Al San Carlo Aida senza Aida

Sabato, 23 Luglio 2016 00:00
  

Al San Carlo ritorna l'Aida firmata Franco Dragone, allestimento già del San Carlo nel remoto 2013 e in origine contestato.

Torna dunque rimaneggiata. scanso equivoci e nuove proteste, dal regista per la ripresa Michele Sorrentino Mangini, che ne rifinisce difetti ed impurità di fabbricazione.

L'idea perseguita da Dragone ed elaborata da Mangini è quella di un'Aida nuova, priva di orpelli e pacchianate già viste... e per troppo tempo apprezzate dal grande pubblico.

Aida-6509 copyLa rappresentazione scenica diventa quindi puramente concettualistica e mai narrativa o descrittiva servendosi a questo fine della sola musica Verdiana e riuscendo per altro a renderne coerente il principio dell'evocazione, chiave di volta della partitura dell'opera. In Aida la musica è evocazione pura, reminiscenza di drammi passati e intuizione di quelli futuri, è la celebrazione dolce e sinuosa dell'amore proibito e profondo, la rappresentazione aurea e gloriosa del potere dei grandi sopra ogni cosa. Tutto questo basta a giustificare l'assenza invadente dell'Egitto opulento e polveroso della cartapesta, delle finte piramidi, delle sfingi e dei baldacchini instabili. Al loro posto delle colonne fluttuanti in uno spazio scenico delimitato da pareti di corde, particolarmente duttili nella trasformazione delle scene e nella continua e diversificata distribuzione degli spazi. Dragone, e con lui lo scenografo Benito Leonori, portano in palcoscenico tutta la monumentalità austera di un Egitto non figurato, ma intelligentemente sublimato, frammentato in parte dalle belle luci di Vincenzo Raponi, attento ad affiancare alle tinte più generose ed invadenti le ombre più scure e desolanti, avvolgendo il teatro intero in un percorso visivo più che surreale.

All'ambizioso e visionario progetto registico risponde una coerente orchestrazione, gestita dal Maestro Pinchas Steinberg con brillante cura espressiva, equilibrata nel rapporto con il palcoscenico, eccetto qualche sfasatura negli attacchi del coro. Steinberg sembra incitare, con la sua direzione i volumi fievoli delle voci in palcoscenico, quelle di un cast composto da nomi illustri quanto illustre è la loro fama di voci adatte a ben altro repertorio. L'orchestra avanza sempre vigorosa negli slanci tipicamente verdiani, prendendosi a carico tutta la drammaturgia delle voci in palcoscenico: nel ruolo del titolo la bellissima Kristin Lewis, un'Aida dal fascino di Schérazade, dalla voce suscettibile e ribelle ai ruoli drammatici e particolarmente differenziati nelle diverse sfumature non solo espressive ma anche tecniche. La bella e luminosa sonorità della Lewis è offuscata da un canto costantemente soffocato e ingolato, dai suoni piatti e aciduli che ne derivano e da un fraseggio inesistente, se per esso non si intenda il già citato “sospirar-cantando”.

Ugualmente indebolito sembra essere il Radames di Antonello Palombi, che ricerca con scarso successo una finezza verdiana non di comoda riuscita, si veda il filato del “celeste Aida”, primo mal riuscito esempio di una lunga serie di salite e discese non propriamente verdiane, appunto, e giunte alla fine in un quarto atto tutto sospiri e soffocamenti, per ovvio e prevedibile fiato corto, causa per altro di una difficoltà nei legato rari e stentati.

Nino Surguladze sostituisce con modesto successo una preannunciata Daniela Barcellona, rendendo più che apprezzabile la sua Amneris ma tradendo la natura mezzosopranile che le appartiene, scurendo la voce nel registro medio basso e conferendo al suo canto una spiacevole seppur velata artificiosità.

L'autentica impronta verdiana è nelle corde dell'Amonasro di Giovanni Meoni, recentemente applaudito al San Carlo in Traviata, che ne fa un padre fastidioso e austero. Bene anche il re di Dario Russo e il Ramfis di Riccardo Zanellato, che affrontano le rispettive parti con straordinaria cura, mantenendo costanti coerenza scenica e musicale e facendo delle rispettive interpretazioni esempi unici e autentici di canto verdiano. Monumentale è l'intervento del coro diretto da Marco Faelli, intriso di un fascino oleografico sia scenico che musicale. Va in porto quindi con i sui pregi e le sue carenze la seconda proposta del SanCarlOpera Festival, tornita di contestazioni esasperate e isolate ad una regia spavalda e fiera, e (non) segnata da tiepide ovazioni agli interpreti. 

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