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"La geometria dei sottratti", intervista a Francesco Bove e Massimiliano Mazzei
Marzo 29
Abbiamo incontrato Francesco Bove e Massimiliano Mazzei, coautori e interpreti di un interessante divertissement andato in scena domenica 22 al Cabaret Port'Alba di Napoli, "La geometria dei sottratti". Tra poesie e rifacimenti dissacranti di autori più noti, oroscopi che assegnano canzoni, film e passeggiate e tanto nonsense, "La geometria dei sottratti" rappresenta un esempio di spettacolo nuovo e godibile per chi ama l'originalità e la varietà di forma e contenuti nel teatro. Ed ecco le cinque domande, con relative risposte per approfondire e apprendere al meglio il gioco della scena.   -Domanda: Geometrie e sottrazioni... È forse tempo di tornare a scuola di ...spettacolo per la nostra città? -Risposta di Francesco Bove: Lo spettacolo ha bisogno sempre di maestri, il teatro no. Noi non facciamo teatro, al massimo avanspettacolo. Quindi siamo sempre alla ricerca di avanmaestri. -Risposta di Massimiliano Mazzei: Per noi sicuramente, infatti da un paio di mesi stiamo seguendo i corsi del TFA, letteralmente "Ti facciamo arricreare", dove ci stanno insegnando diverse tecniche di intrattenimento comico moderno, come lo sgambetto involontario, i giochi di parole e le torte in faccia.   - D.: Perché il vostro è uno spettacolo non convenzionale?   - R. di F.B.: Volevamo creare un magma, una furia anarchica e nonsense che non avesse niente a che vedere né col teatro né con lo spettacolo. Forse ci siamo riusciti, a giudicare dalla reazione del pubblico. - R. di M.M.: La nostra messinscena è sorretta da fondamenta lessicali di materia intellettivamente complessa travestite da colonnati pop in stile ionico, comico e corinzio. Basti pensare alla presenza in scena di un nudo integrale, ma senza addii al nubilato a contorno.   - D.: Raccontatevi in 10 parole...   - R. di F.B.: Una piazza con parcheggiatore abusivo...le altre cinque parole le lascio a massimiliano - R. di M.M.:  Direi: "con espressioni da rimozione forzata"   - D.: Ispirazioni che hanno portato all'idea e alla nascita del testo e aspirazioni per il futuro.   - R. di F. B.: I pezzi che interpretiamo hanno tanti riferimenti. Per quanto mi riguarda, amo il nonsense, la comicità surreale, l'assurdo. Quindi Campanile, Frassica, Charms, Queneau, Bergonzoni ma anche la farsa di De Berardinis e Peppino De Filippo. Il mio approccio è reverenziale. Sono solo un piccolo punto.. - R. di M.M.: Le ispirazioni sono state molteplici: dalla poetica di Guido Catalano ed Arsenio Bravuomo ai problemi relazionali dei personaggi di Wes Anderson, dalla brillante assurdità ultramoderna dei Monty Python alla tragica ironia delle storie di Don De Lillo, con un briciolo di Bombolo. Per frutta niente, grazie, ma per il futuro vogliamo ampliare la gittata dello spettacolo, a tal proposito stiamo lavorando ad inserti video di contenuto molto hot e ad un nuovo pezzo ispirato alla storia di Pinocchio.   - D.: Prossimi appuntamenti con questo spettacolo? - R. di F. B.: Mo.Di., maledetto festival della parola a Sapri il 2 maggio. Seguiteli, stanno preparando una gran cosa.
"Romeo e Giulietta”, la tragedia eterna di William Shakespeare nell’adattamento e regia di Carmen Pommella
Marzo 29
“Romeo e Giulietta” è una tragedia di William Shakespeare, con l’adattamento e regia di Carmen Pommella. Prodotto da Le Pecore nere srl  ( Angela De Matteo, Massimo De Matteo, Peppe Miale). Andato in scena il 25 e 26 Marzo al teatro delle Palme di Napoli.   Personaggi e Interpreti  Giulietta Annarita Ferraro Romeo Orazio Cerino Mercuzio Adriano Falivene Tebaldo Renato De Simone Balia Simona Esposito Donna Capuleti Lorena Leone Benvolio Agostino Pannone Maestro Lorenzo/ Pietro Salvatore Esposito Disegno luci di Salvatore Palladino . Tutti noi, almeno una volta, abbiamo sognato nella vita di amare con l’intensità e purezza di Romeo e Giulietta. Tutti, almeno una volta, abbiamo amato un/a ragazzo/a nonostante il parere contrario dei genitori. "Romeo e Giulietta" è forse la storia  d’amore più bella mai scritta, ma è sicuramente la più rappresentata a teatro e al cinema. Due personaggi che rappresentano una sfida e un fascino per ogni attore. Seppure la storia sia nota non stanca mai e, ogni volta, lo spettatore si emoziona seguendo le tragiche vicende dei due giovani protagonisti. "Romeo e Giulietta" è una storia sempre attuale e che si presta anche ai differenti adattamenti teatrali e cinematografici. Eppure basta poco per rendere una storia unica qualcosa di orribile e indigesto. Un esempio? Qualche mese fa  Mediaset ha proposto un miniserie tv in due puntate della tragedia ambientandola nel Mediodevo con protagonisti Alessandra Mastronardi e Manuel Rivas. Ebbene, bastavano solo pochi minuti di visione di questa mininiserie per gettarti nello sconforto più totale e, soprattutto, per provocare un terremoto sulla tomba di William Shakespeare. Una recita parrocchiale avrebbe meritato sicuramente un plauso più convinto. Personalmente, portandone pesanti segni, avevo giurato di girare al largo da qualsiasi tipo di Romeo e Giulietta almeno nel medio periodo. Quando però l’amico Orazio Cerino mi ha invitato a vedere il suo Romeo, conoscendo il suo talento, ho deciso di rischiare e ho preso un treno per Napoli all’alba mercoledi scorso. Una levataccia che è stata premiata dal riuscito e intenso spettacolo che ho visto. Cambiare, modificare, adattare non è da tutti e là si vede la capacità creativa e il talento di un regista. Carmen Pommella ha vinto la sfida portando una versione “rock" di "Romeo e Giulietta", divertendo il giovane e attento pubblico di ragazzi e unendo efficacemente modernità e tradizione. Ambientato ai giorni nostri e, soprattutto, in atmosfera fresca, dinamica e frizzante, lo spettatore osserva e scruta le tensioni tra Montecchi e Capuleti che si tramutano in scontri e violenze per strada. I dialoghi e le scene dei personaggi sono caratterizzati da belle e orecchiabili canzoni che scandiscono i momenti comici e tragici, garantendo un ritmo costante e un crescente pathos narrativo. Se il primo atto è più innovativo e dinamico, qui la figura di Mercuzio domina la scena grazie alla brillante e intensa interpretazione di Adriano Falivene, che unisce verve e intensità a una forte personalità, nel secondo atto Romeo (Cerino) e Giulietta (Ferraro), come è  giusto che sia, si prendono le luci della ribalta, mostrando cosa significhi essere una coppia artistica, grazie ad una intensa e riuscita recitazione, facendo nascere empatia con il pubblico e suscitando emozione e commozione nel tragico finale. Se tutto il cast è degno di un plauso, per passione e partecipazione, non si può non menzionare le divertenti e  credibili perfomance di Simona Esposito come Balia e Salvatore Esposito come Maestro Lorenzo. “Romeo e Giulietta”  racconta l’amore per eccellenza  e questo spettacolo ne rende un  accurato e degno omaggio ma, soprattutto, avvicina lo spettatore a William Shakespeare, particolare importante visti i recenti precedenti, a dir poco indecenti.  
4 Motivi per stare alla larga dagli esperti di cinema
Marzo 28
Vedo che non si è ancora parlato di amore! Rimedierò immediatamente deliziandovi con questo nuovo, fantastico, articolo. Dunque, tutti siamo stati innamorati, lo siamo tutt'ora o ci innamoreremo in futuro. Ognuno ha la sua anima gemella ma siamo tutti d'accordo che ci sono determinate categorie di persone che sono decisamente da evitare, come ad esempio i serial killer, gli psicopatici, i criminali, i pedofili, necrofili e tutti i -Fili possibili ed immaginabili e simili.  Ci sono però delle categorie da cui nessuno ci mette in guardia perché, a prima vista, sembrano assolutamente innocue e spesso addirittura interessanti.  Io scrivo di cinema quindi immagino possiate immaginare la categoria da cui sto cercando di preservarvi.  Gli esperti e le esperte di cinema sono tra noi, camminano indisturbati per le strade, si fidanzano (qualche volta) rubando ragazze o ragazzi a persone molto più meritevoli di loro. Non è una cosa campata in aria, ci sono ben 4 motivi per evitare un esperto di cinema.    Motivo n° 1: 'Che hai detto?' La prima cosa che potrebbe accadervi avendo accanto un esperto di cinema è che quest'ultimo citi una qualche frase di uno dei suoi film preferiti.  Non sarebbe tanto un problema se il contesto fosse chiaro a tutti come ad esempio a bordo di una nave da crociera, magari sul ponte, e il nostro esperto dicesse 'Jack, sto volando.' Il problema è quando il contesto è chiaro solo e solamente ai suoi occhi. Ad esempio, siamo in un bagno pubblico, il nostro esperto è dentro da un po' e, al vostro ingresso, dopo un secondo di sguardi imbarazzati vi dice sicuro di sé '7,62. Blindatissime.'  La risposta della controparte sarà ovviamente: 'Che hai detto?' e dunque partirà una spiegazione infinita della citazione, che è presa da Full Metal Jacket, una serie di insulti e di domande stupide sul 'Perché (scarto dell'umanità) non hai visto il film!?'   Motivo n° 2: Il panico. Rispondete sinceramente alla mia domanda. Sapreste che film andare a vedere al cinema o consigliare di vedere ad un esperto cinefilo? Avete risposto 'Sì'? Vi capisco. Quando si vuole consigliare un film è una vera e propria tragedia, 9\10 volte hanno già visto il film che gli consigliate e 7\10 lo odiano anche.  Al cinema poi, ancora peggio. La visione del film procede tranquilla perché non vuole ovviamente essere disturbato, oppure potreste trovare chi, come me, non riesce a fare a meno di commentare sul momento ogni scena e disturbare quindi chi gli sta accanto.  Il vero dramma, di solito, è quando il film finisce. Nel primo caso, il tipo che non vuole essere disturbato, se state pensando che inizierà con una recensione del film non-stop vi sbagliate. Per prima cosa vi chiederà cosa ne pensate voi per poi, in seguito, distruggere completamente quello che avete detto. Se fosse d'accordo con voi in ogni caso correggerà qualcosa, state tranquilli.  Nel secondo, cioè il mio che commento ogni scena al momento, o non avrà assolutamente nulla da dire o, peggio, vi ripeterà fino al disgusto quello che ha già detto in sala. Motivo n°3: 'E chi cavolo è Kim Ki-Duk!?' E' una triste realtà, quella dei registi geniali ma sconosciuti. State sicuri che i cinefili ne conoscono fin troppi. Vi chiederanno se avete visto “Ferro 3” di Kim Ki-Duk e voi sicuramente risponderete, come ogni persona normale: “E' chi è 'sto Kim Ki-Duk?” Ma fintanto si limitino a chiedere ed accettare l'ignoranza sull'argomento, andrebbe bene. No, loro vogliono evangelizzare. Vogliono portare il loro verbo ovunque, in ogni angolo del mondo.  Faranno in modo di farvi vedere film mai sentiti in vita vostra, mai visti da nessuno che conoscete, che saranno sicuramente belli per loro ma interminabili ed insostenibili per chi di cinema vuole conoscere solo la programmazione settimanale del The Space.    Motivo n°4: 'Ma davvero volevi guardare il film?' Premetto che a me non è mai successa una cosa del genere ma, vi prego, se vi è successa commentate, contattatemi in privato, mandatemi segnali di fumo e raccontatemi com'è andata!  Se un malaugurato giorno a qualcuno di voi venisse la brillante idea di vedere un film mai visto con il vostro affezionato esperto, nonché fidanzato, mentre siete a casa da soli.. Cosa succederebbe?  Secondo voi vorrebbe guardare il film che non ha mai visto prima di allora e resisterebbe alle vostre spudorate avances fino a farsi chiedere 'Ma davvero volevi guardare il film?' oppure cederebbe, seppur a malincuore, rimandando la visione ad un momento più adatto?  Io eviterei proprio di cominciarlo questo film, sinceramente.  Voi fatemi sapere se vi è successo.    In conclusione vi dico solo di stare alla larga dagli esperti di cinema. Non sono belle persone.  E voi che ne pensate?
"Io vivo come te", la mostra fotografica dedicata alle canzoni di Pino Daniele
Marzo 28
60 immagini di 10 autori, 10 storie per 10 canzoni - cito dal comunicato - in un ambiente magico e suggestivo come pochi: la Chiesa di San Biagio Maggiore, di recente riaperta al pubblico. Pasquale Autiero, Stefano Cardone, Francesco Ciotola, Luigi Fedullo, Biagio Ippolito, Claudio Morelli, Roberto Salomone, Mario Spada, Daniele Veneri ed Eduardo Castaldo, questi i nomi dei fotografi che hanno dato vita alle opere che compongono “Io vivo come te”, una mostra-omaggio alle canzoni del grande Pino Daniele, lasciandosi ispirare e contaminare da quella che era la sua Napoli, più nello spirito che nella reale ambientazione delle fotografie. E, d’altronde, le persone, i paesaggi, i colori dei tanti luoghi differenti, rappresentati nella mostra, raccontano storie lontane, ma unite da un unico comune denominatore: l’atmosfera d’arte pura che Napoli e le canzoni di Pino Daniele, suo riflesso, lasciano a chi le guarda/ascolta o, meglio, ‘sente’ per la prima volta. Non importa dove si sia nati, cosa si stia fotografando: musica e parole cambiano il mondo, come l’arte e la cultura, che ne costituiscono le radici, fanno parte di quei grandi capolavori intramontabili quali sono le canzoni di Pino Daniele. Nelle fotografie della mostra, l’aria, il tempo, la vita, il mare e tutti gli altri elementi sono metafora di un senso più alto: l’arte è amore e, a sua volta, l’amore è unione. Unione sì, di anime che cantano con una sola voce, di foto che rappresentano una sola grande verità: che l’arte è vita e, che si vogliano rappresentare scene da un manicomio vuoto, la trasformazione di una persona nel vero, le strade di un paese lontano ma vicinissimo, anziani, natura, paesaggi cittadini, angoli poetici o scorci in bianco e nero, guardando le opere in mostra viene in mente che “allora sì ca vale 'a pena 'e vivere e suffrì', e allora si ca vale 'a pena 'e crescere e capì”.  Per la bellezza, vale sempre la pena. La mostra “Io vivo come te”, omaggio fotografico alle canzoni di Pino Daniele è visitabile fino al 2 aprile nella Chiesa di San Biagio Maggiore in via San Gregorio Armeno 35/39.  Giorni e orari: dal martedì al sabato ore 10-13 e 16-19, il lunedì dalle 16 alle 19 e la domenica dalle 10 alle 13.
DiscoDays: intervista agli organizzatori
Marzo 27
Domani, domenica 29 marzo 2015, avrà la mostra - evento DiscoDays, una grande occasione per tutti gli amanti della musica di ascoltare, vedere, acquistare, partecipare e immergersi in questo mondo di arte, cultura e passioni. Noi di MYGENERATION, per celebrare la fiera di quest'anno (quella per la stagione estiva, ce ne sarà un'altra in inverno), abbiamo intervistato uno degli organizzatori, Vincenzo Russo.   1. Ciao, Vincenzo! Parlaci di te.   Salve a tutti, sono Vincenzo Russo e mi occupo di organizzazione eventi e webmarketing per DiscoDays e Veragency, un'agenzia che organizza e produce eventi live in Campania.   2. Cos'è esattamente il DiscoDays?   DiscoDays è la Fiera del Disco e della Musica più grande e longeva del Sud. Una manifestazione che tratta la Musica a 360 gradi, dalla vendita di vinili, cd e memorabilia all'esibizioni Live, dalle mostre fotografiche alle presentazioni dei progetti musicali più interessanti. È un evento realizzato due volte l'anno per la conservazione e la diffusione della cultura della musica e per la promozione del suo ascolto   3. Come e quando è nata l'idea di una fiera del disco e della musica?   Tutto parte dall'intuizione di Nicola Iuppariello, Deus ex Machina dell'evento, che durante un viaggio all'estero si è trovato a partecipare ad una bellissima Fiera del Disco. In questi casi il primo pensiero è di proporre qualcosa di simile anche nella propria città, il secondo è quello di lasciare perdere perché se nessuno ci ha mai provato ci sarà stato un motivo. Meno male che Nicola si è fermato al primo pensiero.   4. Dove si svolge e com'è possibile partecipare?   DiscoDays si svolge da alcuni anni al PalaPartenope, luogo che da oltre 30 anni ospita i concerti dei migliori artisti italiani e internazionali come Paul McCartney, Lou Reed e Black Sabbath, nonché l'ultimo concerto a Napoli dell'indimenticato Pino Daniele. Partecipare è semplice, basta venire in fiera dalle 10 alle 21 30 del 29 marzo per trascorrere un po' di tempo con quel meraviglioso modo di riempire la vita che è la musica.   5. Avete partner importanti, tra i quali il Comune di Napoli e Radio Marte, che hanno creduto in questa idea, come siete arrivati a questo traguardo?   Il Comune di Napoli ha sposato da subito l'iniziativa, riconoscendone il valore culturale e concedendoci il patrocinio. Radio Marte ci ha seguito grazie all'amore per i Vinili di Gigio Rosa, che da 3 edizioni è il presentatore ufficiale dell'evento.   6. Nella 1° edizione si parlava di Mostra Mercato, qual è stata l'evoluzione dell'evento nel corso degli anni?   Partita nel 2008 in un piccolo spazio e con circa 20 espositori la manifestazione è cresciuta in maniera esponenziale sempre con una costante: sono stati gli stessi visitatori a "spingerci" verso l'alto. Grazie al loro entusiasmo riusciamo a proporre una manifestazione che tratta la Musica come esperienza multi-sensoriale. Cd, vinili, mostre fotografiche, presentazioni di libri ed esibizioni Live.   7. Che ruolo hanno i giovani nella realizzazione del DiscoDays?   Abbiamo uno staff giovane, creativo e appassionato. Condizione indispensabile per stare dietro alle mille idee di Nicola e occasione anche per mostrare le proprie capacità attraverso un "lavoro" che ci piace.     8. Quest'anno c'è "Terra Mia. Napoli racconta Pino Daniele", un progetto/tributo, un ricordo da donare ai napoletani, ce ne parli?   Pino Daniele è stata una perdita incolmabile per la nostra città. Grazie a Veragency ho avuto il privilegio di lavorare ai suoi ultimi concerti Napoletani e sono rimasto stupito dall'attenzione che il pubblico mostrava nei suoi confronti. Questo perché le sue canzoni rivelano un nuovo significato ogni volta, raccontano perfettamente la nostra città come solo l'Arte sa fare. Ora abbiamo voluto "restituirgli il favore" facendo raccontare Pino Daniele dai Napoletani. Proietteremo in fiera un cortometraggio formato dalle testimonianze spontanee dei fan, davvero in moltissimi hanno voluto condividere il proprio ricordo di questo Artista straordinario.     9. Hai un messaggio da dare ai nostri lettori?   Credete sempre nella Musica. In un mondo senza certezze le vostre canzoni le troverete sempre lì, pronte ad alimentare le vostre emozioni.   10. Facci un bel saluto!   Ciao MYGENERATION, always R'n'R!   Grazie e arrivederci a domani, 29 marzo!    
12 baci sulla bocca: una metafora di vita e accettazione al Nuovo Teatro Sanità
Marzo 27
Se analizzassimo la vita esattamente nell'ultimo istante, ne ricorderemmo i momenti come quadri indistinti di felicità, sorrisi fugaci scambiati all'ombra di una canzone indimenticata, sussurrata all'orecchio del nostro amante mentre lo abbracciamo. È il faro che guarda Gatsby, l'amore, irraggiungibile, fonte di felicità, a volte anche mal riposta o non compresa dalla società. Il mondo non cambia, era così negli anni ’70, tempo in cui "12 baci sulla bocca” si svolge, resta immutato ora: la sfida più difficile per l'uomo è l'accettazione del sè, di quel 'mariuolo' che abbiamo 'in cuorpo' perché gli altri ci hanno convinto che il nostro modo di essere non è mai quello giusto, che noi siamo strani, diversi, anormali. Sul palco del Nuovo Teatro Sanità va in scena l’intenso testo di Mario Gelardi, che parla di un amore difficile, tra due uomini, e del conflitto tra due fratelli. È dunque un testo sull'omosessualità? No, Emilio (Adriano Pantaleo) e Massimo (Andrea Vellotti) rappresentano la vita e l’amore in modo assoluto, opposti eppure l’uno metà mancante dell’altro, conscio il primo del suo sè, impossibilitato ad accettarsi, il secondo. Non meno importante Antonio, loro contraltare, insieme sono simboli di una società che non accetta la relatività della vita, la varietà delle scelte e, dunque l'unicità e la bellezza vera dell'umanità. La recitazione degli attori è serva della messinscena, mai schiava, Ivan Castiglione incarna un male reale, non giustificabile, ma perfettamente identificabile nel suo tempo, così come nel nostro. Un male che esiste e resiste e distrugge l’amore, quello assoluto, con un rumore assordante e insopportabile, con sangue, violenza e prevaricazione, la peggiore delle brutture. Fa tenerezza la figura più affine alla mia sensibilità, Emilio, consapevolmente vittima degli eventi, genitore e figlio di amori impossibili e tragici, figura degna delle eroine delle opere liriche, frutto di un epos fuori dal tempo. È una lotta persino nei movimenti, armonicamente diretti da Miale e ben incarnati dagli attori, che rappresentano gli amanti al culmine della loro bellezza nelle scene in cui musica e gesti si compenetrano e le parole non servono, parlano le sensazioni. Nella lotta tra regista e autore, chi prevale? Nessuno dei due, ovvero entrambi, perché la forza delle parole trova giusta forma nei gesti, nei movimenti molto attenti, esasperati quando serve, dolci quanto basta, senza mai risultare stucchevoli, ma disperati di fondo, come ogni amore degno di questo nome. Se il teatro fa le domande e a noi sta il compito di rispondere e il finale lascia una triste consapevolezza: cosa è davvero cambiato? Forse niente, oppure tutto, se porsi proprio questa domanda è possibile, ora.
Chema Madoz: l’espressione figurata attraverso la vita parallela degli oggetti
Marzo 27
Jose Maria Rodriguez Madoz (nato a Madrid nel 1958), ma conosciuto come Chema Madoz, premio nazionale spagnolo di fotografia nel 2000, è un artista  surreale e creativo. Scatta  esclusivamente in analogico e in bianco e nero, non da titoli alle opere. Chema Madoz dopo aver studiato Storia dell’arte presso l’Universidad Complutense de Madrid , decise di porsi artisticamente una visione allegorica e metaforica della vita , rifiutò il “posto fisso”, confortevole e rassicurante presso un istituto bancario, e indirizzò tutte le sue energie  nel percorso fotografico . Le sue opere sono  influenzate dall’ irreale, dando la visione alternativa di un universo parallelo, dove gli oggetti di uso comune, tutto sono tranne  quello che sembrano essere.  Chema Madoz rende gli elementi della quotidianità unici, rivestendoli di significati nuovi .         Le sue fotografie al pari di un’ illusione ottica giocano con la visione diretta, reale e traspongono le cose, fino ad innescare processi cognitivi paradossali. Tutte le cose diventano, in questo modo “scrigni “, che racchiudono altri significati e svariate sfaccettature. Ecco che con Madoz, attraverso un semplice processo di associazione mentale  e fisica con altri oggetti ,e l’abile utilizzo di piccoli cambiamenti, riusciamo ad osservare e dare un valore nuovo, diverso alle cose, percepite generalmente per funzioni precise . La realtà delle cose viene stravolta, e si trasforma in una nuova.              Le scelte stilistiche di Madoz, portano ad eliminare tutto ciò che c’è di superfluo nella fotografia, poiché l’essenza è l’immagine pura, nuda, scarta a priori il colore e il background. Secondo Madoz il fulcro sta nell’Idea, e il processo cromatico , svia l’esaminatore finale da quella che è l’IDEA – anche per questo motivo le sue opere non hanno nome, proprio perché non vuole inquinare o influenzare la mente dell’osservatore. Madoz  che disapprova l’uso del digitale afferma: “ Lavorare in analogico ti fa stabilire un vincolo con la realtà, che non raggiunge la fotografia digitale, qualcosa di facilmente modificabile; a me interessa rendere le modifiche realtà”. Conferisce agli oggetti quotidiani, di uso immediato un’ anima dicotomica. Scacchiere, morsetti, posate,  frutta, fiammiferi, orologi diventano il mezzo per evidenziare la concomitanza dimostrativa dialettica tra reale e irreale, tangibile e virtuale.       Ma contrariamente a quanto si possa credere "Virtuale" non si riferisce all’etereo, alla costruzione moderna del tecnologico, bensì al “Virtus “, vocabolo latino medievale, il cui significato è, virtù, potenza  la quale, conferisce quindi, l’abilità e l’idoneità di vedere oltre l’immagine. Madoz è interessato soprattutto a raggiungere la nostra comprensione, prima che la nostra interiorità. Infatti, la prima cosa che salta all’occhio dello spettatore, è proprio l’antagonismo tra l'astratto e l’evoluzione costruttiva del fisico, del reale,  dove il risultato finale risulta innegabilmente concreto. Diversi elementi, tendono a sottolineare ciò. Le immagini offerte ai visitatori, sono presentate su sfondi neutri , private del significato e del contesto quotidiano ,seppur diano l’idea di dimensioni lontane, contemporaneamente producono una rassicurante idea familiare. In questo modo, esautorate della loro funzione legittima e naturale, assumono e svelano un’ essenza ed una valenza più profonde, che quotidianamente non siamo capaci di percepire.       E’ un po’ come se gli oggetti, prendessero vita e si ribellassero, alla convinzione comune, che la loro funzione sia solo di meri strumenti di utilità.       Madoz afferma: “A un tratto iniziai a trovare le figure umane che fotografavo poco interessanti. Ebbi la sensazione di stare scattando centinaia di foto uguali e questo mi fece perdere l’attrazione verso la figura del corpo. Gli oggetti hanno lo stesso carattere delle parole, si contaminano l’un l’altro generando significati sempre nuovi”. La rappresentazione di un universo parallelo in cui l’essere umano non trova alcun altro spazio se non quello in cui, esso stesso si possa trasformare in un elemento.    
Prevenzione e chirurgia: la Jolie non si risparmia
Marzo 26
La strepitosa attrice si è sottoposta ad asportazione delle ovaie per prevenire il cancro. Ne avevamo già parlato nel maggio 2013 in un articolo che potete trovare al seguente link: http://www.mygenerationweb.it/articoli/tendenze/pink-generation/cancro-il-discusso-no-di-angelina.   In quell'anno la bellissima Angelina Jolie si sottopose a mastectomia bilaterale...la motivazione? Prevenzione. Già, proprio così. Avendo scoperto, grazie ad approfonditi test genetici, di avere il gene BRCA1 ( Breast Cancer Type 1 suscetibily protein ) mutato, la nostra wonderwoman prese questa drastica decisione. Cosa è la mutazione in BRCA1? Lo ricordiamo tanto per rinfrescare la memoria alle nostre lettrici interessate: si tratta di un gene oncosoppressore, cioè un gene che 'controlla' la crescita cellulare evitando una spropositata proliferazione delle cellule di quel determinato organo; la mutazione loss-of-function di questo gene fa perdere il controllo proliferativo alla cellula e questo può portare alla formazione del tumore. Ma, senza addentrarci nuovamente nelle statistiche che il mondo scientifico accuratamente ci fornisce (le trovate nell'articolo sopra riportato), quello su cui vorrei focalizzare la vostra attenzione oggi è quanto la decisione di Angelina stia rivoluzionando il mondo della medicina preventiva. Ancora una volta l'attrice decide di sottoporsi a un intervento chirurgico, ma stavolta non è tutto 'facilmente' risolvibile con una plastica al seno. Sappiamo bene come le ovaie siano organi importanti per la vita sessuale della donna e possiamo facilmente intuire come l'asportazione di queste porterà, a chi più e a chi meno, tutta una serie di effetti collaterali menopausali che molte donne tanto odiano: flushes, alterazioni dell'umore, secchezza delle mucose, perdita della libido e così via. Angelina nell'intervista rilasciata dichiara che, essendosi sottoposta ai routinari test di controllo, i medici abbiano riscontrato i marckers tumorali leggermente alterati, campanello di allarme di una evenienza a cui prepararsi ... l'attrice, senza pensarci due volte, ha così deciso di uscirne subito. Con tutto il rispetto per quelle come noi, probabilmente se a prendere una decisione del genere fosse stata la signora della porta accanto a nessuno sarebbe fregato niente, di certo un forte impatto sociale ha avuto invece la scelta presa da una delle più famose attrici di hollywood nonché ambasciatrice Onu. La bella Jolie dà le sue spiegazioni, afferma di averlo fatto per poter vedere i figli crscere e di essere pienamente consapevole di tutte le modifiche a cui il suo corpo andrà in contro.   Cara Angelina ti consoliamo dicendoti che siamo certi che la tua sia stata una decisione presa con cuore e cervello. Una donna in gamba come te sa che impatto sociale possa avere una scelta del genere e vogliamo dirti che siamo fermamente convinti che...strafiga eri e strafiga rimarrai!
Diario di una "TFfina" disperata [ I^ puntata ]
Marzo 25
Avete presente quella sensazione di libertà che vi assale quando finalmente la corona di alloro vi cinge la testa – lo ammetto, è metaforica: io ho avuto solo il cappello- e siete pronti a salutare cinquanta esami, un centinaio di crisi isteriche, sveglie all'alba e nottatacce sui libri? Beh, io no. O meglio, mi sono illusa di sì. (Ovviamente anche la storia delle crisi isteriche e di tutto il resto è metaforica, fa più effetto). Ma facciamo un po' d'ordine.   Febbraio 2014. Salve a tutti, sono X, una comunissima studentessa di Filologia Moderna, in dirittura di arrivo al traguardo finale e sono felicissima. Per la mia tesi finale ho deciso di studiare un manoscritto del quindicesimo secolo, forse un falso, di cui la copia più importante si trova in Francia, per cui ho dovuto intrattenere rapporti telematici con la segretaria del Museo Condèè di Chantilly per averne una riproduzione fotografica e poterne fare un'edizione critica. So che non vi interessa nulla di quello che vi sto dicendo. La maggior parte di voi non sa nemmeno cosa voglia dire edizione critica, ma vi racconto tutto ciò perchè voglio che voi sappiate che la frustazione e la stanchezza che governano il mio corpo e la mia mente oggigiorno hanno trapiantato le proprie radici in me, mesi e mesi fa. Non sono pazza. Dunque, dicevo, sono arrivata davanti alla commissione il 19 e i miei sforzi di comprendere google traduction e di inventare strane frasi in francese per farmi capire da un'educata impiegata d'Oltralpe sono stati premiati. Addirittura la lode. Festeggiamenti vari, spumante, torta, confetti e foto ricordo; il traguardo è salutato a dovere. I giorni trascorrono felici. Mi beo della spensieratezza che alberga nell'animo di tutti i laureati italiani disoccupati. Escluse le ore passate fuori casa a dare ripetizioni, il divano e la tv diventano i miei migliori amici, ma loro mi capiscono, mi capiscono per davvero. Sanno che ho studiato ininterrottamente per cinque anni e allora mi lasciano in pace, lasciano che io riposa le mie stanche membra. Ma le ore serene sono contate. C'è un pericolo che aleggia nell'aria e che rende la mia vita inquieta: il TFA.   Per chi non lo sapesse, il Tfa, Tirocinio Formativo Attivo, è allo stesso tempo croce e delizia di ogni neolaureato: tutti lo temono, ma tutti fremono nell'attesa della sua venuta. Mi spiego. Il tirocinio formativo attivo è un ulteriore percorso universitario che i dottori magistrali sono tenuti a conseguire per ottenere l'abilitazione all'insegnamento e saltare nella II fascia nelle graduatorie d'istituto. Tutto qui può sembrare abbastanza normale. I problemi iniziano quando il Miur, Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, decide che PER ACCEDERVI il candidato debba sostenere ben tre prove. Cioè avete capito? Tre prove, non una. Si parte da un test preliminare, al costo di 50 euro per ogni classe di concorso a cui si intende partecipare, si passa per una prova scritta, sempre al costo di 50 euro per ogni cdc, e si arriva, se si è stati fortunati nelle battaglie precedenti, ad un esame orale, questo -mi sembra giusto sottolinearlo- gratuito. Il tutto poi diventa ASSURDO, passatemi il termine, se a questo aggiungiamo due problematiche veramente paradossali:   1) I programmi. Non si è mai veramente capito cosa si dovesse studiare. A tratti, è sembrato che tutto lo scibile umano fosse addirittura riduttivo e non vi nascondo che molti hanno preferito non studiare nulla e, credeteci, sono passati. Assurdo. 2) 2.656 euro. Vi dico solo questo, perchè andare oltre mi spezza il cuore in due parti. No, a parte gli scherzi. Ma vi rendete conto? Dopo le tre prove da suicidio a cui siamo sottoposti per poter partecipare a questi corsi formativi, dobbiamo anche pagare?? Ma dovrebbero pagare loro noi, quantomeno rimborsarci le spese dello psicanalista che ci ha dovuti seguire durante l'iter di iniziazione al Tirocinio. Assurdo. Ricordare quest'ultima cosa mi ha veramente messa K.O., quindi vi do appuntamento alla prossima volta per descrivervi il clima da guerra e di terrore che ha accompagnato le prove di cui sopra vi ho detto.   A bientòt.
Intervista a Maurizio De Giovanni
Marzo 24
Maurizio De Giovanni non necessita di troppe presentazioni: scrittore di bestseller ambientati a Napoli, tra il ciclo del Commissario Ricciardi e quello dei Bastardi di Pizzofalcone, è ormai entrato nel cuore di tutti, partenopei e non. Amabile e davvero gentile, ho avuto il piacere di intervistarlo per MYGENERATIONWEB durante l'inaugurazione della Mostra fotografica ispirata alle canzoni di Pino Daniele "Io vivo come te", di cui MYGENERATION è Media Partner. Ecco cosa ha detto ai nostri microfoni (video a fine articolo).               
La misteriosa scomparsa di W : smarrimento del proprio essere o maggiore consapevolezza di ciò che si è o si potrebbe diventare?
Marzo 23
Quando specchiamo la nostra anima e ci accorgiamo che quella riflessa è solo una parte di essa, allora, ecco che iniziano a saltar fuori disagi che, se non combattuti da subito, rischiano di condurci in un tunnel buio dove l’interruttore per accendere la luce esiste, ma è faticoso trovarlo, per cui, a volte, affidiamo la ricerca agli altri ma, in questo caso, la luce che dovrebbe illuminarti, ti acceca impedendo comunque di vedere tutto ciò che “vive” intorno a te, ma soprattutto dentro di te.   Questa è, a mio avviso, la condizione in cui versa la protagonista dello spettacolo “LA MISTERIOSA SCOMPARSA DI W” di Stefano Benni, interpretato in una maniera eccellente dalla giovane attrice romana Ambra Angiolini.   “VU” è un’anima incompleta, smarrita, schizofrenica che, pur vivendo in un ambiente fortemente illuminato, non riesce a trovare l’altra parte di sé, e allora cosa fa? Prova a ricomporre il puzzle della sua vita, attraverso i ricordi, gli stessi che la fanno sorridere, piangere, divertire.   Ricordi che, da subito, sembrano distaccarsi dal suo passato per legarsi al nostro presente, al nostro quotidiano, quasi a volerci rendere “protagonisti” del puzzle che lei vuole ricomporre.    E allora comprendi che quella luce che illumina l’ambiente in cui vive “VU” non vuole limitarsi ad illuminare esclusivamente i suoi ricordi, affinchè la giovane possa ritrovare se stessa ma, forse, vuole principalmente illuminare la nostra ragione, rendendoci maggiormente consapevoli di ciò che potremmo diventare, se ci ostiniamo ad appartenere ad un sistema di massificazione, invece di trovare l’interruttore che accende quella luce che ci aiuta a ritrovare  l’altra autentica parte di noi, impedendo al sistema di massificazione di “spogliarci” del nostro essere originali, rendendoci talvolta stereotipi, “surreali”, proprio come i molteplici personaggi/stereotipi a cui Ambra dà vita sul palcoscenico. Per fortuna, però, c’è chi è lontano da questo fenomeno di massa affermando quotidianamente a sé, e agli altri, chi è realmente.  LA MISTERIOSA SCOMPARSA DI W” è, dunque, un monologo intenso, drammatico, poetico, comico, ironico, dissacrante, soprattutto VERO, dove ogni parola va colta ed ogni sottile sfumatura va vissuta, e questa è l’operazione che, con bravura e competenza, ha effettuato Ambra Angiolini, ricevendo applausi a scena aperta e suscitando sorrisi nel pubblico in sala.   L’attrice ha saputo, inoltre, catturare, coinvolgere ed emozionare il pubblico attraverso la sua energia, la sua forza, la sua mimica, la sua gestualità, dando voce a molteplici personaggi  e alternando in maniera eccellente i tempi recitativi.   Lo spettacolo è andato in scena al Nuovo Teatro Nuovo dal 18 al 22 Marzo.   Spettacolo visto da Gianluca Masone il 18 Marzo 2015  
Zuo shou
Marzo 23
Lo so, lo so, starete pensando “ecco qua che ci propone di nuovo un libro sconosciuto e introvabile!” e lo ammetto, non avete tutti i torti. Non sono riuscita a trovare nessuna traduzione in italiano del suddetto volume, e sono rimasta delusa nel constatare che la scrittrice Jiang Zidan è ignorata nel panorama editoriale italiano. Vergogna, editori dello stivale: invece di pubblicare così tante schifezze nostrane (ahimè, che spreco di carta), impiegate dei traduttori per far conoscere al pubblico della pregevole letteratura straniera! Voglio andare oltre e mi propongo addirittura come traduttrice – ora non avete più scuse! Nell'attesa che il mio suggerimento venga preso in considerazione, comunque, i lettori dovranno accontentarsi delle versioni inglese e francese (intitolate rispettivamente Left Hand e La Main Gauche), a riprova del forte interesse da sempre nutrito da queste nazioni per la letteratura cinese.   Ora, andiamo al sodo. Zuo shou significa mano sinistra ed è il titolo di una piccola raccolta di racconti, così piccola in realtà da contarne solo due: il primo che porta lo stesso titolo del volume, e il secondo intitolato in cinese Cong ci yihou (da adesso in poi), tradotto nelle versioni inglese e francese come From now onward e Après ça. “Bene, e che cosa hanno di speciale questi racconti?”, vi chiederete adesso. In breve: sono avvincenti, perfettamente confezionati e hanno quel tocco di soprannaturale che li rende speciali pur parlando di persone normali. La prima storia narra del rapporto tra un padre e un figlio, segnato dall'abilità (o inabilità) della mano sinistra del figlio di creare o distruggere le cose, che si evolverà fino ad avere conseguenze definitive. La seconda storia narra della strana situazione in cui un uomo si ritrova dopo che sua moglie è sopravvissuta ad una caduta dal secondo piano. Cosa c'è di soprannaturale in tutto questo? Bizzarri scambi di personalità e improbabili risvegli. L'ospedale e la malattia sono il filo che collega i due racconti, e sembrano essere considerati come un punto di svolta in entrambe le vicende. L'animo umano è complesso e insondabile, e alla fine dei conti le domande restano senza risposta, come poi succede quasi sempre nella vita reale. Ecco, potremmo arrischiarci a definirli dei racconti pseudo-veristi, se vi piace, e a notare una leggera influenza del maestro della novella Guy de Maupassant, da sempre molto amato dai lettori cinesi.   Quanto a Jiang Zidan, è una stimata scrittrice cinese contemporanea, membro dell'Associazione degli Scrittori Cinesi, editore dello Hainan Documentary magazine e del Tian Ya magazine, e autrice di numerosi romanzi, saggi e racconti. Mi pare che il suo pedigree sia abbastanza di razza da guadagnarle la pubblicazione anche in Italia. Meditate, gente, e continuate a godere della buona letteratura! 
La verità illumina la giustizia
Marzo 23
A volte i giorni passano e neanche ce ne accorgiamo, il tempo scorre senza lasciare traccia. In inverno le giornate sono uggiose, molte volte tristi e complicate. Poi arriva finalmente la primavera, il 21 marzo. Un 21 marzo diverso, non ci sono dubbi, quello che si è vissuto a Bologna quest’anno in occasione della ventesima giornata della memoria e dell’impegno, in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, organizzata dall’associazione Libera. Un giorno che rimarrà scolpito nel cuore di tutti coloro che hanno partecipato e di tutti coloro che lottano ogni giorno contro le mafie.   Partenza del corteo alle ore 9 dallo Stadio Dall’Ara. Striscioni, bandiere, voce, tanta voce. Quasi 200 mila volti di giovani, bambini, famiglie delle vittime, rappresentanze delle scuole, associazioni e scout, tutti rigorosamente con il logo di Libera. Volti che raccontano storie, storie di dolore e storie di cambiamento. Passato, presente e futuro. Memoria, impegno e cambiamento. In testa al corteo lo striscione di Libera con lo slogan scelto per la giornata: “La Verità Illumina la Giustizia”. A reggerlo ci sono i familiari delle vittime giunti da tutta Italia. Ognuno mostra l’immagine del proprio caro ucciso, chi con una maglietta, chi con un cartello e chi anche solo con le parole.     Noi di MYGENERATIONWEB abbiamo orgogliosamente marciato insieme ai ragazzi di Radio Siani - La Radio della Legalità.     Si arriva a Piazza 8 Agosto e lì si leggono i nomi di tutte le vittime delle mafie, delle vittime delle stragi: Bologna del 2 Agosto 1980, Ustica del 27 Giungo 1980 , quelle della “Uno Bianca” e del “Rapido 904”. Nomi  letti da politici, sindacalisti, familiari e da semplici cittadini. Un momento che scalfisce le nostre coscienze , che ci spinge a fare qualcosa per migliorare la nostra società. Dopo gli interventi di Rosy Bindi  e dell’ex procuratore di Torino, Giancarlo Caselli, sale sul palco Don Luigi Ciotti, presidente di Libera. Grande attesa, grande emozione. Con fermezza scandisce il suo lungo discorso, ricco di speranza e di determinazione. “Chi non vuole una legge sulla cor­ru­zione fa un favore ai mafiosi, ai potenti. La corruzione è la più grave minaccia della democrazia e l’avamposto delle mafie”, questo uno stralcio dell’attacco compiuto da Don Ciotti nei confronti della politica, un forte grido espressione dell’esigenza immediata di leggi adeguate, per dire basta a questa attesa interminabile di giustizia. Riflessioni su quanto sia grave per un paese democratico non mettere al primo posto la lotta alle mafie. Tutti noi, a mio avviso, dobbiamo ogni giorno voler cambiare le cose, perché non c’è più tempo per commuoversi, ma dobbiamo tutti impegnarci concretamente. Nel pomeriggio sono stati organizzati vari seminari, spettacoli teatrali e laboratori sul tema della legalità, sulla confisca dei Beni, sulla tutela del territorio, sulle storie di vittime innocenti, sul terrorismo e la mafia. Insomma potremmo chiamarlo un “paradiso del cambiamento”.     Il ritorno di ognuno di noi è stato all’insegna della stanchezza.  Lungo la strada ho pensato tra me e me: “magari ogni giorno fosse così”. Sapete perché? Perché è bello stancarsi, urlare, camminare, quando si ha quello spirito dentro, quella voglia implacabile di farsi sentire. Come dice Oriana Fallaci “vi sono momenti nella vita in cui tacere diventa una colpa e parlare un obbligo”. Che dire? Di sicuro questo è il mio momento, ma dopo aver vissuto questa giornata penso che sia il momento di tantissime persone. Forse quando parlare di mafie diventerà la prima esigenza della classe politica, quando  contrastarle sarà un dovere morale di ognuno di noi, allora il momento di cui parla la Fallaci, sarà un momento trionfale che coinvolgerà il paese intero.    
"Infection", uno spettacolo teatrale di Massimiliano Caprara dal 18 al 29 marzo 2015 al TEATRO SPAZIO UNO di Roma
Marzo 22
È davvero la nostra l’unica realtà? Cosa conosciamo dell’universo e di possibili mondi paralleli? E se fosse possibile un contatto tra due mondi apparentemente lontani e differenti? Sono queste le domande alla base del complicato e intricato testo di "Infection" scritto da Caprara e messo in scena dalla sua compagnia. La scena, divisa da un velatino, porta lo spettatore ad osservare da una parte le dinamiche  del nostro mondo rappresentato da una coppia composta da Ric (Coscarella), scrittore di favole, uomo mite e ostile a qualsiasi forma di tecnologia e dalla sua compagna, Erika (Milaneschi), social network dipendente e quindi, sulla carta, una coppia mal assortita e incapace di dialogare. Dall’altra parte del “velatino” ci sono due strani e buffi personaggi: Lek (Petik) e Yuk (Cecchini), custodi di un sistema informatico andato misteriosamente in avaria a causa di un virus e che dialogano in maniera quasi incomprensibile e si muovono in alcuni momenti come automi, in altri in modo frenetico, aspettando l’arrivo del temuto Grande Tecnico (Caprara) che possa risolvere il problema. Il punto di contatto o, sarebbe meglio dire, l’uomo di contatto tra i due mondi è Argo (Bevilacqua), fratello di Ric, dedito alle droghe e, in qualche mondo, connesso mentalmente e spiritualmente con il mondo intellegibile, con le sue azioni cambierà in parte la prospettiva di vita di Erika, mettendo in discussione il suo rapporto di coppia. Una vicenda che si muove a scatti, non sempre fluida e che impone attenzione e concentrazione da parte dello spettatore per non perdere il filo rosso della storia. Un testo sicuramente originale, vivace, ben scritto anche se forse troppo criptico e non agevole la prima volta che vi si assiste. La visione risulta sicuramente godibile e, nel complesso, piacevole e interessante per merito del cast, talentuoso e coraggioso nell’affrontare questa difficile sfida teatrale alla distanza,  vinta. Una sfida anche per lo spettatore nel cogliere tutti i messaggi del testo  e farli suoi e riflettere, alla fine, sul concetto che poi non esiste una distanza incolmabile e che il dialogo resta comunque la forma di comunicazione più efficace e vera. “Infection“ è uno spettacolo teatrale di Massimiliano Caprara, scritto da Massimiliano Caprara,  Scene e Costumi di Chiara Paramatti,Disegno luci di Sacha DoninelliLuci e Fonica Alessia Sorbello  con:Veronica Milaneschi, Daniele Coscarella, Michele Bevilacqua, Rosario Petix, Alessandro Cecchini, Massimiliano Caprara In scena dal 18 al 29 marzo 2015 al TEATRO SPAZIO UNO di Roma
MyTopTweet107
Marzo 22
Questa settimana devo fare ammenda per tutte le cose brutte che ho detto nelle precedenti rubriche. Siamo vicini alla Pasqua e quale modo migliore se non dedicare la classifica a Papa Francesco! Il pontefice infatti ha dominato le tendenze con la sua visita, sabato 21 marzo, alla città di Napoli. Se vi aspettate una telecronaca di tutte le belle parole che ha detto, chiudete subito la pagina, non siamo mica su “Famiglia cristiana”! La mia sarà un’analisi dell’evento attendibile quanto una notizia di Studio Aperto, siete avvisati! Come prima cosa, se un giorno vorranno fare santo Papa Francesco, la visita a Napoli sarà uno dei miracoli per supportare la sua canonizzazione. In un attimo sono sparite dalla città: le buche, i sacchetti della spazzatura, il traffico e, udite udite, la metro è stata puntualissima. Direi di invitarlo più spesso a questo punto! Altro miracolo è stata poi la resurrezione della giunta comunale: gente che non sapeva nemmeno di farne parte ha ricevuto a casa un invito per vedere il Papa in prima fila. Dovevate vederli a Piazza del Plebiscito, si guardavano l’un l’altro come se fosse il primo giorno di scuola: molti hanno fatto pure amicizia. Il mio momento preferito però, è stata la speciale accoglienza delle suore di clausura all'arrivo del Papa al Duomo. Come hanno visto Papa Francesco gli sono saltate addosso, manco fossero gli invitati di un matrimonio al buffet! Fatele uscire più spesso sennò alla prossima ci muoiono d’infarto le poverine! Per concludere, permettetemi un pensiero poetico: ma quanto cavolo era bello il lungomare di Napoli che ha fatto da sfondo a questa giornata particolare per la città!   #IlPapaaNapoli:   TheJackAl: Speriamo di riuscire ad averlo come guest star nel prossimo episodio Nonleggerlo: Tutto questo è magnifico. Magnifico. Maice: #papaanapoli Elisabetta Piquè:+++Papa intercambia casco napoletano con papalina #Napoli L'Eroe Semantico:#PAPA FRANCESCO È IN PIAZZA A NAPOLI = A CENA SI FA LA PIZZA, PAPPERÀ CON NOI #anagrammi Nonleggerlo: ‏Nuove frontiere dello #shabadabadà, e che Dio mi perdoni. Pincopallino: Cosa ti è rimasto di questo arrivo del Papa a Napoli? Metà Napoli Afaltata Carlo Alvino: "Vivere a #Napoli non è mai stato facile, ma non è mai stato triste" #PapaFrancesco Salvatore Esposito: La più bella risposta che Napoli potesse dare al mondo !! #PapaFrancesco #papanapoli #papafrancescoanapoli MagnammeceOpesone: #papanapoli #FrancescoAnapoli +case - chiese @Pontifex_it Vs suore che sgomberano Alla prossima!
"L'Attacco dei Giganti": un'incredibile follia!
Marzo 19
Cosa accadrebbe se il genere umano rischiasse l'estinzione? Secondo la fervida e brillante immaginazione del mangaka Hajime Isayama, tutto ciò che ne rimarrebbe si raggrupperebbe in città protette da mura molto alte, per proteggersi dalle continue minacce da parte dei Giganti. Isayama è un giovane fumettista emergente, divenuto famoso per il manga, L'attacco dei Giganti. Si tratta di un'opera di genere horror, uno shonen, che ha tuttora uno straordinario successo a livello mondiale. In Giappone, dopo One Piece, è la serie manga più venduta, inoltre è stata trasmessa la prima serie anime e annunciata la seconda per il 2016, due film, (il secondo in uscita a giugno) e dei videogiochi. L'ispirazione di questo manga nasce da un accaduto vissuto in persona dall'autore Isayama, uno sconosciuto ubriaco lo prese per il colletto ed in quel momento provò «la paura di imbattersi in una persona con cui non si riesce a comunicare» e capì che «l'essere umano è l'animale più familiare e spaventoso al mondo».   In un tempo storico non definibile, una sorta di fantomatico Medioevo, gli uomini cercano di organizzarsi per difendersi dagli attacchi dei Giganti, costituendo tre ordini militari, uno di questi è il Corpo di Ricerca, che ha il preciso compito di scoprire quante più cose possibili su questi esseri mostruosi, nozioni sulle loro origini, come si generano, quali sono le loro debolezze. Creature alte,per lo più, fino a quindici metri, anche se tra loro ce ne sono alcuni che arrivano ad un'altezza di 50/60 metri, sono rozzi e con un'intelligenza molto limitata, Isayama li descrive come estremamente violenti e mangiatori di uomini. In uno scenario ricco di incognite, di domande che non hanno trovato ancora una risposta, ciò che si percepisce è la costante denuncia del giovanissimo mangaka, di un mondo crudele, che va avanti troppo velocemente e col quale gli esseri umani riescono a stento a stare al passo coi tempi. Le paure, le debolezze e tutto ciò che si nasconde dietro la scusa «siamo solo esseri umani» sono quasi tangibili nel fumetto; l'autore è riuscito ad esprimerle al meglio nelle tavole sulla sua opera, come, anche, il piacere che provano i Giganti nel dilaniare i corpi degli uomini. I disegni non sono belli, sembrano molto grezzi, abbozzati, approssimativi, mentre le scene d'azione sono rese meglio. Anche le anatomie dei corpi sono sbagliate, troppo spesso sproporzionate, quelle dei Giganti almeno sono volutamente così: sgraziate goffe e grottesche. Hajime Isayama è riuscito nell'impresa di dar vita ad un prodotto perfettamente commercializzabile e credibile, come lui stesso ha dichiarato. È una storia interessante, perché no, anche riflessiva, ma mai scontata e prevedibile, poiché i veri protagonisti non sono gli uomini, ma i Giganti, che stimolano continuamente la nostra curiosità e sete di conoscenza su tutto ciò che non sappiamo su di loro.  
Fotografi e mafie. Quando la fotografia diventa un impegno sociale.
Marzo 19
Sabato 21 marzo sarà il primo giorno di primavera, ma il 21 marzo, da tempo ormai, dal lontano 1996, è la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.  Il 21 marzo è il simbolo della speranza che si rinnova ed è anche occasione di incontro con i familiari delle vittime che in Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie hanno trovato la forza di risorgere dal loro dramma, elaborando il lutto per una ricerca di giustizia vera e profonda, trasformando il dolore in uno strumento concreto, non violento, di impegno e di azione di pace.   Quest’anno la città scelta è caduta su Bologna, la quale per un giorno diventerà la “città della legalità” dove prenderà vita l’evento "100 passi verso il 21 marzo”, tra manifestazioni, incontri, mostre e spettacoli.  Noi di MYGENERATIONWEB abbiamo dedicato un intera puntata della nostra rubrica on air ospitata su Radio Siani, MYGENERATIONONAIR (www.radiosiani.com/component/k2/itemlist/category/183-my-generation-on-air.html) discutendone con l’Assessore ai Giovani, Alessandra Clemente.    Tema, questo, sentito fortemente anche nel mondo della fotografia. Molti esperti del settore hanno dedicato parte della loro vita ala racconto delle vittime delle mafie.    Definita da molti come la Fotografa della Mafia, Letizia Battaglia dedica la sua intera vita alla fotografia o meglio al fotoreportage. Nasce a Palermo il 5 marzo 1935; dopo la sua formazione e una parentesi a Milano nel 1974 ritorna nella sua città natale e crea, con Franco Zecchin, l’agenzia Informazione Fotografica iniziando a documentare quelli che diventeranno gli anni di piombo della sua città scattando foto dei delitti di mafia.   La fotografia è, per Letizia Battaglia è documento, interpretazione, testimonianza. “L'ho vissuta come acqua dentro la quale mi sono immersa, mi sono lavata e purificata - scrive la fotografa nella prefazione del suo ultimo libro - l'ho vissuta come salvezza e verità”. ≪Un carisma non comune, una incredibile capacità di cogliere i dettagli e una forza innata. Letizia Battaglia ha fatto del suo nome la bandiera di una vita ritraendo luoghi e vittime di omicidi, immagini del tessuto sociale, sguardi di donne e bambine≫ (così viene definita da Paola Mentuccia, ansa.it). Il tutto all’interno della cornice del bianco e del nero che amplifica il significato dei suoi scatti.              Ma le fotografie di Letizia Battaglia potrebbero essere considerate fonte di ispirazione di Francesco Francaviglia, anch’esso fotografo di origini siciliane nato a Palermo, nel 1982. Sin da bambino si dedica alla musica per poi focalizzarsi sulla fotografia prima per necessità, poi per passione vincendo nel 2009 una borsa di studio.  Decide poi di formarsi frequentando l’Istituto Europeo di Design a Roma e a Milano dove, si troverà ad approfondire il suo interesse per la fotografia pubblicitaria e il ritratto fotografico.   E’ tra il 2013 ed il 2014 che realizza il suo progetto fotografico dal titolo Le donne del digiuno per “rappresentare” quelle donne che nel luglio del 1992, all’alba della morte di Falcone e Borsellino scesero in piazza Castelnuovo, la piazza principale di Palermo per protestare, per dire no alla mafia, digiunando.  L’idea nasce dalla semplice lettura di una notizia sulle queste donne: da quel momento è scattata nel fotografo la decisione di approfondire tale storia tanto che pochi giorni dopo partì subito per Palermo alla ricerca delle protagoniste.    Ma chi sono queste donne? Il fotografo le definisce come ≪una pagina importantissima della risposta, da parte della società civile palermitana, al disegno stragista della mafia. Sono le donne che quel terribile giorno dei funerali degli agenti della scorta di Borsellino, mentre una folla immensa imprecava contro i politici, decisero di proclamare un digiuno nella piazza principale di Palermo. Sono donne che, allora come oggi, chiedono verità e giustizia. Denunciano, con richieste che allora apparivano azzardate, i silenzi e le complicità di chi, all’interno delle istituzioni, avrebbe dovuto impedire le stragi. Sono donne che di fronte al sangue dell’estate del ‘92 decisero di mettere in gioco, con un’azione collettiva, non solo la loro quotidianità, ma anche la loro fisicità*≫.             Le fotografie sono caratterizzate da un viso al centro che emerge da uno sfondo nero. In genere il fotografo quando realizza un suo lavoro affronta quella che definisce una  “parentesi di razionalità” con la quale prende nota di parametri tecnici preparando una bozza del lavoro. Con questo progetto è stato tutto diverso: ≪non ha deciso nulla all’inizio, si è lasciato attraversare dalle loro storie e tutto è avvenuto in maniera naturale. Nei suoi ritratti le donne del digiuno si presentano con un’inquadratura stretta, una luce dura con i loro volti [ … ] che emergono dal nero, quello stesso nero che avvolge oggi la verità sulle stragi, con i segni del tempo che testimoniano una lunga storia di impegno civile, con delle forti sfocature che rendono protagonista assoluto il loro sguardo, testimone di un dolore ancora vivo≫*.   Il suo impegno come fotografo contro le mafie non si è concluso con questo progetto: proprio su invito della fotografa Letizia Battaglia ha ritratto donne scrittrici, magistrato, sorelle o madri di vittime della mafia che hanno fatto della loro forza uno strumento di lotta e di denuncia; per poi concentrasi su un nuovo lavoro che vede protagonisti quei magistrati, da Gian Carlo Caselli a Pietro Grasso, che si sono occupati dei grandi processi contro la mafia negli ultimi decenni.     Francesco Francaviglia: francescofrancaviglia.com     *dichiarazioni riprese da un’intervista al fotografo su www.huffingtonpost.it
Ouija, un film horror: sul serio?
Marzo 18
Qualche giorno fa ho visto Ouija, un film horror dello scorso anno incentrato tutto sulla celebre tavoletta utilizzata, durante le sedute spiritiche, per comunicare con il mondo dei morti.   Il regista è Stiles White, quindi sapete con chi dovete prendervela.   Dopo aver visto il film, ho pensato che il minimo che potessi fare per aiutare il prossimo fosse mettere nero su bianco le mie impressioni. Certo è che, se mai un giorno l'umanità dovesse estinguersi per una guerra nucleare o per calamità naturali e degli alieni dovessero trovare il mio articolo come unica testimonianza della nostra civiltà, non ci faremmo una bella figura, ma ho deciso di correre il rischio.   Ora, io mi auguro sinceramente che voi non dobbiate mai sprecare novanta minuti della vostra vita per una pellicola come questa, ma, se proprio ci tenete, non sarò certo io a giudicarvi.   In questa recensine, non scenderò troppo in profondità nei meccanismi della trama, quanto, piuttosto, mi soffermerò sugli assurdi comportamenti di certi personaggi. In questo film, infatti, ho riscontrato un esplosivo mix di cazzate, riconducibile, devo dire, a molti, moltissimi altri film dell'orrore.Perciò, via con la recensione! Vi avverto che da qui in poi c'è SPOILER ALERT.   E, niente, c'è questa tipa che non sa come impiegare il tempo e quindi decide di coltivare l'hobby del dialogo con i morti.Il giochino è semplice: si prende questa tavoletta con sopra inciso l'alfabeto, i numeri da zero a nove, "sì" e "no" e altri simboli. Utilizzando un indicatore mobile chiamato "planchette", si pongono delle domande agli spettri e si aspetta che questi rispondano, facendo muovere l'indicatore sulla tavola, da una lettera a un'altra, o su numeri e risposte varie.   La bionda nel film pone agli spiriti domande cruciali, davvero importanti per il destino dell'universo, del tipo "avrò un ragazzo?", "mi sposerò?", "che vestito metto per la festa?" e così via.   Ma passiamo oltre: dopo una rapida carrellata dei costruttivi e positivi interessi della bionda e della sua amica del cuore, dall'infanzia all'adolescenza, arriviamo al principio del film vero e proprio, quando strani fatti cominciano ad accadere.   È sera e tutto tace. La bionda, che non è la protagonista del film (non vi rallegrate troppo, la vera protagonista, l'amica del cuore, è anche peggio) ovviamente si trova da sola in casa. L'amica passa a prenderla per portarla a una festa, ma lei sa che qualcosa non va e sembra anche volerne parlare, ma poi opta per il silenzio, rinuncia ad uscire, saluta l'amica e rientra in casa.Zan zan.   A questo punto, parte il sottofondo musicale da inquietudine-prima-di-un-fatto-marginale-ma-brutto-che-darà-il-via-al-film: chiunque capirebbe che, ormai, la bionda ha le ore contate. Anche perché lei è molto più carina dell'amica del cuore, ma è quest'ultima a stare bellamente sulla locandina del film, ragion per cui, se due più due fa quattro, qualcosa di terribile sta per venire fuori a papparsi la bionda.     Una porta si apre da sola e già lì, non so voi, ma personalmente mi sarei catapultata fuori di casa urlando. Ma va bene, forse è un po' poco per dare i numeri, sta di fatto che, subito dopo la porta, il fornello si accende autonomamente. Allora, ok, posso capire il primo istinto di non farsi prendere da allarmismi infondati, ma fossi stata al posto della bionda, avrei almeno considerato la possibilità che, minimo minimo, in casa c'è una fuga di gas.   Ma no, perché preoccuparsi? C'è sempre una soluzione geniale in questi casi e, a confermare la regola delle cazzate da film horror, la bionda decide di SPEGNERE TUTTE LE LUCI.   Adesso io vorrei fare una domanda, anche se non so bene a chi dovrei rivolgerla, ed è: "PERCHÉÉÉ???".   Ovviamente, la bionda muore e non per gli spiriti, ma per il principio di selezione naturale che, nella teoria evoluzionistica di Darwin, sancisce la fine senza appello degli imbecilli.   Proseguiamo: tutti sono terribilmente sconvolti dalla tragica fine della bionda, ma poi, in fondo, neanche tanto. Al funerale, qualcuno mangia tramezzini e purè, la madre della bionda decide che il miglior modo di metabolizzare il lutto è una vacanza e la migliore amica decide di saccheggiare l'armadio della bionda: "Tanto, ormai, questa borsa non ti serve più, tesoro". Tra uno strano modo di essere tristi e l'altro, la madre della bionda, sempre durante il funerale della figlia, chiede all'amica del cuore di innaffiarle le piante durante il periodo in cui lei sarà alle Seychelles. Giustamente.   In sostanza, la principale difficoltà del film è stata quella di trovare una scusa plausibile per far tornare l'amica del cuore a casa della bionda e, soprattutto, per farcela tornare senza che ci fosse la famiglia della bionda. Ho la sensazione che si poteva pensare a qualcosa di meglio, ma proseguiamo.   L'amica del cuore va ad innaffiare queste benedette piante e si porta anche il fidanzato. La scusa è fargli controllare la piscina, come se lei avesse dimenticato l'uso della vista, ma sappiamo tutti che avere a disposizione una casa libera non è cosa semplice per due fidanzati.Comunque, l'amica del cuore decide di approfittarne per svaligiare ancora un po' l'armadio della bionda morta, ma poi sente dei rumori e si accorge che, in cucina, il fornello si è acceso da solo.     Evidentemente, lo spirito che infesta la casa era un ex concorrente di MasterChef, morto d'infarto dopo aver visto la pubblicità di Cracco delle patatine San Carlo. Naturalmente, l'amica del cuore a questo non pensa, ma, piuttosto, crede che la bionda stia cercando di mettersi in contatto con lei dal mondo dei morti ed ecco la seconda idea geniale del film: l'amica del cuore chiede ai suoi amici di rinunciare al panuozzo di Gragnano e di andare a passare il sabato sera a casa della bionda morta per fare una seduta spiritica con la tavoletta Ouija.Ovviamente, tutti preferirebbero il panuozzo, ma come si fa a dire di no a una pazza squilibrata?     I componenti del gruppo si danno appuntamento e, successivamente, si riuniscono nel salotto della bionda morta. Qualcuno spera in un piacevole risvolto a base di alcool e sesso, ma qualcosa va storto: i ragazzi si rendono conto che in casa c'è davvero un fantasma e che la pazza squilibrata potrebbe avere ragione, ma poi capiscono che lo spirito non è quello della bionda, ma di qualcun altro, uno spirito maligno che vuole ucciderli. L'amica del cuore, alias Olivia Cooke, non sembra prendersela più di tanto, o forse, semplicemente, il suo repertorio di espressioni facciali è da paragonarsi a quello di Kristen Stewart in Twilight, ragion per cui non riesce a manifestare una particolare preoccupazione per i fantasmi che girano nella casa della bionda morta.     Si susseguono, però, una serie di fattacci, per cui i componenti della comitiva cominciano a morire come mosche, uno dopo l'altro, e il fidanzato della migliore amica rinfaccia a quest'ultima di essere voluta andare a fare la seduta spiritica invece di andare a mangiare il panuozzo, perciò decide di lasciarla, ma tanto muore pure lui, quindi l'amica del cuore non si dispiace più di tanto.   Il momento più bello del film, per me, è stato vedere l'amica del cuore presa per i fondelli da un'ultra centenaria vecchietta affetta da Alzheimer e rinchiusa in un ospedale psichiatrico, ex proprietaria della casa infestata, alla quale l'amica del cuore aveva pensato di chiedere consiglio per risolvere questo inconveniente dei fantasmi assassini di MasterChef.   Tutta la storia finisce con la salvezza della sola amica del cuore e di sua sorella, motivo per il quale avrei chiamato il film "La rivincita degli imbecilli", ma comunque il regista ha pensato bene di tenersi un finale aperto, perché non si sa mai, il film è stato talmente bello che varrà sicuramente la pena mettere su un sequel!
Che ne dite: meglio nude o in pelliccia? MGW per LadyO
Marzo 18
Ricordo nitidamente un’immagine della mia infanzia, quella di donne dell’età di mia madre (ma anche di mia nonna) che orgogliosamente indossavano morbide e sontuose pellicce. Ora non so se si trattasse di pellicce vere, ma immagino che molte lo fossero, visto che ad indossarle erano signore che sapevo essere piuttosto facoltose. Non oso immaginare quanti e quali capi sfoggiassero poi le donne della Napoli bene, quelle di Via Dei Mille per esempio o le abituali frequentatrici del Teatro San Carlo o dei circoli vip, le mogli di famosi primari ospedalieri e via discorrendo. Certo è che già a quell’epoca rimanevo piuttosto basita dall’atteggiamento superbo con cui queste signore sfoggiavano, lasciatemelo dire, nient’altro che i resti di animali morti.   Devo dire di essere sempre stata piuttosto sensibile alla “questione” animali, tanto che più volte mi sono rifiutata, sempre da bambina, di mangiare la carne, chiedendo ai miei genitori perché si dovessero uccidere degli animali per nutrirci, prima di venire a conoscenza della catena alimentare. No, non sono diventata né vegana né un’animalista agguerrita ed impegnata in manifestazioni a favore degli animali, ma di certo nutro per loro un grande amore, soprattutto per i gatti, avendone due. Sono fermamente convinta che gli animali, in quanto esseri viventi, così come le piante e tutto quanto facente parte della natura, vada profondamente rispettato e protetto, senza estremismi, considerando sempre che l’essere umano, pur essendo al vertice della creazione, non abbia alcun diritto di sfruttare in modo indiscriminato altre “creature”. Sono d’accordo (e immagino che potrò suscitare disdegno in alcuni lettori), sull’uso degli animali da laboratorio per la sperimentazione dei farmaci, se questi, come nel caso degli antitumorali o di altre importanti classi, consentono di salvare o prolungare la vita di milioni di persone malate. Esistono protocolli stilati con il beneplacito di comitati etici che stabiliscono regole, più o meno condivisibili, ovviamente, riguardo tale argomento. Personalmente provo orrore all’idea che animali domestici, come il cane o il gatto, vengano torturati: non che la loro vita valga più di quella dei topini da laboratorio ma è innegabile che le differenze ci siano. Ciò che proprio non mi va giù è pensare che si debbano torturare animali per scopi che non siano “alti” e sicuramente tra questi c’è la fabbricazione di pellicce. Lo sappiamo tutti, l’abbiamo studiato alle elementari. Gli uomini primitivi indossavano le pelli degli animali poiché era per loro l’unica possibilità di ripararsi dal freddo. Allo stesso modo sappiamo bene che oggi, grazie alle innovazioni nel campo della tecnologia tessile, si possono produrre un’infinità di capi altrettanto caldi che, oltre ad essere funzionali, sono anche estremamente eleganti. Da qui nasce la mia incredulità rispetto al fatto che, ancora oggi, esista chi, pur di indossare uno degli “status symbol” per eccellenza in fatto di abbigliamento, approva deliberatamente la tortura di animali. Spero di non assistere mai ad una conversazione del genere nella mia vita. Tra le modalità di uccisione degli animali, menzione del tutto a parte merita lo scuoiamento: la pelliccia è rimossa dal povero animale mentre è ancora vivo, lasciandolo morire lentamente e dolorosamente. Non si può che provare orrore, a mio modesto parere.   Sono numerose le associazioni che lottano nel mondo affinché queste pratiche diventino un ricordo di tempi lontani, ma non tutti i paesi sono, per così dire, sensibili all’argomento e sebbene in molti esistano leggi in difesa degli animali, si sa: “fatta la legge, trovato l’inganno”. Tra le associazioni che operano per la tutela degli animali, non solo relativamente alla questione pellicce, vi è PeTA (People For The Ethical Treatment of Animals), attiva in tutto il mondo attraverso numerose campagne di sensibilizzazione, diffusione di informazioni che molto spesso ignoriamo e petizioni. Numerosi sono i personaggi famosi del mondo dello spettacolo, dal cinema alla musica alla moda, che prestano il loro volto a favore di nobili cause. Quest’anno, a proposito del nostro capo incriminato, è stata la volta di Pink, la famosa ed eclettica cantautrice statunitense. Pink è stata la principale protagonista di una campagna targata PeTA dal nome “Meglio nude che in pelliccia”, nella quale viene ironicamente suggerito di “imparare a sentirsi a proprio agio nella propria pelle lasciando che anche gli animali facciano altrettanto”.     Se Pink ha attirato soprattutto l’attenzione dei media, senza tralasciare quella di tutti coloro (fan e non) che hanno potuto ammirare il suo bel corpo tatuato e la sua nuova capigliatura, tre attiviste di PeTA hanno fatto grande scalpore durante la settimana londinese della moda lo scorso mese, presentandosi completamente nude davanti alla Somerset House con un cartellone, rigorosamente rosa, recante il medesimo slogan a coprire il lato A. Il lato B nel frattempo è stato preso d’assalto dai flash. Saranno riuscite nel loro intento di sensibilizzare l’opinione pubblica o avranno solo creato un bell’ingorgo nel centro della capitale inglese? Ci sarebbe da informarsi sul numero di tamponamenti avvenuti durante quella giornata! Scherzi a parte, non c’è dubbio che con questa “trovata” abbiano fatto conoscere PeTA a chi come me (lo confesso) non ne era a conoscenza.     Molte altre star hanno prestato i loro corpi per questa ed altre nobilissime cause, tra cui il divieto ad  impiegare gli animali negli spettacoli circensi e la protezione delle povere anatre, letteralmente torturate per preparare il pregiatissimo paté de foie gras. Personalmente, mi sono sempre rifiutata di assaggiarlo; tra l’altro si tratta di un cibo grasso per definizione. Direi che sarebbe il caso di unire l’utile al dilettevole ed evitare di consumarne, in Francia ovviamente, perché in Italia è vietato da una legge del 2007.         Nel nostro Paese la LAV (Lega Anti Vivisezione) ha presentato una proposta di legge in materia di “Divieto di allevamento, di cattura e di uccisione di animali per la produzione di pellicce”, chiedendo che sia vietata l’apertura di nuove strutture, che siano chiuse quelle esistenti da un anno dall’entrata in vigore della legge ed altre forme di tutela per gli animali. Il triste dato è che in Italia vi sono ancora ben 18 strutture che causano la morte di oltre 150000 visoni l’anno.   Se da un lato è necessario tutelare gli animali con una specifica normativa, dall’altro è essenziale l’esempio proveniente dal mondo della moda. Vedere sfilare in passerella modelle in pelliccia non è di sicuro un elemento che scoraggia le donne ad acquistarne una per sé. A tal proposito, è da lodare la politica adottata dal gruppo Inditex, quello di Zara e Bershka per intenderci, che ha sottoscritto con la Fur Free Alliance l’impegno a non utilizzare nelle sue collezioni nessun tipo di pelliccia di animale, compresa quella di coniglio. Mi auguro che molti altri brand possano seguire lo stesso esempio e soprattutto che si comprenda che non si può barattare l’illusione della bellezza, né l’ostentazione della propria ricchezza, con la vita di un animale.   E consentitemi di lasciarvi con una riflessione leggera, rivolta soprattutto alle amiche lettrici. Partendo dal presupposto banale che una pelliccia la si indossi per piacere a qualcuno, credete davvero che ad un uomo importi di vedervi in pelliccia piuttosto che nude? E se proprio volete illudervi che l’abbigliamento faccia la differenza, almeno acquistatene una completamente sintetica. Una volpe ringrazia!
“Frantumi di calma apparente”. Il nuovo libro di Clemente Cipresso. Un romanzo di formazione che scava nell’anima
Marzo 18
“Frantumi di calma apparente” è il nuovo libro di Clemente Cipresso, pubblicato dalla Effigi Editore di Grosseto. Si tratta di un romanzo di formazione che segue una linea introspettiva. Il lavoro letterario racconta di Sergio, un attento osservatore dell’umanità. Sergio è addetto al controllo qualità presso Villa Serenità. Durante le sue giornate lavorative si immerge in “frantumi di calma apparente”, momenti che lo trascinano tra emozioni e dispiaceri. Il protagonista si sente un inadeguato alla vita e per questo va avanti portando dentro di sé alcuni vuoti. Il contatto umano con i pazienti della Villa gli permetterà di colmare questi vuoti e di scoprire nuovi risvolti del suo essere.   Inaspettate opportunità gli si presenteranno davanti. Starà a lui cogliere il momento giusto e l’energia adatta per rimettersi in gioco.   Ciao Clemente. Quali sono i temi principali del tuo lavoro letterario?  Il libro è la sagra di tutte le contrapposizioni, credenze, frammentarietà dei rapporti sentimentali, interpersonali e di lavoro della nostra epoca. Il ritratto di un mondo felice ed ancora sano in apparenza che stride, irrimediabilmente, con la quotidianità spesso fugace della disoccupazione, della solitudine e della malattia.    Come descrivi il protagonista del tuo romanzo?  Sergio è un attento osservatore del comportamento umano, oltre che persona dotata d’innata capacità empatica e grande disponibilità verso il prossimo. La sua è un’esistenza problematica, minata da una profonda vena di inadeguatezza, un bagaglio che si trascina dietro fin dall’infanzia e che lo ha portato a non gioire pienamente delle piccole cose, a non legarsi, a non amare mai in modo completo.   A chi e’ indirizzato il messaggio del libro?  Il libro è indirizzato a tutte quelle persone che conducono un’esistenza eccitata e a volte quasi frenetica, che appare priva di salde fondamenta e di soluzioni valide e sicure.     C’è un lettore ideale?  Il lettore ideale è l’uomo che coglie conquiste e fallimenti, speranze e cadute, in uno scontro inesorabile con lo scorrere del tempo, o il peggiorare della malattia. Sono proprio questi i fragili “orli frantumati” su cui ognuno di noi cammina, in equilibrio tra cruda realtà, sogni e aspettative.    Ci racconti un po’ di te?  Ho 32 anni e sono di Lusciano, un piccolo paesino in provincia di Caserta. Scrivo da quando avevo 12 anni, quando cioè composi il primo racconto dal titolo “Un cappello a righe blu”. Mi piace fare tante cose e non stare mai fermo. Nel campo del sociale mi interesso di disabilità, malattie cardiovascolari, oncologia e divulgazione scientifica.     Cosa fai nella vita?  Non so mai cosa rispondere a questa domanda. Tecnicamente mi occupo di ricerca nel campo della patologie cardiovascolari. Ma sono anche un appassionato di innovazione e trasferimento tecnologico. Riguardo a questo, proprio da poco ho iniziato un progetto start up con il sostegno di alcuni incubatori di imprese innovative del nord Italia.    A proposito del giovane protagonista, cosa ti sente di dire ai giovani come te?  Di essere positivi e non arrendersi mai. E, soprattutto, di non aspettare il “prossimo villaggio” come diceva Kafka. La vita è già straordinariamente corta.
Fermiamo la catastrofe
Marzo 16
Risanamento ambientale e valorizzazione dei Regi Lagni: questo il progetto messo in piedi dalla Regione Campania. Il programma prevede la realizzazione di interventi rivolti al disinquinamento dei Regi Lagni fino al litorale domizio, per risanare il contesto ambientale che vive, attualmente, una situazione di forte degrado.   I Regi Lagni sono una grande opera di  ingegneria idraulica, realizzata nel 1610 nell’arco di soli di sei anni dal viceré spagnolo Pedro Fernàndez de Castro, che si estendono dal territorio limitrofo al Vesuvio fino al fiume Volturno. Furono creati per arginare le frequenti inondazioni del fiume Clanio, che impedivano lo sviluppo urbanistico dell’area. In particolare gli interventi previsti dalla Regione avranno la finalità di adeguare gli impianti di depurazione regionale di Napoli Nord, Acerra, Cuma, Foce Regi Lagni e Marcianise. Inoltre sono previste operazioni sulle reti di smaltimento delle acque meteoriche e fognarie tra i comuni di Giugliano in Campania, Villaricca, Mugnano di Napoli, Qualiano, Melito e Sant’Antimo. I principali benefici del grande progetto consistono in: minori costi per le sistemazioni da allagamento e la riduzione del tasso di mortalità nell’area presa in considerazione. Un’area  martoriata da anni e divenuta ormai una fogna a cielo aperto: acque non pretrattate, carcasse di animali, opere di cementificazione e sversamento illecito di rifiuti. Già dagli anni 90’ i Regi Lagni furono oggetto di numerose inchieste che coinvolsero soprattutto le società che si occupavano della gestione dei depuratori, molte ora sottoposte a sequestro giudiziario. Guardando più nello specifico, l’area dell’agro Nolano, negli ultimi decenni, ha subito profonde trasformazioni a causa della costruzione del grande centro commerciale “Vulcano buono” che, non solo non è stato un trampolino di lancio per l’economia campana, bensì ha anche tolto molto terreno coltivabile ad una zona che, in un tempo ormai lontano, era il fiore all’occhiello per i suoi terreni fertili e  le sue pure acque minerali. Non finisce qui. Aironi, fratini e falchi da palude scelgono i Regi Lagni per alimentarsi e riposarsi durante le migrazioni autunnali e primaverili. Addirittura sono stati avvistati anche alcuni esemplari di falco pescatore, conosciuti per essere dei veri e propri cacciatori diurni, specie rarissima in via di estinzione. Una valorizzazione che quindi non potrà non partire anche dall’esigenza di salvaguardare le oasi naturali che resistono miracolosamente ancora oggi, nonostante l’inquinamento.   Grandi obiettivi, non ci sono dubbi, ma speriamo in cuor nostro che si concretizzino, affinché la nostra regione non sia più palcoscenico di mancanza di educazione, illegalità, consumo di suolo agricolo, individualismo e di mancanza di rispetto nei confronti della natura, ma che torni ad essere la “Campania felix” di un tempo.
Focus: niente è come sembra
Marzo 16
E’ un periodo che il Will Smith cinematografico vive un periodo di alti e bassi. Dalle sue estenuanti ricerche di ruoli dove piazzare il figlio Jaden ai suoi film auto-referenziali come Man in Black 3, Smith sta cercando un po’ di stabilità in un mondo che evidentemente si sta stringendo attorno a lui. Questo film, tuttavia, sembra avergli concesso un po’ di respiro.Parliamo di Focus, cui Smith ha aderito sorpassando al volo Gosling e Affleck, in lizza per la parte da attore protagonista, che lo vede recitare nei panni di un borseggiatore di nome Nicky che insegna il mestiere (almeno nella prima parte del film) a Jesse(Margot Robbie, in lista come lui per Suicide Squad della DC) e che lo vedrà in seguito pronto ad inseguirla quando, tre anni dopo, lei avrà fatto tesoro di ogni sua lezione per diventare una vera e propria femme fatale, con una corsa automobilistica ad alto rischio a complicare le cose. Nicky infatti dovrà mettere a segno il colpo più difficile della sua vita, e per una volta la posta in gioco non saranno soltanto i suoi soldi.Il film è una versione “low fantasy” di Nowyousee me (se ne notano le somiglianze persino nel titolo), ma non per questo rinuncia a stupire e soprattutto a divertire. Smith riesce ad affascinare lo spettatore così come affascina scommettitori e colleghi, ingannandoli tutti con estrema maestria per poi rivelarci in esclusiva come ci sia riuscito. Fino all’ultimo, infatti, non saremo certi di quale sia il progetto del truffatore, e aspetteremo ancora una volta di essere sorpresi. Ma quanto è possibile sorprendere, e quanto invece c’è di già noto, pronto a metterci i bastoni fra le ruote?Dal punto di vista tecnico il film tuttavia si rivela un po’ al di sotto delle aspettative: sicuramente non deve essere come nowyouseeme, che puntava tutto sulla spettacolarizzazione, ma le inquadrature talvolta rischiano di diventare stancanti, statiche, e non sempre i dialoghi ci permettono di dimenticarle. Quando ci riescono, va però detto, sono risate assicurate. La Robbie è fin troppo efficace come “ingenua” e AdrianMartinez (Farhad) è una spalla comica fenomenale, capace di sdrammatizzare qualsiasi situazione. Si evince il tentativo di creazione di un “ritmo”, qualcosa del tipo “falli divertire, falli rattristare, ripeti” che permette di sorpassare lo scoglio dell’inizio film (quello di presentazione, insomma) senza annoiarsi.In definitiva, il film si attesta sulla sufficienza sia dal punto di vista della trama che da quello della realizzazione tecnica. Non eccelle, poco ma sicuro, ma i soldi del biglietto li vale. Magari di mercoledì.
Curves. Al di là della taglia small.
Marzo 15
Da sempre esiste lo stereotipo della donna magra. Da sempre si crede che si è belli solo ed esclusivamente se si è magri, se non si va oltre la taglia 40-42. Certo è che di solito i canoni di bellezza vengono dettati dalla moda, da quel mondo spesso artefatto, quel mondo dove le “donne normali” non si riconoscono quasi mai, anzi mai. Belli o belle lo si può essere anche con qualche chilo in più. Con questo non voglio dire che essere “in carne” è giusto, ma si può essere affascinanti lo stesso, al di là delle questioni di salute. Ed è quello che cerca di dimostrare Victoria Janashvili, giovane fotografa di origini russe, con il suo progetto dal titolo emblematico, Curves. E come lei anche altri fotografi quali Yossi Loloi che con il suo Full Beauty pone d’avanti l’obiettivo supersized big beatiful women (http://www.mygenerationweb.it/articoli/tendenze/news-from-the-world/full-beauty-la-burrosita-vista-da-yossi-loloi).   Victoria Janashvili, dopo essersi laureata al College of Fashion di Londra, realizza diversi servizi fotografici per riviste come GQ, Maxim e Cosmopolitan grazie ai quali diventa, per lei, un’abitudine fotografare modelle molto magre. Nel 2012, però, Victoria fotografa, per la campagna anti-anoressia di Plus Model Magazine, la modella Katya Zharkova, una delle più famose modelle taglie forti. Forse proprio da qui nasce il suo desiderio di concentrarsi un “tipo di modella” diverso, proprio da qui nasce l’idea di proporre un modello "normale" di corpo umano.    Per il suo progetto sceglie come protagoniste Denise Bidot e Marina Bulatkina, modelle taglia 48, le quali hanno posato vestite solo di vernice bianca. Una scelta non casuale: se il nero nasconde le forme, il bianco le mette in risalto. E così in circa diciassette scatti le modelle mostrano tutte le loro morbide curve, tutta la loro sensualità.           “Nonostante la donna media americana porti una taglia 14 (che in Italia corrisponde alla 48),  - sostiene Victoria - i media continuano a rappresentare stereotipi di bellezza molto diversi utilizzando donne magrissime e portando le donne con fianchi e seni prosperosi a sentirsi inadeguate".        Il progetto di Victoria Janashvili è stato presentato sulla piattaforma di crowfunding Kickstarter con lo scopo di raccogliere i fondi per la pubblicazione di un libro che racconta i suoi scatti e per allestire una mostra permanente. In soli due giorni ha ricevuto poco più di quattro mila dollari. “L’obiettivo dei miei progetti  - afferma la fotografa - è sempre stato rappresentare modelli sani e facilmente riconoscibili. Con questo libro vorrei continuare a rompere gli schemi per aiutare le donne ad amare il proprio corpo così com’è”.     Curves di Victoria Janashvili: http://www.victoriajanashvili.com/352045/5272439/gallery/curves-the-art-book.
Mai n'Oscar!
Marzo 14
Voglio azzardarmi a pensare che tutti noi sappiamo cosa sia un Oscar. Magari non abbiamo mai seguito la cerimonia e, sicuramente, non ricordiamo a memoria tutti gli attori, film o registi che ne hanno vinto uno ma se ci chiedono 'Cos'è un Oscar?', bene o male, sappiamo rispondere tutti.  Ormai parecchi attori ne hanno ricevuto uno, recentemente anche Eddie Redmayne, con 'La teoria del tutto', ha ricevuto la sua statuetta dorata per il Miglior Attore. Eppure c'è un uomo, famoso e conosciuto da tutti, forse dai più adulti come 'Jack di Titanic', e che risponde al nome di Leonardo, o Leo, che proprio non riesce a vincerne una!  Perché Leonardo Di Caprio non riesce ad avere un Oscar? Personalmente trovo che sia un bravo attore e non riesco a spiegarne il motivo, così ho pensato di chiedere in giro in modo da sentire pareri diversi e, forse, risolvere questo mistero ancestrale.    Sara:  La prima reazione:  'Perché Leo non vince l'Oscar e cosa gli consigli di fare?'  'Oddio, ci penso cinque minuti, è una domanda importante.'    La risposta definitiva: “Penso che Leonardo sia il ritratto del tipico giovane italiano di oggi: si impegna, studia e poi qualcun altro meno meritevole si prende il merito. A mio parere non riesce ad avere l'Oscar perché da lui ci si aspetta sempre che faccia di meglio nel prossimo film ma così si entra in un circolo in cui si ci aspetta sempre di meglio senza mai riconoscergli il merito di nulla.  Se potessi consigliare Leo, gli direi di fingere la sua morte perché dopo questa sicuramente gli verrà data la maledetta statuetta e poi spuntare dal nulla nel be mezzo della cerimonia degli Oscar mandando a quel paese un po' tutti. Leo, noi siamo con te.”     Rino:  Dopo aver realizzato che sarebbe stato pubblicato: 'Ti invio poi l'articolo con il tuo intervento.'  'Ah allora aspetta, lo scrivo meglio..'   La risposta Non scritta meglio: “Credo che Di Caprio non abbia mai vinto un Oscar per il suo essere presuntuoso. Non è che non sia un bravo attore, anzi, è molto bravo e talentuoso ma il tempo ha fatto sì che dentro di lui si sviluppasse una tale dose di presunzione che lo spinge a comportarsi come se l'oscar gli fosse dovuto. Penso che L'academy abbia riconosciuto questo atteggiamento narcisistico-presuntuoso e, di riflesso, non ha intenzione di premiarlo. Attualmente credo abbia bisogno di qualche lezione di umiltà.  Gli consiglierei di fare film per il gusto di fare film, e non con lo scopo di avere un Oscar. Un attore non dovrebbe recitare per vincere qualcosa ma per esistere.”     Vincenzo:  Dopo una serie di motivazioni valide: 'Perchè Leo non vince l'Oscar?'  '...non lo so, magari gli sta antipatico, ha una faccia antipatica.'   La risposta meglio ragionata: “Posso ipotizzare che Di Caprio sia talmente bravo che siano tutti gelosi della sua bravura e quindi non vogliono dargli l'Oscar. Magari con il prossimo film sarà la volta buona. Gli consiglio di uccidere tutti i candidati all'oscar per una soluzione immediata, una soluzione più lenta invece è semplicemente continuare l'ottimo lavoro che sta facendo, perché è un grande attore, e magari in vecchiaia potrà vincere un oscar.     Simone:  Dopo aver capito che era una domanda seria: 'Mi dai una risposta più dettagliata?' 'Eh allora aspetta stasera e la faccio più dettagliata.'     La risposta dettagliata (immaginate quella Meno dettagliata.): “Essenzialmente io penso che L'academy voglia spingere l'attore a fare il suo massimo. Fino a quando potrà superarsi non lo vincerà mai.  Gli consiglio di osare sempre di più, quest'anno l'Oscar è stato assegnato ad un prova di recitazione difficilissima. Secondo me lo vincerà quando sarà più vecchio.”         Voi cosa pensate? Perché Leo non riesce a vincere e, secondo voi, cosa dovrebbe fare per vincerne uno? 

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