Sulle colline tra boschi e giardini, la luce radiosa di Luca Giordano

Sono sempre stata innamorata dall’arte in tutte le sue forme. Affascinata dagli infiniti modi che sa...

"Lo Scultore" di Scott McCloud: quando l'arte imita l'arte

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Steve McCurry: e che te lo dico a fare?

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Alla faccia del "Gioco"!

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"Lo Scultore" di Scott McCloud: quando l'arte imita l'arte
Aprile 24
Se il tuo interesse più grande fosse quello di diventare pittore, scrittore, disegnatore, scultore... un'artista, qual è la prima cosa che ti direbbero i tuoi genitori, i tuoi insegnanti, i tuoi mentori? Fatti un nome. Non essere una "shooting star", non accontentarti dei "dieci minuti di celebrità". Rimani nella mente delle persone, costruisci il tuo passaggio in questa vita e su questa terra.   David Smith è un giovane uomo cui la vita offre una seconda possibilità. O forse dovrei dire la morte. Perché David Smith è a un bivio: artista da sempre, scultore per vocazione, ha avuto il momento di gloria nei primi anni del college grazie a un'agente che poi lo ha pugnalato alle spalle. Solo, alla soglia di un momento di svolta, si beve la vita nei diner e, tra un bicchiere e l'altro incontra la morte. Questa, abbandonati gli antichi fasti di outfit total black e falci mietitrici, si presenta a lui sotto le spoglie di suo zio Harry, oramai spentosi da anni, e gli fa un'offerta: duecento giorni in cambio del suo desiderio più grande, della sua più spettacolare ambizione. David accetta, senza pensarci due volte.   E poi incontra lei, Meg, un "angelo" (il virgolettato è obbligatorio dato il contesto) che gli dice «Andrà tutto bene». Al sorgere del sole l'uomo triste e solo, David Smith - da sempre "l'altro" - si ritrova con un superpotere: può ora modellare qualsiasi materiale, pietra, marmo o granito, direttamente con le sue mani, come fosse cera. Ma sono solo duecento giorni...     Questa è la trama, quasi spoiler-free, de Lo scultore di Scott McCloud, che arriva oggi sugli scaffali italiani grazie all'impegno e alla passione dello staff della Baopublishing. Lo dico: leggetelo quando il vostro cuore è placido e calmo, nessun mare in tempesta. Perché, e cito Neil Gaiman, «Vi spezzerà il cuore».   MyGeneration, tramite la sottoscritta, si è recata alla presentazione in anteprima avvenuta ieri a Milano. Anche solo sfogliando il volume ci si rende conto del forte impatto emotivo che ci daranno queste pagine. Ero convita che avrei trovato un autore cupo perché, mea culpa, non avevo mai letto nulla di suo, neppure la precedente opera Zot. Invece Scott Mc Cloud fa ridere, è umano. Alla domanda del perché il suo non è un libro a colori ma in sfumature di blu, pantone 653 per essere precisi, la sua risposta è stata che sarebbe servito un colorista. E lui lavora da solo, gli piace lavorare da solo. Perché dice che è una «crazy person». Ma la verità è che gli piace l'idea che ciò che può scatenare un intero turbinio di emozioni sia stato creato da una singola persona. «It's so true!» si sente da in fondo alla sala. È la moglie Ivy, e osservandola intravedi un'altra persona, vedi Meg, e capisci che è tutto collegato.     Rimane questa scelta del blu che rende il fumetto quasi freddo, come una pietra, una scultura, ma contemporaneamente vivo. Questo blu, perché «sul viola era troppo emotivo, sul verde troppo hipster», è unito a un tratto deciso, secco ma insieme morbido. Leggere questo fumetto è come osservare una scultura. Sappiamo che è pietra, sappiamo che è carta ma ci sembra estremamente reale.   Consigliato a chi vive l'arte tutti i giorni, ai giovani squattrinati e a chi ha smesso di sentirsi reale.   Qui potete trovare un preview: http://issuu.com/baopublishing/docs/preview_lo_scultore?e=2527479/11789349
Steve McCurry: e che te lo dico a fare?
Aprile 24
Anche a chi non conosce Steve McCurry , basta dire hai presente la foto di Sharbat Gula, la ragazza afgana, dagli occhi verdi? E subito risponderà: “ Si Certo !!!”     Quegli occhi verdi, ormai diventati icona, sono stati fotografati per due volte a distanza di dieci anni e le sensazioni che l’intensità di quegli occhi sprigionano sono forti ed emozionanti in ambedue i casi.       Steve MCurry,  comincia a studiare fotografia all’università, dopo essersi barcamenato come cuoco in Europa. L’ idea iniziale era quella di fare il regista, ma dopo aver viaggiato un po’ si rese conto che la sua strada era la fotografia. Iniziò così a realizzare piccole collaborazioni con il quotidiano studentesco, presso il College Penn State University. Dopo l’incontro con Eve Arnold, Bruno Barbey e Philip Jones Griffins, cominciò a lavorare per la Magnum Agency.   Si definisce semplicemente “fotografo”, magari “fotografo-documentarista”. Ha una predilezione, si, per i ritratti (e questo si era capito), ma afferma che il suo scatto non riguarda solo il ritratto, bensì qualsiasi inquadratura. Mette sempre in primo piano colori e saturazioni forti,  poiché, i colori, come egli ama dire, rappresentano “l’anima del mondo”, perché la vita non è in bianco e nero. La realtà è colorata e va rappresentata così come si vede. Tutte le cose hanno un’anima colorata. E’ necessario rappresentare     istintivamente.  E’ tutto qui, questo è il fotogiornalismo:  una pratica che ha un punto di vista privilegiato sulla vita e sul mondo.         Se pensate a chissà quale attrezzatura stratosferica usi McCurry per creare i suoi capolavori, forse resterete delusi nel sapere che porta con sé sempre e solo due Nikon;  la magia delle sue fotografie, viene dai giochi con la luce naturale e dai luoghi in cui si trova, dal quale cerca di estrapolare l’anima. Afferma che i suoi desideri riguardano il poter viaggiare, incontrare sguardi, volti e altre mille Sharbat Gula. Tutto questo per poter avere l’occasione di raccontare al mondo intero storie, in maniera diretta, istintiva, immediata, cosa che può fare solo attraverso la fotografia.        Vi siete già incuriositi abbastanza? Allora, prima di mettervi all’opera e googlare Steve McCurry  è doveroso mettervi al corrente di un evento a Roma: in questi giorni, al Teatro 1 di Cinecittà, in occasione di “Cinecittà si Mostra” vi è  l’allestimento della mostra “Oltre lo sguardo”. Si tratta di più o meno 150 scatti che ci trascinano nel mondo che McCurry ha girato in lungo e in largo. Un’ occasione unica di entrare nello spirito dell’essere umano, attraverso  espressioni  intense, capaci di suscitare emozioni al di là del semplice apprezzamento d’immagine, di comprendere fin in fondo eventi , quali  lo tsunami in Giappone, l’attacco alle Torri Gemelle a Ground Zero e i numerosi conflitti  che martorizzano oggigiorno il mondo.        Peter Bottazzi ,responsabile dell’allestimento , si è preoccupato di non seguire una linea  tematica o cronistorica, ma ha disposto le immagini quasi a casaccio dando vita così ad un’esposizione originale, sbalorditiva.     Troviamo infatti fotografie abbastanza recenti, alcune inedite prese dal suo archivio personale, ovviamente il ritratto di Sharbat Gula, che vide la sua prima pubblicazione  sul National Geographic nel 1985, ritratti di bimbi eritrei, funzioni religiose, monaci birmani.     In poche parole, visitando la mostra ci si trova a tu per  tu con il  “Mondo” e  quell’atmosfera oggettiva e contemporaneamente soggettiva che si crea tra spettatore ed immagine diventa qualcosa di astratto, intimo,  che accarezza i sensi, esalta il cuore, inumidisce gli occhi. Arriva un momento in cui ci si rende conto, che con una singola fotografia, si riesca ad intuire un racconto, una storia, una dinamica, a volte allegra e giocosa, a volte odiosa e terribile ma in ogni caso, inattesa, insospettata, strabiliante. Durante la mostra, inoltre, sarà possibile visionare sei filmati, dove lo stesso McCurry parla dei  i suoi viaggi, spiega le sue tecniche, racconta i suoi percorsi universitari e la sua personale visione della fotografia.  (Chissà non dia qualche spunto a qualche visitatore di diventare il prossimo McCurry).     http://www.mostrastevemccurry.it/index.html#mostra
Alla faccia del "Gioco"!
Aprile 24
Aprile è il mese dell'anno più atteso e bramato da ogni nerd campano (e non solo!), poiché è il periodo in cui si tiene la mostra del fumetto, il Comicon. Girando per Napoli si vedono le strade tappezzate dai manifesti della fiera: quella di quest'anno è una mostra particolare, perché per la prima volta ci sarà un Magister, un ospite d'onore, anche se in realtà più volte è intervenuto alla fiera, l'eclettico Milo Manara. Uno dei più grandi e famosi fumettisti italiani, che ha saputo distinguersi anche sulla scena internazionale, anzi meglio dire mondiale. Ricordo che il suo primo fumetto che abbia letto è stato Il Gioco ed è anche quello che ha spianato la strada al suo genere inconfondibile, che l'ha consacrato come maestro dell'erotismo. Quest'opera, una delle più longeve, è stata pubblicata trent'anni fa, e lo stesso Manara racconta di averlo creata per offrire ai suoi lettori un fumetto che non si vergognassero di leggere. Inutile dire che è stata soggetta a censura; giusta o meno, dipende dal punto di vista del lettore!   Fumetto diviso in quattro capitoli, l'idea di base è che l'inibizione di una persona possa essere controllata da un congegno meccanico, e la risultante frenesia data dal potere di controllarla. È tutto basato su un "gioco" di equilibri e conflitti, contrapponendo la volontà della giovane protagonista, Claudia, di essere pudica, alla tentazione di lasciarsi andare all'impulso, all'istinto primordiale. Il primo capitolo s'incentra sul rapporto che la protagonista ha col marito ingessato, rigido e le loro amicizie, ancora più bigotte, forse dovuto al fatto che fanno parte di una borghesia finta perbenista. Nel secondo capitolo Manara "analizza" come questa società si scandalizza dinanzi agli atteggiamenti lussuriosi della protagonista, quindi il target in questo caso è come reagisce l'opinione pubblica a questi comportamenti che fuoriescono da ogni schema consono. È una chiara provocazione nei nostri confronti, ma ovviamente in Italia non è facile consentire questo tipo di libertà d'espressione... Ovviamente intendo quella artistica! Il terzo capitolo si distacca del tutto dalla narrazione precedente, uno scenario più esotico, che ha poco a che fare con i due capitoli precedenti. Il quarto, quello conclusivo del volume, è stato scritto trent'anni dopo il primo, e si evince una maturazione del tratto dell'autore. Manara non è un'artista che mette tutti d'accordo: o lo si ama o si odia, la carica erotica delle sue tavole è tangibile, ma molti per questo lo detestano, si sentono a disagio, si inibiscono dinanzi all'erotismo raccontato nelle sue mille sfumature. Per altri, ancora, le sue opere sono solo un pretesto per mostrare le grazie delle sue donne, dalle forme sinuose e seducenti.  
"Eppur si muove": vento di cambiamento in passerella - II^ Parte
Aprile 23
Nella prima parte dell’articolo-disponibile qui: http://www.mygenerationweb.it/201504162381/articoli/agora/al-femminile/2381-eppur-si-muove-vento-di-cambiamento-in-passerella-i-parte abbiamo fatto un excursus attraverso le contraddizioni esistenti nel mondo della moda e abbiamo riflettuto sull’influenza che il mondo patinato delle passerelle ha sull’immaginario, soprattutto della donna, in termini di canoni di bellezza, influenzando in maniera netta la percezione della propria immagine. Vi ho anticipato anche quali sono le novità sulle passerelle. Non parlo di nuove collezioni e tendenze, ma di qualcosa di più importante. Solo modelle perfette, taglia 40, strafighe e da invidiare? Assolutamente no. Donne normali, donne che rappresentano tutte le donne, finalmente, indipendentemente dalla taglia, dallo stato di salute, dall’essere madri e perfino dall’identità sessuale. A questo punto non ci resta che entrare nel dettaglio delle principali “rivoluzioni”!   Di “curvy” abbiamo sentito parlare moltissimo. Ha fatto scalpore nei mesi scorsi la scelta del calendario Pirelli di avere come testimonial la rotondissima e bellissima Candice Huffine, a dimostrazione che non solo magrezza è sinonimo di bellezza da copertina. E, ancora a proposito di curvy, dopo che il brand americano più famoso di lingerie ha dovuto affrontare la polemica sollevata dalle tre studentesse inglesi-che non si sentivano adeguatamente rappresentate dallo slogan “Perfect Body”-Victoria’s Secret è stato anche il bersaglio della campagna #ImNoAngel, promossa da Lane Bryant, produttore di intimo plus-size. La stessa Candice Huffine, insieme ad altre modelle dalle curve prosperose, di taglia rigorosamente superiore alla 44, hanno posato in lingerie invitando le donne a scrivere l’hashtag relativo alla campagna con rossetto rosso su uno specchio e a fotografarlo per diffondere sempre più l’idea che le donne siano belle a prescindere dalla taglia. Molto più di impatto, a mio avviso e di grande significato socio-culturale, l’apertura del mondo della moda a realtà di malattia: da un lato la sindrome di Down, che sappiamo essere una condizione tanto frequente quanto grave, dall’altro la vitiligine, una semplice patologia cutanea nella quale aree più o meno estese del corpo sono prive o quasi di melanina, per cui la pelle assume un colore molto più chiaro del normale, con grande disagio estetico e psicologico.                                     Jamie Brewer è la prima modella Down della storia. Ha sfilato in un prestigioso evento newyorkese, tra l’altro dopo aver recitato ed essere diventata popolare nella serie televisiva American Horror Story, a dimostrazione che oggi la malattia non necessariamente esclude una persona da quelle attività che sino ad ora sono state riservate alle sole donne sane. L’esplosiva Jamie è diventata un vero e proprio simbolo non solo per tutte le donne con disabilità ma anche per tutte coloro che per i più svariati motivi hanno un cattivo rapporto con sé e la propria immagine. La stessa Jamie ha affermato: “"Se posso farcela io, può farcela chiunque; sento il supporto delle altre donne. Io mi mostro come sono e questo è d'ispirazione per loro. Mi sento molto onorata". E tanto successo sta riscuotendo anche Chantelle Harrow, modella diciannovenne affetta da una forma molto estesa di vitiligine, che interessa cioè tutto il corpo: per giunta, essendo Chantelle di colore, il contrasto cromatico è più evidente. Eppure, fiera di sé e consapevole della propria bellezza, è stata in grado di trasformare la sua imperfezione in una caratteristica di unicità, spesso un miraggio nel mondo della moda. L'ironia realizzata nel servizio fotografico attraverso la contrapposizione bianco/nero ha fatto il resto! Non possiamo che fare a queste due donne speciali una standing ovation e prendere esempio da loro ogni qual volta, guardandoci allo specchio, passiamo del tempo a lamentarci di peso, imperfezioni e chi più ne ha più ne metta, perché, diciamocelo, noi donne siamo grandi campionesse quando si tratta di trovare in noi stesse dei difetti. Ahhhhh, l’insicurezza!   E non finisce qui! Andiamo ben oltre, dove era assolutamente impensabile arrivare. Sulla scia dell’esempio di Jillian Mercado, fashion blogger affetta da distrofia muscolare, che è diventata l’anno scorso testimonial per Diesel (campagna We Are Connected #DieselReboot), numerose sono state le sfilate di moda “aperte” a bellissime donne disabili, così come a uomini con arti artificiali). L’ultimo evento ha avuto luogo il 15 febbraio al Lincoln Center durante la New York Fashion Week 2015 con il nome di “FTL Moda Loving You”, organizzato in collaborazione con la Fondazione Vertical, che si occupa della sensibilizzazione sul tema delle lesioni spinali. Quanta forza e voglia di mettersi in gioco hanno dimostrato queste donne con la D, quanto abbiamo da imparare da loro, quanta forza possono aver tratto donne nella stessa condizione e nella più totale invisibilità! Ma veniamo alle super mamme di Dolce e Gabbana! Chi l’ha detto che una mamma non possa sfilare in passerella? Può mai l’aver avuto un figlio essere sinonimo di decadimento fisico o perdita della femminilità? Anzi, è del tutto il contrario. La gravidanza è il tripudio della femminilità e non sto dicendo, al contrario, che una donna che non abbia un figlio non sia altrettanto donna, le cosiddette “child-free” (anche se è un’espressione che non tollero) potrebbero linciarmi! Bene, la mitica coppia di stilisti ha fatto sfilare le mamme insieme ai loro bimbi e la stupenda Bianca Balti con il suo pancione di 6 mesi: inevitabile la commozione per la bellezza e l’unicità di questo evento. Le note sulle quali le modelle hanno sfoggiato i capi? Ovviamente quelle di “Viva la Mamma” di Edoardo Bennato. E raggiungiamo il top del top. Se nel lontano 1996 fece scalpore per il colore della pelle l’elezione di Denny Mendez come Miss Italia, oggi fa notizia ammirare sulla copertina, niente popò dimeno di Vogue, Andreja Pejic. Chi è? È la prima modella transgender della storia e scusate se è poco! Nel 2011 aveva sfilato come modello meritando, per il suo aspetto androgino, l’appellativo di “più bel ragazzo del mondo”. L’anno scorso ha annunciato la sua decisione di sottoporsi ad interventi per la riassegnazione chirurgica del sesso e oggi ritroviamo la 23enne australiana sulla copertina della più importante rivista di moda e come nuovo volto di “Make Up Forever”. Credo non ci sia bisogno di aggiungere altro.   Insomma, nel mondo della moda qualcosa e forse di più sta realmente cambiando. Non resta che augurarci che la stessa apertura a differenti tipologie di bellezza, ciascuna con la propria unicità, si realizzi concretamente, rendendo tutte noi libere dall’ossessione della bellezza stereotipata e dall’incubo della bilancia. Non possiamo pretendere di piacere a tutti a tutti i costi, l’importante è piacere a noi stesse! Noi di MGW ne siamo convintissime sostenitrici e ci auguriamo lo siano anche le nostre lettrici e i nostri lettori.
La terra di nessuno
Aprile 23
“Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona”- art.3 della Dichiarazione  Universale dei Diritti dell’Uomo. Si producono continuamente leggi perché le leggi esistenti sono sempre più spesso disattese. Viviamo in una società instabile, nella quale la maggior parte dei diritti sono privi di potere, cioè incapaci di rendere effettive le proprie rivendicazioni e di conseguenza cessano di essere tali. Ma non è questo il caso dei diritti umani? Per quanto li si proclami universali ed irrinunciabili, la loro violazione è endemica. Validi, ma non effettivi. Forti ormai unicamente per la loro carica simbolica.    Non esiste alcuno “Stato di diritto” a San Marcellino, provincia di Caserta, ormai ben nota solo per essere parte della cosiddetta “Terra dei Fuochi", sebbene la sua principale risorsa produttiva sia sempre stata l’agricoltura. Oggi non è più così: desolazione, degrado, abbandono la caratterizzano. Cammini per le strade ed un senso di apatia, di insensibilità ti sfiora la pelle. Angoli di strada usati come vere e proprie discariche e come luoghi dove appiccare roghi, tossici, ogni giorno. Campi aperti, alberi, serre di mais e di fragole circondati da amianto, pezzi di comuni utilitarie, copertoni, pellami, vestiti bruciati, materassi, servizi igienici, divani, pezzi di plastica ridotti in cenere.Terreno apparentemente sano, ma composto da rifiuti di tutti i generi ormai insiti al suo interno.   Tutto ciò sotto gli occhi di tutti. Occhi che non vogliono vedere, occhi di ignoranza e strafottenza, oppure occhi appannati, annebbiati , stanchi, stanchi di vedere sempre lo stesso disastro ambientale che va avanti da tantissimi anni, troppi. Nonostante la “Terra dei Fuochi” sia stata al centro di un forte dibattito politico e mediatico, nonostante le continue denunce e manifestazioni. Le istituzioni hanno manifestato il loro interesse solamente quando si è arrivati all’apice dell’emergenza, che era tuttavia cronica già da decenni. Oggigiorno sembra che tutto sia diventato limpido e pulito, come se fosse stato un misero allarme, ora caduto nel dimenticatoio. Addirittura ci sono persone che sono convinte che tutto sia stato risolto. “Dai, che sarà mai, è stato solo un periodo”, “ che esagerazione, solo il 2% del terreno non è coltivabile”, “ è sempre stato così, non possiamo fare più niente”, “stanno facendo le bonifiche”. Così dicono . E’ dura da sopportare, fa male. Fa male dentro, nel profondo. Ti rendi conto che c’è tanta noncuranza, tanta inciviltà, tanto disinteresse. Specialmente quando ti accorgi che  le bonifiche  non sono mai avvenute o meglio sono state iniziate in maniera del tutto sbagliata, non secondo regolamento. Ti rendi conto di quanto il Sud venga considerato l’ultima ruota del carro quando a pochi metri da te ci sono pezzi di amianto coperti con una semplice pellicola di plastica, come quando si copre un mazzo di fiori che poi verrà consegnato. In questo caso non sappiamo se quel "mazzo" avrà mai un destinatario, un posto in cui andare, dove non causare più danno alcuno. Ed infine la disperazione. Bambini che non hanno diritto a vivere un’infanzia felice, che non mangiano più la “loro” frutta e verdura, che rischiano di ammalarsi ogni giorno solo perché hanno avuto la “sfortuna” di nascere in un paese che non mette al primo posto il diritto alla salute, di nascere in un posto abbandonato e denigrato da tutti. In un posto dove le forze politiche lucrano sullo stato di emergenza del territorio invece di mettere il risanamento ambientale della zona al primo posto. E intanto le organizzazioni criminali ne approfittano. Ho guardato coi miei occhi un posto che non sembra l'Italia, abbandonato da tutti e tutto. Nel buio pesto l’unica luce, l’unica realtà coerente e concreta è rappresentata dalle organizzazioni no profit “Vogliamo un ambiente migliore e pulito” e  “Terra dei fuochi-Caserta”. Nicola Costanzo, uno dei principali attivisti, è l’esempio di chi quotidianamente è impegnato sul territorio e di chi non si scoraggia e non si avvilisce. Sapete perché lo fa? Perché ama la sua terra, la terra in cui è nato e cresciuto. Basta guardarlo negli occhi per scorgere la sua esasperazione, ma dietro di essa c’è voglia di rivalsa, di rivoluzione, di giustizia, di verità, ma soprattutto c'è amore puro. E rivoluzione sia. Se ognuno di noi, ogni cittadino italiano da oggi in poi avrà la voglia  e la costanza di creare una nuova generazione formata ed educata, se ognuno di noi non si esimerà, ma porterà fuori il proprio sdegno, allora uno diventerà 10, 10 diventerà 100 e così via. Sarà possibile solo se non si sentiranno più i “ma” e i “forse”. Solo “sì” decisi e veri.   "Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, a operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover esser così da sempre e per sempre. E’ per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore". Così diceva Peppino Impastato. Prendiamo queste parole. Studiamole, leggiamole, insegniamole e facciamone tesoro.
"Il Male Italiano" - Un invito a non rassegnarci alla corruzione
Aprile 20
“Vent’anni dopo Tangentopoli, il cancro d’Italia è sempre più esteso. Dobbiamo rassegnarci a essere un paese corrotto? O possiamo ripartire con nuove regole che restituiscano dignità ed efficienza?”. Raffaele Cantone, magistrato, presidente dell’ANA (Autorità Nazionale Anticorruzione) e pilastro della lotta alla camorra qui in Campania, insieme alla magnifica collaborazione di Gianluca di Feo, nota firma del giornalismo italiano, ha scritto e poi presentato il suo nuovo libro: “Il male Italiano”. Un libro intervista, un libro politico, un libro pedagogico, un libro da leggere. La corruzione è la trave e la mafia è la pagliuzza. La corruzione è sinonimo di perdita di posti di lavoro e della cosiddetta “fuga di cervelli”. Bisogna capire il danno, alcuni credono ancora che tutto vada bene, si convincono del fatto che l’appalto o lo vinca x o  lo vinca y non cambi nulla. Proviamo a fare un ragionamento inverso: x vince un appalto perché paga le tangenti, non ha interesse a migliore, assume persone già scelte (i cosiddetti “raccomandati”) e di conseguenza i più meritevoli e i più competenti sono tagliati fuori. Ora come la mettiamo? Perché i ragazzi devono aspirare a quel fatidico posto di lavoro fuori Italia? Magari finiscono in un ristorante ad Amsterdam o in un bar della movida londinese perché qui non vengono valorizzati, non gli vengono fornite giuste possibilità. Ancora, sotto i riflettori le  scandalose indagini sull’autostrada Salerno-ReggioCalabria: si è scoperto che gli operai delle ditte vincitrici degli appalti mettevano una percentuale di cemento nei piloni inferiore rispetto a quanto stabilito. Meraviglia, stupore caratterizzano la reazione degli Italiani davanti a questi fenomeni quando ormai è più che risaputo-ed è inutile nasconderlo-che il giro di corruzione è altissimo e coinvolge tutti gli ambienti. Dalle piccole aziende fino ad eventi internazionali come l’ “Expo 2015”di Milano. Associazioni che erano state protagoniste già nell’inchiesta di “Mani Pulite” e che nonostante ciò oggi riescono ad “infiltrarsi” nei partiti, organizzano incontri a Roma e addirittura riescono ad entrare in Parlamento sotto falso nome. Ebbene si, è possibile anche questo in Italia. Appalti all’apparenza perfetti, impeccabili, ma che all’interno nascondono un pericolosissimo killer. E’ un fenomeno dilagante, continuo, che agisce alla luce del giorno, davanti ai nostri sguardi appannati, insensibili, noncuranti. Il messaggio di questo libro non è negativo, anzi. E’ positivo, formativo, ci spinge ad avere fame di conoscenza e voglia di non arrenderci. Può sembrare utopico, ma alla fine la colpa è nostra, siamo noi tutti che, sfiduciati, pensiamo che sia impossibile fare la guerra alla corruzione, ma invece si può, è possibile. La piaga della nostra società e l’etica del “sì, però” del “ è vero, ma”, del “che ci posso fare io”: una vera è propria malattia sociale, come dice Simona Argentieri. Siamo tutti malati, è così, siamo colpiti dalla malattia del non sentirsi in colpa, della non indignazione.
"Giacominazza", una ragazza siciliana in scena al Teatro Argot Studio di Roma
Aprile 19
Giacominazza è uno spettacolo teatrale scritto, diretto e interpretato da Luana Rondinelli con Claudia Gusmano, in scena fino al 19 Aprile al Teatro Argot Studio di Roma. Quando ci guardiamo allo specchio, molto spesso non riconosciamo l’immagine che abbiamo di fronte e nonostante ciò ci interroghiamo su chi o cosa siamo. Domande che soprattutto gli adolescenti, nella fase della crescita, si pongono costantemente in perenne travaglio tra quello che sono e quello che vorrebbero essere e in lotta con i pregiudizi della società in cui vivono e con le etichette imposte delle proprie famiglie. Ma come, dove e soprattutto con chi mai potrà sfogarsi una ragazza con la mente e soprattutto il cuore in subbuglio se vive in Sicilia? Una Sicilia in cui il tempo sembra eternamente bloccato e in cui non ci sono unità di misura e di spazio e le parole modernità e progresso sono sconosciute. Immaginate dunque che la giovane e inquieta Giacomina (Gusmano) cerchi confronto e sostegno in Mariannina (Rondinelli), eccentrica e vivace cartomante del paese, iniziando così un confronto che tanto somiglia a una seduta di psicoanalisi tra due donne siciliane, diverse in apparenza, ma in fondo molto simili. Già, perché Mariannina, ora donna disillusa, malinconica e sarcastica, era un tempo come Giacomina, ribelle e desiderosa di esprimere i propri sentimenti e rivendicare le propria libertà, ma per quieto vivere ha scelto di piegare la testa e di adattarsi alla società,  indossando una maschera. Giacomina, diversamente dalla cartomante, non vuole nascondersi, non vuole mettersi un bavaglio sulla bocca, vuole gridare a tutti la sua essenza,la sua forza, la sua diversità, il suo amore. Sì, perché Giacomina è diversa dalle altre femmine del paese, ama senza censure e inibizioni, ama e vuole essere amata per quello che è al di là del sesso. Un testo denso di significati, di emozioni, che potremmo definire come una ballata sull’amore che dovrebbe girare libero senza essere costretto in determinanti e soffocanti recinti. Luana Rondinelli mostra, con talento, bravura e ironia allo spettatore, l’anima e la mentalità siciliana che forse continuano a essere un tantino più bigotte e reazionarie rispetto al resto dell’Italia, ma alzi la mano chi pensa che certe tematiche non siano attuali in ogni città e ambiente d'Italia. La  Rodinelli nel suo triplice ruolo conferma le sue importanti doti artistiche, dimostrando che anche in teatro si può respirare aria fresca e innovativa. Confermo, senza remore, il mio  “amore artistico” per Claudia Gusmano. L’attrice marsalese, dopo aver vinto, con merito, la scorsa estate il premio come migliore Attrice al Roma FringeFestival, conferma di essere in costante crescita artistica, sfoderando con il personaggio di Giacomina una performance intensa, fatta di passione, sangue e anima, regalando al pubblico diversi momenti di commozione e di comicità, risultando sempre credibile e creando forte empatia e simpatia. La coppia Rondinelli-Gusmano si dimostra all’altezza,affiatata e capace di scuotere e, soprattutto, far riflettere lo spettatore con la forza del sorriso. Il finale,  ben costruito, tocca il giusto climax e pathos narrativo emozionando il pubblico grazie all’intensa Gusmano che  ci domanda con ironia e senza retorica se sia davvero così importante essere uguali agli altri.
Il Signore disse 'Cliché', e un film horror fu
Aprile 18
Io non capisco.  Non capisco perché al giorno d'oggi i registi o gli sceneggiatori non siano capaci di girare o ideare un film horror decente. Per decente non intendo oggettivamente fatto bene a livello di riprese, luci, effetti e simili ma almeno che faccia paura! Non lo so, è come se delle forze maligne entrassero in azione ogni volta che qualcuno ha la brillante idea di girare un horror, facendo in modo che ne esca un vero schifo. Un'altra cosa che non capisco è questa mania dei registi\sceneggiatori di horror di creare, dopo il primo film, dei sequel penosi dove la trama è letteralmente la stessa ma cambiano gli attori perché nel film precedente sono morti tutti. Un esempio per me chiarissimo è quella schifezza di Final Destination. Li ho visti tutti, premettiamo questo, ma sinceramente una volta che si è visto il primo è come se fossero stati visti tutti gli altri.  Ne parlavo ieri con un mio amico, appassionato di cinema come me, e personalmente sono giunta alla conclusione che i film horror fanno schifo perché devono necessariamente essere imbottiti di cretinate.  No, per cretinate non intendo mostri assurdi come bambole impossessate o uomini che usano come maschere le facce scuoiate delle loro vittime.  Per cretinate intendo quei maledetti cliché che, purtroppo, devono esserci per forza!  Un cliché sono i classici cinque ragazzi deficienti che il killer psicopatico se lo vanno proprio a cercare, oppure il classico idiota patentato che nel bel mezzo di una casa infestata ha la geniale idea di far separare il gruppo o, ancora meglio, la cretina che ha una mazza chiodata tra le mani, il tizio che perseguita lei ed i suoi amici dall'inizio del film disarmato davanti a lei ed invece di ammazzarlo e spaccargli la testa dando i resti in pasto ai lupi, urla.  Urla! Ferma, pietrificata davanti a lui ad urlare come un'ossessa senza fare niente!  “AMMAZZALO!”: questi siamo tutti noi dall'altra parte dello schermo.  Purtroppo però, come ho detto prima, queste situazioni odiose che ci fanno uscire le vene dal collo e gli occhi dalle orbite dalla rabbia devono necessariamente esistere, o non esisterebbe il film.  Ovviamente i cliché ci sono in tutti i film, è inutile chiarirlo immagino, ma quelli degli horror sono quelli che mi fanno innervosire di più.  Perché spesso si tratta proprio di demenza.  Fanno prendere delle scelte ai protagonisti sul come agire che penso nessuno di noi sano di mente, anche non del tutto, prenderebbe.    Ad esempio io mi chiedo ma perché mettere delle telecamere in casa tua e non ti trasferisci direttamente se hai il sospetto che ci siano degli spiriti che possono ucciderti? [Paranormal Activity.] Perché andare a vivere con la tua allegra famigliola in una casa dove prima di te c'è stato un massacro perché il killer, membro della famiglia massacrata, sentiva delle voci che gli dicevano di ammazzare tutti? [The Amityville Horror.] Perché dei ragazzi stupidi che si fanno chiudere in un manicomio abbandonato quando notano che ci sono delle strane presenze non restano nell'androne attaccati alla porta d'ingresso aspettando che il custode li apra il giorno dopo ma decidono di girare come dei cretini facendosi uccidere uno alla volta? [Esp, fenomeni paranormali.] Perché fare un rave party in delle fogne? E perché andarsene a spasso quando non hai fatto nemmeno un uso eccessivo di droghe e quindi sei abbastanza lucido da capire che non è il caso di vagare a notte fonda in dei cunicoli fognari in disuso, così stretti e bui da fare un baffo a Napoli sotterranea, dove probabilmente prima c'erano degli esaltati che volevano generare l'anticristo? [Sinceramente, mi ha fatto talmente schifo che non ricordo il titolo.]     E' questione di demenza questa? Sì, per me sì.
Contest fotografico con evento/mostra #CameraOscura il 25 Aprile all'Azoth Bar e premio finale
Aprile 17
L’Associazione Culturale MYGENERATION indice il primo photocontest dedicato alla MIA GENERAZIONE. “Ogni generazione è un altro probabile futuro, un credibile gomitolo di sogni in attesa; dite agli impazienti e ai disillusi che il cielo non è mai cambiato”. (Tania Avolio - Vincitrice del Concorso MYGENERATION). Per partecipare è sufficiente inviare una foto inedita che rappresenti la propria generazione, entro il 22 aprile 2015, all'indirizzo contestmygeneration@gmail.com. Possono aderire tutti i cittadini residenti a Napoli e provincia e coloro che hanno un’età compresa tra i 18 e 30 anni, alla data di pubblicazione del photocontest.    Il photocontest è costituito da due fasi: nella prima il team dell’Associazione MYGENERATION sceglierà le 10 fotografie che avranno accesso alla seconda. Le fotografie che avranno superato la prima fase saranno esposte durante l’evento CAMERA OSCURA, organizzato dall’associazione stessa, che si terrà sabato 25 aprile, ore 20.30 presso AZOTH, Via Ascensione 3/a, Riviera Di Chiaia, Napoli. Durante l’evento i partecipanti decreteranno la fotografia vincitrice. Il premio per il vincitore sarà il cofanetto Smartbox "a tutto svago per due". Il regolamento per esteso è consultabile alla pagina fan di MYGENERATION (https://www.facebook.com/pages/MYGENERATION/185949374783032?fref=ts). Per ulteriori informazioni o dubbi, è possibile contattare l'associazione, scrivendo all'indirizzo email mygenerationstaff@gmail.com .    Abbiamo immaginato MYGENERATION come uno strumento per raccontare il mondo, diffondere idee ed istigare ad un pensiero libero e indipendente. Una rivista, un'occhiata trasparente allo specchio di una generazione che non c'è. La rivista MYGENERATION nasce dallo spirito creativo e dall'esigenza comunicativa di una generazione Il magazine si rivolge alla generazione dei vinti che non si arrendono, alla generazione dei controsensi, dei sogni irrealizzati, ma difesi, delle passioni, dei valori, nella società di mercato divoratrice. MYGENERATION è la voce di una generazione troppo spesso silenziosa e di una città troppo spesso fraintesa.
Giovanni Conelli presenta il suo EP stasera al Te.Co.
Aprile 17
Il Te.Co Teatro di Contrabbando, associazione culturale napoletana che permette di dar voce ad artisti provenienti dallo spettacolo e dalla musica che altrimenti avrebbero poca visibilità, Venerdì 17 Aprile ospiterà il cantautore Giovanni Conelli, il quale presenterà il suo nuvo Ep intitolato “Dietro un’onda nell’Oceano”. Il lavoro musicale di Giovanni è basato fondamentalmente sull’elettronica, in cui computer, synth ed effetti sonori prendono il posto degli strumenti, per ricreare alla perfezione le atmosfere volute. In quest’ultimo lavoro l’intenzione è quella di ricreare climi marini e subacquei, cercando di trasmettere a chi ascolta la sensazione di essere in apnea. L’EP si apre, tra l’altro, con un’intro strumentale, ideato dall’autore per omaggiare “La Tempesta” di Shakespeare, che concettualmente anticipa e sintetizza l’intero lavoro. Il giovanissimo Giovanni Conelli, nato nel 1993 e affacciatosi al mondo della scrittura musicale a soli 16 anni, affronta, dunque, l’ ardua impresa di unire il tradizionale mondo del cantautorato a quello moderno dell’elettronica. Il primo singolo, Oceano, è una canzone molto viscerale che racconta di un uomo che chiede disperatamente alla donna amata di “guardarlo con i suoi occhi da oceano” per non farsi dimenticare. Quello dell’autore è un lavoro di sottrazione, dove gli strumenti non esistono e tutto è stato reso più scarno e minimale, affinché la sua stessa voce graffiante e i suoi testi arrivino al cuore dell’ascoltatore in maniera potente e diretta. “Dietro un’onda nell’oeano” come un unico flusso, un'onda appunto (come suggerisce la copertina dell' EP con la celebre “Grande onda” del pittore giapponese Hokusai), trascina chi ascolta nelle profondità degli abissi e dell’intimità.  Ammirevole, dunque, la ricerca sonora e poetica di questo artista che è molto giovane, ha ancora tanta strada da fare e tanti progetti interessanti da realizzare. Appuntamento stasera al Te.Co Teatro di Contrabbando, ore 21:30.
"Eppur si muove": vento di cambiamento in passerella - I^ Parte
Aprile 16
Non me ne voglia Galileo Galilei per essermi concessa la libertà di usare, fuori da un contesto scientifico, la frase con cui-secondo la tradizione-egli sostenne di fronte al Tribunale dell’Inquisizione la Teoria Copernicana. “Eppur si muove”: lo scienziato toscano si riferiva al moto della Terra intorno al Sole (sempre meglio ricordarlo, non si sa mai!), io mi riferisco a quel timido ma percettibile vento di cambiamento che da un po’ ha iniziato a soffiare sul mondo delle passerelle, ripulendole un po' dalla polvere che si è accumulata in anni e anni di staticità.   Sì, parliamo di moda e di sfilate, del tempio della perfezione-o di quella che ci viene proposta dall’alto come tale-di una realtà tanto patinata quanto discussa. Non sono solo gli stilisti e le modelle sotto i riflettori, ma lo sono finalmente le passerelle stesse, che sono sempre più frequentemente oggetto di critiche, in quanto considerate come lo specchio di una realtà quasi inesistente, che non parla a tutti, ma solo ad una fascia ristrettissima di donne soprattutto e qualche volta di uomini. Tralasciando l’inaccessibilità in termini di possibilità economica di acquisto dei capi soprattutto dell’haute couture (“alta moda”) ma anche del pret à porter (“pronta da indossare”-mi chiedo per chi!), che meriterebbe una riflessione a parte, voglio concentrare l’attenzione sull’esistenza di un gap, apparso sino ad oggi incolmabile, tra le passerelle e la realtà autentica di coloro che gli abiti li comprano e li indossano nella vita quotidiana.   La “moda” ci presenta in passerella delle proposte-diciamo così-di abbigliamento, secondo dei canoni che più o meno tutte noi sentiamo troppo lontani da ciò che siamo realmente, specialmente per il modo in cui queste proposte arrivano ai nostri occhi, condizionando fortemente il nostro modo di percepirci. Se non fosse chiaro mi sto riferendo a quelle statue viventi che chiamiamo modelle. Per carità, in molti casi non è altro che un piacere vederle sfilare per bellezza, portamento, personalità, stile, così come è un piacere per gli occhi ammirare vere e proprie creazioni di artisti più che comuni abiti: mi vengono in mente Valentino, Versace, Armani, giusto per tenere alta la bandiera del “made in Italy”. E accanto a loro le immagini di donne che sono diventate delle vere e proprie icone: Twiggy, Brooke Shields, Cindy Crawford, Claudia Shiffer, Noemi Campbell, Eva Herzigova, Linda Evangelista, Helena Christensen, Carla Bruni, Carol Alt, Elle Macpherson, Kate Moss, Milla Jovovich, Laetizia Casta, Adriana Lima, Heidi Klum, Bar Rafaeli, Bianca Balti, Gisele Bundchen. La lista della “perfezione” è chiusa in bellezza dalla modella brasiliana, icona degli anni 2000, che proprio in questi giorni ha dato l’addio alle passerelle direttamente dalla San Paolo Fashion Week.   La maggior parte di questi nomi, e senza dubbio l’ultimo, sono legati sì ad una bellezza non ordinaria, irraggiungibile forse, ma anche all’armonia delle curve, alla femminilità, alla prorompenza, che restituiscono un’immagine di donna prima di tutto in salute. Per cui non credo assolutamente che modella sia sinonimo di magrezza al limite della malattia e pertanto non mi sento di demonizzare il mondo delle passerelle, come molti fanno. È pur vero che moltissime altre modelle, non a caso non divenute famose, con le “bonissime” elencate sopra non hanno nulla a che vedere: corpi quasi scheletrici, visi emaciati, spesso esaltati da make up e acconciature furbamente studiate. Sembra si reggano in piedi solo col vento a favore. Fin troppo oggetto di discussione la pericolosità del messaggio che passa e che trova un terreno fertile nelle donne (ma anche negli uomini) che vivono condizioni di disagio personale tali da condurre allo sviluppo di pericolosissimi disturbi della sfera alimentare.   Ha fatto scalpore in questo senso, suscitando l’indignazione soprattutto su web, l’immagine della modella sedicenne Lulu Leika Ravn Liep, evidentemente anoressica, apparsa sulla copertina di Cover Magazine (famoso giornale danese).     La direttrice della rivista, Malene Malling, non ha potuto esimersi dalla richiesta pubblica di scuse con le seguenti parole: “Nessuno deve pensare che ciò che è successo passerà inosservato, mi auguro che non ricapiti mai più. Mi scuso”. Attualmente solo in Israele è prevista una legge che vieta “l’utilizzo” di modelle anoressiche, stabilendo come limite un BMI (Indice di massa corporea) di 18.5, che è tuttavia già al di sotto dell’intervallo di normalità (20-25 Kg/m2). Recentemente in Francia il deputato del Partito Socialista e medico Olivier Vèran ha presentato un emendamento al progetto di legge sulla Sanità, con il quale si chiede proprio che modelle troppo magre non sfilino in passerella né sia usata la loro immagine per campagne pubblicitarie, con sanzioni che vanno da multe a un periodo di reclusione.   Ben più vasta, comunque, è la platea di donne che è influenzata negativamente dal mondo della moda rispetto al proprio stile di vita, con conseguenze quali un ossessivo ricorso a diete restrittive, palestra e ricorso a pericolosi farmaci con effetto dimagrante (vedi amfetamine), pur di raggiungere un’immagine soddisfacente, pur di risultare “adatte” a esporsi in pubblico, ma soprattutto di sperimentare un po’ di quella autostima che evidentemente latita in altri ben più importanti aspetti della vita. Ma, come dicevamo, qualcosa o forse più-e lo spero-si sta muovendo e non possiamo non tenerne conto: dal “fenomeno” delle modelle curvy alle polemiche che hanno investito le “Angels” di Victoria’s Secret, dalla prima ragazza Down in passerella, alla prima modella affetta da vitiligine, passando per le ormai numerose modelle affette da paralisi che sfilano sulle loro sedie a rotelle. E uno spazio a parte lo meritano sicuramente le mamme modelle che hanno sfilato per Dolce e Gabbana con i loro bimbi tra le braccia.   Per tutti questi segnali positivi di cambiamento vi do appuntamento nei prossimi giorni con la seconda parte.   Stay tuned!  
" Aruito" - The Art of Moving Forward
Aprile 16
Quando la Star Comics ha pubblicato il primo numero di Aruito – Moving Forward, ho pensato che si trattasse del solito shoujo, banale, pieno di stereotipi, niente di eccezionale (cosa del tutto normale, per via del fatto che il mercato è stato totalmente stravolto dal talento della fortunata Io Sakisaka). In Italia ne sono stati pubblicati solo tre volumi, il quarto in uscita a breve, e le impressioni sono davvero contrastanti. Nanamu Nagaji, autrice di quest' opera, è riuscita a creare un manga che ha letteralmente smosso l'opinione dei lettori su questo genere di fumetti, in un certo senso sta tentando di cambiare le regole basilari di uno shoujo, eliminando il fantomatico ragazzo come cardine della storia, l'oggetto del desiderio più ambito, ed incentrando la narrazione su una ragazzina, Kuko. Oltre ad avere il nome che deriva dal frutto di una pianta, quelle che noi conosciamo come bacche di Goji, Kuko è una ragazza tanto piccola da essere ancora un'adolescente acerba, e al tempo stesso tanto grande da essere riuscita a superare e sopportare una perdita devastante.   Di solito basta leggere il primo volume per capire quali sono le dinamiche tra i personaggi del manga, ma quelle, si sa, sono parecchio scontate, e si capisce subito se piace o meno la storia. In molti, io in primis, si sono detti:«Non so, gli do un'altra occasione...» e non l'abbiamo pensato perché speriamo che la storia diventi avvincente, ma perché per una volta in un fumetto la vera protagonista è l'arte. La Nagaji è una disegnatrice fin troppo scrupolosa, donando ad ogni suo personaggio un talento straordinario. Kuko ha il dono di essere un'eccellente fotografa, sempre in giro, con il cellulare scatta fotografie a luoghi ed oggetti guardandoli da una diversa prospettiva, per poi pubblicarle sul suo blog. Il nuovo vicino, trasferitosi da poco in città, si scopre essere un musicista, per la precisione un sassofonista, ed ogni volta che si esercita a suonare nel parco tutto è pervaso di una musica malinconica. Infine ci sono i pittori, spavaldi ma insicuri della propria arte, carichi di tutti i luoghi comuni che li riguardano, tra cui anche quello di rubare o copiare l'idea di un altro artista. Nanamu Nagaji ha saputo scrivere una storia innovativa, solo per certi aspetti, e convincente per il lettore, celebrando ed omaggiando l'arte in ogni sua forma ed espressione.  
Blues partenopeo: i Thelegati
Aprile 15
Che fine ha fatto il Blues? Sì il blues, quello nato sulle rive del Missisipi. Lo ritroviamo oggi, proprio qui, a Napoli. Ce lo offrono i Thelegati, giovane band partenopea formatasi nel maggio 2013, che con il loro album di debutto Zitto Chi Sape 'O Juoco riescono a regalare al pubblico un entusiasmante mix di blues/rock e sound più moderno.  Dopo due anni passati tra locali ai piedi del Vesuvio e festival musicali, i Quattro cialtroni del blues hanno registrato ben otto tracce, piene di ironia napoletana, alcune, rock 'n' roll tipicamente statunitensi, altre. La voce calda e forte del frontman del gruppo Danilo Di Fiore ci accompagna dunque in un viaggio travolgente, con testi esclusivamente in dialetto e con un sound quasi irresistibile. Estratti dell'album come N'atu paro d'ore e Je so cchiù pazzo e te hanno già attratto il pubblico napoletano e, a breve, quello di tutta l'Italia. Il tutto è frutto di dedizione e lavoro durato mesi, inoltre è stato possibile realizzarlo anche grazie all'ormai già nota etichetta discografica Full Heads, infatti l'album è già disponibile dal 23 marzo. Questi quattro ragazzi,  dunque, ci sono, da un pub della loro città natale agli scaffali dei negozi di musica, si improvvisano americani ma non rinunciano alle loro radici. Sì, abbiamo ritrovato il blues.   
MyTopTweet108
Aprile 14
Succede sempre così: mi riprometto di non parlare più di politica, di dedicarmi ad argomenti più seri e profondi e poi ci ricasco sempre! Ma ditemi voi con tutto quello che è successo questa settimana come posso esimermi dal fare una classifica? E mi sono dovuta pure limitare scegliendo solo i 3 episodi migliori, da cui è stato escluso nientedimeno che Salvini che, durante una visita ad un campo rom, è stato attaccato da un maiale…RIPETO Salvini attaccato da un maiale (no, non era Borghezio. Mario quel giorno era ad una convention di vegetariani leghisti). Ecco allora i prescelti per la classifica di oggi: il Pd che è talmente alla canna del gas che offre sconti sui biglietti dell’Expo in cambio del tesseramento al partito. Che poi se proprio voglio vedere degli scavi a cielo aperto vado a Pompei mica fino a Milano! E ancora il senatore Antonio Razzi membro per ben due volte della Commissione Cultura, Scienze e Istruzione, che via Twitter augura “Buona Pascuetta” a tutti gli italiani che lo hanno calorosamente rinCrazZiato.... Dulcis in fundo: Daniela is back! Era ormai molto tempo che la nostra cara Santanchè non faceva parlare di sè: è chiaro, si stava ricaricando per tornare in pompa magna. Infatti il 26 marzo, in merito al grave incidente aereo della Germanwings in cui hanno perso la vita 150 persone, Danielona ha scritto “Che origini hanno i piloti dell’autobus caduto???” denotando uno spiccato razzismo unito a profonde conoscenze dell’ingegneria meccanica. Unica al mondo ad aver capito che quello che era precipitato non era un aereo ma un autobus! Dopo questa “breve” introduzione, siete pronti per leggere i tweet più divertenti della settimana…   #PoliticaTopTweet: Arsenale Kappa: Spinoza: Con la tessera Pd sconto del 50% a Expo. Più di quello la 'ndrangheta non poteva fare. Pinuccio: se ti tesseri al Pd in omaggio un biglietto expo. per avere un appalto invece quante tessere devo fare? (Sabino) Frandiben: - Entrerò all'Expo pagando la metà. - Quindi alle prossime elezioni voterai PD? - No, Groupon. David Di Tivoli:Un sentito CRAZIE al Senatore Razzi che ci augura “Buona Pascuetta”. Paolo Dune: Il senatore #Razzi ha augurato a tutti "buona pascuetta". Mi sa che dovrebbe tornare a squola. V per Viennetta: Chissà dove Razzi avrà passato la sua "pascuetta". Dategli i domiciliari all'Accademia della Crusca. Vale, la pena :#Santanchè:"nel Mulino che vorrei gli autobus volano e se cadono è perchè i piloti sono dei musulmani comunisti" Dylan Dog Web Club: Satira politica dylaniata: Daniela Santanchè - L'Indagatweetrice dell'Incubo!!! Daniele:Finché la barca va... #Santanche Il Mister: Quindi le cose stanno così, ok. #Santanchè #SantanchèPensiero #Germanwings #AndreasLubitz Il Mister: Lo sapevo che ci stavano nascondendo qualcosa. #Santanchè #Germanwings #SantanchèPensiero     Alla prossima!!
Il cuculo di De Giovanni/Gassmann come parabola di rivoluzione
Aprile 14
Aversa 1982. La scritta ospedale psichiatrico è incisa nella pietra sul proscenio. Sul palco grandi finestre e un ambiente doppio, sviluppato sia in verticale che in obliquo, così come le luci, che giocano sulla prospettiva, sguardo di profondità su una scena molto realistica: - in alto ci sono i cronici - spiega il personale - in basso gli acuti-. Siamo tra i pazzi, i derelitti, gli ultimi, quelli che hanno 'troppa paura di affrontare il mondo', messi in riga dall'egida totalitaria di Suor Lucia,  magistralmente interpretata da Elisabetta Valgoi. Si entra nella quotidianità dell'ospedale psichiatrico, nella routine delle pulizie, della tenda della sala personale che, inesorabilmente,ogni mattina si deve aprire, della musica sempre uguale, delle umiliazioni fisiche nascoste e delle vessazioni psicologiche manifeste. Ogni personaggio è un mondo meraviglioso e terribile, una storia a sé che va raccontata tra le righe di una dimensione più alta e universale. Si entra nel mondo claustrofobico che doveva essere proprio di un manicomio negli anni '80. In questo contesto statico, rappresentato dal reiterato susseguirsi di azioni sempre uguali, entra l'elemento di disturbo, colui che scuote le coscienze. Non è improvviso, c'è un senso di attesa negli splendidi 'quadri' profetici, con proiezioni, di cui il gigante è protagonista: scende il telo e il mondo cambia, diventa musica, lì dove le parole latitano, movimento, dove la stasi impera. Entra l'eroe dell'epos greco, votato al sacrificio, che Di Giovanni, con scrittura immediata e sempre efficace, cala dall'alto e sconvolge tutto. Dario Danise, il Randle McMurphy che fu, perfettamente incarnato dalla mimica e dalla gestualità di Daniele Russo, è l'elemento esterno che irrompe e distrugge gli equilibri, porta gioia, terrore, sbigottimento e tragedia, in una parola rivoluzione: termine ripetuto spesso, come una nenia, il desiderio irraggiungibile di un gruppo di bambini. Sua è però anche la ubris, in una sfida uomo/donna, laico/profano, colto/popolare, rigido/molle. Non vi è accezione negativa nelle posizioni dei due contendenti, sono scelte tra una libertà senza controllo, ma con la paura del mondo che attanaglia chi ne trae la gioia, o rigidità senza vita? Grandissimo plauso alla regia di Alessandro Gassmann, dinamica e molto cinematografica, con rimandi al suo precedente lavoro, il Riccardo III di cui era anche protagonista. La musica, il ritmo del racconto e il pathos sulla scena si contrappongono ad una stasi degli attori, bravi tutti, utile metafora dell’assenza del tempo, lì dove l’orologio non si muove e la non scelta impera, anche se non per sempre.   Qualcuno volò sul nido del cuculodi Dale Wasserman dall’omonimo romanzo di Ken Kesey versione italiana Giovanni Lombardo Radice adattamento  Maurizio de GiovanniconDaniele Russo Elisabetta ValgoiMauro MarinoMarco CavicchioliGiacomo RosselliAlfredo AngeliciGiulio Federico Janni Daniele MarinoAntimo CasertanoGilberto Gliozzi Gabriele GranitoGiulia Merelliscene Gianluca Amodio costumiChiara  AversanoluciMarco Palmierimusiche originaliPivio & Aldo De ScalzivideografieMarco Schiavoni aiuto regiaEmanuele Basso uno spettacolo diAlessandro Gassmannproduzione Fondazione Teatro di Napoli
Appartamenti nel mirino
Aprile 13
Ogni due minuti un ladro penetra in un’abitazione. Non ci vuole molto: “chiavi bulgare” e per i meno esperti piedi di porco o cric. Svaligiare case ormai è il crimine più quotato, decine di colpi in tutta Italia, da Nord a Sud. Definire questo fenomeno dilagante un’ emergenza è a dir poco un eufemismo, se si pensa che dal 2003 le denunce sono raddoppiate e nel 2014 si è arrivati a 251 mila assalti alle comuni dimore degli Italiani. Non c’è più sicurezza, né in periferia né in città: sono presi di mira appartamenti, ville e negozi, per la serie “si salvi chi può”.  Non finisce qui. Le indagini non vengono quasi mai condotte e quindi un’alta percentuale degli autori dei continui furti resta impunita, libera e ignota. Un bottino facile, occasione ghiotta, che una volta messa a segno lascia un notevole  danno, oltre che economico, anche psicologico alle vittime. Si perde il senso di sicurezza perfino nel proprio luogo domestico, che ha un importante valore simbolico per ogni famiglia.   Questa impunità così alta, 251.558 colpi e solo 3600 persone arrestate, non è passata inosservata. È infatti stata analizzata ed è venuto alla luce che il problema più intricato è l’abilità dei cosiddetti topi d’appartamento nel non lasciare alcuna traccia. Cambiano continuamente zona, sporadicamente le impronte trovate sulla scena del misfatto risalgono ad un profilo già schedato e in certe circostanze ci troviamo davanti a bande professioniste che sfruttano badanti per recuperare notizie preziose sulle  abitazioni prese nel mirino. Di conseguenza il lavoro per la polizia diventa arduo e a dir poco certosino. Questi dati allarmanti però non scoraggiano molti cittadini italiani residenti nei quartieri maggiormente martoriati, i quali scelgono la difesa fai da te (che degenera molte volte nel coinvolgimento della criminalità organizzata). In attesa di un maggiore presidio delle forze di polizia diamo un’occhiata a quanto proposto a riguardo dalle forze dell’ordine: semplici consigli utili per frenare l’avanzata indisturbata dei ladri nelle nostre case. Anzitutto il buonsenso. E poi ricordiamoci di: non lasciare messaggi scritti sui post-it, il tappetino arrotolato (neanche le chiavi sotto!), preziosi sotto i letti o i tappeti; evitiamo di accumulare la posta nella cassetta delle lettere e…..una luce accesa non guasta mai!     La bella stagione è alle porte e con essa, si sa, i ladri escono allo scoperto sfruttando le nostre giornate fuori casa, per cui mi raccomando, occhi ben aperti!
Kidnapped
Aprile 13
Succede anche a voi, cari lettori, di ritrovarvi tra le mani un vecchio libro che avevate quasi dimenticato di possedere, e di tornare con esso indietro nel tempo per qualche istante? A me è capitato poco tempo fa, e subito la mia mente è volata al momento dell'acquisto del volume in questione, quando la mia fame adolescenziale di libri era insaziabile e mi guidava senza sosta tra le bancarelle dei mercatini delle pulci... Ah, i ricordi!   Ma lasciamo stare i ricordi e andiamo al dunque: Kidnapped, questo è il titolo del romanzo di cui vi parlo oggi, tradotto in italiano in modi diversi a seconda dell'edizione e del traduttore – Rapito, Il fanciullo rapito, Il giovinetto rapito, Il ragazzo rapito – motivo per cui preferisco chiamarlo semplicemente con il suo titolo originale. In fondo il concetto è chiaro: qualcuno è stato rapito. Ma chi? E come? E perché? Okay gente, frenate il vostro spirito da detective, è l'approccio sbagliato: non si tratta di un giallo, non siamo chiamati a risolvere alcun mistero e nessun collega di Poirot ci guiderà nella ricerca di indizi. Si tratta, invece, di un romanzo d'avventura che narra le peripezie per terra e per mare del giovane scozzese David Balfour alle prese con la spinosa questione dell'eredità. Ci sono i buoni e ci sono i cattivi, ovvero ci sono personaggi che lo aiutano e personaggi che lo ostacolano, come è giusto che sia in un romanzo d'avventura che si rispetti. E tra i cattivi spicca il cattivo supremo, cioè colui che fa di tutto per appropriarsi dell'eredità del nostro David: suo zio Ebenezer. Un momento, non conosciamo un altro Ebenezer corroso dall'avidità nella letteratura ottocentesca? Ma sì, è lui, Scrooge, l'unico uomo completamente insensibile allo spirito del Natale. Sorge spontaneo, quindi, chiedersi se l'autore si sia ispirato al celebre personaggio dickensiano nella scelta del nome del suo antagonista, ma chissà,  in fin dei conti sono solo supposizioni.   A proposito, non mi sono ancora soffermata sull'autore: niente di meno che Robert Louis Stevenson, signori e signore, creatore de L'isola del tesoro, La freccia nera e Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, per citare i suoi romanzi più famosi. Quindi avete capito bene, faccio di nuovo una cosa che mi piace tanto, cioè proporre le opere meno conosciute di grandi scrittori del passato. D'altronde, se non vi aiuto io a scoprire perle semi-nascoste, chi deve farlo? In questo caso, la perla è un romanzo di formazione dai panorami scozzesi ventosi e romantici, contrapposti alla nascente modernità urbana della rivoluzione industriale, sfondo delle rocambolesche avventure del giovane David che segneranno senza dubbio il suo passaggio all'età adulta. In breve, ecco un volumetto dotato di tutti gli elementi che lo rendono degno di essere letto e apprezzato; non vi resta, allora, che andare al prossimo mercatino dell'usato a rovistare tra i libri!
Intervista ai ragazzi di Circ'Arena, la prima scuola circense del Sud
Aprile 12
Hanno immaginato colori, musica e giochi, una scuola di circo come mai se n'erano viste al Sud. Un luogo di ritrovo giovane, frizzante, pieno di tessuti aerei, anelli, nasi rossi, e monocicli.  Stiamo parlando dei ragazzi di Circ'Arena, che si sono inventati un mondo meraviglioso e lo hanno trasformato nel loro futuro. Noi li abbiamo seguiti fin dai primi passi, dall'approdo alla Mostra d'Oltremare, fino ai workshop e ai corsi intensivi, che hanno riscosso un enorme successo. Se affidati ai giovani, il cambiamento e il miglioramento sono possibili. Basta volerlo.   Qui di seguito, l'intervista a Noemi Taccarelli, giovanissima e tostissima Presidente dell'associazione Circ'Arena, che ci ha raccontato gioie e dolori di questo grande progetto. Nonostante tutte le difficoltà, i ragazzi di Circ'Arena hanno realizzato il loro sogno nel cassetto. E non si fermeranno.   Innanzitutto, che cos'è Circ'Arena?   Circ'Arena è la palestra che sognavamo. Da oltre 15 anni molti giocolieri campani si incontravano ogni settimana nell'androne della stazione della metropolitana di Mergellina. Da allora, quell'appuntamento settimanale, vissuto come una delle più spontanee, alternative e  produttive occupazioni temporane e del suolo pubblico nella storia campana, ha visto passare ondate e generazioni di circensi provenienti da tutto il mondo. Nel 2014, grazie ad un progetto avviato dalla Mostra d'Oltremare, siamo riusciti ad ottenere uno spazio dove poter realizzare un sogno che da anni riposava nel cassetto: quello di avere, a Napoli, una palestra d'allenamento attrezzata, come quelle che per anni abbiamo visto solo nei raduni europei.Circ'Arena nasce per riempire un vuoto, dall'idea che senza uno spazio fisico dove radunarsi, tanti incontri, collaborazioni, scambi, spettacoli, viaggi, non sarebbero mai stati realizzati. Per questo Circ'Arena è e deve essere di tutti coloro che vivono il mondo delle arti performative. Ciò che abbiamo da offrirvi nella fase embrionale di quest'avventura null'altro è che uno spazio e la nostra disponibilità a mettervi in contatto con il grande network europeo del circo. E ciò che,in termini economici quanto umani, chiederemo in cambio, attraverso gli allenamenti liberi, i laboratori, e gli eventi che organizzeremo, sarà tutto destinato a far crescere questo sogno.   Com'è nata questa idea?   Come nascono, a mio avviso, tutte le grandi idee. Stesi a oziare, fra amici. Eravamo buona parte di quelli che oggi fanno parte del gruppo, al Festival delle Arti Distratte ad Empoli, l'anno scorso. Molti di noi hanno viaggiato molto e hanno avuto modo di conoscere tante realtà di giovani, realtà sperimentali, professionali, indipendenti, insomma di tutti i tipi. Perchè proprio a Napoli, città di artisti e di ingegno, mancasse una struttura, non era spiegabile. Ci siamo semplicemente chiesti "Cosa ci manca?" Niente. In quel momento esatto, a mio avviso nasceva Circ'Arena. Il giorno dopo, non appena tornati a casa, eravamo già davanti ai computer a scrivere il progetto.   Qual è attualmente la vostra sede e come avete fatto ad ottenere uno spazio in cui allenarvi e da condividere?   Ci troviamo all'interno della Mostra D'Oltremare, nel Magazzino destro dell'Arena Flegrea. Siamo riusciti ad ottenerlo tramite un bando che fu emesso nel 2014 dall'ente Mostra, nell'ambito di un progetto più ampio chiamato "Isola delle Passioni" che prevede l'affidamento di spazi a realtà del territorio per coprire l'offerta culturale e di intrattenimento, ed aprire, nuovamente dopo molti anni, la Mostra D'Oltremare alla città. Presentammo un progetto e, vinto il bando, ottenemmo l'affidamento dello spazio. Ora contiamo di riuscire a rinnovare il contratto, che è annuale, e per questo, abbiamo bisogno del supporto e la partecipazione dei napoletani, e soprattutto del loro entusiasmo.   Quali e quante persone fanno parte della vostra associazione?   Siamo in 17 nel direttivo. Alcuni hanno anche altri lavori, altri hanno dedicato la vita all'arte di strada, ma tutti siamo appassionati di arti circensi e miriamo alla crescita artistica, alla formazione tecnica, e all'arricchimento espressivo. Circ'Arena è un sogno che realizziamo innanzitutto per noi, e che vogliamo condividere con tutti gli altri interessati, curiosi, simpatizzanti, con le famiglie, i bambini, i ragazzi. Praticamente con tutti, nessuno escluso!   Di cosa si occupa e che cosa offre esattamente Circ'Arena?   Circ'Arena è uno spazio dedicato alle arti del Nuovo Circo. Quel "Nuovo" serve a indicare che non proponiamo il circo, tanto radicato nella pubblica opinione, con bestie feroci e domatori, ma piuttosto un circo che è arte del corpo, una celebrazione della bellezza e delle capacità che il corpo e la mente umana possono acquisire con la giusta dedizione e l'allenamento costante. Circ'Arena propone un'idea di circo "alla francese", sul modello del Cirque du Soleil o del Cirque Eloize per capirci, cercando comunque di portare avanti una tradizione italiana secolare, che ha vantato nomi storici come quello di Enrico Rastelli. Giocoleria, acrobatica aerea, acrobatica al suolo, teatro, flow arts, danza, scherma, clownerie sono solo alcune delle discipline che pratichiamo e intendiamo proporre, sperimentare, mescolare fra loro all'intorno del nostro spazio.   Ciascuno di voi ha un ruolo nell'organizzazione di questa scuola di circo o è specializzato in una determinata disciplina?   In realtà lavoriamo molto insieme, e ogni decisione viene discussa in riunioni settimanali, dove ognuno esprime la propria opinione sui lavori e la direzione degli sforzi verso l'obiettivo comune della formazione circense. Tuttavia è naturale che ognuno ha un proprio bagaglio esperenziale che ha messo a servizio dello spazio, creando delle specializzazioni in modo naturale. Infatti c'è chi si occupa delle grafiche, chi del coordinamento, chi della comunicazione, chi della gestione economica e chi della direzione artistica, tanto per portare qualche esempio.   Quante altre scuole di circo esistono in Italia ed in particolare al Sud?   Ci sono delle realtà importanti in Italia, ma sono tutte concentrate al nord. Quella più al sud è la Scuola Romana di Circo, e da quella in giù non c'è nessuna altra realtà così forte da potersi considerare scuola. Come spazi circensi in generale c'è qualche avamposto interessante a Taranto, Potenza, in Sicilia, ma in Campania vantiamo di essere la prima aggregazione in questo senso e speriamo di riuscire a continuare ad avere lo spazio almeno il tempo necessario per poter fare il salto di qualità e realizzare il nostro sogno di essere una scuola circense a tutti gli effetti.   Credi che il fatto che siete più o meno tutti molto giovani costituisca un limite o un valore aggiunto?   Sicuramente è un valore aggiunto. Siamo una nuova generazione di artisti, molti di noi hanno viaggiato molto ed abbiamo tutti una visione europea se non addirittura globale delle correnti artistiche, dei continui mutamenti di cui sono investite. Crediamo molto nella crescita, e nella sperimentazione e attraverso questo progetto contiamo di riuscire a realizzare questo nostro desiderio di ricerca espressiva.   Quanti hanno creduto e credono nella vostra idea, anche per quanto riguarda istituzioni o enti privati, e quali e quante difficoltà avete dovuto affrontare prima di arrivare dove siete ora?   Sono felice che tu mi ponga questa domanda. Partirò rispondendo riguardo le difficoltà. Infinite: le risorse nell'area napoletana sono oggettivamente poche, e spesso mal distribuite. Far sentire la nostra voce è sempre un'operazione complessa. Grazie a Isola delle Passioni e all'ex Presidente di Mostra d'Oltremare, abbiamo avuto uno spazio bellissimo ma che necessitava di un lavoro enorme che abbiamo ben volentieri speso in previsione della realizzazione di questo sogno. Sogno tuttavia che rischia di essere di breve durata: Il contratto infatti, scadrà a ottobre p.v. e non tira aria di rinnovo. Quello che abbiamo realizzato è andato effettivamente a riempire un vuoto, riceviamo il consenso e il supporto di un'incredibile numero di giovani da Napoli, da citttà vicine come Pomigliano e Caserta, e perfino da Roma e Potenza e questo ci riempe di energie e ci permette di andare avanti nonostante tutte le incertezze sul futuro del nostro contratto. Il nuovo presidente appoggia con grande entusiasmo la nostra realtà ma si trova divisa fra la priorità di risanamento economico dell'ente mostra e il supporto a progetti come il nostro. Speriamo che riesca a trovare una soluzione che accontenti entrambe le desiderate.   Cosa vuol dire essere giovani con delle idee da realizzare a Napoli, secondo te?   Ho avuto modo di viaggiare e lavorare spesso al nord fra Trentino e Lombardia e quello che ho verificato è che le grosse difficoltà ad accedere a opportunità per realizzare progetti o start up hanno reso i campani così esperti, attenti, precisi e capaci da lasciarmi stupita. Tutti i luoghi comuni su nord e sud sono drammaticamente veri. Lì hanno gli aiuti, l'assistenza, ma noi abbiamo il sangue, la determinazione. Siamo avvezzi alla lotta, e siamo diventati guerrieri. Se si desse più fiducia ai giovani, quel minimo indispensabile, da Napoli partirebbero progetti talmente eccezionali che nemmeno immaginiamo.   Quali progetti avete per il futuro?   Riuscire a diventare una scuola di circo. A tutti gli effetti, un centro di formazione con corsi stabili, intensivi professionalizzanti, e spettacoli periodici. Al momento però siamo principalmente concentrati sul fare in modo di continuare questa sfida oltre la scadenza del contratto.   Vorresti dare un consiglio a tutti i ragazzi che, come voi, vorrebbero avvicinarsi all'arte circense o, in generale, che hanno un sogno nel cassetto da realizzare?   Per l'arte circense, tranne alcune discipline specifiche e particolari, non è mai troppo tardi! L'arte circense sviluppa propriocezione, equilibrio, armonia, attitudine allo spettacolo, all'espressività, tiene in forma e fa divertire! Inoltre, siamo un bel gruppo di tipetti, vale la pena venirci a conoscere! Per quanto riguarda i sogni, viveteli. Anche quelli che non si sono ancora realizzati, cominciate a viverli, agite come se fossero realtà già da subito, dateli per cosa fatta. Il fare in modo che si concretizzino, alla fine, sarà solo una questione di formalità.   Grazie a Noemi Taccarelli e grazie ai ragazzi di Circ'Arena. In bocca al lupo per tutto e arrivederci a presto.        
Phonemi, il suono delle parole
Aprile 12
Compito di un critico è quello di raccontare in maniera semplice e diretta al suo pubblico  l’essenza di un film, di un libro o di uno spettacolo teatrale musicale, cercando di stimolarne la curiosità e magari emozionarlo. Difficile svolgere il mestiere del critico professionista, il più delle volte si vien smentiti dal box office e si rischia di essere linciato dall’artista furente di turno. Ancora più difficile essere critico per caso, quale sono io, e raccontare con le parole più appropriate un concerto di musica classica, quando il mio orecchio è cresciuto ascoltando le canzoni di Cristina D’Avena negli indimenticabili dischi Fivelandia. Quando la redazione di MYGENERATION mi ha chiesto di recensire “Phonemi”, ho avuto un momento di esitazione, leggendo le note di regia. Come può un dichiarato ignorante della musica scrivere di una delle più nobili e spirituali forme di quest'Arte? Con questo dubbio ieri sera mi sono seduto in teatro, cercando di non perdere una sola nota, sfidando così la mia  inesorabile e galoppante sordità. Non posso nè voglio permettermi di giudicare il talento e l’operato dei professionisti che ho visto all’opera, non avendone le competenze e perciò mi limiterò a raccontarvi cosa questo spettacolo mi ha dato nella sua ora e dieci di esecuzione. Serenità e un'intensa e forte simbiosi con il mio lato artistico. La musica suscita emozioni, scalda il cuore, scuote l’anima e cosi è stato ieri sera. I tre pezzi eseguiti (nell’ordine : “Oblique Duo” di Jason Treuting, “Tre liriche sui versi di Dickinson e Whitman” di Teresa Fantasia e “Three sogns of William Shakespeare” di Igor Strawinsky) conducono lo spettatore nel riuscito e toccante connubio tra parola e musica spingendolo ad immaginare nella sua mente e ne suo cuore, personaggi, paesaggi e situazioni. Le note pulite, soavi e avvolgenti fanno entrare in una dimensione eterea e magica in cui le parole, scandite ora con delicatezza e, in seguito, con potenza dal Tenore e dal mezzo soprano, aggiungono al concerto, se possibile, magnetismo e di creatività al talento e alla bravura del Maestro Roberta Fantasia per aver ideato e messo in scena questo concerto. “Phonemi” concilia lo spettatore con la musica e le parole, regalando alti e significativi momenti di riflessione e commozione anche a chi magari non conosce o sa leggere neanche le 7 note e strappando alla fine convinti e sentiti applausi.   Phonemi, il suono delle parole è uno spettacolo musicale ideato e diretto da Roberta Fantasia, con:   Mezzo soprano. Virginia Guidi, Flauto : Alessandro Pace, Tenore: Valerio Pagano, Clarinetto: Matteo Taratufolo, Viola:Roberta Rosato,Arpa: Chiara Marchetti,Percussioni. Luca Bloise e Fabio Cuozzo, svoltosi Venerdi 10  Aprile al Teatro Sala Uno di Roma  
Fashion Photography: quando tutto ebbe inizio!
Aprile 12
“Le immagini di moda sono il racconto del nostro presente, sono la sequenza a perdere delle ossessioni, dei desideri e dei sogni di intere generazioni. Sono il decoro delle nostre città e occupano con forza e determinazione l’immaginario di ciascuno di noi. Ci appartengono, ma allo stesso tempo sono globali e universali. Omologano gusti e tendenze” (Frisa, Lo Sguardo Italiano - Fotografie di moda dal 1951 a oggi).    Quando si parla di moda molto spesso si fa riferimento solo ed esclusivamente all’abbigliamento: in questo senso agli inizi degli anni Novanta la moda era seguita da un numero ristretto di persone colte e appartenenti a strati sociali elevati caratterizzati da grande prestigio; tutti gli altri ne erano esclusi perché “vestirsi alla moda” era così costoso che anche coloro che disponevano di discrete finanze non potevano permetterselo.    Storicamente, la fotografia di moda nasce in America, con le riviste Harper’s Bazaar e Vogue, e a Berlino, che durante la Repubblica di Weimar era il più importante centro tedesco per la stampa. Qui si sviluppa una ricca produzione di moda che, sin dall’inizio, fece un grande uso della fotografia consentendo alla fotografia di moda di diventare un ramo importante della fotografia professionale. Infatti, non esisteva una sostanziale divisione: gli stessi fotografi di moda erano fotografi che si dedicavano ad altri generi come, ad esempio, il ritratto o il reportage; erano fotografi che collaboravano con gli stilisti, con le agenzie di pubblicità e con le riviste specializzate.    Nel 1909, Condè Nast, un giovane e finanziere americano, acquistò la rivista Vogue con l’obiettivo di trasformarla nella più importante rivista di moda a livello mondiale assicurandosi l’opera dei migliori fotografici disponibili al momento.   Uno dei più importanti, in questo campo, è Adolphe De Mayer con i cui scatti si può dire che la fotografia di moda si sia affermata. De Mayer proveniva proprio da quel luogo raffinato ed elegante, protagonista della moda, e grazie ai suoi contatti riuscì a fotografare facilmente le persone che destavano interesse alle riviste, quelle persone che erano così gelose della loro privacy. La sua è stata una vasta produzione e nonostante ciò, non ha mai creato dei veri e propri stereotipi; le persone che fotografava non solo esprimevano l’eleganza dell’abito ma anche l’eleganza della loro personalità e del loro modo di vivere (AA. VV. Scuola di fotografia).      Altri fotografi, come Edward Steinchen e Cecil Beaton, lavorarono per Vogue divenendo importanti nel settore. Steinchen è un fotografo statunitense il cui obiettivo era rendere la fotografia di moda il più realistica possibile; egli era convinto che una donna, guardando la fotografia di un abito, poteva farsi una buona idea sulla costruzione e sull’aspetto dell’abito stesso.      La donna fotografata da Steinchen è magra, si mantiene snella con dieta e sport, non appartiene all’elite come nel caso di De Meyer, ed è poco interessata alla moda. Beaton, invece, è un fotografo britannico che sin dal suo esordio, nel 1926, si impone per la sua carica innovativa: i suoi scatti si allontanano dallo stile sfarzoso di quegli anni e si basano su pose e sfondi molto accurati che trasmettevano l’idea di una raffinata astrazione. Egli stesso sostiene che eseguire fotografie di moda non è mai stato così importante, tuttavia amava farlo perché gli provava molto giovamento; era attratto dalla falsità e dall’artificio.        In quegli anni, il fotografo di moda stava assumendo sempre più importanti e definiti connotati: il sarto creava l’abito, ma è il fotografo che, con i suoi scatti, provocava nelle donne una sensazione di invidia. È in questo senso che si dirige la trasformazione delle riviste di moda: esse si convertirono in veri e propri teatri dove le modelle recitavano una parte. All’alba della prima guerra mondiale, la moda e i fotografi ad essa legati furono costretti a sospendere la loro attività per riprenderla, poi, al termine della guerra stessa rilanciando nuovi stili: Christian Dior è uno di questi, egli inaugura una stagione di vestiti pomposi per rispondere al clima di privazione appena concluso.    Con la nuova realtà economica, politica e sociale, accanto alle elite che continua ad orientarsi seguendo i canoni dell’ “alta moda” parigina e newyorchese, emerge una nuova generazione che intende vestirsi e comportarsi in totale autonomia, influenzati soprattutto dalle nuove forma di spettacolo, letteratura ed istruzione (AA. VV. Scuola di fotografia).    La moda stava cambiando e sul mercato appaiono i primi capi a prezzi modici che consentirono anche agli strati sociali inferiori di vestirsi con eleganza e gusto e i fotografi non potevano non testimoniare questa quasi rivoluzione alimentata dai movimenti femministi che introdussero nell’immaginario collettivo l’idea di una donna aggressiva che combatte per ottenere la sua emancipazione. Vi è, quindi, un ribaltamento della “figura donna” e le stesse riviste che trent’anni prima pubblicizzavano donne aristocratiche con abiti lunghi e lussuosi, ora propongono donne emancipate, combattive con l’uomo alle proprie dipendenze. Di conseguenza, nascono nuovi modi di “vedere” la donna: fotografi come Helmut Newton ritraggono donne decise e compiacenti a volte colte in atteggiamenti sadomasochisti.      Negli anni ’90 la moda cambia nuovamente proponendo un nuovo stereotipo di donna, pallida e scheletrica, come testimoniano alcune campagne pubblicitarie di Calvin Klein.      Oggi la produzione di moda è talmente vasta che è difficile delineare i suoi confini: da un lato, la fotografia di moda segue, alternando, due filoni, quello commerciale e quello artistico; dall’altro, moda, pubblicità e arte continuano a mescolarsi.
Stragi di innocenti
Aprile 11
Che il mondo tutto viva un momento storico particolarmente critico è sotto gli occhi di tutti. Lo apprendiamo dalla carta stampata, dal web, dai telegiornali (quelli che ancora rimangono fedeli al dovere di diffondere notizie importanti e non solo le beghe della politica italiana o il gossip), dalla radio. Lo sentiamo sulla pelle, lo avvertiamo nell’inquietudine e nel senso di precarietà che accompagnano come un nemico invisibile e subdolo la vita di tutti i giorni, specie dei giovani, che in questo clima cercano di sviluppare le proprie identità, i propri obiettivi personali, di realizzarsi, di comprendere il loro ruolo nel mondo, di tessere relazioni umane. La vita a 360 gradi è permeata dall’incertezza dell’oggi quanto del domani, e ci si trova per giunta a fare ancora i conti con un passato che ha lasciato-ed è sempre più evidente-strascichi difficili non solo da superare ma anche da comprendere pienamente, passo indispensabile per capire le ragioni dello sfacelo che ci circonda.   Negli ultimi mesi si sono succedute vere e proprie stragi di innocenti, davanti alle quali abbiamo provato un senso disarmante di impotenza e sebbene ciascuna abbia “motivazioni” differenti, credo ci sia alla base una radice comune: un profondo e quanto mai violento smarrimento dell’umanità, rispetto al quale dobbiamo fare per forza di cose i conti.                                                                                 Due sono le riflessioni-o se vogliamo domande-che sono scaturite dai fatti più recenti : le vite umane, agli occhi dell’opinione pubblica, hanno realmente tutte lo stesso valore? Abbiamo forse sviluppato una sorte di assuefazione alla morte, tanto da rimanerne scioccati per breve tempo, per poi riprendere le nostre vite come se niente di estremamente drammatico e preoccupante sia successo? Gli attentati, prima alla redazione di Charlie Hebdo a Parigi e poi al Museo del Bardo di Tunisi, l’agghiacciante suicidio-omicidio del copilota dell’ Airbus della Germanwings, Andreas Lubitz, che ha trascinato con sé verso la morte ben 250 persone, la strage di studenti cristiani nel campus universitario di Garissa (Kenya) e nelle ultime ore, nel nostro paese, il triplice omicidio avvenuto nel Tribunale di Milano. “Esempi” di atti che si collocano sulla sempre più sottile linea di confine tra la follia umana e la malvagità.   Rispetto alla prima questione, a mio parere l’atto terroristico contro la rivista francese di satira, tra queste tragedie, è stata quella che ha suscitato la maggiore attenzione e partecipazione emotiva, soprattutto sui social network (ci siamo sentiti tutti “Charlie”) che, volente o nolente, costituiscono uno specchio della società. Credo sia stato l’attacco al cuore dell’Europa e del suo stato più liberale per tradizione la vera ragione di un così grande clamore, piuttosto che la minaccia alla libertà di espressione e di stampa. Probabilmente Tunisi, pur essendo così geograficamente vicina a noi e meta di sempre maggiori flussi turistici, è ancora considerata una realtà lontana nell’immaginario degli occidentali; eppure tra quei turisti, vittime dell’attentato, sarebbe potuto esserci ciascuno di noi, così come sull’aereo che, partito da Barcellona e diretto a Dusseldorf, si è schiantato sulle montagne francesi. Non ho potuto fare a meno di pensare che ancora siano troppi i condizionamenti culturali che influenzano il nostro modo di percepire la realtà e di dare peso ad una notizia piuttosto che ad un’altra, pur essendo l’elemento finale identico: la morte di innocenti. Analogo discorso per gli studenti trucidati brutalmente in Kenya da milizie islamiche. Che sia una realtà troppo lontana quella africana? La totale indifferenza per le decine di guerre civili che si combattono ancora oggi nel “continente povero” mi fanno propendere per il sì. Mi chiedo: possiamo veramente percepire come qualcosa che non ci appartiene fino in fondo la morte di 148 ragazzi, a prescindere che si tratti di cristiani, islamici, ebrei, buddisti o atei? Ragazzi come molti di noi, giovani impegnati per costruire la propria vita, il proprio futuro. Chi è scampato alla furia degli estremisti islamici di Al Shabaab ha visto morire amici e colleghi, si è nascosto come e dove ha potuto vivendo ore di terrore, ha finto di essere morto, ricoprendosi del sangue dei cadaveri vicini. Vivi, sì, ma probabilmente morti dentro. Se fosse accaduto in un’università italiana, tedesca, francese, inglese, americana, questa tragedia avrebbe assunto una rilevanza diversa, inutile far finta che non sia così. Inutile gridare a forte voce durante le manifestazioni che “siamo tutti uguali”. Non lo siamo affatto. Come non lo sono tra di loro-e probabilmente non lo saranno mai-poveri e ricchi. Ci sono differenze che esistono sin dalla notte dei tempi e non sembrano per nulla essere sulla strada della risoluzione. Il massacro di Garissa inoltre ha riacceso i riflettori, che troppo spesso rimangono del tutto spenti, sulla realtà sempre più drammatica del massacro dei cristiani che sta avvenendo ormai da anni nei paesi in cui la religione cristiana è una minoranza. Non sembra interessare a nessuno, tanto che di “silenzio complice” ha parlato anche Papa Francesco. Proprio così, il nostro silenzio, la nostra indifferenza verso ciò che accade nel mondo, che si tratti di religione o altro, contribuiscono a tingere di sangue vite umane, alimentano violenza, discriminazioni, atti di terrore, di fronte ai quali poi rimaniamo attoniti, come se ne fossimo solo spettatori. Ecco perché prima scrivevo che probabilmente ci siamo assuefatti alla violenza, ad ascoltare notizie tragiche, che occupano i nostri pensieri per qualche giorno per poi evaporare e forse è anche per questa ragione che la vicenda di “Charlie” ha suscitato una così grande partecipazione: ha avuto la “fortuna”(perdonatemi l’espressione) di essere stata la prima di una serie di tragedie in successione. Più continuano ad accaderne, più voltiamo rapidamente pagina. È vero, siamo umani e fragili, abbiamo bisogno di evadere, ma forse è proprio questo l’obiettivo di tanta violenza concentrata nei nostri giorni: renderci insensibili ad essa, fino ad accettarla passivamente come una condizione ineluttabile, con la quale imparare a convivere alla meglio.  
Quello che gli uomini non dicono ma sopportano - #Uominituttolanno – Parte II
Aprile 08
Continuiamo il breve ma intenso viaggio attraverso le torture che le donne infliggono al genere maschile circa 365 giorni l’anno. Spero che la prima parte vi sia piaciuta e che leggiate anche questa rigorosamente con il sorriso sulle labbra. Voi, ragazze, cercate di non odiarmi troppo. E voi ragazzi, mi raccomando, non prendete per oro colato le mie parole e non le usate contro le vostre compagne: io sarò sempre dalla loro parte, è una questione di cromosomi!   Passiamo allora in rassegna i successivi 5 punti del decalogo delle torture:   6) Casalinghi disperati. Molti uomini cercano seriamente di impegnarsi in ambito domestico, alcuni addirittura subiscono una vera e propria trasformazione con la convivenza e il matrimonio-i miei fratelli ne sono i perfetti esemplari-eppure spesso i loro sforzi non sono propriamente apprezzati, anzi. “Mi devi aiutare, non posso fare tutto da sola, guarda che anch’io lavoro e in questa casa ci vivi anche tu, per cui devi collaborare”. Giusto, anzi sacrosanto. Il problema è che a molte donne-non è il caso delle mie cognate, ci tengo a precisarlo-non va mai bene nulla di quello che gli uomini si sforzano di fare tra le mura domestiche. “Lascia stare, invece di aiutarmi, peggiori la situazione e mi tocca lavorare il doppio; proprio non sei in grado di lavare/spazzare/stirare, perfino per preparare un caffè o innaffiare le piante combini guai”. Ma poveri, dico io, almeno apprezzate che ci mettano tutto il loro impegno! Esistono ancora uomini che non alzano un dito e amano, anzi pretendono, di essere serviti e riveriti dalle loro compagne schiavizzate. Stanno facendo passi da gigante, hanno bisogno di un incoraggiamento e prima o poi, se ben istruiti e con un po’ di pazienza, diventeranno dei perfetti casalinghi. E anche quando li sguinzagliate per fare la spesa, chiudete un occhio se tornano con qualcosa che non era inserito nella lista: avranno anche loro la libertà di scegliere qualcosa? Che sarà mai se tornano a casa con un etto di prosciutto crudo in più o con una marca di detersivo diversa da quella che gli avevate detto di comparare? Pazienza, ragazze, pazienza! 7) Abbasso la suocera. La mamma è sempre la mamma, si sa. Peccato che molte donne, spesso a ragione, ma qualche volta per definizione, la mamma del loro compagno non la possono proprio tollerare, per usare un eufemismo. Due donne a confronto: la competizione è inevitabile se si tratta del “loro uomo”, figlio da un lato, compagno dall’altro. La suocera diventa così un’acerrima nemica e, soprattutto in caso di litigi, colei che è responsabile di aver messo al mondo l’individuo peggiore esistente, tra l’altro quello che loro stesse hanno scelto come compagno. “Sei così infantile, è colpa di tua madre che ti ha sempre trattato come un bambino anche da adulto e che ti ha dato sempre ragione, lasciandoti fare quello che volevi, ma ora la musica è cambiata”. Uomini, a queste parole avete tutto il diritto di tremare e tutta la mia comprensione. Sì, è vero, ci sono uomini che proprio non riescono a recidere il cordone ombelicale ma voglio sperare non siano la maggioranza, altrimenti siamo tutti rovinati! Insomma, l’uomo di turno spesso e volentieri finisce per trovarsi tra due fuochi: a chi dare ragione, come salvarsi senza scontentare nessuno? A voi, ragazzi, la risposta, ma fate attenzione, potrebbe essere fatale! Ragazze, cercate di non disprezzate le suocere e ricordate che inevitabilmente il vostro uomo avrà trovato-inconsciamente-in voi qualche caratteristica che gli ricorda lei; lo so è un trauma, ma qualcuno dovrà pur dirvelo! E non abbiate la presunzione di voler raggiungere il livello culinario di vostra suocera: è uno scontro perso in partenza, dedicatevi ad altro! 8) Le amiche invadenti. “Amore esce anche X con noi stasera, scusa, lo so che volevi trascorrere un po’ di tempo soli io e te, ma proprio non me la sento di lasciarla da sola, ha litigato per l’ennesima volta con Y”. “Cara, ma con chi stai chattando da mezz’ora? Poi mi chiedi di spiegarti il film, dicendo che non hai capito niente”. “Scusa, è che X ha un problemino e mi sta chiedendo un consiglio, sono la sua migliore amica, lo sai, se non ne parla con me, con chi lo fa?”. “Ma se invitassimo anche X e le presentassimo il tuo amico, quello simpatico che si è lasciato da poco con la fidanzata, che ne dici, carina come idea, no?”. Carinissima. Insomma, avete capito, le amiche di una donna possono trasformarsi rapidamente in ulteriori compagne da coccolare, riaccompagnare a casa, a cui fare da padre, migliore amico e….no, amante no, per carità! Poveri voi, ragazzi, la vostra salute mentale-nonché intimità di coppia-può essere messa a dura prova da interminabili giornate trascorse in tre, nelle quali, paradossalmente, sarete voi a sentirvi del tutto fuori luogo. Ragazze, le amiche non si abbandonano mai, ma mi raccomando, procedete con moderazione! A “sopportare” troppe donne tutte insieme il vostro uomo potrebbe soccombere.   9) Addio, look, è stato un piacere conoscerti! Le avete conosciute carinissime, strafighe, nei primi tempi sempre bellissime, vestite e truccate alla perfezione, da manuale e poi? Poi, dopo qualche tempo, le trovate trasformate in una fotocopia sbiadita, a volte del tutto irriconoscibili. Non voglio enfatizzare l’aspetto fisico-non rientra nel mio modo di vedere una donna-però a tutto c’è un limite. Ho conosciuto donne che accanto ai loro uomini lentamente si sono lasciate andare, travolte in un vortice di svogliatezza e trascuratezza, che hanno detto addio alla ceretta, lasciando spuntare sulle proprie gambe vere e proprie foreste amazzoniche, che hanno smesso di indossare tacchi, abitini e che si sono convertite a modelli di lingerie di cui Bridget Jones andrebbe fiera, per non parlare del make-up e delle tenute anti sesso dell’inverno: un tripudio di pile, neanche vivessero in Groenlandia. Il tutto ovviamente peggiora durante la convivenza/il matrimonio e soprattutto con l’arrivo dei bebè, quando davvero può non esserci nemmeno il tempo per uno shampoo, per cui, finché siete in tempo, dedicatevi alla cura del vostro corpo, il vostro uomo di certo apprezzerà. Occhio, possibili rivali in amore sono sempre in agguato, mantenete viva la vostra femminilità e non trascurate il vostro aspetto. Anche l’occhio vuole la sua parte. 10) Sesso? No grazie. Il tasto dolente. Non a caso l’ultima tortura, la peggiore, o almeno credo. Per me lo sarebbe, immagino anche per voi ragazzi (e per tante tante ragazze). “Amore, stasera no, proprio non mi va, ho mal di testa”. “Tesoro, no, mi sta venendo il ciclo/ho il ciclo/mi è da poco finito il ciclo (praticamente abbiamo un rapporto a tre, io, te e il ciclo!). “Sono troppo stanca, è stata una giornata pesante/sono nervosa/ho freddo/non ho fatto la ceretta(se se la fa ancora!)/domani devo svegliarmi presto”. Quante di queste “scuse” avete ascoltato e quante volte? Ok, lo so, state pensando che “no, a me non è mai successo perché tutte le ragazze che ho avuto con me non hanno mai avuto di questi problemi, non potevano resistermi”, ma non ci credo affatto. Prima o poi sarà capitato a tutti di subire un rifiuto(su, almeno uno, confessatelo!), così come è capitato a tutte-me compresa-di tirare in ballo una scusa per evitare il sesso: se non ti piace non ti piace, c’è poco da fare! Non c’è nulla di male se accade una volta o poco più, il problema-e lì diventa frustrante-è quando la scenetta, per non dire l’incubo, si ripete continuamente. Sappiate che non è una cosa normale, correte presto ai ripari prima che sia troppo tardi. C’è tanto tempo davanti prima che la passione, ammesso che accada, si riduca sul serio; godetevi una delle cose più belle della vita!   Insomma, siamo anche noi piene di difetti, anche se qualche volta fatichiamo ad ammetterlo, ma sappiamo bene che ci trovate adorabili anche per questo, altrimenti sai che noia?
Curse e Ri-Curse storici, parte 3
Aprile 07
Credete che ci fossimo dimenticati della saga più bestemmiata del globo terracqueo? Ma, soprattutto, credete che From Software e Miyazaki si fossero dimenticati di voi? Falso! Sono tornati, e questa volta il curse è un low steampunk in stile Londra vittoriana: signori, vi presento Bloodborne.Per chi si fosse perso gli articoli precedenti, Bloodborne è il sequel spirituale della serie dei “souls” (un DemonSouls e due Dark Souls), noti per la loro difficoltà inimmaginabile ma anche per la loro eccezionalità dal punto di vista della cura per i dettagli e per la trama, spesso celata ma straordinariamente complessa.Nella serie noi interpretiamo spesso un’anima dannata, un “wanderer”, per usare un termine caro a Shadow of the Colossus, destinato ad un fato più grande di lui, nel bene o nel male. In questo la storia torna a ripetersi: il nostro personaggio, di cui decideremo tutto, anche l’aspetto, è un cacciatore in un mondo popolato da belve, destinato a sconfiggere l’infezione che le divora. O, almeno, questo è ciò che si propone.Analizzeremo quest’opera (perché solo di opera possiamo parlare) in due macrosezioni: artistica e tecnica.Dal punto di vista artistico, Bloodborne supera alla stragrande qualsiasi aspettativa: un’ambientazione così monumentale e dettagliata non può che far sognare (e rabbrividire) qualsiasi giocatore, e la cura maniacale per i dettagli, scomparsa in Dark Souls 2 a causa del mancato coinvolgimento di HidetakaMiyazaki(da non confondere con Hayao, l’altro pluripremiato maestro), torna di prepotenza. Come? Un esempio per tutti: lo stile di combattimento. Sembra poco, ma quelli di From Software sono riusciti a creare uno stile talmente raffinato da ricordare le migliori pellicole orientali, dove la cura per il movimento dell’arma regna sovrana, eppure vi hanno innestato sopra l’esigenza di brutalità occidentale, qualcosa che accomuna le belve agli uomini in una maniera inconscia, eppure magistralmente orchestrata. Immaginate questa cura scolpita a fuoco in ogni altra cosa.Tutto questo si riversa, come avrete capito, sul livello tecnico: il gioco è fiero di proporre un level design eccellente e una serie di enigmi intricatissimi da risolvere esclusivamente con intuizioni geniali (non a caso, la meccanica di evocazione di altri giocatori è stata affidata ai cosiddetti “punti intuizione”). Quello che convince meno, tuttavia, è la resa di alcuni aspetti del gameplay: alcune morti sono obbligatorie, altre inspiegabili, e spesso l’abitudine delle armi avversarie di penetrare le mura come fossero inesistenti vi farà buttare qualche santo ad alta velocità, soprattutto in vista di un caricamento non esattamente breve. Parliamo di inezie certamente, ma aspettate di arrivare a qualche boss frenetico e indistruttibile, magari senza nessuno da evocare, e vi accorgerete di come la forma spesso possa valere quanto la sostanza.In definitiva, concludo con l’ultimo grande aspetto da tenere in considerazione: avete una PS4? La volete? Se la risposta è no, per ora (e credo per molto tempo ancora) dovrete fare a meno del titolo, dal momento che si tratta di un’esclusiva irremovibile. Il sottoscritto ha acquistato PS4 appositamente (non temete, era già in lista) con un bundle nemmeno troppo economico, ma se la cosa non vi aggrada… chi voglio prendere in giro? Se la cosa non vi aggrada compratela lo stesso, questo titolo è un capolavoro.
Non fermeranno la nostra primavera
Aprile 06
“Ho visto mia sorella sorridere mostrando tutti i denti, non succede spesso, sai. La gente dice che a Napoli si ride sempre ed è vero. A Napoli si ride sempre anche quando le cose vanno male, anzi soprattutto quando le cose vanno male, ma è una risata con il freno a mano tirato, fa tanto rumore per convincere il mondo che stiamo bene, ma è solo rumore. Oggi no. Annalisa ha 25 anni e scrive ancora sul suo diario segreto, proprio così. Si sono fatte le nove ed è ora di prepararsi; il vestito riposa a pochi passi dal suo letto, è arrivato anche il fotografo. Il bianco del vestito le precipita addosso, i capelli biondi scendono come una cascata d’oro, tutto intorno è un rimbombare di vita e di voci. Due sì. Uno timido, quello di Mario, l’altro deciso, quello di Annalisa. I due sposini, una volta usciti, vengono accolti da una pioggia di riso. Forse questa sarebbe stata la vita di Annalisa Durante oggi, forse questa sarebbe la sua  vita, se non cadessero in tanti in quel burrone, se i ragazzi capissero che quel burrone non nasconde una occasione per volare, ma la certezza di una rovinosa caduta. Forse questa sarebbe stata la sua vita oggi se quel maledetto giorno del 27 Marzo 2004 un vigliacco non l’avesse usata come scudo, se quel maledetto giorno del 27 Marzo 2004 non fosse morta a 14 anni, lasciando un diario a metà e tante fontane aperte.” Una lacrima scende lungo il viso, gli occhi pieni di rabbia e di dolore. Un brivido persistente ed implacabile.  Queste le parole pronunciate da Marianita Canfora, rappresentante dell’associazione teatrale Muricena, alla commemorazione di Annalisa Durante tenutasi lo scorso 27 Marzo nella piazza di Forcella. Parole che non necessitano di un commento, ma che lasciano dentro tutti noi una sensazione di vuoto, come se Annalisa fosse figlia un po’ di ogni cittadino, napoletano e non.   È così, oggi qui a Forcella possiamo gridare orgogliosi che Annalisa non è morta invano. Ci sono due scuole, una di Napoli (“Sant’Alfonso Maria dei Liguori”), l’altra venuta sin da Lodi (“Maffeo Veggio”). Ci sono l’assessore Alessandra Clemente e  l’assessore Nino Daniele, ci sono persone comuni e tanta speranza.  Durante la commemorazione interviene Paolo Miggiano, presidente della Fondazione Polis, che con poche parole mostra a tutti i presenti la sua rabbia radicata nell’anima, perenne e viva. La sua voglia di mettere un punto a questa terribile realtà è indescrivibile, basta guardarlo negli occhi, anche solo per un istante, anche solo di sfuggita. “ In questi luoghi si uccide. Si è ucciso per undici anni. Prima di Annalisa, Maria Teresa Avagliano, Nunzio Pandolfi e Claudio Taglialatela.  Noi non dobbiamo essere indifferenti. Nella nostra regione sono stati uccisi 25 bambini e 350 persone. Immaginate che grande vuoto che la criminalità ha lasciato.”  Dopo questo spiccato ed energico discorso, si  avvicendano tanti interventi. Prende parte il presidente della Commissione d’Inchiesta Anticamorra, Angela Cortese;  ancora, il rappresentante provinciale di Libera, Antonio d’Amore e Maurizio Marino dell’associazione “Annalisa Durante”. Con ammirevole determinazione, quasi al termine  dell’incontro, prende parola Alessandra Clemente, Assessore ai Giovani del Comune di Napoli. Ribadisce l’impegno quotidiano, che lei, insieme al suo staff e insieme a tutti i membri delle Istituzioni , alle forze dell’ordine e agli organi magistratuali,  compiono sul territorio campano. Avvalora la sua partecipazione sottolineando quanto sia importante la presenza  di tutti a questa battaglia di cittadinanza e di normalità e di quanto sia imprescindibile avere una forza sociale, netta e coesa. “Il rumore degli spari fa paura, ma il silenzio ancora di più”. La “divina indifferenza”, come la chiama Montale, fa male, uccide, uccide lentamente la nostra città; “non deve essere così”, dice Alessandra, “Napoli deve profumare di vita”.    Solo grazie all’impegno sociale di tutti noi, ogni singolo giorno, solo se ogni singolo coltiverà dentro di sé questi valori, allora sì, allora questa “impresa” diventerà realtà. Infine vengono distribuiti degli splendidi fiori a  tutti i ragazzi, che li alzeranno poi in cielo, come simbolo di speranza e di futuro perché, come dice Neruda, “potranno tagliare tutti i fiori, ma  non fermeranno la primavera”.

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