Le Nozze di Figaro: al San Carlo la folle journée "apolitica "della Muti

Venerdì, 07 Ottobre 2016 00:00
  

Con Le nozze di Figaro va in porto la terza edizione del San CarlOpera Festival, stagione estiva, in origine, di grande fascino commerciale, più che di reali e consistenti contenuti, e che dalla sua inaugurazione fa puntualmente discutere più di qualsiasi altra successione di titoli...

Risale al Marzo del 2006 l'ultimo allestimento napoletano del suddetto capolavoro Mozartiano, firmato da Mario Martone e ripreso anni dopo al Comunale di Bologna, spopolato (ad onor del vero) per l'occasione. Considerando la scarsa periodicità d'esecuzione e la grande differenza di stile che distingue, a distanza di anni, allestimenti differenti, si ha la conferma assoluta di quanto Le nozze siano ancora in balìa di quel tanto ardito contrasto di natura interpretativa, diviso tra politica e audace indagine psicologica.

La regia di Chiara Muti indaga sull'aspetto più sensibile della commedia in musica, lasciando al retroscena politico ben poco spazio rispetto allo studio dei rapporti umani, già fittissimi nel capolavoro letterario di Beaumarchais e sapientemente elaborati dal duo Mozart-Da Ponte.

L'impressione è quella di essere proiettati in un'ingigantita dimensione domestica, una realtà ben lontana dall'austerità della corte e dalle formalità di registro, ma distante allo stesso modo dalla trita realtà febbrile e sfavillante che accentua la distinzione cetuale dei personaggi.

Tutti uguali per la Muti, immersi nella folle journée con inquietante inerzia, abitudine che mette a nudo il contorto intreccio di relazioni distinguendo per qualità ognuna di esse. L'appartenenza sociale dei personaggi rimane così formalmente indistinta, non trovando nelle scene semplici di Ezio Antonelli nessun particolare espediente che ci parli di potere e sottomissione. Solo il suggestivo intreccio di scale e ballatoi parla di un capovolgimento sociale, di quel fermento prerivoluzionario accennato da un frizzante via vai, cornice della decadenza di una nobiltà sempre meno padrona dei suoi spazi.

Di grande coerenza, rispetto alla regia, è la direzione di Ralf Weikert, (già al San Carlo nel Febbraio scorso per un concerto) che riconferma, come fu per il suo Strauss, la predilezione di un'agogica meditata e contemplativa, fatta di tempi distesi e attentissimi alla definizione in musica del singolo gesto scenico, che tuttavia poco ha potuto contare su un'orchestra complessivamente povera di colori e mal guidata nella gestione dei volumi, destinando alla partitura Mozartiana una lettura genericamente lenta e opaca, struttura portante della bella regia della Muti e niente di più.

l'impossibilità di dominare o sostenere musicalmente l'opera lascia in quasi completa autonomia un cast vocale per certi versi tendente più ad una teatralità marcata che ad un fraseggio puramente musicale.

È questo il caso di Alessandro Luongo, che a dispetto di un canto globalmente soddisfacente, ben sostenuto e sonoro nel registro medio e in quello acuto, sporcato in parte da un imbrunimento artificiale, paradigma del canto baritonale del nostro secolo, si abbandona spesso ad un eccesso di teatralità, non sempre piacevole ed elegante, e protagonista assoluta rispetto a quella teatralità ben più sottile che Mozart affida al personaggio, per esempio, nelle agilità del primo atto che Luongo risolve in un guazzabuglio di dizione e fiato corto.

Simone Alberghini e Christian Senn offrono, attraverso il Conte di Almaviva, due sfumature diverse del complicato apparato drammaturgico che gravita attorno al personaggio: se il primo, forte di un timbro dolcemente brunito e di un canto, seppur in scarsa parte, legato, interpreta un conte autentico, autoritario anche negli eccessi di vittimismo, il secondo disegna un conte capriccioso e sotterrato dalla gelosia, scarso di duttilità nei passaggi di registro e nei legato e per questo privo di un'autorità credibile.

Grande prova per il Bartolo di Fabrizio Beggi, che sfoggia una bella vocalità sonora dal timbro austero: nonostante una certa durezza d'emissione nel passaggio all'acuto ed una tendenza ad ingolare nel passaggio al grave, Beggi brilla per una perfetta dizione, oltre che per una soddisfacente precisione nell'agilità dell'aria ed una stupenda mimica facciale.

Nei ruoli femminili emerge brillantemente la Susanna di Rosa Feola, stupenda al solito per elegante fraseggio e completezza nella scelta dei colori, per vocalità sonora e dizione cristallina, ben diversa dall'interpretazione di Maria Mudriak, di bella presenza scenica seppur limitata ad un canto costantemente nasale e sfiatato. Cinzia Fortehabituée del ruolo di Susanna, si cimenta con maggior coerenza nel ruolo della bella contessa che, tralasciando un mezzo vocale globalmente usurato, costantemente precario sia nel registro centrale che in quello acuto, commuove per la naturalezza del fraseggio aiutato da un timbro piacevolmente acidulo, che arricchisce la sua contessa di una malinconia suggestiva seppur accentuata appena, diversamente dalla bellissima Davinia Rodriguez (accorsa alla replica del 30 Settembre per sostituire la Forte indisposta), che attraverso un timbro siderale ed una potente vocalità, arricchisce il suo ruolo di un fascino naturale, un allure di attraente freschezza che trova la sua sublime espressione in un'applauditissima canzonetta sull'aria in coppia con la Feola, intreccio perfetto di colori vividi sostenuti da una raffinatissima direzione. Sulla scena si staglia un letto sfatto, unica dimora della Contessa colpevole di incarnare l'immagine di una nobiltà decadente e stereotipata, permeata tuttavia di una dolcezza, irresistibile e persuasiva, che, in fondo, contribuirà alla catarsi finale, al temporaneo appagamento del perdono.

Divide il Cherubino di Marina Comparato, veterana del ruolo seppur con i suoi limiti, specie una atipica acidità di timbro e un canto globalmente spigoloso che poco aiutano nella messa a fuoco di un personaggio così sfaccettato assieme ad una certa rigidità, analoga ad una Giuseppina Bridelli, (per altro con seri problemi di respirazione nella prima aria) che tuttavia riesce a garantire parte della risoluzione drammaturgica del personaggio tramite un timbro caldo,rotondo, tipicamente mezzosopranile che salvaguarda in parte la coerenza musicale di questo ruolo stupendo. Brillante la Barbarina di Giulia Semenzato assieme all'eccentrica Marcellina di Laura Cherici, (imputabile tuttavia di un frequentissimo parlato), affiancati da un Basilio, Bruno Lazzaretti, scenicamente perfetto, vocalmente distrutto. Applausi per tutti alla sortita (eccetto qualche debole contestazione alla Comparato), da un pubblico che ben ha accolto l'essenza di una lettura illuminante.

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