"Taxi Teheran", parabola del regista- autista che ascolta la gente

Venerdì, 04 Settembre 2015 00:00
  

Se vuoi conoscere in maniera approfondita gli umori di una città e comprendere abitudini e mentalità dei suoi abitanti hai due scelte: prendere un caffè al bar o un taxì e ascoltare le chiacchiere dell’autista.

Immaginate un giorno  di salire su un taxi e di trovarvi come guidatore Paolo Sorrentino, Carlo Verdone, Nanni Moretti e chissà, magari, uno Steven Spielberg, pronti e sorridenti per portavi dove volete.

E’ un sogno? Forse, ma per Jafar Panahi, oltre che un'idea creativa, reinventarsi tassinaro per un giorno è stata soprattutto una necessità per eludere la censura del Regime iraniano e continuare così a fare il suo vero mestiere: l’uomo di cinema.

Con molto semplicità, Panahi porta lo spettatore dentro il cuore della città di Teheran attraverso un taxi e rendendolo “complice” della sua personale idea di candid camera.

A Teheran il taxi è come un bus sul quale possono salire per una corsa anche più persone, trasformandolo così in una sorta di salotto dove si può discutere di tutto: legalità, politica, diritti civili e criminalità.

Già perché in Iran, nonostante sia in vigore e applicata con frequenza la pena di morte, la microcriminalità è ampiamente diffusa e i piccoli furti sono all’ordine del giorno.

L’opinione pubblica è divisa tra “tolleranza zero” e “giusta pena”, ben rese dal dibattito tra i primi due passeggeri di giornata che si scontrano su cosa sia la vera giustizia in Iran.

Panahi non prende mai posizione, limitandosi ad essere un arbitro sornione e preoccupandosi solo di portare i suoi clienti a destinazione.

Clienti... come la coppia disperata per un tragico incidente stradale che costringe il moribondo marito a fare testamento per garantire un futuro alla propria moglie perché la legge islamica non la tutela.

Assistiamo quindi ad una via di mezzo tra un documentario e una fiction in cui, però, mancano i pregi di entrambi i generi perché si sente l’assenza di una vera idea di fondo e di un preciso filo rosso narrativo.

Non c’ è un testo scritto da seguire, si assiste ad un'improvvisazione senza alcun attore, ma con protagoniste persone vere, fattore che svela le proprie criticità nel ritmo e nella fluidità della pellicola.

Il film decolla maggiormente nella seconda parte quando entrano in scena la giovane nipote del regista, anche lei aspirante filmaker e la sorridente attivista dei diritti civili.

La prima ci mostra come la cultura islamica tenda a plasmare le  giovani menti mentre la seconda ci fare respirare l’anima oscura e repressiva del regime.

Personalmente, le scelte di montaggio di Panahi non mi hanno convinto fino in fondo per via di una sensazione di lentezza nel racconto e di poca empatia con molti personaggi.

Ci si poteva aspettare qualcosa di meglio dal vincitore dell’ultimo Festival di Berlino, ma forse si è voluto premiare  il grido di libertà dell’uomo più che i meriti artistici, come successe qualche anno fa per il documentario”Sacro Gra” a Venezia.

Il finale è comico e malinconico alla stesso tempo e dimostra allo spettatore che il mondo è davvero un piccolo paese in cui i “ladruncoli” possono anche decidere il finale di un film.

“Taxi Teheran” è un film del 2015 scritto,diretto e interpretato da Jafar PanahiJafar Panahi.

Il biglietto d’acquistare per “Taxi Teheran”è : 1) Neanche regalato 2) Omaggio 3) Di pomeriggio 4) Ridotto 5) Sempre

 

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