Dal pub al palco: gli Oasis

Domenica, 06 Marzo 2022 00:00
  

Per me era d'obbligo prima o poi parlare degli Oasis nella consueta rubrica musicale.
Ho deciso di inserirli in questo mese di primavera perché quando questo gruppo di Manchester conquistò la ribalta internazionale era la mia primavera, ero un ragazzino che assorbiva, come una spugna, tutta la musica proveniente dal Regno Unito.


Erano gli anni '90, un periodo in cui mi appassionai al Rock o al Brit Rock, come era definito all'epoca, un genere che veniva riscoperto nonostante gli artisti inglesi emergenti, come i Take That o le Spice Girls, portassero avanti un genere più soft.


Spuntavano infatti diverse band come gli Oasis, i Blur e i Kula Shaker che riportavano la musica indietro al tempo dei Beatles e dei Rolling Stones con il suono delle loro chitarre elettriche e con le loro schermaglie che i media amplificavano allegramente.


Gli Oasis non hanno mai nascosto di ispirarsi a complessi provenienti dai pubbki perché avevano capito che il rock britannico, per rinnovarsi, aveva bisogno di tornare indietro e respingere quelle sonorità del grunge che in Gran Bretagna faceva brezza solo nei cuori di chi amava il punk, ma per i fedeli del rock alternativo bisognava intraprendere una nuova strada che ammiccava a quella vecchia.
Addirittura Paul McCartney trent'anni fa disse che bisognava essere sordi per non accorgersi della "somiglianza" con i Fab Four.


Dallo scantinato di casa propria passarono alle arene di mezzo mondo, passando a fasi alterne dalla polvere all'altare. La critica musicale li incensò nei loro primi 4 anni di carriera discografica per poi declassarli, a giusta ragione, per la scarsa qualità dei loro brani. Tanto è vero che ad un certo punto il quintetto inglese puntò moltissimo sui loro B-side, raccolti, in seguito, nella compilation "The Masterplan".
Purtroppo il successo lì nutrì a una smania di onnipotenza facendo crescere in loro un ego spropositato che li induceva a credersi degli dei senza capire che anche i dei subirono la caduta.


Con alterne fortune seppero intercettare la domanda del pubblico giovanile che voleva nuove rockstar da idolatrare e ci riuscirono con straordinarie ballate ecumeniche che avevano nel cassetto.
E proprio queste canzoni sono rimaste nella testa delle persone, tant'è vero che all'indomani dell'attacco terroristico di Manchester avvenuto nel 2020, Don't look back in anger diventò l'inno di una città traumatizzata che voleva riscattarsi.

 

foto presa da: https://www.facebook.com/9949696967/photos/pb.100044226739407.-2207520000../10157248037171968/?type=3

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