In o Out? L'Europa a rischio Brexit

Mercoledì, 22 Giugno 2016 00:00
  

Benché i testi di storia ci mettano di fronte ad un concentrato di eventi che hanno plasmato le sorti dell’umanità, in realtà in momenti chiave, i bivi significativi sono stati pochi e ben isolati nel tempo. Tra un evento e l’altro tutta una serie di tentativi falliti o tanto blandi da non rientrare nei volumi demandati alla nostra memoria storica. Uno di questi momenti falliti è stato registrato circa un anno fa, quando la Grecia propose un referendum per scuotere dalle fondamenta l’attuale gestione dell’Unione Europea. L’evento prese l’acronimo di Grexit (da Greece e Exit), che finì con una vittoria per gli ellenici che volevano un cambio della gestione europea, anche a rischio di tirarsene fuori. Tsipras, dopo una campagna coraggiosa, che sembrava aver messo paura a Brussels, fu poi messo alle strette da una controffensiva politica aggressiva che non lasciava spazio al dialogo, così tiro la coda tra le gambe e optò per un imbarazzante dietrofront: la Grecia restava in Europa, avrebbe applicato le previste misure di austerità e rispettato le scadenze per il pagamento dei debiti fin lì maturati.

A distanza di un anno, e a seguito di una lunga e travagliata battaglia interna, tocca al governo britannico chiedere il parere del popolo riguardo la permanenza politica in Europa. Giovedì 23 giugno, infatti, si voterà per la Brexit.

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Come accade spesso in questi casi, gran parte dei media veicola l’informazione a proprio piacimento, e tanti bei saluti al codice deontologico. Occorre dunque chiarire le idee – ancora una volta – e precisare alcune cose: innanzitutto quello di giovedì è un referendum consultivo, non altro che la richiesta da parte del governo di conoscere il parere del popolo su una data questione, senza che il risultato abbia il benché minimo valore legale. È chiaro che, a fronte di un risultato, fare l’esatto opposto sia quantomeno rischioso e impopolare, ma la Grecia insegna che niente è impossibile e che i cavilli burocratici sono più forti della vox populi.

 

Vote Leave

Ad insistere per questo referendum sono stati i parlamentari dell’Ukip, il partito nazionalista ed euroscettico guidato da Nigel Farage, la versione british della Lega e del suo simpatico capogruppo. Le ragioni dietro questa richiesta sono giustificate dietro al fatto che l’opinione pubblica sulla questione europea è stata sondata ufficialmente nel 1975 e che da allora molte cose sono cambiate. David Cameron nel 2015 promise in campagna elettorale di proporre il referendum, pur essendo in disaccordo con l’idea generale del Brexit. A tal proposito, dopo aver ottenuto la carica, ha impuntato i piedi con Brussels per ottenere una riforma del trattato di adesione, che concederà a Londra uno status speciale di autonomia su una serie di questioni, dal potenziamento della competitività europea e la promozione degli accordi di libero scambio alla limitazione dell’accesso ai servizi del welfare per i lavoratori immigrati comunitari che vivono in Gran Bretagna. Ciononostante, i sostenitori della Brexit si sono detti insoddisfatti e hanno tenuto la linea per il referendum, identificando nell’Unione Europea l’unica grande colpevole dei disagi anglosassoni.

 

Britain Stronger in Europe

Mentre i sostenitori della Brexit gonfiano i dati e si basano su una serie infondata di congetture secondo le quali la Gran Bretagna avrebbe solo da guadagnarci, addirittura nell’immediato, con l’uscita dall’Europa, i sostenitori della permanenza fanno notare come già dal punto di vista strettamente economico (che spesso fa pendere l’ago della bilancia) l’uscita dall’Europa provocherebbe una recessione che sarebbe ammortizzata solo nel medio periodo dagli inglesi. L’ipotetica uscita avverrebbe nel giro di due anni, durante i quali i britannici dovrebbero pattuire accordi di scambio commerciale comunque nel rispetto delle norme comunitarie, ma senza il diritto di voto sulle stesse. Chi difende la permanenza in Europa sostiene che l’Inghilterra può essere molto più determinante dall’interno del sistema dove, forte degli umori inglesi, potrebbe far valere le proprie rimostranze piuttosto che adeguarsi e subire passivamene le decisioni altrui, con il rischio concreto di una forte svalutazione della moneta.

Il problema, insistono, sarebbe anche interno, dato che il referendum è rivolto agli inglesi, ma che Scozia e Galles si sono già pronunciati a favore della permanenza nella UE.

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IN o OUT?

In questi casi la risposta giusta non esiste, si potrebbe dire, ma ogni tanto è meglio lasciare il tavolo della diplomazia e schierarsi. È sentimento comune che un’Europa così come si presenta in questo momento, priva di una politica unitaria, basata soprattutto su accordi economici e poco collaborativa faccia il favore di pochi. Anche chi sostiene l’Europa unita è d’accordo che qualcosa deve essere cambiato, perché l’idea è buona, ma l’applicazione è senza dubbio migliorabile. D’altra parte pensare di ritornare tutti al sistema di nazioni separate sarebbe una grossa sconfitta non solo per la classe politica che aveva puntato tutto sulla tanto tribolata Unione Europea, ma anche e soprattutto per quell’idea cosmopolita che dovrebbe portare ad unire piuttosto che dividere. Così, invece di cancellare il progetto di un’Europa unita, ripescare l’idea di partenza, quella degli anni ’60, e cercare davvero di creare uno Stato unico con diritti e doveri uguali per tutti sia la strada giusta per il vero cambiamento.

Il risultato del voto, come detto, non costituirà obbligo di esecuzione ma basta l’ipotesi di un’uscita dall’Europa di un paese forte come l’Inghilterra a far tremare il progetto intero. Il rischio di un risultato storico è alle porte. Chissà che questo possa risvegliare la politica a Brussels e decidere, tutti insieme, di rivedere gli obiettivi comuni.

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