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Il logorio del potere

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A partire da dopo Tangentopoli, è diventato sempre più difficile districarsi tra le liste di nomi, sigle, partiti e partitini che compongono la schizofrenica scena politica italiana; eppure proprio in questo momento è importantissimo sapere chi sono i personaggi che decidono il destino del nostro Paese ed essere aggiornati sui continui cambiamenti degli scenari politici.

Perché non bisogna mai dimenticare: "il potere logora chi non ce l'ha".

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Il 14 ottobre un’attivista di Just Stop Oil ha lanciato alla National Gallery di Londra una zuppa di pomodori contro “I girasoli”, celebre opera di Vincent Van Gogh. La giovane attivista invita a riflettere sull’importanza della vita; chiede se sia giusto preoccuparsi più della salvaguardia di un dipinto piuttosto che della salvaguardia del nostro pianeta e delle persone. Un’azione simile si è ripetuta quattro giorni fa al museo Barberini di Postdam in Germania. Qui due attivisti di Letzte Generation hanno gettato purè di patate contro un quadro di Claude Monet chiamato “Il pagliaio”. Questi sono solo alcuni degli esempi dei recenti attivisti ambientali che stanno attaccando le opere d'arte per protestare contro il cambiamento climatico, per ricordare che la Terra va tutelata tanto quanto il patrimonio artistico.

 

Anche in Italia gli attivisti Ultima Generazione hanno deciso di protestare contro la miopia del governo rispetto al cambiamento climatico. Inizialmente le proteste consistevano in blocchi stradali sul Grande Raccordo Anulare a Roma, poi con scioperi della fame e azioni a danno del Mite e di Eni. Più di recente, invece, hanno preso di mira le opere d’arte. Prima alla Galleria degli Uffizi di Firenze poi al Museo del Novecento a Milano. I giovani attivisti hanno incollato le loro mani a due opere d’arte; rispettivamente al dipinto la Primavera di Botticelli e alla scultura Forme uniche della continuità nello spazio di Umberto Boccioni. Questa protesta manifesta il fatto che il progresso che i futuristi auspicavano è lo stesso che ora ci sta portando verso l’estinzione di massa. Questo movimento è convinto di essere l’ultima generazione che può agire per migliorare la situazione ambientale. Questi attivisti, preoccupati per il proprio futuro e per quello di chi verrà dopo di loro, hanno deciso di intraprendere azioni di disobbedienza civile non violenta per fare pressione sul governo e sulle politiche green. In particolare, propongono l’interruzione immediata della riapertura delle centrali a carbone dismesse e la cancellazione dei progetti di nuove trivellazioni per la ricerca ed estrazione di gas naturale; chiedono un maggiore investimento sulle energie rinnovabili e la creazione di posti di lavoro nel settore dell’energia rinnovabile.

 

Queste proteste sono partite dai blocchi del traffico, passando al latte versato sul pavimento fino ai barattoli versati sui quadri. Gli attivisti ambientali negli ultimi mesi stanno sicuramente cercando di far rumore: sono intransigenti, antisistema e più estremi rispetto a movimenti come Fridays for future. Sebbene il motivo che si cela dietro le loro azioni sia assolutamente valido e di necessaria discussione, molti ritengono che il loro più che attivismo sembri spreco alimentare e vandalismo. Questi gesti radicali hanno infatti scatenato un’ondata di polemiche in tutto il mondo. I metodi non convenzionali e provocatori sono talmente esagerati e apparentemente scollegati dalla tematica che addirittura allontanano le persone dalla questione. Nonostante il motivo della protesta sia giusto, mettere a rischio il lavoro e il benessere delle persone non è giustificato.Insomma, nessuno è contro lo scopo delle proteste, che stanno sicuramente accendendo i riflettori sulla crisi climatica. Ma l’accanimento contro i grandi capolavori o il blocco del traffico che impedisce le azioni quotidiane e lavorative di tante persone aumenta l’indignazione verso queste proteste e non quella per l’inazione contro la crisi climatica. In molti chiedono piuttosto di prendere di mira la classe politica e le e multinazionali che inquinano il Pianeta. La giustizia della causa non giustifica i metodi a priori.

 

 

 

 

 

 

 

 

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La possibilità di abolire il numero chiuso nelle università italiane è un tema molto discusso. Il Presidente francese Emmanuel Macron, per esempio, ha deciso di inserire in tutte le facoltà francesi il test d’ammissione. In Italia questo è ancora argomento di discussione, considerata la difficoltà per entrare in molti corsi di laurea. In Italia, a livello nazionale esistono corsi di studio obbligatoriamente a numero programmato per i quali test di ammissione sono gestiti direttamente dal MIUR. Questi sono Medicina e chirurgia, Odontoiatria, Veterinaria, Farmacia e CTF, Scienze della formazione primaria, Professioni sanitarie e Architettura. A livello locale, invece, ogni ateneo può autonomamente stabilire un limite di posti disponibili per corsi di studio, prevedendo le relative prove di ammissione.

 

È importante, inoltre, introdurre anche la differenza tra il test d’ingresso e quello di verifica delle competenze. Nel primo caso il test deciderà se è possibile accedere o meno ad una facoltà, nel secondo andrà a verificare solo se è presente qualche problema in alcune materie. In effetti, un test ben elaborato che verifichi le competenze dello studente intenzionato ad iniziare un percorso universitario, potrebbe essere molto utile perché non limita l’iscrizione ma potrebbe andare a colmare le lacune presenti nel percorso di studi. Nonostante ciò, secondo il ministro dell’università e della ricerca Maria Cristina Messa non abbiamo le forze per riuscire a formare tutti dunque è necessaria una selezione.

 

Riguardo le prove d’ingresso per l’ammissione ai corsi di laurea sia studenti che istituzioni hanno diverse opinioni. I test d’ingresso previsti per le facoltà universitarie a numero chiuso mettono sicuramente a dura prova gli studenti che lottano per l’ammissione. Le università, d’altro canto, considerano queste prove dei mezzi necessari per selezionare un numero di studenti a cui sarà garantito un percorso di studi completo e ottimale. Nelle facoltà a numero aperto, di solito, il numero di iscritti è molto alto proprio per il libero accesso senza test vincolante. Nei grandi atenei, però, molto spesso questo causa una grande disorganizzazione e il tasso di abbandono è molto più alto rispetto alle facoltà a numero chiuso. Il test a numero programmato nella maggior parte dei casi, invece, aumenta la competitività e costringe molti ragazzi a ripiegare su qualcos’altro o ad andare via. Nonostante ciò il numero chiuso garantisce classi più piccole e una qualità migliore dell’insegnamento rispetto al numero aperto.

 

Sebbene si potrebbero trovare alternative al test obbligatorio per l’ammissione, In Italia in alcuni casi sembra essere necessario. Ci si è resi conto che l’università italiana, per garantire una formazione adeguata in alcuni insegnamenti, ha bisogno di avere numeri che siano compatibili con le potenzialità di strutture e Atenei. Questo significa che, per valutare la possibilità di aumentare il numero degli studenti che annualmente entra nelle università a numero chiuso, si dovrebbero modificare molti parametri. Bisognerebbe soprattutto fare un investimento in docenti e avere un finanziamento ministeriale. Sarebbe quindi necessaria l’assunzione di più insegnanti e la messa a disposizione di nuovi spazi in cui organizzare la didattica. Per rendere l’università accessibile a tutti, combattere la carenza di laureati (il nostro paese è penultimo in Europa per percentuale di laureati) e per rispettare il diritto allo studio, si potrebbe valutare l’abolizione dei test a numero programmato per accedere all’università ma solo se questa iniziativa sarà adeguatamente supportata.

 

 

 

 

 

 

 

 

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La flat tax è tornata protagonista delle proposte di riforma in materia fiscale, in vista delle elezioni politiche del 25 settembre. La flat tax o letteralmente “tassa piatta” prevede un’aliquota unica che appiattisce la progressività dell’imposta dovuta.

Si tratta di un modello di tassazione che nel corso dell’ultima legislatura è stata riproposta dalla Lega. Attuata in parte, ma mai partita davvero per i redditi fino a 100.000 €, prevedeva un’introduzione graduale della tassazione piatta con una Fase 2 in cui dare vita a una tassa unica del 15 per cento rivolta alle famiglie e una Fase 3 per tutti i contribuenti, senza alcun vincolo. Una delle grandi questioni sulla quale ci si interroga da anni e con maggiore insistenza è se all’Italia serva davvero la flat tax oppure se converrebbe partire dal ridurre la tassazione progressiva IRPEF sui redditi da lavoro.

 

La flat tax ha sicuramente fatto molto discutere in questa campagna elettorale. La proposta ufficiale del programma presentato dalla coalizione di centrodestra parla di flat tax incrementale ossia piatta. Questa sarebbe dunque uguale per tutti, solo su quella parte di reddito in più rispetto all’anno precedente e varrebbe solo per le partite IVA fino a 100.000 €. Chi è a favore della flat tax sostiene che questa avrebbe un impatto positivo sull’evasione fiscale. Chi è contrario, invece, fa notare che questa sarebbe un vantaggio solo per i più ricchi ma comporterebbe meno risorse per finanziare i servizi pubblici come sanità e istruzione. Questo significa che il welfare avrebbe meno risorse per finanziare questi servizi che sono importanti soprattutto per i meno ricchi.

 

Se alle elezioni del 25 settembre il partito di centrodestra prenderà la maggioranza dei voti, dunque, ci saranno molte modifiche di tassazione. Al posto delle attuali cinque aliquote IRPEF e dei cinque scaglioni di reddito, il centrodestra mira ad introdurre un’aliquota unica. Quella della Lega è la proposta più estrema che prevede la flat tax al 15 per cento per tutti, persone fisiche e società. Resterebbe invariato il sistema di esenzione totale per i redditi più bassi. Per ora la no tax area vale per i redditi fino a 7.000 €. Secondo la proposta di Forza Italia, invece, la flat tax dovrebbe essere al 23 per cento, con un’esenzione fiscale per i redditi fino a 12.000 € e, anche in questo caso, con sistemi di detrazioni e deduzioni per famiglie e redditi bassi. Secondo i fautori della proposta, questa ridurrebbe la pressione fiscale per le famiglie e per le imprese, contrasterebbe l’evasione fiscale e semplificherebbe il sistema con la razionalizzazione delle attuali detrazioni. Nonostante ciò, molti in Italia credono che la flat tax porterebbe per lo più svantaggi. Questa comporterebbe minori entrate per lo Stato ma anche il rischio di avvantaggiare i più ricchi e, quindi, di introdurre una legge ad alto rischio incostituzionalità.

 

 

 

 

 

 

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In Ungheria l’aborto è ufficialmente legale ma in realtà è ostacolato in ogni modo. Secondo un recente decreto emesso dal governo ungherese, infatti, a partire dal 15 settembre i medici e il personale sanitario che si occupano delle interruzioni di gravidanza dovranno far sentire alle pazienti, che hanno intenzione di abortire, il battito del cuore del feto. Nel decreto firmato dal ministro dell’Interno Sandor Pinter c’è scritto anche che i medici dovranno presentare un documento che attesti l’avvenuto ascolto del battito del cuore del feto, senza il quale la paziente non potrà accedere all’interruzione di gravidanza.

 

In Ungheria l’aborto è legale dal 1953 e le leggi sull’interruzione volontaria di gravidanza non sono state modificate dal 1992. Anche secondo l’attuale legislazione le interruzioni possono essere effettuate nelle prime 12 settimane di gravidanza solo per motivi medici e sociali. Se invece il feto non mostra segni di vita, l’aborto può essere eseguito in qualsiasi periodo della gravidanza. In particolare, in Ungheria l’interruzione della gravidanza è prevista in quattro casi: gravidanza in conseguenza di un reato di violenza sessuale, pericolo per la salute della donna, embrione con un handicap fisico grave, situazione sociale insostenibile della donna. Con l’ultimo decreto ungherese, però, l’aborto risulta quasi vietato silenziosamente. La decisione presa da Orban è infatti una tortura psicologica con la finalità di indurre la donna a ricredersi.

 

Il governo populista di destra dell’Ungheria ha sempre sostenuto i valori familiari tradizionali ed è convinto che l’introduzione di questa nuova legge serva soprattutto per combattere il calo del tasso di natalità che nell’ultimo periodo ha tanto preoccupato il Paese. Secondo la destra, questo provvedimento servirà a far comprendere realmente l’impatto della propria scelta, considerando che invece molte persone considerano un feto solo un grumo di cellule. Molti medici, in realtà, considerano il termine battito cardiaco fetale come fuorviante e clinicamente impreciso quando ci si riferisce alle prime settimane di gravidanza.

 

Aron Demeter, il portavoce di Amnesty International, si dichiara molto preoccupato. Questa decisione renderà più difficile l’accesso all’aborto e traumatizzerà tutte le donne che già si ritrovano in una situazione difficile. Ogni donna che abortisce lo fa per un motivo in particolare e provando grande sofferenza dunque, questa azione non farà cambiare idea ma sarà solo una tortura psicologica ulteriore. Purtroppo, in realtà, qualcosa di simile sembra accadere sempre più spesso che anche in Italia. Sembra che infatti, di recente, in Umbria sia stato chiesto alle pazienti in attesa di un’interruzione volontaria di gravidanza di aspettare finché non si sarebbe sentito con chiarezza il cuore del feto che batte. Una procedura psicologicamente devastante e scientificamente non necessaria. Sentire il battito di un feto non dissuaderà alcuna donna dalla propria scelta ma creerà in loro solo una grande lacerazione interiore. Una vera violenza psicologica. Ogni donna dovrebbe essere libera di far valere il proprio diritto di decidere liberamente, soprattutto in una situazione tanto delicata e personale come questa.

 

 

 

 

 

 

 

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Il tema del reddito di cittadinanza è tornato molto in voga in occasione dell’ultima campagna elettorale come misura di sostegno alle famiglie con reddito più basso. Il reddito di cittadinanza, che dovrebbe riguardare 9 milioni di italiani, è un sussidio consistente in una prestazione economica mensile, esentasse, accreditata a favore di coloro che possiedono un reddito sotto la soglia di povertà. Il reddito di cittadinanza fu proposto per la prima volta nel 1797 e in origine comprendeva un reddito per tutti senza considerare motivi economico-sociali. Il tratto comune a molti modelli di reddito di cittadinanza elaborati in passato è stato, infatti, l’erogazione del reddito in modo incondizionato a tutti, su base individuale. In Italia, invece, il reddito di cittadinanza è stato introdotto con il decreto legge del 28 gennaio 2019 come misura di contrasto alla povertà e sostegno economico finalizzato al reinserimento nel mondo del lavoro e all’inclusione sociale. L’ultima legge di bilancio del 2022 ha poi apportato delle modifiche. Oltre ad essere stato rifinanziato con 8,8 miliardi di euro fino al 2029, le misure contengono importanti revisioni relative alla concessione, alla riduzione e al decadimento della misura di assistenza. Inoltre, è stato istituito l’obbligo alla partecipazione mensile ad attività e colloqui in presenza presso i centri di impegno.

 

In Italia ci sono 1,9 milioni di famiglie e 5,6 milioni di individui che vivono in una condizione di povertà assoluta. Il reddito di cittadinanza, nel tempo, si è proposto gli obiettivi di sostenere economicamente le famiglie e favorire la ricerca di un lavoro ma, soprattutto il secondo proposito, non sembra essere stato raggiunto. È evidente dunque che qualcosa non ha funzionato. Secondo molti i criteri d’accesso sono troppo severi penalizzando alcune categorie come le famiglie numerose e con minorenni e gli stranieri. Si critica anche la rigidità della soglia fissa del patrimonio mobiliare e immobiliare. Inoltre non ha contribuito a far trovare lavoro ma anzi secondo molti disincentiva la ricerca. Molti esperti consigliano però delle idee per migliorare il funzionamento del reddito di cittadinanza. Per esempio, propongono di ridurre da 10 a 5 anni il periodo di residenza in Italia degli stranieri per poter accedere alla misura e di ridurre la discriminazione verso le famiglie più numerose. Infine, propongono di aumentare la parte di sussidio a integrazione dello stipendio di un percettore che trova lavoro.

 

Ovviamente, ogni politico ha un’idea differente riguardo il reddito di cittadinanza in questo momento. Giorgia Meloni si propone di abolirlo e tutelare solo chi è privo di reddito e non può lavorare. Silvio Berlusconi crede che serva modificarlo in una politica di sostegno all’occupazione e trasformazione in una misura di sussistenza specifica. Matteo Salvini vuole modificarlo per trasformarlo in un ammortizzatore sociale finalizzato alla formazione e inserimento lavorativo. Enrico Letta è si propone di modificarlo seguendo le indicazioni del Ministero del lavoro a partire dalla penalizzazione delle famiglie numerose e con minori. Giuseppe Conte vuole rafforzarlo e rendere più efficace il sistema di ricerca del lavoro eliminando le frodi e infine Carlo Calenda vuole toglierlo dopo il primo rifiuto di un’offerta di lavoro congrua e dopo i due anni ridurre l’assegno di un terzo facendo passare il beneficiario in carica ai servizi sociali. Nonostante le diverse idee politiche riguardo il riformare, abolire o rafforzare il reddito di cittadinanza, è evidente che tutti sono d’accordo sul fatto chi attualmente questo non abbia raggiunto gli obiettivi inizialmente prefissati e che dunque debba essere almeno rivisitato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La mancanza dell’educazione sessuale nelle scuole è uno dei fattori che evidenzia l’arretratezza dell’Italia. In molti paesi, infatti, questa è già prevista da molti anni. La Svezia, per esempio, ha introdotto l’educazione sessuale nelle scuole nel 1955. In realtà, oltre all’educazione sessuale, è importante anche un programma sull’affettività dunque educare al consenso, al rispetto delle diversità e al superamento degli stereotipi di genere. L’agenzia di salute sessuale e riproduttiva delle Nazioni unite riconosce l’educazione sessuale come uno dei diritti umani ma in Italia la questione continua a passare in secondo piano. La chiesa cattolica, in particolare, ha sempre rappresentato un fattore di rallentamento alla sensibilizzazione e alla conoscenza dell’argomento.

 

Oggi, vivere la propria sessualità in maniera serena, sta diventando sempre più difficile. Favorire nei ragazzi uno sviluppo consapevole degli aspetti emotivi e sessuali che contraddistinguano le relazioni è uno degli obiettivi che si dovrebbe proporre nell’educazione sessuale a scuola. Educare alla consapevolezza della sessualità significa, quindi, rendere più consapevoli i ragazzi rispetto alle implicazioni di tipo mentale e sociale che la diversità sessuale comporta. La paura di essere giudicati o di porre quesiti sbagliati induce i giovani a non confrontarsi né con le figure adulte di riferimento né con i pari. I ragazzi e le ragazze cercano le risposte ai loro quesiti sui social, su Internet o su qualche blog. Tutto questo genera risposte poco precise ma soprattutto non sempre o non del tutto corrette, con il rischio di diffondere false credenze e aspettative errate sulla sfera sessuale, emotiva e relazionale. L’educazione sessuale a scuola è dunque da favorire perché il sistema scolastico è un punto di riferimento importante per tutti i giovani che eviterebbe disinformazione sull’argomento.

 

Ovviamente, nell’educazione sessuale è compreso anche il concetto di consenso. Spesso, infatti, anche coloro che sono più informati trascurano il rispetto che si dovrebbe sempre nutrire verso l’altra persona e il suo corpo. Istruire al consenso è qualcosa di indispensabile verso l’altra persona ma anche verso la propria. Inoltre, aiuta a favorire la comunicazione di coppia rispettando la libertà decisionale altrui. Troppo spesso, quando il consenso non viene rispettato, si entra in dinamiche di abuso. Educare al consenso potrebbe invece essere il punto dal quale partire per introdurre discorsi sul rispetto, sul piacere, sulla reciprocità e sull’autostima senza che vengano considerati ancora degli argomenti tabù. È fondamentale educare i più giovani all’affetto, alla relazione e alla sessualità ma soprattutto è importante la formazione dei cittadini futuri per prevenire violenze e abusi.

 

 

 

 

 

 

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"Con il trucco, sono tutta nascosta. Questo è quello che sono e non ho paura di condividere chi sono. Volevo mostrare chi è Melisa. È molto importante per me perché sento che molte ragazze di età diverse si truccano per adattarsi". Con queste parole Melisa Raouf ha voluto condividere un messaggio semplice ma importante durante l’attuale edizione di Miss Inghilterra 2022.

Melisa Raouf ha 20 anni e ha agito in modo semplice e rivoluzionario partecipando alle finali di Miss Inghilterra senza trucco. Un gesto di forte impatto che la studentessa ventenne di Scienze politiche spiega di aver fatto per favorire l’accettazione di sé. Melisa ha partecipato alle qualificazioni del concorso di bellezza in Inghilterra e si è qualificata per competere alla finale che si terrà nel prossimo ottobre, mostrandosi al naturale.

 

Molti anni fa Anna Magnani chiese al suo truccatore: “Lasciami tutte le rughe, non me ne togliere neppure una. Ci ho messo tutta una vita a farmele venire e le ho pagate tutte molto care”. Un messaggio forte ribadito anche da Coco Chanel quando disse: “La bellezza comincia nel momento in cui decidi di essere te stessa”. E anche Melisa Rauf ha deciso proprio di essere se stessa sfilando con il suo viso acqua e sapone, entrando nella storia per essere la prima finalista nei 94 anni di Miss Inghilterra a gareggiare senza trucco. “Io mi truccavo fin da giovanissima perché senza trucco mi sentivo incompleta. Ma non ho mai pensato di farlo solo per soddisfare determinati standard di bellezza. Recentemente poi ho acquisito più fiducia in me stessa, più consapevolezza, accettando di essere bella nella mia pelle: ed è stata una liberazione. Per questo ho deciso di mettere da parte il trucco. Voglio aiutare a far sentire bene tutte le ragazze, far capire che non esistono standard perché ognuna è bella a modo suo, difetti compresi”.

 

Non si tratta di una personale battaglia contro il make-up ma di una vera lezione di body positivity. Melisa, infatti, continua a pensare che per chi lo desidera sia giusto non rinunciare al trucco. Piuttosto quel che ci teneva a far capire è l’importanza di non sentirsi obbligati a truccarsi. Con la sua azione vuole ricordare che il trucco non è un’opzione definitiva e non definisce il nostro aspetto. Anche su Instagram la giovane ha ricordato a ragazze di ogni età che il make-up non deve essere un obbligo ma una scelta a disposizione delle donne che devono diventare capaci di accettare le proprie differenze e sentirsi libere di mostrarsi così come sono in ogni situazione. Il suo esempio è un’ottima dimostrazione del fatto che la bellezza può essere anche ritrovata in un viso naturale, senza ricorrere a trucchi spesso utilizzati per raggiungere standard di bellezza innaturali imposti dalla società. Sebbene alcuni contestino la sua scelta perché sostengono che il suo messaggio sia contraddittorio a causa dell’oggettificazione delle donne nei concorsi di bellezza, Melisa crede che il concorso in questione, invece, sia una buona circostanza per aiutare le giovani spingendole a mostrarsi per come sono davvero.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Bonus affitto giovani 2022

Settembre 07

Il sogno o la necessità di andare a vivere da soli per motivi di studio o lavorativi è condiviso da molti ragazzi e ragazze ma spesso si scontra con la difficoltà del pagamento d’affitto elevato. La nuova legge di bilancio 2022 ha introdotto un’importante agevolazione per i giovani: il bonus affitto. Il Bonus affitto per i giovani è una detrazione che agevola fiscalmente i giovani di età compresa tra i 20 e i 31 anni non compiuti, con un reddito complessivo non superiore a 15.493,71 euro che stipulano un contratto di locazione per una casa o sua porzione. La detrazione può essere pari a 991,60 euro e si propone di favorire l’indipendenza dei giovani. Nel caso in cui questo importo venga superato, si può richiedere la detrazione del 20% del canone di locazione, per un massimo di 2.000 euro. La detrazione è valida per i primi quattro anni di durata contrattuale.

 

Per ricevere il bonus è necessario aver stipulato un contratto di affitto di un’intera abitazione o di una stanza all’interno di un appartamento condiviso. Sono esclusi gli alloggi di lusso, storici, popolari e turistici. L’immobile inoltre deve essere sito di residenza e deve essere diverso da quello dal luogo di residenza dei genitori. In presenza dei requisiti necessari per poterne beneficiare, trattandosi di un’agevolazione fiscale, è sufficiente presentarla in sede di dichiarazione dei redditi. Non si tratta di uno sconto sul canone di affitto concesso dal proprietario, né si riferisce a un’erogazione di somme di denaro dallo Stato. Per poter usufruire del Bonus è indispensabile la regolarizzazione del contratto di affitto. Questo deve essere registrato all’Agenzia delle Entrate entro 30 giorni da parte del locatore che, entro 60 giorni, è tenuto a informare l’inquilino dell’avvenuta registrazione.

 

In effetti ci sono state delle ulteriori agevolazioni rispetto alle concessioni del bonus precedente. La misura, prevista dall’articolo 1, comma 155 della legge di bilancio 2022 che sostituisce l’articolo 16 comma 1-ter del TUIR, è finanziata con il fondo affitti giovani. L’agenzia delle entrate con la circolare 9 del 1 Aprile ha chiarito le modifiche normative rispetto alla disciplina precedente. Quest’anno, infatti, la detrazione è prevista anche nel caso in cui la locazione riguardi solo una porzione dell’unità immobiliare mentre precedentemente riguardava solo il possesso di un immobile completo. La circolare del 1 Aprile inoltre ha introdotto una detrazione più elevata, una validità del bonus di 4 anni invece della precedente proposta che ne comprendeva solo 3 e un’estensione di validità del bonus fino ai 31 anni d’età. Nel caso in cui il contratto di locazione è stipulato da più locatari, solo coloro che hanno i requisiti di età previsti dalla norma potranno usufruire della detrazione. Sebbene questo bonus sia una buona agevolazione per molti ragazzi, la soluzione migliore sarebbe proporre una diminuzione degli affitti per i più giovani ma purtroppo questa è un’utopia.

 

 

 

 

 

 

 

 

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In Italia il matrimonio è consentito solo a persone di sesso differente. Alle coppie omosessuali, invece, sono concesse unicamente le unioni civili. Tanti credono che non ci siano differenze tra unioni civili e matrimonio ma non è così.

 

In Italia la legge Cirinnà del 2016 ha segnato un punto di svolta per i diritti civili LGBTQA+. Questa legge, infatti, riconobbe le unioni civili per le coppie omosessuali che prima non avevano alcuna possibilità di unione. In realtà, anche le unioni civili sono molto limitanti ed escludono alcuni diritti e doveri previsti invece per le coppie sposate. Per esempio, a differenza del matrimonio, nelle unioni civili manca il riconoscimento automatico di figli e figlie dal momento della nascita. Un bambino nato in un’unione civile, quindi, non è automaticamente figlio di tutti e due i coniugi. Questo vale sia in caso di adozione da parte di entrambi i genitori, sia per la stepchild adoption che in caso di fecondazione artificiale eterologa con donatore esterno. Chi è unito civilmente infatti non può adottare. In questi casi un bambino sarà figlio biologico di uno dei due coniugi ma sarà riconosciuto figlio dell’altro coniuge solo a livello giurisprudenziale.

 

Nel 2014 è stata esposta una sentenza dal tribunale dei minori di Roma che non vieta totalmente la richiesta d’adozione. Questa dichiara che l’adozione può essere ammessa dopo un’indagine svolta da un giudice che riconosca che l’adozione realizza il preminente interesse del minore. La legge Cirinnà, inoltre, non riconosce neppure la possibilità per le coppie omosessuali di fare ricorso alla fecondazione assistita eterologa. Questi evidenti limiti riscontrati in Italia per le coppie omosessuali trovano spesso soluzione recandosi all’estero. Nel caso in cui un’adozione avvenga all’estero, questa è riconosciuta in quanto non va contro i principi di ordine pubblico internazionale. La maggior parte delle coppie, quindi, si reca in altri paesi per la fecondazione assistita ma il problema si ripresenta al ritorno in Italia. Qui infatti la Corte di Cassazione proibisce la rettificazione dell’atto di nascita per il genitore non gestante o non biologico.

 

Il mancato riconoscimento della possibilità di sposarsi alle coppie omosessuali evidenzia come il nostro paese sia indietro rispetto a molti membri dell’unione europea. Pochi giorni fa, ad esempio, La Slovenia ha riconosciuto gli stessi diritti delle coppie eterosessuali alle unioni civili. Si propone, inoltre, un ulteriore miglioramento proponendo una legge per l’uguaglianza e le pari dignità familiari. Questa differenza dimostra come alle coppie omosessuali non vengano riconosciute la stessa dignità e lo stesso status delle coppie eterosessuali. Inevitabilmente, inoltre, questo causa disagio e sofferenza anche ai figli. Nonostante la legge Cirinnà sia stata un miglioramento storico in passato, questa attualmente si mostra avversa al mantenimento dei pari diritti di ogni individuo. Per colmare le lacune Italiane e per garantire la tutela di tutti i cittadini si dovrebbe introdurre il matrimonio egualitario, il riconoscimento alla nascita per i figli delle coppie dello stesso sesso, l’accesso alle adozioni e l’accesso ai percorsi di procreazione medicalmente assistita.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Nelle ultime settimane si sta discutendo molto dell’impatto ambientale dei jet privati e della possibilità di vietarne il volo in Italia. Ovviamente, la proposta di abolizione dei jet privati ha diviso i social tra chi è a favore e chi è contrario.

 

È un dato di fatto che la componente di popolazione più ricca del pianeta inquina il doppio della metà più povera. Per questo, il prezzo delle necessità dei più ricchi è pagato da tutti e lo pagheranno soprattutto le generazioni future. In realtà, i jet privati rappresentano una questione di disuguaglianza climatica. In quattro ore, infatti, un jet privato emette circa la stessa quantità di CO2 di quella che un individuo produce in un anno. I viaggi su jet privati potrebbero essere sostituiti percorrendo tragitti via treno che sono 50 volte meno inquinanti oppure via aereo commerciale che sono tra Le 5 e le 14 volte meno inquinanti.

 

Nella campagna elettorale di settembre l’alleanza verdi e sinistra italiana ha presentato su Facebook la propria campagna per l’abolizione dei jet privati. “Jet privati per spostamenti brevi e superflui, come un aperitivo a Mykonos dalla Sardegna e ritorno in 24 ore. Tonnellate e tonnellate di CO2 emesse quasi per gioco. Una follia”. Anche parte del programma elettorale del partito Unione Popolare chiede: “Uno stop all’utilizzo di jet privati e una progressiva eliminazione dei viaggi aerei su tratte brevi coperte da adeguate linee ferroviarie”. Inevitabilmente questa discussione ha creato un grande dibattito tra chi sostiene che sia necessario abolire un mezzo di trasporto utilizzato da pochi privilegiati ed altamente inquinante e chi invece crede che la questione sia irrilevante.

 

Alcuni, per esempio, evidenziano come in Italia risultino solo 133 jet privati registrati fiscalmente ma la realtà è ben diversa. Molti jet privati posseduti in Italia, infatti, non sono registrati nel nostro paese ma altrove, dove è più conveniente. Inoltre, ad inquinare sono anche i jet stranieri che volano in Italia.  Purtroppo è da considerare il fatto che l’abolizione dei jet privati si scontri con gli interessi legati al turismo e all’economia. I jet privati in Italia, infatti, favoriscono il turismo di lusso che porta grandi guadagni. Una soluzione per combattere le emissioni di CO2 dei jet privati potrebbe essere il carbon offsetting ossia compensare il proprio impatto ambientale finanziando progetti per ridurre le emissioni altrove. Questo però non disincentiva le emissioni e permette agli attori principali di liberarsi della responsabilità di ridimensionare il proprio impatto ambientale. Questa iniziativa potrebbe dunque funzionare solo se accompagnata da un impegno nel ridimensionare il proprio impatto ambientale. Sarebbe opportuno almeno limitare l’utilizzo dei jet privati per questioni di sicurezza e non per motivi futili; tutti dovrebbero responsabilizzarsi di più data la terribile situazione climatica e ambientale in cui verte il paese.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Link alla foto: https://www.bing.com/images/search?view=detailV2&ccid=5DbtSxPp&id=09AF6CC1A5B6BEFC9E4A2B92ACB54B02ECA5B62E&thid=OIP.5DbtSxPpA_n-7PNftCUCFwHaEM&mediaurl=https%3a%2f%2fq3.informazione.it%2fpics%2fb7157bde-add6-48c2-8d5d-37c47bfcea9c.jpg&cdnurl=https%3a%2f%2fth.bing.com%2fth%2fid%2fR.e436ed4b13e903f9feecf35fb4250217%3frik%3dLral7AJLtaySKw%26pid%3dImgRaw%26r%3d0&exph=1020&expw=1800&q=foto+abolizione+jet+privati&simid=608021508196282171&FORM=IRPRST&ck=7005E2F53ECAA7D5A7CA4500FD159584&selectedIndex=0

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