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Il logorio del potere

Il logorio del potere (83)

A partire da dopo Tangentopoli, è diventato sempre più difficile districarsi tra le liste di nomi, sigle, partiti e partitini che compongono la schizofrenica scena politica italiana; eppure proprio in questo momento è importantissimo sapere chi sono i personaggi che decidono il destino del nostro Paese ed essere aggiornati sui continui cambiamenti degli scenari politici.

Perché non bisogna mai dimenticare: "il potere logora chi non ce l'ha".

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Febbraio 2021. Ormai è passato quasi un anno dall’inizio della pandemia e da quando gli studenti universitari si sono cimentati nella didattica a distanza, senza avere mai la possibilità di tornare in sede. Dall’inizio dell’emergenza causata dal COVID-19, sono stati elaborati moltissimi di DPCM ma, in nessuno di questi, è stato affrontato il problema delle condizioni di studio degli studenti universitari che, proprio per questo motivo, dal 29 gennaio hanno deciso di protestare cercando di attirare l’attenzione sulla propria condizione. A Napoli, alla facoltà di Lettere e Filosofia della Federico II, gli studenti hanno occupato le sedi tra Corso Umberto e Porta di Massa, al fine di manifestare il proprio malcontento. In molti sottolineano che la didattica a distanza era stata proposta come provvedimento provvisorio, in seguito all’emergenza di chiusura totale iniziale, ma sembra che ormai gli studenti universitari siano lasciati al proprio studio monotono, solitario e per nulla stimolante, senza prendere in considerazione delle soluzioni da adottare per migliorare le loro condizioni d’apprendimento.

Senza dubbio la didattica a distanza è il metodo più sicuro da adottare in questo momento di crisi, ma è scorretto credere che questa metodologia possa essere una definitiva sostituzione delle lezioni tradizionali. Considerato l’alto numero di iscritti alle diverse facoltà, è evidente che un ritorno totale in sede sarebbe improponibile, l’ideale, quindi, sarebbe concedere agli studenti la possibilità di scegliere la modalità mediante la quale seguire le lezioni. Tramite prenotazione, un numero limitato di studenti con possibilità di spostamento adatte a raggiungere le sedi universitarie, potrebbe seguire in presenza rispettando sempre tutte le norme di sicurezza, mentre coloro che trovano più comoda e adatta la DAD potrebbero continuare ad adottarla. Anche se i ragazzi più piccoli richiedono necessariamente un’istruzione in presenza non avendo ancora assunto un solido metodo di studio, in realtà anche per gli universitari questo è fondamentale, perché un approccio fisico alle lezioni e alle discipline è consigliato in ogni ambito d’apprendimento e rende più piacevole e leggero il tortuoso percorso universitario intrapreso.

In effetti sembra che in molti abbiano dimenticato che frequentare l’università non comprende solo l’ascolto statico delle lezioni, lo svolgimento degli esami e il raggiungimento della laurea. Essa ingloba anche la conoscenza dei diversi approcci, mentalità e modalità di spiegazione dei professori e la conoscenza di altri compagni che condividono le stesse ansie, paure, emozioni e percorsi di crescita, con cui aiutarsi ed entrare in sintonia. L’istruzione è fondamentale per la propria carriera e le lezioni a distanza purtroppo non riescono a garantire lo stesso risultato di quelle in presenza. Pertanto, dovrebbe essere garantita una modalità di scelta valida per ogni studente, in attesa di miglioramenti definitivi che ci faranno gradualmente tornare alla normalità.

 

 

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Dopo pochi giorni dall’inizio del nuovo anno la World Meteorological Organization ha annunciato la chiusura del buco dell’ozono in Antartide, finalmente una buona notizia. Il buco dell’ozono del 2020 è stato il più duraturo e ampio (ha raggiunto quasi i 25 milioni di chilometri quadrati) fin dalle prime osservazioni del 1985 e per fortuna si è ridotto del tutto lo scorso 28 dicembre. L'ozono è lo strato di gas naturale presente nella stratosfera che protegge gli esseri viventi dalle radiazioni ultraviolette del sole, responsabili di vari disturbi e malattie. L’emissione eccessiva di sostanze nocive e l’avvento di particolari condizioni meteorologiche sono responsabili della riduzione e della successiva perforazione dello strato di ozono. L'assottigliamento di questa superficie di gas è un fenomeno stagionale che si verifica in Antartide durante il periodo tra agosto e novembre (primavera antartica). Quest’anno, in particolare, il foro si è allargato a dismisura e per più tempo, a causa di un vortice polare forte, stabile e freddo.

Le concentrazioni di ozono sono state monitorate per la prima volta dalla British Antartic Survey nel 1957 e con gli anni si è notata la loro progressiva diminuzione. Nel 1987 è stato siglato il protocollo di Montreal, al fine di ripristinare lo strato di ozono tramite la riduzione e la graduale interruzione di emissione delle ODS cioè delle sostanze usate nelle attività umane che reagiscono con i raggi UV e che, liberando bromo e cloro nell’atmosfera, ostacolano la formazione di ozono. Grazie all’efficacia del protocollo ci sono stati, fino al 2019, dei miglioramenti riguardo l’eliminazione della produzione e del consumo delle sostanze dannose per l’ozono anche se, Oksana Tarasofa, capo della divisione di ricerca sull’ambiente atmosferico della World Meteorological Organization, afferma che bisogna continuare ad applicare le norme dell’accordo di Montreal perché c’è ancora molto lavoro da fare prima di giungere ai miglioramenti sperati.

Nonostante le sostanze nocive abbiano la loro influenza sul fenomeno, questa volta le maggiori responsabili sono le anomale temperature dell’ozonosfera. Di solito, durante la primavera antartica, il buco dell’ozono sulla regione si dilata; quando le alte temperature nella stratosfera iniziano a salire, l’esaurimento dell’ozono rallenta, il vortice polare diventa più debole fino ad esaurirsi, ottenendo livelli di ozono normali entro il mese di dicembre. Tuttavia, questa volta, un vortice polare forte ha mantenuto la temperatura dell’ozonosfera costantemente fredda ostacolando la mescolanza di aria impoverita di ozono sopra l’Antartide, con altra aria ricca di ozono che deriva dalle elevate altitudini. Questa volta, dunque, le concentrazioni di ozono stratosferico hanno raggiunto valori prossimo alle zero, causando l’estensione duratura del buco e il consequenziale allarmismo degli scienziati che analizzano ogni anno il fenomeno. Anche se l’origine del fenomeno è naturale, il processo è stato accelerato dai materiali inquinanti da noi prodotti e ciò è un ulteriore monito affinché ognuno di noi dia il proprio contributo per tutelare l’ecosistema.

 

 

 

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Ambientalisti di tutto il mondo è arrivato il momento che ammettiate che ormai il re è nudo.

Dall’età della ragione sento parlare di temi ambientali supportati solo da buone intenzioni, niente fatti, solo promesse da marinaio, tanto che le tematiche che quaranta anni fa erano in voga oggi ancora aperte. Ogni tanto sentiamo il rumore del vapore della pentola a pressione dell’insoddisfazione di chi protesta per l’immobilismo di una governance che si presenta inerme nei confronti di un problema globale, problema che si risolverà solo quando le multinazionali capiranno come riuscire a fare affari con prodotti a basso impatto ambientale.

 

Per adesso inquinano e pensano soltanto al loro tornaconto.
Al tavolo degli imputati siedono i maggiori responsabili del riscaldamento globale tra cui i big dell’energia, i big dei trasporti e i colossi degli allevamenti intensivi. Tutti attori che non vogliono cambiare il loro sistema di produzione perché considerato antieconomico.

 

Ma non possiamo puntare il dito solo su di loro, ma anche sui i nostri comportamenti: quando per esempio lasciamo che l'acqua del rubinetto scorra di continuo quando ci laviamo e, altresì, quando lasciamo impunemente la luce accesa in una stanza vuota. Di queste colpe siamo consapevoli,  ma non lo siamo, invece, quando acquistiamo un capo di abbigliamento che molto spesso viene trattato con composti chimici molto dannosi sia per la salute dei lavoratori sia per il consumatore finale.

 

Si potrebbe pensare che almeno chi compra si possa tutelare lavando, prima di indossarlo, il capo acquistato e stare in tal modo tranquillo, ma non è così. Tutte le sostanze inquinanti presenti nel tessuto finiscono nelle nostre acque, contaminandole.

Di conseguenza, le grandi marche rendono i consumatori complici dell’inquinamento globale.

La soluzione è quella di acquisire una maggiore consapevolezza e, dunque, rifiutarsi di acquistare prodotti dalle aziende con  politiche non chiare.

 

Uno stile di vita corretto all'insegna della sostenibilità da parte dei cittadini deve essere coadiuvato dal rispetto dell'Agenda 2030 dell'Unione Europea (Obiettivo 13: Promuovere azioni, a tutti i livelli, per combattere il cambiamento climatico) e, quindi, dalla nascita di un nuovo paradigma socioeconomico basato su una visione ecocentrica e non più ecocentrica.

La diffusione del Covid - 19 ha messo a dura prova l'intero pianeta, ma nonostante la immane difficolta la classe politica e i conosciati sono chiamati a pensare e ad agire come società umana che rispetta il pianeta terra e che assurge la tutela di esso al rango di obiettivo primario.


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https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/inquinamento-smog-riscaldamenti-allevamenti-intensivi-polveri-sottili-pm-particolato/4eb39bde-39f5-11e9-a27a-3688e449a463-va.shtml

«Ho sempre lavorato al mio stile che è diverso da tutti gli altri, era sempre stata mia intenzione essere diverso perché questo è l’unico modo per durare» così esordiva Pietro Costante Cardin (nome originario di Pierre Cardin), stilista di grande fama fin dalla seconda metà del 900 che si è spento il 29 dicembre 2020. Nato il 2 luglio 1922 a Sant’Andrea di Barbarana, è stato uno stilista italiano naturalizzato francese, apprezzato in tutto il mondo per il suo prêt-à-porter e il suo stile avanguardistico. Pietro apparteneva ad una ricca famiglia di proprietari terrieri che, caduta in disgrazia, si trasferì in Francia nel 1924 per fuggire dall’Italia fascista. Pierre non si è mai sposato e non ha avuto figli, ha sempre preferito dedicarsi all’ambito professionale nel quale ha saputo ben rappresentare il mix di stile tra Italia e Francia che aveva caratterizzato la sua vita.

Nel 1936 Cardin iniziò l’apprendistato presso il sarto Manby a Vichy, in seguito ha lavorato a Parigi presso Jean Paquin e da Elsa Schiaparelli. Nel 1947 è diventato sarto della casa di moda Christian Dior, dopo essere stato rifiutato dalla maison Cristobal Balenciaga. Nel 1950 Pierre fondò la sua omonima azienda di moda e nel 1953 si cimentò nell’haute couture cioè la lavorazione di abiti su misura con materiali pregiati. Oltre che stilista, è stato designer di interni, proprietario appassionato di residenze storiche, fautore di artisti e musicisti. Il creatore di moda, dopo essersi dimesso dalla Chambre Syndicale, iniziò a mostrare le sue creazioni in una nuova sede: l’Espace Cardin, spazio dedicato anche alla promozione di nuovi talenti. Di suo possesso fu il palazzo Ca’ Bragadin a Venezia e le rovine di un castello a Lacoste che dopo aver ristrutturato, ospitò festival teatrali. Negli anni Ottanta acquistò il Palais Bulles, nel quale tutto è disegnato in forma sferica richiamando la sua passione per le forme geometriche.

Nel 1947 ha partecipato all’invenzione del new look, lo stile che esaltava l’eleganza e la forma a clessidra del corpo femminile. Infatti, nel 1954 la sua ideazione del «bubble dress», un vestito a palloncino stretto in vita e rigonfiato sulla gonna. Il couturier è conosciuto soprattutto per essere stato promotore del prêt-à-porter ossia della vendita di capi non realizzati su misura come fino agli anni 50, ma già confezionati in taglie standard. Con il lancio della sua collezione ai grandi magazzini Printemps a Parigi, egli introdusse così la sua innovazione che ha segnato il passaggio dalla sartoria artigianale alla produzione in serie. Inoltre, ha realizzato vestiti all’avanguardia ispirati all’era spaziale in cui viveva e al futurismo con forme geometriche e spigolose, ottenute da tessuti sperimentali come plastica e vinile. Pierre sosteneva che il vestito e il corpo si regolassero l’uno sull’altro, anche per questo è stato il primo a liberare il corpo femminile dalle convenzioni creando abiti non vincolati dal genere sessuale, lanciando lo stile unisex. L’indiscusso genio puntava sulle sperimentazioni e stravaganze, aveva sempre desiderato essere diverso dagli altri  ed infatti, dopo aver fatto la storia della moda, è riuscito a lasciare un segno indelebile nei ricordi di tanti amanti del settore e non solo.

“Celebrare il 25 novembre è un dovere e un diritto, ma non basta. È tempo di dare risposte concrete, di trovare le soluzioni e gli strumenti più adeguati per garantire alle donne il diritto di affermare sè stesse, di essere autonome e regolare la propria vita in base a scelte personali consapevoli e non a condizionamenti subiti che, soprattutto nell'ambito familiare, diventano causa di sottomissione e di violenza domestica”.

Con queste parole il Comitato Nazionale per le Pari Opportunità del ministero del Lavoro celebra la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne che ricade il 25 novembre di ogni anno. Questa data commemora la tortura, lo stupro e l’assassinio del 1960 delle tre sorelle Mirabal, attiviste politiche della Repubblica Dominicana che cercarono di contrastare il regime del dittatore Rafael Leónidas Trujillo. Le sorelle Mirabal sono conosciute anche con il nome “Mariposas”, perché paragonabili a farfalle in cerca di libertà. Quella libertà che ancora oggi risulta assente.

Infatti, sono all’ordine del giorno i casi di violenza sulle donne, sia fisica che morale. Con la diffusione della malattia infettiva Covid 19 le nostre vite sono cambiate drasticamente e le donne che già in precedenza subivano maltrattamenti tra le mura domestiche, si sono ritrovate a dover fronteggiarli quotidianamente senza aver più una via d’uscita. L’isolamento forzato dovuto alla situazione sanitaria ha portato e porta ancora oggi le donne a sentirsi sole e ad avere ancora più paura. Rimanere in casa ha comportato una estrema difficoltà per le stesse a mettersi in contatto con le Forze dell’ordine e i centri Anti-Violenza. Tuttavia, la lotta alla violenza non si è fermata e non si ferma: è sempre attivo il numero 1522 anti violenza e stalking, promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri- Dipartimento per le Pari Opportunità ed i centri violenza continuano ad operare, nel rispetto delle misure di contenimento Covid-19. Chiedendo aiuto si può intervenire in tempo e allontanare il maltrattatore.

Inoltre, la presenza di tante donne audaci che, pur avendo subito violenze, tali da aver compromesso per sempre la loro vita, hanno avuto la tenacia di reagire portando avanti la propria testimonianza.

Come Valentina Pitzalis, la ragazza sopravvissuta nel 2011 al tentato omicidio da parte dell'ex marito Manuel Piredda il quale, non riuscendo ad accettare la separazione, ha tentato di darle fuoco, incendiando la sua casa in Sardegna. Nonostante la morte dell’uomo, Valentina è rimasta invalida e con il volto sfigurato e, inoltre, ha dovuto affrontare una vera e propria battaglia legale che, dopo tre anni di indagini, si è conclusa con l’archiviazione delle accuse a suo carico. La Pitzalis ottenendo giustizia ha portato avanti la causa di tutte le donne che quotidianamente convivono con mariti o compagni violenti. È stata un coraggioso e tenace esempio di quello che ogni donna dovrebbe fare: affermare il proprio valore e pretendere di avere gli stessi diritti degli uomini.

 

 

 

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«Ho corso come democratico ma sarò il presidente di tutti, un presidente che non cerca di dividere ma di unire. Non ci sono Stati rossi e blu ma gli Stati uniti d’America». Così ha esordito Joe Biden il 7 novembre quando, dopo un’attesa di ben quattro giorni dalla fine delle votazioni, è stato eletto nuovo presidente americano e al suo fianco Kamala Harris è diventata la prima vicepresidente donna d’America. Anche se molti sono stati entusiasti per la vittoria del presidente, di sicuro una gande novità è data dalla nomina della Harris. Prima di lei, infatti, il vicepresidente era sempre stato un uomo, inoltre l’eletta è anche la prima donna di colore e sud-asiatica a ricoprire questo ruolo; il popolo americano ripone grande speranza nella nuova accoppiata.

Dopo aver visto su tutti i social il simpatico e spontaneo video di Kamala che, in tenuta da jogging, telefona felicissima Biden per dirgli che ce l’hanno fatta, in molti si sono chiesti chi fosse la determinata donna che ricoprirà la carica. Kamala Harris è nata a Oakland il 20 ottobre 1964 da padre di origine giamaicana e da madre indo-americana. Dopo gli studi, ha lavorato come vice procuratrice nella Contea di Alameda e in seguito a San Francisco, fino a quando nel 2010 è stata eletta come la prima donna procuratrice generale della California. Nel 2016 si è candidata alle elezioni per il Senato sconfiggendo Loretta Sanchez e diventando la prima asio-americana eletta al Senato. Ora che Kamala è riuscita a diventare anche vicepresidente, sembra che si sia vista la luce in fondo al tunnel per ogni donna americana che in passato ha dovuto lottare per i propri diritti. L’affascinante donna nel suo ultimo discorso ha inoltre indossato un completo bianco come gesto simbolico di libertà e giustizia per il sesso femminile, richiamando il colore indossato dalle suffragette.

Non dovrebbe destare scalpore il siffatto evento e, invece, ancora oggi essere donna e ricoprire una determinata carica risulta un evento eccezionale. Le donne solo dal Rinascimento hanno iniziato ad assumere una posizione negli eventi politici e storici, stanche di essere considerate inferiori e di non avere diritti sociali e politici pari a quelli del “sesso forte”. In realtà fu il XIX secolo il vero periodo di rivoluzione che vide il sorgere dei movimenti di emancipazione della donna, il più memorabile dei quali fu quello delle suffragette per il diritto di voto universale. Nel 1908 a New York, 129 operaie dell’industria tessile Cotton protestarono contro le loro improponibili condizioni lavorative; lo sciopero si protrasse per alcuni giorni fino all’8 marzo quando le giovani morirono lì tra le fiamme. Questo fenomeno mobilitò nel mondo diversi cambiamenti; nel 1920, infatti, il Senato degli Stati Uniti d'America ha approvato il diciannovesimo emendamento costituzionale che consentiva il suffragio universale.

Da allora il genere femminile ha acquisito sempre più spazio nella società, occupando professioni e funzioni prima riservate solo all'uomo. La vittoria della Harris rappresenta infatti la rivincita di milioni di donne spesso trascurate, storicamente sottorappresentate e sistematicamente ignorate e svalutate. La nuova guerriera della giustizia chiarisce infatti di essere la prima donna scelta, ma che non sarà di certo l’ultima e promette un paese dove le donne potranno finalmente essere protagoniste.

 

 

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Chi ha vinto le elezioni negli Stati Uniti? Sono ancora in corso le operazioni di spoglio dei voti delle elezioni presidenziali e sembra si andrà per le lunghe.

In questo caos mediatico, tra aggiornamenti al minuto e varie indiscrezioni proviamo a fare chiarezza sull’evento che deciderà il destino del mondo intero.

I cittadini dei 50 Stati americani votano ogni quattro anni il primo martedì di novembre (quest'anno il 3) per il nuovo presidente, per la Camera dei Rappresentanti e per un terzo del Senato. In questo sistema elettorale ogni Stato ha una certa influenza tramite i propri voti elettorali che in tutto sono 538. Per ottenere la presidenza un candidato deve raggiungere almeno la metà dei voti elettorali, ossia 270. Ogni Stato ha un numero di voti elettorali a disposizione pari al numero dei deputati dello Stato stesso, che varia a seconda della quantità di popolazione, più 2 senatori per ogni Stato. L'elezione prevede che il candidato più votato in ogni Stato, anche se di un solo voto, ottenga tutti i voti elettorali di quel determinato Stato. Nel sistema elettorale americano, in realtà, non sono gli elettori a stabilire il vincitore, ma è una decisione che spetta ai grandi elettori del collegio elettorale che sceglie in base al voto popolare. Dunque, questo metodo implica che il vincitore potrebbe anche essere il candidato che ha ricevuto meno voti effettivi, come accadde per Donald Trump nel 2016.

Ma se le votazioni erano previste per novembre, allora come hanno fatto 75 milioni di persone ad aver già votato?

In America esiste l’Early in-person voting ovvero vengono allestiti dei seggi per diluire il flusso, in cui le persone si possono recare in anticipo per votare. Inoltre, esiste il voto via posta, che prevede la spedizione di un modulo sul quale viene espresso il proprio voto, metodo esistente già dalla guerra civile per permettere ai soldati al fronte di votare anche se lontani dal proprio paese. Infatti, in alcuni Stati si sta già votando da 45 giorni, in altri si sono già contati i voti e, quindi, il 3 Novembre è stato solo l’atto conclusivo delle votazioni.

Quest’anno è stata rilevata un’affluenza di elettori del 67%; partecipazione mai così ampia da più di un secolo. Ciò palesa un forte scontro tra i due candidati per il ruolo presidenziale: Donald Trump e Joe Biden. Due candidati opposti, con una visione differente su ogni fronte dal Covid all’economica, dalla politica estera all’ambiente, dall’immigrazione al tema del razzismo. Trump è diventato ufficialmente 45° presidente americano nel 2017 e Biden, invece, democratico moderato, già vicepresidente accanto a Barack Obama. Un confronto che va al di là delle dinamiche politiche territoriali, ma che racchiude l’intero assetto geopolitico del pianeta.

Attualmente la vittoria sembrerebbe di Biden, anche se si evince solo un leggero vantaggio del democratico di 238 voti rispetto ai 213 di Trump. Questo probabilmente è dovuto ai malumori del paese che, talvolta, non ha gradito lo stampo eccessivamente rivoluzionario dell’ex presidente.

I risultati decisivi probabilmente arriveranno a fine giornata, ma si potrebbe anche avere l'esito finale venerdì e, quindi, non ci resta che rimanere sintonizzati sui prossimi aggiornamenti.

 

 

 

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Era il 2 Novembre 1975. Piazza dei Cinquecento, di fronte la Stazione Termini di Roma, era  luogo privilegiato dai ragazzi per vendere il proprio corpo ad altri uomini. Bastava qualche sguardo, qualche parola per dare vita ad un’intesa necessaria per entrambi, all'insegna della lussuria e del denaro. Quella sera, l’ultima sera prima di morire, Pasolini con la sua Alfa GT 2000 si ferma di fronte al Bar Gambrinus. A bordo della sua macchina sale Pino Pelosi, 17 anni ed insieme decidono di allontanarsi andando in un posto già conosciuto da PPP: l’Idroscalo di Ostia.  Ed in quel posto che terminano le certezze, tutto ciò che resta è l’atto finale dell’eliminazione fisica di quello che fu e resta oggi uno dei più grandi intellettuali del ‘900: Pier Paolo Pasolini.

Plurime sono le avversità riguardo le indagini sul suo assassinio, ma non solo. All’indomani dell’omicidio, esso venne ridotto ad un fatto di cronaca: una vera e propria banalizzazione, come accadde per tutta la sua vita.

Ebbene, la sua omosessualità pubblica, la sua devozione verso il sottoproletario, la sua polemica continua contro il consumismo e l’indifferenza, contro l’alta borghesia furono i presupposti per una continua violenza fisica e morale. Aggressioni, agguati ed improbabili querele, per il suo fare polemico e sfacciato.  Negli anni di piombo, mentre il conflitto mondiale si allontanava, “morire ammazzati” tornava ad essere tremendamente semplice. Ed è in questo contesto storico sociale in cui Pasolini irrompe con i suoi film, definiti osceni dalla società bigotta dell’epoca.

Il suo primo romanzo, “Ragazzi di vita” (1955), è il prodotto di tutto questo. L’opera racconta la vita di alcuni giovani alle prese con la sopravvivenza, in lingua romanesca di borgata. Per la prima volta i ragazzi di borgata verranno raccontati da un’opera letteraria. Il racconto senza filtri della realtà, brutale com’era, venne accusato di avere un contenuto pornografico. Ed è qui che Pasolini inizia a capire di indossare la veste dell’intellettuale fuori dagli schemi, lontano dalle classi alte e consapevole di non poter mai vedere soddisfatto il suo bisogno di giustizia ed accettazione.

Ed è qui, infatti, che capirà che il suo essere autentico sarà la sua condanna.

L’esordio cinematografico “Accattone”, nel 1961, è e resta una delle sue opere più significative. Il destino, però, è quello della censura e dei sequestri, come per tutti i suoi altri lavori. Il messaggio c’è, ma non si vuole vedere, preferendo occultarlo dietro il buoncostume e le finte apparenze: il sesso come nostalgia di un’epoca perduta, il corpo come “sola realtà preservata”, in un mondo dove ogni cosa è merce. Cosicché, tra il 1971 e 1974 il regista si dedica alla “Trilogia della vita”: Il Decameron, I racconti di Canterbury e il fiore di una Mille e una notte, incentrati su un passato caratterizzato da una sessualità libera. 

Accanto a questi lavora a quel romanzo che sarà il suo testamento: Petrolio. Un testo mastodontico che avrebbe dovuto contenere almeno duemila pagine, contro le seicento effettivamente scritte. Il testo, pubblicato postumo, racconta i primi indizi sulla morte del presidente dell’ENI, Enrico Mattei, rimasto vittima di un misterioso incidente aereo nel 1962.

Una inchiesta che stava diventando ennesimo elemento di rischio personale.

Quando viene ucciso, Pasolini, è ormai una voce incontrollabile e, invece di interrompersi, il processo alla sua persona non è destinato a fermarsi. Seppure Pino Pelosi, esecutore materiale del brutale assassinio, sia stato condannato, la sua testimonianza è stata considerata dai più controversa e distorta. Nel 2014 arrivano i risultati delle analisi scientifiche: sui reperti sono presenti materiali biologici appartenenti a terze persone, ma le tracce non sono databili ed oggi, 45 anni dopo, i nomi ignoti sono ancora avvolti dal mistero. Il perché, invece, è stato interpretato screditandolo, secondo le logiche della politica che già in vita lo condannavano. Una vita tormentata, un’intelligenza suprema, all’insegna di una passione viscerale per il mondo, che ancora oggi non conosce verità.

Oggi, in quel Paese che non è cambiato per niente, il suo tormento risuona a gran voce.

Oggi le sue parole, il suo menefreghismo rispetto a ciò che l’opinione pubblica ritiene giusto, rispetto alle classi sociali, al consumismo, rispecchia esattamente la realtà odierna. Il consumismo è prassi consolidata e le persone non sono più arrabbiate, ma si sono adeguate, si sono appiattite.

Oggi nessuno più grida, nessuno più ha il coraggio di schierarsi contro la verità addomesticata che passa in Tv.

Oggi l’opera di Pasolini ci pone ancora domande alle quali, soli e disarmati, non riusciamo a dare risposta.

 

Per chi vuole celebrare e ricordare Pasolini, attraverso la distribuzione online www.iorestoinsala.itwww.iorestoinsala.it si può acquistare il biglietto per la proiezione in streaming del documentario “In un futuro aprile” di Francesco Costabile e Federico Savonitto, che verrà proiettato oggi lunedì 2 Novembre alle ore 20.30. Il film racconta Pasolini e la sua giovinezza friulana. Assieme a Costabile e Savonitto, la ripercorre il cugino del poeta, Nico Naldini.

Per approfondire  e studiare la sua opera si consigliano l'edizione aggiornata di "Pasolini Requiem", autore Barth David Schwartz, uno dei testi più documentati sull'argomento, il volume "Pasolini, una vita violenta" di Franco Grattarola (Roma,2005) nonchè il saggio di Stefano Rodotà "Il Processo". Ricca di dettagli è, altresì, l'inchiesta di Fabio Sanvitale e Armando Palmegiani "Accadde all'Idroscalo"(Roma 2016).

 

 

Link foto copertina: https://www.atnews.it/2020/11/il-cnddu-ricorda-pier-paolo-pasolini-nel-45-anniversario-della-sua-morte-126435/

La pandemia ha cambiato il nostro stile di vita: c’è chi ha imparato a fare la pizza o il pane, chi ha recuperato quella serie lasciata in sospeso, chi ha finito quel libro che ormai aveva preso la cittadinanza sul comodino; ma c’è anche chi ha sofferto l’ansia e il…

Il 2020 è stato di certo un anno significativo: impegnativo, demoralizzante, pesante, ma allo stesso tempo pieno di novità e tra queste mette il suo zampino il “Re” Giorgio Armani che sulla rete La7 porta la sua moda direttamente (e in diretta) nelle case degli italiani.
L’evento, in onda oggi 26 settembre alle 21.15, sarà anticipato da una puntata speciale di “Otto e Mezzo”, dedicata a Milano, seguita da un docu-film di venti minuti con la voce narrante di Pierfrancesco Favino, per poi passare alla presentazione vera e propria della nuova collezione.

Un evento che sancisce la democratizzazione della moda e la rende ancora più accessibile, se non economicamente, almeno da un punto di vista identitario.

Si è già parlato in altri articoli della nostra rivista di come la moda si stia avvicinando o stia tornando sempre più verso il popolo: già Alessandro Michele è riuscito a ridare a Gucci un’identità più ampia in cui vari strati della popolazione, se non tutti, possono rivedersi ed apprezzarla.

La moda sviluppa in sé un senso di appartenenza e chi se non Re Giorgio può contribuire a tale sviluppo?! L’arrivo della grande moda italiana, e di uno dei brand che ha fatto storia, sul piccolo schermo ne è la dimostrazione; inoltre, mentre a differenza di Michele che punta sul web, Armani rimane in un ambito televisivo, fedele al suo mondo e all’Italia da cui proviene, dove la rete televisiva è il più valido strumento di diffusione.


La moda non è mai apparsa così democratica come in questo momento.

Che questo 2020 abbia portato anche qualcosa di positivo?!

 

 

 

 

 

Link alla foto: https://artslife.com/2017/03/09/al-cifa-la-storia-nelle-fotografie-mauro-galligani/milano-1980giorgio-armani-nel-suo-atelier/

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