Bomba o non bomba? USA al bivio sull'intervento in Siria

Martedì, 03 Settembre 2013 10:52
  

Barack Obama ha preferito rimettere al Congresso la decisione sull’intervento in Siria contro il governo di Bashar Al-Assad. Un rimpallo per scaricare la coscienza e la responsabilità del presidente e coinvolgere, tramite la rappresentanza parlamentare, tutto il popolo americano? Forse.
L’opinione pubblica è certamente spaccata. Julia Clark, vicepresidente di Ipsos Public Affairs, ha dichiarato a Politico che nel corso degli anni gli americani hanno perso l'inclinazione a foraggiare con uomini e denaro campagne militari in ogni parte del mondo. In sostanza, sebbene molti sentano l’obbligo morale fare qualcosa, oggi il rischio di esporre i propri figli e l’economia in timida ripresa ad un nuovo conflitto dalle risultanze imprevedibili frena gli animi.

Entrambi i partiti principali riflettono gli stati d’animo del Paese. I prudenti, che vorrebbero battere ulteriormente la via diplomatica, sanno di non avere davanti molte strade percorribili: se gli Stati Uniti distogliessero lo sguardo dal Vicino e Medio Oriente rischierebbero di perdere influenza e prestigio, senza contare gli interessi economici e la presenza dell’alleato Israele nell’area. Anche se gli USA riuscissero a trovare appoggi diplomatici e militari, i veti di Russia e Cina in ambito ONU darebbero comunque vita ad una coalizione internazionale mutilata. Priva del mandato del Consiglio di Sicurezza, da sempre visto come una patente di buone intenzioni in tempo di guerra, sarebbe scarsamente o affatto legittimata.

Dal canto loro, gli interventisti come il Segretario di Stato John Kerry, il leader della minoranza democratica al Congresso Nancy Pelosi e l’ex candidato presidente repubblicano John McCain si appellano alla sicurezza nazionale e globale e alla necessità di stabilità nell’area, tutte cose non garantite dalla presenza di Assad.  
Colpiscono i commenti degli americani sui social network. I canali ufficiali dei maggiori quotidiani e tv sono presi d’assalto. Il signor Smith di turno sostiene che in fondo non sono affari dell’America, che Assad dev’essere fermato da un insieme di paesi, che l’America non deve salvare il mondo per contratto. Un apparente ritorno all’antico spirito isolazionista che, allo stato attuale, gli USA non possono più permettersi. Alcuni altri pungolano il loro stesso governo, insinuando che le armi chimiche di Assad sarebbero come quelle di Saddam, inesistenti. Sembrano aumentare le domande, si dubita, ci si mette in discussione con più facilità di qualche anno fa.
L’unico a potersi ritenere pienamente soddisfatto di quanto accade in America è proprio Assad: la lettera satiricalettera satirica che porta la sua firma pare scritta da un fine politologo, non da un comico desideroso di alimentare la riflessione sulla Siria. “Fammi sapere cosa deciderai, America. Io aspetterò”, si conclude.
Aspettiamo tutti. E Assad, quello vero, lo sa benissimo.

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