Old but gold: Vengerov al San Carlo: favola d'autore

Martedì, 16 Agosto 2016 00:00
  

Lungi da noi ogni tentativo, seppur genuino, di riportare in qualche riga l'incessante capovolgersi delle atmosfere, giacché del travolgente Vengerov e delle sue trascinanti dimensioni surreali si è già lungamente scritto e discusso. Maxim Vengerov è il ritratto ufficiale dell'antidivismo e dei suoi confini anche artistici, limitanti nelle intenzioni espressive e nella ricerca di autenticità. Egli si abbandona proprio all'intuizione artistica, quella di necessaria considerazione, in effetti degna di nota se di lui si è portati a scrivere. Lo studio perfetto delle forme del suono è affiancato a un respiro continuo con lo strumento, e la ricerca tecnica è solo un punto secondario del grande progetto emotivo ed espressivo del musicista o, per meglio dire, passa in secondo piano.
Eppure, dal Grand Duo la maggiore op. post.162 di Schubert di inizio serata, in dialogo con il pianoforte di Rousten Saïtkoulov, si intuisce che il Vengerov artista non è in sala, non del tutto; in palcoscenico c'è il Vengerov cauto e oculato, di cui c'è poco di ció che il pubblico aspetta e brama, e che arriva servito cautamente, nella forma dolce di chi giudica con gli occhi del sogno, nelle vesti di un lirismo delicato che diventa impeto e sofferenza lacerante nelle meravigliose pagine della sonata n. 7 op. 30 n. 2 in do minore del Beethoven più intimo, in cui Vengerov subentra rapito dal dialogo con il suo strumento; nella prima parte della serata  le forme sono quelle di un'agogica lunatica, a tratti anche svogliata, perché per Vengerov cosí dev'essere, e cosí sia.
Nella sonata n.7 in do minore di Ravel, l'abbandono del lirismo e della dolce poesia trascinano Vengerov via dalla soluzione armoniosa delle partiture precedentemente proposte, concedendo a se stesso ed al pubblico del San Carlo un primo svago tra virtuosismo ed eclettismo cromatico, giunto fino alle tinte più accese del lungimirante e immortale blues di Ravel, intriso di un eccitante e sottile brio, di una trasfigurata ed irresistibile vena finanche egocentrica che culmina in un solo, nel silenzio dello Steinway grancoda dell'abile Saïtkoulov. The last rose of summer di Henrich Ernst illumina la grande sala del Massimo di giochi virtuosistici con audace godimento sonoro, di ispirato e sanguigno impeto. Meravigliosa la polifonia, i bariolage, le parti di mera agilità sempre tornite di impressioni in costante sviluppo.
Paganini, irrinunciabile, chiude la serata con il cantabile per violino e pianoforte e i proverbiali palpitanti palpiti, di cui palpitazioni e stucchevoli sospiri gigionici sono saggiamente ristudiati e meravigliosamente eseguiti.
Seguono, in ordine, 4 bis nel trionfo quasi dissoluto del pubblico accorso, in stato di totale e sfacciata venerazione: Caprice viennois e Tambourin chinois di Kreisler, due piccole perle eseguite con squisita cura melodica e con fantasiosa inventiva, seguono la celeberrima danza ungherese di Bhrams e una illuminante meditation de Thaïs, un brivido di impressioni contemplative, di amore finemente illustrato, intriso di sensazioni contrastanti e meravigliose ed indescrivibile nelle sue forme più toccanti e oniriche. Vengerov parla al fanciullo, alla componente più infantile e spontanea dell'uomo; la sua musica parla al cuore, per quanto questo possa essere di semplicistica espressione. Ed il trionfo è magnifico, indimenticabile.

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