Otello al San Carlo: dramma parallelo

Venerdì, 09 Dicembre 2016 14:01
  
In uno spirito di autocelebrazione, come è d'uso e d'uopo in certi ambienti, l'Otello di Rossini apre la stagione lirica del San Carlo, opera composta negli anni napoletani su libretto di Francesco Berio di Salza, uno dei maggiori esponenti del fermento intellettuale napoletano di inizio ottocento (da lui fu cammissionata a Canova la realizzazione di Adone e Venere) e in primo luogo grande poeta, seppur contestato a suo tempo.
La brillante commistione di geni, letterati e musicali, portò alla presentazione dell'Otello rossiniano al Teatro del Fondo (il San Carlo era stato frattanto distrutto da un incendio) duecento anni fa, anni gloriosi per il massimo partenopeo, fulcro produttivo del genio drammatico del compositore marchigiano.
A duecento anni dalla sua prima rappresentazione napoletana, il San Carlo ripropone l'Otello, stavolta con la mania di contestualizzare, di rendere attuale la sinossi, il dramma, come fosse imprescindibile priorità della regia contemporanea, quella cioè di riportare casualmente allo spettatore la tematica di tendenza, di azzecarla sui bei costumi di Gabriella Pescucci, di sparpagliarla ingegnosamente tra un atto e l'altro attraverso una fitta rete di messaggi che vengono sì focalizzati, pur non trovando in seguito una necessaria elaborazione, una risposta reale, autentica da parte del pubblico che applaude per inerzia o per educazione. Questo il resoconto della regia di Amos Gitai, un lavoro da cui traspare una certa ingegnosità ansiogena, tradotta in idee frammentate che poco si adattano al contesto scenico attraverso, per esempio, una serie di sconnesse proiezioni, video di sbarchi di immigrati o di zone di guerra che riportano ad una faziosa necessità di contestualiser.
Affiancare la contestualizzazione forzata alla scenografia reazionaria di Dante Ferretti lascia ben intuire l'importanza e la necessità di un rapporto coerente tra regia e scenografia. Nelle splendide scene del Premio Oscar si fondono un gusto magico da grande esteta e una consapevolezza autentica del potere drammaturgico dell'impianto scenico, nelle sue linee calde, dolci, meravigliosamente illuminate in un gioco continuo di volumi e chiaroscuri.
Riportare un commento sul secondo cast di quest'Otello potrebbe essere utile spunto di riflessione, sull'importanza in primo luogo dell'opera in questione e sulla conseguente necessità di un grande cast per un Rossini che necessita delle voci migliori, dei migliori soprani e dei migliori tenori, per colmare quelle convenzioni o tendenze, abitudini musicali di un coerente senso drammatico.
Questo, almeno in parte, non è accaduto, a giudicare dal pubblico semi fischiante (mai troppo al San Carlo) al termine della replica del 1 dicembre. Il soprano Carmen Romeu, recentemente protagonista di una contestata Armida al Rof (Rossini Opera Festival), si rivela essere non esattamente appropriata ai ruoli rossiniani, come già da tempo sostengono le voci di Pesaro. La sua Desdemona è vocalmente piatta, instabile, carente per altro nella visione drammatica del ruolo per niente caratterizzato.
Otello è Sergey Romanovsky, che ricordavamo in migliore forma timbrica, in particolare per quanto riguarda il bel colore chiaro e cristallino che, stando alla prima replica, sembra essere andato perduto per via di uno scurimento artificiale che rende il suo canto globalmente lontano dai bei canoni rossiniani. Rodrigo è uno affannoso Giorgio Misseri, la cui mimica è limitata ad un continuo soccorso artificiale al diaframma che non riesce a sostenere la tessitura ampia della parte, che nel registro acuto è appena toccata spesso con dei falsetti che incoraggiano i mormorii del pubblico napoletano, e che, dal punto di vista drammaturgico, deformano l'immagine del personaggio (per altro mal fraseggiato), ridotto ad un giovane piccioso e fastidioso. Iago è un tremante Francisco Brito, dal canto instabile e flebile. Bene l'austero Elmiro di Mirco Palazzi , che ben rende l'immagine fosca del padre di Desdemona, analogamente all'Emilia di Gaia Petrone, dal canto fluido e cristallino, attenta a calibrare il bel volume al timbro drammatico da cui si sviluppa un fraseggio moderato e perfettamente studiato sulla parte. Il canto del gondoliere è affidato a Enrico Iviglia, che dall'alto del Palco Reale incanta il San Carlo con uno dei momenti più suggestivi dell'intera opera.
L'atmosfera globalmente sottotono di questa replica è stata coronata dalla direzione di Gabriele Ferro, che della complessiva ricchezza della partitura trae il solo aspetto formale, tralasciando ogni accenno di inventiva tale da rendere la sua direzione altro, oltre che soporifera. L'orchestra gode tuttavia di un'acustica ammorbidita, grazia all'innalzamento della buca al livello della platea “come ai tempi di Rossini”.
Applausi scroscianti nel finale, con tanto di brevi dissensi di qualche turista in platea.
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