“DISTURBO?”: RISATE E RIFLESSIONI A SALA A(S)SOLI

“Siate affamati, siate folli”. Chi non ha mai sentito questa frase, inno alla vita del grandioso Ste...

GANG BANG: EVASIONE DALLA REALTA’ O POSSIBILITA’ DI RISCATTO PERSONALE?

Un prologo dà inizio alla GANG BANG, lo spettacolo  scritto e diretto dal giovane regista Fabio...

I racconti di Narrinella - presentazione

10 racconti che ricordano un tempo che fu. Antonio Cervelli, nato a Santa Maria a Vico (Ce), da sem...

Agnano. Scoperta discarica abusiva.

Agnano. A seguito di una segnalazione anonima, ci siamo recati presso gli Astroni per documentare la...

Sognare la Cina: a Napoli si può

Il rapporto tra la cultura napoletana e quella cinese, entrambe frutto di civiltà dalle profonde con...

Ultimi Articoli

Previous Next
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
“DISTURBO?”: RISATE E RIFLESSIONI A SALA A(S)SOLI
Ottobre 23
“Siate affamati, siate folli”. Chi non ha mai sentito questa frase, inno alla vita del grandioso Steve Jobs e chi non ha mai azzardato una sua interpretazione per renderla quanto più vicina al suo senso di esistenza. Ed ecco che in questo caso la follia diviene sinonimo positivo del desiderio che muove l'uomo, della sua incompletezza terrena  verso un'illusa completezza trascendentale. Essere folli è il motivo, la scelta, la curiosità, il desiderio, la fame insaziabile che abbandona l'uomo nel mondo solitario e lo affida al suo senso di sopravvivenza e di ricerca. Ebbene si. Se tutti noi riconoscessimo quel piccolo scrigno di follia racchiuso nel nostro intrinseco non faremmo altro che azionare la leva della consapevolezza che affronta la vita e dell'istinto che ne sfuma i contorni. “Dietro ogni scemo c'è un villaggio” scriveva Fabrizio De Andrè quando cantava l'Antologia di Spoon River per dimostrare che nella diversità dell'animo umano si nasconde l'unica uguaglianza comune a tutti: la follia, questa volta intesa come senso di annegamento dell'io nel vortice delle passioni. Perciò continuare il cammino incoscienti delle proprie sfumature, appare la scelta più cosciente e scandalosa per chi non sa mettersi in gioco. Certamente non condivisa dai sei personaggi folli dello spettacolo “DISTURBO?” che proprio nel giocare in squadra, saltando e traballando sullo scenario del Monopoly, affrontano e combattono le proprie ossessioni. Questa immediata trasformazione in pedine, che avviene nella sala d'attesa del dottor psichiatra Stern, aiuterà la condivisione del problema di ciascuno ai fini della comune risoluzione sul tabellone fluorescente della vita. E allora il gioco è fatto e la squadra è formata. Il porsi il problema dell'altro, provocherà nell'istinto di ognuno piccoli istanti di allontanamento dalle ossessioni: Fred (interpretato da Giuseppe Fiscariello) tormentato dalla sindrome di Tourette riuscirà a non dire parolacce?  Lo stesso Otto (Domenico Carbone) affetto da aritmia, a non contare di continuo? E come farà Bernardo (Paolo Gentile), maniaco della pulizia ad entrare in contatto con personaggi così alterati? E la povera Maria (Emanuela Iusto) ossessionata dal controllo? E come, la piccola Lilli (Claudia Esposito) costretta a ripetere le cose due volte ad innamorarsi di Roberto “Bob” (Valerio Lombardi) maniaco della simmetria? Le risposte, date dalla regia di Giuseppe Fiscariello, sono nella divertentissima interazione comica dei personaggi che si sviluppa nell'attesa apparente di una cura tramutata a sua volta in situazione di vantaggio per ognuno. In questo tempo fasullo, intervallato dall' “intrusione” dell'assistente del dottore (Nicola Narciso), l'immedesimazione nell'altro è punto di forza per correggere il proprio problema. Ed è qui che si riallaccia il colpo di scena. E tutto ritorna..
GANG BANG: EVASIONE DALLA REALTA’ O POSSIBILITA’ DI RISCATTO PERSONALE?
Ottobre 23
Un prologo dà inizio alla GANG BANG, lo spettacolo  scritto e diretto dal giovane regista Fabio Pisano e ispirato al libro Gang Bang di Chuck Palahniuk. Tre, tra i 600 uomini candidati ai provini, si incontrano nella putrida sala d’attesa dello squallido sotterraneo, dove stanno avendo luogo i provini per il nuovo  porno dell’attrice Cassie Wright, che, giunta al tramonto della sua carriera, decide di chiudere "in bellezza" polverizzando il record mondiale di sesso di gruppo con una gigantesca gang bang. Il primo uomo è Brad Bacardi, alias numero 600, attore di film hard ormai fuori dal giro, partecipa alla gang bang , dove, l’ unica protagonista è la sua ex moglie, la leggendaria pornostar Cassie Wright. L’uomo, in cerca di una vana redenzione, vuole a tutti i costi morire sul set. Il secondo uomo della vicenda è Tom Helser, alias numero 137 , ex attore di una serie  televisiva ormai fuori moda. Egli  vuole, attraverso la sua partecipazione alla Gang Bang, rilanciarsi nel mondo televisivo, ma non solo. Il suo obiettivo, è quello di  sposare la nota pornostar per vivere nel lusso, e trascorrere  gli ultimi anni della sua vita, in totale agiatezza.   Terzo, ed ultimo personaggio maschile che incontriamo sulla scena , è il giovane 21enne Malcon Regan , numero 72. Il ragazzo partecipa alla Gang Bang, spinto dall’illusione di essere il figlio della nota pornostar,  e dalla speranza di aiutare la donna , a liberarsi dal mondo del porno. Tre uomini a confronto. Tre racconti di vita diversi. Tre individui insoddisfatti  e in continua lotta contro se stessi.  Tre uomini uniti da uno stesso desiderio: evadere dall’insoddisfatta realtà in cui vivono e trovare rifugio  nella gang bang , distaccandosi completamente dalla realtà. Tre uomini, che forse, cercano nel porno, qualche vana speranza di riscatto nei confronti della vita. Tre uomini, che vogliono gridare al mondo, la propria forza. Ed ecco, che hanno inizio, animate discussioni, interrotte da Sheila, coordinatrice 21enne del cast e assistente personale di Cassie Wright. Anche Sheila è in cerca di qualcosa: della verità o della vendetta (?) Grida, gesti forti e un linguaggio crudo, ben associato a ciascun personaggio, animano la messa in scena, diretta dal regista Fabio Pisano, il quale, è riuscito a creare la giusta atmosfera della gang bang, coinvolgendo anche il pubblico. Molto significativa ed efficace la scenografia, composta da un telo bianco, disposto in maniera circolare, quasi a voler eliminare le differenze, non solo tra i tre attori in scena, ma anche tra attore e spettatori, ai quali, prima di entrare in sala, viene  assegnato un numero. Una circolarità scenica che coinvolge  chiunque entri a far parte della gang bang: luogo in cui non ci sono differenze, non ci sono persone, ogni appartenenza ad uno stato sociale è abbattuta. Nella gang bang si è un semplice numero. Un’altra simbolica particolarità legata alla scenografia,  è quell’unica apertura centrale, quasi a voler simboleggiare l’organo genitale femminile. Apertura,  da cui verrà fuori alla fine dello spettacolo, proprio la giovane Sheila, coordinatrice e assistente personale, nonché, figlia legittima di Cassie Wright, abbandonata in tenera età. Una rivelazione finale, che ha maggiormente catturato l’attenzione del pubblico in sala. Una scena, attraverso la quale, forse, Fabio Pisano, ha voluto sottolineare la rinascita, il riscatto della giovane Sheila, dopo aver compiuto la sua vendetta. Il personaggio è stato interpretato dalla giovane a brava attrice Francesca Borriero, che, con una recitazione contemporanea, mista ad un tono leggermente drammatico, è riuscita sempre a creare quella giusta frattura, durante i forti dialoghi tra i tre uomini. Anche per quanto riguarda gli interpreti maschili, abbiamo avuto modo di apprezzare gli attori Pietro Juliano,  nel ruolo di Brad Bacardi; l’attore Roberto Ingenito, nel ruolo di Tom Helser , e infine, l’attore Edoardo Sorgente, nel ruolo del giovane Malcon Regan. Tre timbri vocali, tre atteggiamenti e tre corpi diversi tra loro, che,  il regista Fabio Pisano è riuscito a mettere in sinergia. Forse,  a mio avviso, occorreva  “giocare” un po’ più con il ritmo durante alcuni momenti dello spettacolo , creando quel climax ascendente, che avrebbe maggiormente accompagnato lo spettatore, verso la rivelazione finale.  Ciononostante, tutti gli attori hanno comunque catturato e coinvolto il pubblico in sala, dall’inizio alla fine dello spettacolo,suscitando dapprima le  risate, e poi un forte applauso finale. Gang Bang è dunque uno spettacolo che piace, ed è tra quelli in scena alla SALA ASSOLI,  nell’ambito della Rassegna “A(S)SOLI GIOVANI” ideata e curata dalla giornalista Emma Di Lorenzo. L’inizio dello spettacolo è stato preceduto da una piacevole conversazione tra il regista, il pubblico, e il noto scrittore Pino Imperatore. Spettacolo visto il giorno 17 Ottobre 2014
Agnano. Scoperta discarica abusiva.
Ottobre 23
Agnano. A seguito di una segnalazione anonima, ci siamo recati presso gli Astroni per documentare la presenza di una grossa discarica abusiva. Di seguito il servizio in esclusiva per MYGENERATIONWEB.
Sognare la Cina: a Napoli si può
Ottobre 21
Il rapporto tra la cultura napoletana e quella cinese, entrambe frutto di civiltà dalle profonde contraddizioni (in cinese letteralmente "la lancia e lo scudo"), è una realtà antica, che in questi anni ha trovato la sua dimensione più viva nel festival "Milleunacina. I Linguaggi della Contemporaneità". Giunto alla IV^ edizione, che ha per titolo "Il Sogno Cinese. Sogno e Realtà", il festival si svolgerà a Napoli dal 20 al 26 ottobre con un programma estremamente ricco di eventi, che investono la cultura a 360 gradi.La manifestazione culturale è stata presentata giovedì 18 ottobre presso Palazzo San Giacomo, sede del Comune di Napoli, dall'Assessore alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, Nino Daniele, dal Rettore dell' Università "L'Orientale di Napoli" Lida Viganoni, dall'ideatrice del festival, Anna Maria Palermo, docente di Lingua e Letteratura Cinese, nonché Direttrice dell'Istituto Confucio di Napoli, e da Aurora Spinosa, Direttore dell' "Accademia delle Belle Arti".Daniele conferma l'impegno dell'Assessorato nella promozione di eventi culturali che, negli ultimi mesi, si sono incentrati sulla dimensione del sogno, della fiaba, della realtà onirica, sino all'esoterismo, con la finalità di riscoprire tratti antropologici che costituiscono radici universali dell'umanità. Il Rettore Lida Viganoni sottolinea invece l'importante ruolo nel trasferimento a Napoli delle culture di tutto il mondo da parte dell'Università Orientale, a partire dall'istituzione del primo collegio dei Cinesi da parte di Matteo Ripa nel lontano 1732. Ed è proprio a quest'ultimo che è dedicato il Premio istituito quest'anno che verrà consegnato dalla Viganoni a Madame Xu Lin, Direttore Generale della Sede Centrale degli Istituti Confucio, alla presenza del Governatore Caldoro e di Li Ruiyu, ambasciatore della Repubblica Popolare Cinese in Italia.Un'emozionata, vigorosa e travolgente Anna Maria Palermo, che si definisce amante tanto della Cina quanto di Napoli, presenta con entusiasmo il ricco calendario degli eventi in programma, sottolineando come il festival si proponga si modificare, ampliandone vedute e risonanza, un "orientalismo" fino a pochi anni fa vissuto come una realtà chiusa, in cui i sinologi trovavano la collocazione a loro più naturale. Il festival sarà pertanto l'occasione di analizzare la realtà cinese dall'interno, attraverso le opere di artisti orientali, e di creare un confronto con la realtà occidentale, attraverso lo spirito critico degli artisti italiani coinvolti.Il tema scelto quest'anno è il sogno, elemento tipico della tradizione cinese a partire dal filosofo Zhuangzi del V° secolo a.C., ripreso peraltro da Freud, nonché divenuto slogan del Presidente della P.R.C., che ha coniato il cosiddetto "Chinese Dream", a testimoniare il momento di attuale ricchezza economica che vive la Cina, chiaro richiamo al ben più famoso "American Dream" degli anni '50 del secolo scorso. Il passato diviene quindi strumento prezioso per la comprensione ed il miglioramento del presente.L'inaugurazione del festival avrà luogo lunedì 20 ottobre a Palazzo Du Mesnil a Via Partenope; alla consegna del "Premio Matteo Ripa" seguirà l'esposizione di dipinti tradizionali cinesi (che potranno essere successivamente ammirati al PAN) donati all'Istituto Confucio dall'imprenditore Li Yunfei. La giornata di martedì prende il nome di "Pittogrammi ed Ideogrammi in Sogno", in cui saranno inaugurate due mostre. La prima, "The Remedy" dell'artista contemporanea Zhang Yanzi, avrà luogo al PAN e si propone di indagare sul ruolo dell'arte, specialmente quella tradizionale, come rimedio ai mali della società contemporanea.La seconda, del fotografo e ritrattista napoletano Fabio Donato, "Uno sguardo da Occidente: dieci artisti cinesi" avrà invece luogo nella Galleria dell'Accademia delle Belle Arti.Altro evento da sottolineare è quello di mercoledì 22 ottobre, ossia una serata dedicata a reading di narrativa e poesia dal titolo "Sogni e Visioni nel grande Paese di Mezzo", che saranno ospitati nel Teatrino di Corte di Palazzo Reale. Brani cinesi sia tradizionali ("Sogno della Farfalla" di Zhuangzi) che contemporanei saranno interpretati da ospiti d'eccezione: Cristina Donadio, Gaia Riposati, Maddalena Crippa e Andrea Renzi. Altra location d'eccezione, il Tunnel Borbonico, ospiterà invece giovedì 23 una mostra dedicata al contributo napoletano alla Settimana Internazione del Design di Tianjin, dal nome "Geometrie dei sogni". Cinema e teatro sono i protagonisti delle giornate di venerdì e sabato. Venerdì Al PAN, dopo la conferenza sul "Sogno nel Cinema Cinese", saranno infatti proiettati tre film degli anni '30 per gli appassionati del genere, mentre sabato alle 21 al Teatro Stabile di Napoli andrà in scena "Rinoceronti in amore", di Liao Yimei, con la regia di Meng Jighui. Si tratta della prima assoluta di uno spettacolo di grandissimo successo, che ha come punto di partenza un classico triangolo amoroso, che va in scena in Cina senza sosta dal 1999 e a cui i giovani sono appassionatissimi. Il festival non poteva che chiudersi con una manifestazione gastronomica, domenica 26 presso Villa Caracciolo, dove andrà in scena una vera e propria gara culinaria tra lo chef napoletano Fabio Ometo e la star della gastronomia cinese in TV Dai Aiqun. "Guarracini pe' mare e pesci mandarini in caramello" ha tutte le premesse per fare da degna chiusura ad una settimana cinese da sogno.
MyTopTweet95
Ottobre 21
Diciamocelo questo non è un buon periodo per l’Italia: la crisi, la disoccupazione, il debito pubblico, calamità naturali di cui ci occupiamo solo a posteriori. Per non parlare delle notizie che ci arrivano dal resto del mondo: l’ebola, l’Isis, Adolf Putin.   Fortunatamente alla guida del Paese abbiamo il nostro caro Matteo Renzi/Fonzie. Una persona che sa quali sono le priorità del Paese, che sa come gestire la situazione, un politico che non va a Genova a spalare il fango con i volontari perché lui non vuole andare a fare la passerella ma  va da Barbara D’Urso, l’Oriana Fallaci dei giorni nostri, per fare selfie con la gente e spiegare la nuova legge di stabilità mentre si scusa con nonna Maria per aver disertato il suo novantaquattresimo compleanno.   L’intervista ha catturato l’attenzione del popolo di Twitter che ha molto apprezzato questa nuova coppia che si è formata nel panorama televisivo italiano….   #RenziDurso:   - Andrea Favaro:Un giorno, la Storia, ci giudicherà per questo. #Renzi #durso - Pinuccio: Renzi dalla D'Urso. L'ebola a confronto è un raffreddore - Billy the Kid:Renzi va dalla D'Urso per fare il piacione in televisione. Ama apparire tantissimo. Fra un poco ce lo ritroviamo pure sulla carta igienica. - Cetty D.: Con la manovra finanziaria verranno stanziati fondi per corsi di selfie dai 0 ai 99 anni. #Renzi - Fran Altomare: Sono davvero curioso di vedere chi vincerà il campionato intercontinentale di faccette tra la D'Urso e #Renzi. #domenicalive - il ghiozZo: #renzi fa gli annunci dalla #Durso ! Vero silvio style !!! - Fran Altomare: Ci sarebbe da capire perché Barbara D'Urso si rivolge a #Renzi come se stesse parlando col suo dog-sitter. #domenicalive - Fran Altomare: Parla Matteo, ti ascolto con vivo interesse. #domenicalive - Mangino Brioches: Ma dov'è l'asteroide quando c'è bisogno di lui? #Renzi #DomenicaLive #ninodangelo #barbaradurso - Matteo Renzi fa cose:#MatteoRenzi che rimorchia una MILF in balera.   Alla prossima!!
Challenge yourself. Muay Thai experience - Quinta settimana
Ottobre 20
Siamo giunti alla quinta settimana di lavoro. Tanta fatica, sudore e sacrifici...ma anche tante risate.  Questo "Esperimento" nato col nome di CHALLENGE YOURSELF: MUAY THAI EXPERIENCE, inizia piano piano a diventare qualcosa di più grande, conquistando sempre più visualizzazioni. Ricordate: Non è mai troppo tardi per scegliere di vivere una vita sana!  
"Ping Pong" nel finale a San Siro. Un 2-2 che sa di beffa per gli Azzurri.
Ottobre 20
Dopo ottanta minuti di agonizzante attesa, tutto il match si sintetizza negliultimi dieci minuti di gara, quando a San Siro, come in una partita di pingpong, napoletani e interisti si rispondono a suon di gol ed escono dal terrenodi gioco con un solo punto a testa, scaturito dal finale 2-2. L'inizio promette bene. Le squadre entrano in campo con uno spirito combattivoe agguerrito e, nei primi minuti di gioco, la sensazione di assistere ad unmatch spettacolare si fa sempre più forte. Purtroppo per noi, la sensazione dicui parlavo proprio un attimo fa si rivela fine a se stessa e resta, appunto,solo una sensazione. Il posticipo della settima giornata di Campionato dellaserie A si rivela di una noia mortale. Per comprendere bene la gravità della monotonia della gara, pare assaiesplicativo il fatto che l'unica azione degna di nota del primo temporegolamentare sia caduta al 39', quando, destatosi dal torpore del match,l'interista Hernanes spara un potente sinistro dal limite e prende in pieno ilpalo. Per il resto, esclusi i vari tiri in tribuna di Inler – alla ricerca,forse, di un qualche bersaglio immaginario- i primi quarantacinque minuti sonocaratterizzati da giocate lente e confuse, con tiri in porta che nonimpensieriscono per nulla i due portieri. Se l'Inter prende il palo, mi sembra giusto che il Napoli non sia da meno.E, infatti, dopo soli cinque minuti dal ritorno dagli spogliatoi, l'azzurroInsigne decide di emulare i milanesi e col suo destrocolpisce l'esterno del palo.Come per il primo tempo, anche la seconda frazione di gioco si affievoliscecol trascorrere dei minuti. E come per il primo tempo, anche la secondafrazione di gioco si risveglia solo nel finale. Come un lampo che si accende all'improvviso nella notte, Callejon, al 79', vain gol, infilando l'angolo destro, approfittando di un errore difensivo deipadroni di casa sulla rimessa laterale di Ghoulam. Ma ad un lampo ne segue unaltro e, dopo soli tre minuti, su azione di calcio d'angolo, Guarin, solosoletto alle spalle di Inler, mette dentro tranquillo e ristabiliscel'equilibrio.Quando sembra che il pareggio sia il risulato finale di questa gara, al 90',ancora lui, Calleti, realizza un gol magnifico di sinistro, rispondendo altraversone al bacio servitogli da David Lopez.Ma cos'è che avevo detto? Ah sì! Quando sembra che il la vittoria degli ospiti sia il risultatofinale..Un'ingiustificabile quanto inguardabile difesa napoletana, schierata edinerme, dopo soli sessanta secondi, resta a guardare immobile Hernanes – mancofosse Belen Rodriguez- che, come un gigante, si stacca su tutti e mette dentrocon colpo di testa. 2-2 a San Siro. Questo è il risultato finale di un match, lento e monotono,giocato a nervi tesi, piuttosto che di tecnica e tattica strategica. Consoli undici punti dopo sette gare, come non succedeva da tempo,Il Napoli resta lontano dalla vetta.Adesso si ritorna in campo giovedì 23, alle ore 19:00, per la terza gara diEuropa League contro gli svizzeri dello Young Boys, allo Stade de Suisse, aBerna.
‘A ChIeNA: l’onda travolgente della mafia cinese
Ottobre 19
L’11 e il 12 ottobre la stagione teatrale del Te.Co – Teatro di Contrabbando di Fuorigrotta si è aperta con ‘A ChIeNA, scritto da Diego Sommaripa a quattro mani con Ivan Luigi AntonioScherillo e diretto dallo stesso Sommaripa (con l’aiuto-registaTommaso Vitiello), alla terza esperienza come regista. Dopo i premi collezionati lo scorso anno dall’opera prima di Sommaripa,NelCampo delle Viole,alla Rassegna Teatrale “Premio Li Curti”di Cava de’ Tirreni, anche ‘A ChIeNA porta a casa un premio nell’ambito della stessa manifestazione, svoltasi quest’anno. Si tratta del premio come miglior attore, che va a Pippo Cangiano, protagonista indiscusso dello spettacolo. Quest’ultimo si presenta con qualche modifica sia in termini di cast che di sceneggiatura rispetto alla prima edizione, andata in scena lo scorso maggio alNouveauTéâtre de Poche. L’intera scena si svolge all’interno di un bunker, buio, umido, spoglio, maleodorante, dove il boss AnielloSantanastaso(Cangiano), dopo essere stato scarcerato, si rifugia, per sfuggire alla vendetta tanto della camorra quanto della mafia cinese, ormai alleate contro di lui. Santanastaso ha speso la sua vita nel mettere in piedi, capeggiandola con rigorosa lucidità, un’ efficientissima organizzazione malavitosa, strettamente collusa con la politica da un lato, e con la mafia cinese dall’altro, che trae il suo enorme profitto dalla vendita di articoli di abbigliamento contraffatti, confezionati da cinesi resi schiavi inconsapevoli all’ombra del Vesuvio. Il boss, consapevole che gli rimangono solo pochi giorni da vivere, prima di essere fatto fuoridai suoi nemici, mette lucidamente in atto il suo ultimo piano, questa volta, però, dinatura strettamente personale.                                                      Attraverso l’aiuto di un avvocato di discutibili fama e capacità, interpretato da Marcello Cozzolino, e del suo fidatissimo e devotoscagnozzo Gennaro (Sommaripa), Santanastaso,prima si assicura che il suo testamento venga redatto da un notaio e poi “convoca”la bella e giovane giornalista, Maria, interpretata con grande naturalezza da Francesca Romana Bergamo, per rivelarle tutti i segreti del suo impero, dalla sua nascita, fino alla recente e travolgente espansione dei cinesi, affinché possano essere divulgati. Inizialmente restia alla proposta di Aniello, dal quale non sembra apparentemente intimorita, conservando spirito critico e passione per la verità, Maria si lascia convincere e tra i due si instaura una relazione di rispetto e a tratti affetto, che lascia presagire allo spettatore un colpo di scena finale, relativo alla vera natura del loro legame.                                                                                Santanastaso è un uomo che fa i conti con la sua vita, che sente essere agli sgoccioli, un fervido e irriverente devoto di Padre Pio, davanti alla cui statuetta “prega” quotidianamente per ricevere approvazione e protezione, un amante della voce di Maria Callas, in onore della quale ha scelto i nomi per le tre figlie, un boss che ama essere rispettato ed adorato, che siede sul “trono” e si lascia vestire da Gennaro, quest’ultimo eternamente grato all’assassino di suo padre, che egli considera un padre stesso, il cane al quale la pulce rimane sempre attaccata. Nel “gioco di lettere” del titolo dello spettacolo è racchiuso il suo stesso contenuto, ‘A ChIeNA è  l’onda che tutto travolge e tutto ingloba, l’odiatissima mafia cinese, in grado di sottrarre lo scettrodel potere ad AnielloSantanastaso, che cercherà a suo modo di redimersi, offrendo una possibilità di vita alternativa alle persone che condividono con lui i suoi ultimi giorni che egli radunerà intorno ad una tavola come una vera e propria famiglia.                                                                                                            Ma ‘AChIeNA è anche il flusso ininterrotto di parole, di dialoghi serrati tra i personaggi che si muovono sulla scena, di momenti di tensione, ma anche di surreale comicità (non mancano le risate tra gli spettatori), di rapporti che mutano seguendo lo scorrere degli eventi. Questa ricchezza fa da contraltare ad un ambiente essenziale, spoglio, in cui un tavolo, due sedie, un altarino, la statua raffigurante un cane nero e una lavagnetta su cui scorrono i numeri che segnano i giorni, sono gli unici elementi scenografici. I punti di forza di ‘A Chiena sono sicuramente il testo, che suggerisce notevoli spunti di riflessione, sia sul tema della malavita che dell’estrema complessità dei più profondi meandri dell’animo umano, da cui solo dipendono scelte talvolta estreme, e l’interpretazione di Pippo Cangiano che, non solo veste abilmente i panni del boss, imponendosi al pubblico con tutta la sua energia e la sua presenza sul palco, ma conduce anche per mano i suoi compagni, mettendoli sempre a proprio agio sulla scena per ottenere il migliore risultato possibile, uno spettacolo che sia capace di coinvolgere lo spettatore dall’inizio sino alla fine e che non risulti mai al di sotto delle proprie possibilità.
Napoli Photo Project. Intervista all’autore Giuseppe Divaio
Ottobre 19
Ieri, 17 ottobre 2014, al Sottopalco cafè, presso il Teatro Bellini di Napoli, è stato presentato il progetto fotografico di Giuseppe Divaio, dal titolo Napoli Photo Project. Un progetto con il quale il fotografo, napoletano di origine, si pone l’obiettivo di mostrare a quante più persone possibili Napoli, quella reale, quella della sua gente, quella che fa innamorare chiunque abbia la possibilità di visitarla, quella che i media non mostrano mai.   Di seguito l’intervista a Giuseppe Divaio.   Come ti sei avvicinato alla fotografia? Poco tempo fa  ho trovato una fotografia del 1991, avevo dieci anni. Era rappresentato un paesaggio, a Ischia. Mi sono reso conto che probabilmente mi sono avvicinato in quel momento alla fotografia. Successivamente, mi sono allontanato, per poi ri-avvicinarmi intorno ai ventiquattro, venticinque anni. Durante alcuni viaggi, mi sono reso conto di avere questa passione e di essere anche abbastanza predisposto.   C’è un modo particolare con il quale nascono le tue fotografie, con il quale osservi la scena e decidi di scattare? In linea di massima, osservo la scena e poi scatto. Molte fotografie nascono prima. Voglio dire, nascono prima nella mia testa, le vedo prima di scattare. Se sono fortunato, e non perdo molto tempo, riesco a realizzarle.   Il tuo progetto fotografico si intitola Napoli Photo Project.  Napoli come protagonista, una città dalle mille sfaccettature, una città di cui spesso si sente parlare in modo negativo. Cosa pensi di Napoli e perché hai scelto di dedicarle un progetto fotografico. Delle mille sfaccettature, novecentocinquanta sono quelle positive. Napoli è una città che ha molte cose da raccontare, molte cose da far vedere.   Dunque, come nasce il tuo progetto? Napoli Photo Project nasce dalla mia voglia di tracciare una strada. Nel momento in cui ho compreso ciò, ho capito anche di avere una grande opportunità scegliendo Napoli per le mie fotografie.     Hai deciso di lanciare Napoli Photo Project su Instagram. Una sfida oppure una scelta ponderata? Una scelta ponderata. Ho conosciuto Instagram due anni prima rendendomi conto della sue potenzialità ed ho pensato che potesse essere il giusto mezzo per lanciare il mio progetto.   Le fotografie esposte sono tutte quasi in bianco e nero e presentano il formato quadrato, un formato un po’ insolito nel mondo della fotografia. E’ una scelta anche questa? Come mai? Si. Ho fatto questa scelta per dare qualcosa di nuovo. Il taglio quadrato non è un taglio classico nella fotografie e tante volte nemmeno viene riconosciuto. Diciamo che bado poco al metodo accademico, mi piace concentrarmi di più sull’immagine.   Quindi, qualcosa di originale, quasi come fosse una tua firma. Si, esattamente.   Cosa pensi della digitale e della postproduzione? C’è una differenza sostanziale tra la fotografia analogica e la fotografia digitale: con l’analogico il lavoro terminava nel momento in cui si scattava; con il digitale, il lavoro inizia dopo lo scatto. Però, è una questione di punti di vista. La cosa più importante di una fotografia è ciò che trasmette!   Cosa ti aspetti da questa mostra? In genere, nella mia vita non mi aspetto mai niente da queste situazioni. Spero che in futuro ci possano essere altre occasioni.     Napoli Photo Project: http://instagram.com/napoliphotoproject
In conclusione. Condannato a morte. The punk version: cosa c'era da vedere, cosa ci ho visto io
Ottobre 18
Cosa c'era da vedere. Condannato a morte. The Punk version: rivisitazione del testo di Victor Hugo di Davide Sacco, regista di appena ventitré anni, il quale, alla fine del suo spettacolo, così come era successo in precedenti occasioni quali, ad esempio, la conferenza stampa di A(s)oli Giovani tenutasi presso Palazzo San Giacomo l'otto ottobre scorso, ribadisce con molta emozione, ma anche con grandi forza e passione, l'importanza della cultura, l'importanza di crescere, imparare, di dimostrare il proprio valore. L'importanza dell'arte, della bellezza, del tempo prezioso. L'importanza delle possibilità, delle porte aperte, della città che non deve lasciar andare via i suoi figli, così giovani e pieni di talento, ma trattenerli, proteggerli. L'importanza della città che non deve morire.  Per chi ha appena assistito allo spettacolo, non è difficile comprendere le sue parole. Sembra che Davide Sacco, prima di mettere in scena l'opera rivista, abbia dialogato col maestro Hugo, che gli abbia chiesto consiglio sul modo migliore di riportare quella storia ai nostri giorni e che abbia trasformato sogni e visioni in scene, dialoghi, carne e sangue. Amnesty International è madrina d'eccezione di questo spettacolo dalle tinte forti, per sapere, riflettere, capire. Sì, perché riflettere sulla morte non è mai tempo perso, riflettere sulla pena di morte, meno che mai. E Amnesty può far riflettere il pubblico di Condannato a morte. The Punk version, con dati concreti e fatti ancora terribilmente attuali.  Cosa ho visto io. Ma non voglio che la mia recensione di questo spettacolo si limiti solo a una descrizione generale e superficiale. Perché io c'ero, ero in mezzo al pubblico e là, sulla scena, ho visto molto di più. C'è un palco senza palco, un pavimento di assi che il regista ha poi definito "da ponte". Assi scricchiolanti, certo, ma anche, tutto sommato, capaci di dare il loro strano e originale contributo a formare un quadro insolito. Forse proprio il contrasto tra queste vecchie assi di legno e le luci al neon montate a formare un rettangolo rosso e bianco contribuisce a creare questa atmosfera un po' retrò, un po' new age, un po' lugubre, un po' malinconica, un po' comica, un po' horror, un po' punk. E tutte queste cose stanno insieme a braccetto e formano la gabbia dentro la quale il protagonista si contorce e strilla e ride e ci presenta sul vassoio d'argento del "bene dello Stato" la sua morte.All'inizio non mi fido granché di questo boia che, fischiettando un inquietante motivetto, cammina a grandi passi nell'oscurità, facendo tremare gli spalti e giocando con il pubblico. Me lo ritrovo sulla testa, ad un certo punto, appeso a una ringhiera sopra la platea e penso di essere finita in un film dell'orrore, "L'enigmista" magari. L'aguzzino continua la sua passeggiata fischiettando, giubbotto di pelle, borchie, anfibi e cappuccio compresi nel prezzo. Decide di non voler essere solo in quello spazio vuoto, ancora in costruzione, e così indica persone fra il pubblico e ordina (letteralmente) loro, pur restando in silenzio e servendosi solo di un indice perentorio, di prendere posto su (a quanto sembra) scomode panche sulla scena. Sì, lo ammetto, inizio a ripetere mentalmente "NonScegliereMeNonScegliereMeNonScegliereMeNonScegliereMe" e, per fortuna, vengo lasciata al mio posto.Ma ecco, il giustiziere punk ha, ora, il resto dei suoi personaggi, non è più solo. Il pubblico partecipa allo spettacolo e legge e recita, guidato dal maestro d'orchestra, sempre lui, il boia, che farà ripetere ai suoi nuovi adepti la stessa frase più e più volte: "condannato a morte". Adesso sì che è tutto chiaro, caro Davide: vuoi che siano tutti partecipi dell'esecuzione che stai per raccontare, perché tutti capiscano di essere responsabili di questa vita che sta per essere spenta, vuoi che tutti sentano di essere carnefici, per il semplice fatto di non aver agito per salvarla. Saranno forse tutte queste riflessioni preliminari a lasciarmi senza fiato quando, passo dopo passo, spettatore dopo spettatore, il boia arriva al centro del suo rettangolo di ferro e luci, nel mezzo della cella, come a conclusione di una danza macabra, e, tolto il cappuccio, si trasforma improvvisamente nel prigioniero "condannato a morte". Sono davvero impressionata dall'incredibile bravura di Orazio Cerino, unico interprete di un angosciante viaggio verso il patibolo. Con le parole costruisce pareti e sbarre e abiti e odori, suoni e atmosfere.                                             Con le intonazioni della voce, i gesti, gli sguardi e le espressioni del viso porta dinanzi ai nostri occhi stupefatti una sfilza di personaggi, dal secondino, al giudice, all'avvocato azzeccagarbugli, al compagno di cella fuori di senno, alla figlioletta di tre anni dagli occhi grandi. In realtà, non è tanto questa sfilata a stupirmi, quanto il mutamento repentino che Orazio ci mostra nell'interpretare il prigioniero e il suo stesso carnefice.                                              Condannato a morte.Cosa pensate accadrebbe se vi trovaste a vivere gli ultimi giorni, ore, attimi della vostra vita, sapendo di dover morire, di dover andare incontro ad una esecuzione voluta dalla legge per il bene dello Stato. E lo Stato non conosce voi e voi non riconoscete lo Stato. E per tutti siete solo un "condannato a morte". E lasciate i vostri affetti più cari. E anche se non siete ancora morto, tutti vi hanno già pianto. E perdete il senso della realtà e vi pare di sentire, di capire i pensieri della gente che vi ha giudicato, condannato, dimenticato.Colpevole, colpevole, colpevole.Condannato a morte. Cosa ci ho visto io in questa rassegna, in questa rivisitazione di Hugo, in questi giovani attori di talento, in questi ragazzi che sono riusciti a lavorare fianco a fianco, giorno dopo giorno, fino a portare il loro spettacolo sopra quel palco di vecchie assi di legno? Il futuro.     Concluso il primo ciclo di tre repliche di "Condannato a morte", non perdetevi il secondo spettacolo della rassegna A(s)soli Giovani, Gang Bang, dal romanzo di Chuck Palahniuk, in scena ancora questa sera, alle 20.30, e domani, alle 17.30, presso Sala Assoli, Vico Lungo Teatro Nuovo, 110.   Ideatrice della rassegna: Emma Di Lorenzo.   Info e prenotazioni:botteghino@associazioneassoli.it08119563943 / 3394290222    
Treni, ritardi e avarie
Ottobre 17
«Stop that train...» cantava Peter Tosh molti anni fa, e (anche) oggi un treno si è fermato: il Regionale 34846 proveniente da Vallo della Lucania e diretto a Napoli Centrale ha interrotto la sua corsa poco dopo Salerno in prossimità della stazione di P.M. Torricchio.   Fin qui nulla di strano, anche dopo i primi 10' di sosta i viaggiatori hanno pensato di dover semplicemente dare la precedenza a un treno veloce. Tuttavia dopo i primi 24 giri della lancetta dei secondi un messaggio dall'altoparlante getta i presenti nel panico:«Se tra i viaggiatori è presente un macchinista F.S. si rechi con un urgenza presso il locomotore o contatti il Capotreno.» Tutto questo per un freno rotto, in un convoglio peraltro nuovissimo.     Qualcuno inveisce contro il Governo, altri se la prendono con la malasorte e i più fantasiosi ipotizzano addirittura un coinvolgimento dell'ISIS considerato l'inestimabile valore strategico di P.M. Torricchio; un ragazzo africano scuote il capo:"Italy's over, man..." dice.     La disavventura si conclude col treno che ritorna a Salerno, dove pochi minuti dopo un Intercity accoglie a bordo i viaggiatori (senza sovrapprezzo, eh!) conducendoli fino a Napoli.   «E che ci giunga in giorno, ancora la notizia di una locomotiva come una cosa viva lanciata a bomba contro l'ingiustizia...»
12 anni e mi sposo!
Ottobre 16
Sapete di cosa parlo. Almeno una volta nella vita, abbiamo letto un articolo, ascoltato qualche notiziario e persino in questa rubrica ne abbiamo più volte parlato. Eppure la cosa non ci affligge, imbronciamo il viso, addirittura gli occhi possono farsi lucidi per un momento, ma poi laviamo via col sapone della quotidianità lo sporco del mondo.   Forse è giusto che sia così, forse sono talmente tante le bruttezze che affliggono il mondo (e quello femminile ha la meglio in questo!) che non possiamo farci carico di tutte le esperienze brutte, almeno non di quelle così lontane. Così siamo abituati a vederle, bellissime e innocenti con la pelle ambrata e gli occhi grandi dalla paura, quasi ridicole con quei veli e abiti nuziali: 12enni fidanzate con uomini che potrebbero essere i loro papà, i loro nonni.   Ma le distanze geografiche e gli stili di vita ci graziano e ci lasciano vivere le nostre vite lontano da queste angosce " non è colpa mia se il mondo va a rotoli! " Tutto vero. Ma qualcosa è necessario che resti, qualcosa deve rimanere impressa nella società della bambagia. Così, in occasione dello scorso 11 ottobre, giornata internazionale delle bambine e delle ragazze, la Norvegia lancia una campagna di sensibilizzazione in cui la sposina in questione non è una vietnamita, un'africana o un'indiana, ma una biondissima bambina nordica.   Il senso? Quello di shoccare, di smuovere le coscienze, di farci riflettere sul fatto che una bimba così potrebbe essere nostra figlia o la sorellina. Spesso si pensa che nei Paesi al di fuori di questo benedetto Occidente ( dove non mancano i mali di una società corrotta e malsana), in quei Paesi scordati da Dio e dagli uomini, il male minore sia quello di dare una ragazzina nelle mani di un uomo che, se non altro, le dia certezze e protezione. Ma non è così. Le bambine perdono i diritti di una vita alla pari. Di una vita normale, di una vita alla ricerca del proprio talento, delle proprie ambizioni e nessuna, ma proprio nessuna di noi scambierebbe la propria vita con la semplice sopravvivenza!   Qui il sito:/diario della campagna norvegese: http://stoppbryllupet.blogg.no 
Zerocalcare reloaded: ecco "Dimentica il mio nome"!
Ottobre 16
Qualche mese fa, al Salone del Libro di Torino, Zerocalcare ha fatto una chiacchierata pubblica con il suo editore, Michele Foschini della BAO Publishing. In quell'occasione è stata chiarita la natura strettamente personale della storia oggetto libro in uscita: insomma, eravamo stati avvisati. Dimentica il Mio Nome è in qualche modo un ritorno alle origini – anche La Profezia dell'Armadillo raccontava una situazione dolorosa realmente vissuta – ma è anche un vero spartiacque nella la carriera del fumettista di Rebibbia. Quello che abbiamo imparato ad apprezzare ogni maledetto lunedì su due, grazie ad una sconfinata cultura pop che fa rivedere pezzi interi della nostra vita nella sua, è Zerocalcare. Ovviamente le sue sopracciglia sostanziose e gli amici strampalati non ci abbandonano in questo volume, ma insieme all'Armadillo stavolta troviamo soprattutto Michele Rech, straordinario narratore di una storia difficile quanto intricata e affascinante. Il libro si sviluppa in 236 pagine di disegni e parole in bianco, nero ed arancione e, come sempre, si sorride, si ride, ci si immedesima. Solo i lettori più attenti comprenderanno che dietro all'apparente scorrevolezza si staglia la fatica enorme dell'autore, che ha misurato ogni parola e pesato ogni tratto per poter condividere qualcosa di particolare e controverso, tutelando comunque l'intimità della sua famiglia. Volutamente, non rivelo nulla della trama: sarebbe un peccato, meritate di scoprire tutto da soli, dal 16 ottobre. Sappiate solo che cose e persone non sono davvero mai, mai, mai come sembrano.
Napoli Photo Project. La città partenopea secondo Giuseppe Divaio
Ottobre 15
Com’è che si dice? Vedi Napoli e poi muori. Napoli, la bella Napoli, tanto amata e tanto odiata. Una città piena di contraddizioni, una città dove o sali o scendi. Napoli. Punto.   È lei l’unica protagonista di un progetto fotografico che porta il suo nome, Napoli Photo Project, realizzato dal fotografo napoletano Giuseppe Divaio. Lo scopo? Mostrare a quante più persone possibili Napoli, quella reale, quella della sua gente, quella che fa innamorare chiunque abbia la possibilità di visitarla, quella che i media non mostrano mai.   Giuseppe Divaio, si avvicina alla fotografia nel corso di alcuni viaggi, dove sviluppa una particolare predisposizione nel riportare scene di vita reali dando risalto ai colori e lasciando immutate le atmosfere. Nel corso degli anni, affascinato da alcuni celebri fotografi, comincia a studiare da autodidatta la fotografia per poi trasferisti per un anno a Roma durante il quale si dedica alla ricerca di temi fotografici da sviluppare riuscendo a tirar fuori ciò che contraddistingue i suoi scatti. Tornato a Napoli inizia diverse collaborazioni alternandole a reportage sulla città come Napoli Photo Project.   Il progetto viene lanciato ad aprile 2013 attraverso la piattaforma Instagram. Due mesi dopo, Napoli Photo Project viene inserito, per quindici giorni, tra i Suggested User di Instagram, scegliendolo tra 150 milioni di contatti da tutto il Mondo e definendo le foto “fantastiche”. Un progetto work in progress che ad oggi conta circa settanta fotografie.   Napoli Photo Project verrà presentato a Napoli venerdì 17 ottobre alle ore 19.00 presso il Sottopalco Cafè al Teatro Bellini di Napoli.     Napoli Photo Project: http://instagram.com/napoliphotoproject
Se evito il conflitto, sto meglio: la confluenza.
Ottobre 14
  Spesso sentiamo dire nelle relazioni di qualsiasi genere che l’altro si difende troppo, oppure noi sentiamo il bisogno di difenderci. Ma da cosa ci si difende, da cosa si resiste? Le difese vengono utilizzate quando c’è paura, quando c’è troppa angoscia e ci si sente in pericolo. Si sente, più o meno consciamente, che ci si deve trattenere dal fare qualcosa o dall’essere e dal manifestarsi in un qualche modo, principalmente davanti a qualcuno ma anche con se stessi. Tra le varie modalità di difesa dal dolore e dalla frustrazione c’è la Confluenza. Che cos’è? La confluenza è una delle modalità di difesa più serie perché quando è eccessivamente presente l’individuo non ha la capacità di avere un’identità separata dal mondo. Essere confluente con l’ambiente, con l’oggetto, (oggetto inteso come l’altro: un genitore, il nostro partner, un amico, qualsiasi cosa che sia altro da noi) significa che non si sa chi si è o che si sperimenta davvero e si risponde soltanto alle aspettative dell’ambiente. Quando sono confluente non ho gusti miei o meglio evito di averli, non ho preferenze, sono fuori contatto dalle mie emozioni, dai miei sentimenti, non mi faccio domande e sono scarsamente o per nulla consapevole di tutto ciò. La confluenza può essere più o meno importante. Nella sua forma più severa non vi è la minima capacità di differenziazione. Si è totalmente fuori contatto e si vive in uno stato di simbiosi, di fusione, originato dal rapporto con la madre, come se si avesse una specie di corpo con due teste (io e te siamo uno). Le persone confluenti in genere evitano di sperimentare ed entrare in conflitto con gli altri e preferiscono conformarsi alle aspettative del prossimo. Sono tipi pacifici con forti caratteristiche protettive e con la tendenza a sminuire l’intensità dei problemi e ad aggiustare tutto “come se non fosse successo niente”. Non accettano e nel fondo sperimentano rancore quando qualcuno trasgredisce gli accordi impliciti del vivere quietamente e in pace e sono attraversati da tremendi sensi di colpa quando sono loro a trasgredirli o quando semplicemente contraddicono qualcuno e rompono l’equilibrio. Sono pieni di aspettative e sospettosi verso tutto ciò che è nuovo. Hanno poca interiorità e preferiscono di gran lunga l’inconsapevolezza e “l’anestesia” dai propri vissuti evitando in tal modo di scoprire le proprie risorse perché non vogliono saperne di sviluppare interiorità e potere personale in quanto ciò potrebbe costituire un fattore destabilizzante. Nella sequenza riportata nel link qui sopra, tratta dal film “Il matrimonio che vorrei” si presenta ai nostri occhi una vignetta riassuntiva della routine di vita dei due coniugi caratterizzata da due “singletudini”; formalmente si rispettano e usano toni gentili, ma i silenzi sono carichi di risentimento e rabbia. Un politically correct che finisce per essere una gabbia per entrambi. Ma…ma tutte le resistenze hanno anche degli aspetti che sono considerati auspicabili. Per esempio la confluenza è un aspetto positivo quando c’è la necessità di lavorare come gruppo per un obiettivo comune, il cosiddetto “gioco di squadra”. Infatti in certe circostanze l’eccessivo individualismo va a discapito del collettivo. Il vantaggio dell’atteggiamento confluente oltre che nei lavori di squadra e nelle organizzazioni lo si può osservare anche nel rapporto terapeutico: l’empatia rappresenta una utile manifestazione della confluenza, nell’essere insieme, un essere insieme con solidarietà. Anche nella sessualità, l’orgasmo simultaneo può essere considerato una buona confluenza nel rapporto con il proprio partner per il raggiungimento di una intimità maggiore o di una gioia condivisa. Se si suona in un’ orchestra tutto funziona certamente molto meglio se ci si adatta agli altri strumenti cercando di creare un’unica armonia. Come nella scena finale di “Le Concert”. Quindi il problema non è il conflitto, la paura, il dolore o la frustrazione: “Meglio non sentire tutto ciò!” ma l’uso che ne vogliamo fare.    
Luigi Scaglione e l'arte di eternare l'emozione: un omaggio a Lawrence Carroll e al suo "Freezing Painting"
Ottobre 14
Con Luigi Scaglione ogni promessa è un debito che viene brillantemente saldato. La storia inizia circa due anni fa, al Napoli Film Festival del 2012: è lì che MyGeneration incontra per la prima volta il giovane regista partenopeo, e fu subito “coup de foudre” per una voce emergente ma forte, quasi profetica. In tal senso, basti pensare al graffiante corto “Il principio del terzo escluso”, che arrivò perfino a Cannes nel 2012: una critica pertinente alle ambiguità dello Stato nella gestione della questione “droghe leggere”; i primi passi verso la produzione autorizzata di “canapa terapeutica” fanno capire come occorressero contribuiti quale quello di Luigi all’interno di un dibattito troppo spesso asfittico. Ma appunto, ogni promessa con lui è debito, e se l’ultima volta si era parlato di un progetto in fase avanzata di post-produzione, eccolo adesso arrivato a conclusione: “Freezing Painting – Lawrence Carroll”, in anteprima a Napoli il 17 ottobre, presso il Teatro Augusteo, e già selezionato per il festival internazionale “ArteCinema”. L’ultimo lavoro di Luigi è un documentario nel senso più puro del termine: un cortometraggio che non sposa una tesi, ma segue con rispetto e dedizione il fantastico lavoro di un’artista fuori dagli schemi, l’australiano Lawrence Carroll. È la settima arte che incontra l’arte più antica, quella pittorica, declinata a sua volta in maniera spettacolare e avveniristica: un dipinto congelato con ben 800 litri d’acqua, che campeggiava alla Biennale di Venezia del 2013 nel padiglione della Santa Sede, nel settore dedicato alla “Ri-Creazione”, a Carroll affidato, nell’ambito di una rivisitazione di vari temi della Genesi biblica. Un’opera spettacolare frutto del genio dell’australiano e delle capacità ingegneristiche napoletane dei professionisti dell’azienda “Costruzioni meccaniche la Montagna”. Luigi conobbe Carroll a Venezia, dove il primo era uno studente emigrante e il secondo era un professore anch’egli emigrato: entrambi, con i loro rispettivi ruoli, allo IUAV lagunare (Istituto Universitario di Architettura di Venezia). Scherzo del destino: Luigi, avendo un differente percorso di studi, non ha Carroll come insegnante, ma i percorsi di vita di entrambi alla fine si intrecciano, come si intrecciano Venezia e Napoli nel progetto di vita e lavoro di Luigi: due città diverse, eppure accomunate entrambe dall’acqua, l’elemento primordiale, il principio di tutte le cose secondo Talete, lo strumento per eternare un’emozione secondo Carroll. Di ciò Luigi Scaglione dà un’impagabile testimonianza, con il supporto della casa produttrice “Oltrecielo” da lui fondata: più che dei collaboratori, tra cui Davide Della Corte autore della bellissima musica del cortometraggio, una famiglia. Ma il lavoro di Luigi non si ferma certo qui. Il grande progetto è quello di un lungometraggio: il sogno di una vita che si può realizzare con la politica dei piccoli passi, nonostante il momento non felice del cinema italiano, stretto nella morsa della crisi. Nel breve, dopo la felice esperienza di “Uomo libero amerai sempre il mare - memorie della marineria sorrentina”, Luigi Scaglione tornerà a raccontare la penisola che mezzo mondo invidia all’Italia, per fare come Lawrence Carroll: rendere eterna un’emozione. E, inoltre, per inorgoglire tutti i napoletani, consci che il talento, se abbinato al sudore, paga sempre.
“Condannato a morte. The Punk Version”, riflessione acuta e spietata sul tema della pena di morte
Ottobre 13
Siamo soliti scandire il nostro divenire nella sistematica apparentemente corretta e precisa della semiretta temporale. Come se la quantità fosse più importante della qualità, viviamo, forse per errore, nella classificazione limitata del nostro essere : quando ero bambino facevo.. quando ero adolescente immaginavo.. quando ero adulto lavoravo.. quando sarò vecchio forse non ricorderò.. ma quando sono stato realmente io? Catalogare la vita non è sicuramente sinonimo di consapevolezza del proprio essere, ma cos'è la vita se non l'unico percorso in cui ci è concesso di conoscere noi stessi nel bene e nel male e al di là del tempo e dello spazio? Il traguardo  della vita non può essere quindi il suo termine, il tempo scompone l'uomo nella sua fisicità ma è la capacità di comprendersi negli sbagli e nella rettifiche che lo compone nella sua essenza permettendogli un arrivo più dignitoso e responsabile. Catalogare la morte è lo stesso identico discorso. Non esiste la morte dignitosa o la morte meritata, la morte naturale o quella dovuta. Esiste solo un tragitto, il nostro. E nessuno può interromperlo e quantificarlo. “Condannato a morte. The punk version” è uno spettacolo che diviene riflessione acuta e spietata sul tema della condanna nel suo significato più intrinseco. E' una voce di dolore contro l'apparente “omicidio legale” che commette lo Stato nei confronti del loro “omicida illegale”; due facce opposte di una stessa medaglia su cui il confine tra lecito e illecito è marcato dalla sola concezione dello Stato-potere e dell'uomo-sottomesso. Protagonista dello spettacolo non è il condannato ma l'idea che sopravvive in lui e che coinvolge il pubblico in un linguaggio comune: se è il tempo che costruisce un uomo e se togliere il tempo alle persone che sbagliano è divenuta la punizione afflitta dalle entità supreme e l'amara vendetta di chi soffre, avete mai provato ad immedesimarvi anche solo per un secondo nella mente e nella condizione di un uomo destinato a morire per volontà altrui? Straordinaria la visione registica di Davide Sacco che oltre ad aver riadattato il testo teatrale tratto da “L'ultimo giorno di un condannato a morte” di Victor Hugo, ha consentito al pubblico di entrare nel tema dello spettacolo e di sentirsi parte integrante di un'idea concreta e non di un'astrazione teatrale. Il palcoscenico è una gabbia aperta che accoglie il suo pubblico pensante e si trasforma in un ring dove combattono imponenti l'umiliazione, il dolore, la paura, il distacco; sentimenti interpretati splendidamente dall'attore Orazio Cerino. Ci si chiede dov'è finita la funzione rieducativa e riabilitativa della pena, il concetto di diritto inviolabile della vita, e tutte quelle belle storielle che circondano l'opinione democratica di cui tutti parlano. Ebbene sono ancora 58 i paesi nel mondo ad “adottare” la pena capitale (tra cui anche gli USA in cui regna la “democrazia”) e sono ormai trascorsi centinaia di anni dal primo scontro degli abolizionisti. Si potrebbero citare tanti nomi tra cui Cesare Beccaria che nel 1764 finalmente si chiese quale fosse il senso perverso di uno Stato che punisce un delitto commettendone uno a sua volta, ma anche moderne associazioni come Amnesty International che continuano a contribuire alla formazione di un pensiero sociale realmente libero. E poi c'è ovviamente il tramite comune più importante che è il mondo artistico abitato dai suoi talenti, che rendono accessibile e trasmissibile a tutti il portale della conoscenza e della poesia. Un connubio che si riscontra decisamente in “Condannato a morte. The Punk Version” da non perdere dal 14 al 16 ottobre al teatro Sala Assoli. 
I 5 segnali che sei pronta a ricominciare!
Ottobre 11
L’hai desiderato, l’hai avuto, l’hai amato. Ti ha lasciata. Ti sei sentita disperata, illusa, abbandonata. Non si contano le lacrime versate e i relativi pacchetti di Clinex consumati, le serate chiusa in camera a ricordare, le telefonate alle amiche (che non ne possono più di sentir parlare ancora di lui!) in cerca di conforto, gli abbracci al cuscino o al gatto, immaginando fosse lui, i barattoli di Nutella su cui ti sei avventata, le canzoni e i film d’amore più deprimenti della storia con cui ti sei narcotizzata. Sì, sei passata per l’inferno. E le fiamme sono state tanto più dolorose quanto più grande era l’amore che portavi nel cuore. Ma c’è una fine per tutto, prima o poi. Anche per il mal d’amore. Quando? Impossibile stimare un tempo, ciascuno ha il proprio! Non badare a chi ti dice che sei “fuori tempo massimo”. Ti rialzerai, ricomincerai a credere nella possibilità di avere un’altra storia. Di innamorarti ancora. Questi sono i segnali che ti diranno che sei sulla buona strada….   1. Finalmente sei libera dall’angosciante paura di essere affetta da un disturbo ossessivo compulsivo. Sì, perché non hai più l’esigenza maniacale di collezionare “notizie” che lo riguardino. Non chiedi più in giro agli amici comuni cosa lui stia facendo o se si sia fidanzato, non guardi più il suo profilo Facebook, non ti interessa sapere quando si è connesso l’ultima volta su Whatsapp. Complimenti, questo è uno dei segnali più importanti! 2. Ricominci a guardarti in giro. Gli individui di sesso maschile non ti appaiono più come dei cactus o, peggio, degli esseri inanimati! Certo, i primi tempi ti sembreranno tutti non alla sua altezza (anche se era un nano!) ma pian piano, tra centinaia di maschietti insulsi, spiccherà quello che troverai interessante. Non importa che tu lo conquisti o meno, l’importante è che hai ripreso ad essere interessata all’universo maschile. 3. Ti svegli una mattina con una bella sensazione di benessere. Hai sognato di stare con un uomo che non fosse lui. Che esista o meno, che sia il tuo attore o contante preferito, non fa differenza. Il tuo inconscio non sta più associando il tuo bisogno di affettività all’uomo che non ti ha voluta. Questa è davvero una grande conquista! 4. Ti accorgi che anche le pietre esultano al tuo passaggio. Hai un’aria diversa, il tuo corpo, in qualche modo misterioso, sta vivendo una nuova primavera e gli altri intorno a te lo avvertono. Hai dismesso il cartello con su scritto: CHIUSO PER LUTTO. Trasmetti un’energia vitale che non pensavi più di avere. Il baco da seta sta facendo spazio ad una meravigliosa farfalla pronta a spiccare il volo. 5. Accetti l’invito di un uomo ad uscire insieme. Una pizza, una birra, un film al cinema, un semplice caffè. È arrivato il fatidico momento in cui sei pronta a confrontarti con ALTRO, sei pronta a metterti in gioco, anche solo per dire a te stessa: “No, non fa per me”. Sei consapevole che solo sperimentando puoi capire davvero cosa e chi cerchi. Trovarlo non ti sembrerà più un’operazione impossibile ma solo una questione di tempo e di una scelta giusta! Auguri, sei pronta ad amare di nuovo. E quando accadrà, tutto il dolore sarà ormai un ricordo.
Bel-Ami - Guy de Maupassant
Ottobre 10
Qualche settimana fa, mossa da una curiosità vacanziera, ho deciso che era il momento di colmare un vuoto nella mia carriera di lettrice. Allora sono andata davanti alla grande libreria dei miei e ho cercato con lo sguardo un romanzo che sapevo essere lì, nella sua vecchia edizione economica, ad attendermi. Ed eccolo, infatti, Bel-Ami, col dipinto di Toulouse-Lautrec che mi guardava enigmatico dalla copertina. L'ho cominciato come si comincia un classico, con una sorta di rispetto misto a scetticismo, una certa aria di sfida come a dire “ora vedremo se ti sei meritato il posto d'onore che ti hanno dato”. In fondo è questo il destino dei classici, di riaffermare la loro superiorità ogni volta che un nuovo lettore li prende in mano. Quel che non capita sempre, però, è che oltre a confermare il loro valore, i classici ci stupiscano con la loro scorrevolezza e la loro semplicità.   Questo è il caso di Bel-Ami, capolavoro di Maupassant e ritratto fedele della società parigina degli ultimi decenni del diciannovesimo secolo. Le avventure amorose e lavorative di Georges Duroy si snodano davanti ai nostri occhi senza bisogno di essere incalzate, senza punti morti o passaggi pesanti, susseguendosi come legate da un filo invisibile. Il risultato è che noi vogliamo saperne di più, vogliamo sapere fino a che punto si spingerà questo astuto arrivista pur di completare la sua scalata sociale. A quante altre donne dichiarerà il suo (falso) amore? Quanti altri uomini lo ammireranno per la sua capacità di cavalcare l'onda del successo? Eppure, ammettiamolo, Duroy non ci piace, e non piaceva nemmeno a Maupassant, che lo ha concepito come un antieroe in piena regola: il lettore non è invitato a simpatizzare con lui, bensì a disapprovarlo e ad allontanarsene. Certo, il giovane è intelligente e merita una certa dose di riconoscimento, ma la sua mancanza di sentimenti a volte ci ferisce. Con che scioltezza però l'autore lo fa muovere nella Parigi dei giornalisti e dei politici, con che maestria lo usa per ironizzare e criticare la corruzione di tale società! Trovano spazio senza il minimo sforzo anche riflessioni più profonde sulla morte, come quelle espresse dall'anziano poeta Norbert de Varenne, ma Duroy non vi indugia poi troppo, anzi, le combatte con la sua incessante vitalità, la sua brama, i suoi progetti. Non è forse ciò che facciamo tutti, ognuno in misura diversa?   Bel-Ami è un romanzo dalle tante sfaccettature. È un'analisi socio-politica accurata ma discreta, è uno spaccato di vita di un'altra epoca, è il ritratto di un uomo non diverso da molti altri, forse solo più fortunato e più furbo, è un insieme di pettegolezzi che ci stuzzicano la curiosità... E probabilmente è tante altre cose ancora che ognuno scoprirà leggendolo, perché non si deve essere dei letterati per godere delle parole di Maupassant, e questo è forse il suo pregio più grande.  
Truffe casalinghe. Lo strano caso dei contatori elettrici con marchio "furbetto".
Ottobre 09
Curiosando su Internet molto spesso si scoprono truffe ai danni dei cittadini che neanche lontanamente potremmo immaginari. Questo è il caso dei contatori elettrici non a norma. La maggior parte delle cassette bianche che ognuno di noi ha in casa non è omologata. Facciamo una netta distinzione tra i contatori a norma e non. Su quelli contraffatti vi è un marchio “CE”molto ravvicinato che nella grafica ricorda il marchio cinese “China export” invece che quello europeo.   La marchiatura esatta invece è quando “CE” non è ravvicinato ed è seguito da “M + l’anno” (esempio M 06) e il numero di serie. Se non trovate sul vostro contatore il marchio esatto siete di fronte al caso di un contatore non omologato. Ciò non comporta danni alla salute, ma potrebbe causare danni più frequenti al dispositivo, display che non segnano dati e dati che non possono essere letti. E poi , volendo pensare male, chi ci assicura che non si possano venire a creare vantaggi o svantaggi per determinati utenti ,stabilendone da remoto il consumo?  Per fare chiarezza sulla vostra situazione si può sia chiamare il numero verde dell’Enel(800 900 800) sia iscriversi alla Class Action contatori promossa da CODICI (Centro per i Diritti del Cittadino). Bisogna tesserarsi utilizzando il modulo online (http://www.codici.org/iscriviti-alla-associazione.html) e una volta scaricato è necessario inviarlo allegando copia dell’ultima fattura di energia elettrica e la copia di un documento di identità valido. 
"Sin City 2": un sequel per cui "uccidere"
Ottobre 08
Cominciamo dall’aspetto che più mi ha divertito di tutto il film: che vai a fare a giocare a poker con senatore Rourke se, quando vinci, lui ti scuoia la famiglia? “Capo io avrei tris, ma solo se me lo consente… ah no, lei ha solo coppia… vabbè dai foldo, si prenda tutto”. E’ inutile, e dà l’idea che i quattro fessi che stanno al tavolo con lui siano quello che effettivamente sono: comparse che servono a Gordon-Levitt per dimostrarsi l’unico figo (peraltro con uno stile di gioco che neanche Asso di Celentano). Andiamo avanti. A livello cromatico, non ho capito se a un certo punto l’innovazione del genere si è fusa con un tutorial di After Effects, e non mi spiego perché una tricromia come bianco rosso e nero con pochissime variazioni sia improvvisamente diventata un bordello inenarrabile di colori come il rosa, l’arancione e il “blallo”. Sicuramente sono gusti, ma se io dico “faccio un film in bianco e nero”, e poi ci sono i colori, che film è? Apprezzo molto la coralità, sin da quando ho visto la prima puntata di Game of Thrones anni orsono, e non ho niente da dire sulle performance dei singoli attori, solo che la vedo un po’ sprecata: la trama non ha un climax di nessun tipo, la gente muore e non si riesce ad apprezzarlo, e persino le sberle sono banali e senza fantasia (eccetto naturalmente la piccola ninja, che costituisce un punto fermo di qualsiasi approccio mazzatistico alla filmografia americana). Si poteva fare molto di più, imbastire un gioco molto più grande di singole storie con piccoli nemici, o quantomeno dare una scala di eventi che rendesse il finale un po’ meno scontato. Dio santo, Marv è riuscito a ferirsi a causa dell’inceppamento di una mitraglietta (lui che ha due metri quadrati di pugno), pur di lasciare Jessica Alba sola con il senatore. Questa è forzatura. Un altro punto dolente, leggete tutto prima di urlare: la nudità. Beninteso, chi scrive non è un puritano e non si scandalizza certo per un paio di tette (in un film con decapitazioni e smembramenti, poi…), ma c’è un limite a quello che registicamente si può far passare per “metafora”. Spiego: in “Sin City” c’erano scene con Jessica Alba vestita in modo provocante, ed era giusto che ci fossero. Lei rappresenta l’angelo deviato che esiste nella mente di tutti gli sfigati del pub, che la vogliono ma non l’avranno mai, e i suoi movimenti sinuosi irretiscono la mente di tutti coloro che la considerano inarrivabile, perché vedono in lei non soltanto un paio di cosce, ma anche la metafora del perdono e dell’innalzamento (non inteso biblicamente, ma del sollevarsi dalla condizione di sfigato del pub). Nel secondo film invece l’idea che passa è completamente diversa: uomini spessi come il burro si fanno sbatacchiare da una donna completamente nuda salvo poi ricordarsi che sono uomini e “trovare la forza” di ammazzarle. Un messaggio che, a voler essere gentili, è fuorviante. Ed è un peccato perché Eva Green è un’attrice fenomenale, vestita e non, ma fa un ruolo che la butta nella stereotipia più cupa, compreso lo spiegone dopo che le ammazzano il marito. La storia di Jessica Alba invece procede coerentemente rispetto al primo film, e alla fine è quasi godibile, pur essendo leggermente anticlimatica. In definitiva un film che sarebbe stato anche bello se non avesse avuto un predecessore come “Sin City”, ed è un vero peccato perché le idee registiche ci sono e si vedono, il cast c’è e si vede, ma manca tutta quella voglia di indagare il profondo dell’animo umano che c’era nel primo film. Consigliato? No. “Ma io sono fan del primo”. Appunto. 
"Lucy": il 100% di niente
Ottobre 08
Cominciamo col dire che questo film ha un inizio un po’ traballante, di quelli che, utilizzando un po’ di vocabolario nerd, potrebbe utilizzare un dungeon master inesperto quando vuole introdurci a tutti i costi in una campagna di Dungeons and Dragons che ha già in mente, senza considerare praticamente nient’altro. Allo stesso modo, una ragazza qualunque viene in contatto con la sostanza più potente nota all’uomo, in possesso curiosamente di semplici mafiosi, e diventa Dio (non Morgan Freeman, quello lo vediamo dopo). Perché gli scienziati che hanno creato la sostanza non abbiano mai fatto dei test accurati in proposito, scegliendo invece di venderla ad un mafioso qualunque, è ignoto persino a chi può disporre del 100% del proprio cervello. Quando questa droga creata un po’ per dispetto fa il suo effetto la ragazza scopre, ce lo spiega appunto Morgan Freeman (che ormai trasuda la stessa saggezza del Dalai Lama), di poter usare il 20% del proprio cervello, poi il 50% e così via fino al 100%; ad ogni step successivo sblocca un nuovo superpotere.  Il film dunque attraversa tre fasi: -Fase Limitless: “posso leggere il cinese, farmi operare alla pancia senza sentire dolore e ricordare tutte le cose imbarazzanti che ho detto e fatto dalla prima elementare fino all’ultimo giorno di college: evvai!”; -Fase Matrix: “mi sta dando la caccia il signor Yakuza in persona, con almeno duecentododici maestri di arti marziali novantesimo dan armati fino ai denti e incazzati come pastori sardi in grave astinenza sessuale, ma io posso far levitare gli oggetti e far svenire duecento persone dentro una stanza: evvai!”; -Fase Trascendence: “il signor Yakuza non ha preso bene un inseguimento che è costato, tra le altre cose, tutta la Chrysler e metà del culo di Sergio Marchionne, nonché almeno centoundici tra poliziotti-stuntmen e supercinesi che, pur lavorando per la mafia, sono equipaggiati e disciplinati come le guardie svizzere, meglio fare qualcosa per farsi perdonare: andiamo da Morgan Freeman, spieghiamogli un paio di cose tecno-filosofiche mentre al piano di sotto succede Pearl Harbor e spariamo nel nulla per poi essere ovunque: evvai!”. Il problema di questo film è che è uscito oggi: venticinque anni fa nessuno se lo sarebbe aspettato, sarebbe stato la rivoluzione del decennio, ma oggi abbiamo tre attori che hanno già rappresentato lo stesso carisma, epicness e tragicità che la Lucy vuole trasmetterci, nonché gli stessi temi affrontati dai tre film sopra citati. (Sì, come avrete capito il cognome di Scarlett è una piaga da scrivere). Sicuramente una prova attoriale e registica da tenere in considerazione, ma nulla emerge sul piano dell’originalità: abbiamo lo sbigottimento di Bradley Cooper che scopre di saper giocare in borsa, la comprensione consapevole di Keanu Reeves che scopre di sapere il kung fu e l’“io sono ovunque” finale identico al messaggio di Johnny Depp. Diamine, persino la descrizione in rete di questo film sembra presa pari pari da “Trascendence”! Giudizio finale: il film non è brutto, si lascia guardare anche piuttosto bene, e i messaggi su cui tenta di riflettere sono tutt’altro che noiosi, ma come ho detto, si ha la percezione di star riflettendo sul 100% di niente, di vedere tutto e di aver già visto tutto quello che si sta vedendo. E pagando 7 euro.
Middle Earth: Shadow of Mordor
Ottobre 08
Avete amato molto Assassin's Creed, solo che lo avreste voluto più difficile? Avete apprezzato il sistema di combattimento della serie Arkham di Batman, solo che avreste voluto fare di più che spezzare qualche ossicino? Avete mai desiderato interrogare un nemico per scoprire informazioni su un esercito gestito da un sistema unico di uccisioni, lotte di potere e rimpiazzi continui, anziché semplicemente per sapere dove si trova l'obiettivo? Se la risposta a tutte queste domande è sì, allora non avete altra scelta che comprare Shadow of Mordor, la storia di come un solo uomo può vincere una guerra!   Lo so, se siete giocatori di Call of Duty sapete che questa frase è stata già usata in uno dei loro titoli (non ricordo quale), solo che lì, semplicemente, non era vero. C'era il solito gioco su binari, vai a destra, ammazza a sinistra, evita la granata indietro, avanti di mitra, vinto. Oddio, a dire il vero sto descrivendo tutti i Call of Duty, ma il punto è un altro: in Shadow of Mordor non soltanto dobbiamo fare i conti con un sistema di gioco open world che si muove a prescindere dalla nostra volontà (e lo fa anche rapidamente, sostituendo le persone che noi uccidiamo in maniera sempre più rapida), ma anche con la totale libertà di programmare i nostri assassinii per ottenere i migliori risultati possibili, e questo è un vanto che neppure il gioco degli assassini per eccellenza ormai può più arrogarsi.   La storia avrebbe potuto essere l'unico punto debole del gioco, se solo non avessero trovato un sistema praticamente perfetto per renderla innovativa (almeno dal punto di vista videoludico): Talion, il protagonista, vede la sua famiglia massacrata davanti ai suoi occhi, ma non ha il tempo di piangerla che anche lui viene ucciso e mandato in una specie di limbo. Qui tuttavia gli viene detto che i suoi talenti sono troppo preziosi per non farne uso, e viene così "bandito dalla morte". Come dicevo prima, dal punto di vista video ludico è abbastanza innovativo, ma già se pensiamo a Il Corvo (o magari a Chakan The Forever Man) notiamo come questa situazione si sia già verificata. Però anche il fatto che abbiamo dovuto scomodare il capolavoro di James O'Barr dovrebbe comunque valere qualcosa! Bandito dalla morte, a Talion non resta che cercare vendetta e per farlo dovrà affrontare legioni di orchi.   Già vi sento: legioni di IA a casaccio senza nessuno scopo al mondo che servono a premere X, che noia. E qui vi sbagliate: grazie al Nemesis System, e alla reputazione che ciascun personaggio ha, chi sopravvive alle nostre scorrerie può diventare un nemico regolare del gioco, e acquisire sempre maggior potere ogni volta che non lo uccidiamo o che lui tenta un nuovo colpo di mano ai danni di un altro generale. Di più: se gli abbiamo inflitto qualche ferita, magari gettandolo nel fuoco, i suoi tratti somatici (e probabilmente anche le sue paure) si modificheranno per tenere conto di queste cose, nonché dell'odio che egli prova per noi. Mi prendo tutto questo spazio per il Nemesis System perché esiste un solo altro ambito dove può succedere una cosa del genere: nei Giochi di Ruolo. Il Master si affeziona ad un cattivo e lo fa sopravvivere, oppure lui sopravvivere per dei tiri sfortunati dei giocatori, e diventa un cattivo ricorrente durante la partita. Per me, che sono un fan dei giochi di ruolo, questo è un passo importantissimo per il mondo dei videogames, e per raggiungere quella libertà videoludica che ogni giocatore anela. Presto, forse, avremo finali veramente aperti, situazioni che cambiano veramente in base alle nostre scelte, e non giochi alla Mass Effect 3 che, pur bellissimo, si dirama in due finali principali che lasciano l'amaro in bocca.   Insomma c'è un solo modo per aiutare Shadow of Mordor a far divampare il fuoco dell'innovazione nella stanca Terra di Mediocrità dei videogiochi, ed è acquistare questo titolo al lancio.   O diventerete la Nemesi di Talion, e lui verrà a cercarvi.
La "Sindrome da Nerd"
Ottobre 07
Proprio mentre state leggendo questo articolo, starete sicuramente contravvenendo alle regole base dell'ergonomia, la scienza che si occupa dello studio dell'interazione tra individui e tecnologie. Nasce fondamentalmente per la prevenzione di patologie legate all'attività lavorativa, ma al giorno d'oggi non si può non considerare che siamo tutti dei videoterminalisti amatoriali (videoterminalista: lavoratore che svolge la propria attività usando abitualmente un'attrezzatura dotata di videoterminale, ivi compresi i pc portatili e tablet, per almeno venti ore a settimana). Ecco quindi giustificato l'aumento, anche in soggetti giovani, di patologie quali: • processi artrosici a livello della colonna vertebrale;• sindrome del tunnel carpale;• cefalea muscolo tensiva;• disturbi gastrointestinali;• obesità;• disturbi oculovisivi. Questo solo per citarne alcuni... Ma niente paura, perché bastano dei piccoli accorgimenti per rimediare e per ritardare l'insorgenza di tali fastidiose manifestazioni. Per prima cosa, la seduta: il busto deve avere una inclinazione compresa tra i 90 e i 110° per non creare eccessivi affaticamenti alla colonna vertebrale. Questa posizione deve essere sorretta dallo schienale, l'angolazione tra braccio e avambraccio deve essere di circa 90° e bisogna regolare l'altezza della sedia anche secondo questo parametro, considerando comunque che bisogna lasciare lo spazio sufficiente tra piano di seduta e piano del tavolo di lavoro per il libero movimento delle cosce, e che il bordo superiore dello schermo dovrebbe trovarsi all'altezza degli occhi. Tener presente che la tastiera deve essere situata ad una distanza dal bordo del tavolo che permetta di poggiare gli avambracci e di non affaticare le braccia.     Anche le ginocchia devono avere una angolazione maggiore o uguale a 90°. Se non si ha un pieno appoggio del piede a terra, bisogna valutare l'adozione di un poggiapiedi in modo da sorreggere il peso delle gambe. Per quanto riguarda il monitor, eliminare eventuali riflessi presenti sulla superficie tramite rotazione e/o inclinazione dello schermo. Anche l'eventuale lampada da tavolo e le altre sorgenti luminose non devono rientrare nel cono visivo dell'operatore e creare riflessi su monitor, tastiera, documenti da consultare, etc. Una volta che avrete seguito e fatto vostri questi piccoli accorgimenti, vedrete allontanarsi rapidamente tutti quei fastidi correlati ad una scorretta postura, con vivi ringraziamenti da parte del vostro medico...

News

NerdZone

Flash News

  • Treni, ritardi e avarie

    Treni, ritardi e avarie

    0
    «Stop that train...» cantava Peter Tosh molti anni fa, e (anche) oggi un treno si
  • Parcheggio Selvaggio

    Parcheggio Selvaggio

    0
    Napoli. Erano le 11:20 circa di questa mattina, quando improvvisamente ho notato questo capolavoro del

Tendenze

Cultura

gymnasium palestra

Facebook Like

Accedi Registrati

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *