Al San Carlo divide la Butterfly cubista di Delbono

Martedì, 26 Luglio 2016 00:00
  
Nel remoto 1904, alla Scala, nasceva Madama Butterfly, con i suoi difetti e le sue scabrose movenze; nasceva in un periodo in cui la dissonanza tra tradizione ed innovazione andava sviluppandosi in un processo che ancora oggi invade le platee dei teatri del mondo; nasceva sotto gli occhi di un pubblico avvezzo all'immedesimazione naturale ed immediata, sconvolto e trascinato dai sentimentalismi di tradizione verdiana ed incline alla disincantata e analitica osservazione del dramma.
Pochi anni dopo lo sfortunato battesimo di Butterfly, si consolidava un'altra mastodontica teoria del distacco, dell'osservazione disincantata: quella dei cubisti, precursori di un nichilismo d'osservazione diffusosi per breve tempo in Europa.
Mentre nasceva Butterfly, quindi, e il pubblico cedeva al vivido sentimentalismo pucciniano, i cubisti si opponevano in silenzio e indirettamente, lasciando poi in sospeso quel compromesso che li lega, quasi di nascosto. L'aspetto più interessante della contemporaneità di Picasso e Puccini è nel modo perfettamente opposto di concepire l'oggetto d'osservazione o d'ascolto che, nel caso del primo, oltre  ad essere analitico e spesso asettico, nega necessariamente l'esistenza del secondo, irrazionale e sensibile. Al San Carlo il tentativo è andato, con le relative sommosse popolari prevedibili.
Pippo Delbono confina in buca i sentimentalismi di Puccini, barricandosi in palcoscenico come un Picasso contemporaneo, avvolto in un bianco asettico e desolante, il bianco della morte. Il dramma si svolge in una scatola bianca, un margine di spazio ideale in cui sono esaltati i colori del dramma di Butterfly, come nel tradizionale kabuki giapponese. La stessa linea la segue lo studio dei costumi, in conformità allo sviluppo psicologico degenerante della giovane geisha, "colorata" nel finale da un lancinante rosso fuoco. Il rosso dell'amore e della morte.
La Butterfly di Delbono è un inquietante sezionamento del dramma, organizzato come un rito schematizzato agli estremi, sacralizzato. Delbono diventa l'artista imperante, alchimista delle passioni e dei dolori di Cio Cio San, ne modella le forme, i sentimenti, l'anima, mettendo in scena quel teatro dell'immedesimazione strappato via al pubblico con audace freddezza. È il teatro cubista, è la realizzazione di un incontro programmato un secolo fa e che, già allora, lasciava intuire uno scontro destabilizzante tra due espressioni diverse e ugualmente competitive, quella scenica e quella musicale, quella cubista dell'espressione analitica dell'emozione e quella musicale in cui, specialmente in Butterfly, non c'è evocazione naturalistica ma solo un disegno razionale quanto melodicamente controverso del sentimento.
Il sentimento pucciniano richiede, dalle sue origini, una immedesimazione; Delbono genera Butterfly, la costruisce in scena e si immedesima per tutti noi, mostrandoci alla fine una vivida e lancinante immagine, un disastro macabro che è la triste storia di Cio Cio San. In fondo Puccini l'aveva già fatto.
Pinchas Steinberg rientra con costrizione negli invadenti schemi di Delbono, lasciandosi andare ad una lettura contenuta e non ugualmente invadente della partitura, non di quelle gigioniche e strappa-applausi che il pubblico rivede in un Puccini superato.
Sempre godibile è la sua perfetta coesione con il palcoscenico, con cui accorda, per quanto possibile, volumi e colori, sostenendo e mai superando i cantanti.
Nel ruolo del titolo una brillante quanto controversa Svetla Vassileva: la sua vocalità si rafforza nel registro centrale e in quello acuto, vantando di buona sonorità e duttilità, analoga in un fraseggio dolce e giustamente appassionato da cui traspaiono limpidamente i tratti più infantili e teneri del personaggio. Il registro grave è tuttavia poco sonoro oltre che scurito, rendendo così Butterfly priva di quell'imperiosa vena drammatica da cui è attraversata.
Ugualmente controverso è il Pinkerton del tenore Aquiles Machado, di cui fa discutere la fisicità generosa e quasi tenera non conforme certo ai canoni ideali di “Yankee Vagabondo”, ma certamente non condannabile.
Da annotare, invece, sono una vocalità globalmente debole, di scarso volume e continuamente frantumata. Il registro acuto è tutto spudoratamente ingolato ed inudibile, seppur di bel colore, chiaro e dolce come pochi in un registro centrale ben sostenuto e legato.
Rossana Rinaldi ha cantato la “sua” Butterfly, trascinando il pubblico in un'inevitabile immedesimazione: la sua presenza scenica è piagata, marcata da un dolore incommensurabile esteso ad un canto sufficientemente drammatico, forte di un bel timbro pastoso e di imponente sonorità ma snaturato in un registro grave purtroppo poco udibile.
Molto bene Lo Sharpless di Luca Grassi, che incarna con grande cura tutto il buon senso e l'aspetto paterno del personaggio, degnamente affiancato dal viscido ed odioso Goro di Massimiliano Chiarolla e dal petulante Yamadori di Nicolò Ceriani.
Da elogiare il bel lavoro del coro, a cui è affidata l'atmosfera rarefatta del primo atto, in cui è dissolto tutto il fascino nipponico della bella e sognante Butterfly, immortalata tremante in proscenio durante il canto delle “voci misteriose a bocca chiusa”. Il coro eleva il pubblico ad un'atmosfera di dormiveglia intriso di sogno, un sogno, per alcuni, premonitore.
Strappa applausi e trionfi la Butterfly pucciniana, con grandi ovazioni per la protagonista. Diverso è l'epilogo destinato alla Butterfly cubista di Delbono, accolto da fragorose e sonore contestazioni, condizionate in parte da quella dissonanza tra tradizione ed innovazione che colpì lo stesso Puccini. 

 

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