Turchia, ipotesi di complotto

Domenica, 17 Luglio 2016 12:45
  

Siamo i gatti neri, siamo i pessimisti, siamo i cattivi pensieri e non abbiamo da mangiare…

Era vero, era tutto vero. I soldati in strada li abbiamo visti tutti, i carrarmati anche, i detriti per gli spari sul Parlamento di Ankara sono stati rimossi il giorno seguente e la polvere che respiravano gli addetti alla rimozione li faceva tossire per davvero. Eppure c’è qualcosa che non torna, un sospetto colpevole si insinua inevitabile quando tutto sembra troppo strano per essere vero, nonostante le immagini. D’altra parte non sarebbe una novità, nelle strategie politiche, ritrovarsi di fronte ad una messinscena.

Siamo nel campo incerto e labile delle ipotesi, un insieme forzato di ragionamenti che convogliano verso un solo punto designato a priori. Il classico errore dell’investigatore cocciuto che designa un colpevole e cerca in tutti i modi di far convogliare su di lui gli indizi. Eppure il vecchio detto sostiene che a pensar male si fa peccato, ma raramente si sbaglia. Specie se si parla di Capi di Stato, nazioni sull’orlo di un collasso politico ed eventi che in maniera disarmate si ripetono nell’eterno ciclo della Storia. Risulta così quantomeno lecito porsi dei dubbi e storcere il naso di fronte al tentato golpe della notte scorsa in Turchia, durato quattro ore; appena in tempo per fare atterrare il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, stanco di girare in tondo con l’aereo presidenziale. Ammesso che lui, su quell’aereo, ci fosse davvero.

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Il dubbio si alimenta con i conti che non tornano o con quelli che tornano ma restituiscono un risultato diverso da quello delle comunicazioni ufficiali. Qui potete leggere la cronaca di quelle ore e già in quegli stessi momenti di sgomento e confusione qualcosa sembrava non tornare. Innanzitutto il fatto che fosse solo una parte dell’esercito ad avere provato il golpe. Era quantomeno surreale vedere combattere i militari golpisti contro gli altri militari e la polizia. Il corpo della Marina si è subito dissociato dal tentativo di rovesciare lo stato di Erdoğan e così il corpo militare più grande del mondo, dopo quello statunitense, si è ridotto ad un manipolo poco organizzato di uomini in mimetica.

Poco dopo l’inizio dell’attacco i siti social sono stati oscurati e fa quasi sorridere che proprio lui, il benemerito Presidente Erdoğan, contrario all’utilizzo di questi mezzi di comunicazione, abbia infine scelto di lanciare un messaggio attraverso uno di essi per invitare a scendere in strada e bloccare l’avanzata dei traditori. Qualche ora di destabilizzazione ed il capo di stato è atterrato senza correre alcun rischio per finalmente poter avanzare le sue pretese agli occhi del mondo, che fino a quel momento era stato a guardare paziente, non troppo turbato. I potenti, in questo caso, hanno dimostrato ancora una volta di essere essenzialmente disinteressati alle sorti del popolo, sbilanciandosi in timidi proclami solo dopo che il pericolo di golpe era rientrato. Atteggiamento molto diverso da quello adottato nel 2011 quando in Libia iniziarono le proteste contro il regime di Gheddafi, quando il mondo si accorse, dopo 42 anni di dittatura, che forse era il caso di mettere fine alla sua epoca.

Con Erdoğan siamo di fronte ad una situazione piuttosto simile, anche se il Presidente turco si è dimostrato nel tempo più abile del suo collega libico, giocando una partita diplomatica con le grandi nazioni del mondo, forte di una posizione geografica ed un esercito – come si è detto – da far invidia. Visto di cattivo occhio dagli Stati Uniti per i suoi contatti con i leader islamici siriani, ha ben badato a tenersi stretto – ma non troppo – Vladimir Putin, innescando una sorta di seconda guerra fredda.

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Sta nelle abitudini dei dittatori non essere particolarmente ubbidienti rispetto alle imposizioni altrui, né tantomeno di avere l’esigenza di giustificare i propri gesti di fronte ad una corte planetaria. Ma è un fatto storico che dal ‘900 le guerre non si fanno più con il dichiarato scopo di conquistare e sottomettere gli altri popoli. Tutti hanno bisogno di un movente “nobile”, dall’esportazione della democrazia statunitense, alla liberazione dei popoli al confine tra Russia e Ucraina da uno Stato mal digerito. Scuse, balle storiche che solo la lucida analisi può smascherare, pur mancando di prove concrete e dichiarazioni ufficiali.

Allo stesso modo il golpe dell’altra sera potrebbe essere solo un modo da parte di Erdoğan per giustificare l’inasprimento del suo governo, abbassando ancor più l’asticella della democrazia turca, ai minimi storici da quando nel 2014 è salito al potere.

Adesso nessuno potrà negargli la possibilità di prendere le dovute contromisure affinché il rischio di golpe non si ripeta, poiché i carrarmati li abbiamo visti tutti, e la polvere delle macerie secca ancora la gola dei turchi. Ci sono anche 2800 militari arrestati e 300 morti. E quelli sono veri, spaventosamente veri.

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