L'enneagramma della Ferita Originaria - Intervista all'autore

Mercoledì, 22 Giugno 2016 00:00
  

In occasione della presentazione del suo primo libro, L’Enneagramma della Ferita Originaria, tenutasi presso l’Associazione Lucana Giustino Fortunato Napoli, in data 10 Giugno 2016, abbiamo incontrato Antonio Barbato, per scoprire qualcosa in più di questa innovativa opera letteraria e di noi stessi. Il libro illustra, infatti, un modo per conoscere meglio se stessi e gli altri grazie all’enneagramma dei tipi caratteriali, ovvero una classificazione di nove tipologie di carattere in cui ognuno può riconoscersi.


Come è nata l’idea di questo libro?

L’idea di questo libro è il coronamento di studi che durano da oltre trent’anni nel settore e l’idea fondamentale nasce perché in italiano non c’è molto di dottrina, c’è un vuoto relativo a come nasce il carattere. Nell’ambito di  questa dottrina, che io cerco di divulgare in Italia, si fa ricorso sempre a un’origine di carattere spirituale. Diversamente, io ho sempre sostenuto che ci potesse essere un’origine molto più pratica, derivata dalla nostra crescita, cioè da quello che ci accade nei primi anni, dall’esperienza diciamo. Da un lato, l’esperienza, dall’altro la risposta individuale di ognuno di noi agli stimoli che riceviamo. Quindi, è un’indagine che è partita attraverso  l’analisi delle storie individuali delle persone, attraverso le testimonianze di queste, attraverso  l’osservazione di bambini; tutto questo ha, pian piano, permesso di vedere che vi sono dei percorsi comuni, dei sentieri comuni e non è un caso se alla fine ognuno di noi si struttura in un certo modo.


In quale ambito si sono svolti gli studi che hai compiuto per trent’anni? Nell’ambito della psicologia?
Diciamo che la psicologia del carattere si può considerare come una branca generale della psicologia in senso classico. Il termine ‘psicologia’ è molto vasto, è un contenitore di molte cose. Normalmente si tende a confondere la psicologia con la psicoanalisi, la quale è una branca particolare della psicologia. Invece, in senso generale, la psicologia è lo studio del complesso di comportamenti e di caratteristiche che appartengono alla coscienza umana; quindi, in qualche maniera, come accadeva sino all’avvento della moderna psicoanalisi, la psicologia è in un punto di contatto tra la filosofia della cognizione umana e la conoscenza delle modalità più tipiche di azione e comportamento degli esseri umani. Da questo punto di vista, sicuramente è una modalità di psicologia, ma in realtà è fondamentalmente uno studio del carattere delle persone umane e uno studio dell’identità. Infatti, quando parliamo di carattere, noi non riusciamo a fare differenza tra l’identità e il carattere. La stessa parola ‘carattere’ ha origine da una parola greca che allude a un qualcosa di inciso nella persona, quasi come se ci fosse una statua e il segno che dà il moto alla statua fosse il carattere.


Prima hai detto che hai fatto delle ricerche su persone e bambini. In che senso?
Osservandoli nel loro ambiente di vita. Cercare di capire è stato uno dei primi passi, cercare di capire se esistessero veramente dei  percorsi di vita condivisi. Una delle cose più difficili da comprendere è come dei piccoli cambiamenti di comportamento possano avere degli impatti emozionali sui bambini molto forti e come i bambini hanno una capacità di elaborazione di ciò che gli accade che va molto al di là di quello che noi pensiamo. Una delle cose che noi da adulti non siamo capaci di fare è comprendere il bambino che eravamo. Osservare i bambino significa rendersi conto di quanto eravamo in qualche modo delle persone diverse da quelle che siamo oggi. Vedere i bambini in azione, vedere come hanno un senso di dignità molto forte, vedere come hanno una capacità emozionale intensissima nell’elaborazione di quello che gli accade, significa anche avere un’attenzione diversa a come ti comporti, anche come padre, significa anche avere una maggiore attenzione alla quotidianità perché non abbiamo quasi mai a che fare con dei traumi, tranne in casi sfortunati, però abbiamo a che fare con delle sottovalutazioni. L’adulto, proprio in quanto adulto, non capisce il bambino e quindi anche se animato da buone intenzioni in realtà alla fine sottovaluta l’effetto che hanno alcuni suoi comportamenti sui bambini.

Nel libro, ma già nel titolo, si parla di una “Ferita Originaria” che poi dà, appunto, origine ai tipi di carattere. Cosa si intende?

La Ferita Originaria è la risposta dell’esperienza umana a quello che ci accade durante i primi anni di vita. Nel mondo dell’enneagramma, la teoria prevalente fa nascere i caratteri come una mancanza di energia di tipo spirituale. Facendo riferimento a un concetto che viene dalla filosofia greca ed è il concetto di essenza, si ritiene praticamente che, strutturandosi quasi come fa un’ostrica rispetto ad un elemento di perturbazione , l’essere umano sviluppa un adattamento e questo adattamento è il carattere. Per cui la visione classica dell’enneagramma delle personalità vede il carattere come un qualcosa che nasce come risposta alla perdita di contatto con l’essenza, che in qualche maniera ci metterebbe a contatto con lo spirituale. Dal mio punto di vista questo tipo di spiegazione finisce per mettere il carro davanti ai buoi, come si suol dire, nel senso che normalmente nello sviluppo di un essere umano lo spirituale viene dopo. L’essere umano prima deve sviluppare delle attitudini che sono molto terrene, deve avere il senso della realtà, deve sviluppare la capacità di comprendere quello che fa, di poter agire, di poter amare. Tutto questo significa partire dal basso e la Ferita Originaria è, a mio avviso, esattamente quello che ci accade: invece di avere una perdita di contatto con una realtà di tipo ultraterreno, come l’essenza, la Ferita Originaria è la carenza di energie che viviamo per effetto dell’adattamento all’ambiente in cui cresciamo. Non abbiamo quindi le energie di cui avremmo bisogno in misura equilibrata per sviluppare funzioni equilibrate.

 

10.06.16 Intervista Antonio Barbato 2 

 

Dunque, lo scopo del tuo libro è quello di aiutare le persone a comprendere se stesse e gli altri?
Sì, esattamente. È la prima cosa da fare, comprendere è il primo passo perché, ovviamente, se non comprendi, non sai nemmeno su che operare. Poi, una volta che si è compreso, il percorso si restringe perché la comprensione da sola non ti porta verso la trasformazione. Siccome stiamo parlando di schemi che sono mal adattativi, nel senso che li abbiamo dovuti assumere nel momento in cui non avevamo una vera capacità di poterci adeguatamente adattare alla situazione, è come se avessimo dovuto indossare un abito che andava bene, ma non ci stava veramente bene. Comprendere è il primo passaggio che ti serve per poter poi dopo focalizzare meglio l’attenzione su che cosa puoi fare per cambiare: l’auto-comprensione che nasce dall’auto-osservazione. Il carattere di una persona è una foresta intrigata, è composta di moltissimi tratti, di moltissimi elementi e non è facile orientarsi. Il mio è un aiuto nell’auto-osservazione.


In particolare parli di risoluzione dei problemi relativi alla sfera familiare. Per te cos’è questa istituzione al giorno d’oggi?

La famiglia resta inevitabilmente la cellula fondamentale della società moderna. Col termine famiglia però non faccio riferimento alla famiglia tradizionale, classica, composta da una persona di genere femminile e una di genere maschile. Per me la famiglia è il complesso degli elementi che devono sostenere ed aiutare la crescita del bambino dandogli quelle energie che gli servono e gli sono fondamentali per poter vivere. Questo è, per me, il concetto fondamentale di famiglia. Ha un grande valore oggi, come sempre, nel senso che quando nasciamo, per la particolare situazione in cui ci troviamo come risultato dell’evoluzione in questo pianeta, abbiamo una situazione molto particolare: da un lato abbiamo un sovraccarico emozionale molto forte, cioè il nostro cervello emozionale è quasi al massimo della sua potenza interpretativa e quindi qualunque cosa ci accade crea delle eco molto forti dentro di noi; dall’altra parte siamo quasi totalmente incapaci di poter agire per fare qualcosa, essendo neonati e dipendenti dagli altri. Per cui questo ti fa capire che siamo totalmente esposti e ciò fa sì che per un lungo periodo di tempo, sicuramente molto più lungo di quello degli altri mammiferi, quindi parliamo anche di dieci anni, noi abbiamo una situazione molto difficile da gestire: da un lato il nostro cervello emozionale che è capace di fare delle cose incredibili, cioè elabora in modo molto forte ogni stimolo, lo amplifica, lo rende molto intenso, e dall’altra parte il nostro cervello cognitivo e la nostra capacità di azione che sono praticamente ridottissime e ci rendono totalmente esposti. Qui si vede la necessità della famiglia, la necessità del caregiver. Come si dice molto giustamente, se una persona non ha qualcuno che lo cura non diventa nemmeno persona, perché la persona è una maschera. Questo è il senso fondamentale della famiglia, cioè un supporto per la crescita e la capacità di espressione. Vi sono poi tutte le difficoltà di ogni modello di famiglia che ci portiamo dentro, poiché infatti ogni famiglia è un modello a sé.

 

10.06.16 Intervista Antonio Barbato 7

 

Quindi il tuo pubblico ideale è quello dei genitori?
Io direi tutti, perché il libro è strutturato in modo tale da accontentare tutti. La prima parte mostra l’evoluzione del bambino, cercando di far aumentare la consapevolezza di coloro che possono essere caregiver. Poi c’è la parte dell’auto-osservazione, che fornisce tutti gli strumenti per permettere di osservare se stessi meglio, di comprendersi e di comprendere le persone che ci stanno accanto. Una delle cose più strane di questo mondo è il fatto che viviamo vicini a moltissime persone, ma paradossalmente sono tutti estranei.  La seconda parte, invece, è tesa a fornire gli strumenti per comprendere chi sono le persone nelle nostre vite.

La realizzazione di questo libro ha cambiato la tua vita? In che modo?
Diciamo di sì, perché è stato un prendere un impegno con me stesso, ovvero l’impegno ad iniziare ad essere essenziale, a focalizzare, a cercare di chiedermi “cosa posso dire all’altro?”. Questo è difficile anche per una persona come me che insegna da tanti anni enneagramma. Porsi la domanda fondamentale “cosa posso dire che può effettivamente essere d’aiuto all’altro?” non è facile perché significa prima di tutto togliersi dalla mente molte idee preconcette e poi farsi sempre nuove domande. Al di là della descrizione dei tratti, che sicuramente è d’aiuto perché permette alla persona di capire meglio se stesso, nei corsi si chiede agli allievi di descriversi. L’uomo è in difficoltà rispetto alla descrizione perché noi siamo abituati a essere in un certo modo; poi, quando ci rendiamo conto che siamo così perché ci è capitato qualcosa, il nostro modo di vedere il mondo cambia. Il libro mi ha aiutato in questo, mi ha aiutato nel cambiare il mio modo di vedere e il modo con cui mi relaziono alle persone.

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Annachiara Giordano

Studentessa di Lettere moderne e aspirante giornalista, sono appassionata di letteratura e viaggi, cinema e telefilm, insomma di tutto ciò che possa stimolare fantasia e immaginazione. 

Sito web: https://www.facebook.com/annachiara.giordano1?ref=tn_tnmn

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