In Islanda diminuiscono le ore lavorative, sarà possibile anche altrove?

Giovedì, 15 Luglio 2021 14:49
  

Spesso si discute sull’aumento o sulla diminuzione delle ore effettive da dedicare al lavoro. In molti paesi è difficile arrivare al giusto equilibrio lavorativo; per esempio i lavoratori italiani, rispetto alla media europea, lavorano di più ma ottengono una crescita inferiore rispetto a molti altri paesi come la Germania. Il problema sta nel fatto che la produttività italiana, come quella di altri Stati, si concentra sull’aumento della base occupazionale e del monte orario, trascurando l’innovazione e il capitale umano che producono l’effettiva crescita. Nelle economie più avanzate i fattori della produttività si legano alla qualità e all’efficienza, non alla quantità o allo sfruttamento del lavoro. Il ritardo di produttività è dovuto al carente utilizzo dell’informatica nell’organizzazione del lavoro, al poco ricorso alla formazione continua, alla scarsa efficienza della pubblica amministrazione e delle imprese.

 

Sulla base di questi dati, in alcuni paesi come la Spagna e la Nuova Zelanda, sono stati avviati degli esperimenti per migliorare la qualità del lavoro e per produrre una maggiore crescita. L’islanda, in particolare, ha deciso di migliorare questo aspetto diminuendo le ore di lavoro ma concedendo lo stesso salario. L’esperimento condotto in Islanda dal 2015 al 2019 si è rivelato un grande successo. Sei anni fa a Reykjavik si è deciso di ascoltare le richieste dei sindacati e delle organizzazioni, che chiedevano settimane lavorative più brevi. In questo modo 2500 lavoratori del settore pubblico hanno avuto una riduzione delle proprie ore da 40 a 35 a settimana senza modifiche al salario. Oggi l’86% della popolazione ha ridotto le ore e la produttività è rimasta la stessa o è migliorata secondo la think tank britannica Autonomy e l’Alda. I lavoratori hanno constatato di sentirsi meno stressati e più motivati grazie al migliore equilibrio tra vita privata e lavoro e al maggior tempo a disposizione da dedicare alla famiglia, agli hobby e alla cura di sè. Degli studi hanno inoltre misurato un incremento del benessere dei lavoratori dentro e fuori l’ambiente lavorativo.

 

Per poter diminuire le ore lavorative senza penalizzare la produttività o il livello dei servizi, le aziende hanno provveduto a un piano di riorganizzazione. Sono stati ottimizzati i turni di lavoro e il tempo passato in riunione usando mail, meeting online ed eliminando mansioni meno utili. Anche se questo progetto mostra esiti positivi, potrebbe risultare più complesso realizzarlo in Paesi più estesi, sovrappopolati e con economie più grandi. In questi casi, infatti, potrebbe essere necessario assumere nuovi lavoratori per coprire i turni lavorativi mancanti. Questo potrebbe far diminuire la disoccupazione ma, allo stesso tempo, danneggiare l’economia del paese dove servirebbe maggior capitale per retribuire i nuovi assunti. Sicuramente la possibile riuscita di questi esperimenti è da verificare anche sulle grandi economie, sebbene potrebbero presentare maggiori problematiche. In ogni caso, è indispensabile far sì che in alcuni Paesi, come l’Italia, si inizi a puntare sulla qualità e non sulla quantità lavorativa, cercando delle nuove soluzioni che possano migliorare la qualità di vita dei lavoratori e incrementare la produttività.

 

 

 

 

 

 

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