Al San Carlo la gloriosa "Adriana Lecouvreur" di Oren è tra gli spettacoli migliori della stagione

Lunedì, 24 Ottobre 2016 07:36
  

Il rapporto tra il San Carlo e l'Adrienne è intimo come lo è stato quello felice tra il suo compositore e Napoli, città di grande tradizione musicale da cui Cilea attinse quella compostezza di stile e quella generosità melodica tornite, a chiusura del cerchio, di accennati stilemi veristi coerenti all'estetica musicale del tempo.

Adriana Lecouvreur è un capolavoro immortale nel suo inevitabile e costante rimodellamento, un passaggio necessario per gusti e genialità differenti che, pur trasfigurandone l'essenza, ne valorizzano la grande duttilità interpretativa seguendo ora il gusto, ora la psicologia, ora l'ispirazione dell'interprete. Se l'ultima Adriana Sancarliana vedeva incarnarsi nella compianta Daniela Dessì, Adriana senza orpelli e sovrastrutture gigioniche e aristrocratiche, asciutta di qualsiasi cliché, Barbara Frittoli, interprete di questa nuova ripresa, è una Lecouvreur profondamente intristita già nella sua umile ancella, intrisa di una malinconia fosca e lapidea prima (del sultano Amuratte..), teneramente abbandonata poi, in una curiosa lettura che vede separata l'artista dalla donna.

La grande coerenza drammaturgica della Frittoli va al di là del solo fraseggio dettagliato, trovando risoluzione fondamentale nel gesto e nell'espressione scenica: memorabile l'accusa alla contessa di Buillon (le audacissime impure cui gioia è tradir), esaltata da un impeto verista di grande vigore e potenza, un urlo non di riscatto né di vendetta, ma di autentica arresa, di resa all'intreccio di sguardi che infiamma il terzo atto, in cui la pietà di Adriana soccombe all'austerità terrificante della contessa.

Sempre splendida Luciana D'intino, che incarna una contessa distinta da una generale artificosità degli stati d'animo, quasi retorica e pretenziosa negli accenti febbrili e dissonanti di acerba voluttà, in cui il superficiale potere austero da aristocratica svela una più profonda debolezza di spirito, un'arresa tutta umana agli stilemi naturalistici di cui l'opera di Scribe e Legouvé è permeata, quella costrizione sociale animata da desideri di fuga, d'evasione che lo stesso Molière (imperante in una gigantografia nel primo atto) criticava. Il carisma brillante della D'intino offre un'immagine anch'essa alternata del personaggio, ritratto da un canto uniforme nella scelta del timbro globalmente algido nella zona centrale e in quella acuta, ancor più siderale.

Non brilla il Maurizio di Gustavo Porta, tutt'altro rispetto all'immagine che ne danno Cilea e gli stessi Scribe e Legouvé, tornita comunque di un celato eroismo, di un segreto fascino eroico che ne giustifica l'ammirazione di Adriana, donna troppo intelligente per cedere al fascino tutto ninnoli e vanagloria che Porta conferisce globalmente al personaggio, iniziando da una dolcissima effigie fraseggiata con superficialità, seconda solo ad una fastidiosa teatralità enfatica che non salva di certo il canto. La vocalità sfiatata, la difficoltà di intonazione e di passaggio naturale, smorzature ruvide e spigolose, legato stentoreo a cui si aggiungono ingolature e artificiosità la dicono lunga sulla presenza tenorile contemporanea nel repertorio della giovane scuola, di cui ricordiamo i recenti Filianoti e Palombi, entambi ugualmente contestati.

Alessandro Corbelli, Michonnet, incanta per la sua poliedrica caratterizzazione del ruolo, amante dolce e sognatore fanciullesco incastrato inesorabilmente nella sua gabbia naturalistica, nel ruolo di osservatore esterno, vero, puro dell'evoluzione della Lecouvreur, Melpòmene per tutta l'opera e allegoria pura del teatro nel finale in cui la donna e la musa si fondono e la mise en abyme, il teatro nel teatro, straccia i sui confini diventando realtà immanente.

Un'immanenza messa continuamente in gioco dalla regia di Lorenzo Mariani e dalle scene di Nicola Rubertelli,, che leggono il dramma di Adriana come fosse una pagina di letteratura tedesca, hessiana, sospendendo la narrazione scenica su un piano a metà tra il reale ed il surreale, ora evocando, ora superando certe atmosfere opprimenti e lugubri, esasperatamente malinconiche tipiche, ad esempio, di Steppenwolf.

Applauditissimo già dal suo primo ingresso Il Maestro Daniel Oren, autore di un'agogica dettagliata, concisa, quasi impressionista, sapiente nella gestione del melodismo delizioso della partitura, esaltato da un'enfasi più romantica che istrionica e valorizzato da una sempre coerente cura dei cromatismi. La sua è una tensione titanica all'espressione autentica, vivida della sottile drammaturgia intrecciata da Cilea, in un confluire di passioni antiche e febbrili che permeano la bella sala del San Carlo e la entusiasmano. Bene il coro, diretto da Marco Faelli, rinvigorito nella parte femminile che ben sostiene l'atmosfera rarefatta in cui si svolge il divertimento danzante, il cameo trionfale del corpo di ballo diretto da Giuseppe Picone su coreografie di Michele Merola in un'atmosfera di esotismo glorioso. Trionfo straordinario al termine della recita, con attenzione particolare alla staordinaria Bouillon della D'intino, alla Frittoli e ad un titanico Daniel Oren, che ha regalato al San Carlo una delle pagine più felici della stagione in corso.

 

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