Houdini - Che la magia abbia inizio!

Tremate, le streghe son tornate! Buon Halloween a tutti, cari lettori! Come ben sapete, oggi si “fes...

Alla corte della solitudine. Tre racconti sulla condizione umana in scena al Piccolo Bellini

Tre storie, altrettanti modi per raccontare la solitudine. C'è la solitudine vera, tangibile...

"Guardiani della galassia": il mondo Marvel alla massima potenza

Dopo lunga attesa, e una resistenza quasi ascetica per non guardare il film sottotitolato su interne...

Albiol dorme, Callejon sbaglia, Higuain fila e sfila. Il Real-Napoli tradisce Benitez.

Una bella prestazione, il predominio sul possesso palla, la difesa fantasma e un rigore sbagliato. Q...

Contatori elettrici non a norma. Intervista all'esperto Luigi Gabriele dell'Associazione Consumatori Codici.

In un precedente articolo (http://www.mygenerationweb.it/201410091921/articoli/generation-loud/1921-...

Ultimi Articoli

Previous Next
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
Alla corte della solitudine. Tre racconti sulla condizione umana in scena al Piccolo Bellini
Ottobre 30
Tre storie, altrettanti modi per raccontare la solitudine. C'è la solitudine vera, tangibile, quella della guerra, davanti alla quale l'uomo è solo e senza appello o scelta. C'è la solitudine di un sogno, quello di fare l'attore, portato avanti con il sorriso forzato di chi, pur di inseguire il proprio ideale di vita, è costretto a fare altro e c'è, infine, la solitudine di un gioco triste, come solo una coppia senza amore può proporre e proporsi. L'analisi, però, va fatta dei singoli spettacoli, perché, pur brevi nella durata, di tali si tratta e, in quanto tali, i tre corti della serata del 28 ottobre ne meritano la dignità. Si inizia con gli Imprenditori di sogni: la Grande Guerra e tre personaggi molto diversi a raccontarla, veri e senza censure, con storie che avremmo potuto sentire dalla viva voce di ognuna delle persone che ha vissuto in quel periodo. Un napoletano antico e un turpiloquio necessario, colmo di rabbia e impotenza è protagonista di "Vulesse 'o cielo ca turnasse", nel testo forte di Raffaele Galiero. Un palco diviso in tre, con scene fredde, di ferro, polvere e sangue: il soldato in trincea (Francesco Saverio Esposito) piange la normalità della sua casa, i vent'anni trascorsi tra polvere e spari, una madre che non rivedrà e una moglie e un'esistenza che non ha avuto la possibilità di vivere. È il pianto greve dei soldato dispersi, quelli senza nome o volto a cui i cari rimasti a casa hanno dedicato tombe vuote, simbolo di una barbarie senza pari: la sanguinosa Prima Guerra Mondiale. Mi viene in mente un vecchio racconto di mia madre, iniziato dopo una delle tante domande poste da una me bambina, sempre troppo curiosa. Davanti a una lunga serie di tombe schierate subito fuori al cimitero del suo paese le chiesi: "Chi è sepolto qui?" "Nessuno - mi rispose - sono tombe in ricordo dei dispersi della Prima Guerra Mondiale". È la dignità umana che è andata dispersa, penso adesso, tra granate e polvere e sangue e ferro e il freddo intollerabile del fucile. La dignità persa, moltiplicata per tre, non c'è pace nè redenzione, c'è il nulla per il soldato che torna e vuole sfogare bisogni meramente fisici (Gianluca Scuotto), e non c'è felicità per chi non è mai partito perché bloccato nel suo mondo onirico, ìmostro' in un tempo non pronto per chi è diverso, per chi vuole solo amare e non può far altro che rifugiarsi nei suoi sogni e, d'altronde, quale tempo è adatto a chi ama? Bella prova 'en travesti' di Carlo Liccardo che vive il suo personaggio e lotta contro una natura che non gli appartiene, bravo Esposito in un ruolo che gli è congeniale per tratti fisici, recita con le espressioni del viso e con gli occhi, sfrutta la postura del corpo e diventa prigioniero di se stesso. Molto naturale Scuotto, che si è immedesimato tanto nel suo ruolo da giocare sul 'chi se ne fotte' anche nel commento post spettacolo, rendendo più ironico un testo duro, ma mai pesante. La regia di Giovanni Merano è scevra di fronzoli e sovrastrutture e sfrutta sapientemente le caratteristiche dei propri attori, li intrappola in un ideale rettangolo, che li separa e li unisce, con scenografie affini ma diverse e studiate per essere tali (opera di Anna Seno) e costumi d'epoca (di Federica Del Gaudio) perfettamente in linea con il resto. Dopo l'interessante approfondimento con i protagonisti del corto, la serata continua con "Mise en Place" di Daniele Amendola e Pietro Pace, anche unico protagonista sulla scena. Il secondo corto parte da un'idea brillante: che la portata principale, pronta ad entrare tra le bramanti fauci del pubblico, sia l'attore sul palco. Il protagonista si rivolge al pubblico, gioca sul vistoso imbarazzo degli astanti ed elenca una serie di portate, ma questo è solo un pretesto. Ciò che davvero è in tavola è la vita, la storia, sono i desideri di un uomo e il suo grande sogno. Dunque geniale l'idea, meno la resa, che soffre di dialoghi un po' troppo stringati, battute dalla risata facile ed elenchi a metà tra il monologo di Accorsi in Radio Freccia e le citazioni in stile Fabio Volo. Probabilmente è il tempo, i minuti a disposizione non raccontano una storia a sè e si ha quasi l'impressione, come effettivamente sembra dire il regista nell'intervista che segue il corto, che questo rappresenti un estratto di un testo più lungo e ben più articolato. Personalmente, non vedo l'ora di poter assistere alla versione integrale. Terzo e ultimo corto della serata è "Devozione" di Mirko Di Martino, anche regista, con Roberto Cardone e Marcella Vitiello. Interno sera: una donna sulla sedia a rotelle e un uomo, si sono conosciuti sul web, pare. Impacciati come da copione, per un primo appuntamento, si scambiano leziosi commenti, ma qualcosa non quadra. I tempi scenici sono stranamente troppo lunghi, sembra una recita nella recita...ed è proprio questo: la finzione di un amore che non c'è, la ricerca di un brivido lì dove tutti manca. Sono i personaggi stessi a recitare un ruolo altro da sè. Ma perché lo fanno? Perché la normalità stanca, soprattutto in amore, è troppo difficile da sopportare e ci si aggrappa ad un'idea distorta di sè prima che del partner. E si cerca l'onnipotenza nella devozione assoluta dell'altro. Freud avrebbe tanto da dire a riguardo. Molto bravi i due interpreti, sempre sul filo della finzione dichiarata, tra loro il gioco funziona.Concludo dunque con una considerazione: che sia la patria, un sogno o anche l'amore, la domanda è sempre la stessa: si può morire per un ideale?     La X edizione della Corte della Formica, Festival di corti teatrali, continua fino a domenica 2 novembre alle ore 18 al Teatro Piccolo Bellini.
"Guardiani della galassia": il mondo Marvel alla massima potenza
Ottobre 30
Dopo lunga attesa, e una resistenza quasi ascetica per non guardare il film sottotitolato su internet, arriva anche in Italia il film più esilarante e dissacrante della Marvel firmato da James Gunn, i “Guardiani della galassia”. Si tratta di un ennesimo film sulle origini, uno di quelli epicheggianti, questo è vero, ma le scene si alternano con tale abilità che il senso dell’epos sarà intervallato costantemente da scroscianti risate, dovute principalmente ad un procione parlante armato fino ai denti che risponde al nome di Rocket Raccoon. La trama è semplice: Peter Quill, il criminale noto come Starlord (noto a pochi, in verità), è a caccia dell’orb, un artefatto che cela un misterioso potere. Quando si scopre che ce l’ha lui, a ben tre persone viene chiesto di prenderlo: una è il procione psicopatico, alleato con un divertente uomo-albero chiamato Groot, e l’altra è quella che nei fumetti Marvel viene definita “la donna più pericolosa dell’universo”, Gamora. A causa di una serie di inconvenienti tutti da ridere, nessuno dei quattro riesce a completare il proprio obiettivo, e vengono imprigionati. Nella prigione di massima sicurezza incontrano Drax, detto il Distruttore, detto Batista della WWE, e quindi detto il distruttore al quadrato. Questo individuo, dotato di immensi muscoli ma assai poco sale in zucca, odia a morte Ronan l’Accusatore, temibile tiranno in cerca dell’orb, e decide di allearsi con il gruppo per compiere la sua vendetta. Dopo una serie di esilaranti vicende e una rocambolesca fuga, il gruppo si dà da fare per trovare e sconfiggere Ronan, e qui veniamo alla parte dolente del film. Per chi legge i fumetti, è chiaro sin dal principio che quasi tutti i personaggi presentati non sono all’apice della forma: Drax prende botte ovunque vada, Gamora non riesce a uccidere praticamente niente (complice, secondo me, anche il target del film), Rocket non l’ho mai visto colpire nulla al di fuori di roba che esplode e il gruppo riesce a cavarsela quasi sempre grazie a Starlord. Ci può stare però, è un film sulle origini, tutti devono ancora prendere confidenza con l’idea di gruppo e vederli sbagliare comunque aumenta il potenziale comico. Quello che a un certo punto smette di far ridere, anche se per poco, è Ronan l’accusatore. Senza aforismi, Ronan l’accusatore è il nemico più imbecille mai affrontato in un film Marvel. Da qui in poi spoilererò un po’, quindi se doveste fermarvi qui sappiate che il film è super consigliato, e che questo difetto di Ronan è onanismo mentale dello scrivente, che ritiene che i villain convincenti ci debbano essere, se si vuole fare un film epico, divertente o no che sia, specie se quando lo si affronta il tono passa da scanzonato a eroico. Innanzitutto, voglio fare i complimenti a chi ha costruito quel bastoncino findus nero che è la nave di Ronan: inguardabile, ingestibile e soprattutto inutile. Ha una sola vetrata, al centro della nave, dalla quale in teoria si dovrebbe guardare tutto. Ma diamine, persino una Fiat Panda può ospitare un navigatore satellitare, possibile che quest’uomo abbia costruito una fortezza volante e non abbia due specchietti retrovisori? Ma questo è il meno. Dal momento che la nave deve arrivare sulla terra, per attivare il potere della Gemma dell’Infinito, le navi della Nova Corps (che qui sembrano poliziotti, ma nei fumetti sono dei maestri spaccaculi) si allineano e creano uno scudo per mantenerla alta, una specie di rete. E dove manda le sue navi Ronan il genio? A schiantarsi sulla città. Ma come, non mi avete detto nel film che i “necroblast” di queste maledette navi possono perforare persino i metalli più resistenti? Le avete pagate un fottio di soldi? Usatele, perché schiantarle sul nulla? Perché sì, ovviamente le navi kamikaze si schiantano nei parchetti e nell’acqua, ma vedere civili morire guai al mondo. Alla fine, Ronan muore in maniera sicuramente epica, ma senza aver tirato un solo colpo che fosse uno. Triste, perché non mi fa troppo immedesimare nell’idea del cattivo, ed è un peccato visto come mi aveva abituato il secondo Capitan America, pazienza, mi consolerò con quel figone wireless di Ultron. E voi sapete di cosa sto parlando.
Albiol dorme, Callejon sbaglia, Higuain fila e sfila. Il Real-Napoli tradisce Benitez.
Ottobre 30
Una bella prestazione, il predominio sul possesso palla, la difesa fantasma e un rigore sbagliato. Questi sono gli ingredienti che, all'indomani della goleada di Fuorigrotta contro il Verona, hanno caratterizzato il match di ieri sera allo stadio Atleti azzurri d'Italia di Bergamo contro l'Atalanta, per il turno infrasettimanale di campionato. Estremamente convincente la prestazione degli azzurri nella prima frazione di gara. A soli due minuti dal fischio d'inizio, i napoletani dimostrano subito di voler guidare la gara: una velocissima verticalizzazione sull'asse Mertens-Hamsik per l'inserimento di Higuain, che calcia al lato, mette paura agli orobici. David Lopez, al 7', tira dai 25 metri, ma non trova la porta di pochissimo. Al 17', Hamsik si presenta in area di rigore, ma il suo sinistro velenoso non sorprende l'estremo difensore bergamasco Sportiello, che è bravo a chiudere sul palo. Ancora Sportiello si dimostra l'uomo più in forma del team di Colantuono al 43', quando devia prontamente il diagonale di Mertens in area. Nonostante il monologo offensivo del Napoli nel primo tempo, il gol tarda ad arrivare. Troppe azioni e poca sostanza. Troppo possesso palla e poca incisività. E questo, purtroppo, non può certamente giovare ad una squadra che ha difensori sbadati e pigri come l' Albiol di quest'anno. Come accade, ormai, tutti gli anni da quando è stato venduto alla società lombarda, la punta bergamasca Denis -anche lui conscio della presenza di Albiol in difesa- mette a segno il suo sesto gol in serie A contro la sua ex squadra.Libero da qualsivoglia marcatura, colpisce la palla di testa e, al 57', porta l'Atalanta, che fino a quel momento stava giocando col modulo 9-1, in vantaggio. Anticipando di qualche giorno la notte degli orrori, dopo soli cinque minuti, Callejon, sorpreso forse dall'ottimo traversone riuscito a Ghoulam, piuttosto che accompagnare la palla praticamente già in porta, la alza a campanile sulla traversa e manca un gol in un'azione in cui era necessario impegnarsi per sbagliare. Dopo il vantaggio e l'errore di Calleti, l'Atalanta conquista coraggio ed entra in partita. Comincia ad occupare anche la metà campo avversaria e si convince delle proprie possibilità di vittoria. A soli quattro minuti dal termine del match, finalmente, gli azzurri trovano il gol del pareggio con Higuain che, ricevuto il cross da Insigne, si gira con maestria e infila l'angolo lontano. Nonostante il tempo scorra sul tabellone, il Napoli cerca di chiudere la rimonta nel finale, ma Sportiello si oppone e salva i suoi compagni in più occasioni: prima al 90', coi piedi, salva il tiro di Mertens sulla linea, poi al 92', indovina le mosse del Pipita dal dischetto e, con un tuffo impressionante, para il rigore all'azzurro. 1-1, dunque, a Bergamo. Il Napoli non riesce a portarsi a ridosso della Roma e ad avvicinarsi in modo significativo alla Juventus, sconfitta nei minuti finali dal Genoa. Ma non bisogna disperare perchè i giochi sono ancora tutti aperti. Le squadre sono tutte lì a contendersi i posti più alti in classifica e il Napoli ha tutto il potenziale per poter guadagnare la vetta. Basta solo crederci!
Contatori elettrici non a norma. Intervista all'esperto Luigi Gabriele dell'Associazione Consumatori Codici.
Ottobre 30
In un precedente articolo (http://www.mygenerationweb.it/201410091921/articoli/generation-loud/1921-truffe-casalinghe-lo-strano-caso-dei-contatori-elettrici-con-marchio-furbetto ), la nostra articolista spiegava come distinguere un contatore elettrico a norma da quello recante il marchio CINA EXPORT, molto simile a quello della Conformità Europea ma con un valore legale totalmente diverso. Vista l'importanza del tema, per saperne di più, ci siamo rivolti ad un esperto: Dott. Luigi Gabriele dell'Associazione Codici.   Quanto è diffuso il fenomeno dei contatori elettrici con marchio Cina Export? Esiste una stima delle famiglie coinvolte?   Approssimativamente ci sono in circolazione circa diciotto milioni di contatori che hanno questo genere di problema. Circa il 75% dovrebbe riguardare utenze domestiche, mentre il restante 25% riguarda utenze di altra natura.   In che anno l'Enel ha iniziato a distribuire questi contatori?   Il primo progetto di sostituzione è avvenuto a partire dal 2003/2004 in poi. In seguito c'è stata una nuova serie di rilanci della campagna di sostituzione dei misuratori elettronici.   Quali sono i rischi o le conseguenze dell'avere in casa un contatore con questo marchio?   Beh non vi è un rischio fisico vero è proprio, piuttosto vi è un'incertezza legata al fatto che questo misuratore, come abbiamo detto più volte ed ha confermato anche il Ministero, non rispetta i criteri relativi alla correttezza della misurazione metrica. Riguardo alla contraffazione, questo risulta essere un oggetto contraffatto, e come tutti i prodotti che hanno questa problematica, ad esempio i giocattoli che non rispettano le direttive europee, non funzionano correttamente. In più nessuno garantisce che la rilevazione del dato sia corretta o manomessa. Infatti questi dispositivi sono “Teleletti”, quindi questo implica che dall'altra parte ci sia “qualcuno” in grado di rilevare il dato, e fino a quando non avremo la certezza che questo sia un dato esatto, misurabile ma soprattutto riscontrabile, possiamo pensare che questo “qualcuno” possa ovviamente manometterlo a piacimento. Nel corso degli anni abbiamo riscontrato guasti alla batteria che tiene in vita del GSM che trasferisce i dati alla cabina primaria.   Da chi sono stati tarati questi contatori?   Ecco questo è il nodo principale di tutta la vicenda. In Italia funziona così: esiste un distributore che fornisce l'energia ed uno o più venditori. Nella maggior parte dei casi però sono concentrati, distribuzione e vendita, nelle mani di un unico operatore. Prima della liberalizzazione dei mercati, quindi prima della sostituzione dei contatori, in Italia vi era una situazione di monopolio, quindi Enel è stata quella che si è occupata della sostituzione del 90% dei contatori presenti nel nostro paese. Non avendo uno strumento legislativo, a loro dire, che gli permettesse o in sostanza li obbligasse a dover far verificare dalle Camere del Commercio e Uffici metrologici questi strumenti, si sono auto certificati attraverso una società di certificazione appartenente alla filiera dell'azienda produttrice. In parole povere sono andati da chi ha prodotto i contatori, hanno portato un certificatore e quest'ultimo ha rilasciato il classico certificato internazionale di qualità che stabilisce che la filiera di produzione è a norma. Questo è avvenuto ovviamente in produzioni effettuate nell'est del mondo, prevalentemente in Cina e in altri paesi asiatici. Noi non stiamo a sindacare la bontà o meno della produzione, bensì il fatto che vi è un soggetto obbligato, da una serie di normative internazionali, a sostituire un dispositivo, e che vada a farselo produrre in un paese asiatico. In oltre, invece di farlo certificare dagli organi competenti italiani, sceglie di farselo certificare da un'azienda privata, conferendogli un certificato di qualità riguardante la sola produzione, tralasciando, in questo modo, ciò che riguarda la metrica. Infatti non vi è nessuna legittimità circa quanto rivelano questi strumenti.   Come è stato possibile aggirare i controlli alla dogana circa le normative Europee?   Beh questo ce lo chiediamo anche noi. Per quanto mi riguarda so che la Guardia di Finanza sta indagando. Ovviamente bisogna porsi anche una domanda: Quanto un soggetto importante come la società elettrica nazionale (che all'epoca era in parte statale ed in parte quotata sul mercato), può essere preso in considerazione dai vari organi quali, Ministeri e Camere di Commercio? Può aver influenzato il fatto che, essendo un soggetto di servizio pubblico nazionale, e questo è quello che sostiene anche il Ministero quando risponde alle interrogazioni parlamentari, nessuno andava mai a pensare che potesse fare qualcosa di sbagliato. Per lo stesso motivo potremmo insinuare che ci sia stata più tolleranza circa l'ingresso di questi strumenti all'interno del territorio nazionale. La nostra tesi sarebbe questa. Per quel che ci riguarda, questo fenomeno risulta essere illegittimo, illegale ed intollerabile.   Qual è la posizione dell'Enel Distribuzione a riguardo?   L'Enel inizialmente ha negato l'evidenza dicendo che i contatori funzionavano correttamente, che la marcatura CE è soltanto una questione di “lana caprina”. Per quanto riguarda la certezza del dato di lettura e della metrica, continua a sostenere che non essendoci degli obblighi nazionali e delle normative nazionali, ed in parte ha ragione, non sono tenuti a dover far certificare lo strumento di misura in modo che il dato rilevato abbia la certezza fiscale al 100%.   Noi di MYGENERATIONWEB continueremo a indagare, cercando di riportare anche la versione della controparte. Fino a quel momento siamo disponibili a concedere diritto di replica.
LEGIONI SOTTERRANEE
Ottobre 29
Gerarchie, ruoli e ordini. Queste creature non vestono uniformi ma fanno invidia al più efficiente ed addestrato esercito umano; quest’oggi rendo omaggio alle formiche, un sorprendente esempio di forza, funzionalità ed organizzazione, offerto dalla natura.   L’esercito che in primavera riemerge dal sottosuolo proviene dai formicai, i loro architetti nonché abitanti iniziano quindi la raccolta di cibo, oltre le soglie dell’autunno. Le formiche si sono evolute dalle vespe, e proprio come le loro antenate sono insetti eusociali, ossia capaci di alta organizzazione collettiva. La similitudine tra formicai ed eserciti è divenuta ormai un cliché, pur tuttavia malgrado l’attinente paragone, se dovessi descrivere al meglio l’ ineccepibile operatività di questi insetti, sono più ispirato ad immaginarli in schiere di cyborg come nel film “Terminator”, o meglio ancora, a figurarmeli come i numerosi duplicati dell’ Agente Smith della trilogia di “Matrix” : macchine perfette e irriducibili (basti pensare che una sola formica è in grado di sollevare fino a 10 volte il suo peso), create e programmate per perseguire il medesimo scopo.   La società delle formiche è scissa in due classi principali: una riproduttiva costituita da regine e maschi, ed una lavorativa costituita da sole femmine operaie. Il solo compito della regina è riprodursi, ma annualmente depone delle uova, dalle quali nascono sciami di formiche alate, sia maschi che femmine, intenti a fondare altri formicai; dopo l’accoppiamento i maschi muoiono, mentre le femmine perdono definitivamente le ali, e si dedicheranno unicamente ad accoppiarsi e deporre uova per le loro colonie. Le formiche regine non lavorano, la “manovalanza” spetta alle formiche operaie, che solitamente non si riproducono, ma depongono uova destinate a nutrire le larve; le operaie hanno diversi compiti, tra cui principalmente la ricerca di cibo e la cura delle uova deposte dalla regina. Vi sono poi alcune specie di formiche in cui le operaie sono altamente specializzate in compiti precisi, come la pulizia del formicaio da agenti patogeni potenzialmente dannosi per larve e uova, per cui tale pulizia consiste nella rimozione di eventuali formiche morte dalla colonia; questa operazione viene definita necroforesi . In altre specie, le operaie provvedono invece alla difesa del formicaio da agenti esterni come le inondazioni; in caso di allagamento è stata infatti riscontrata nelle formiche della specie Cataulacus muticus, la sorprendente capacità di bere l’acqua ed espellerla successivamente all’esterno; più comunemente, le altre specie di formiche costruiscono dei tumuli all’entrata della colonia per prevenire eventuali inondazioni. Altro compito, talvolta assolto dalle operaie, è quello di addestrare individui più giovani alla ricerca del cibo: unità più esperte assumono il ruolo di “tutor”, guidando i giovani sul percorso da seguire, monitorandone l’apprendimento e rallentando quando questi ultimi restano indietro.   Nella maggior parte delle specie, la distinzione tra formiche regine ed operaie avviene sin dalla deposizione delle uova, su cui la regina, secerne un particolare feromone, che inibisce l’apparato riproduttore delle nuove nate, rendendole così operaie; vi sono tuttavia alcune specie d’eccezione, in cui le colonie sono composte unicamente da operaie, che si riproducono senza regina.   In una compagine così compatta e operativa, la comunicazione è fondamentale. Nel caso delle formiche avviene costantemente per mezzo olfattivo, attraverso i feromoni. Quando una formica è alla ricerca di cibo, rilascia sul suo cammino una scia di feromoni, intensificata quando il cibo viene individuato; l’intensità dell’odore intriso sul itinerario varia inoltre a seconda di eventuali imprevisti: quando una formica si imbatte in un ostacolo sul suo cammino, riduce le tracce odorose per avvisare le altre al suo seguito. L’emissione di feromoni viene talvolta adoperata dalle formiche a scopo difensivo, come ad esempio disorientare formiche rivali  d’altre specie.   Le formiche sono per lo più erbivore, predatrici e saprofaghe, ossia si nutrono di sostanze organiche in decomposizione.    
Sudsakorn Klinmee a Napoli per uno stage targato Pro Fighting. Da non perdere!
Ottobre 28
Napoli. Amanti della Muay Thai  e degli sport da combattimento, non prendete impegni per il 1 novembre. La A.S.D. Pro-Fighting Napoli ha organizzato uno stage imperdibile con il Fortissimo Atleta Thailandese Sudsakorn Klinmee. L’evento si svolgerà presso il Centro Polifunzionale di Soccavo - via Adriano – Napoli e avrà inizio alle 10.00. Sarà un’occasione per confrontarsi con un grande campione, per apprendere e studiare le tecniche da lui utilizzate.   Per prenotazioni ed info: Decio Pasqua 3470852313Luca Donadio 3923005686   Noi di MYGENERATIONWEB saremo presenti come Media Partner, magari con un po’ di fortuna riusciremo a mimetizzarci con gli atleti presenti, riuscendo a scambiare qualche tecnica con il grande Sudsakorn Klinmee.
Challenge yourself. Muay Thai experience - Sesta settimana
Ottobre 28
Siamo giunti alla fine della sesta settimana di lavoro. Sette giorni dedicati alle tecniche di Muay Thai ed al potenziamento muscolare. Siamo partiti da 89kg quasi 90 e siamo arrivati ad 84,4kg. Un ottimo risultato, ottenuto senza particolari sacrifici alimentari, ma con tanto allenamento.  Ricordate! Non esistono pillole miracolose...la perdita di peso si ottiene con un'alimentazione sana, varia ed equilibrata, accompagnata da una sana attività sportiva. Meglio sudare in compagnia, che poltrire da soli.
In conclusione (3). Disturbo?: cosa c'era da vedere, cosa ci ho visto io
Ottobre 27
Cosa c'era da vedere. Sei personaggi incapaci di riconoscere le proprie potenzialità. Sei pazienti, sei terapisti inconsapevoli. Sei disturbi ossessivo compulsivi, sei diversi tipi di invalidità. Varie fasi compongono lo svolgersi della narrazione. All'inizio, i pazienti arrivano nella sala d'attesa del celebre Dottor Stern e, imbarazzati, quasi negano il bisogno di aiuto e di cure che li ha spinti a fissare un appuntamento con lo specialista: "Passavo di qui", "Ho sentito parlare del Dottore", "Lo faccio solo per mia moglie".   Pochi minuti, i malati si conoscono e riconoscono e come un bambino che mostri all'amico i propri giochi, ciascuno di essi svela agli altri la propria sindrome.     1. Fred, interpretato da Giuseppe Fiscariello, è affetto dalla Sindrome di Tourette, la più grave, impossibile da curare, che lo costringe a dire frasi o fare gesti assai discutibili, senza ragione e senza controllo.     2. Paolo Gentile, nel ruolo di Bernardo, offre un chiaro esempio di persona affetta da ossessione compulsiva da contaminazione, ragion per cui è continuamente tormentato dal terrore di poter contrarre un qualsiasi tipo di malanno (e di tutti ha una conoscenza enciclopedica);     3. Otto (Domenico Carbone) conta ossessivamente qualsiasi cosa lo circondi, a causa di una aritmomania;      4. il disturbo da controllo è prerogativa di Maria (Emanuela Iusto), per la quale l'ossessione si manifesta con timori ricorrenti, che la spingono a controllare ripetutamente sempre le stesse cose. Maria è anche una fedele devota e, forse eccessivamente spavenntata da se stessa, si rifugia nella preghiera (porta con se un rosario ben visibile) e, tuttavia, la preghiera stessa diviene ossessivo compulsiva, con segni della croce ripetuti maniacalmente;     5. il più giovane fra gli attori è Valerio Lombardi, alias Bob, affetto da disturbo da ordine e simmetria, non può fare a meno di ordinare tutto in proporzioni, misure, figure perfette e, per giunta, non può assolutamente camminare sulle linee (un bel problema quando ci sono le intercapedini della pavimentazione);     6. Claudia Esposito è Lilli, ossessionata da un disturbo da superstizione eccessiva, che la costringe a mettere in atto sempre lo stesso rituale "per non morire". Si tratta, però, di un rituale bello problematico, che la induce a ripetere ogni parola (e a volte ogni gesto) due volte.     Tutti attendono un misterioso medico ritardatario, che comunica attraverso il suo ancor più misterioso assistente (interpretato da Nicola Narciso, aiuto regista insieme a Livio Montanaro).     Basta un attimo. Bastano un medico fuori dagli schemi, una terapia fuori dall'ordinario, per persone fuori di testa ed ecco, l'attimo, un perfetto momento fuori dal tempo e dallo spazio, dentro il quale tutti e sei i pazienti ritroveranno se stessi e gli altri, riscopriranno la magia dei rapporti sociali, della fiducia, dell'unione fa la forza. Solo un attimo per scordarsi d'essere malati. Solo un attimo per guarire.     Cosa ho visto io. Sei personaggi in cerca di dottore. Una introduzione a dir poco illuminante quella della Dottoressa Antonella Bozzaotra, Presidente del Consiglio dell'Ordine degli Psicologi della Campania: i pazienti affetti da disturbi ossessivo compulsivi non sono normali. Perché? Cosa può definirsi davvero normale? Mani alzate fra il pubblico: "Io ordino i vestiti per sfumature di colore", "Io sistemo gli oggetti sempre in fila", "Mia madre è fissata con l'ordine e la pulizia". Ma allora...siamo tutti affetti da disturbi ossessivo compulsivi!In verità, ciascun essere umano ha le proprie debolezze, le proprie manie, le proprie stranezze e questo può essere un dato accettabile, purché tali piccoli "difetti" non ci neghino la possibilità di vivere liberamente. Allora, tornando alla più cruciale delle domande, cosa ci rende persone normali?Facile: la possibilità di scegliere.   Sarà anche facile, ma personalmente non ci avrei mai pensato. Si tratta di quelle risposte ovvie che mai si prendono in considerazione, perché rappresentano un dato già assunto. Eppure, non per tutti è così. Uscire di casa senza dover controllare dieci volte di aver chiuso tutte le finestre, camminare per strada senza doversi preoccupare di non calpestare le intercapedini della pavimentazione, parlare con qualcuno senza dover ripetere le stesse parole all'infinito. Scelte e non costrizioni; stranezze, manie, debolezze, imperfezioni umane e non passaggi obbligati. Una moderna fabula che presenta ad un pubblico divertito dagli innumerevoli risvolti esilaranti e dalla comicità dell'intreccio (nonostante la serietà dei contenuti e la tragicità della trama di fondo), non solo fatti, spiegazioni, avvenimenti, ma anche una morale. Come spesso accade, quest'ultima può essere soggetta ad interpretazioni personali.Ecco la mia morale (perché sì, lo spettacolo è anche un po' di chi vi assiste): non importa quale sia il male che ci affligge, non importano le difficoltà, i sacrifici, le prove cui la vita ci sottopone. Ciò che conta è avere qualcuno accanto. Qualcuno che ci capisca, che ci sostenga, che ci faccia sentire meno soli, meno sperduti, meno diversi. E così, anche una semplice partita al gioco del Monopoly può restituire un attimo di normalità e la speraza. Sì, soprattutto quella.   Coraggioso e bravissimo Fiscariello, che affronta l'interpretazione di uno dei ruoli più difficili, in un turpiloquio da gestire e da alternare alle battute del recitato. Esilarante Paolo Gentile, esperto, sicuro, convincente nel ruolo di Bernardo. Bravissimi Emanuela Iusto, Domenico Carbone, Claudia Esposito e Valerio Lombardi, quest'ultimo attore dall'incredibile agilità, salta da una sedia all'altra per non toccare terra come fosse la cosa più semplice del mondo (personalmente, mi sarei amputata una gamba dopo due secondi e il primo tentativo di saltello). Bravissimo anche Nicola Narciso, in un ruolo, quello dell'assistente, non previsto dalla trama originale e che mi ha ricordato tanto Igor, lo spassoso aiutante gobbo in Frankenstein Junior.     Una personalissima rivisitazione di "Toc Toc" (di Laurent Baffie), offertaci dall'ottimo regista Fred...cioè, volevo dire Giuseppe Fiscariello, che introduce l'inedita idea del tempo che scorre, si ferma, si riavvolge e abbraccia i personaggi/pazienti nella morbida stretta dell'aiuto reciproco e dell'amicizia.   Cosa ci ho visto io in questa rassegna, in questo folle spettacolo, in questi giovani attori di talento, in questi ragazzi che sono riusciti a lavorare fianco a fianco, giorno dopo giorno, fino a portare il loro spettacolo in una sala d'attesa/Monopoly, al cospetto del pubblico di Sala Assoli?   Il futuro.       Conclusa la rassegna di A(s)soli Giovani, speriamo che presto questa iniziativa possa proporci ancora nuovi spettacoli e nuovi giovani talenti.  
The Evil Within
Ottobre 27
Certamente chi sta aspettando il titolo da un po' sa già di cosa si tratta, ma chi non l'ha mai sentito nominare avrà piacere a immergersi dentro un'atmosfera che per qualche aspetto forse ricalca Resident Evil, ma che una volta tanto non rinuncia al soprannaturale in favore dell'ennesimo virus patogeno uscito da un laboratorio. Almeno sulla carta.   Sì perché The Evil Within ha una trama estremamente complessa: un investigatore viene chiamato, con la sua squadra, ad intervenire in un manicomio nel quale sono tutti morti inspiegabilmente. Qui vede un individuo in grado di teletrasportarsi e viene catturato da quest'ultimo, per ritrovarsi preda di quella stessa follia che era andato ad investigare.     Da qui in poi cominciano le sequenze "oniriche" che fanno pensare a qualcosa di più di un semplice virus: il protagonista inizia a viaggiare tra le dimensioni, spesso cupe e piene di mostri, e l'intera città sembra essere stata distrutta da un terremoto che vede il suo epicentro proprio nel manicomio, benché l'edificio sia rimasto intonso.   Tanta carne al fuoco, insomma, e dei mostri che sono stati talvolta caratterizzati in maniera classica occidentale (il body builder con la motosega del primo livello) altre volte con quel sano gusto fuori di testa di natura spiccatamente orientale, che ci farà leopardare le mutande ad ogni piè sospinto. Il comparto tecnico è forse l'unico punto debole del gioco: non è raro che mostri terrificanti sotto certi punti di vista vengano scoperti a correre contro steccati che non sono in grado di superare, permettendo di vederli (e di sparargli) in maniera decisamente poco horror. Tuttavia, per chi come me apprezza le storie, piuttosto che le fasi di shooting, questo è un problema secondario.   A proposito di fasi di shooting: appassionati, ho una brutta notizia per voi. Avendo completato il primo livello senza neppure un'arma e il secondo con appena otto proiettili nella pistola (contate che per stendere il nemico medio ce ne vogliono tre), mi viene da presumere che qui sia proprio difficile fare carneficine, eccezion fatta naturalmente per quella del vostro personaggio. Non ci godo, tranquilli, anche a me piace sparare, ma sono felice che qualcuno abbia recepito la lezione di Outlast e finalmente abbia smesso di considerare i Survival Horror degli sparatutto con i mostri, facendo trovare improponibili lanciagranate anche a poliziotti, giornalisti, lavandaie e bambini.   In definitiva, il gioco è pienamente consigliato, ma solo se vi piace il genere di horror che si basa sulla innaturale deformazione umana, con mostri tutt'altro che alieni e decisamente inquietanti proprio per il loro essere umani. Se invece siete appassionati di alieni, isolatevi da questo gioco e restate sintonizzati.
L'ultima fuggitiva - Tracy Chevalier
Ottobre 24
Immagino che tutti avranno sentito nominare, e magari anche visto, La ragazza con l'orecchino di perla, film di successo di una decina di anni fa; ma forse non tutti sanno che dietro al film c'è un libro – come al solito! Penserete, dunque, che stia per parlarvi di questo romanzo. Ebbene no, è stato solo un piccolo trucco per attirare la vostra attenzione, e chissà se ha funzionato: il libro di oggi è, comunque, ad esso legato, poiché è l'ultima creazione letteraria della medesima autrice, Tracy Chevalier, esperta in romanzi storici (come si poteva facilmente intuire dal titolo già citato).   Ma andiamo al sodo: L'ultima fuggitiva, così si chiama il suo nuovo libro, parla di una giovane inglese che nel 1850 sceglie di attraversare l'Atlantico per iniziare una nuova vita in America, volendo lasciarsi alle spalle la sofferenza di essere stata lasciata dal suo fidanzato poco prima delle nozze. Il tema centrale è uno e insindacabile: la fuga, in tutte le sue molteplici forme. Honor Bright – questo è il nome della protagonista – è una giovane quacchera che fugge dall'Inghilterra mossa dal desiderio di allontanarsi dal dolore, senza sapere cosa troverà dall'altra parte del mondo; quindi potremmo dire che scappa da qualcosa, non verso qualcosa. Cosa trova però nel Nuovo Mondo? Ancora dolore, ahimè, ma anche una realtà diversa che la spinge ad agire e a rischiare, ovvero ad aiutare gli schiavi neri a fuggire verso la libertà. La fuga, di nuovo! Ma ha tutto un altro sapore stavolta, sa di lotta, di speranza, di pericolo. L'Ohio, dove si è stabilita Honor, è una zona di passaggio non solo per gli schiavi in fuga verso il Canada, ma anche per i cittadini bianchi che migrano verso le sconfinate praterie dell'ovest per iniziare una nuova vita. Che sia questo il destino dell'uomo, vagare ininterrottamente? Ma non bisogna fermarsi prima o poi, non bisogna avere una meta che sia degna della nostra fuga?   Il ritratto dell'America ottocentesca è accurato, la narrazione attraente, la storia particolareggiata. Il ritmo è pacato ma allo stesso tempo coinvolgente, lo stile semplice, i personaggi ben disegnati. Un libro da leggere e da consigliare, in definitiva. Eppure... Eppure c'è qualcosa che impedisce a questo romanzo di fare il salto da “buona lettura” a “piccolo capolavoro”, ed è terribilmente difficile da identificare. Il giudizio di un libro, si sa, è soggettivo, e molto spesso dipende dalle sensazioni personali del lettore, che variano da persona a persona. Mi chiedo, dunque, quali saranno le vostre.
Ecco come funziona la Gestione Rifiuti.
Ottobre 24
Quanti di voi, ogni volta che vedono un servizio al telegiornale o semplicemente quando vanno a buttare la spazzatura, hanno pensato tra sé e sé “dove andranno a finire?”. Procediamo prima con il fare una netta differenza tra “messa in riserva” e “ recupero materia”. I rifiuti riciclabili, una volta raccolti, vanno a finire in vari tipi di impianti, che possono essere di messa in riserva, cioè uno stoccaggio che è finalizzato al successivo recupero dei rifiuti se sono rispettate delle determinate condizioni (misure di prevenzione del suolo, stoccaggio separato di rifiuti incompatibili e dei rifiuti allo stato liquido che devono essere smaltiti in apposti bacini di contenimento); e impianti di recupero materia  il cui recupero deve essere oggettivamente destinato all’impiego in altri cicli di produzione dai quali si ottiene: materie prime , prodotti e MPS (materie prime secondarie).  I rifiuti organici vengono portati all’Ital ambiene di Acerra, all’Elios di Scafati o al Sesa di Este (PD). I rifiuti indifferenziati invece vengono portati in appositi impianti di selezione e in seguito verranno smaltiti nel termovalorizzatore. Attualmente qual è la situazione a Napoli e in provincia? Tramite il S.I.O.R.R del 2012 (sistema informativo osservatorio regionale rifiuti) possiamo notare che ci sono comuni della provincia di Napoli che arrivano fino all’80 % della raccolta differenziata: Bacoli e Monte di procida. Altri che hanno una percentuale  bassissima:   Giugliano in Campania 12%, Melito 20% e anche Napoli con il 21%. Se si confrontano i dati degli anni precedenti si nota che la produzione di rifiuti urbani per alcuni comuni è aumentata e per altri è diminuita. Addirittura se si da uno sguardo a circa sei anni fa si evince che vi erano comuni che non effettuavano la raccolta differenziata. Se si pensa che nel 2007 Bacoli aveva la percentuale dei rifiuti differenziati del 5% e attualmente è dell’80% possiamo ritenerci più che soddisfatti. Napoli invece essendo una grande città, ha ancora molta strada da percorrere. In primis bisogna avere una mentalità basata sul rispetto dell’ambiente e sul riutilizzo delle cose. In caso di smaltimento di rifiuti ingombranti e beni durevoli ( frigoriferi, computer, armadi, letti, poltrone) bisogna  portarli alle isole ecologiche in via Emilio Salgari a Ponticelli, via Saverio Gatto ai Colli Aminei,  viale ponte della Maddalena, viale della resistenza a Scampia, via Labriola a Fuorigrotta e Cupa Capodichino a Miano. Se si ha difficoltà si puo’ chiamare anche il numero verde dell’Asia per i rifiuti ingombranti 800.161010. Insomma non avete più scuse per non essere dei cittadini modello in vera sintonia con l’ambiente!
“Nel nome del Padre”. Presentato il film alla biblioteca comunale di Villaricca e durante la kermesse del Marano Ragazzi Spot Festival. Ampio spazio per il giovane cast
Ottobre 24
Grande partecipazione alla biblioteca comunale di Villaricca il 22 ottobre per la presentazione del film “Nel nome del Padre”. L’opera prima del regista Gabri Gargiulo, con produzione esecutiva di Vincenzo Ferraro, ha generato sentito dibattito nell’ambito dell’appuntamento culturale “Un caffè con l’autore”. Un progetto cinematografico ambizioso che ha come scopo quello di infondere speranza al popolo napoletano, raccontando la storia di un boss che decide di allontanarsi dal Sistema per dare una svolta alla propria vita. Presente in sala il sindaco di Villaricca Francesco Gaudieri che ha dichiarato: “Abbiamo deciso di adottare la pellicola. A produzione finita conferiremo il Patrocinio Morale della nostra comunità a questo lavoro cinematografico”. Il film sarà girato nei prossimi cinque mesi ed uscirà nella metà del 2015. Ha come protagonista Diego, un giovane integrato nel mondo della camorra. Diego è addentrato sin da piccolo nella malavita. Incarcerato, conoscerà in cella l’imprenditore Giuseppe Trinchillo che lo aiuterà a rimettere luce sulla propria strada. “Non dipingeremo il camorrista come un eroe – ha dichiarato il regista Gargiulo. La sceneggiatrice del film Barbara Romano ha invece affermato: “Per il soggetto ci siamo ispirati a storie vere. Abbiamo cucito i personaggi sugli stessi attori”. “Nel nome del Padre” è un lavoro in autoproduzione. Dalla pellicola traspare l’ansia di redenzione da parte di un territorio con identità perduta. “Ci sono luci ed ombre sullo sfondo – ha detto l’attore protagonista Giò Ferraro – il sistema camorristico che intrappola la nostra società lascia spazio a piccole luci che danno ancora speranza”. Vincenzo Ferraro, produttore esecutivo del progetto, ha voluto spendere alcune parole sulle eccellenze del territorio a nord di Napoli e sulla valorizzazione che ne viene fatta. “Questo territorio è ricco di eccellenze – ha detto Ferraro – bisogna premiarle. Le nostre location si concentreranno sull’hinterland napoletano”. Riflettori puntati anche per le musiche del film che, in qualche modo, esprimono la profondità del soggetto. “Le musiche saranno tutte originali – ha detto il compositore Gianluca Esposito – l’audio è importante. Voglio esprimere le emozioni giuste per gli spettatori attraverso la musica”. È stato invece un pomeriggio di intensa riflessione quello del 23 ottobre per il Marano Ragazzi Spot Festival. A salire sul palco della kermesse numerosi parenti delle Vittime Innocenti di Mafia. I rappresentanti dell’associazione hanno lasciato il proprio contributo alla comunità esprimendo rabbia e voglia di cambiamento. Presenti sul palco anche i parenti di Salvatore Nuvoletta, il carabiniere ingiustamente ucciso a Marano nel 1982 per mano della camorra. In sala l’assessore alla pubblica istruzione del comune di Marano Domenico D’ambra e il referente regionale per “Libera”, il dottor Fabio Giuliani. Rosario D’Uonno, organizzatore dello Spot Festival di Marano, ha fatto poi salire sul palco l’imprenditore Giuseppe Trinchillo che, attualmente, si sta attivando per integrare nuovamente nella società alcuni ragazzi del territorio a nord di Napoli. Giovani incarcerati per piccoli reati. La manifestazione di giovedì ha dato spazio anche alla presentazione dell’opera prima del regista Gabri Gargiulo. Il teaser del film “Nel nome del Padre” è stato proiettato in sala, seguito da ampio dibattito da parte del regista e del produttore Vincenzo Ferraro. Il film, come già detto, si ispira a storie vere. Diego, il protagonista, è un giovane iniziato alla camorra. Per uscire dal Sistema si lascerà aiutare dall’imprenditore Trichillo (che sarà interpretato proprio dal signor Giuseppe Trinchillo). Un cast numeroso che sta producendo in autonomia questo lavoro di riscatto sociale. “Ci sono tante persone perbene in questo territorio – ha detto il produttore Ferraro. “Stiamo raccontando la realtà – ha affermato sul palco il regista Gargiulo.
Ottobre si tinge di rosa: un Nastro per la prevenzione
Ottobre 24
Quanto ciascuna donna tiene al proprio aspetto fisico, alla propria bellezza? Molto, direi. Sì, certamente contano il carattere, la personalità, l’animo, affinché una donna possa essere realmente definita bella ma è vero che “l’occhio vuole la sua parte” e che il nostro corpo è il primo mezzo con cui entriamo in relazione con gli altri, con il mondo. Siamo diventate sempre più abili a mettere in risalto le nostre doti fisiche e a nascondere i nostri piccoli difettucci, ammesso che realmente ne abbiamo(spesso sono solo allucinazioni visive!), anche grazie a tutorial di make-up, hair-style e nail-art ma soprattutto ai più disparati tipi di capi di abbigliamento.   Vogliamo parlare di quanto la lingerie e gli abiti permettano di nascondere qualche rotolino qua e là e soprattutto di valorizzare le nostre amatissime curve? Curve. Quanto ci piace e quanto piace agli altri il nostro décolleté? Di solito, è una delle parti più apprezzate del corpo di una donna, una di quelle che per prima attira l’attenzione dello sguardo maschile e anche l’invidia di qualche signora un po’ inacidita dalla menopausa. E allora evviva il tripudio di reggiseni a balconcino, push-up, col ferretto, con le coppe imbottite e così via.   Ma una domanda ben più importante sorge. Quanto teniamo alla salute del nostro seno? Ci hanno mai insegnato a praticare l’autopalpazione? Ci sottoponiamo con regolarità ad indagini strumentali (ecografia e mammografia)? Sappiamo che tuttora il cancro della mammella è il tipo di tumore più frequente nella donna? Conosciamo i fattori di rischio, sappiamo che esiste familiarità? Oltre all’importanza di tutte queste domande (e delle risposte che abbiamo il dovere di darci), c’è un’affermazione chiave quando si parla di tumore al seno. Una diagnosi in fase precoce, attuabile solo grazie alla prevenzione, consente di ridurre drasticamente la mortalità, con possibilità di guarigione elevatissime.   Ecco che il ruolo delle campagne di sensibilizzazione e prevenzione diventa fondamentale. Nastro Rosa è la più importante campagna di prevenzione esistente in Italia per il cancro al seno e opera in collaborazione con LILT (Lega italiana per la Lotta contro i Tumori) e la Breast Cancer Awareness Campaign (della Estèe Lauder Companies). Abbiamo deciso di parlarvene ora perché Ottobre è il mese della prevenzione, mese durante il quale la campagna, giunta quest’anno alla XXII^ edizione, è attiva, con possibilità di effettuare visite gratuite presso gli ambulatori LILT presenti nelle varie città italiane, ma anche affinché le giovanissime entrino in contatto con questa realtà.   Madrina italiana della campagna è la bellissima attrice Nicoletta Romanoff; non è un caso che sia stata scelta una donna trentacinquenne: il cancro non risparmia le donne giovani, anzi, ma abbiamo a nostra disposizione tanti strumenti per combattere questo temutissimo nemico. Uno su tutti la solidarietà. Si sa che quando le donne sono unite per un obiettivo comune sono in grado di realizzare grandi progetti e sicuramente sensibilizzare sorelle, cugine, amiche, colleghe o semplicemente conoscenti riguardo la prevenzione lo è. Così come raccogliere fondi per il Nastro Rosa e partecipare alle varie iniziative proposte. Quest’anno varie location tra le più fantastiche del mondo sono state illuminate per una sera di rosa: l’Empire State Building, la Torre di Tokyo, il Nelson Mandela Bridge, il Quadrilatero della Moda a Milano e il Colosseo ovviamente a Roma che, continua a colorarsi per le donne ogni sera dei fine settimana di ottobre.       Manteniamo allora il nostro seno giovane con creme e cremine (solo su consiglio di esperti!), sbizzarriamoci a scegliere il reggiseno che ci piace di più ma ricordiamo sempre che la salute è il nostro primo obiettivo e che sta a ciascuna di noi prendersene cura.
Tartaglia & Aneuro e l’etnounderground… dalla vittoria al Pummarock ai nuovi progetti musicali
Ottobre 23
I “Tartaglia & Aneuro” sono gli ultimi vincitori del Pummarock Festival. Un gruppo davvero affiatato e seguito dal pubblico. Artisti che esprimono idee innovative ed ironiche attraverso il genere dell’Etnounderground. I “Tartaglia & Aneuro” sono formati da Andrea Tartaglia, frontman e voce, Paolo Cotrone alla chitarra, Mattia Cusano al basso, Salvio la Rocca alle percussioni e Federico Palomba alla batteria. Ciao ragazzi. Come avete vissuto questa vittoria all’ultimo Pummarock Festival? È stato tutto davvero emozionante. Ci è stata data la possibilità di condividere il palco con artisti del calibro di Salmo, Jovine, Indubstry e tanti altri . Abbiamo creato nuovi legami con i ragazzi dell'organizzazione. Un gruppo ben rodato. Questo festival potrà crescere perché dove c'è la passione non possono che esserci ottimi risultati. Come potreste definire il vostro genere musicale? Da quando suoniamo insieme abbiamo sempre avuto la prerogativa di creare un nostro sound. Quello che ne è uscito ci piace e lo chiamiamo Etnounderground. Rap,folk,170 bpm, canti di sfogo e di riconciliazione,chitarre acustiche, ritmi dai boschi che crescono in città... questo cerchiamo e speriamo di dare. Il genere in parte si rispecchia nella definizione che ci è stata data e che più ci è più piaciuta:”I piedi nella tradizione e la testa nel terzo millennio”.  Da quanti anni componete musica? Tutti noi veniamo da anni di musica. Questo progetto in particolare nasce dalla necessità di Andrea Tartaglia di evolvere il proprio lavoro cantautoriale. Con Paolo Cotrone alla chitarra, Mattia Cusano al basso, Salvio la Rocca alle percussioni e Federico Palomba alla batteria ha trovato le idee che cercava e anche degli ottimi amici. Qual è il messaggio che volete lanciare a chi vi ascolta? Liberarsi dai credi limitanti per sviluppare al massimo i propri potenziali. Soprattutto la fantasia che, in un mondo dove le bugie vengono vendute come verità, è l'unico mezzo per immaginarsi qualcosa di diverso e più “vero”. Vorremmo essere uno stimolo per cercare “oltre” il proprio naso, un lavoro che in primis cerchiamo di fare su noi stessi. Musica che fa denuncia ma con ironia. Andrea, ti definiresti il Caparezza Partenopeo? Apprezzo tantissimo Caparezza e ti ringrazio per l'accostamento. Lo ritengo uno dei pochi artisti in Italia che cerca il “vero” e che lo tramanda. Credo anche io che ci siano delle affinità tra noi e mi farebbe davvero piacere confrontarmi con lui. Le esibizioni live sono il vostro punto di forza. Quali sensazioni avvertite sul palco? Cosa vi trasmette il pubblico? Diamo molta importanza alla teatralità ma soprattutto al vivere pienamente quello che esprimiamo. Cerchiamo di “farci suonare dalla musica”. Metaforicamente si usa dire che tutti noi siamo delle corde. Quando noi “Aneuro” suoniamo le nostre corde, se risuonano anche quelle del pubblico, l'emozione cresce in modo esponenziale e, ovviamente, più si emozionano gli altri più ci emozioniamo. Crediamo funzioni anche al contrario. Quali sono i vostri progetti musicali per il futuro? Stiamo lavorando al nostro primo disco, Per Errore , un album che ci sta dando molta fatica ma anche soddisfazione. Ci stiamo autoproducendo. Impariamo tutte le fasi che ci sono dietro la nascita di un disco che purtroppo o per fortuna non riguardano solo la musica. Essendo nuovi nel campo, ovviamente, stiamo sbagliando varie cose per poi capirne di nuove. Per questo non c'è titolo che ci rispecchi più di Per Errore: è il nostro modus operandi.
In conclusione (2). Gang Bang: cosa c'era da vedere, cosa ci ho visto io
Ottobre 23
Cosa c'era da vedere. Sul palco c'è Chuck Palahniuk. Sul palco c'è Fabio Pisano che racconta Chuck Palahniuk. Sul palco ci sono gli attori che raccontano Fabio Pisano che racconta Chuck Palahniuk. Sesso. Sì, sì, dico proprio SESSO, nudo e crudo. "Che volgarità!", penseranno i puritani, segni della croce a palate, "esci da questo corpo, satana!!!". No, non c'è volgarità, signore e signori. Sarà la vostra immaginazione, semmai, a schiaffeggiarvi, i sottintesi a farvi arrossire, le scene che non vedrete a farvi vergognare.   Molto più forte, molto più spinto il libro di Palahniuk. Malinconica, a tratti struggente, la reinterpretazione di Pisano. La celebre pornostar Cassie Wright decide, in un gesto quasi disperato al tramonto della sua carriera, di chiudere in bellezza stracciando il record mondiale di sesso di gruppo. Organizza, quindi, una gigantesca gang bang, il cui scopo sarà quello di divenire film ed il più prezioso tesoro di ogni porno-collezionista. L'obiettivo? Avere un rapporto con 600 uomini. Ma a mostrarsi e a "spogliarsi" davvero davanti al pubblico saranno solo quattro personaggi: il signor 600, il signor 72, il signor 137 e la giovane e preziosa assistente di Cassie.                                                         Diverso il finale, diverse alcune sfumature, i dialoghi completamente riadattati rispetto all'opera letteraria. In particolare, il personaggio dell'assistente (nonché, si scoprirà solo alla fine, figlia della pornodiva) ha decisamente qualcosa di diverso rispetto a quello che m'ero figuarata. La facevo più fredda, più acida, meno bambina, più donna cresciuta troppo velocemente. Disillusa, amareggiata, pronta a mordere, ad affondare i denti nella gola di qualunque essere umano di sesso maschile osasse avvicinarla. È così che me l'ero immaginata, oscura, un abisso di buio, un buco nero, ma precisa, bene attenta a non rivelarsi. Allo stesso modo, l'assistente creata da Pisano è meticolosa, è altera, è disgustata, ma forse meno provata, meno indurita dalla vita, più bambina. Solo poche impressioni, ovviamente. Ad ogni modo, bravissima Francesca Borriero, tormentata, disperata e commovente nel finale e bravissimi Edoardo Sorgente (numero 72), Roberto Ingenito (numero 137) e Pietro Juliano (numero 600), bravissimi a raccontare le loro storie di persone comuni finite in una prova forse troppo difficile, che li spingerà a cercarsi nel freddo di una cella travestita da puzzolente sala d'attesa e ad avvicinarsi fingendo di respingersi e a raccontare il loro passato, in un dramma travestito da ridicola oscenità e in una terapia di gruppo travestita da film porno.                 Cosa ho visto io. M'è venuto, in certi momenti, di non guardare. Sì, è così, devo scriverla questa cosa, perché altrimenti la recensione non sarebbe originale e per originale non intendo diversa dalle altre, per originale intendo non autenticamente mia. Del resto, è proprio per questo che ho scritto "cosa ci ho visto io" nello spettacolo, perché volevo che si capisse che non sono un'esperta, una di quei criticoni. E per criticoni intendo grandi critici che criticano tanto. Io faccio solo la parte dello spettatore e quindi ecco qua: mi piace quando le luci si spengono e si sta tutti in silenzio nella piccola sala Assoli, per sentire il respiro degli attori e capire, così, se sono entrati in scena mentre il pubblico è cieco. Al cinema non puoi sentire il respiro degli attori da dietro lo schermo ed ecco la magia del teatro.   Ma riprendendo il filo, dicevo, m'è venuto, in certi momenti, di chiudere gli occhi e non guardare. Non perché fossero brutte, o paurose, o violente le scene che vedevo, ma perché non riuscivo a sopportare quello che gli attori mi facevano immaginare. Com'è ovvio, Gang Bang si svolge in uno spazio troppo stretto per seicento uomini e per le loro seicento virilità messe alla prova. Il testosterone ha bisogno dei suoi spazi, si sa. E io ho immaginato, parola dopo parola, questa stanzetta troppo stretta e l'odore dei corpi nudi da troppo tempo, il rumore dell'imbarazzo moltiplicato per seicento e il freddo dell'intimità resa pubblica e pubblicamente ripetuta per seicento volte, a tre a tre. Ho immaginato questa donna che non esiste, ma che pure è viva in mezzo agli attori in scena, perché essi stessi le danno la vita. Non come una marionetta mossa dai fili del copione, ma come presenza, come spirito, come burattinaia ella stessa, che pur non essendo visibile, guida i partecipanti al suo gioco, rispettosi delle sue regole, tutti e seicento, ed in piccola rappresentanza, questi tre disgraziati, in piedi e in mutande davanti al pubblico.     Una grande, ingombrante, enorme, quantità di cinismo, nello spazio delimitato dalle pareti dell'Assoli, dove pare sia finito il mondo e con un applauso abbia salutato l'amore che non esiste. Fatevi una risata, ecco qua il vostro amore: una donna e seicento uomini che si stringono forte nell'amplesso, senza provare nient'altro che vuoto. Desiderio, certo, ma quello pure le bestie ce l'hanno. Eccolo qua, Signori e Signore, il vostro amore. Non esiste, non è mai esistito, era uno scherzo, una storia, una favola da raccontare ai vostri figli prima di metterli a letto.Ridete con me, dice Cassie.Ridete con noi, dicono l'assistente, 72, 137 e 600.Ah, fuori da questo teatro potete fingere quanto volete, ma lo sapete bene, sappiamo bene che non siete poi così perfetti. Sappiamo bene che non siete poi così diversi da noi. Ognuno ha i propri segreti e i propri scheletri nell'armadio, ognuno ha i suoi vizi, i suoi gusti, i suoi strani modi di fare sesso. Noi vi mostriamo l'oscenità perché la riconosciate e perché vi facciate un esame di coscienza.L'amore non esiste. Non esiste niente, non c'è niente al di fuori della fisicità.La ragazza: avevo un sogno. Numero 72: avevo una madre. Numero 137: avevo un padre. Numero 600: avevo una moglie.Tutto qui? Niente affatto.Questa è solo la superficie della storia. Forse, le vite di quattro esseri umani sono nascoste sotto uno spesso strato di turpe scandalo, solo per pudore. Forse, "l'amore non esiste" è il messaggio da leggere al contrario.È la verità.È la verità.È la verità.                                                                                                                 Cosa ci ho visto io in questa rassegna, in questa rivisitazione di Palahniuk, in questi giovani attori di talento, in questi ragazzi che sono riusciti a lavorare fianco a fianco, giorno dopo giorno, fino a portare il loro spettacolo dentro una stanza popolata da seicento uomini immaginari, a Sala Assoli?   Il futuro.                                                           Concluso il secondo ciclo di tre repliche di "Gang Bang", non perdetevi il terzo spettacolo della rassegna A(s)soli Giovani, Disturbo?, in scena ancora questa sera, alle 20.30, presso Sala Assoli, Vico Lungo Teatro Nuovo, 110.   Ideatrice della rassegna: Emma Di Lorenzo.   Info e prenotazioni:   botteghino@associazioneassoli.it   08119563943 / 3394290222
“DISTURBO?”: RISATE E RIFLESSIONI A SALA A(S)SOLI
Ottobre 23
“Siate affamati, siate folli”. Chi non ha mai sentito questa frase, inno alla vita del grandioso Steve Jobs e chi non ha mai azzardato una sua interpretazione per renderla quanto più vicina al suo senso di esistenza. Ed ecco che in questo caso la follia diviene sinonimo positivo del desiderio che muove l'uomo, della sua incompletezza terrena  verso un'illusa completezza trascendentale. Essere folli è il motivo, la scelta, la curiosità, il desiderio, la fame insaziabile che abbandona l'uomo nel mondo solitario e lo affida al suo senso di sopravvivenza e di ricerca. Ebbene si. Se tutti noi riconoscessimo quel piccolo scrigno di follia racchiuso nel nostro intrinseco non faremmo altro che azionare la leva della consapevolezza che affronta la vita e dell'istinto che ne sfuma i contorni. “Dietro ogni scemo c'è un villaggio” scriveva Fabrizio De Andrè quando cantava l'Antologia di Spoon River per dimostrare che nella diversità dell'animo umano si nasconde l'unica uguaglianza comune a tutti: la follia, questa volta intesa come senso di annegamento dell'io nel vortice delle passioni. Perciò continuare il cammino incoscienti delle proprie sfumature, appare la scelta più cosciente e scandalosa per chi non sa mettersi in gioco. Certamente non condivisa dai sei personaggi folli dello spettacolo “DISTURBO?” che proprio nel giocare in squadra, saltando e traballando sullo scenario del Monopoly, affrontano e combattono le proprie ossessioni. Questa immediata trasformazione in pedine, che avviene nella sala d'attesa del dottor psichiatra Stern, aiuterà la condivisione del problema di ciascuno ai fini della comune risoluzione sul tabellone fluorescente della vita. E allora il gioco è fatto e la squadra è formata. Il porsi il problema dell'altro, provocherà nell'istinto di ognuno piccoli istanti di allontanamento dalle ossessioni: Fred (interpretato da Giuseppe Fiscariello) tormentato dalla sindrome di Tourette riuscirà a non dire parolacce?  Lo stesso Otto (Domenico Carbone) affetto da aritmomania, a non contare di continuo? E come farà Bernardo (Paolo Gentile), maniaco della pulizia ad entrare in contatto con personaggi così alterati? E la povera Maria (Emanuela Iusto) ossessionata dal controllo? E come, la piccola Lilli (Claudia Esposito) costretta a ripetere le cose due volte ad innamorarsi di Roberto “Bob” (Valerio Lombardi) maniaco della simmetria? Le risposte, date dalla regia di Giuseppe Fiscariello, sono nella divertentissima interazione comica dei personaggi che si sviluppa nell'attesa apparente di una cura tramutata a sua volta in situazione di vantaggio per ognuno. In questo tempo fasullo, intervallato dall' “intrusione” dell'assistente del dottore (Nicola Narciso), l'immedesimazione nell'altro è punto di forza per correggere il proprio problema. Ed è qui che si riallaccia il colpo di scena. E tutto ritorna..
GANG BANG: EVASIONE DALLA REALTA’ O POSSIBILITA’ DI RISCATTO PERSONALE?
Ottobre 23
Un prologo dà inizio alla GANG BANG, lo spettacolo  scritto e diretto dal giovane regista Fabio Pisano e ispirato al libro Gang Bang di Chuck Palahniuk. Tre, tra i 600 uomini candidati ai provini, si incontrano nella putrida sala d’attesa dello squallido sotterraneo, dove stanno avendo luogo i provini per il nuovo  porno dell’attrice Cassie Wright, che, giunta al tramonto della sua carriera, decide di chiudere "in bellezza" polverizzando il record mondiale di sesso di gruppo con una gigantesca gang bang. Il primo uomo è Brad Bacardi, alias numero 600, attore di film hard ormai fuori dal giro, partecipa alla gang bang , dove, l’ unica protagonista è la sua ex moglie, la leggendaria pornostar Cassie Wright. L’uomo, in cerca di una vana redenzione, vuole a tutti i costi morire sul set. Il secondo uomo della vicenda è Tom Helser, alias numero 137 , ex attore di una serie  televisiva ormai fuori moda. Egli  vuole, attraverso la sua partecipazione alla Gang Bang, rilanciarsi nel mondo televisivo, ma non solo. Il suo obiettivo, è quello di  sposare la nota pornostar per vivere nel lusso, e trascorrere  gli ultimi anni della sua vita, in totale agiatezza.   Terzo, ed ultimo personaggio maschile che incontriamo sulla scena , è il giovane 21enne Malcon Regan , numero 72. Il ragazzo partecipa alla Gang Bang, spinto dall’illusione di essere il figlio della nota pornostar,  e dalla speranza di aiutare la donna , a liberarsi dal mondo del porno. Tre uomini a confronto. Tre racconti di vita diversi. Tre individui insoddisfatti  e in continua lotta contro se stessi.  Tre uomini uniti da uno stesso desiderio: evadere dall’insoddisfatta realtà in cui vivono e trovare rifugio  nella gang bang , distaccandosi completamente dalla realtà. Tre uomini, che forse, cercano nel porno, qualche vana speranza di riscatto nei confronti della vita. Tre uomini, che vogliono gridare al mondo, la propria forza. Ed ecco, che hanno inizio, animate discussioni, interrotte da Sheila, coordinatrice 21enne del cast e assistente personale di Cassie Wright. Anche Sheila è in cerca di qualcosa: della verità o della vendetta (?) Grida, gesti forti e un linguaggio crudo, ben associato a ciascun personaggio, animano la messa in scena, diretta dal regista Fabio Pisano, il quale, è riuscito a creare la giusta atmosfera della gang bang, coinvolgendo anche il pubblico. Molto significativa ed efficace la scenografia, composta da un telo bianco, disposto in maniera circolare, quasi a voler eliminare le differenze, non solo tra i tre attori in scena, ma anche tra attore e spettatori, ai quali, prima di entrare in sala, viene  assegnato un numero. Una circolarità scenica che coinvolge  chiunque entri a far parte della gang bang: luogo in cui non ci sono differenze, non ci sono persone, ogni appartenenza ad uno stato sociale è abbattuta. Nella gang bang si è un semplice numero. Un’altra simbolica particolarità legata alla scenografia,  è quell’unica apertura centrale, quasi a voler simboleggiare l’organo genitale femminile. Apertura,  da cui verrà fuori alla fine dello spettacolo, proprio la giovane Sheila, coordinatrice e assistente personale, nonché, figlia legittima di Cassie Wright, abbandonata in tenera età. Una rivelazione finale, che ha maggiormente catturato l’attenzione del pubblico in sala. Una scena, attraverso la quale, forse, Fabio Pisano, ha voluto sottolineare la rinascita, il riscatto della giovane Sheila, dopo aver compiuto la sua vendetta. Il personaggio è stato interpretato dalla giovane a brava attrice Francesca Borriero, che, con una recitazione contemporanea, mista ad un tono leggermente drammatico, è riuscita sempre a creare quella giusta frattura, durante i forti dialoghi tra i tre uomini. Anche per quanto riguarda gli interpreti maschili, abbiamo avuto modo di apprezzare gli attori Pietro Juliano,  nel ruolo di Brad Bacardi; l’attore Roberto Ingenito, nel ruolo di Tom Helser , e infine, l’attore Edoardo Sorgente, nel ruolo del giovane Malcon Regan. Tre timbri vocali, tre atteggiamenti e tre corpi diversi tra loro, che,  il regista Fabio Pisano è riuscito a mettere in sinergia. Forse,  a mio avviso, occorreva  “giocare” un po’ più con il ritmo durante alcuni momenti dello spettacolo , creando quel climax ascendente, che avrebbe maggiormente accompagnato lo spettatore, verso la rivelazione finale.  Ciononostante, tutti gli attori hanno comunque catturato e coinvolto il pubblico in sala, dall’inizio alla fine dello spettacolo,suscitando dapprima le  risate, e poi un forte applauso finale. Gang Bang è dunque uno spettacolo che piace, ed è tra quelli in scena alla SALA ASSOLI,  nell’ambito della Rassegna “A(S)SOLI GIOVANI” ideata e curata dalla giornalista Emma Di Lorenzo. L’inizio dello spettacolo è stato preceduto da una piacevole conversazione tra il regista, il pubblico, e il noto scrittore Pino Imperatore. Spettacolo visto il giorno 17 Ottobre 2014
Agnano. Scoperta discarica abusiva.
Ottobre 23
Agnano. A seguito di una segnalazione anonima, ci siamo recati presso gli Astroni per documentare la presenza di una grossa discarica abusiva. Di seguito il servizio in esclusiva per MYGENERATIONWEB.
Sognare la Cina: a Napoli si può
Ottobre 21
Il rapporto tra la cultura napoletana e quella cinese, entrambe frutto di civiltà dalle profonde contraddizioni (in cinese letteralmente "la lancia e lo scudo"), è una realtà antica, che in questi anni ha trovato la sua dimensione più viva nel festival "Milleunacina. I Linguaggi della Contemporaneità". Giunto alla IV^ edizione, che ha per titolo "Il Sogno Cinese. Sogno e Realtà", il festival si svolgerà a Napoli dal 20 al 26 ottobre con un programma estremamente ricco di eventi, che investono la cultura a 360 gradi.La manifestazione culturale è stata presentata giovedì 18 ottobre presso Palazzo San Giacomo, sede del Comune di Napoli, dall'Assessore alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, Nino Daniele, dal Rettore dell' Università "L'Orientale di Napoli" Lida Viganoni, dall'ideatrice del festival, Anna Maria Palermo, docente di Lingua e Letteratura Cinese, nonché Direttrice dell'Istituto Confucio di Napoli, e da Aurora Spinosa, Direttore dell' "Accademia delle Belle Arti".Daniele conferma l'impegno dell'Assessorato nella promozione di eventi culturali che, negli ultimi mesi, si sono incentrati sulla dimensione del sogno, della fiaba, della realtà onirica, sino all'esoterismo, con la finalità di riscoprire tratti antropologici che costituiscono radici universali dell'umanità. Il Rettore Lida Viganoni sottolinea invece l'importante ruolo nel trasferimento a Napoli delle culture di tutto il mondo da parte dell'Università Orientale, a partire dall'istituzione del primo collegio dei Cinesi da parte di Matteo Ripa nel lontano 1732. Ed è proprio a quest'ultimo che è dedicato il Premio istituito quest'anno che verrà consegnato dalla Viganoni a Madame Xu Lin, Direttore Generale della Sede Centrale degli Istituti Confucio, alla presenza del Governatore Caldoro e di Li Ruiyu, ambasciatore della Repubblica Popolare Cinese in Italia.Un'emozionata, vigorosa e travolgente Anna Maria Palermo, che si definisce amante tanto della Cina quanto di Napoli, presenta con entusiasmo il ricco calendario degli eventi in programma, sottolineando come il festival si proponga si modificare, ampliandone vedute e risonanza, un "orientalismo" fino a pochi anni fa vissuto come una realtà chiusa, in cui i sinologi trovavano la collocazione a loro più naturale. Il festival sarà pertanto l'occasione di analizzare la realtà cinese dall'interno, attraverso le opere di artisti orientali, e di creare un confronto con la realtà occidentale, attraverso lo spirito critico degli artisti italiani coinvolti.Il tema scelto quest'anno è il sogno, elemento tipico della tradizione cinese a partire dal filosofo Zhuangzi del V° secolo a.C., ripreso peraltro da Freud, nonché divenuto slogan del Presidente della P.R.C., che ha coniato il cosiddetto "Chinese Dream", a testimoniare il momento di attuale ricchezza economica che vive la Cina, chiaro richiamo al ben più famoso "American Dream" degli anni '50 del secolo scorso. Il passato diviene quindi strumento prezioso per la comprensione ed il miglioramento del presente.L'inaugurazione del festival avrà luogo lunedì 20 ottobre a Palazzo Du Mesnil a Via Partenope; alla consegna del "Premio Matteo Ripa" seguirà l'esposizione di dipinti tradizionali cinesi (che potranno essere successivamente ammirati al PAN) donati all'Istituto Confucio dall'imprenditore Li Yunfei. La giornata di martedì prende il nome di "Pittogrammi ed Ideogrammi in Sogno", in cui saranno inaugurate due mostre. La prima, "The Remedy" dell'artista contemporanea Zhang Yanzi, avrà luogo al PAN e si propone di indagare sul ruolo dell'arte, specialmente quella tradizionale, come rimedio ai mali della società contemporanea.La seconda, del fotografo e ritrattista napoletano Fabio Donato, "Uno sguardo da Occidente: dieci artisti cinesi" avrà invece luogo nella Galleria dell'Accademia delle Belle Arti.Altro evento da sottolineare è quello di mercoledì 22 ottobre, ossia una serata dedicata a reading di narrativa e poesia dal titolo "Sogni e Visioni nel grande Paese di Mezzo", che saranno ospitati nel Teatrino di Corte di Palazzo Reale. Brani cinesi sia tradizionali ("Sogno della Farfalla" di Zhuangzi) che contemporanei saranno interpretati da ospiti d'eccezione: Cristina Donadio, Gaia Riposati, Maddalena Crippa e Andrea Renzi. Altra location d'eccezione, il Tunnel Borbonico, ospiterà invece giovedì 23 una mostra dedicata al contributo napoletano alla Settimana Internazione del Design di Tianjin, dal nome "Geometrie dei sogni". Cinema e teatro sono i protagonisti delle giornate di venerdì e sabato. Venerdì Al PAN, dopo la conferenza sul "Sogno nel Cinema Cinese", saranno infatti proiettati tre film degli anni '30 per gli appassionati del genere, mentre sabato alle 21 al Teatro Stabile di Napoli andrà in scena "Rinoceronti in amore", di Liao Yimei, con la regia di Meng Jighui. Si tratta della prima assoluta di uno spettacolo di grandissimo successo, che ha come punto di partenza un classico triangolo amoroso, che va in scena in Cina senza sosta dal 1999 e a cui i giovani sono appassionatissimi. Il festival non poteva che chiudersi con una manifestazione gastronomica, domenica 26 presso Villa Caracciolo, dove andrà in scena una vera e propria gara culinaria tra lo chef napoletano Fabio Ometo e la star della gastronomia cinese in TV Dai Aiqun. "Guarracini pe' mare e pesci mandarini in caramello" ha tutte le premesse per fare da degna chiusura ad una settimana cinese da sogno.
MyTopTweet95
Ottobre 21
Diciamocelo questo non è un buon periodo per l’Italia: la crisi, la disoccupazione, il debito pubblico, calamità naturali di cui ci occupiamo solo a posteriori. Per non parlare delle notizie che ci arrivano dal resto del mondo: l’ebola, l’Isis, Adolf Putin.   Fortunatamente alla guida del Paese abbiamo il nostro caro Matteo Renzi/Fonzie. Una persona che sa quali sono le priorità del Paese, che sa come gestire la situazione, un politico che non va a Genova a spalare il fango con i volontari perché lui non vuole andare a fare la passerella ma  va da Barbara D’Urso, l’Oriana Fallaci dei giorni nostri, per fare selfie con la gente e spiegare la nuova legge di stabilità mentre si scusa con nonna Maria per aver disertato il suo novantaquattresimo compleanno.   L’intervista ha catturato l’attenzione del popolo di Twitter che ha molto apprezzato questa nuova coppia che si è formata nel panorama televisivo italiano….   #RenziDurso:   - Andrea Favaro:Un giorno, la Storia, ci giudicherà per questo. #Renzi #durso - Pinuccio: Renzi dalla D'Urso. L'ebola a confronto è un raffreddore - Billy the Kid:Renzi va dalla D'Urso per fare il piacione in televisione. Ama apparire tantissimo. Fra un poco ce lo ritroviamo pure sulla carta igienica. - Cetty D.: Con la manovra finanziaria verranno stanziati fondi per corsi di selfie dai 0 ai 99 anni. #Renzi - Fran Altomare: Sono davvero curioso di vedere chi vincerà il campionato intercontinentale di faccette tra la D'Urso e #Renzi. #domenicalive - il ghiozZo: #renzi fa gli annunci dalla #Durso ! Vero silvio style !!! - Fran Altomare: Ci sarebbe da capire perché Barbara D'Urso si rivolge a #Renzi come se stesse parlando col suo dog-sitter. #domenicalive - Fran Altomare: Parla Matteo, ti ascolto con vivo interesse. #domenicalive - Mangino Brioches: Ma dov'è l'asteroide quando c'è bisogno di lui? #Renzi #DomenicaLive #ninodangelo #barbaradurso - Matteo Renzi fa cose:#MatteoRenzi che rimorchia una MILF in balera.   Alla prossima!!
Challenge yourself. Muay Thai experience - Quinta settimana
Ottobre 20
Siamo giunti alla quinta settimana di lavoro. Tanta fatica, sudore e sacrifici...ma anche tante risate.  Questo "Esperimento" nato col nome di CHALLENGE YOURSELF: MUAY THAI EXPERIENCE, inizia piano piano a diventare qualcosa di più grande, conquistando sempre più visualizzazioni. Ricordate: Non è mai troppo tardi per scegliere di vivere una vita sana!  
"Ping Pong" nel finale a San Siro. Un 2-2 che sa di beffa per gli Azzurri.
Ottobre 20
Dopo ottanta minuti di agonizzante attesa, tutto il match si sintetizza negliultimi dieci minuti di gara, quando a San Siro, come in una partita di pingpong, napoletani e interisti si rispondono a suon di gol ed escono dal terrenodi gioco con un solo punto a testa, scaturito dal finale 2-2. L'inizio promette bene. Le squadre entrano in campo con uno spirito combattivoe agguerrito e, nei primi minuti di gioco, la sensazione di assistere ad unmatch spettacolare si fa sempre più forte. Purtroppo per noi, la sensazione dicui parlavo proprio un attimo fa si rivela fine a se stessa e resta, appunto,solo una sensazione. Il posticipo della settima giornata di Campionato dellaserie A si rivela di una noia mortale. Per comprendere bene la gravità della monotonia della gara, pare assaiesplicativo il fatto che l'unica azione degna di nota del primo temporegolamentare sia caduta al 39', quando, destatosi dal torpore del match,l'interista Hernanes spara un potente sinistro dal limite e prende in pieno ilpalo. Per il resto, esclusi i vari tiri in tribuna di Inler – alla ricerca,forse, di un qualche bersaglio immaginario- i primi quarantacinque minuti sonocaratterizzati da giocate lente e confuse, con tiri in porta che nonimpensieriscono per nulla i due portieri. Se l'Inter prende il palo, mi sembra giusto che il Napoli non sia da meno.E, infatti, dopo soli cinque minuti dal ritorno dagli spogliatoi, l'azzurroInsigne decide di emulare i milanesi e col suo destrocolpisce l'esterno del palo.Come per il primo tempo, anche la seconda frazione di gioco si affievoliscecol trascorrere dei minuti. E come per il primo tempo, anche la secondafrazione di gioco si risveglia solo nel finale. Come un lampo che si accende all'improvviso nella notte, Callejon, al 79', vain gol, infilando l'angolo destro, approfittando di un errore difensivo deipadroni di casa sulla rimessa laterale di Ghoulam. Ma ad un lampo ne segue unaltro e, dopo soli tre minuti, su azione di calcio d'angolo, Guarin, solosoletto alle spalle di Inler, mette dentro tranquillo e ristabiliscel'equilibrio.Quando sembra che il pareggio sia il risulato finale di questa gara, al 90',ancora lui, Calleti, realizza un gol magnifico di sinistro, rispondendo altraversone al bacio servitogli da David Lopez.Ma cos'è che avevo detto? Ah sì! Quando sembra che il la vittoria degli ospiti sia il risultatofinale..Un'ingiustificabile quanto inguardabile difesa napoletana, schierata edinerme, dopo soli sessanta secondi, resta a guardare immobile Hernanes – mancofosse Belen Rodriguez- che, come un gigante, si stacca su tutti e mette dentrocon colpo di testa. 2-2 a San Siro. Questo è il risultato finale di un match, lento e monotono,giocato a nervi tesi, piuttosto che di tecnica e tattica strategica. Consoli undici punti dopo sette gare, come non succedeva da tempo,Il Napoli resta lontano dalla vetta.Adesso si ritorna in campo giovedì 23, alle ore 19:00, per la terza gara diEuropa League contro gli svizzeri dello Young Boys, allo Stade de Suisse, aBerna.
‘A ChIeNA: l’onda travolgente della mafia cinese
Ottobre 19
L’11 e il 12 ottobre la stagione teatrale del Te.Co – Teatro di Contrabbando di Fuorigrotta si è aperta con ‘A ChIeNA, scritto da Diego Sommaripa a quattro mani con Ivan Luigi AntonioScherillo e diretto dallo stesso Sommaripa (con l’aiuto-registaTommaso Vitiello), alla terza esperienza come regista. Dopo i premi collezionati lo scorso anno dall’opera prima di Sommaripa,NelCampo delle Viole,alla Rassegna Teatrale “Premio Li Curti”di Cava de’ Tirreni, anche ‘A ChIeNA porta a casa un premio nell’ambito della stessa manifestazione, svoltasi quest’anno. Si tratta del premio come miglior attore, che va a Pippo Cangiano, protagonista indiscusso dello spettacolo. Quest’ultimo si presenta con qualche modifica sia in termini di cast che di sceneggiatura rispetto alla prima edizione, andata in scena lo scorso maggio alNouveauTéâtre de Poche. L’intera scena si svolge all’interno di un bunker, buio, umido, spoglio, maleodorante, dove il boss AnielloSantanastaso(Cangiano), dopo essere stato scarcerato, si rifugia, per sfuggire alla vendetta tanto della camorra quanto della mafia cinese, ormai alleate contro di lui. Santanastaso ha speso la sua vita nel mettere in piedi, capeggiandola con rigorosa lucidità, un’ efficientissima organizzazione malavitosa, strettamente collusa con la politica da un lato, e con la mafia cinese dall’altro, che trae il suo enorme profitto dalla vendita di articoli di abbigliamento contraffatti, confezionati da cinesi resi schiavi inconsapevoli all’ombra del Vesuvio. Il boss, consapevole che gli rimangono solo pochi giorni da vivere, prima di essere fatto fuoridai suoi nemici, mette lucidamente in atto il suo ultimo piano, questa volta, però, dinatura strettamente personale.                                                      Attraverso l’aiuto di un avvocato di discutibili fama e capacità, interpretato da Marcello Cozzolino, e del suo fidatissimo e devotoscagnozzo Gennaro (Sommaripa), Santanastaso,prima si assicura che il suo testamento venga redatto da un notaio e poi “convoca”la bella e giovane giornalista, Maria, interpretata con grande naturalezza da Francesca Romana Bergamo, per rivelarle tutti i segreti del suo impero, dalla sua nascita, fino alla recente e travolgente espansione dei cinesi, affinché possano essere divulgati. Inizialmente restia alla proposta di Aniello, dal quale non sembra apparentemente intimorita, conservando spirito critico e passione per la verità, Maria si lascia convincere e tra i due si instaura una relazione di rispetto e a tratti affetto, che lascia presagire allo spettatore un colpo di scena finale, relativo alla vera natura del loro legame.                                                                                Santanastaso è un uomo che fa i conti con la sua vita, che sente essere agli sgoccioli, un fervido e irriverente devoto di Padre Pio, davanti alla cui statuetta “prega” quotidianamente per ricevere approvazione e protezione, un amante della voce di Maria Callas, in onore della quale ha scelto i nomi per le tre figlie, un boss che ama essere rispettato ed adorato, che siede sul “trono” e si lascia vestire da Gennaro, quest’ultimo eternamente grato all’assassino di suo padre, che egli considera un padre stesso, il cane al quale la pulce rimane sempre attaccata. Nel “gioco di lettere” del titolo dello spettacolo è racchiuso il suo stesso contenuto, ‘A ChIeNA è  l’onda che tutto travolge e tutto ingloba, l’odiatissima mafia cinese, in grado di sottrarre lo scettrodel potere ad AnielloSantanastaso, che cercherà a suo modo di redimersi, offrendo una possibilità di vita alternativa alle persone che condividono con lui i suoi ultimi giorni che egli radunerà intorno ad una tavola come una vera e propria famiglia.                                                                                                            Ma ‘AChIeNA è anche il flusso ininterrotto di parole, di dialoghi serrati tra i personaggi che si muovono sulla scena, di momenti di tensione, ma anche di surreale comicità (non mancano le risate tra gli spettatori), di rapporti che mutano seguendo lo scorrere degli eventi. Questa ricchezza fa da contraltare ad un ambiente essenziale, spoglio, in cui un tavolo, due sedie, un altarino, la statua raffigurante un cane nero e una lavagnetta su cui scorrono i numeri che segnano i giorni, sono gli unici elementi scenografici. I punti di forza di ‘A Chiena sono sicuramente il testo, che suggerisce notevoli spunti di riflessione, sia sul tema della malavita che dell’estrema complessità dei più profondi meandri dell’animo umano, da cui solo dipendono scelte talvolta estreme, e l’interpretazione di Pippo Cangiano che, non solo veste abilmente i panni del boss, imponendosi al pubblico con tutta la sua energia e la sua presenza sul palco, ma conduce anche per mano i suoi compagni, mettendoli sempre a proprio agio sulla scena per ottenere il migliore risultato possibile, uno spettacolo che sia capace di coinvolgere lo spettatore dall’inizio sino alla fine e che non risulti mai al di sotto delle proprie possibilità.
Napoli Photo Project. Intervista all’autore Giuseppe Divaio
Ottobre 19
Ieri, 17 ottobre 2014, al Sottopalco cafè, presso il Teatro Bellini di Napoli, è stato presentato il progetto fotografico di Giuseppe Divaio, dal titolo Napoli Photo Project. Un progetto con il quale il fotografo, napoletano di origine, si pone l’obiettivo di mostrare a quante più persone possibili Napoli, quella reale, quella della sua gente, quella che fa innamorare chiunque abbia la possibilità di visitarla, quella che i media non mostrano mai.   Di seguito l’intervista a Giuseppe Divaio.   Come ti sei avvicinato alla fotografia? Poco tempo fa  ho trovato una fotografia del 1991, avevo dieci anni. Era rappresentato un paesaggio, a Ischia. Mi sono reso conto che probabilmente mi sono avvicinato in quel momento alla fotografia. Successivamente, mi sono allontanato, per poi ri-avvicinarmi intorno ai ventiquattro, venticinque anni. Durante alcuni viaggi, mi sono reso conto di avere questa passione e di essere anche abbastanza predisposto.   C’è un modo particolare con il quale nascono le tue fotografie, con il quale osservi la scena e decidi di scattare? In linea di massima, osservo la scena e poi scatto. Molte fotografie nascono prima. Voglio dire, nascono prima nella mia testa, le vedo prima di scattare. Se sono fortunato, e non perdo molto tempo, riesco a realizzarle.   Il tuo progetto fotografico si intitola Napoli Photo Project.  Napoli come protagonista, una città dalle mille sfaccettature, una città di cui spesso si sente parlare in modo negativo. Cosa pensi di Napoli e perché hai scelto di dedicarle un progetto fotografico. Delle mille sfaccettature, novecentocinquanta sono quelle positive. Napoli è una città che ha molte cose da raccontare, molte cose da far vedere.   Dunque, come nasce il tuo progetto? Napoli Photo Project nasce dalla mia voglia di tracciare una strada. Nel momento in cui ho compreso ciò, ho capito anche di avere una grande opportunità scegliendo Napoli per le mie fotografie.     Hai deciso di lanciare Napoli Photo Project su Instagram. Una sfida oppure una scelta ponderata? Una scelta ponderata. Ho conosciuto Instagram due anni prima rendendomi conto della sue potenzialità ed ho pensato che potesse essere il giusto mezzo per lanciare il mio progetto.   Le fotografie esposte sono tutte quasi in bianco e nero e presentano il formato quadrato, un formato un po’ insolito nel mondo della fotografia. E’ una scelta anche questa? Come mai? Si. Ho fatto questa scelta per dare qualcosa di nuovo. Il taglio quadrato non è un taglio classico nella fotografie e tante volte nemmeno viene riconosciuto. Diciamo che bado poco al metodo accademico, mi piace concentrarmi di più sull’immagine.   Quindi, qualcosa di originale, quasi come fosse una tua firma. Si, esattamente.   Cosa pensi della digitale e della postproduzione? C’è una differenza sostanziale tra la fotografia analogica e la fotografia digitale: con l’analogico il lavoro terminava nel momento in cui si scattava; con il digitale, il lavoro inizia dopo lo scatto. Però, è una questione di punti di vista. La cosa più importante di una fotografia è ciò che trasmette!   Cosa ti aspetti da questa mostra? In genere, nella mia vita non mi aspetto mai niente da queste situazioni. Spero che in futuro ci possano essere altre occasioni.     Napoli Photo Project: http://instagram.com/napoliphotoproject

News

NerdZone

Flash News

Tendenze

Cultura

Facebook Like

Accedi Registrati

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *