Pehlivanian/Shaham: un nuovo Čajkovskij al San Carlo

Giovedì, 16 Giugno 2016 13:42
  

Per il penultimo appuntamento della stagione sinfonica di quest'anno, il Teatro San Carlo riserva un programma del più brillante e moderato Cajkovskij, uomo meditativo e contemplativo seppur consapevole e già maturo nella sua emblematica natura malinconica, offuscata o paradossalmente oppressa dalla serenità che l'aria di Clarens infuse all'autore durante il suo fruttuoso soggiorno svizzero, che traspare chiaramente nel Concerto in re maggiore per violino e orchestra op.35.

La prima parte del concerto Sancarliano è affidata alla bacchetta di George Pehlivanian e al brillante violino dell'americano Gil Shaham, protagonisti entrambi di un'attenta evocazione della misteriosa e affascinante natura di questa partitura, così sottilmente distaccata dalla depressione del compositore russo, dalle atmosfere tipicamente nostalgiche ed austere della sua musica.

Questo nuovo e breve momento si realizza in un alternarsi concentrico di virtuosismi e di lirismi toccanti che elevano l'impressione già autonomamente brillante che il virtuosismo iniziale dà all'esecutore.

Nel caso di Gil Shaham, in lui queste due parti si rincorrono, si intrecciano armoniosamente conferendo all'esecuzione un'impostazione omogenea, fatta di una scelta cromatica straordinariamente varia, di eleganza e nitidezza del suono, squisite sia nei lirismi che nei virtuosismi sgargianti, sostenuti da un'orchestra meravigliosamente diretta dal Maestro Pehlivanian

che brilla nello sviluppo illuminante del primo movimento, palpitante nella sua impronta quasi operistica.

L'andante “canzonetta”, interessante per la tessitura di stampo verdiano delle primissime note, si sviluppa nella parte del violino in un dialogo tra impressioni nostalgiche e meditative ed altre più lucenti, estese ad un folgorante violinismo nel terzo movimento, in cui Shaham emerge per nitida accuratezza oltre che per brillante, lucido, delicato virtuosismo.

Due i bis concessi dal celebre violinista:la celeberrima Gavotte en Rondeau di Bach, ben accolta dal pubblico del Massimo, seguita da un estratto della sonata n.2 di Bach, in particolare dell'Allegro finale, accolto con un trionfo dal caloroso pubblico Sancarliano, deliziato al limite già dal primo movimento seguito da un inaspettato ed incessante applauso.

La seconda parte del concerto vede coinvolto il solo maestro Pehlivanian, impegnato nella direzione di una piccola perla di non facili né apprezzati natali, la sinfonia n.2 “Piccola Russia”, in cui l'inventiva del compositore è affiancata ad un'interessante filologia musicale, fatta di citazioni popolaresche, in particolare di antiche canzoni ucraine come “la nostra madre Volga”, il cui tema è introdotto nel primo movimento dal bel colore dei legni, sostenuto da un fugace pizzicato degli archi, di bel colore e di monumentale impeto nel successivo dialogo con gli ottoni.

La direzione di Pehlivanian si concentra, inizialmente, su un nitido controllo della misura delle varie sezioni, nell'equilibrio dei colori e delle differenti sonorità, accuratamente sviluppato fino alla fine del secondo movimento, in cui l'intervento degli archi è godibile nel bel colore caldo, nella coesione e nella nitidezza del suono che articola con splendido fraseggio l'intervento degli ottoni e dei legni.

Bello il gioco spumeggiante di sonorità strumentali del terzo movimento, introduzione ad un fastoso quanto frastornato finale: la cura, l'eleganza, il bel suono dei precedenti movimenti cedono in un quarto movimento di un'accennata e costantemente riscontrabile distrazione, che fa dei diversi dialoghi strumentali una continua rincorsa, soggiogata dalla sezione degli ottoni, di cui nel finale soffre tutta la parte dei violini, oltre che del bel ottavino completamente sommerso dallo scontro tra compagini.

Trionfo meritato per il Maestro Pehlivanian che, seppur corrotto dall'impeto e dalla potenza della partitura Čajkovskiana nell'ultima parte, ha saputo dare lucentezza ad un'orchestra che merita quando brilla davvero.

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