Via D'Amelio 19, ventidue anni dopo

Sabato, 19 Luglio 2014 17:09
  

 

Che cos’è il tempo?

Non è una domanda tanto scontata: partendo da Isaac Newton per arrivare alle ultime teorie di Julian Barbour, ci si imbatte in una quantità di ipotesi, idee e speculazioni tali da mettere in discussione ciò che si ritiene di conoscere intorno a questo importantissimo concetto.

È possibile tuttavia affermare, non senza una certa sicurezza, che tra il 19 luglio del 1992 e il 19 luglio del 2014 sono passati ventidue anni, durante i quali si sono verificati una serie di eventi. Uno di questi è l’esplosione di un’autobomba in Via D’Amelio 19, a Palermo, in cui persero la vita il Giudice Paolo Borsellino e cinque degli agenti della sua scorta.

Si potrebbe altresì affermare che il 17 luglio del 2014, presso il PAN, a Napoli si è tenuta una manifestazione che commemorava proprio quel particolare evento, alla presenza, tra gli altri, degli assessori Nino Daniele e Alessandra Clemente, e del Colonnello dei Carabinieri Marco Minicucci. Si tratta di due accadimenti slegati tra loro e irrimediabilmente separati nel fiume del tempo, il cui unico punto in comune è dato solo dai significati dei quali noi li rivestiamo?

Secondo la fisica classica sì, ma adottando un punto di vista differente le cose cambiano.

Drasticamente.

Una lettura alternativa delle relazioni tra questi due momenti ci viene offerta da Via D’Amelio 19, pièce scritta e diretta da Ciro Pellegrino, e rappresentata sotto forma di “trailer teatrale” durante l’incontro di giovedì scorso al PAN. Opera spiccatamente postmoderna, in cui i concetti di spazio e tempo vengono decostruiti, perdendo le loro caratteristiche tradizionali e limitandosi a ruotare attorno alla figura del Giudice Borsellino (interpretato da Sergio Savastano), ora con la dolcezza della memoria di giorni ormai lontani, ora alla maniera vorticosa e distruttrice del tritolo.

Alle spalle degli attori, i documenti visivi del luogo dell’attentato fanno male, oggi, allo stesso modo di allora: parti di automobili carbonizzate, macerie, cemento in frantumi e fumo acre sono i simboli di una modernità devastata, incapace di sopravvivere a se stessa e alle contraddizioni che da essa scaturiscono. È l’istantanea di un paese in ginocchio, di una terra bellissima ma dalle potenzialità inespresse, non per l’incapacità dei suoi abitanti, ma per via della presenza sinistra che su di essa aleggia da tanto, troppo tempo, inasprendo anche i cuori degli uomini di buona volontà.

«Chi ha paura muore ogni giorno» ripete il Giudice Borsellino, che come in universo quantistico è al tempo stesso vivo e morto, acutamente consapevole di un destino già deciso nel passato, ma determinato a percorrerlo nel presente quanto nel futuro: attorno a lui si muovono gli altri personaggi del dramma (Sara Missaglia e Paola Maddalena, oltre a Fabio Balsamo, non presente tuttavia in quest’occasione), che poi personaggi veri e propri non sono, dal momento che assumono via via differenti identità, ciascuna legata – appunto – a un tempo e uno spazio differente. Sono vestite con lunghi abiti neri, che quasi le spersonalizzano, rendendole simili ad altrettanti Fantasmi del 19 Luglio Presente, Passato e Futuro, eppure è proprio da essi che arriva la più importante delle esortazioni: per sconfiggere la Mafia con la “M” grande, bisogna prima sconfiggere quella che è in ciascuno di noi. È un cammino che inizia scendendo a patti con la parte più unheimliche di noi stessi, per poi proseguire nel campo familiare e allargarsi fino a raggiungere sfere d’interazione sociale sempre più estese.

Anche se altrove, in un altro tempo e con nomi differenti, certe situazioni continuano pervicacemente a manifestarsi (come mostrato immediatamente prima di Via D’Amelio 19, nel film-documentario Donne e Mafia di Paolo Colangeli), sta ai cittadini, come ha più volte sottolineato il Colonnello Minicucci, ribellarsi e dare voce per primi alla volontà di cambiamento. Questo è infatti il fine ultimo di giornate come il 17 luglio del 2014: volontà di cambiamento concreta, che passa necessariamente attraverso un profondo rinnovamento culturale, come ribadito anche da Don Tonino Palmese.

Altrimenti, proprio come negli infiniti universi della Meccanica Quantistica, la Strage di Via D’Amelio continuerà a ripetersi altre mille, dieci, centomila volte.

Ultima modifica il Sabato, 19 Luglio 2014 17:38
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Gabriele Basile

I don't believe in many things, but I do believe in duct tape.

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