Al San Carlo Barenboim rinasce con Schubert, Chopin, Liszt

Mercoledì, 30 Novembre 2016 00:00
  

Sebbene ci si senta costretti, spesso, a dover riportare gli eventi così come si sono svolti, nel loro ordine e nella loro interezza, ci pare giusto, quasi logico, partire, stavolta, dalla fine, da quell'entrata distinta del maestro Daniel Barenboim al termine della seconda parte del recital Sancarliano di Sabato scorso, nel trionfo con cui il pubblico ha giustamente omaggiato il grande, anzi “grandissimo Maestro”, come si urlava alla prima del Fidelio scaligero qualche tempo fa.

Seduto al pianoforte, al suo Barenboim, pronto per concedere il primo bis della serata (splendido Notturno Op. 27 n. 2 in re bemolle maggiore di Chopin), il Maestro si volta verso un uomo di cui non riporteremo descrizioni, ai piedi del palcoscenico che, nella meraviglia di tutti, gli sussurra qualcosa.

Giusto per evitare alla fantasia romantica di vagare per frasi e massime filosofiche, per frammenti letterari e pagine romanze, andiamo al dunque:”dice che sono il Maradona del pianoforte, ma Maradona si è ritirato, io inizio adesso!”.

Tralasciando titoli e apposizioni, (consapevoli di incastrarci altrimenti in incontestabili questioni di cuore), ci piace riflettere sulla seconda parte della frase (ripetuta due volte dal Maestro, la seconda con pronuncia migliore), rifletterci ora che la critica lucida e consapevole acquieta gli entusiasmi caotici di fine concerto.

Quella Sancarliana è la fase conclusiva di una rinascita, la chiusura di un cerchio, di una rivalutazione spirituale della musica considerata parte di un rapporto ormai a due, un dialogo intimo e spiritualmente autentico che mette a tacere le critiche popolari e paradigmatiche delle “grandi prime” (fondate che siano), parte fondamentale del fenomeno Barenboim che in realtà è tutt'altro, lo neghi chi può.

Barenboim è tecnica ed intelligenza, spesso mettendo in gioco l'una contro l'altra, scontrandosi titanicamente con il limite della Forma e trascendendola in impressioni sempre armoniose e brillanti, energiche, selvagge fino a a toccare purezze di suono celestiali accordate intimamente con lo strumento che porta il suo nome ed il suo superbo carattere.
Un carattere severo, pulito, statuario nei movimenti come se l'estetica del gesto corresse contro la bellezza del suono, Barenboim sceglie di contenerlo, di circoscriverlo allo strumento accantonando saggiamente enfatiche gestualità prorompenti e divinamente spocchiose care ad alcuni colleghi ed a lui stesso recentemente imputategli. Sceglie il primo e l'ultimo Schubert, l'artefice ispirato di quel raro e godibilissimo splendore (Paumgartner) della Sonata in la minore D575 , ed il genio bifronte ed inquieto della Sonata in la maggiore D959, sottilmente divina nei suoi contrasti, scontri di impressioni ora laceranti ora salvifiche che lasciano pendere il pubblico dalle labbra dolci dell'illusione, fino a scioglierne l'entusiasmo in un applauso fuori posto, tra l'allegro e l'ultimo rondó, condannato dagli sguardi di molti increduli eppure teneramente spontaneo e fanciullesco. 
E poter trattare in questi termini la materia musicale non è cosa da poco: ció che in qualche misura ce lo permette è la natura della musica ascoltata, esaltata da una riscoperta acustica del teatro e dallo splendido strumento, natura, essenza pura, lontana dalle sonorità metalliche e pesanti degli strumenti contemporanei e carica del raro fascino della perfezione.

La ballade n.1 in sol minore op.23 di Chopin ci introduce ad un livello ulteriore di interpretazione, più profonda, completa.

È il Maestro stesso a spiegare - su istruzione del compositore - che la si esegue come fosse un'invenzione sul momento, la ricerca curiosa di qualcosa, come durante una ballade appunto, una passeggiata, ritratta attraverso un flusso coloratissimo di note, una fluidità vorticosa che addolcisce i contrasti e le dissonanze puramente romantiche che permeano la composizione.

Ma il momento in cui Barenboim torna a sé stesso, stabilendo un contatto assoluto e unitario tra la musica ed il teatro, è con l'esecuzione di Funerailles di Liszt, composizione lacerata nella prima parte, ma così dolce e lirica nella seconda, così intensamente luminosa che stupisce e rammarica sentirla degenerare a tempo di marcia in sconfortanti forme grottesche nel finale, seguita per altro da uno spiritato Mephisto Waltz n.1, beffa delle precedenti impressioni, permeato di una nervosa vitalità sanguigna specie nei virtuosismi leggeri (e non sempre riusciti) e ricco di suggestive dissonanze di volumi che danno forma e contenuto alla composizione.

Sempre in linea con l'umore della serata il trionfo tributato dal pubblico, caloroso e già nostalgico, sempre pronto a ringraziare, a chiedere un ritorno, ad omaggiare grandi leggende (perché napoli non è solo musica, caro Maestro, ma anche e sopratutto “pallone”) si gode uno splendido (sopracitato) primo bis chopiniano, seguito dalla immortale parafrasi dal Rigoletto di Liszt, "passepartout" d'eccellenza sempre gradito al pubblico napoletano, che ringrazia ancora calorosamente.

 

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