QUAL È LA PRIMA COSA CHE FARAI QUANDO TUTTO SARÀ FINITO?

Lunedì, 23 Marzo 2020 11:44
  

Voci da Napoli, 23 Marzo 2020.

All’inizio, parlando del virus i giovani erano scettici, discutendo dei futuri impegni e della quotidianità, c’era chi non si prefigurava nemmeno lontanamente la situazione attuale.

Abbiamo continuato a fare progetti, a programmare per convincerci che non poteva accadere, che era una suggestione collettiva.

Non poteva accadere qui, in Italia.

Invece, abbiamo visto e continuiamo a vedere il nostro paese svuotarsi, la nostra città diventare spettrale: le strade silenziose, i negozi sbarrati, semafori diventati arredo urbanistico, incroci caotici ormai deserti, le domeniche senza mare, senza il vento sul viso.

Abbiamo cambiato la nostra vita in un attimo, anche se sembrava una missione impossibile: impegni rimandati, viaggi saltati, matrimonio annullati, lauree telematiche, concorsi prorogati.

L’intero paese fermo, ingessato.

E poi, i contagiati, i morti, quelli che pensavamo fossero pochi ed invece, giorno dopo giorno, sono aumentati.

Ci bussano alla porta, ma non li possiamo vedere, toccare ed è questa la consapevolezza più atroce che attornia i nostri giorni.

Ed ecco che ci siamo ritrovati con ciò che forse ci spaventa di più: noi stessi.

Non sapendo fino a quando durerà, siamo stati costretti a guardarci dentro, tra un senso di iperattività smodata ed una inerzia totale.

Impieghiamo il nostro tempo per fare tutto quello che abbiamo sempre celato dietro quell’“oggi non posso”, “non ho mai tempo”, “preferisco uscire”, “lo faccio domani”.

Abbiamo incominciato a sentire rumori che non conoscevamo, abbiamo osservato oggetti che mai sino ad ora avevamo guardato davvero.

Ci siamo trovati di fronte a noi e niente altro, noi ed il mondo fuori.

Quello che da piccoli ci sembrava un docile amico ed ora ci sembra un mostro indomabile. Lo osserviamo come se avessimo un telescopio perché ci sembra lontano da noi, come se si fosse reciso quel cordone ombelicale che ci legava inesorabilmente.

Non riusciamo a toccarlo perché è invisibile, non possiamo classificarlo, additarlo, condannarlo.

Ora scorrono fluidi i pensieri e le tensioni.

Il mondo è lì e non va dimenticato, non possiamo staccare la spina, ora no.

Ora dobbiamo dedicarci a tutto quello che abbiamo sempre accantonato, senza dimenticarci che il tempo passa ed i conflitti non si fermano. Noi siamo fermi, ma il resto scorre e noi dobbiamo esserne consapevoli.

Ed allora ci siamo chiesti il perché di tutto questo, e ancora oggi lo facciamo, soffermandoci soprattutto in che cosa ci sentiamo violati, in poche parole cosa ci manca.

Alla domanda qual è la prima cosa che faresti quando tutto sarà finito, non tutti hanno saputo rispondere.

Alcuni perché, anche se può sembrare un paradosso, stanno avvertendo un cambiamento, ma lo vivono positivamente lasciando spazio a quello che è e che sarà.

Altri, perché stanno ancora metabolizzando ciò che sta accadendo o fingono che non stia accadendo proprio nulla.

La maggior parte di coloro che hanno risposto hanno espresso il desiderio di abbracciare le persone a loro care, questo non perché fosse nelle loro abitudini, anzi, ma perché è ciò a cui non hanno mai dato importanza.

Altri, invece, essendo abituati al forte contatto con le persone, ne avvertono una mancanza fisiologica nella loro vita.

Ancora, desiderio comune è quello di vedere il mare, camminare, una semplice giornata di sole, la palestra, gli amici, vedere il proprio fidanzato, riabbracciare i propri nonni, la propria madre, tagliarsi i capelli, fare un viaggio, lavorare, mangiare la pizza o il sushi.

Tutte cose che se chiudiamo gli occhi e pensiamo di non poter avere più, ci fanno sentire vuoti perché è la privazione della nostra libertà che ci fa sentire tali.

E allora la superficialità non ha più terreno fertile perché siamo di fronte a tutte le nostre certezze crollate, come un castello di carta. Quel castello era la normalità della nostra città, del nostro paese, della nostra Europa, del nostro mondo, ma forse le fondamenta erano sbagliate.

Quella normalità era sbagliata, quel senso di apparire dei più era la vera malattia, non questo virus.

E allora prendiamo una penna, tracciamo le fila di quello che è stato, delle nostre priorità ed infine mettiamo un punto.

Alla fine di tutto questo scriveremo la prima cosa che faremo, come in quei romanzi con il lieto fine, ma saremo noi a scegliere se continuare il capoverso o andare a capo.

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Giulia Compagnone

Nata a Napoli,frequenta la facoltà di giurisprudenza. Da sempre innamorata della sua meravigliosa città, nonostante i suoi difetti e le sue contraddizioni. Ogni giorno cerca di impegnarsi , di lottare per lei, attraverso azioni pratiche e attraverso la sua scrittura. Non finisce mai di stupirsi di quanto possa dare questa città, malgrado sia un vero e proprio paradiso abitato da diavoli.Ama la cultura e tutto ciò che è legato ad essa ,ha uno spiccato senso civico ed è appassionata di musica e di danza.

Le due sue citazioni preferite sono:" raccontare le cose come stanno vuol dire non subirle" di Roberto Saviano e " vi sono momenti nella vita in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale,un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre" di Oriana Fallaci.

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