Goyescas/ Suor Angelica: il dittico incanta il San Carlo

Sabato, 11 Giugno 2016 00:00
  

Al San Carlo va in scena un dittico di rara bellezza, di difficile comprensione e di scarso appeal, considerata la ridottissima quantità di pubblico accorso rispetto al numero di Affiches pubblicitarie che tappezzano Napoli in questo periodo, per di più raffiguranti l'incantevole e seducente Maja desnuda di Goya che, mantenendo intatto il suo fascino, non risponde, a quanto pare, alle regole di marketing.

Detto ciò, chi non c'era non ha goduto, per esempio, di una singolare ed incalzante orchestrazione, che Granados affresca con toni d'avanguardia, espressionistici, soavi ed isterici, visionari.

In Goyescas c'è tutto il fascino ed il gusto di una musica cruda e dolcissima allo stesso tempo, che prende forma e colori in scena alla maniera di Goya, nella folla coloratissima di Majas e Majos immaginata dal regista Andrea De Rosa, in cui la distribuzione dello spazio e della funzione scenica è rigida e specifica, non semplicemente riempitiva, generando in questo modo una fitta e limpida relazione di movimenti, una specie di partitura scenica che incanta e rapisce.

Ancor più gradite sono le citazioni pittoriche in accordo perfetto con l'idea e le suggestioni musicali intuibili dall'orchestrazione, in cui si distinguono il parasole, il paradigmatico fantoccio del pelele che scandisce imparziale il tempo dell'azione o l'austera duchessa d'Alba, la Pepa di una squillante Giovanna Lanza. De Rosa sembra fissare la chiave di lettura, il fil rouge di tutta l'azione al corso inequivocabile del tempo, che fa rinascere i celebri soggetti del pittore spagnolo con la loro umanità e le loro colpe che sembrano non essere mai state dimenticate. È il tempo che guida i protagonisti, che li trasforma, che veste e spoglia Rosario, La Maja, guidandola verso una fine inesorabile. Andrea De rosa affianca accuratamente tempo e spazio, facendone coincidere le finalità: lo spazio stesso, un cratere di terra bruciata, fa sì che il passato ritorni, riemerga dalla dimenticanza, lasciando che l'immanenza trascini verso la fine, ad una lenta e continua degenerazione verso l'aspetto lugubre  analogo all'ultima fase pittorica di Goya.

Ecco che il duello finale diventa una sfida tra torero e caprone, tra un coraggio e un impeto tutto umano e diavoleria pura, vincitrice e condannatrice dell'azione umana. Le voci serbano un dolore nascosto e accennato nel fraseggio contenuto e livido che le accomuna, tingendo di malinconia e di austero presagio tutti i quadri dell'opera.

Giuseppina Piunti è una buona Rosario, nonostante soffra di alcune asprezze e di un'emissione a tratti scomoda e spigolosa.

Seducente il canto di Andeka Gorrotxategui, che incarna l'aspetto più tenero e passionale dell'amore, nascosto e timido allo stesso tempo. La sua vocalità è sonora, possente e dolcissima nel legato.

Meno sonoro ma perfettamente reso nella sua espressione irascibile il Paquiro di César San Martin, di cui tuttavia la brillante presenza scenica supera il canto poco udibile.

 

 

Suor Angelica distrugge la costruzione articolata e dettagliata di Goyescas, si trascina i colori, i canti, le affascinanti suggestioni di Granados proiettando il pubblico in una staticità infernale e disturbante, racchiusa tra tre muri marci e una quarta severa inferriata che impone il limite tra la realtà razionale e ordinaria e quella decadente e sconvolta del manicomio di cui si occupano le suore. De Rosa diffonde in scena uno squallore dilagante ed estremamente marcato, esaltato dalla forza descrittrice ed evocatrice del Puccini impressionista, ammirato dal ronzìo delle vespe, dal canto dolce degli uccelli, dal belare di un agnello, descritti brillantemente nella partitura ad evocare la sacralità della cornice bucolica in cui è incastonata la tragedia. Attraverso De Rosa la fascinazione del dramma pucciniano è innalzata a vera folgorazione di una tragedia umana, in cui si accenna un verismo sfrontato nei suoi tratti minimi, introdotti dal canto di un'ispiratissima Maria José Siri, un'Angelica senza velo, vestita come i malati che la circondano e che lei accudisce con tenerezza e cura commovente.

La vocalità è lancinante nella sua potenza, elevata agli estremi da un'orchestra ancor più intensa negli slanci monumentali e appassionati che sostituiscono il fraseggio di cui la Siri manca interamente, ispirata nel gesto e nei lunghi sospiri più che nel canto. Senza Mamma sembra riscattare la suora scomparsa piuttosto che esaltare l'aspetto materno, data la completa dimenticanza di smorzature o sfumature vocali potenzialmente interessanti.

Luciana D'Intino supera naturalmente con immenso successo la prova proscenio, per straordinaria coerenza interpretativa e per longeva e riscoperta qualità vocale. I suoi accenti sono terrificanti, il vibrato aspro e strettissimo fa rabbrividire in ogni singola nota, facendoci riscoprire la grande cantante in un ruolo che rivaluta la sua grandissima vocalità da tempo, si dice, in stato di indebolimento.

Bene il convento intero (verrebbe da dire), tra cui una nuova, austera, Annunziata Vestri nei panni della badessa, dalla scura e tuonante vocalità.

Sorprende in effetti la capacità di evolversi smisuratamente da un'opera all'altra del Maestro Donato Renzetti, che legge Goyescas in maniera lunatica, portando l'orchestra da una iniziale, macchinosa esecuzione a slanci infervorati e coloratissimi, che si evolvono in una Suor Angelica matura, accuratamente contemplata e forte della straordinaria nitidezza di tutti le sue sfumature più nascoste e facilmente occultabili, in completo contrasto con una scena distruttrice, che trascina severamente l'attenzione del pubblico lontano da qualsiasi delizia musicale, si veda appunto la cornice bucolica del dramma puccinano. Così incombe la tragedia umana, travolge il pubblico per la spontaneità, per la naturalezza dei gesti, per l'incanto negli occhi dei malati nella fuga dal loro singolare carcere, per la spontaneità del dono di un fantoccio di pezza, il bimbo defunto che una donna malata e ora libera porge ad Angelica morente. Suor Angelica al San Carlo è la tragedia umana che ci avvolge tutti e allo stessto tempo la commovente dimostrazione dell'immortalità dell'amore e delle emozioni tutte umane.

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