NOROI - THE CURSE di Koji Shiraishi: il perfetto found footage

Venerdì, 14 Aprile 2023 10:02
  

L’horror rappresenta forse il genere cinematografico più affascinante per tematiche e soluzioni visive — sovente al limite del sostenibile — perché, non avendo necessità di edulcorarne forma e sostanza, può permettersi di veicolare contenuti e concetti senza dover sottostare a particolari vincoli logistico-produttivi. Come qualsiasi altro genere cinematografico, anche l’horror vanta diversi tipi di sottogeneri: dal body horror allo slasher, dal ghost movie all’home invasion passando per monster movie, zombie movie e splatter. Il mokumentary (o found footage) è però quello che nella prima decade del 2000, sull’onda del successo ottenuto da The Blair Witch Project nel ‘99, ha sostanzialmente saturato le sale cinematografiche. Sono diversi i film divenuti instant cult che devono il loro successo proprio al found footage: Rec, Cloverfield, Diary of the dead e Paranormal Activity solo per citarne alcuni. La febbre del mokumentary si deve soprattuto allo straordinario potenziale d’immedesimazione che lo stesso scaturisce nel fruitore. Il principio del sottogenere è infatti quello di modellare e strutturare la narrazione attorno al (diegetico) materiale video reperito dai personaggi del film, costruendo così un prodotto sì di finzione ma in grado di ancorarsi dannatamente bene alla nostra realtà. È in questo contesto che, nel 2005, nelle sale giapponesi esce quello che con tutta probabilità utilizza la tecnica nel migliore dei modi: Noroi - the curse di Koji Shiraishi

 

Masafumi Kobayashi è un ghost hunter autore di libri e documentari sull'attività soprannaturale in Giappone. Durante il processo di realizzazione di un documentario intitolato “The Curse”, Kobayashi scompare nel nulla senza lasciare traccia. Questo l’incipit del film che, insospettabilmente, inizia prendendo in contropiede lo spettatore. L’opera di Shiraishi sembra infatti avere un impianto comunicativo più rilassato, quasi giocoso, tensivo ma mai davvero terrificante. Tutta la prima parte vede Kobayashi intervistare persone che testimoniano avvenimenti inspiegabili quali apparizioni, scomparse misteriose e convulsioni anomale senza che si scada mai nella banalità del telefonatissimo jumpscare all’americana. Chiaro: per necessità ci sono anche qui sequenze più disturbanti delle altre, ma il tono generale sembra davvero quello di un documentario amatoriale senza chissà quale segreto da svelare.

È però negli ultimi 20-30 minuti che la narrazione subisce un drastico e imprevedibile cambio di rotta per precipitare vertiginosamente nell’abisso del terrore più profondo, avvicinandosi così ai tòpoi del genere.

 

Quello di Shiraishi può definirsi un film intelligente e assolutamente coraggioso – se considerato in relazione alle ambizioni e agli obiettivi della produzione –, perché altrimenti un approccio narrativo così pretenzioso avrebbe rischiato di minare sensibilmente la fruibilità di un film nato per incassare al botteghino. Il regista giapponese vuole infatti raccontare senza imboccare in nessun modo lo spettatore:gli è richiesta, anzi, una soglia dell’attenzione piuttosto alta, almeno per chiè voglioso d’assemblare i pezzi del puzzle per poter risolvere il tremendo ed intricato enigma. La peculiarità di Noroi risiede proprio in questo aspetto: se si riesce a risolvere il caso prima che sia il film stesso a farlo (ammesso che ciò avvenga), allora, col senno di poi, ci si renderà conto di quanto in realtà le prime sequenze siano tremendamente più inquietanti delle ultime.

 

Noroi ha comunque una chiusura abbastanza tipica, ma non necessariamente scontata: il sistema narrativo adottato dal giapponese sceglie di aiutare lo spettatore collegando indizi qua e là così da rendere più o meno sensato quanto appena visto, ma non illustra mai per filo e per segno l’intera vicenda, ed anzi traveste da supposizione quello che, alla fine dei conti, risulta essere il tanto inflazionato spiegone.

Shiraishi pretende dal suo pubblico un interesse ed una partecipazione attiva nei confronti delle immagini, caratteristica che entra in forte contrapposizione ai più classici stereotipi del genere, ma che contestualmente coincide indubbiamente con il più rilevante pregio del film.

In definitiva, Noroi rappresenta, sia per meriti narrativi che per soluzioni visive, il miglior connubio fra l’horror di genere ed il mokumentary post 2000.

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