Torino Film Festival: Kilo Two Bravo, Borsalino City, Lo scambio

Venerdì, 27 Novembre 2015 00:00
  

La vita è bella perché varia e soprattutto complessa. Nell’arco di un’esistenza viviamo momenti, sentimenti, azioni anche contrarie e antitetiche. L’uomo è artefice del proprio destino e molto spesso vittima di se stesso e della sua stupidità.

Il Torino Film, come ogni buon festival, si sforza di mostrare e raccontare le diverse sfumature della vita e dell’uomo. Negli ultimi due giorni il vostro cronista ha visto un modo sciocco e amaro di morire, ha apprezzato l’eleganza e la moda italiana e, infine, ha osservato come anche i mafiosi abbiano sentimenti e crisi di coscienza. Ed eccone i risultati...

 

Kilo Two Bravo

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L’uomo non riesce a stare in pace, sentendo il costante bisogno di farsi del male.

La guerra è sicuramente più vantaggiosa dal punto di vista economico. Non si spiega in altro modo il fatto che le truppe Nato siano ancora in Afganistan.

Non si sa più chi sia il nemico da combattere, eppure non passa un giorno che non ci sia la morte di un militare. Quanto sangue versato, in nome di cosa e di chi?

Forse sembrerò cinico, ma si può morire lontani da casa per colpa di una mina messa chissà da chi?

Il paradosso delle missioni di pace.

Il film inglese dell’esordiente Paul Katis (sezione “After Hours” del festival) ci racconta un fatto realmente accaduto a un plotone di militari inglesi in Afghanistan nel 2006. Un conflitto di quindici anni che non sembra avere mai una fine. Tanti, troppi militari di diversa nazionalità hanno perso la vita e non sempre durante un conflitto a fuoco. Sì, perche tutto il territorio afghano è pieno di mine antiuomo, posizionate ai tempi dell’invasione sovietica negli anni Ottanta. Anche una semplice operazione di controllo del territorio può essere fatale. Esattamente quello che successe al plotone inglese quando finì bloccato in una sperduta vallata. I militari non si accorsero delle mine e ben presto molti di loro furono feriti quasi mortalmente. Se non fosse un fatto tragicamente vero, si potrebbe affermare che lo spettatore stia assistendo a una vicenda tra il kafkiano e il fantozziano, all’interno di una banale e ordinaria giornata di un conflitto permanente. I soldati inglesi cadono uno dopo l’altro, non per mano nemica, bensì per qualche forza militare straniera che ha scelto di rendere inaccessibile questo luogo sperduto. Lo spettatore assiste alla lenta agonia dei feriti, costretti ad attendere ansiosamente e lungamente i soccorsi e all’eroico impegno dell’ufficiale medico di curarli e rincuorarli con i pochi mezzi a disposizione. È un film bellico, eppure non c’è azione, movimento. Tutta la storia si svolge in pochi metri come se fossimo su un palcoscenico teatrale. Il film è paradossalmente claustrofobico, sebbene da una parte la scena sia limitata e quasi soffocante, dall’altra gli occhi dello spettatore non possono non notare lo sconfinato deserto afghano e le maestose montagne che lo circondano. Una struttura scenica e narrativa che evoca il teatro, ma non ne ha la forza comunicativa ed espressiva. Nonostante le vicende drammatiche, il film non trasmette pathos e coinvolgimento emotivo. La regia, seppure volenterosa e scrupolosa nel ricostruire al meglio le vicende, non è stata capace di dare un’anima al film. Il risultato è un prodotto magari dignitoso artisticamente, ma lento nel ritmo e noioso da vedere. Alla lunga Il cast risulta privo di mordente e carisma interpretativo. Una storia vera e tragica che sicuramente meritava di essere raccontata, ma purtroppo il film non va oltre un biglietto “Omaggio”.

 

 Borsalino City

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Noi italiani siamo dei grandi imprenditori. Il “made in italy” è uno dei marchi più richiesti e invidiati al mondo.

Spesso, però, ce ne dimentichiamo, come se i demeriti fossero superiori ai nostri talenti.

A chi avesse questa convinzione si consiglia caldamente di dare un’occhiata all'interessante documentario "Borsalino City” di Enrica Viola, presentato al Festival di Torino nella sezione “Festa Mobile”.

Oggi sono pochi quelli che amano indossare il cappello, un accessorio che fino a qualche decennio fa era per l’uomo non solo necessario, ma indispensabile. Il tipo di cappello raccontava chi fosse l’uomo e a quale categoria sociale appartenesse.

Quello che forse pochi sanno è che la migliore azienda al mondo di cappelli è italiana. È la Borsalino, fondata nel 1857 ad Alessandria da Giuseppe Borsalino, di umili origini, che ha il fiuto di comprendere che coprire la testa dell’uomo sarebbe potuto diventare un grande business. Così, dopo essere emigrato in Francia per apprendere le tecniche dai migliori cappellai d’Europa, Giuseppe sceglie di fondare la sua ditta e di aggredire letteralmente il mercato. La Borsalino, in poco tempo, si impone come azienda leader del settore e, quando nel 1900 all’Esposizione Universale riceve il premio come miglior cappellaio, è l’azione decisiva per farsi conoscere e apprezzare in tutto il mondo.  Si sono succeduti con successo e profitto alla guida dell’azienda, dopo la morte di Giuseppe, il figlio Terencio e poi il nipote Nino, espandendo il nome Borsalino e legandolo in maniera forte e incontrovertibile alle parole moda, eleganza e glamour. I cappelli Borsalino sono stati indossati da uomini di Stato, imperatori, scrittori e, soprattutto, attori. Il connubio Borsalino – cinema risale all'inizio degli anni venti, ancor prima della nascita di Hollywood. Non c’era un personaggio, sia esso buono o cattivo, che non indossava come completamento della sua personalità un cappello dell’azienda di Alessandria. Il documentario inizia proprio con l’omaggio dell’attore americano Robert Redford alla Borsalino, che rivela il suo amore per i cappelli al punto di essere andato in “pellegrinaggio” fino ad Alessandria per acquistare il suo cappello preferito. La città di Alessandria vive da sempre in simbiosi con l’azienda. Negli anni d’oro dei cappelli la maggioranza degli abitanti aveva un lavoro nella fabbrica.

Oggi la “Borsalino” non è più in mano agli eredi di Giuseppe e i numeri di vendita sono drasticamente calati dopo che, dagli anni sessanta, la società è profondamente cambiata. Eppure, Borsalino continua a esserci e resta un marchio di qualità e orgoglio italico davanti al quale il mondo non può far altro che togliersi il cappello.

 

Lo scambio

Lo scambio set briguglia - Luna ph Valentina Glorioso

Siamo soliti pensare che gli uomini e le donne di mafia non abbiano sentimenti e non sappiano cosa sia la crisi di coscienza.

Nel corso degli anni il cinema e la TV hanno provato a raccontare e a mettere in scena la realtà, mafiosa cercando di spiegarne soprattutto la mentalità. È difficile però comprendere fino in fondo qualcosa che ben poco ha di umano nello spirito.

“Lo scambio”, film dell’esordiente Salvo Cuccia, cerca di raccontare non la solita storia di mafia, bensì di costruire un noir psicologico e onirico, mettendo al centro della scena una serie di personaggi che solo con lo scorrere delle scene riusciamo a collocare nella giusta prospettiva e dimensione morale e umana. Non è facile mettere a fuoco chi siano i buoni, chi i cattivi, come se il regista avesse deciso di “giocare” con lo spettatore, invitandolo a seguire le storie che più volte cambiano direzione narrativa e soprattutto evidenziando l’assenza di un vero filo rosso narrativo. Il “gioco” pirandelliano, però, finisce per penalizzare il film, rendendo altalenanti le strutture e confuso l’intreccio narrativo. Si fatica a capire il messaggio finale del film e cosa il regista speri che lo spettatore colga. C’è una donna (Barbara Tabitta) ossessionata dal rapimento del piccolo Matteo e fatalmente schiacciata dalla “colpa” di un fratello collaboratore di giustizia. Abbiamo un commissario (Filippo Luna), che poi scopriamo non essere tale, che cerca delle risposte a qualsiasi costo, arrivando perfino a torturare e uccidere un ragazzo qualunque (Maziar Firouzi) perché erroneamente considerato una fonte da spremere.  Si possono formulare tante ipotesi senza però trovare un appiglio concreto cui aggrapparsi per definire il film e dargli un valore. Dispiace per un cast preparato, professionale e, nel complesso, discreto nell’interpretare i personaggi, ma penalizzato e travolto dai gravi limiti della sceneggiatura.

La regia di Cuccia è coraggiosa e visionaria nel tentare di costruire un film diverso e , anche se il tentativo risulta fallito, va riconosciuto il merito dell’innovazione. Forse una seconda visione potrebbe dare maggiori spunti di riflessione e chiarezza, per cui ci sentiamo di dargli d’incoraggiamento un biglietto “Omaggio”.

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