Fotografie. Helmut Newton in mostra al Pan di Napoli

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Fotografie. Helmut Newton in mostra al Pan di Napoli
Febbraio 26
«Il desiderio di scoprire, la voglia di emozionare, il gusto di catturare, tre concetti che riassumono l'arte della fotografia» (H.Newton).     È questa l’essenza dell’arte fotografica che ritroviamo in tutti gli scatti di Helmut Newton in mostra al PAN | Palazzo delle Arti di Napoli, inaugurata ieri 25 gennaio. L’idea della mostra, dal titolo Helmut Newton. Fotografie. White Women / Sleepless Nights / Big Nudes, nasce dalla volontà di June Newton, moglie del fotografo, di “mostrare”, appunto” le fotografie del grande maestro pubblicare in tre libri verso la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’90.   Libri, questi, curati, progettati ed impaginati dallo stesso Newton:   White Women. È il primo libro nomografico del fotografo tedesco, pubblicato nel 1976, che gli valse il prestigioso premio Kodak Photo Book Award. Si tratta di 81 immagini, 42 a colori e 39 in bianco e nero, introducendo per la prima volta il nudo e l’erotismo nella fotografia di moda. In quegli anni, la moda stava cambiando e con lei anche il modo di “mostrarla” in fotografia: sul mercato appaiono i primi capi a prezzi modici che consentirono anche agli strati sociali inferiori di vestirsi con eleganza e gusto e i fotografi non potevano non testimoniare questa quasi rivoluzione alimentata dai movimenti femministi che introdussero nell’immaginario collettivo l’idea di una donna aggressiva che combatte per ottenere la sua emancipazione. C’è un ribaltamento della “figura donna” e le stesse riviste che trent’anni prima pubblicizzavano donne aristocratiche con abiti lunghi e lussuosi, ora propongono donne emancipate, combattive con l’uomo alle proprie dipendenze. Di conseguenza, nascono nuovi modi di “vedere” la donna: fotografi come Helmut Newton ritraggono donne decise e compiacenti a volte colte in atteggiamenti sadomasochisti. Provocazione, la sua, simbolo della sua personale produzione artistica.       Sleepless Nights. Pubblicato nel 1978, è un libro fotografico dal carattere retrospettivo che mostra Newton in una veste diversa: le immagini da foto di moda si trasformano in ritratti e da ritratti in reportage quasi da scena del crimine. Si tratta di 69 fotografie, 31 a colori e 38 in bianco e nero, dove i soggetti, le modelle, sono per lo più seminude con in dosso corsetti ortopedici e selle di cuoio, fotografate all’esterno in atteggiamenti provocanti quasi a proporre, ancorauna volta, un uso della fotografia di moda come pretesto per realizzare qualcosa di differente e molto personale.           Big Nudes. Pubblicato nel 1981, questo libro consente al grande artista tedesco di diventare il protagonista nella storia dell’immagine del secondo Novecento. Si tratta di 39 scatti in bianco e nero che inaugurano una nuova dimensione della fotografia umana: nudi a figura intera, gigantografie che entreranno prepotentemente nei musei di tutto il mondo. L’ispirazione? I manifesti diffusi dalla polizia tedesca per ricercare gli appartenenti al gruppo terroristico della RAF.     Nato a Berlino il 31 ottobre del 1920 da una ricca famiglia di origine ebrea. Sin dalla più tenera età vive una doppia vita diviso tra posti particolari (come i quartieri a luci rosse) che, seppur degradati, lo affascinano e i grandi alberghi in cui va in vacanza con i genitori. A dodici anni acquista la prima macchina fotografica. Nel 1936, a sedici anni, inizia il suo apprendistato presso l'atelier della fotografa di moda Iva frequentando una ragazza ariana che mette a rischio la sua incolumità a causa della diffusione delle leggi antiebraiche. I suoi genitori lo imbarcano così su una nave diretta in Cina, ma Helmut si ferma a Singapore, dove, per appena due settimane, lavora per il quotidiano "Straits Times". È in questo periodo che inizia a capire che la fotografia potrebbe essere il suo lavoro. Nel frattempo, conosce una ricca signora belga con la quale viaggia nelle colonie britanniche fino ad approdare in Australia nel 1940. Dopo un breve periodo di prigionia in quanto cittadino tedesco, diventa cittadino australiano e nel 1948 sposa l'attrice June Brunnell, che ha conosciuto in ambito lavorativo; infatti, lei ha posato come modella per le sue fotografie. Dopo aver aperto un piccolo negozio di fotografia a Melbourne, si trasferisce a Parigi nel 1961 e comincia quasi subito a lavorare per French Vogue, dando così inizio alla sua lunga carriera di fotografo. «Newton aveva la capacità di scandagliare la realtà che, dietro il gesto elegante delle immagini, permetteva di intravedere l’esistenza di una realtà ulteriore, che sta allo spettatore interpretare».   «Obiettivo della mostra è presentare i temi distintivi dell’immaginario artistico di Helmut Newton, offrendo la possibilità ai visitatori di comprendere fino in fondo il suo lavoro come mai prima d’ora».   L’esposizione è aperta al pubblico dal 25 febbraio al 18 giugno 2017 ed è Promossa dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, organizzata da Civita Mostre in collaborazione con la Helmut Newton Foundation ed è curata da Matthias Harder e Denis Curti.  
Tell me your story, ovvero stati "mentali"
Febbraio 26
Il 24 Febbraio, in occasione dell' ottavo compleanno, sono sbarcate ufficialmente le "storie" su Whatsapp, anche se nell'app di messaggistica vengono chiamate status. Proprio come per Instagram, Snapchat e Facebook c'è la possibilità di inviare brevi video o fotografie che hanno la durata di massimo 24 ore e permettono agli utenti di raccontare i fatti propri anche dallo schermo del telefonino, rendendo molto più facile la vita agli stalker. In confronto Misery non Deve Morire sembra la storia di Peppa Pig. Whatsapp ha già fatto fallire migliaia di relazioni e matrimoni e con le storie ha dato il colpo di grazia alla Privacy, ma – Hey! – tanto c'è la crittografia end-to-end.E così a gente che andrebbe studiata nelle Università viene data la possibilità di allietare le nostre giornate e i momenti bui delle nostre vite, condividendo il video della visita veterinaria e relativa documentata colonscopia del cane, la grigliata in campagna a suon di vino e canti corali, la gif del piccione viola impegnato nel suo rave mentale e chi più ne più ne metta, non c'è limite alla fantasia. E la cosa più assurda, se così vogliamo dire, è che i contatti in tempo reale potranno commentare e rispondere ai post.       Se il fatto che il caro vecchio Mark Zuckerberg voglia rendere il mondo un posto a immagine e somiglianza di Facebook non ci infastidisce o preoccupa, allora bisogna sapere che esiste la possibilità di importunare non solo tutti i contatti contemporaneamente, ma se ne abbiamo uno abbastanza social-dipendente esiste la possibilità di inviare tramite la funzionalità Direct le perle cinematografiche o fotografiche direttamente al suo device, per il momento solo su Facebook, ma abbiate (qualche mese di) fede...     Se ancora non è germogliato il seme dell'ispirazione, se vi trovate spaesati mentre percorrete la vostra Salerno - Reggio Calabria interiore, se non avete idea di cosa scrivere nel nuovissimo di pacca Whatsapp-Status ecco alcuni suggerimenti stereotipati che funzionano sempre e che vi faranno apparire interessanti proprio come sul vostro social blu preferito.   Categoria Simpaticoni:• Mamma dice: «L'alcool è tuo nemico!!!» Gesù disse:«Ama il tuo nemico!!! Gesù, io sto con te!!!»• Dei tuoi selfie apprezzo il coraggio.• Dietro ogni uomo di successo c'è un account disattivato.• Whatsapp compie 8 anni. Dal 2009 la fonte principale di «No amore, posso spiegare.»• Un amore è degno di tal nome solo quando si basa sulla condivisione della password dello smartphone.   Categoria Socialdipendenti:• Mi hanno appena raccontato di uno che si è suicidato lanciandosi dalla bacheca di Facebook. Pare avesse un mucchio di debiti su FarmVille.• Secondo me il settimo giorno Dio lo passò aggiornando il profilo di Facebook.• Ho chiesto la separazione. Lei su Facebook, io su Twitter. Siamo persone troppo diverse.• Facebook mi fa odiare persone che conosco veramente, Twitter mi fa odiare persone che non conosco affatto, Whatsapp mi fa odiare tutti.• Se vuoi piangere usa il fazzoletto, non il tuo status. Categoria Filosofi:• Se pensi che l'avventura sia pericolosa, prova la routine. È letale.• Quelli che ti criticano sono quelli che ti vogliono diverso, perché vedono in te quello che loro non saranno mai.• La vita è come una lavagna, dove la fantasia scrive, e la realtà cancella.• Fiducia, sincerità e rispetto sono le cose principali in un rapporto.• Chi desidera vedere l'arcobaleno deve imparare ad amare la pioggia.   Categoria Cinici e Asocial Network:• Possa un giorno la tua vita essere fantastica come fingi che sia su Whatsapp.• Aggiungetemi ai gruppi solo se sono di recupero.• Amo le persone discrete. Quasi invisibili. Se non esistono è meglio.• Mi piacciono quelle cose che abbiamo imparato a fare insieme. Tipo non vederci, non sentirci, non parlarci.• Non amo le persone mattiniere. Beh, nemmeno le mattine... e neanche le persone.
C'eravamo tanto amati: ennesima spaccatura della sinistra
Febbraio 25
Ormai siamo arrivati alla frutta, raccontiamo l'atto finale di un partito che forse non sarebbe mai dovuto nascere perché ha tradito Gramsci e ha sposato le tesi di Tony Blair; un partito che ci aveva garantito che la globalizzazione e la mondializzazione avrebbero azzerato le diseguaglianze, avrebbero ridato dignità e speranze alle persone. Peccato che il copione previsto non si è mai realizzato e quello che hanno chiamato sogno, si è trasformato in un incubo. Il Bel Paese non cresce da vent'anni, qualcuno potrebbe dare colpa al debito, all'euro, all'invasione di migranti che scappano da povertà e da guerre e pochi puntano il dito contro una classe politica attenta solo alla conservazione del proprio potere e miope di fronte ai bisogni della comunità. Per anni ci siamo scagliati contro Silvio Berlusconi, ci siamo scagliati contro il suo conflitto di interessi e non abbiamo mai visto il conflitto di interessi che c'era dall'altra parte, non abbiamo visto che i lupi vestititi da agnelli erano mille volte più pericolosi di Mr. B: non a caso Bagnai, ha sempre detto, metaforicamente, che: “Quando il macellaio è vestito di rosso, il sangue non si vede” e infatti pochissimi osservatori si sono accorti di ciò che ha fatto il partito PDS-DS-PD in questo ventennio. Renzi è stato l'ultimo a spostare l'asse del partito verso destra, infatti quanti di voi si ricorderanno della bicamerale, delle galanterie rivolte verso il partito avverso, e quanti si ricorderanno della grande coalizione e il refrain :«Ce lo chiede l'Europa»? Non deve essere entusiasmante passare dalle feste dell'unità alla Leopolda, ma il PD ha deciso che ormai è diventato desueto parlare di lotta di classe, è meglio stare con i Marchionne piuttosto che con i Landini, é meglio indossare giacca e cravatta per mostrarsi moderati piuttosto che rivendicare in piazza i propri diritti. Il dramma è che anche la sinistra è convinta della bontà della politica neoliberista, unica alternativa utile a salvare la gente dalla disoccupazione, dai terremoti e dall'invasione delle cavallette; la sinistra ha mutato forma per adattarsi alle nuove ideologie del mercato e non ha ascoltato le esigenze della gente comune, il suo senso di smarrimento e di disperazione, raccolte invece da una destra che sta intercettando il loro voto. Il più grande partito di sinistra avrebbe dovuto sentire il campanello d'allarme di tutte quelle persone che non riescono ad arrivare alla terza settimana del mese; di tutti quei giovani che non riescono a trovare un lavoro neanche a pagarlo a peso d'oro; di chi attende per anni in lista di attesa un posto in ospedale o una casa. Si è preferito girarsi altrove con la convinzione che con il solo ottimismo si potesse ricostruire un paese che sta affondando sulle grandi opere. Ma che senso ha costruire se tutto attorno c'è il deserto? La spaccatura tra gli ex democristiani e gli Ex non sono mai stato comunista non è un fatto insolito perché, nonostante l'ala migliorista del vecchio PCI abbia sempre cercato di dialogare con le forze centriste, bisogna sottolineare che il loro è un amore mai nato; è stato un rapporto di convenienza reciproca e quando è così si giunge sempre al divorzio. Divorzio che in questo momento conviene a chi vuole, con prossime primarie, guidare il partito e a chi vuole trasformare la propria corrente in partito per presentare, nell'eventuale voto di giugno, proprie liste elettorali e proposte alternative ad una segreteria ormai lontana da istanze prettamente di sinistra. Qualcuno si chiederà se si stia assistendo al canto del cigno della pseudosinistra riformista. No, la sinistra è abituata a fare le scissioni, anzi si potrebbe dire che ormai è diluita in una galassia fatta di partiti e partitini, di barche che galleggiano in un mare in tempesta. La difficoltà per il PD o per chi verrà in seguito consiste nel recuperare un nesso sentimentale tra rappresentanti e rappresentati. L'assurdo è che ormai i lavoratori e i piccoli imprenditori, sentendo sulle spalle il peso della crisi economica, non riescono a capire le risposte date da una sinistra impegnata di più a salvare le banche e a finanziare campi da golf piuttosto che risolvere i problemi delle persone. Eppure l'avvento della sinistra, anche se scolorita, avrebbe dovuto avere nel suo DNA il compito di frenare il peso delle multinazionali e le pretese di un'Europa da incubo, troppo burocratica e poco solidale con i popoli, invece ha portato con sé la voce di chi assicurava: «con l’euro lavoreremo un giorno in meno e guadagneremo come se lavorassimo un giorno in più». Naturalmente questi signori si sono sbagliati e potremmo ritrovarci la Troika in casa. Si può pensare ad un piano B prima di scontrarci contro l'iceberg? 
"La Mafia Uccide Solo d'Estate" tra risate e consapevolezza
Febbraio 24
Amici Nerd, ben trovati. Interrompete un attimo la vostra maratona di Mr. Robot, riponete l'ascia di Vikings nell'apposita guaina e non temete: massimo due minuti e il panta rei netflixiano riprenderà il suo corso. Oggi si parla di un jolly che la Rai (si avete capito bene) ha pescato dal redivivo mazzo della freschezza artistica. Pensavamo tutti che in Viale Mazzini ne avessero perse le tracce, e invece l'hanno ritrovato.   Vai a sapere i casi della vita. Il sito streaming RaiPlay, la serie I Medici e Casa Mika sono state la mano vincente dell'autunno-inverno 2016. E in questa mano La Mafia Uccide Solo d'Estate - La Serie è stato l'Asso pigliatutto, il piatto forte. La serie di Pif racconta le vicende mafiose che affliggono la Palermo di fine anni '70. Il connubio fra corleonesi e le istituzioni locali, il quadrumvirato scudato portato avanti da Vito Ciancimino, Salvo Lima e i cugini Salvo e gli attentati a Mario Francese e Boris Giuliano non sono i primi protagonisti, ma innervano il contesto palpitante entro il quale si consumano le vicende tragicomiche della famiglia Giammarresi: Papà impiegato all'anagrafe (Claudio Gioè), madre supplente precaria alle elementari (Anna Foglietta), figlia adolescente comunistoide (Angela Curri), Zio "Punciuto" (Francesco Scianna) e infine "Salvuccio" (Edoardo Buscetta) che, fra una Iris e un esame di quinta elementare, si domanda perché a Palermo si muore per le "fimmine".   Il tutto narrato dalla voce sicula e nasale di Pif. Ingredienti semplici. dosi calibrate. Ricetta perfetta. Attraverso l'ironia brillante che pervade le scene, la commedia diventa uno strumento sferzante di denuncia. D'altronde è lo stesso principio su cui si basano gli altri lavori di Pif, In Guerra per Amore e La Mafia Uccide Solo d'Estate – Il Film. La differenza è che una serie ha più ore a disposizione di un film e quindi permette di indugiare su particolari dinamiche che altrimenti avresti dovuto tralasciare. L'acqua a Palermo, la scomparsa delle ville Liberty dalla città, l'omertà, le raccomandazioni e ovviamente gli intrallazzi fetenti. Problematiche vissute dal punto d'osservazione di una normale famiglia siciliana non del tutto consapevole delle ingiustizie che subisce. Una serie da vedere per rendersi conto, attraverso quattro risate e qualche lacrimuccia, di una parte grave della storia del nostro Paese. Prima Netflix però.
"Beata Ignoranza": in conferenza stampa Bruno suggerisce titoli
Febbraio 23
È nelle sale dal 23 Febbraio 2017 Beata Ignoranza, il quinto film da regista di Massimiliano Bruno. Il regista è noto al grande pubblico per aver vestito i panni di Nando Martelloni, il mitico notaio dalla linea comica in Boris, la serie tv con Pannofino dall’indimenticabile tormentone: “Bbbbbbuscio de culo!”. Al di là di quanto si possa pensare questa commedia affronta temi concreti e importanti e, a parte i contrasti che si vengono a creare tra i due protagonisti Giallini e Gassman - che hanno due visioni dimetralmente opposte, culturalmente e su tutto ciò che concerne il web - l’analisi della società odierna viene delineata e definita in maniera poetica e precisa.   Il film racconta la storia di Ernesto e Filippo, due docenti in una scuola superiore che si ritrovano colleghi dopo molto tempo. Non corre buon sangue tra i due a causa di vecchi malumori irrisolti. Quando la passione per la tecnologia dell’uno si scontra con la repulsione dell’altro, si arriva alle mani e un video rubato durante il litigio viene diffuso in rete, divenendo virale. La situazione si complica quando una donna, che i due hanno in comune, li sfida a mettersi l’uno nei panni dell’altro per un mese. Il professore conservatore dovrà cimentarsi con la rete, i social network, il gaming online, mentre l'altro dovrà salutare temporaneamente i suoi 5.000 followers. Questo rappresenterà il punto di partenza per risolvere situazioni messe da tempo in stand-by, proprio quelle che hanno dato il via alla rivalità tra i due.   In una frizzantissima conferenza stampa Massimiliano Bruno ha spiegato: «La genesi del film è un post che ho scritto su Facebook circa quattro anni fa e che poi avevo condiviso con Gianni ed Herbert Simone, sul fatto che potesse essere il concept per un film. Io mi lamentavo del fatto che, personalmente, non riuscivo ad andare troppo spesso a teatro o al cinema, leggevo sempre meno romanzi e dedicavo meno tempo alla vita sociale fuori casa, perchè perdevo un po’ troppo tempo a stare sui social network. Lì è nata una storia, nella quale abbiamo potuto raccontare le nostre anime, perchè abbiamo capito che dentro di me, ad esempio, c’era una parte di Ernesto e una parte di Filippo, la prima parte dice che non dovrei stare a perder tempo sul computer o sul cellulare e l’altra invece che è attratta, come da una droga, che non riesce a non rispondere ad un messaggino su Whatsapp. Alla fine mi trovo schiavo di questi maledetti gruppi, non so voi io ne ho una settantina, a partire dal gruppo del Weekendino fatto a Sutri, al gruppo del Ci vediamo la partita dell’Italia insieme?  Che poi non è che ci leviamo da sti gruppi, ci rimaniamo tutta la vita, ogni tanto dopo sei mesi, bip, ti arriva un messaggino da quel gruppo che era La lasagna a casa de Gino con scritto, ma se facciamo un’altra lasagna? E tu pensi: “BASTA! Dovete morì!”. Per quanto riguarda la struttura del film, si sa, siamo tutti molto amanti della commedia all’italiana e soprattutto di due titoli quali: C’eravamo tanto amati e Dramma della Gelosia,che ricamano in qualche modo non i contentuti, ma la forma di quella che è stata poi la nostra sceneggiatura. Lì succedeva che i personaggi si rivolgevano direttamente in macchina e parlavano col pubblico, facevano le loro considerazioni, così da aprire finestre sul loro passato. Insomma, siccome siamo tutti, almeno io personalmente da regista, figlio della commedia all’italiana, figlio di quei registi a cui mi rifaccio ignobilmente (nel senso che non me lo merito però ce provo) la scelta è stata quella di fare un film che, paradossalmente, adesso risulta diverso dai tipi di  sceneggiatura che ho fatto in questi anni che sono molto più lineari, nonostante in questo abbiamo cercato di far sposare queste due anime della storia: l’una si domanda se sia meglio restare in rete e l’altra approfondisce i rapporti umani, ed è qui che entrano in ballo i personaggi di Teresa, Carolina e Valeria. Marco Giallini e Alessandro Gassman mi sembravano i prototipi giusti per raccontare questi due personaggi. Gassman anche nella vita è molto superficiale e Giallini è un anziano travestito da motociclista della Nomentana. No, scherzo!»      Esilarante anche l’intervento di Marco Giallini che, paragonandosi ad Ernesto, il suo personaggio nel film afferma: «Io mi rivedo molto in Ernesto, nel senso che non sono uno che sta molto sui social network, diciamo che su Twitter ho messo una foto, sei anni fa, fortunatamente c’è una ragazza che mi segue i vari Buongiorno Mondo e Buonasera Mondo, Sto cor gatto o Sto cor cane delle varie pazze su Facebook, o i Maledetta pioggia, Mio padre è andato via (non si sa se è morto, se se ne è andato a Milano, si capiscono da sole poi, è una cosa terribile!). Apri Facebook e leggi : Non mi avrai, mi hai avuta una volta, basta! Ma a chi lo stai a scrivere? Ma perchè non lo scrivi direttamente a lui via sms invece di rompermi le palle a me? Grazie a tutti.»   Non si fa aspettare la risposta di Alessandro Gassman che prontamente interviene cosi: «Anche questa è una filosofia. Diciamo che tra questi individui io sono quello che usa di più i social, utilizzo soprattutto Twitter, mezz’ora la mattina e la sera, faccio piccole battaglie civili e credo che sia importante conoscerli invece, anche se non si apprezzano, perchè i social ci saranno sempre di più, non si torna indietro. All’interno della rete c’è tutto il meglio e tutto il peggio della società e io preferisco conoscerli bene e poi magari decidere se usarli oppure no. Andrebbe insegnato il loro utilizzo a scuola.» Su questo punto viene interrotto da Giallini, che esprime il suo pensiero così:«Io dico che i social dovrebbero essere anche antisocial, più che altro antisocial. A scuola si insegnerebbe inutilmente l’utilizzo della rete, perchè poi ai ragazzini non gliene frega niente, tu gli dici fai una cosa e ne fanno un’altra, però io direi, perchè non impariamo cos’è questo paese? Il passato, la memoria, il futuro per non ripetere gli sbagli. Ecco, dovrebbe servire anche a quello invece vedo che per l’80% insomma, c’è robaccia!» Interviene immediato Massimiliano Bruno: «Vi suggerisco un titolo: Giallini si scaglia contro la rete... » A questo punto Gassman riprende il concetto ribadendo: «Però, se usata bene, può essere una macchina meravigliosa che la nostra generazione non aveva e che rende questa per molti versi avvantaggiata e più informata.» E di nuovo Bruno: «Altro titolo: Gassman difende la rete... »   Decisamente diversi i toni utilizzati da Carolina Crescentini che ci tiene a precisare un concetto: «Sui social network c’è una cosa da dire che non abbiamo detto, sì che sono molto utili, sì che si usano per tenersi in contatto con persone lontane e per informarsi, ma il social sta cambiando le persone. La gente vive dietro a questo schermo e dietro allo schermo tu sei tutelato a non essere te stesso ma a trasformarti in quello che vorresti essere quindi aggredisci, dici cose che non avresti mai il coraggio di dire faccia a faccia o fai battaglie sociali che non faresti mai nella vita reale, perchè non sei mai sceso in piazza in vita tua. C’è tutta una serie di cose permesse dallo schermo del pc o del telefonino, che sono false. Quindi la società non è vero che sta cambiando, è l’apparenza della società che sta cambiando poichè, nella realtà, quando c’è veramente da fare un casino o manifestare - e a quel punto è veramente importante - non lo si fa. Una volta che è stato fatto sul wall della propria pagina, che sia Twitter o Facebook, si pensa di avere la coscienza a posto e invece è una grande eresia. Ho letto un libro anni fa di Bauman che diceva una cosa interessantissima: Nella nuova società liquida non c’è più “penso dunque sono”, ma c’è “esisto, sono visto dunque sono e penso di avere la coscienza risolta”. Però si salta il passaggio che rende un essere umano interessante e utile alla società, quindi il social network o il social media è una facciata ma non è niente di più.»
I geniali idioti di John Kennedy Toole
Febbraio 22
“Quando nel mondo appare un vero genio, lo si riconosce dal fatto che tutti gli idioti fanno banda contro di lui”. (Jonathan Swift) Chi sia il vero genio, o il vero idiota, nella storia di Ignatius Reilly è davvero difficile da stabilire. Il romanzo Una banda di idioti (Marcos y Marcos, 2014) di John Kennedy Toole è un’acuta parodia dell’America degli ultimi anni, contesa tra stolidi idealisti e conservatori retrogradi. Nel libro di Toole ci sono tutti, ma proprio tutti, gli stereotipi negativi che hanno contraddistinto la storia americana degli ultimi cinquant’anni: xenofobia, omofobia, “comunistofobia” , tv spazzatura, cibo spazzatura, obesità, bowling, locali notturni, alcolismo.     Ignatius Reilly, genio-idiota, è il grosso (e grasso) perno attorno al quale si sviluppano una serie di storie parallele di altrettanti geniali idioti. Contraddistinto dal suo berretto verde con i paraorecchie, Ignatius è l’ennesimo Tanguy: un figlio cresciutello che ancora non vuole abbandonare il nido materno. Vittima di insormontabili traumi giovanili - come la morte dell’adorato cane Rex - e di una serie di improbabili malattie - come l’occlusione di una fantomatica “valvola” in fin troppo frequenti momenti di stress - Ignatius si ritrova a dover affrontare l’ennesima dura prova della sua vita: trovarsi un lavoro per risarcire il danno causato da un incidente in auto fatto con sua madre.     Irene Reilly, donna dall’ambivalente natura materna; il suo nuovo fidanzato “fascista”; gli oscuri retroscena legati al circolo di frequentatori del Notti di follia; le lotte politiche della poco di buono Myrna Minkoff; e il resto della ridicola banda, saranno la causa del crollo definitivo di Ignatius… o della sua liberazione?   Un romanzo esilarante, dall’ironia sottile ed intelligente. Una lettura consigliatissima! 
In una lettera d'addio l'infelicità di Michele
Febbraio 17
Lo scorso 8 Febbraio 2017 Michele, un giovane precario, si è tolto la vita. Ha giustificato la sua decisione in una lettera, pubblicata sul Messaggero Veneto, la cui lettura provoca un profondo turbamento perché segna l'ultimo atto di una persona che a soli trent'anni, sentendo sulle sue spalle il tormento di una generazione che non riesce a realizzarsi, trova nella morte l'unica via d'uscita. Dalle sue parole emerge non solo la sfiducia verso la società, ma anche la volontà di essere libero di porre fine alla propria esistenza abbandonando un mondo che ha deluso tutte le sue aspettative. Era stanco dall'eterna incertezza lavorativa, di tutte quelle risposte mai ricevute, di una vita senza prospettive future, di una realtà sbagliata che, non premiando i talenti e le ambizioni, non gli dava la percezione di una sicurezza nel futuro, ma solo la certezza di trascorrere un'esistenza sopravvivendo e non vivendo. Michele era stanco di vivere in una società frenetica e atomizzata, mancante di sensibilità, ma piena di colpevole indifferenza e senza umanità; una vita insomma che non gli dava diritto alla felicità. Possiamo intuire dalle sue parole una forte disperazione, ma non abbiamo la presunzione di comprendere appieno il perché del suo gesto, cosa di cui, al di là delle sue parole, forse, solo un addetto ai lavori ne avrebbe la capacità. Tuttavia il suo gesto, se le motivazioni da lui addotte fossero il solo motivo per cui si è tolto la vita, non è giustificabile. C'è un esercito di precari che non si arrende al sistema, anzi a quello si oppone senza togliersi dai piedi, cercando di cambiare lo status quo senza gesti eclatanti o violenti; non soccombe ad ogni avversità, ma l'affronta a viso aperto: non si può pretendere un mondo senza ostacoli, bisogna solo trovare il modo giusto per superarli. Il mondo non è confezionato sui nostri bisogni e sui nostri desideri, ma siamo noi a disegnare la trama del nostro futuro: lottando, cadendo e rialzandoci senza mai mollare. La felicità non significa possedere, ma va cercata proprio nelle nostre azioni quotidiane purché si compiano senza tradire le nostre convinzioni, senza aspettarci tornaconti, ma con la consapevolezza di aver agito secondo coscienza.  Confidiamo nel fatto che il j’accuse di Michele non sia usato come specchio in cui si rifletta la rabbia dei tanti precari, ma solo un campanello d'allarme per chi è chiamato a cambiare le regole del gioco: non devono esserci altri Michele.   Riportiamo qui integralmente la lettera d'addio di Michele: Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi. Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte. Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità. Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia. Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile. Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive. Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione. Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare. Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno. Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie. Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri. Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino. Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene. Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento. P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi. Ho resistito finché ho potuto.
"Legion": un supereroe e una serie unici
Febbraio 14
La Marvel è ovunque. Non è una minaccia. Non credo, almeno. È la realtà. Pensateci: stanno girando Infinity War, tra circa due settimane nelle sale italiane arriverà Logan, il nuovo film su Wolverine; Netflix è ben sorvegliato da Daredevil, Jessica Jones e Luke Cage e si appresta ad accogliere Iron Fist. Dove vai vai c'è un supereroe Marvel. Ovviamente lasciamo stare la questione dei diritti: non mi sembra giusto spezzare il cuore dei nerd proprio a San Valentino. Neanche Loki arriva a tanto.   Se è vero che "il troppo stroppia", ciò non vale per la Marvel, a quanto pare, che non sembra intenzionata a fermarsi. Proprio ieri sera, infatti, su FOX (canale 112 di SKY) è andato in onda il primo episodio di Legion, serie TV che vede come protagonista uno degli X-Men. Bisogna però precisare che la serie è slegata dalla serie cinematografica degli X-Men e si svolge in quello che possiamo definire un universo parallelo. Niente Mystica, niente Magneto (o, per meglio dire, niente Fassbender), ma non preoccupatevi di rimanere delusi.   Ma di che parla? Facciamo la conoscenza di David Haller, interpretato dal Dan Stevens che molti di noi conoscono per Downton Abbey e che vedremo presto in La Bella e la Bestia. David è un uomo afflitto da schizofrenia e ha trascorso tutta la vita, sin dall'adolescenza, entrando e uscendo da ospedali psichiatrici e cliniche. Solo l'incontro con un'altra paziente, Syd Barrett (Rachel Keller), lo porta a capire che le voci e le visioni che lo hanno sempre tormentato non sono frutto di una malattia, ma di un superpotere.     [SPOILER ALERT]Legion non è certo tra i supereroi più famosi, anzi. Tuttavia ha un parente molto noto e potente, direi: nei fumetti, infatti, David è il figlio di Charles Xavier, il Professor X! Come il padre, Legion ha grandissimi poteri telecinetici, difficilmente controllabili all'inizio e potenzialmente distruttivi. David infatti, oltre a sentire voci e ad avere visioni, può provare esplosioni, incendi, ecc., come se leggere nella mente delle persone per tutto il tempo non fosse abbastanza difficile. Legion, avendo trascorso tutta la vita in ospedali psichiatrici e prendendo farmaci è convinto di essere pazzo, di essere malato. Nel profondo, però, una parte di lui sa che c'è dell'altro e che non può essere tutto qui, che non è tutto un errore. Tuttavia, solo l'incontro con Syd permette a David di vedere le cose da un'altra prospettiva e di capire che la sua non è una malattia, ma un potere. Anche lei ha un potere, quello di trasformarsi in chiunque entri in contatto con lei. La loro storia, perciò, non potrà mai portarli ad avere un contatto fisico, ma solo spirituale.     Questo è solo uno degli elementi di originalità della serie, che si rivela diversa dalle altre. La quotidianità del protagonista, i suoi sentimenti, i suoi pensieri, la sua personalità, sono questi aspetti fondamentali della serie. Il tutto è spiegato al meglio, tramite scenografie e un montaggio psichedelici che ben rappresentano la mente caotica di David. La ciliegina sulla torta è costituita poi dall'umorismo che pervade il tutto in modo quasi impalpabile ma fondamentale. Restate sincronizzati, questa serie promette molto bene!
Diana & Lady D - L’amore ti trova sempre
Febbraio 13
Presso la storica struttura teatrale del Sistina di Roma va in scena in prima assoluta nazionale, dal 14 al 19 Febbraio, lo spettacolo che racconta la storia, la vita, le gioie e i tormenti della principessa più amata di sempre, non solo dal suo popolo ma dal mondo intero. Con il titolo Diana & Lady D la principessa triste sarà portata in scena Da Serena Autieri, con la regia di Vincenzo Incenzo e grazie alla produzione di Engage (Enrico Griselli). Uno spettacolo unico nel suo genere che promette emozione e riflessione. Una storia dove la principessa mette a nudo se stessa di fronte proprio a se stessa. Vengono ripercorsi i momenti della difficile infanzia, della spensieratezza dell’adolescenza, la relazione col principe d’Inghilterra, il disagio dei doveri di corte, l’etichetta reale, la beneficenza, la facciata felice in pubblico e la drammatica solitudine nella vita reale. Tutti tasselli della vita fiabesca e contemporaneamente orribile di Diana che alla scena finale sconvolgerà il pubblico. Durante la Conferenza stampa Serena Autieri ha esordito omaggiando tutto lo staff con il quale, come dice lei stessa, ha fatto un lavoro eccelso: Voglio partire ringraziando questo grandissimo cast creativo che mi sta dando tantissimo aiuto e supporto, il produttore Enrico Griselli, ma anche  tutte le persone che stanno mettendo cuore, anima e passione per portare in scena questo spettacolo, che è soprattutto una serie di grandissime emozioni, quelle che provo io, e quelle che ha provato Vincenzo nello scrivere e dirigere questo spettacolo due anni e mezzo fa. Grazie a Gianni Quaranta che ha creato splendide scenografie, che in qualche modo ripercorrono alcuni momenti della vita di Lady D, rappresentano i suoi tormenti e le sue gioie. Voglio ringraziare A. J. Weissbard che attraverso la magia delle sue luci in questa, più o meno ora e mezza di spettacolo, ha saputo creare un’atmosfera fantastica. Poi Bill Goodson perchè è la mia fonte di ispirazione, di gioia, di dolore, perchè mi trasmette le sue emozioni, la sua passione, sempre e in ogni momento, ad ogni passo. Inoltre gran merito va dato all’emozione data da queste sei performers, che rappresentano un po’ le anime diverse di Lady Diana. Grazie alla costumista, Silvia Frattolillo che ha avuto la capacità di creare questi costumi meravigliosi, sognanti, degni della principessa Diana e del balletto che ruoterà attorno a questo viaggio emozionale di “Diana & Lady D.” E ovviamente grazie al direttore musicale, Maurizio Metalli che è riuscito a mettere in musica quel mood anglosassone di Diana, quella grande passione in ogni strumento e arrangiamento. Passata la parola a Vincenzo Incenzo, dopo aver fatto i complimenti alla splendida Serena, il regista ha aggiunto: Io intanto assolvo nei confronti di me stesso ad un dovere morale: non so perchè mi sono sempre sentito molto coinvolto dalla morte di Lady D, e credo che ognuno di noi ricordi dove fosse nel momento in cui è morta, questa è una cosa che succede raramente, no? Lady D rimane una figura che ha trasceso il contesto storico, il costume, il “qualcosa” di più intimo. Appartiene forse alle donne in maniera fortemente radicata, ma rimane a chiunque come qualcosa che custodisce dentro di sè. Forse per questa fragilità per questa complicità che appartiene ad ognuno di noi. Inizialmente avevo pensato ad un libro, ma quando è apparsa nel mio orizzonte artistico Serena, tutte le tessere si sono incasellate, ho subito pensato: «E’ lei!». Al primo tentativo rudimentale di una lettura c’è stata una commozione incredibile. Poi potremmo dire anche tante altre cose, come ad esempio che è l’ultima favola possibile questa di Diana. Oggi i mostri non sono gli orchi, forse il mostro più grande è il sistema, lo stesso sistema che  ha portato la principessa in alto, l’ha resa stella del firmamento e poi l’ha stritolata. Potremmo dire che alla fine è un pò la storia di ogni  donna che subisce in qualche modo una sorta di prevaricazione, sia fisica, sia psicologica. Durante lo spettacolo, in un punto preciso della narrazione, è come se andassimo a bucare  questa benedetta quarta parete e  andassimo a raccontare la storia di tutte le donne vittime di qualcosa più grande di loro, tutte le donne che ancora devono fare i conti con una libertà non prevista in anticipo, che va sempre conquistata. Chissà perchè poi le donne debbano conquistarsela la libertà e non venga loro data in dote dalla nascita, dal contesto storico  e culturale di molti paesi del nostro pianeta. Da questo concetto è partito questo sogno e più sognavo e più insieme a Bill e Gianni Quaranta l’idea prendeva corpo, finché questo  viaggio onirico si è trasformato, culminando anche in una scena che in qualche modo avvolge Serena, con oggetti fuori scala e situazioni surreali proprio perchè lo spettacolo va visto dallo sguardo tomentato di Diana. Il palco si trasforma in sede dell’anima e limbo, con le scenografie del premio Oscar Gianni Quaranta (responsabile dei successi di Zeffirelli, Yvori,Ross, Corbiau), attraverso l’uso sapiente delle luci di Weissbander che vanta la cura tecnica dei film di Wilson, Cronenberg, Sten e Greenaway e che inventano suggestioni intense sdoganando spazio e tempo. Crolli e prese di coscienza vengono definiti dai movimenti sinuosi delle ballerine di Bill Goodson (coreografo di spettacoli quali quelli di Diana Ross, Gloria Estefan, Stewie Wonder e Moulin Rouge). La luce e il colore gettano un ponte con  la bellezza dei costumi ideati da Silvia Frattolillo storica costumista della tradizione teatrale italiana. Le musiche del maestro Metalli, eseguite magistralmente, raccontano le vicende di un cuore straziato appartenente alla nostra epoca oltre che a tutti noi. Le musiche si sviluppano attraverso i successi inediti registrati tra New York e Londra da musicisti di fama mondiale del calibro di: Russ Miller, Robert Cohen,Matt Bissonette, Andrea Bocelli, Nelly Furtado, Tina Turner. Il 31 agosto, ventennale della morte di Diana, gli autori hanno espresso la volontà di presentare lo spettacolo  ai principi. Stanno intrattendendo un rapporto epistolare con gli addetti al protocollo reale anche se per ora non ci sono indiscrezioni al riguardo. La stessa produzione commenta così: È nostra intenzione, il giorno del’ anniversario della sua morte, presentare questo spettacolo ai figli. Abbiamo già avviato un percorso  di corrispondenza, che sarà sicuramente lungo e macchinoso e sul quale al momento non ci esponiamo. Ma siamo tutti convinti che la sincerità del nostro lavoro possa arrivare là dove spesso i protocolli si fermano.
Où est le foot d'antan?
Febbraio 13
C'era una volta il calcio prima delle dirette TV, prima di Sky e Mediaset Premium, ma anche prima di Stream e Tele+, anzi Tele+2, quando gli appassionati si riunivano attorno a una radiolina gracchiante e non a una TV ultrapiatta a un miliardo di pollici. Ricordo, come se fosse una vita fa, le domeniche al ristorante, quando chiedevamo ai nostri genitori le chiavi della macchina per accendere l'autoradio e sapere i risultati dell'Inter, il Milan o la Juve, sperando di tornare a casa per in tempo per vedere 90° Minuto. Erano i tempi della voce inconfondibile di Sandro Ciotti, delle impennate di Enrico Ameri, dell'eleganza di Alfredo Provenzali e di tanti altri indimenticabili cronisti, la cui voce riusciva – qualità sempre più rara – a disegnare e a rendere tangibili anche le fasi di gioco più rapide o concitate.   Ieri pomeriggio un altro pezzetto di calcio d'antan è andato via, quando Riccardo Cucchi ha appeso il microfono al chiodo. Inter-Empoli è stata la sua ultima gara per Tutto il Calcio Minuto per Minuto, commentata con la consueta professionalità, anche quando ha chiesto a Filippo Corsini di salutare gli ascoltatori, congedandosi con eleganza e un pizzico di ironia:«E questa volta posso dirlo: è davvero tutto! a te, Corsini».   Anche gli Dèi del calcio hanno manifestato il loro rispetto verso questo straordinario professionista, facendo iniziare il match di San Siro con qualche minuto di ritardo rispetto agli altri campi, regalandogli ipso facto quasi 4 minuti di ininterrotta telecronaca finale, in cui, ci scommettiamo, il buon Cucchi avrà sentito ben più di un groppo alla gola.   E lo stesso si può dire per me: la TV spenta e il solo rumore della radio mi hanno riportato per un pomeriggio a tanti, tanti anni fa e a un calcio che ormai, forse, non esiste più. E la sensazione è continuata ieri sera, guardando gli scarpini tutti neri di Paulo Dybala, e ritornando ai tempi in cui quelli rossi di George Weah e quelli bianchi di Marco Simone erano l'eccezione e non la regola.     Certo, il cromatismo delle calzature non è affatto un problema (a differenza di quello di alcune orribili divise da gara osservate di recente), ma per un attimo è stato bello spegnere il televisore e ritornare a una dimensione magari meno internazionale e meno tecnologica ma sicuramente più vera.   In un'era come questa, in cui tra anticipi, posticipi, coppe, rinvii, rimandi e chi più ne ha più ne metta (qualcuno ha detto Superlega?), vi invito, qualora la vostra squadra non giocasse un match imperdibile, a invitare i vostri amici a casa, spegnere la TV, accendere la radio e a riscoprire non solo la bellezza di questo incedibile gioco, ma anche che "social" può esistere anche senza "network".
Nessuno scompare davvero o "Molto rumore per nulla"?
Febbraio 13
Originaria del Mississippi, Catherine Lacey (1985) è una scrittrice newyorchese, selezionata dalla rivista Granta come una delle migliori voci del 2014. Nessuno scompare davvero (ed. italiana BIGSUR, 2016), è solo il suo primo romanzo, ma la Lacey sembra già essersi guadagnata un posto di riguardo nelle classifiche delle vendite e tra i favori della critica.     Elyra, una giovane donna con un passato tormentato da orribili ricordi, abbandona suo marito, la sua agiata vita newyorchese, i suoi vestitini blu e stivali neri, per iniziare una sprovveduta e sensazionale avventura in un continente a lei completamente ignoto: la Nuova Zelanda. Munita solo di uno zaino e un paio di scarpe da ginnastica troppo vecchie, Elyra inizia la sua avventura nel “nuovo mondo” adottando la vecchia politica del pollice in su a bordo strada, la filosofia del dormire dove capita, la storia di una donna qualunque senza più un passato e con un futuro più che mai incerto.   L’idea sembra intelligente e lo stile di Catherine Lacey riesce a trasformare una trama molto semplice in un più complesso itinerario temporale che viaggia tra l’infanzia e il presente di Elyra, esplorandone i turbamenti, le angosce, la difficoltà nell’istaurare rapporti sociali.   Nonostante i buoni presupposti e le alte aspettative desumibili dal successo editoriale del romanzo, il risultato finale sembrerebbe un po’ deludente. Nessuno scompare davvero ha tutti gli elementi per essere un ottimo romanzo, ma c’è qualcosa di stridente nello scorrere delle pagine che rende la lettura poco piacevole: il cinismo dissacrante di Elyra e l’esasperazione del suo atteggiamento nichilista, che la rendono un personaggio quasi noioso.     Risulta molto difficile provare empatia per questo personaggio, sebbene la sua storia sia la concretizzazione di quel tacito desiderio di fuga che la maggior parte dei lettori cerca tra le pagine di un libro.   Di certo, Catherine Lacey riesce a fornire degli interessanti spunti di riflessione e il suo romanzo è ricco di una serie di passaggi molto toccanti di cui vi diamo un piccolo assaggio per concludere questo articolo e magari – chissà - per instillare un po’ di curiosità. A voi il giudizio finale: “Non ci è dato di rimanere in certi momenti e questo non dovrebbe suonarti come una novità. Conosciamo entrambi il concetto di tempo, la sua matematica spietata, sappiamo che la storia di ognuno di noi diventa sempre più voluminosa, meno comprensibile, sovrappeso, sovraccarica, non smette mai di crescere, e a volte i ricordi vengono archiviati male e finiscono  per incasinare i sentimenti senza un buon motivo e a quanto pare ci sono persone più brave a gestire questa cosa, a tenere la propria storia pulita e in ordine, ma io continuo a non capire come mai i momenti che volevamo trattenere ci sono scivolati via mentre quelli che avremmo voluto dimenticare ci perseguitano ancora.”            
"La carica dei seicento": L'appello dei professori universitari
Febbraio 11
Finalmente l'appello della “Carica dei 600” accende i riflettori su un tema che a molti era già noto: l'eutanasia della lingua italiana. Non si parlerà degli aspetti di una lingua, approcciandoci ad essa dal punto di vista diacronico e sincronico, cioè confrontando il linguaggio odierno con quello del passato, poiché è normale che vi siano mutamenti di sintassi, di lessico e di fonetica, tuttavia è chiaro che non si possa prescindere dal rispettare determinate regole grammaticali. Risulta difficile, per esempio, capire una pagina di Machiavelli, perché il suo linguaggio è lontano dal nostro, ma a quei tempi era corretto scrivere in tal guisa. Scrivere correttamente non è un arte, ma un apprendimento che si acquisisce lentamente mediante insegnamenti adeguati e costanti letture e a questo compito oggi la scuola è chiamata, una scuola che deve essere centro di formazione culturale, che deve trasmettere il sapere facendo appassionare gli studenti e stimolare le loro capacità. Purtroppo oggi si assiste ad un allentamento sui freni dei vari programmi in precedenza ritenuti essenziali all'apprendimento di regole basilari e si provocano carenze che si trascinano lungo il percorso di studi. Si sta formando una classe di studenti spesso impreparati ed è proprio questo che viene lamentato dai 600 professori universitari che, nel loro appello, affermano che troppi studenti fanno errori di: «Grammatica, sintassi e lessico appena tollerabili in terza elementare» ed accusano la politica di lassismo perché: «il tema della correttezza ortografica e grammaticale è stato a lungo svalutato sul piano didattico più o meno da tutti i governi». Aggiungiamo a questo anche la scomparsa degli esami riparatori che inducono molti studenti a non essere costanti nello studio poiché le interrogazioni finali spesso salvano dalla bocciatura, anche grazie alla propensione dei presidi, timorosi di perdere finanziamenti, a promuovere piuttosto che a bocciare. Inoltre sono almeno vent'anni che i programmi scolastici vengono umiliati, spezzettati e semplificati e le scuole sembrano non essere più centri culturali, ma il risultato di una globalizzazione che è entrata in questi luoghi mortificando, l'arte, la filosofia e naturalmente anche la nostra lingua madre. La verità è che i ragazzi non sanno scrivere perché non sanno parlare, la società da decenni li distoglie da ogni forma di cultura, preferiscono mandare sms piuttosto che scrivere una lettera, affidarsi a Facebook piuttosto che avere un dialogo, si fanno trascinare dal pensiero della massa piuttosto che svilupparne uno proprio. Si possono anche avere gli insegnanti più appassionati, le scuole migliori, ma senza la volontà di apprendere non si va da nessuna parte.
"I Bastardi di Pizzofalcone": cliffhanger all'italiana
Febbraio 07
DISCLAIMER: Non ho letto i libri, quindi mettiamo subito in chiaro che in questo articolo non ci saranno paragoni tra la carta stampata e la serie TV, ma si parlerà solo di quest'ultima.   Che dire de I Bastardi di Pizzofalcone? Dimentichiamo le periferie senza possibilità di redenzione di Gomorra per tuffarci nella Napoli dei palazzi storici: delle larghe scalinate e dei panorami mozzafiato, delle ampie corti e degli appartamenti eleganti.   Già, pure troppo...   Forse proprio nel tentativo di prendere quanto più possibile le distanze dalla serie targata Sky, lo sfarzo e il lusso sembrano essere ovunque (o quasi): anche nei vicoli, le case traboccano di oggetti di design, opere d'arte, e quant'altro. Stesso discorso riguarda la fotografia: se in Gomorra i toni erano lividi, con una forte tendenza al grigio, qui si insiste sui classici colori da cartolina, con l'azzurro del mare e del cielo e i colori brillanti dei palazzi a farla da padroni.   Gradevole anche la colonna sonora, specialmente le sottolineature che si assestano su registri più malinconici; mentre la regia, benché non offra nulla di indimenticabile o di innovativo, riesce a rendere appieno il fascino del setting.   «Bella forza, – potrebbe obbiettare qualcuno – parliamo di uno dei luoghi più incantevoli di Napoli! Non devi essere Stanley Kubrick per restituire la bellezza di Pizzofalcone!» al che rispondo: provateci, allora, a far sembrare il Centro Direzionale un luogo più vicino all'America che a Poggiroeale, e tutto sommato piacevole.   Al di là del dato tecnico, IBDP non convince del tutto: in primo luogo le puntate si somigliano un po' tutte, seguendo pattern narrativi sempre simili; certo, a volte il colpevole è proprio l'ultimo che ci aspettavamo, ma il fatto che spesso venga scoperto con dinamiche da poliziesco della Settimana Enigmistica la dice lunga. Niente di eccezionale nemmeno i dialoghi, che, anzi, a volte risultano un po' scontati e privi di mordente, come quando il papà di Alex le suggerisce candidamente di trovare un uomo a posto e fare tanti figli per essere felice.     Il che ci porta ad una delle noti più dolenti, e cioè i vari subplot, che invece di essere un modo per conoscere meglio i personaggi al di fuori del commissariato o per modulare la narrazione, si perdono tra clichés vari ed eventuali, o addirittura affossano il ritmo narrativo, come nel telefonatissimo rapporto tra Lojacono e la figlia Marinella. Molto interessante, di contro, la storia di Pisanelli e dei presunti suicidi, ma – guarda un po' – è probabilmente il subplot col minor minutaggio! Magari l'assassino sarà Frate Leonardo, come tutti pensano, ma anche una cosa scontata può essere raccontata adeguatamente, no?   Ma ciò presuppone che ci sia una seconda stagione, cosa non sicurissima visti i ritmi blandi dell'ultimo episodio.   Per esserne sicuri analizziamone la fine, sorvolando sull'assurdità dell'ultima scena (non ho esperienza nel crimine, ma se rapissi un bambino, tenderei a evitare i festeggiamenti per l'anno nuovo in piazza con le telecamere e quant'altro), nonché la telefonatissima notizia del salvataggio del commissariato in zona Cesarini: i "cliffhanger" se tali possono essere definiti, sembrano buttati lì, senza un minimo di hype. Ad esempio, il fatto che la posizione di Lojacono non sia ancora chiarita e presumibilmente non lo sarà nell'immediato futuro – parliamo di uno dei filoni narrativi principali, mica dei flirt di Ottavia e Palma – meritava un di essere costruita in un certo modo, dal momento che si suppone sarà uno dei temi della prossima stagione, e invece? Buttata lì, «da qualche parte, verso 'a fine» direbbe il Reverendo Lovejoy.   Quindi, pollice verso per i IBDP? Beh, se vuole confrontarsi con prodotti come Gomorra o Romanzo Criminale, c'è tanto da scalare, se invece i concorrenti diretti sono le varie fiction di casa nostra, allora a Gassman & soci non manca molto per posizionarsi in cima.     Come se davvero stessero a Pizzofalcone...
Smetto quando voglio – Masterclass: il Breaking Bad all’amatriciana
Febbraio 06
Il secondo capitolo della trilogia: una sorta di Breaking Bad “de’ noantri”, più conosciuto come Smetto quando voglio – Masterclass, è uscito nei cinema il 2 Febbraio. È un’ americanata ma coi sapori della commedia italiana, Sidney Sibilia è riuscito in questo film a concentrare l’azione e lo stereotipo, l’adrenalina e il maccheronico, dando così al pubblico l’opportunità di godere dell’ Action Movie e contemporaneamente  della macchietta tipica dell’italico popolo. La prima storia orbitava attorno alle vicende di sette laureati che - vuoi la crisi, vuoi la disoccupazione – decisero, grazie alle loro conoscenze in campo medico, di sintetizzare una nuova sostanza, legale ma più potente di qualunque droga sulla piazza.  In questo secondo Capitolo il regista Sibilia, ha reinventato la storia valorizzando i vecchi personaggi e aggiungendone di nuovi (i cervelli in fuga) e un elemento chiave: il cromatografo.     Un film riuscitissimo, dove si respirano le atmosfere  e il clima del primo. Si ride molto, ma questo non stupisce più di tanto, acnhe perchè gli attori in questione sono per la maggior parte quelli di Boris, la riuscitissima serie tv con Pannofino.  Una particolarità che riguarda il film è che la seconda e terza parte - Smetto quando voglio - Ad Honorem - sono state girate insieme, anche se la data d’uscita non è ancora stata annunciata. Si vocifera Natale 2017. Sul perchè le due storie siano state girate insieme il regista trentacinquenne Sibilia nel 2014 disse: “Se faremo il sequel non ne faremo uno, ma il secondo e il terzo episodio insieme. Gireremo contemporaneamente il secondo e il terzo film […] il punto è che se vogliamo fare gli scemi, allora facciamo gli scemi bene. Funziona così. Si fa Reloaded e Revolution. Se deve essere una operazione facciamo l’operazione più para-americana, becera che fa ridere. Fatta bene, ma becera.” Ci sono in questa frase dei chiari riferimenti a Matrix, infatti i titoli : Smetto quando voglio – Reloaded e Smetto quando voglio – Revolution furono davvero presi in considerazione durante la lavorazione del film ma poi, fortunatamente, scartati.     Smetto quando voglio al suo esordio fu un film che attirò critiche positive e pubblico, spianò la strada “all’americanata”  anche nel cinema italiano. Il pubblico e la critica erano entusiasti tanto che la pellicola ricevette la nomination a ben 12 David di Donatello. Sfortuna volle che quell’ anno fossero in lizza Il capitale umano” di Virzì e La grande Bellezza di Sorrentino, che fecero man bassa di premi rispettivamente sette Virzì e nove Sorrentino.     A proposito di Action Movie all’americana preparatevi a vedere un Luigi Lo Cascio inedito, soprannominato dal cast Lo Cash, proprio per dare l’idea di come l’attore sia riuscito a gestire il suo ruolo rivestendolo di carattere e personalità. E forse sono proprio queste le chiavi del successo di Smetto quando voglio: il carattere e la personalità dei personaggi. Ognuno di loro è un mondo a parte, complicati, spesso disadattati, geniali, in lotta con se stessi e i propri principi. Quest’analisi intima e profonda di ognuno di loro fa del film una carta vincente, probabilmente perchè questi tratti psicologici e caratteriali che nel primo film erano accennati, sono stati definiti e valorizzati nel secondo.     Anche la delicatezza - e non leggerezza - con cui è stato trattato il tema della disoccupazione in Italia è un aspetto vincente del film, perchè se è vero che se ne è fatta una commedia e ci si ride su, è vero anche che il tema di fondo non viene mai sminuito: c’è azione, c’è una storia improbabile, ma c’è anche il sapore reale della società attuale.  E poi ci sono scene che sono già di per sé Easter Eggs, citazioni di film americani quali Ritorno al Futuro, Ghostbusters, scene alla Indiana Jones, inseguimenti alla Jason Bourne, con una buona dose di Thomas Milian e Bombolo. Insomma  il mix di Sibilia è riuscitissimo.    {gallery}smettoquandovoglio{/gallery}   
"Game Over": un felice riadattamento de "Il Calapranzi" in scena ai Quartieri Airots
Febbraio 06
Si è conclusa domenica 29 gennaio, presso Quartieri Airots, la tre giorni di Game Over, atto unico ispirato a Il Calapranzi di Harold Pinter. Il Calapranzi è un testo che, pur essendo stato rappresentato innumerevoli volte e avendo più di quarant'anni di età, comunica ancora un'indiscutibile sensazione di attualità, e infatti trova nuova vita in Game Over. Scritto ed interpretato da Federico Torre e Sergio Savastano, e con la partecipazione di Gabriele Basile e Bruno De Filippis, l'opera trasmette agli spettatori in pieno le atmosfere claustrofobiche del drammaturgo inglese.   «L'idea iniziale – affermano gli autori – che avevamo avuto, era quella "semplicemente" di mettere in scena Il Calapranzi di Pinter. E con questa intenzione mettemmo mano al copione, decidendo di seguirlo fedelmente. Col tempo e molte letture dopo, però, tra un «io farei così...» ed «io aggiungerei questo...», abbiamo visto che l'idea originale stava evolvendo in qualcos'altro. In qualcosa di "nostro". Quindi, mantenendo l'atmosfera pinteriana, e rapportando il tutto in un contesto a noi più vicino, con l'occhio a 'tipi' e 'topos' decisamente mutuati dalla filmografia poliziesca americana degli anni '70, abbiamo scritto qualcosa di nuovo».     Due inviati, o meglio due assassini di un'organizzazione segreta, vengono assoldati per svolgere un compito spinoso: un omicidio; ma quella che apparentemente è la "solita routine", si trasformerà in qualcosa di totalmente inaspettato. A far da protagonista è  infatti l'attesa. I due, in un ambiente ostile, spoglio e squallido, aspettano l'ipotetica vittima. In un primo momento i dialoghi sono marginali, vuoti, quasi irrazionali. Protagonisti invece, sono gli sguardi degli interpreti. Espressioni che riempiono la sala, il non detto fa da padrone attraverso dei silenzi che hanno il peso di un macigno. A poco a poco, i due rompono il ghiaccio e la conversazione inizia ad introdurre lo spettatore nel vivo della storia. Con l'arricchirsi di elementi riguardanti gli eventi passati, la tensione tra i due assassini si fa sempre più alta fino a raggiungere l'epilogo finale che farà piombare la scena nuovamente nel silenzio.   Il risultato finale è un lavoro molto gradevole, che appassiona gli spettatori e verrà replicato, sempre presso Quartieri Airots, il 18 e 19 febbraio 2017.  
Bello Figo Gu: il trollator-provocatore incompreso
Febbraio 05
In un clima politico così leggero, con Salvini e la Mussolini presenti sui canali tv italiani quasi tutte le sere, Trump che trascina gli Stati Uniti  50 anni indietro con l’annuncio del blocco degli ingressi per i cittadini musulmani, dimenticando paesi come Arabia Saudita (nulla c’entra col fatto che hanno i soldi?) e milioni e milioni di persone che affermano: “Je suis Charlie”, si staglia una figura che in maniera del tutto impensabile-soprattutto a lui-è diventata forse quella più autorevole nel panorama geopolitico europeo. Si tratta di un ragazzo di 24 anni, per inciso benestante, i cui genitori lavorano e pagano le tasse in Italia, dove vivono da 13 anni. Un ragazzo che non vive in alberghi superlusso, ma in un normalissimo appartamento nella periferia di Parma. Paul Yeboah, l’artista precedentemente conosciuto come Gucci Boy, che diede il via alla propria “carriera musicale” con dei semplicissimi video girati male e cantati ancora peggio su YouTube. I video in questione erano talmente demenziali che ben presto le visualizzazioni crebbero in maniera esponenziale al punto di trasformare Gucci Boy nel primo risultato tra le parole più cercate sui motori di ricerca. Ovviamente la Gucci Group, infastidita dalla posizione su Google, citò in giudizio il ragazzo, che dovette cambiare il proprio nome in Bello Figo Gu. Ma perchè questo ragazzo è diventato il fenomeno mediatico del momento? Beh, semplicemente perchè come una Martina dell’Ombra di colore è riuscito, in diretta tv, su Rete 4 in fascia protetta, a trollare non solo gli europarlamentari, che ovviamente si sono accesi in un attimo, ma tutta quella parte di società razzista, perbenista e ipocrita che, fomentata dall’odio degli ultimi anni, è diventata lo zimbello del mondo intero. Nessuno dei presenti sapeva a cosa andasse incontro, non il mediatore culturale, né (figuriamoci) la Mussolini, nè il conduttore Belpietro, forse. Il “forse” riguarda il fatto che si vocifera di quanto il furbo Belpietro avesse capito fin dall’inizio l’andazzo dell’intervista a Paul e, per guadagni in termini di share, sia stato al gioco. Il risultato un perfetto trollaggio mediatico con tanto di Dab all’Italia intera degno del più eccelso disturbatore-opinionista da social, solo che stavolta lo scenario era  la televisione nazionale. I temi delle canzoni strampalate di Bello Figo sono svariati: si spazia dalla sua colazione-la tanto amata pasta col tonno-a paragoni di figaggine con Andrea Diprè (il tizio che sfrutta lo scarso livello intellettuale degli ospiti del suo programma e li trasforma in fenomeni da baraccone), a questioni inerenti il Referendum Costituzionale o alla scottante questione profughi-migranti-affitto. I testi delle liriche sono assurdi, illogici, grammaticalmente e foneticamente scorretti ma satirici, questo è innegabile. Forse, la gogna mediatica che ha visto come protagonista il giovane 24enne,  il quale la ha magistralmente ritorta con disarmante semplicità verso i propri accusatori, è la fotografia del nostro tempo. Gente che si schierava con “Je suis Charlie” fin quando gli attacchi non riguardassero loro, si è trasformata nel boia che se potesse li farebbe fuori tutti, a partire dagli uomini coi fucili per finire agli uomini con le matite. Adesso, ragionandoci un attimo, può mai essere possibile che gente che scappa dall’ orrore della guerra, che ha guardato i mostri dritti negli occhi, che ha affrontato il mare stringendo i propri cari con il terrore nel cuore, appena arrivata sulla costa pensi al Wi-Fi ? Ma anche se fosse, ognuno di noi  in cuor suo, può affermare che l’emergenza sarebbe aggiornare lo status su fb o aggiungere un tweet? Ha mai sfiorato qualcuno l’idea che arrivati sani e salvi in un posto nuovo la prima necessità oltre all’acqua sia quella di mettersi in contatto con chi è rimasto dall’altro lato? Se si sta tre giorni in mare aperto, con il nulla intorno, mettendo piede sulla  terra ferma dove nessuno capisce la lingua e dove nemmeno un telegiornale può essere esplicativo, appare più che logico cercare la maniera di capire se in patria sono ancora vivi o morti.   Le canzoni di Bello Figo (almeno dal 2010) ruotano intorno agli stereotipi e alle false informazioni che vengono fatte circolare nel Bel Paese, quelle informazioni che, ahimè, fanno leva sugli analfabeti funzionali, ovvero le menti più deboli e omofobe, quelle che non capiscono cos’hanno di fronte anche se palesemente chiaro, quelle che vedono tutto come un affronto, anche il semplice fatto che “lo straniero” sia il nemico incarnato in varie figure, dal tifoso della squadra avversaria, all’ inquilino del palazzo di fronte, al ragazzo del quartiere dell’altro lato della città, all’abitante del paese vicino, figuriamoci uomini e donne di colore diverso provenienti da un altro continente.  Una cosa triste è che soggetti deputati alla guida del paese, che quindi  in teoria dovrebbero essere ricchi in umanità e compassione, siano invece dei beceri personaggi che puntano solo al voto e allo stare altri 20 anni tatuati sulle poltrone governative, benché la più triste di tutte sia che un popolo conosciuto un tempo come altruista e compassionevole preferisca guardare i talk show per assorbire l’opinione di personaggi quali Salvini, Mussolini e Librandi (negli ultimi tempi  tristemente famoso per avere consigliato ai terremotati di andare a vivere in una tenda) piuttosto che farsene una propria. Ecco, questi sarebbero, in una società giusta, quelli da cacciare via, quelli a cui dedicare la canzone in napoletano  “Iatavenne”, quelli che costano ben più in termini economici di 35.00 euro e in termini di dignità cifre inestimabili. Il rapper ghanese, anche se naturalizzato italiano, è stato tacciato di fare business sugli immigrati, ma ricordiamoci che si tratta di un ragazzo di 24 anni, colpevole di cantare su stereotipi razzisti, ma non di certo è lui al governo, quindi  prendersela con lui per delle canzoncine o addirittura minacciarlo di morte (lo hanno fatto esponenti di gruppi autonomi e non ufficiali di estrema destra) al fine di annullare i suoi concerti è al limite del penoso e ridicolo. Ma l’Italia non era quello Stato fondato sulla libertà di pensiero, parola e religione? Se la stessa canzone fosse stata cantata da un ragazzo italiano, bianco come il latte, lui sarebbe stato messo alla berlina o sarebbe stato innalzato a eroe nazionale? Forse è troppo strano che il messaggio  (a volte trash e sboccato) delle politiche inique e totalmente errate della gestione sociale e politica italiane venga trasmesso dalle labbra di un giovane di colore? Bisognerebbe forse rifletterci un po’ di più, prima di attaccare da tutti i fronti un individuo, poco più che adolescente... Se anche l’esponente del Pdio, come dice Bello Figu, non ha recepito il messaggio, forse sarebbe il caso di rivedere l’organico di partito e se, peggio ancora, non lo ha fatto nemmeno il mediatore culturale (che dovrebbe essere quello deputato alla comunicazione tra i diversi gruppi, ospite della trasmissione) arrivando addirittura a dare ragione alla Mussolini, c’è qualcosa nel sistema comunicativo che non va. Sembra esser tornata di moda una campagna di censura, pratica comune di 30 anni fa, però si critica (giustamente) l’idea del portatore sano di parrucchino di erigere un muro per tenere fuori chi non è americano o sarebbe più giusto dire americARIANO. Manca solo il ritorno alla schiavitù, dopodichè il quadro sarà completo e lo sviluppo sociale dell’Umanità procederà finalmente con il tanto agnognato processo di involuzione, con politicanti e rubagalline sui loro troni di potere a continuare a sfruttare magistralmente l’analfabetismo funzionale della maggior parte del popolo. Certo che il fatto che Belpietro, dipendente di Berlusconi (coinvolto nello scandalo Ruby e prostituzione minorile) inorridisca a sapere che Paul si intrattenga o preferisca la compagnia femminile bianca, è tutto dire. Degno di nota anche il tentativo di mettere a confronto (leggi dare in pasto) un ragazzo forse sempliciotto, non abituato alle dinamiche televisive, con una famiglia in gravi difficoltà, ad un picchetto di gente imbestialita e infine ai politici, delinea l’andazzo dei talk show italiani. Prendere fatti isolati e generalizzare propagandisticamente è un atto vile, alla base della distinzione tra bene e male. E forse la cosa più elegante e sensata da fare l’ha fatta proprio Bello Figo Gu, che alle offese ricevute, e mai ricambiate, ha risposto con una splendida epica Dab.
I Muri della globalizzazione
Febbraio 05
E il mondo? Che accade al mondo? “Mai più muri!”- queste le parole pronunciate nel Novembre 1989, a seguito della caduta del Muro di Berlino, che oggi risultano ingannevoli ed ipocrite. L'era post ideologica inaugurata dal mitizzato 1989 ha portato all'era del capitalismo industriale che ha concepito uno stile di vita che sta letteralmente “uccidendo il mondo”. Un mondo di facciata, che gira intorno all'arte di vendere: pubblicità, marketing e comunicazione. Ci lasciamo alle spalle i valori intellettuali e politici del liberalismo, il bagaglio del pensiero democratico e le intese ragionevoli. L'elezione di Donald Trump ha dato man forte alla gerarchizzazione dell'umanità in base alle etnie e al reddito, alla forza economico-finanziaria e alla potenza di fuoco dei diversi paesi. La volontà e gli obiettivi del nuovo presidente americano sono in primo piano su tutti i quotidiani: la costruzione del muro con il Messico (che già esiste), il divieto all'ingresso di rifugiati e la revoca dei visti ai cittadini di sette paesi islamici di Medio Oriente e Nord Africa (Siria, Libia, Yemen, Iraq, Iran, Somalia e Sudan). L'ordine esecutivo di Trump contro i migranti ha scatenato una vera e propria battaglia, la sua richiesta di bloccare per 120 giorni il programma di accoglienza dei rifugiati ed il divieto di ingresso per 90 giorni per sette paesi è stata fortemente criticata dall'Ue che ha definito il comportamento del neoeletto inaccettabile. Angela Merkel è intervenuta sulla questione, spiegando che non c'è nessuna giustificazione a questo provvedimento, contrario a tutti i principi di diritto internazionale della comunità. Ci pensa un giudice federale di Seattle, James Robart, a bloccare il decreto: la diplomazia americana ha ripristinato i circa 60.000 visti per gli Stati Uniti che erano stati revocati. Il presidente vuole il muro per bloccare i messicani e ciò palesa un atteggiamento antidemocratico. I vantaggi economici previsti sono mediocri se non addirittura svantaggiosi. Una tassa del 20% sui prodotti importati dal Messico: è così che Trump intende finanziare la costruzione del muro lungo il confine meridionale degli Stati Uniti. La bilancia commerciale degli Usa con il Messico è negativa, gli Stati Uniti importano più di quanto esportino. Resta da capire quanto questa imposta garantirebbe i soldi necessari per la realizzazione dell'opera-prezzo stimato 15 miliardi di dollari-ma soprattutto quanto influirebbe sui consumatori e sui rapporti commerciali tra USA e Messico. Questo è quello che conta nel ventunesimo secolo: il profitto. Non si riesce a guardare con profondità, non ci si interroga su cosa significhi davvero costruire un muro e dividere le persone, allontanarle. È un paradosso dell'epoca della globalizzazione, ma in seguito all’abbattimento liberatorio del muro di Berlino ovunque sono stati costruiti nuovi muri, ognuno sulla base di un criterio distintivo diverso. Rete e non-luoghi, l'affermarsi di un superamento della topografia del confine, questo siamo noi oggi-così dice il professore Dario Gentili in un suo articolo-un mondo senza confini. C'è differenza tra un muro eretto in corrispondenza di un confine statuale ed un muro cementificato senza alcune legame con un confine. Quest'ultimo non rappresenta un rafforzamento dello Stato, anzi diventa un concetto scevro del senso politico-culturale.   Per interpretare a fondo il significato del muro nella nostra epoca dobbiamo analizzare il significato della parola confine.“Con-fine” deriva dal latino finis, che rimanda al significato di solco e alla pratica del tagliare o scavare un solco nel terreno. L’importanza politico-culturale della pratica di “tracciare il solco” nel mondo latino viene dall'analisi del termine rex: il rex è colui che traccia la linea, colui che è incaricato di regere fines, di «tracciare i confini in linea retta». Il finis ha, perciò, una consistenza sacra e simbolica piuttosto che materiale: l’autorità del rex e del potere politico che ne deriva consiste, dunque, nel “tenere la linea”; e più la linea è dritta, più la sua autorità è fondata. Tutto ciò che è al di fuori del confine è disordine e dismisura, ma inevitabilmente una potenza che vuole espandersi deve sconfinare. Al finis è complementare il limes. Limes che deriva appunto da limus-“trasversale, obliquo”-dalla radice lei: “piegare”. Uno dei significati di limes è strada, militarmente fortificata, ma possiamo addurle anche il significato di strada. Sono complementari, ma hanno un'accezione diversa. Se si pensa alla lingua italiana questa differenza non si denota, dato che spesso frontiera è sinonimo di confine. Con la nascita dello Stato moderno in Europa alla linearità del finis latino si aggiunge “con” e sorge il confine statuale. Possiamo quindi concludere che il confine (bound in inglese) è una creazione tipicamente moderna. I muri di oggi manifestano la crisi della sovranità e, più in generale, la crisi della modernità. I primi a costruire i muri furono i Romani; in seguito alle sanguinose guerre di religione agli albori dell’età moderna, al muro è subentrato il confine. Il presupposto necessario del con-fine è che sia un limite condiviso da entrambe le parti: definisce le sovranità dei due territori. Invadere un altro Stato, oltrepassandone il confine, significa sostanzialmente contravvenire al patto di sovranità. Il muro di Berlino appartiene alla logica del confine: quello di due ordini politici e ideologici che fondavano la propria identità sulla contrapposizione. Con la sua caduta è crollato forse il confine più radicale della modernità e si è annunciato il tramonto di un’epoca.   Oggi la logica che vige nella costruzione dei muri è quella della frontiera, ma una frontiera statica, che serve a difendere, non a conquistare. Il muro che divide USA e Messico ne è l'emblema. Infatti, il confine è posto e riconosciuto tra due Stati, mentre la frontiera murata è costruita soltanto da una parte, quella degli Stati Uniti, e non contro lo Stato messicano, bensì contro quella moltitudine indistinta di individui che provano a s-confinare illegalmente in territorio americano: i migranti (cosiddetti barbari, privi di logos). Nel mondo globale confini e frontiere piuttosto che venire meno, si moltiplicano. Emblematica resta ancora oggi la costruzione del muro di Israele. Costruito a partire dal 2002, il muro conta circa 600 km di lunghezza: l'86 % del totale è situata all'interno della West Bank, ossia la parte lasciata ai Palestinesi per l'autodeterminazione e annette a Israele un ulteriore 9,5 % della Cisgiordania, in cui è situata la maggior parte della barriera. Oggi la civilissima Israele proibisce alla maggior parte dei palestinesi l'accesso, a meno che non si possieda uno speciale permesso. Possiamo ricordare anche la barriera che separa due nazioni: Corea del Nord e Corea del Sud, la nazione più isolata del mondo da una parte e una delle più moderne dall’altra. Tracciata in coincidenza con il 38° parallelo Nord, taglia la penisola coreana in due. La linea fu stabilita dall’armistizio che concluse la Guerra di Corea, nel 1953. È uno dei confini più armati del mondo: oltre mille posti di blocco e due milioni di soldati in perenne assetto di combattimento. Ufficialmente, infatti, le due nazioni sono ancora in guerra tra loro. Ancora a Belfast, l'esempio più lampante di una città che ancora vive la divisione sulla pelle, sono i muri che dappertutto dividono cattolici e protestanti, detti "peace lines" perchè, concepiti all'inizio degli anni '70, dovevano evitare qualsiasi contatto tra i contendenti. Cemento e filo spinato che dividono caseggiati, scuole, pub, negozi. Muri che parlano, ovviamente, come a suo tempo quello berlinese, con i graffiti e murales dei militanti e le scritte dei bambini. Uno studio realizzato nel 2012 indicava che il 69% della popolazione considerava le barriere ancora necessarie a causa delle potenziali violenze. Muri però che verranno presto abbattuti, ma la difficoltà maggiore sarà riuscire ad avvicinare uomini e donne che non hanno mai comunicato; che hanno vissuto sotto lo stesso cielo d'Irlanda, ma, in certi casi, non si sono mai visti nemmeno in faccia. Non si smette di mettere in piedi altre barriere: sono stati realizzati i 2/3 della frontiera di 900 km tra Turchia e Siria, necessaria per arrestare il flusso migratorio e il passaggio dei terroristi.   I muri hanno caratterizzato la storia dell'uomo, ognuno con funzione diversa. Ci sono quelli di prescrizione, il cui fine non è non frequentare qualcuno, ma controllarlo. I muri dei lazzaretti, le zone di reclusorio isolate dal resto della città negli episodi di epidemie, sono esempi di questo tipo insieme ai ghetti ebraici che si diffondono in Europa a partire dal '500. Ci sono quei muri invece che non si vedono, invisibili ai nostri occhi, ma che sono paradigma della nostra “civiltà”. Quello del denaro che genera meccanismi beceri e sleali e comporta un fenomeno di divisioni in classi. Oggi le persone si definiscono in base a ciò che hanno, al loro potere economico, senza andare oltre. Questo è quello che ci ha riservato l'epoca del post moderno e che ci fa porre la domanda se l'uomo abbia bisogno di muri. La risposta è sì, l'uomo non può vivere senza muri, se egli è il primo che li desidera e li necessita. I muri che si creano tra le persone sono costanti, quotidiani. Una persona di colore che teoricamente non viene schedata e differenziata, ma il cui colore della pelle ancora oggi è sintomo di diffidenza e di comportamenti razzisti. Una persona viene differenziata per il suo status, abbiente e meno abbiente. Tutto questo è espressione di una società che ha paura, che di fronte alla guerra implacabile e pietosa e alle difficoltà riesce solo a chiudersi per difendersi, quando dovrebbe aprirsi alla diversità etnica e professare il valore della libertà. È inevitabile, ma immaginare un mondo senza muri è come immaginare una società forte, che non si basi sulla sopraffazione totale e sull'odio tra i popoli. Possibile, ma oggigiorno utopico.
Sgarbi presenta: “I tesori nascosti” a S. Maria Maggiore della Pietrasanta
Febbraio 04
C’è più di un motivo per visitare la mostra I tesori nascosti. Tino di Camaino, Caravaggio, Gemito aperta dal 6 dicembre 2016 al 28 maggio 2017. Prima di tutto è un’occasione da non perdere per immergerci nel cuore più antico della nostra città, ricco di storia e bellezza. La mostra è infatti ospitata nella Basilica di Santa Maria Maggiore della Pietrasanta, un luogo magico che ci riporta alle origini greco-romane di Napoli.     Al pubblico sono offerte 150 opere normalmente non visibili perché proprietà di fondazioni bancarie, istituzioni e collezioni private, tra cui quella dello stesso Sgarbi. Sono opere di grande valore che ci accompagnano per un lunghissimo percorso, dal duecento all’età contemporanea, mostrando la straordinaria varietà di linguaggi, stili, ambienti geografici che rendono ancora più unico il nostro eccezionale patrimonio artistico. All’ingresso ci accolgono due teste di epoca federiciana, l’età di quell’imperatore che tanto amava la civiltà e la cultura classica, tanto che nel 1224 fondò la nostra università. Poi Tino di Camaino con un bellissimo San Giovanni Evangelista in marmo del trecento e poi via via Paolo Veronese, Tiziano, Ribera, Luca Giordano, Solimena, Pitloo maestro di quella pittura di luce e aria che fu la Scuola di Posillipo, ben prima degli Impressionisti. E arriviamo al Novecento con Notte, Viti, de Pisis, de Chirico, Morandi, Ligabue, Gemito, Bolle. Di Caravaggio è esposta la Maddalena addolorata, alla quale è dedicato un posto d’onore.   Caravaggio, Maddalena addolorata   La basilica si trova tra la ancora attuale via del Sole, che ci richiama al dio Apollo, e quella che era detta via della Luna. Nel luogo della basilica sarebbe sorto infatti un tempio di Diana di cui si conserverebbero alcuni frammenti marmorei nel basamento del più antico campanile della città, risalente al X-XI secolo. Esso sorge nell’atrio della chiesa, che fu edificata nel VI sec. dal vescovo Pomponio, detta Maggiore essendo la più grande dedicata a Maria e della Pietrasanta perché su indicazione della Madonna fu edificata nel luogo in cui vi era una pietra di marmo. In tal modo si sarebbe scacciato il demonio che in forma di porco terrorizzava i cittadini.   Rifatta barocca nel ‘600, la basilica fu bombardata durante la II Guerra Mondiale e poi abbandonata a tal punto da divenire luogo di gare di motocross illegali, che hanno irrimediabilmente e gravemente compromesso l’integrità del prezioso pavimento maiolicato. Finalmente restaurata, è un tesoro restituito ai cittadini, che la possono ammirare insieme alla elegante cappella rinascimentale del Pontano, prestigioso spazio per una mostra di così grande importanza, quale appunto quella curata da Vittorio Sgarbi . Una mostra che non si può perdere perché offre possibilità non facilmente ripetibili.     LUOGO: Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, via dei tribunali 17/18, Napoli PERIODO: Dal 6-12-2016 al 28-05-2017; Lun-Ven 10.00-20.00, Sab-Dom 10.00-23.00 (la biglietteria chiude un’ora prima) PREZZO: intero € 12,00 (audioguida inclusa) INFO: tel. 081-19230565 - http://www.itesorinascosti.it/index.html
Rigoletto e il "dramma" della tradizione al San Carlo
Febbraio 03
A cinque anni dalla morte del Maestro Giancarlo Cobelli, torna sulle tavole del San Carlo il suo Rigoletto bolognese, già a Napoli alcuni anni fa e ad oggi nuovo gingillo di celebrazione del teatro partenopeo, come se in assenza di una guida musicale si sia pensato bene di ripercorrere tutte le perdite degli ultimi vent'anni, citando registi, cantanti, attrezzisti e riesumando principi e regine. Per questo Rigoletto in particolare, ove termina il teatro di riesumazione inizia il teatro di tradizione, in un miscuglio follemente interessante di ricordi e memorie, di scene polverose e instabili e puntature sfrontatamente volgari.   La necessità di eseguire il Rigoletto di tradizione (esecuzione che si risolve effettivamente in pochi passaggi) si spiega solo dopo due atti di perplessità e dubbio, quando all'attacco della canzonaccia del Duca di Mantova parte unanime un karaoke violento ed imperituro, di dignità musicale pari al miglior karaoke delle migliori adunate di provincia. A parità di dignità, di valore musicale e di costume, la bistrattata cornice della tradizione acquista addirittura preziosità, come esaltazione (ci duole dirlo) della filologia musicale nella sua espressione più completa, il che la dice lunga sulla grande musica proposta in genere dai grandi teatri italiani. È leggenda poi che un teatro poco disposto ai gusti del pubblico, non importa se reazionari o d'avanguardia, sia un teatro vuoto, e che ci sia una diretta proporzionalità tra tradizione e incasso al botteghino, come se al pubblico  (che sia quello di Napoli, Busseto o Milano) interessi davvero qualcosa e come se il teatro celebri l'arte e se ne freghi del pubblico.   Mentre il mondo del teatro condivide interessi con il Duca di Mantova e la Netrebko posta ridenti  immagini su Instagram, il Maestro Jordi Bernacèr ricerca accuratamente, ignaro della distruzione del circondario globalizzato, una bella nitidezza di suoni, godibile in particolare nelle parti soliste. Accurato è anche l'equilibrio tra buca e palcoscenico, sempre costante in una esasperata esaltazione delle prime voci di cui si apprezzano una costante e perfetta sonorità, bella dizione e, comune a tutti, bel fraseggio. Ben presto ci si rende conto però che il perfetto slancio estetico che il direttore dà alla partitura (slancio di buonissime intenzioni, s'intenda) manca di contenuto effettivo, è privo di qualsivoglia mordente drammaturgico, vedi i turbinii inudibili dell'orchestra nei cortigiani - cosa più unica che rara - o la claustrofobica successione di staccati in caro nome, metricamente pesante, oltre che in parte vocalmente pasticciato. Ultima perla, anch'essa di grande preziosità filologica, ci viene offerta nella vendetta, vera esaltazione del virile teatro verdiano e celebrazione della musica bandistica nella sua più alta e nobile forma. Alle voci, si diceva, è stata prestata particolare attenzione,  nel rispetto più che funzionale di sonorità e colori. Il Rigoletto di George Petean conferma ogni riserva sull'effettiva possibilità di impiego della sua voce nei ruoli verdiani di punta, pesantemente baritonali come quello del buffone alla corte di Mantova. Il timbro chiaro rammenta tutt'altro repertorio e rende di fatti “arrangiata” in partenza la buona esecuzione del cantante, capace di modellare l'intensità della voce astenendosi da soffocamenti e artificiosità, e di fraseggiare servendosi unicamente del mezzo vocale. Piero Pretti è stato un godibile Duca Di Mantova, di quelli capaci di passare alla tessitura acuta  senza dover cancellare le repliche successive. Il suo canto è brillante e nitido seppur poco duttile nella caratterizzazione del personaggio, un Duca di Mantova più simile ad un Romeo pudico di memoria shakespeariana che ad un godereccio e libertino duca di provincia. Nel comparto femminile soddisfa la Gilda di Rosa Feola, soprano di risapute qualità vocali e abile fraseggiatrice, che fa della tenera Gilda verdiana una fanciulla stranamente venata di malizia. La serata della Feola va avanti nell'inerzia di canto e d'ascolto (manco fosse cosa consueta poter ascoltare un buon canto) fino ad un caro nome letargico e vocalmente frammentato nel primo atto ed una stangata pericolante alla fine del secondo, coronata da un'emissione incerta come mai l'avevamo sentita dalla Feola. Nulla da dire sul canto opaco di Anna Malvasi, una maddalena sufficientemente iconografica e ben incastonata nel quartetto del terzo atto. La regia di Giancarlo Cobelli, ripresa da Ivo Guerra, sembra studiata sulla caratura del gesto e dell'elemento scenico  più che sulla successione di azioni, poche e sapientemente inserite sulla scena a formare piccoli cammei pittoreschi, come il tronco d'albero alla fine del primo atto ad incorniciare coi suoi rami la figura di Gilda, o la locandaccia di Monterone resa in una miniatura deliziosa a contornare lo slancio amoroso de' la donna è mobile.   Il tutto è affascinante, anche interessante alle volte, mancando però di quella limpidità necessaria per evitare che l'intreccio drammatico del capolavoro Verdiano diventi un miscuglio di impressioni frammentate. E così poco aiuta la presenza di un pannello in scena, ben piazzato in tutta la sua maestosa fatiscenza, a dividere azione e intrighi, amori (puri o dissoluti) e corruzione. Poco aiuta un' esasperata stilizzazione delle forme che, seppur molto suggestiva in particolare nel terzo atto, è sempre ingabbiata in un cubo di vetro sgarrupato che soffoca maestosità e invettiva.   Applausi calorosi al termine della recita da un pubblico che per buona parte non ha goduto nemmeno della tradizione.
Amalinze: tra rap e dottorato il significato di "liminale"
Febbraio 03
Sembra quasi un cliché: un giovane intellettuale che fin dall’adolescenza cresce mangiando pane ed Hip Hop, magari guardando con grande ammirazione i poster delle leggende (2Pac) appesi in cameretta. Gli anni passano, la musica cambia e con lui anche Francesco, che imparando ad apprezzare la new school made in Italy approda al rap, mezzo d’espressione che caratterizzerà la sua persona. Siamo ormai arrivati al 2015, anno in cui Francesco, forte delle sue esperienze musicali, partecipa alla competizione Global Rap Superstar Italy esordendo col nome di Amalinze. L’anno seguente il giovane rapper di Pagani racchiude le sue esperienze nel primo EP ufficiale Liminale, dando in pasto al pubblico undici brani caratterizzati da uno stream of consciousness che trova espressione tra le sue rime, fino a coniugarsi a una forma di storytelling identificata nella continua ricerca di riferimenti storici e culturali che trovano l’apice nei featuring con Carmine Califano.   Non potevo non chiedertelo, che cosa significa Amalinze? Il nome è unriferimento letterario al romanzo Things fall apart dello scrittore nigeriano Chinua Achebe, probabilmente il mio romanzo preferito. Il personaggio dal nome Amalinze compare una sola volta, ma dal mio punto di vista il suo ruolo è più centrale di quello che possa apparire.   Quali sono le personalità di spicco che adotti come modelli? E cosa pensi del panorama musicale contemporaneo? Nel contesto rap internazionale contemporaneo senza dubbio Kendrick Lamar. Il suo impegno sociale e l’attaccamento alla cultura afroamericana, da cui poi ne consegue la potenza delle sue liriche, per me rappresentano la più alta espressione del rap contemporaneo. È inoltre grande fan di Tupac, il che mi lega un po’ emotivamente a lui. Restando inItaliati faccio il nome di Vasco Brondi, meglio conosciuto con il nome di Le Luci della Centrale Elettrica. Non è assolutamente un rapper, ma è uno di quelli che è riuscito a trasmettermi di più e che mi ha impressionato per il tipo di scrittura incredibilmente suggestiva. Parlando del panorama musicale contemporaneo mi vengono in mente due aggettivi: frammentario e saturo. Frammentario perché è un periodo in cui un po’ gli schemi si stanno rompendo, soprattutto nel rap. E saturo perché, almeno nel rap, mi sembra che ci sia quasi l’ansia di far uscire più pezzi possibile per farsi notare o non so cosa, e il tutto naturalmente a discapito della qualità.   Perché fai musica? O, come dici tu stesso, cosa c'entri col rap? Faccio rap perché è la modalità espressiva in cui mi sento più a mio agio, in tutti i sensi. In riferimento alla seconda domanda, quella è piuttosto una provocazione: alcune persone trovano quasi incompatibile la figura di rapper con quella di dottorando/docente. Cose da italiani diciamo.   Qual èil messaggio che si nasconde tra le rime di Liminale? Il messaggio sta tutto nel titolo. Innanzitutto perché mi piace tutto ciò che sta al margine, spesso trascurato ma che ha un peso fondamentale nella creazione di quello che è il nucleo: parliamo di centro solo quando ci sono i margini, Liminale. Ad esempio il primo pezzo estratto dal disco Sopra le scale  è una metafora della condizione umana e della mia generazione, soprattutto. Rappresenta l'essere in bilico, sulla soglia o appunto sopra le scale, senza salire né scendere, come paralizzati. Io credo che ad oggi ci troviamo proprio su “quelle scale”, incapaci di muoverci.   Dove hai preso ispirazione? Dalla mia quotidianità, dai miei stati d’animo e dalle mie idee spesso opposte e in contrasto, che poi danno al disco quel senso di disomogeneità e incompletezza. Ci sono pezzi piuttosto diversi per mood e concetti ma è lo specchio di quello che provo e che vivo.   La tua traccia preferita, sia in Liminale che in generale? Ho cambiato idea sulla mia canzone preferita circa mille volte... ma se te ne devo dire una e una sola, tenendo conto di tutti i criteri che prendo in considerazione quando ascolto una canzone, ti dico Promesse, poi magari se me lo richiedi tra cinque minuti, già avrò cambiato idea. Per quanto riguarda “in generale” la mia canzone preferita della storia è Freedom di Richie Havens per tutto ciò che riguarda il processo creativo del pezzo. Nel senso che lui improvvisò il pezzo per la prima volta a Woodstock, aprendo anche il celeberrimo festival.
Le sei regole d'oro per acquistare un'auto usata.
Febbraio 03
Prima o dopo, l’acquisto delle quattro ruote, è una tappa d’obbligo per ogni giovane. Ovviamente,  la poca esperienza e il budget limitato per la maggior parte dei neopatentati, spinge a far optare per il mercato delle “seconda mano”.  Comprare un’auto usata però, non è un’operazione semplice. Per evitare “fregature” pagando più del dovuto, è necessario tenere a mente delle semplici regole che vi permetteranno di avere un quadro chiaro di ciò che state per acquistare. La prima regola è controllare meticolosamente la carrozzeria. Tutto ciò che è esterno all’autoveicolo rientra in questa categoria e in un certo senso, ci fornisce preziose informazioni su come l’auto è stata tenuta fino a quel momento.  Bisogna prestare particolare attenzione alla presenza di ammaccature, graffi e ruggine. Altro difetto da tenere d’occhio e la presenza di bombature dovute alla grandine o ad altri agenti atmosferici. Questo genere di difetti, il più delle volte non incidono negativamente sulle prestazioni del mezzo, ma  tenuto conto che questo tipo di riparazioni sono tutt’altro che economiche.  Un ultimo sguardo va dato al parabrezza: che deve essere privo di graffi o crepe, in più, se il veicolo non ha avuto incidenti, il cristallo sarà originale. Passiamo ora alla seconda regola. Controllare sempre l’assetto. Il secondo passo prima di procedere all’acquisto è quello di andare a verificare tutto ciò che concerne l’assetto dell’autoveicolo. In primis bisogna visionare lo stato di usura dei pneumatici. Essi devono essere “consumati” in maniera uniforme e non devono presentare crepe, rotture o bombature. In più sulla gomma è possibile controllare il DOT, ossia un codice di quattro cifre che sta ad indicare l’anno ed il mese di produzione del pneumatico. Se da questo controllo dovesse risultare che le gomme hanno più di sei anni di vita, prima di comperare l’auto dobbiamo tener presente che per muoversi in sicurezza bisognerà preventivarne la sostituzione. Successivamente, bisognerà controllare l’impianto frenante. I dischi non devono presentare crepe e le pasticche devono avere almeno un centimetro di spessore. Particolare attenzione va posta anche ad ammortizzatori e testine. In questo caso sarà necessario fare una prova su strada assicurandosi della buona tenuta dell’auto in curva e in frenata, concentrandosi sulla presenza di rumori insoliti a seguito di buche ed asfalto irregolare (la presenza di rumore potrebbe significare un eccesivo stato di usura delle testine). Terza regola. Controllare il vano motore. Quando apriamo il cofano di un’auto, la prima cosa che dobbiamo osservare è la presenza di perdite di olio o di liquido di raffreddamento. Per nascondere questo genere di perdite, un venditore poco onesto, potrebbe effettuare un lavaggio del motore, cancellandone le tracce. Quindi, anche in questo caso, sarà necessario prestare molta attenzione durante la prova su strada, facendo attenzione anche al colore dei gas di scarico. In questi casi comunque consigliamo di far visionare il motore anche ad un addetto ai lavori così da avere anche il parere di un esperto. Quarta regola. Controllare il funzionamento della parte elettronica. Bisogna verificare il corretto funzionamento di fari frecce e stop. Tutte le lampadine devono funzionare correttamente senza cali di tensione. Se ciò dovesse accadere potrebbe significare che l’auto è finita in carrozzeria a seguito di un incidente. Quinta Regola. Visionare lo stato degli interni. Controllare lo stato di usura degli interni, ed in particolar modo del pomello del cambio e del volante, può esserci utile a verificare la veridicità del chilometraggio riportato sul quadro. Se dovessimo trovarci di fronte uno sterzo ed un cambio particolarmente usurati, a fronte di un chilometraggio inferiore ai 150 mila chilometri, sarebbe il caso di insospettirsi e procedere a verifiche più accurate. In caso di tagliandi effettuati presso la casa madre, è possibile risalire all’effettivo numero di chilometri percorsi dal veicolo. Sesta ed ultima regola. Visionare con cura i documenti. Superati gli “step” precedenti, e quindi convinti di voler procedere con l’acquisto, sarà necessario, prima di effettuare il pagamento, fare una visura online o presso il PRA per scongiurare la presenza di ipoteche o fermi amministrativi sul veicolo. Ora se anche quest’ultimo passaggio si è concluso con esito positivo, non vi resta che godere del vostro nuovo acquisto.
Siamo sicuri di ciò che mangiamo?
Febbraio 02
«Se i macelli avessero le pareti di vetro saremmo tutti vegetariani». In questo modo Paul McCartney introduce uno dei video più famosi e diffusi su internet dall'associazione animalista inglese People for the Ethical Treatment of Animals, PeTA , che denuncia le pratiche attuate negli allevamenti intensivi; la visione di questo filmato induce a riflettere e a porsi delle domande. Gli animali che si trovano in questi luoghi non sono accondiscendenti o altruisti nei confronti di chi li tiene in quelle condizioni, non hanno scelto di loro spontanea volontà di stare rinchiusi, di stare ammassati l'uno sull'altro e di giacere nei loro rifiuti in attesa del  giorno del giudizio. Sono trascorsi secoli, se non millenni, da quando l'uomo ha deciso di passare da un'alimentazione frugivora ad una completamente onnivora, e sembra che non ci siano alternative ad un olocausto che coinvolge animali da pascolo, equini, suini e pesci. Il termine olocausto é certamente un termine forte, ma non sono stato il primo ad usarlo; il termine è stato usato per la prima volta da Charles Patterson nel libro “Un'eterna Treblinka. Il massacro degli animali e l'olocausto”, per evidenziare lo sfruttamento immorale a cui vengono sottoposti gli animali negli allevamenti intensivi e nei macelli. La rete è piena di filmati horror, ottenuti da audaci animalisti che, rischiando denunce, prigione e perfino la vita, hanno immortalato le sevizie inflitte agli animali; addirittura Giulia Innocenzi ha segnalato, sia attraverso i media che nel suo recente libro “Tritacarne”, che  anche in Italia marchi eccellenti non sono esenti da colpe. Le immagini trasmesse in rete scuotono le coscienze e stanno spingendo alcune nazioni a gesti coraggiosi, così in Francia si sta discutendo sulla possibilità, a partire dal primo Gennaio del 2018, di installare videocamere fisse nei mattatoi; nel frattempo non si può restare “con le braccia a sen conserte” mentre gli animali continuano a soffrire, bisogna fare qualcosa per arginare il problema, che non riguarda solo la qualità della vita di esseri senzienti, ma anche il prodotto che finisce sulle nostre tavole. Bisognerebbe chiedersi qual è il senso di questa condotta che porta gli animali ad essere umiliati e privati della loro dignità, per molti un male necessario per il nostro egoistico benessere. Però è risaputo che nel percorso di vita di ognuno di noi possono esserci dei cambiamenti di mentalità che possono riguardare l'alimentazione e lo stile di vita, per cui sempre più persone iniziano ad interessarsi di ciò che accade negli allevamenti e nei macelli. In tanti vogliono sapere se l'alimentazione degli animali sia bio-compatibile con la loro natura e se sia addizionata a farmaci e sopratutto vogliono capire se quei filmati diffusi dagli animalisti sono veritieri. Dallo uno studio dell'associazione italiana CIWF, che lavora esclusivamente per la protezione e il benessere degli animali allevati a scopo alimentare, sappiamo che gli animali allevati industrialmente sono considerati semplicemente come fonte di profitto ed è per questa ragione che vengono nutriti con farine animali e vegetali, non sempre consone alla loro natura. Per evitare malattie ed epidemie, quali ad esempio salmonella o aviaria, vengono letteralmente bombardati da medicinali che, non smaltiti al momento della macellazione, passano nel nostro organismo provocando effetti dannosi per la salute umana. Su questo tema sono stati scritti fiumi di articoli, ma bisogna tenere alta la guardia affinché il problema resti sempre attuale e se anche solo un mio lettore avrà maggior consapevolezza di ciò che mangia, avrò messo un tassello in più in favore di questa causa.  
T2 Trainspotting: l’evoluzione della Perduta Giovinezza
Febbraio 01
Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete un maledetto televisore a schermo gigante; scegliete lavatrici, automobili, lettori cd e apriscatole elettrici; scegliete di sedervi su un divano a spappolarvi il cervello e ad annientarvi lo spirito davanti a un telequiz. E alla fine scegliete di marcire; di tirare le cuoia in un ospizio schifoso, appena un motivo d'imbarazzo per gli idioti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi. Scegliete il futuro, scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa cosí? Io ho scelto di non scegliere la vita. Ho scelto qualcos'altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l'eroina?   Iniziava con questo monologo Trainspotting, film culto degli anni 90’. Quando nel 1995 approdò nelle sale il film tratto dal romanzo di Irvine Welsh, caratterizzato da una colonna sonora fenomenale, destò non poco clamore e rappresentò il buco della serratura dal quale osservare quella che era la gioventù del ventennio scorso. Inserito nella top ten delle dieci migliori pellicole inglesi, Trainspotting - che significa letteralmente “osservare i treni che passano” - raccontava con una feroce crudezza l’ingenuità e forse anche la stupidità di quattro ragazzi che, pur sprecando nel vero senso della parola la loro esistenza, sentivano crescere nel profondo la voglia di riscatto personale, ma soprattutto sociale, fino a scontrarsi inesorabilmente con la maturità che ad un certo punto coglie di sorpresa ognuno di noi.     Esattamente 21 anni dopo esce nelle sale Trainspotting 2, il manifestodell’età adulta evoluzione delle scelte compiute in un’età fragile e delicata dai protagonisti ormai 40enni. Sono cambiate le mode, i costumi, la società stessa e le dipendenze, oltre ad essere fisiche e psicologiche, si sono trasformate anche in quelle social. Un altro modo, del tutto nuovo secondo alcune chiavi di lettura, di sfuggire alla realtà e lo si intuisce dal monologo inziale di questa seconda pellicola, che pur dicendo cose completamente diverse ci catapulta nelle atmosfere del primo. Scegliete la vita. Scegliete Facebook, Twitter, Instagram e sperate che a qualcuno, da qualche parte, importi. Scegliete le vecchie fiamme e sperate di aver fatto tutto diversamente. Scegliete di guardare la storia ripetersi. Scegliete il futuro, scegliete i reality in TV, lo slut-shaming, il revenge porn, i contratti a orario zero, un viaggio di due ore per andare a lavorare e scegliete lo stesso per i vostri figli oppure fate di peggio e soffocate il dolore con una dose di droga sconosciuta fatta in casa di uno sconosciuto. E poi, prendete un bel respiro. Siete stati tossicodipendenti, siate dipendenti da qualcos’altro. Scegliete quelli che amate, scegliete il futuro, scegliete la vita.       Martedì 31 Gennaio 2017 il regista Danny Boyle ha presentato a Roma il film che uscirà nelle sale il 23 Febbraio. Ha incontrato i fan e risposto alle domande. Per lo shooting fotografico, è stata scelta la sede dell’ ex caserma Guido Reni, un capannone vuoto, grigio, industriale, muri di cemento a vista, piastrelle sconnesse, l’ambientazione ideale per un film come Trainspotting. Infatti chi ha ben presente la storia, può comprendere come l’impressione fosse quella di essere sul set del primo film, l’atmosfera a tratti un pò cupa ma che ha reso perfettamente l’idea. Una curiosità: forse non tutti sanno che nel 1998 Spud, ovvero l’attore Ewen Bremner, fu il protagonista di una storia che seguiva la falsa riga di Trainspotting e forse proprio per questo si è cercato di farlo passare come il sequel ufficiale del film, anche se tratto dal secondo romanzo di Irvine Welsh intitolato appunto Acid House.      Ma torniamo a T2. In conferenza stampa il regista Boyle, parlando di una vena nostalgica nel film, ha dichiarato: La nostalgia c'è e riguarda tutti noi. Spero che riguardi anche il pubblico. Vorrei che T2 facesse ripensare al primo Trainspotting e a quando anche chi lo guarda aveva 20 anni in meno. Il tema del sequel è proprio questo: il film parla dell'età adulta e di come si arriva alla maturità. I protagonisti si sono goduti a modo loro la giovinezza e ora che sono uomini restano aggrappati a quei ricordi. E' un problema tipico del sesso maschile: si fatica a crescere. Diversamente dalle femmine, non riusciamo ad accettare il tempo che scorre. Non siamo più giovani ma proviamo a restarlo,  attaccandoci ai tempi passati, questa situazione trova una soluzione solo nel momento in cui si chiude il ciclo temporale: per questo nonni e nipoti vanno d'accordo.   Alla domanda su come sia stato lavorare sul set con Ewan McGregor, Robert Carlyle, Jonny Lee Miler e Ewen Bremner dopo 20 anni, il regista ha  risposto così: Sapevo che avrebbero accettato subito di partecipare al sequel e così è stato. Lo hanno fatto con incredibile entusiasmo: avevano fame, avevano il fuoco dentro e tanta voglia di tornare a lavorare insieme. Abbiamo ritrovato quella magia tipica dei primi film, quando l'istinto e il coraggio di lasciarsi andare prevalgono sulla tecnica. Quell'esperienza del '96 fu la prima per tutti e, come nella storia del film, anche per loro e per me era bello fare un salto indietro nel tempo. Stavolta, però, non c'è un personaggio che prevale sugli altri come accadeva in "Trainspotting" con Mark Renton che rappresentava anche il narratore della storia. Stavolta i quattro personaggi hanno tutti uguale  importanza.   Come anticipato nel monologo iniziale di T2 c’è un chiaro riferimento allo spopolare dei media e della presa che ha sui giovani. Alla domanda sul perchè Renton attacchi i social network Danny Boyle ha affermato: Oggi ci sono delle scelte che sembrano così facili, così potenti. I giovani hanno Facebook, hanno tantissimi amici. Ma sono virtuali. Sono scelte fatte facilmente ma e in realtà si ha in mano molto poco. Ma non è giusto fargli la predica. Loro stessi devono trovare la giusta strada per fare le scelte che più gli si adattano.  
E intanto Tohru Iwatani si gratta le Pac-Man...
Gennaio 31
Enorme gaffe quella di ANSA e a seguire di tutte le testate giornalistiche che danno per morto il papà di Pac-Man. Infatti il deceduto non è Tohru Iwatani, ovvero l'unico vero creatore della pallina mangiatutto, ma Masaya Nakamura, colui che nel 1955 fondò la Namco (conosciuta oggi come Bandai Namco). Imprenditore 91enne, l'unico apporto che diede al gioco, oltre ai fondi per la prima pubblicazione nel 1980, fu quello di cambiare il nome da Pakkuman, ("Uomo che mastica", in occidente Puck-Man) in Pac-Man, per evitare che il nome venisse storpiato in Fuck-Man. Oltre al madornale errore di attribuzione, l' ANSA, ha sbagliato a trascrivere il nome della Società che da Namco, si è trasformata in Nemco (corretto poi nelle scorse ore). Gli internauti, sono stati i primi a render noto l'errore, commentando anche in maniera simpatica:   Una cosa è sicura, ai fan stamattina è preso un colpo! Certo, approfondendo si saranno rasserenati, ma... chissà come avrà reagito Tohru? Probabilmente una grattatina se la sarà concessa...

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