorso della vita:

[...]Erano ingenui

quei furbi e non sapevano
di essere loro il tuo zimbello:
di essere visti anche al buio e smascherati
dal tuo senso infallibile, dal tuo
radar di pipistrello.

Tutto chiaro fin qui, quasi banale. Ma il poeta, prima d’allora, aveva inteso il bisogno di una guida? No, mai. E solo ora, nell’improvvisa coscienza della sua mancanza, egli si accorge di quanto ella, col suo braccio, lo avesse aiutato ad avanzare, a tener duro. Perché per Montale si era trattato di un lungo viaggio, una graduale evoluzione attraverso diverse percezioni della vita. Durante la giovinezza, egli pare non necessitare affatto della realtà e il linguaggio e lo stile alti, ardui, che avevano caratterizzato la sua poesia dagli anni '30, aiutano a sublimare la nostalgia del passato e un ideale ultraterreno di vita e d’amore.

Questi ideali sono rintracciabili, per di più, nella figura di Clizia, ossia Irma Brandeis, studiosa coltissima, grande esperta di Dante, Americana dai magnifici occhi, figura evanescente d’oltreoceano, la quale solo in poche occasioni può concretamente rendersi umana, viva in carne ed ossa, ma che per la maggior parte del tempo è presente in fitti e brucianti scambi epistolari e nulla più: Non recidere, forbice, quel volto....

Nel frattempo, certo, c’è anche Mosca, la quale, tuttavia, non è ancora compresa appieno nel suo ruolo silenzioso e continua a reggere sulle proprie spalle il peso del mondo per se e per Montale, mentre le ombre di fuori si allungano e incombono nell’avvicinarsi della guerra. A poco a poco, Montale comprende di non poter più vivere degli ideali del passato:  «Voglio aderire», aderire alla vita, aderire alla realtà. Lo stesso Calvino, analizzando la poesia "Forse un mattino andando in un'aria di vetro...", coglie un «senso di sospensione e insieme di concretezza», laddove la vita comincia a scoprire le proprie carte e i propri trucchi da illusionista.

Clizia è ora costretta a convivere con una nuova figura femminile, una sorella Anguilla, figlia di una natura nobilitata e della forza degli elementi. Anguilla è capace di adattarsi agli eventi e di scorrere attraverso la vita con fare sinuoso. E poi c’è Volpe, cioè Maria Luisa Spaziani, donna sensuale e piena di una vitalità che Montale mai saprà fare propria. Sono tutte figure femminili salvifiche per il poeta, spesso prigioniero della propria imperfezione, della propria umanità, eppure “Come è necessaria l'imperfezione per essere perfetti!” avrebbe detto Pascoli.

Giunti alla fine, un rombo di tuono squarcia la notte e poi un lampo illumina l’oscurità. Esagerato, direte voi. Ma è così che la poesia “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale” giunge a rompere un silenzio durato dieci anni (dal 1954), durante i quali il poeta non aveva più scritto: ecco, Montale ha finalmente capito. L’improvvisa, dolorosa assenza di Mosca illumina. Sartre l’avrebbe chiamata “spaventosa e oscena nudità”, Joyce “epifania”, Pirandello “vuoto strano”, il vuoto che Montale aveva visto con orrore nella sua aria di vetro e che ora, tutto d’un tratto, dovrà affrontare da solo, senza la protezione degli spessi vetri di Mosca

Avevamo studiato per l'aldilà
un fischio, un segno di riconoscimento.
Mi provo a modularlo nella speranza
che tutti siamo morti senza saperlo.

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Francesca Paone

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