ANTEPRIMA dalla BERLINALE: i fratelli Coen e l'amore per il cinema in "Ave Cesare"

È di nuovo tempo per il vostro inviato speciale di fare le valigie affrontando il fascino e le diffi...

Germano reale

Il mio primo avvistamento di germano reale avvenne sui lungarni di Firenze, dove lo vidi contendersi...

Teacup's garden. Dal tè in giardino al giardino nel tè.

La prima tazza mi inumidisce le labbra e la gola,  la seconda rompe la mia solitudine, la ter...

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Festival del cinema di Berlino: come ce la caviamo “noi” berlinesi

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ANTEPRIMA dalla BERLINALE: i fratelli Coen e l'amore per il cinema in "Ave Cesare"
Febbraio 12
È di nuovo tempo per il vostro inviato speciale di fare le valigie affrontando il fascino e le difficoltà di un Festival, stavolta nella giovane e frizzante Berlino. Le difficoltà nascono, ovviamente, dal mio essere diversamente ignorante, avendo un rapporto assai complicato con le lingue straniere. Ciò però non mi ha mai fermato ed eccomi a raccontare la prima giornata del Festival, con la mattinata con la conferenza stampa di presentazione della giuria guidata dalla carismatica Meryl Streep, che ormai i media tedeschi chiamano “Mr President”. La Streep, alla sua prima esperienza come Presidente di Giuria, si è detta onorata di svolgere questo incarico e certa di poter vedere e giudicare degli ottimi film. Come sapete, l’attrice Alba Rohrwacher rappresenta il nostro paese nella giuria e, anche se ha preferito assumere un profilo silenzioso in conferenza, ci auguriamo possa farsi valere durante il dibattito tra i giurati. Tra poche ore Berlino accoglierà sul red carpet i fratelli Coen, George Clooney, Josh Brolin, Channing Tatum e Tilda Swinton per la “Première” europea di ”Ave Cesare”. I film dei fratelli Coen o si amano o si odiano, essendo difficile mantenere una posizione intermedia. I geniali fratelli da anni portano avanti, con grande successo, la loro idea di fare cinema e, soprattutto, di raccontare storie con un tipo di scrittura particolare, articolata e ricca di spunti allegorici che però non sempre sono di facile comprensione per il pubblico medio. La filmografia dei Coen varia, senza timore, dalla commedia al dramma per toccare il grottesco e il non sense. Ebbene, “Ave Cesare” è in qualche modo una sorta di manifesto artistico - politico dei due autori americani, perché contiene elementi di commedia pura e di non sense mescolati a un’ironia felpata e comunque pungente sulla società e mentalità americana degli anni '50. Un’epoca in cui la caccia alle streghe si era trasformata nella delazione dei comunisti, assai presenti a Hollywood e costretti a guardarsi le spalle. Era una Hollywood degli anni d’oro in cui si producevano grandi film e i produttori esecutivi avevano, l’ingrato e complesso compito, di occuparsi di ogni cosa e tenere testa ai capricci di ogni singolo attore. Cosi lo spettatore fin dalla prima scena fa la conoscenza del produttore Eddie Mannix (Brolin) e del suo modo di affrontare i molteplici problemi che si presentano durante il giorno nei diversi set della produzione Capitol. Si passa da Baird Whitlock (Clooney), stralunato attore rapito da una misteriosa organizzazione mentre sta interpretando un tribuno romano, all’isterico regista Laurence Laurentz (Fiennes) alle prese con un attore di modesto talento come Hobie Doyle, o una gravidanza imprevista di DeeAnna Moran (Johansson), giovane e promettente attrice. Lo spettatore osserva divertito e incuriosito il film dentro un film, apprezzando la vita di set e come siano costruite e girate le scene, che non sono altro che degli omaggi al cinema che fu. È invece meno convincente e più confuso l’elemento politico in cui, sebbene Clooney sfoderi una perfomance di cuore e talento, diventa nel complesso meno brillante e incisivo. Il testo è comunque ben scritto, brioso, sagace e irriverente e molti dei dialoghi, ben interpretati dal cast, sono davvero esilaranti. La regia è uno dei punti di forza del film essendo ricca, colorata, ispirata, creativa e, nello stesso tempo solida, esperta e lineare nella conduzione del film, anche se non sempre ritmo e pathos narrativo restano costanti. Il cast, seppure sia ricco di talenti, dà prova di essere una squadra unita e di saper mettere al servizio del film il proprio bagaglio di esperienza e, soprattutto, di personalità e carisma. In particolare, sono degne di menzione speciale le perfomance di Ralph Fiennes e Tilda Swinton, la seconda nel doppio ruolo di due sorelle gemelle giornaliste ha confermato le sue particolari e notevoli doti camaleontiche. “Ave Cesare” è in ultima analisi un atto d’amore dei fratelli Coen nei confronti del cinema dal finale roseo e positivo che spinge anche lo spettatore amante della Settima Arte ad avere lo stesso ottimismo.
Germano reale
Febbraio 11
Il mio primo avvistamento di germano reale avvenne sui lungarni di Firenze, dove lo vidi contendersi con le voraci nutrie gli avanzi di cibo lanciati dai turisti.   Quest’oggi posso altresì affermare che il germano reale (come moltissime altre specie) è un ospite fisso della Zona Umida dei Variconi, donde provengono gli scatti di oggi.   Il germano reale è oggi forse uno degli uccelli più noti, è il progenitore di tutte le anatre domestiche; si posa nei giardini di campagna dove esiste uno stagno, oppure in quelli in prossimità di un lago o un fiume. Può nidificare in giardini grandi con folta vegetazione e dopo la nascita degli anatroccoli la femmina ha talvolta bisogno di aiuto per attraversare la strada e portare gli anatroccoli all’acqua. Anche il germano reale presenta dimorfismo sessuale nelle tinte (ricordo che per “dimorfismo sessuale” si intendono le differenze morfologiche che intercorrono tra due individui della stessa specie ma di sesso opposto); potete difatti notare le differenze nelle foto seguenti, laddove l’individuo di sesso maschile presenta un “cappuccio” color verde scuro dalla testa al collo. Il germano costruisce un nido composto da foglie ed erbe, che poi nasconde tra la folta vegetazione, o anche sugli alberi. La femmina, che alleva i piccoli da sola, copre il nido di un piumino ogni qual volta si allontana in cerca di cibo (prevalentemente insettivoro per i pulcini). L’alimentazione del germano è molto varia: lo si può osservare mentre pascola sui prati, mangia le ghiande, caccia molluschi, larve, rane o pesci nelle acque basse. 
Teacup's garden. Dal tè in giardino al giardino nel tè.
Febbraio 11
La prima tazza mi inumidisce le labbra e la gola,  la seconda rompe la mia solitudine, la terza fruga nelle mie sterili viscere per scovarvi migliaia di volumi di strani ideogrammi.  La quarta tazza provoca una leggera sudorazione – tutto il male della vita stilla dai miei pori.  Alla quinta tazza, eccomi purificato;  la sesta mi conduce nel regno degli immortali.  La settima – ah, non potrei berne ancora! Riesco solo a sentire il soffio di un vento fresco che alita nelle mie maniche.  Dov’è Horaisan?Lasciatemi cavalcare questa dolce brezza che mi trasporterà laggiù! Lu T’ung          Io di tè ne capisco poco e niente: sono un'amante del cosiddetto English Breakfast (alias tè con zucchero e limone) ma per il resto non mi sbilancio mai troppo né amo sperimentare. Come ovvia conseguenza non mi azzerderò a parlarvi di miscele e infusi vari, ma  non posso esimermi dal segnalare a Napoli “...qualcosa di tè”, un piccolo paradiso  per gli amatori della nobile bevanda, dove ad una vasta scelta di miscele si aggiugono conoscenza ed una costante curiosità per le novità. http://www.qualcosadite.com/   Piuttosto oggi vi mostrerò delle tazze, o  per meglio dire il teacup's garden, un  modo elegante e divertente per riciclare tazze scheggiate, con crepe o comunque inutilizzabili per un servizio. Siamo nell'ambito del riciclo creativo e quello che vi propongo è una galleria di lavoretti, rilassanti e molto semplici, in cui tuttavia potete cimentarvi mettendo alla prova il vostro estro creativo fino a creare piccoli capolavori. Occorre ovviamente per cominciare una tazza da tè (ma l'effetto del “giardino in miniatura” sarà comunque gradevole se deciderete di usare altri tipi di contenitori, dai vasi in terracotta ai barattoli di latta, finanche bottiglie e contenitori di vetro). Qualsiasi decorazione, sassolino, conchiglia  può aiutarci  a dare l'effetto giardino in miniatura. Il mio consiglio è quello di riempire la tazza fino ad un dito dal bordo, non di più, con la base prescelta (terriccio, sassolini o sabbia) e quindi proseguire con le decorazioni. N.B. Se decidiamo invece di inserirvi delle piantine vere, sarà necessario, prima di travasarle, creare con un trapano un piccolo foro alla base, che è però inutile se il fondo della tazza presenta delle crepe aperte. A seguire un po' di lavori trovati in giro su internet: una piccola galleria di teacup's gardens!    
Teacup's garden. Dal tè in giardino al giardino nel tè.
Febbraio 11
La prima tazza mi inumidisce le labbra e la gola,  la seconda rompe la mia solitudine, la terza fruga nelle mie sterili viscere per scovarvi migliaia di volumi di strani ideogrammi.  La quarta tazza provoca una leggera sudorazione – tutto il male della vita stilla dai miei pori.  Alla quinta tazza, eccomi purificato;  la sesta mi conduce nel regno degli immortali.  La settima – ah, non potrei berne ancora! Riesco solo a sentire il soffio di un vento fresco che alita nelle mie maniche.  Dov’è Horaisan?Lasciatemi cavalcare questa dolce brezza che mi trasporterà laggiù! Lu T’ung          Io di tè ne capisco poco e niente: sono un'amante del cosiddetto English Breakfast (alias tè con zucchero e limone) ma per il resto non mi sbilancio mai troppo né amo sperimentare. Come ovvia conseguenza non mi azzerderò a parlarvi di miscele e infusi vari, ma  non posso esimermi dal segnalare a Napoli “...qualcosa di tè”, un piccolo paradiso  per gli amatori della nobile bevanda, dove ad una vasta scelta di miscele si aggiugono conoscenza ed una costante curiosità per le novità. http://www.qualcosadite.com/   Piuttosto oggi vi mostrerò delle tazze, o  per meglio dire il teacup's garden, un  modo elegante e divertente per riciclare tazze scheggiate, con crepe o comunque inutilizzabili per un servizio. Siamo nell'ambito del riciclo creativo e quello che vi propongo è una galleria di lavoretti, rilassanti e molto semplici, in cui tuttavia potete cimentarvi mettendo alla prova il vostro estro creativo fino a creare piccoli capolavori. Occorre ovviamente per cominciare una tazza da tè (ma l'effetto del “giardino in miniatura” sarà comunque gradevole se deciderete di usare altri tipi di contenitori, dai vasi in terracotta ai barattoli di latta, finanche bottiglie e contenitori di vetro). Qualsiasi decorazione, sassolino, conchiglia  può aiutarci  a dare l'effetto giardino in miniatura. Il mio consiglio è quello di riempire la tazza fino ad un dito dal bordo, non di più, con la base prescelta (terriccio, sassolini o sabbia) e quindi proseguire con le decorazioni. N.B. Se decidiamo invece di inserirvi delle piantine vere, sarà necessario, prima di travasarle, creare con un trapano un piccolo foro alla base, che è però inutile se il fondo della tazza presenta delle crepe aperte. A seguire un po' di lavori trovati in giro su internet: una piccola galleria di teacup's gardens!                  
"Le Avventure di Mr. Fox": le nuove frontiere del fumetto!
Febbraio 11
Novità e qualità sono l'incubo di molti artisti, sia di quelli navigati che dei novellini. Sono lontani ormai i tempi in cui si andava alle fiere del fumetto cercando di proporsi come artista emergente e mostrando a chiunque - editori, curatori, pubblico - il frutto del proprio lavoro. Qualcuno ci è riuscito, altri meno. Il problema è che nessun editor si degna di leggere qualcosa a meno che tu non sia già conosciuto, ma, allo stesso tempo, non puoi essere "qualcuno" se non c'è nessuno che ti segue in questa scalata. È un bug troppo macchinoso e contorto e, di conseguenza, l'unico canale possibile è internet.   I social networks hanno fatto la fortuna di molti essendo il modo più diretto per farsi conoscere: basta una condivisione ed il gioco è fatto. Allo stesso modo Giorgio Martone ed i suoi collaboratori, Emanuele Parascandolo, Mercy Sara e Carmine Quirino, hanno deciso di lanciare il proprio progetto Le Avventure di Mr. Fox su Facebook. In una sola settimana hanno raggiunto quasi 800 fans e centinaia di visualizzazioni in così poco tempo. Un successo in continua espansione.   L'intero progetto è curato da Giorgio che nello specifico si occupa della sceneggiatura, mentre i suoi compagni si occupano dei disegni. Il protagonista è un pinguino, una decisione apparentemente bizzarra, poi, leggendo le tavole ci si rende conto che calza a pennello. Ho chiesto a Giorgio per quale motivo la scelta sia ricaduta su un essere così singolare e lui mi ha risposto spiegando che «ho avuto sempre il pallino di raccontare storie che abbiano comeprotagonisti animali antropomorfi.» Sin da piccolo è stato consumatore onnivoro di fumetti e le storie che più lo appassionavano erano quelle di «Lupo Alberto, I Peanuts, Calvin & Hobbes, Topolino e Rat-Man.»   Mr. Fox è un pinguino antropomorfo del tipo "feral", ovvero umano più dal punto di vista psicologico che fisico.«Un animale con caratteristiche umane permette di raccontare tutto ciò che ci circonda: dalle relazioni alla politica sia da una prospettiva interna, che esterna. È una scelta che apre molte possibilità narrative» Sulla loro pagina si trovano le prime due storie, brevi ed autoconclusive e vengono pubblicate settimanalmente. Sono tavole intense, cariche di ironia e di umorismo graffiante. La trama ed i dialoghi alla prima lettura potrebbero spiazzare il lettore, ed è solo rileggendolo che si colgono i particolari essenziali. L'obiettivo di questi ragazzi è di poter dar vita ai tanti progetti in cantiere e di riuscire a concretizzare nel miglior modo possibile il loro sogno: vivere di quello che scrivono e disegnano. Non resta che augurargli di vedere le proprie speranze realizzarsi, perciò... in bocca al lupo!
Festival del cinema di Berlino: come ce la caviamo “noi” berlinesi
Febbraio 11
“Tieni, ho preso il programma per te stamattina. Sono andato al botteghino ma la fila era lunghissima e ho lasciato perdere” mi ha detto il mio collega porgendomi il libricino con il programma completo del 66esimo festival del cinema di Berlino, più conosciuto come Berlinale. È una settimana che discutiamo dei film che ci piacerebbe vedere, da quando la lista è stata pubblicata sul sito del festival, ma la scelta è talmente ampia che stiamo diventando matti. A parte i ventitré film della competizione vera e propria, ce ne sono altre centinaia divisi in varie categorie – Special, Retrospective, Forum, Panorama e altre ancora – che si sovrappongono e ci confondono sempre di più le idee. Film inediti, film già presentati ad altri festival e persino film vecchi di parecchi anni: perché la Berlinale, si sarà capito, non è un festival del cinema come tutti gli altri – d'altronde, cos'altro ci si potrebbe aspettare da una città come questa? Berlino ha uno spirito unico e così il suo festival del cinema, che sembra fatto più per dare ai cittadini la possibilità di godersi tanti film e di partecipare alle attività connesse che per promuovere i film stessi. E i cittadini rispondono con entusiasmo – come ho detto, la scelta delle pellicole da vedere ci sta facendo impazzire! Però una critica bisogna farla, permettetemelo: la procedura per ottenere i biglietti è assurdamente complicata, e pare che sia stata concepita per evitare la rivendita dei biglietti sul mercato nero. Si possono comprare solo a partire da tre giorni prima dello spettacolo prescelto, solo due biglietti a spettacolo a persona, e quasi sicuramente facendo una lunga fila in uno dei tre punti vendita in città. In alternativa, chi è amante del rischio si può recare direttamente al cinema il giorno stesso dello spettacolo e vedere se c'è qualche posto ancora disponibile – con notevoli sconti, soprattutto per gli studenti – e la cosa non è impossibile, ma piuttosto improbabile se si tratta della première di film molto attesi, del fine settimana, o di entrambe le cose, nonostante ci sia una discreta quantità di biglietti che viene tenuta in serbo per la Tageskasse, cioè la vendita del giorno stesso. Ma come, vi chiederete voi, nell'era di internet questo festival non prevede una vendita online? Certo, cari lettori, certo, solo che è molto limitata e la richiesta è altissima. Proprio oggi un cinefilo appassionato che ormai frequenta il festival da parecchi anni mi ha detto ridendo: “I prezzi dei biglietti aumentano, l'acquisto è sempre più complicato, eppure l'affluenza del pubblico cresce! Gli organizzatori sanno quello che fanno, evidentemente!” Già, lo sanno, e sanno che i berlinesi parteciperanno in ogni caso, anche se solo ad una proiezione pomeridiana di un documentario in bianco e nero sulla vita nella steppa – ma un'amica mi ha messo in guardia: “Alcuni film sono stranissimi, roba che non verrà proiettata da nessun'altra parte, e mentre li guardi e ci sei solo tu e un paio di intellettuali appisolati, capisci il perché”. Poi ci sono le feste, le mostre, i discorsi, ma il tempo di fare tutto noi gente comune non ce l'abbiamo (e per le occasioni glamour, ahimè, neanche il prezioso invito). Il tutto inizierà ufficialmente oggi, giovedì 11 febbraio, con la sfilata sul red carpet e la proiezione di apertura, e io farò in modo di essere là fuori, davanti al Berlinale Palast, per dare almeno un'occhiata ai divi in arrivo. La parola d'ordine, in ogni caso, è pazienza, ma non credo che questa sia mai stata un problema per gli abitanti della capitale tedesca. Io, al contrario, ne sono alquanto sfornita, ma tutti i miei amici teutonici, reduci dalle precedenti edizioni del Berlinale, mi hanno detto chiaramente che è l'unica via percorribile. E va bene, posso armarmi di pazienza per un festival istituito come simbolo della ripresa culturale di una città divisa a metà. La cultura è libertà, partecipazione e creatività: tutto ciò che, per me e per molti altri, rappresenta Berlino.  
Rudolf Buchbinder e Ralf Weikert in concerto al San Carlo
Febbraio 10
Dopo gli ultimi luccichii della Vedova Allegra e le ultime banconote piovute sulle scene simil- Brodway, il nostro San Carlo, ancora in stile Musikverein, ha accolto nel weekend due serate austriache, dagli interpreti al programma di sala: Rudolf Buchbinder al pianoforte (viennese d'adozione) e il Maestro Ralf Weikert eseguono il monumetale e celeberrimo Beethoven del concerto n.3 per piano e orchestra, lasciando spazio, nella seconda parte della serata, al genio tipicamente austriaco di Strauss, quello della Salomè e del Rosekavalier. Entrati in teatro, la grande sala restituisce un'atmosfera godibile e finalmente rilassata dopo l'euforia isterica dei can can che è andata sbiadendosi in seguito all'addio della signora Glavary e dei suoi proverbiali milioni. In attesa di Norma, ci accomodiamo ancora tra i bagliori del San Carlo per registrare gli esiti di questo bel concerto. Bello infatti lo è stato e privo finalmente di quello smalto tipico dei grandi concerti e dei grandi nomi scritti in grassetto sulle locandine del porticato; sabato sera, come di rado accade, c'era solo la musica che ha riscaldato un pubblico timidamente accorso. Il concerto n.3 per piano e orchestra del Maestro di Bonn apre la serata con grande rigore e freddezza, nella sua immensa bellezza, s'intende. La prova del Maestro Ralf Weikert è da registrare come rigida ma godibile esecuzione, attenta ad una naturale e corretta metrica, ma livida, puramente tecnica, globalmente di bel suono, ma di scarso intento interpretativo. A conversare con l'orchestra c'è il piano di Rudolf Buchbinder, grande interprete delle partiture di Beethoven oltre che immenso pianista che, naturalmente, non ha bisogno di alcuna presentazione. Buchbinder risponde all'orchestra con uguale severa tecnica, priva di qualsiasi vezzo interpretativo, che gli assicura comunque un'ottima reazione del pubblico che chiama il bis, il finale della patetica, quasi cantato dallo steinway del Maestro, come fosse un'aria di coloratura. Applausi fragorosi per lui, che lascia la scena al Maestro Weikert e al suo Strauss. La danza dei sette veli è eseguita con dettagliata cura del suono, godibile nonostante un continuo rallentamento dei tempi, sia degli archi che dei fiati, che appesantisce nel complesso l'esecuzione già marcata da scialanti e assordanti fortissimo che finiscono per ridurre in macerie il finale, leggermente “rattoppato” dalla bacchetta del Maestro. Nella successiva suite del Rosenkavalier, Weikert ricrea il fascino peculiare delle partiture del compositore austriaco, quella sensualità tanto meravigliosa quanto opulenta, pur lasciando andare l'orchestra in una direzione a tratti frastagliata e altalenante, dove fraseggio e globale equilibrio strumentale sono sovente messi a dura prova: nel primo caso si va da una complessiva asetticità ad una lettura sensazionalmente appassionata, il tutto incorniciato da una grossolanità, come già detto, nella cura dell'equilibrio strumentale, oscillante e chiassoso in alcuni casi. Nel complesso, la serata, seppur non rifinita nei dettagli, è ben riuscita, regalandoci una capitolo discreto di questa stagione sinfonica che ha già visto i suoi punti massimi nel magistrale Mahler di Luisi o nel meraviglioso concerto delle sorelle Labèque. Applausi fragorosi per tutti da un pubblico indeciso, come di consueto, tra chiedere il bis o scappare via.
CORMORANO COMUNE
Febbraio 09
Una volta, durante un inverno glaciale, mentre passavamo in macchina con degli amici, sul lungomare di via Caracciolo, uno di loro, rinchiuso per il freddo nel suo giubbino, esclamò: “oddio, ma quelli sono pinguini … io vedo dei pinguini!”   Da quanto ricordo, posso confermare che fece molto freddo quell’inverno, ma non abbastanza da far scendere i pinguini dall’ Antartide fino a Napoli. Il nostro amico non era esattamente un esperto ornitologo, ma bastava un occhio poco più esperto a riconoscere i grossi cormorani comuni, appollaiati ed immobili sui frangiflutti di via Caracciolo. Questa specie è spesso confusa con una simile detta cormorano da ciuffo o marangone dal ciuffo, dalla quale si distingue per le dimensioni maggiori del corpo e del becco, e per il colorito biancastro delle guance; gli individui nelle foto sono inoltre dei giovani esemplari (di cormorano comune) riconoscibili per le macchie biancastre presenti sul ventre. Ha l’abitudine di sostare eretto sui posatoi o sugli scogli, spesso mantenendo le ali semiaperte, come se “mettesse a stendere il bucato” poiché in questa posizione, agevola l’asciugatura del piumaggio, grazie a vento e sole. Il cormorano è un uccello dalle notevoli dimensioni, infatti raggiunge ben 90cm solo in lunghezza, dal becco alla coda; ha un volo rapido e diritto, quando vola in stormi può volare in formazione lineare, oppure assumere la formazione a “V”.  Il suo habitat più confacente sono le coste, gli estuari e i laghi costieri; le acque interne rappresentano invece una scelta occasionale. Nidifica sulle coste rocciose, talvolta anche sugli alberi, costruendo un rozzo ammasso di stecchi, erbe, alghe e sostanze vegetali. La dieta del cormorano è solitamente composta da pesci e crostacei, ma anche di sostanze vegetali.
The Hateful Eight: l’odio vince su tutto
Febbraio 09
Tarantino, si sa, ormai difficilmente sbaglia qualcosa. Che si tratti di un Bastardi senza gloria, dove si salvano comunque la recitazione degli attori e i dialoghi, magistralmente scritti, o di un Pulp Fiction, dove non si sa da dove cominciare a tessere le lodi, chi va al cinema a vedere una sua proiezione torna sempre a casa soddisfatto. Naturalmente, il trend non è destinato a cambiare. Affrontiamo queste tematiche in una prima metà di recensione senza spoiler, e un’altra a tutto tondo.La trama essenzialmente è semplice: nell’America del dopo-guerra civile, un cacciatore di taglie (Kurt Russell) deve portare, viva, una pericolosa ricercata (Jennifer Leigh) a Red Rock, dove la attende inesorabile l’impiccagione. A causa di una tormenta, tuttavia, questi due individui sono costretti a rifugiarsi con altri due “colleghi”, conosciuti lungo la strada (Walton Goggins e Samuel Jackson) nell’emporio di una certa Minnie, dove si sono rifugiati per la notte altri personaggi, da un boia (Tim Roth) a un semplice mandriano (Michael Madsen), fino ad un ex generale nordista (Bruce Dern). Sono otto in tutto, ma in pochissimi riusciranno a vedere l’alba.Tra i pregi della pellicola si presenta innanzitutto la trama, dal momento che Tarantino dipinge un western crudo e incentrato su come sia l’odio a muovere le persone, ancor prima della patria e di qualsiasi altro ragionamento possibile, figurarsi l’amore. Nel corso della pellicola il regista ci lascia numerosi indizi di questo concetto, tra cui il generale nordista che accetta la morte sfidando a duello il suo avversario sudista, colpevole di aver insinuato che suo figlio gli abbia praticato una fellatio. Al di là di quanto sia convincente ed eccezionale il monologo con cui Jackson narra le ultime ore di vita del figlio, quello che Tarantino vuole comunicarci è che il generale perde le staffe (concedendo dunque un pretesto all’avversario per sparargli legalmente) solo perché non può accettare che un “negro” abbia davvero obbligato suo figlio ad un gesto di “sottomissione”. Alcuni punti chiave della trama vengono risolti non perché gli individui compiano ragionamenti sensati, o guidati dalle emozioni positive, ma semplicemente perché il loro odio li porta ad essere così crudeli e spietati che talvolta imbroccano persino la decisione giusta! Sarà tutto più chiaro nella seconda parte.A livello tecnico Tarantino è ancora in forma smagliante e la sua narrazione, cadenzata e inesorabile, lo prova, portando per mano lo spettatore in una sequela di scene raccapriccianti e geniali, dove si ride per poi rimanere attoniti, man  mano che gli “odiosi otto” scompaiono alla nostra vista nei modi più tremendi e impensabili. La regia è impeccabile e le tre ore di durata del film fanno a tal punto appassionare ai personaggi, esplorati in numerose sfaccettature sia etiche che politiche, che, allo show down finale, si arriva a “tifare”, un atteggiamento che chi scrive reputa il vero metro di misura per un film: se si arriva a sperare che qualcuno faccia qualcosa al punto da volerglielo urlare attraverso lo schermo, allora il film ha funzionato alla grande! Chiudiamo questa prima parte spoiler-free dicendo che il film è consigliatissimo ed è un must per chiunque, fan di Tarantino e non.ATTENZIONE, la sezione spoiler-alert comincia ora: ma in realtà riguarda soltanto l’impiccagione della fuorilegge, ed è il capolavoro di tarantino, perché è la sublimazione dell’odio. Su un letto che, casualmente, ha coperte bianche, sovraccoperte blu e strisce di sangue dei due protagonisti, Goggins legge la famosa 'lettera di Lincoln', un falso mirabolante scritto dal cacciatore di taglie interpretato da Jackson sui 'valori americani'. Mentre lo leggono, il corpo senza vita della donna giace appeso in mezzo all’emporio: perché non sia mai che due individui, anche se uno è un nordista reazionario e l’altro un sudista di colore, non possano mettersi d’accordo sull’odiare di comune accordo una persona, e non sia mai che l’odio non possa cementificare anche le persone più distanti tra loro. Del resto l’America, sembra dirci Tarantino, è la terra dove tutto è possibile.
Bagnoli: una guerra di camorra annunciata
Febbraio 08
È mattina. Guardo l’inizio di una nuova giornata con la speranza che sia serena, pulita. Mi sciacquo il viso e mi godo un bel caffè stretto, come piace a me. Notizie dal mondo e cronaca-quasi sempre il mio sguardo ricade su queste due sezioni. Mi accingo a leggere. All’improvviso tutto svanisce, i miei occhi si soffermano sulle tragiche notizie che stanno colpendo Bagnoli, quartiere martoriato da decenni. All’improvviso tutto incomincia ad essere sporco e vuoto. Notizie che arrivano in concomitanza con la visita di Angelino Alfano, Ministro dell’Interno,che ha presieduto un vertice del Comitato Provinciale per la sicurezza e l’ordine pubblico, qui a Napoli. Giuseppe Calise e Pasquale Zito, due giovani morti in due agguati, la sera di giovedì 4 febbraio, a distanza di poche ore. Giuseppe era già noto alle forze dell’ordine, non perché fosse affiliato a qualche clan, ma per il commercio di sostanze stupefacenti. Il giovane si trovava per strada, quando è stato colpito al volto da più proiettili. Le gravi ferite, nonostante l’arrivo all’ospedale San Giovanni Bosco, gli sono costate la vita. Pasquale invece era nella sua automobile, a pochi passi dalla sua abitazione, tra via Maiuri e via Morandi. I sicari hanno sparato 10 colpi, otto lo hanno colpito. A prestare soccorso è stato proprio il padre, che sentendo i colpi si è riversato in strada e l’ha portato al pronto soccorso. Il ragazzo, nonostante l’aiuto dei medici, è deceduto a causa delle sue condizioni gravissime. Pasquale è stato subito condannato a causa del suo cognome: Zito. Suo zio, Salvatore Zito, fu ucciso nel 2007, a causa della faida che in quegli anni imperversava a Bagnoli. Dalle indagini emerge un contrasto tra Pasquale ed il clan Giannelli, per una zona di spaccio della droga. Pasquale, nonostante la sua giovane età (21 anni), era stato già arrestato per estorsione aggravata, a causa della quale era stato costretto agli arresti domiciliari, terminati da qualche mese. Due omicidi che rendono ancora più drammatica la situazione che in questa ultima settimana sta rendendo il quartiere teatro di una guerra di camorra. Un vero e proprio botta e risposta tra clan che si è verificato già la notte tra sabato 30 gennaio e domenica 31, in zona Cavalleggeri, a due passi dallo Stadio San Paolo. Il primo episodio riguarda una bomba carta lanciata davanti ad un bar; qualche ora dopo, due sventagliate di mitra contro due edifici, siti uno a via Cavalleggeri d’Aosta e l’altro in via Crispo. Altri morti, altre guerre. Altre vittime, che non avranno mai giustizia. Altri colpevoli, di cui non si sapranno i nomi. Paura: persone che escono dal supermercato e sono costrette a nascondersi tra le auto. Ragazzini che tentano il tutto per tutto, perché per loro la vita è quella: la camorra. Ci siamo stancati di sentire le solite frasi, sempre con quel maledetto “hanno ammazzato”. Ma chi, chi ha ammazzato? Non c’è mai un soggetto. Hanno ammazzato Giuseppe, hanno ammazzato Genny, hanno ammazzato Maikol, hanno ammazzato Roberto. Ci stanno ammazzando tutti, questa è la verità. Stiamo candendo in un vortice, noi e tutto il nostro paese. Questi casi sono derubricati, sono considerati  “banali”. Perché, ricapitolando, è normale che nel Bel Paese, quello che dovrebbe essere l’Italia, si scenda in strada con delle molotv o con dei kalashnikov e si incominci a sparare su delle saracinesche, facendo delle vere e proprie rappresaglie.  È normale che quando tuo figlia ti chiede che succede lì per strada, tu non riesca a dargli una spiegazione, perché dirgli che le persone si ammazzano e che tutto questo è ancora possibile ti sembra troppo duro come discorso, troppo avvilente. È normale che si arrivi a fare scongiuri per non trovarsi al posto sbagliato al momento sbagliato. È normale che nonostante le denunce, le associazioni, le commemorazioni, le fiaccolate, i titoli di giornale, le testimonianze, accada ancora tutto questo. “Tutto questo” è riduttivo se si considera che in provincia di Napoli e Caserta, episodi come questi sono pane quotidiano. È riduttivo se si pensa che a luglio sono stati feriti due ragazzi, uno a via Salvator Rosa, in pieno centro e l’altro nella zone antistante, a vico Nocelle, mentre, contemporaneamente si sparava a Pianura. Altri nomi: Luigi Galletta, meccanico di Forcella, Mario Volpicelli, commerciante di Ponticelli, Gennaro Cesarano, il ragazzo della Sanità, Annunziata D’Amico, condannata a morte dal clan nemico a Ponticelli, Maikol Giuseppe Rossi, ucciso il 31 dicembre scorso a piazza Calenda. ANAC e qualche magistrato in parlamento per sconfiggere la corruzione, per sradicare dal territorio le imprese criminali dal nostro territorio. Non basterà mai se continueremo a voler restare in questa situazione, se continueremo ad ignorare tutto questo. È inutile ed anche ipocrita continuare a dire che Napoli è bella, che abbiamo il sole, il mare e la pizza. Èinopportuno dire che Napoli non sia questo, perché purtroppo Napoli è anche questo. È anche questo perché negli anni le abbiamo permesso di essere ciò, valorizzando i soliti stupidi stereotipi, dipingendola  come una città come le altre, comprensibile. Abbiamo fatto sì che l’attenzione non ricadesse più su di noi. Per ignoranza, per noncuranza o, chissà, per stupido orgoglio. Napoli è anche questo, che lo vogliate o meno; finchè non ce ne renderemo conto e finchè le istituzioni e i cittadini non  affronteranno veramente questo  problema, allora persisterà e prolifererà la delinquenza organizzata, senza che nessuno se ne accorga, come è successo  in tutti questi anni.
JOY: un mocio di cotone per il trio Lawrence, Cooper, De Niro
Febbraio 08
"Joy" rappresenta la versione romanzata della biografia di Joy Mangano, una delle imprenditrici più importanti del panorama americano, interpretata brillantemente da Jennifer  Lawrence. Il regista David O. Russell si sofferma su un momento particolare della vita della Mangano, quello in cui Joy inventa e promuove il “Miracle Mop”, un mocio dalle caratteristiche innovative che diventerà un simbolo spartiacque per la sua carriera imprenditoriale. “Joy” è una pellicola che celebra la determinazione della donna contemporanea, dedita a conciliare due momenti fondamentali della sua vita, quello familiare e quello professionale. Si tratta di due realtà di cui la protagonista è colonna portante e linfa vitale che ne permettono l'esistenza ma allo stesso tempo da cui viene fagocitata. Da qui emerge la frattura profonda fra la figura combattiva e risoluta di Joy e l’ingenua spensieratezza di sua madre che preferisce rinchiudersi nel magico mondo delle Soap Opera, pur di non confrontarsi con le problematiche di quello reale. Nella gestione delle difficoltà Joy si avvarrà di due sostegni per lei fondamentali, costituiti dall’ex marito cantautore, interpretato da un bravo Edgar Ramirez,  e dalla sua migliore amica, che ha il volto dell'attrice Dascha Polanco. Questa pellicola condivide la stessa cifra stilistica di un altro film di David O. Russell, “Il lato positivo”. Il filo conduttore fra queste due produzioni si muove su tre binari interdipendenti: innanzitutto gli elementi tragicomici e paradossali che condiscono un fondo di drammaticità. In secondo luogo, vi è la presenza di un trio inusuale, quanto azzeccato, composto da Bradley Cooper, Jennifer Lawrence e Robert De Niro. In terzo luogo, l’elemento che unisce i due film è costituito dal percorso artistico che il regista ha preparato per De Niro che interpreta un padre in entrambi i film. David O. Russell è stato bravo a rilanciare la versione comica di “Noodles ”, dandole  una propria autonomia artistica basata su di un burbero cinismo tragicomico e beffardo. Infatti, negli ultimi quindici anni, la comicità dei personaggi interpretati dal “Taxi Driver” è sempre stata legata ad un gioco di rimandi ed allusioni ironiche al Vito Corleone che fu. Ottima  la performance di Isabella Rossellini che recita la parte di una ricchissima vedova  con il mito del marito defunto, conosciuta dal papà di Joy su una chat per vedovi bisognosi di compagnia. Bradley Cooper è invece il produttore di un'importante trasmissione di televendite che si rivelerà personaggio chiave nell’ascesa imprenditoriale di Joy, poiché intuirà  che il fattore umano è il fulcro delle sue grandissime potenzialità. “Joy” descrive un processo di trasformazione  di una persona che da casalinga disperata diventa businesswoman di successo, grazie a sacrificio e tenacia. Si tratta perciò di un'espressione particolare del grande sogno americano in cui ogni giorno “l’ordinario incontra lo straordinario”.
ANTEPRIMA: "Perfetti sconosciuti", amarsi e dirsi sempre la verità... oppure no?
Febbraio 07
Tra pochi giorni sarà San Valentino e molte coppie s’interrogheranno sul se e come festeggiarlo. Un modo originale potrebbe essere vedendo il nuovo film di Paolo Genovese. Attenzione, però, non pensiate di assistere alla solita commedia romantica e melensa che strizza l’occhio ai buoni sentimenti e fa sospirare la vostra compagna. “Perfetti Sconosciuti” è tutt’altro che un inno all’amore, per una coppia potrebbe diventare piuttosto una sorta di sfida per stabilire se il rapporto è davvero solido o se, in fondo, presenta dei lati oscuri, cause di possibile rottura. Genovese, insieme agli altri autori, s’interroga su quale sia la formula più giusta affinché un rapporto o un matrimonio funzionino e reggano a qualsiasi problema. Parlare? Raccontarsi tutto? Dire la verità, sempre e comunque? O Amarsi è invece piuttosto un equilibrio tra omissioni e piccoli segreti. Immaginate di trascorrere una serata in compagnia dei vostri amici più cari e di decidere, per noia o solo per curiosità, di sfidarli a mettere sul tavolo i rispettivi cellulari e di far leggere e ascoltare a tutti i presenti ogni email, sms, whatsup che riceviate. Cosa mai potrebbe succedere? Siete certi di avere nulla da nascondere? Lo spettatore, in questo modo, diventa divertito osservatore della cena tra vecchi amici composta dalle coppie Eva (Smutniak) e Rocco (Giallini), Carlotta (Foglietta) e Lele (Mastandrea), Bianca (Rohrwacher) e Cosimo (Leo) e dal neo divorziato Peppe (Battiston). Eva, psichiatra brillante ma incapace di comunicare con la figlia Sofia (Porcaroli), lancia la sfida/provocazione agli amici di vivere una serata diversa e di dimostrare se davvero tra di loro non ci siano segreti e che la loro amicizia sia davvero sincera e limpida. Il resto del gruppo, seppure riluttante, accetta la provocazione, dando vita a una serie di confessioni laiche su loro stessi e sulla natura dei rapporti dagli sviluppi imprevisti, in alcuni casi comici e in altri drammatici. È come se i protagonisti fossero obbligati a denudarsi non dei vestiti bensì della propria anima e a raccontare ai presenti le difficoltà personali e, soprattutto, la complessità e le contraddizioni dello stare insieme. Negli ultimi due anni il cinema italiano, prima con “Il Nome del figlio” di Francesca Archibugi e dopo con “Dobbiamo Parlare” di Sergio Rubini, ha tentato, con successo, di mettere in scena le dinamiche della coppia italiana chiudendola dentro uno spazio, cercando di sollevare la polvere da sotto il tappeto. Paolo Genovese, però, pur proponendo lo stesso schema 'teatrale' nel suo impianto narrativo, è riuscito a dare al suo film un taglio più frizzante e vivace senza mai essere statico. Seppure girato in un unico ambiente, il regista, con bravura e talento, permetta allo spettatore, come lui stesso ha dichiarato in sala stampa, di essere parte coinvolta della discussione tra i diversi personaggi, fornendo loro differenti prospettive con delle felici e riuscite scelte registiche. Ha saputo unire al meglio la teatralità del testo con una direzione, semplice e naturale, di stile televisivo, ma efficace e incisiva. La sceneggiatura è sicuramente il punto di forza del film, ben scritta, calibrata, curata e mai banale, capace di costruire le personalità e sfumature dei singoli personaggi in maniera credibile e veritiera. L’intero cast si rivela adeguato al compito di mettere in scena un film corale, si notano affiatamento, sintonia e, soprattutto, si evidenziano, a seconda delle scene, i rispettivi talenti e capacità interpretative con grande forza e intensità. Le scenografie sono degne di menzione per come siano riuscite, seppure in un solo spazio, a dare calore ed effetto alla visione d’insieme. Il finale, amaro e sorprendente, ma che non lo sveliamo, come richiesto da Giampaolo Letta, amministratore delegato di Medusa, lascia allo spettatore, soprattutto se in coppia, la fatidica rispostaalla domanda: se al posto dei protagonisti, accetterebbero di rischiare e di guardare in faccia la cruda verità.   Il biglietto d’acquistare per “Perfetti Sconosciuti” è: 1) Neanche regalato 2) Omaggio 3) Di pomeriggio 4) Ridotto 5) Sempre. “Perfetti Sconosciuti” è un film del 2016 di Paolo Genovese, scritto da Paolo Genovese, Rolando Ravello, Filippo Bologna, Paola Mammini, con Giuseppe Battiston, Anna Foglietta, Marco Giallini, Edoardo Leo, Valerio Mastandrea, Benedetta Porcaroli, Alba Rohrwacher, Kasia Smutniak  
"Io, Clara": Madre, Moglie, Figlia e Artista
Febbraio 06
Vita pubblica e privata, arte e affetti personali: è possibile riconciliare questi aspetti? Esiste, per usare le parole di Samuel Taylor Coleridge, un «punto equatoriale», in cui essi possano coesistere?   Sono alcune delle domande che Sergio Savastano pone in Io, Clara opera ispirata al libro Clara Schumann di Valeria Moretti, e messa in scena lo scorso venerdì 29 gennaio nella suggestiva cornice della Domus Ars. La scena è semplice: oltre a una poltrona, un tavolino e – naturalmente – un pianoforte, dei pannelli fonoassorbenti che circondano la scena, contribuendo a creare uno spazio al tempo stesso raccolto e aperto.   Certo, perché l'intera opera vive di dualismi: la stessa Clara Schumann è divisa in due. Paola Maddalena interpreta la donna Clara, vero e proprio "io narrante" dell'opera, mentre Sara Amoresano, incarna la pianista. Se da principio le due "forme" paiono distanti, (emblematico è il modo in cui esse si osservano, come allo specchio), una sintesi diventa possibile nel corso dell'opera.     I monologhi della Maddalena si alternano ai brani scelti ed eseguiti della Amoresano, fino al momento della lettera – vero e proprio spartiacque della pièce – in cui il pianoforte accompagna la recitazione in un crescendo drammatico dal forte sapore cinematografico che prepara la strada al clou della messa in scena.   È infatti nella seconda metà che le fratture si fanno più drammaticamente evidenti, col resoconto dell'internamento del figlio Ludwig, oltre che della malattia e morte del marito Robert Schumann. Se si aggiunge il non facile rapporto col padre, la sintesi appena raggiunta viene immediatamente messa in discussione.     Allo stesso modo, i dualismi diventano vere e proprie opposizioni: vita e morte, sanità e pazzia, gioventù ed esperienza, arte "pour l'art" e sua mercificazione e, soprattutto, femminilità e mascolinità. Se la seconda si configura come assenza (il padre e il marito della Schumann non sono mai presenti in scena, ma evocati tramite le voci fuori campo di Federico Torre e dello stesso Savastano), la prima è invece la vera colonna portante della pièce. Le interpretazioni della Maddalena e della Amoresano contribuiscono a delineare la personalità dell'artista: se la prima ne mette drammaticamente a nudo i dubbi e le insicurezze spostandosi costantemente, la seconda, coi suoi movimenti lenti, quasi ieratici ne restituisce un'immagine serena e pacifica.   L'insieme è di grande impatto emotivo, al quale contribuisce anche la bellezza della Domus Ars: la statua di Caterina della Ratta che dal suo monumento funebre (in condizioni tutt'altro che perfette) si affaccia sul presbiterio come uno spettatore da un palchetto laterale, concorre a creare una sensazione di mise en abîme, mentre il velluto rosso e i pannelli fonoassorbenti si sostituiscono alla pala d'altare e situano l'opera in una dimensione temporale indefinita e quasi onirica.   Sogno, realtà, passato, presente, vita, amore, morte... Io, Clara tocca questi ed altri temi, restituendo un ritratto toccante di una delle più importanti figure della storia della musica, alla quale, forse, non è ancora stato tributato il giusto rispetto. «Fino a qualche tempo fa – confessa Savastano – conoscevo Clara Schumann solo di nome. Certo, sapevo che era stata una grande musicista, ma non molto di più; poi, dopo aver letto il libro di Valeria Moretti decisi di portarlo in scena. Fui rapito dalla sua personalità e mi auguro che Io, Clara possa contribuire a farla conoscere maggiormente sia come artista che come donna.»  
"Silence" - La web serie
Febbraio 05
Tutti amiamo la nostra terra d'origine e anche quando non vogliamo ammetterlo, in realtà sotto sotto ci siamo affezionati. Pensate ad esempio a chi è nato o vive nella regione Campania: quando i telegiornali – oppure quelli dei "Norde" – non fanno che parlare di camorra, spazzatura e "Terra dei Fuochi", i campani non possono che sentirsi colpiti, in un modo o nell'altro. Perché la Campania non è solo questo.Certo, i problemi ci sono e non bisogna ignorarli. E forse è proprio questo che vuole insegnarci Silence, una nuova web serie tutta campana. Si tratta di un eco-thriller ambientato nella "Terra dei Fuochi", tristemente nota a tutta l'Italia ormai. Si parla spesso, infatti, dell'aumento di casi di tumori e altre malattie gravi nella popolazione locale. E se continuando a non fare nulla (o poco) la situazione degenerasse al punto da permettere la diffusione di un'epidemia che ci trasformi in simil-zombie? È questa l'idea alla base di Silence, una web serie realizzata interamente da giovani campani tra i 20 e i 25 anni, ricchi di talento e profondamente colpiti dal problema della "Terra dei Fuochi". Il primo episodio (che trovate qui https://www.youtube.com/watch?v=nEgIJEIF5us o sulla pagina facebook https://www.facebook.com/silencethewebseries/?ref=ts&fref=ts) ci porta a seguire il percorso di Eleonora (Rosa Rubino)attraverso una periferia desolata, svuotata, privata della propria linfa vitale, ma infestata di "cose", mostri dall'aspetto e dalla famelica crudeltà di zombie.   L'assenza iniziale di dialoghi dà la sensazione di assistere ai filmati di un videogioco. Ciò non è un difetto, ma anzi, a mio avviso, potrebbe essere un pregio. Indubbiamente è una caratteristica originale, che porta Silence a distinguersi praticamente da tutte le altre serie in circolazione. Si riesce comunque a entrare nella storia, poiché lo spettatore si ritrova, senza rendersene conto, a voler catturare visivamente tutti gli elementi della scena per carpire informazioni. Ciò suscita quella giusta dose di aspettativa che porta a voler seguire la serie, che ha dalla sua – appunto – il fascino del mistero. Una pecca potrebbe stare nella sensazione di artificiosità dei dialoghi, ma tutto sommato Silence si dimostra come un prodotto promettente. Trovate qui sotto il trailer:    
Approfondimento sui merli (VIDEO)
Febbraio 04
I “giorni della merla” che secondo il mito sarebbero già trascorsi (gli ultimi tre giorni di gennaio), portando maltempo e bufere, quest’anno sembrano invece “slittati”. Difatti, solo nelle ultimissime ore si registra un evidente diminuzione delle temperature climatiche. Così, mentre la settimana scorsa fotografavo una mimosa in fiore a tre giorni da quelli della merla, quest’oggi l’inverno sembra ridestarsi. L’ ultima volta che scrissi di merli, fui costretto ad un tour de force fotografico, a mia disposizione avevo solo la mia vecchissima compattina finepix A400 per poter ritrarre il turdide; oggi con la più recente samsung le foto sono ben più facili. Ed ecco il merlo nel suo dimorfismo sessuale: mentre potete notare nelle sole foto gli esemplari maschi con becco giallo e livrea scura, nel video vi è invece un individuo di sesso femminile; oltre a questo, il filmato riporta un tipico esempio del “modus operandi” del merlo, quando è in cerca di cibo nel terreno. Il merlo si nutre di frutti e bacche nell’ultima metà dell’anno, mentre cattura lombrichi, insetti e altri animaletti in primavera e autunno. D’estate i bruchi sono un cibo importante, ma, dato che spesso scarseggiano nei giardini, i piccoli vengono nutriti in prevalenza con lombrichi e insetti adulti. Quando il merlo va in cerca di cibo sul prato, piega la testa da un lato prima di saltare in avanti ed estrarre un verme dal suo cunicolo. Non è noto se la posizione del capo sia d’aiuto nell’ascolto o nella ricerca dei lombrichi (quest’ultima ipotesi sembra la più attendibile).  I merli catturano inoltre pesci e girini dagli stagni e rubano il cibo ad altri uccelli come grosse lumache ai tordi bottacci.   Mi preme comunque ricordarvi il mito che narra dei “giorni della merla” di cui avevo già accennato in precedenza: secondo la leggenda, i merli erano un tempo color bianco candido; un giorno una merla decise di far provviste di cibo e rintanarsi per l’intero mese di gennaio, che all’epoca aveva solo 28 giorni per scagliare sulla terra il peggior gelo e maltempo; non appena febbraio ebbe inizio, la merla uscì dal rifugio e scampata al maltempo, iniziò a schernire il mese di gennaio, che andò tanto in collera da chiedere in prestito tre giorni all’amico febbraio, per poter scagliare una tormenta sulla merla beffarda. La merla riuscì a salvarsi rintanandosi in un camino, ma quando uscì di nuovo il suo piumaggio era nero e rovinato per sempre dalla cenere; da allora tutti i merli nacquero neri. Riconosco la mia personale affezione al mito sopracitato, tuttavia non è solo l’affetto che mi spinge a scriverne, bensì il fondo di verità contenuto, ossia: esistono tuttora dei rarissimi esemplari di merlo albino, che presentano un piumaggio candido come quello descritto nella fiaba; perciò, da ora siete tutti testimoni che non avrò pace, finché non ne avrò fotografato uno.
La Verità è là fuori... ed è uno spasso!
Febbraio 04
Tra i vari significati di "canone", il dizionario Gabrielli recita:"Catalogo dei libri che, in alcune religioni, sono riconosciuti rivelati, sacri o autentici." Nell'ambito della TV, gli episodi canonici sono quelli – per così dire – veri, nel senso che gli eventi in essi descritti si considerano realmente accaduti nell'universo di una determinata serie TV. D'altro canto, negli episodi non canonici, assistiamo a fatti mai verificatisi e che saranno stati dimenticati nella puntata successiva. Un esempio? Le puntate di Halloween dei Simpsons, in cui vari personaggi muoiono per poi riapparire l'indomani.   Fine del cappello introduttivo.   Ora, la settimana scorsa sono andate in onda su Fox le prime due puntate della nuova miniserie X-Files, e con colpevole ritardo, ne andiamo a parlare proprio ora. Partiamo dalle parole che Mulder, insolitamente sfiduciato e malinconico pronuncia a inizio episodio:«It's amazing going through all these archives with fresh, if not wiser eyes... How many of these cases, whether it's the Amarillo Armadillo Man or the Whatsit of Walla Walla, can be explained with fraternity pranks, practical jokes, or people making up stuff because they're bored and/or crazy...»   Siamo in presenza di un uomo amareggiato, costretto ormai a scendere a patti coi propri fallimenti e delusioni? Ci aspetta una puntata introspettiva e malinconica? Qualcosa – diciamocelo – di pesante?   Fortunatamente no. Come potrebbe mai un prodotto intitolato Mulder and Scully Meet the Were-Monster essere "pesante"?   I due iniziano infatti a investigare su una serie di delitti, e dopo neanche troppo tempo si imbattono in una creatura destinata a rimanere negli annali della serie, la Lucertola Mannara! Benché X-Files abbia sempre regalato momenti decisamente spassosi (Jesse Chung?), la puntata andata in onda lo scorso lunedì sera è stata talmente infarcita di gags, easter eggs, autoriferimenti e quant'altro da sfociare quasi nella "non canonicità".   Tralasciando i dialoghi esilaranti con la prostituta transessuale, quello nel cimitero o nel motel, apprendiamo infatti che la suoneria del cellulare di Mulder altro non è che... la sigla iniziale, e, restando in tema di cellulari, impossibile non sganasciarsi davanti alle difficoltà del buon Fox con la nuova app di fotografia appena scaricata. Se a ciò aggiungiamo le parole di Scully:«Mulder, the internet is not good for you...» la sensazione di straniamento di inizio puntata pare ulteriormente corroborata.     Ma, oltre a questi e altri mille dettagli (gli occhi della volpe, la lapide di Kim Manners, l'immortalità di Scully, ecc)     ciò che resterà nella memoria è la Lucertola Mannara: una specie di Gorn del XXI secolo, una creatura volutamente comica e imbranata, e che, a differenza del più noto Lupo, non è un umano che si trasforma in animale ma il contrario. Ciò consente all'attore Rhys Darby di mostrare l'assurdità e l'inutilità di molti comportamenti umani, a cominciare... dall'avere un lavoro!   Al di là dell'ironia e delle trovate comiche, la miniserie X-Files si conferma, anche in questo terzo episodio, un prodotto di ottima fattura. Se nella prima puntata l'elemento nostalgia ha giocato la parte del leone, nella seconda e terza si è virati su temi decisamente old school, ma in maniera fresca e moderna, in modo da accontentare i fans di vecchia data e attirare i neofiti. La speranza è che quella di fare poker martedì, di continuare su questa scia, e magari – chi lo sa – sperare in una stagione intera una volta terminata la miniserie.   P.S.: Se non sapete cos'è un Gorn, abbandonate immediatamente questa pagina.  
San Carlo: la vedova...allegra
Febbraio 03
Al San Carlo va in scena "La vedova allegra" di Franz Lehár, un'operetta nostalgica ed intrisa del gusto antico che caratterizzò gli anni della belle époque. Attraverso questo capolavoro, Lehár volge uno sguardo al passato e ne descrive tutte le meravigliose impressioni... ciò che ci capita di leggere dopo le prime repliche è un vero e proprio rito che ci lascia intuire una probabile discordanza tra l'opera di Lehár e quanto è andato in scena al San Carlo: si legge della vedova triste, la vedova stanca, la vedova..morta.. E così nessuno si lascia sfuggire l'occasione per incentivare questo rituale dadaista che noi ci asterremo, con tutto il piacere, dal consumare: vi racconteremo infatti della vedova, quella allegra ...sì, su questa particolare peculiarità si sarà soffermato il regista Francesco Tiezzi.. perché allegra? Per denaro, per ricchezza, tanta ricchezza da dover rinchiudere in cassaforte la sua stessa possidente, la vedova appunto, Hanna Glavary. E così tutto viene avvolto dalla patina livida della ricchezza, dall'onnipresenza del dio denaro che aleggia indisturbato tra i palchi del San Carlo, a suon di valzer e di can can. 
Se parliamo prima della regia e poi di tutto il resto, è perché questa volta la lettura registica ha influenzato notevolmente tutto l'impianto della rappresentazione, dal canto, alla recitazione, alle scene fino a giungere, ovviamente, all'interpretazione di un pubblico sempre numerosissimo e stavolta in stile Musikverein. Il regista concepisce una vedova allegra in un tempo ben preciso, il 29 ottobre 1929, data conosciutissima dal mondo degli azionisti di borsa; la concezione di un tempo preciso per un'opera che è di per sé immersa in un momento assolutamente indefinito, fa di questa messa in scena un accartocciamento confusionario che affascina di certo, ma che allo stesso tempo finisce inevitabilmente per confondere il grande pubblico. La vedova allegra, proprio quella allegra, di Franz Lehár rappresentava l'ultimo esempio della nostalgia di un mondo, quello della Belle Epoque, che stava svanendo, per lasciare il posto ai fuochi della guerra ed alla successiva rinascita, alle avanguardie e ad un progresso inarrestabile che arrivò a toccare finanche il nostro tempo. Una vedova di natura nostalgica deve rispettare il suo stato nostalgico in un tempo preciso, che è lo stesso che Lehár descrive nella sua musica, è quello del can can e di Chez Maxim. Se poi in tutto ció si citano anche Brecht e Freud, addio a Lehár e alla sua nostalgia, l'operetta diventa teatro di prosa, con tanto di studio psicologico tassativamente escluso di regola da ogni dinamica operettistica.
Il livello vocale di questo allestimento è nella media: non considerando qualche sporadico e dovuto apprezzamento per la vedova di Carmela Remigio, o per  il conte Danilo di Marco Di Sapia, il commento più comune che capita di sentire è: quando iniziano a cantare? Le voci sono infatti estremamente piccole e dunque scomode, scomode da ascoltare in particolare se i movimenti in scena non aiutano minimamente l'acustica del nostro Teatro, che prevede una continua cura dell'emissione del suono sulla scena per essere assecondata al meglio. Carmela Remigio porta al San Carlo una vedova sfrontata e impettita, carica di passione ed impeto: il suo canto è sommariamente corretto, marcato da un vibrato a tratti sbavato e da una difficoltà d'intonazione in alcuni saltuari momenti della rappresentazione, oltre che da una recitazione dal suono stentato, che rende in alcuni punti difficoltoso l'ascolto; ottimo il fraseggio ed il timbro dolcissimo che rende la sua vedova sfumata di sensualità e carattere. La sua recitazione é velata di mistero, di un vedo non vedo psicologico che rifinisce il fascino naturale del personaggio di Hanna Glavary.
Sorprendente per raffinatezza e correttezza tecnica è la prova di Marco Di Sapia, che interpreta il Conte Danilo con estrema consapevolezza del personaggio, rendendolo (finalmente) fedele all'idea dello spigoloso iperuranio di Lehár. La voce arriva sempre in sala, giovando quindi di bel volume e di timbro caldo. Ottima la globale riuscita del personaggio, al quale Di Sapia riesce a conferire una congeniale ombra drammatica, oltre che un portamento bohémien che completa la sua bella esecuzione.
Filippo Morace porta in scena un barone zeta nella media,di vocalità ben impostata che risente però di una complessiva sfocatura, rendendo il registro acuto  lievemente forzato e ruvido. Ottima la sua “teatralità”, sempre equilibrata e di raffinato gusto , che gli assicura un'ottima interpretazione della canzone “a'risa”, firmata Bernardo Cantalamessa ed inserita nella rappresentazione con indisturbata non chalance, evocando gli anni lontani di un'Italia che per la prima volta in assoluto iniziava ad ascoltare musica fonografica. Insomma, questa è la lettura che giustifica il suo (fuori luogo per alcuni) invadente inserimento tra le note del compositore austriaco.Sufficientemente naive la Valencienne di Anna Maria Sarra, grossomodo corretta e piacevole all'ascolto. A fare gli onori di casa c'e il Maestro Peppe Barra, un Njegus istrionico, scintillante,ba suo agio non solo davanti alla maestosa sala del San Carlo ma anche tra i marmi lividi dell'ambasciata pontevedrina. Il suo brio è tanto coinvolgente quanto necessario per tenere in piedi il morale di una messa in scena patinata di pigrizia. Il vero godimento dello spettacolo sta nella direzione di Alfred Eschwé: definita da un raffinatissimo portamento dovuto alla lunga esperienza del maestro in ambito di operetta austriaca, questa direzione brilla per colori e fraseggio divini, di un'eleganza difficile da rintracciare tra direttori d'orchestra. L'orchestra non è quasi mai in discordanza con il palcoscenico, risultando ben curata nel rapporto con le voci e mai di indole bandistica, giovando di una giusta misura del tempo, mai eccessivamente dilatato o sbavato. Il tema del "tace il labbro" è sinuoso e delicatissimo così come la romanza di Hanna nel secondo atto, delicata nella sua immensa dolcezza.Tutto sommato al pubblico arriva quasi intatta l'atmosfera meravigliosa e nostalgica evocata dalla partitura di Lehár, avvolto dell'irresistibile ed immutato fascino che da sempre addolcisce gli ascoltatori.Tuttavia, se si aprono gli occhi e si dà un'occhiata alla mise en scène, non si può, almeno per un solo istante, non riconoscerne una certa fiacchezza, che fa di questa produzione una pozzanghera di elementi ristagnanti, scollati dall'idea di Lehár. Ciò che manca quindi è il filo che unisce tra di loro elementi apprezzabili solo nella loro singolarità (si pensi al riferimento al Nizinksij della Sacre du Printemps o al siparietto brechtiano della Dreigroschenoper).Alla fine “applausi austriaci” per tutti, tributati da un pubblico numeroso ma inevitabilmente confuso.
Spazi e laboratori – scrivanie di disegnatori a confronto. II^ parte
Febbraio 02
Come annunciato, rieccoci con la seconda parte dell'intervista a più voci; continuiamo a parlare di spazi di lavoro e nello specifico di scrivanie e attrezzi con Claudia "Nuke" Razzoli, Riccardo Torti di Torti Marci, Paolo Voto di Mostro e Pizzo, Simona Zulian in arte Felinia, Daniel Cuello, Francesca de Martino o Fran e Francesca Farinelli creatrice di ARTeapot. L'idea di questa indagine è nata dalla necessità di capire quanto si possa davvero controllare il "disordine" sulla propria scrivania e quanto sia necessario per favorire la creatività. Insomma, speravo di trovare una scusa per  la mia maniacale confusione ed ho voluto affacciarmi su scrivanie d'artista (quelle di matematici e contabilli non mi ispiravano granché, non me ne vogliano gli amici "logici"!!!). A seguire il prosieguo dell'intervista iniziata la scorsa settimana. Se ve la siete persa, potete facilmente recuperare! http://www.mygenerationweb.it/201601262886/articoli/agora/2886-spazi-e-laboratori-%E2%80%93-scrivanie-di-disegnatori-a-confronto-i-parte   Panoramica della scrivania di Francesca Farinelli   Hai mai invidiato le scrivanie di tuoi colleghi?Perchè?   ARTeapot - Non invidio mai le scrivanie altrui, semmai invidio i materiali da disegno che ci sono sopra, come tavolette grafiche ultra avanzate o colori e pennelli particolarmente stupendi e costosi. Ma ho cercato nel tempo di costruirmi una tana e sì, è una gran bella tana. Torti - Non ho ancora conosciuto colleghi che abbiano lo studio in una torre di un castello medievale in cima ad una montagna coperta di neve circondati di librerie di pesante legno cariche di libri il tutto adobbato con quadri dalle pesanti cornici barocche e un maggiordomo che gli serve il tè. Perciò no, mai invidiato la scrivania di nessuno. Mostro e Pizzo - Più che invidia si tratta di curiosità, mi ha sempre incuriosito vedere come lavorano altri, come sistemano i vari strumenti o come impostano determinati programmi. Certo, se poi vedo che lavorano su uno schermo cinematografico ad alta risoluzione con un computer che farebbe impallidire la N.A.S.A. un po' di sana invidia mi sale. Nuke - A volte ho invidiato delle attrezzature particolari (una mia amica ha un tavolo luminoso gigantesco), ma più spesso "invidio" quando vedo il collega perfettamente mimetizzato in quello spazio. Fran - Se capita che un collega pubblichi foto del suo spazio di lavoro guardo con curiosità, specie se ci sono dei libri. Ma è una cosa che faccio ovunque: se posso butto sempre un occhio alle librerie per capire cosa leggono gli artisti o in generale le persone di cui ho stima. Libri e film, consigliati o scoperti per caso, sono la mia principale fonte d’ispirazione. Analisi dettagliata della scrivania di Daniel Cuello   Ti capita spesso di cambiare la disposizione dei tuoi attrezzi?   Cuello - Raramente. Sarà che uso pochi attrezzi, sarà pigrizia, fatto sta che in anni è cambiato poco. In effetti sembra noioso, domani cambio tutto! ARTeapot -Posso passare interminabili periodi di immobilità, per poi interromperli improvvisamente decidendo che tutto deve essere riselezionato, ripulito e spostato nella parte diametralmente opposta. Al momento sono nella più totale immobilità, ma domani…? Mostro e Pizzo - Di solito lavoro con pochi strumenti: uno sketchbook, matita e gomma, varie penne e dei pennelli per acquerellare. Mentre disegno capita spesso che vadano a finire ovunque, tra i cuscini del divano, nel frigo; una volta mi sono ritrovato un pennarello nella tasca del giubbino. Però quando finisco, anche se a distanza di giorni, tutto deve tornare al proprio posto, è quasi una sorta di rito mettersi a ritrovare tutte le varie penne per risistemarle. Nuke - Solo inizialmente, come adesso che ho cambiato casa e tutto è in fase di trasformazione. Dopodichè, al contrario, tutto deve essere rigorosamente nell'esatto punto dove deve stare, in modo quasi maniacale (avete presente le scrivanie dei film di Wes Anderson?) Fran - In genere no, sono un animale stanziale! Ma ho cambiato casa da poco e per la prima volta ho a disposizione un’intera stanza da adibire a studio, quindi sto riorganizzando i miei spazi. Onestamente non so come la ridurrò: scrivania a parte, ho già svariate stampe da incorniciare e libri da spostare da uno scaffale all’altro, quindi è probabile che morirò lapidata sotto le mie stesse scartoffie. Però allegramente.   Sei mai stato costretto a lavorare in un posto diverso dal tuo laboratorio?   Cuello - Forse quando disegno alle fiere (ad esempio al Lucca Comics), in effetti è diverso da qualunque altro spazio di lavoro. Tu sei seduto mentre il tuo interlocutore è in piedi, per poterci parlate devi torcere continuamente il collo in modo innaturale. Il torcicollo diventa il tuo miglior amico. ARTeapot - Mi è capitato di dover disegnare in tavoli da fiera o in uffici e ho sempre cercato di sistemare tutto secondo un vago ricordo della mia scrivania. Da queste esperienze ho imparato a essere un paguro. Se so che devo disegnare da qualche parte, mi porto la mia conchiglia carica di tutto -tutto!- quello che potrebbe servirmi. Tutto. Mostro e Pizzo - Praticamente sempre, già dentro casa non ho una scrivania vera e propria, ho studiato dei posti strategici dove poter lavorare in quasi tutte le stanze. Viaggiando parecchio per lavoro poi, ho dovuto crearmi una sorta di scrivania portatile, un set essenziale di strumenti che posso usare in qualsiasi situazione. Nuke -A volte è capitato, ma cerco di farlo sempre quando devo "eseguire" (tipo chinare, o letterare). Nelle fasi prettamente creative mi è praticamente impossibile. E in generale mi sento molto a disagio. Felinia - Mi capita quando sono in viaggio o quando sono all’aperto ed essendo ispirata mi metto a disegnare. Fran - Mi divido quotidianamente tra due laboratori: il mio studio a casa e la redazione di Fanpage. Sono un po’ la versione a fumetti di Dottor Jekyll e Mr Hyde: a casa lavoro su pc, al giornale su mac; a casa cerco di mantenere un minimo sindacale di ordine, al giornale la mia scrivania è subissata di cianfrusaglie, scartoffie, caffè vari ed eventuali e sormontata da un oscuro oggetto denominato gruppo di continuità, verso il quale nutro più o meno la stessa diffidenza delle scimmie di Odissea 2001 davanti al monolito spaziale. La scrivania di Simona Zulian   Hai bisogno di lavorare alla tua scrivania o ti adatti a qualsiasi ambiente? Cuello -Ovunque ci sia luce! Spesso, quando posso, vado in qualche bar a disegnare bozzetti, stare troppo tempo chiuso in casa mi fa andare fuori testa. Ogni tanto ho bisogno di vedere altri esseri umani, e poi è ottimo per scovare personaggi grotteschi da disegnare! ARTeapot - In realtà mi basta ci sia un tavolo e che ci possa mettere sopra tutto quello che dico io, come lo dico io. Posso creare infiniti ricordi della mia scrivania. Ma deve essere stabile, illuminato e piano. Non sono assolutamente in grado di disegnare - per esempio - seduta in treno. A parte l’addormentarmi subito per via del rollare della carrozza, non sono assolutamente in grado di tenere lo sketchbook sulle ginocchia e stare chiusa a riccio sulle pagine. Mostro e Pizzo - Come detto prima, spesso mi trovo a dover disegnare fuori sede, il mio habitat ideale quando sono in casa è il tavolo della cucina, o meglio, parte del tavolo della cucina perchè da qualche parte si deve anche mangiare. Malgrado ciò, a patto di avere tutti i miei strumenti a disposizione, riesco ad adattarmi alle situazioni piu disparate. Torti - Spesso. Lavoro sempre. Praticamente tutti i giorni, week-end compresi. Durante le vacanze. Mi porto sempre dietro il lavoro. Nuke - Riguardo allo spazio di lavoro non sono per niente adattabile. Di recente ho traslocato e per qualche settimana la scrivania è stata posizionata provvisoriamente in camera: sono stata completamente improduttiva per tutto il periodo. Fran - Disegno ovunque e senza vergogna. Se esistesse un mercato per le tovagliette di carta scarabocchiate nei pub, probabilmente avrei già fatto i soldi veri. Le due scrivanie di Fran   C'è qualcosa di "superfluo" di cui non puoi fare proprio a meno?     ARTeapot -Ho una paperella di gomma gialla. Di quelle che galleggiano sull’acqua della vasca. Deve sempre essere nelle vicinanze, appoggiata in mezzo ai colori. Non esiste arte senza il sorriso enigmatico della mia paperella! Mostro e Pizzo - Se parliamo di feticci non può assolutamente mancare l’astuccio di Darth Vader con le lucette agli occhi, sì, lo so che puo sembrare un flame del momento, ma quello sguardo vuoto e tenebroso mi rassicura. Se invece parliamo di vizi, purtroppo, non posso fare a meno di birra e sigarette per accompagnare il processo creativo. Nuke - "The Stanley Kubrick Archives", un tomone pesantissimo e veramente molto bello (edito da Taschen) che alla fine non consulto mai, anche se offre delle references perfette. In realtà lo uso principalmente come peso per lo scanner (non me ne abbiano a male i fan di Kubrick, è che aprirlo significherebbe trasformare le 8 di mattina nelle 11 di sera, cosa che i freelance raramente possono permettersi). Però se non c'è quel "santino", la mia postazione di lavoro è praticamente inutile. Felinia - Lo specchietto per quando devo disegnare espressioni stupide :D Cuello -Le cuffie. Possibilmente Wi-Fi. Quando disegno ho sempre musica o qualche film in sottofondo, e quando disegno fino a notte fonda sono fondamentali. E poi d’inverno tengono caldo! Fran - Gli spuntini notturni feroci e insensati davanti allo schermo. Se la gente sapesse quello che sono capace di mangiare mentre disegno, mi troverei i NAS sotto casa.   Insomma, perchè uno spazio di lavoro sia funzionale è necessario che sia personale per conciliare il lavoro e la creatività, ma deve comunque essere vivibile e organizzato, questa in sostanza la ragione per cui non vi ho parlato delle scrivanie dei giornalisti di MY GENERATION, giacché per quelle che conosco personalmente, compresa la mia, c'è in una vertigine estrosa davvero di tutto (dai libri della Rowling ai saggi sulla Russia del dopoguerra ai libri di cucina, dai fumetti ai pennelli, dai taccuini alle tavolette grafiche) meno l'essenziale, tatticamente invisibile agli occhi!  
Voltapietre in Calabria
Febbraio 02
Dalle mie parti, in Calabria, il voltapietre è un visitatore tanto insolito che quando l’ho fotografato non avevo la più pallida idea di cosa mi fosse capitato nell’obiettivo; per poterlo identificare ho dovuto appellarmi ad un naturalista del settore ornitologico.     Il voltapietre deve il suo nome alla particolare abilità che dimostra nel rivoltare sassi e conchiglie, cosa che fa quando è in cerca di cibo presso le coste, gli stagni o i fiumi. E’ un uccello migratore della stessa famiglia di uccelli acquatici in cui è compreso il Piro piro boschereccio (di cui ho scritto in precedenza), la famiglia degli Scolopacidi.   Il voltapietre è un uccello migratore che nidifica nella parte settentrionale dell’Eurasia e del Nord America durante le stagioni calde, mentre al sopraggiungere dei primi freddi si invola verso sud, sorvolando le coste di quasi tutto il mondo. Il suo piumaggio cambia nella stagione riproduttiva, facendosi più variopinto e  sgargiante rispetto alla livrea della femmina. Nell’immagine seguente, vi è una rappresentazione grafica della muta stagionale del voltapietre.   Per quanto riesca a sopravvivere ad una grande varietà di climi, la nidificazione del voltapietre predilige per lo più la tundra, nei pressi di stagni, laghi o corsi d’acqua; quando termina la stagione riproduttiva, è possibile avvistarlo presso le coste (preferibilmente rocciose).   Stando a quanto riportano i siti ornitologici, lo svernamento europeo del voltapietre avviene per lo più presso alcune regioni dell’ Europa occidentale, a partire dall’ Islanda, fino a Norvegia e Danimarca; solo sparute quantità di individui si spingono fino al mediterraneo. Ciò conferma quanto esigue siano le probabilità di osservare un voltapietre dalle nostre parti; ed ecco perché ho voluto documentarne l’ avvistamento, malgrado la scarsa qualità delle foto, scattate in pessime condizioni di luce (poco prima del crepuscolo) e ad un’ incolmabile distanza per il piccolo flash della samsung; ma un passo di troppo e il volatile sarebbe decollato senza lasciar traccia di se.   Ringrazio il Dott. Alessio Usai, per l’identificazione della specie.  
MyTopTweet127
Febbraio 01
Questa settimana mi occuperò di arte, sì perché come al solito il nostro Paese ha dimostrato tutta la sua levatura morale rendendoci, tanto per cambiare, la barzelletta del mondo. Questi i fatti: in settimana l’Italia ha avuto “l’onore” di ospitare il presidente iraniano Hassan Rohani, onore che genererà una raffica di accordi tra imprese e istituzioni italiane e iraniane per un valore di circa 17 miliardi di euro. Per questo al Governo si sono scervellati per  trovare il modo migliore per far sentire a suo agio Rohani e hanno partorito un’idea che dire geniale è riduttivo! Perché non portare il presidente iraniano a visitare i Musei Capitolini e coprire le statue di nudi per non urtare la sua sensibilità?                                                                                                                                       Come ragionamento non fa una piega e per rimanere in tema ho qualche altro suggerimento da dare alle nostre istituzioni: la prossima volta che viene a trovarci il primo ministro inglese copriamo tutti i bidet per non creare un caso diplomatico, se il presidente della Cina vuole farsi due bagni in Italia nascondiamo tutte le posate per non fargli dispiacere e infine se Putin vuole onorarci con la sua presenza facciamo sparire Vladimir Luxuria, non sia mai si offenda che un pericoloso transessuale porti il suo stesso nome!   #statuecoperte: Mattia Mancini: Stasera ho un ospite inglese a cena. Non vorrei si offendesse... #statuecoperte#MuseiCapitolini#Rouhani Baby George ti disprezza: Inguardabili Trastevere: dopo le #statue...ecco le contromisure dei dipinti Barabeke: Firenze si prepara ad accogliere la delegazione iraniana #statuecoperte Giovanni Battista B.: ahh ma allora c'è il ministro ! #statuecoperte AnimaLunga: #Escile! #StatueCoperte#Statue#Roma#Rouhani Il triste mietitore: I Bronzi di Riace che si nascondono da Rouhani. #statue Kotiomkin: #respect Pig Floyd: Pronto il David per la visita di #Rohani Kotiomkin: #VeganFuture Alla prossima!!  
Il Lotto: l'acquavite di Napoli
Febbraio 01
Matilde Serao ne "Il ventre di Napoli", capolavoro indiscusso e lettura consigliatissima, delinea la pancia di Neapolis e dedica qualche capitolo ad una malattia contagiosa del popolo napoletano: il lotto. "Il lotto ha una prima forma letteraria, rudimentale, analfabeta, fondata sulla tradizione orale come certe fiabe e certe leggende. Tutti i napoletani che non sanno leggere, vecchi, bimbi, donne, specialmente le donne, conoscono la smorfia, ossia la Chiave dei sogni a memoria, e ne fanno speditamente l'applicazione a qualunque sogno o a qualunque cosa della vita reale. Avete sognato un morto?-quarantasette-ma parlava- allora quarantotto- e piangeva-sessantacinque- il che vi ha fatto paura-novanta. Un giovinotto ha una coltellata da una donna? -diciassette, la disgrazia-diciotto, il sangue-quarantuno, il coltello-novanta, il popolo." Queste le parole della giornalista. Scrittrice coraggiosa, combattiva e paurosamente attuale. La Serao lavorò duramente per liberare  Napoli dalle tipiche narrazioni concentrate soltanto sugli aspetti pittoreschi ed eccessivi della città e proprio in questo libro ci racconta la Napoli dell' 800, in modo analitico e appassionato. Una Napoli difficile, stra-raccontata e da sempre un problema difficile da capire e da districare.  Nel 1884 la Serao comincia a scrivere Il ventre di Napoli, poco dopo l'Unità d'Italia. Analizza Napoli in tutti i suoi aspetti: antropologici, storici, urbanistici e sociologici. Una città che ti spiega il mondo, impressionante. La provvidenza per il popolo napoletano è sempre stata di una fondamentale importanza, a tratti addirittura un'ossessione. All'epoca si giocava per sognare, per aspirare a quello che la vita reale non riusciva a dare e che non avrebbe mai dato. Si giocava per evadere, un po' come oggi. La tipica frase Nun m'aggio potuto jucà manco nu viglietto inebria ancora ora le strade della nostra città. Il biglietto,  viglietto. Ci sono vari tipi di biglietti, ognuno ha il suo. Ci sono quelli popolari, che si giocano e basta, per tradizione. Poi ci sono quelli speciali, quelli che ognuno gioca da anni, sempre gli stessi numeri. Addirittura si dice che un portinaio giocò sempre lo stesso terno, per quarantacinque anni consecutivi. Poi ci sono i biglietti dei grandi eventi e quelli cabalistici, staccati al monaco, la figura idolatrata dai napoletani essendo "colui che sa i numeri", insieme all'ambigua figura dell'assistito. La domenica si incominciava a progettare la vita futura; commercianti, aristocratici, serve, impiegati, capere (per chi non lo sapesse: pettinatrici del popolo) si dimenavano per  raccogliere denaro. Il sabato, giorno sacro, si attendeva l'estrazione dei numeri in una stretta strada tra via Pignatelli e la via di Santa Chiara. Chi invece non aveva possibilità economiche si affidava al lotto clandestino. Ci si rivolgeva per lo più alle donne, malefiche mezzane, ma benefattrici. Sotto la gonnella nascondevano un registro, due soldi ed in cambio un bigliettino con due numeri scritti a penna. La cabala esiste anche oggi, a piazza Mercato, come a Posilipo. Il popolo napoletano rifà ogni settimana il suo piccolo sogno di felicità, vive per sei giorni in una speranza crescente, che esce dai confini della vita quotidiana. Il lotto è la grande ambizione che consola la creatività napoletana, nel bene e nel male, come un miraggio che attraversa le  anime. Prima ci si affidava alla fede per avere magari una casa pulita, il pasto caldo il giorno dopo, oggi le motivazioni sono diverse, ma la radice è la stessa.  "Il popolo napoletano, che è sobrio, non si corrompe per l'acquavite, non muore di delirium tremens; esso si corrompe e muore per il lotto. Il lotto è l'acquavite di Napoli"- così Matilde Serao ci porta nel mondo della nostra folle città,  impregnata di tradizione e provvidenza.
ANTEPRIMA: Remember, la vendetta non si dimentica mai
Gennaio 31
L’Olocausto è probabilmente la pagina più terribile e nera della storia recente dell’umanità. Immaginare di sterminare una razza è qualcosa di sconvolgente, oltre che diabolico. I campi di concentramento, come Auschwitz, sono il mostruoso emblema di come l’uomo possa perdere la ragione e diventare bestiale. Molti aguzzini tedeschi, al termine del conflitto mondiale, consapevoli che qualsiasi tribunale li avrebbe giudicati colpevoli di crimini di guerra e condannati, fuggirono dalla Germania rifugiandosi negli Stati Uniti, assumendo false identità e, in alcuni casi, rubando l'identità di ebrei tristemente morti nei lager. Gli ebrei sopravvissuti hanno raccontato l’orrore subito dando vita, nel corso dei decenni, la caccia ai criminali nazisti per trascinarli in Israele e processarli. Sfortunatamente, alcuni SS sono riusciti a farla franca. Atom Egoyan, dopo il deludente e scialbo “Devil’s Knot" di due anni or sono (qui la mia recensione https://ilritornodimelvin.wordpress.com/2014/05/11/105-devils-knot/.), torna al cinema con una storia di vendetta e giustizia covata lungamente. I protagonisti di questo particolare thriller, "Remember", sono due simpatici vecchietti ebrei di nome Zev (Plummer) e Max (Landau): il primo affetto da demenza senile e da poco vedovo e il secondo bloccato su una sedia a rotelle. Entrambi sono reduci dal campo di concentramento di Auschwitz in cui sono state sterminate le rispettive famiglie. Max ha trascorso la sua esistenza, dopo la fine della guerra, a cercare i criminali nazisti e, in particolare, Rudy Kurlander, l’assassinio dei suoi cari. Max, desideroso di vendetta, convince Zev a intraprendere un viaggio on the road attraverso l’America, per scovare e uccidere Kurlander, non potendo egli subire un equo processo. Max stila una dettagliata lettera affinché Zev non si perda nei suoi vuoti di memoria e possa mantenere la promessa. Inizia così una caccia all’uomo da parte di Zev, che è una via di mezzo tra “Lo Smemorato di Collegno” e un “Memento” in tarda età, pronto a tutto pur di ottenere giustizia. Lo spettatore accompagna l’anziano uomo nella sua ricerca, condividendo emozioni e sensazioni provate durante gli incontri con gli altri “reduci” della guerra e dell’orrore nazista. Un film che presenta diverse chiavi di lettura, una storia ricca di sfumature e di toni tra il comico, il drammatico e l’introspettivo che tiene vivo l’interesse dello spettatore fino alla fine. Una struttura narrativa convincente e agile sorretta da un testo ben scritto, lineare che evidenzia un’ironia feroce e a tratti macabra che riesce a spiazzare lo spettatore nel sorprendente finale. Un film basato sulle emozioni e sullo spirito di vendetta che l’uomo può covare per una vita, che gioca in maniera efficace e furba sul concetto di memoria e sui ricordi che sono alla base dell’Olocausto. La regia di Atom Egoyan, anche se di taglio televisivo, si rivela incisiva, efficace e solida nel condurre lo spettatore in questo viaggio della memoria e della vendetta, riuscendo a costruire un prodotto dal ritmo costante e mantenendo alto il pathos narrativo. Forse il finale frettoloso è la parte meno riuscita del film, ma non riesce ad intaccare gli elementi positivi e convincenti del film. Christopher Plummer e Martin Landau confermano la loro grandezza artistica sfoderando delle perfomance ricche di personalità, talento e di tanta esperienza e maturità scenica. I loro personaggi sono credibili, umani e naturali nei diversi e inaspettati colpi di scena, entrambi creano una sincera empatia con lo spettatore. Non si può scappare dal passato e, soprattutto, non si può fingere che l’Olocausto non ci riguardi tutti da vicino. Zev, nel drammatico finale, ci mostra che il peso dei ricordi non è altro che la presa di coscienza di responsabilità che certi orrori non debbano più ripetersi. Il biglietto d’acquistare per “Remember” è: 1) Neanche regalato 2) Omaggio 3) Di pomeriggio 4) Ridotto 5) Sempre.   “Remember” è un film del 2015 diretto da Atom Egoyan, scritto da Benjamin August, con Christopher Plummer, Martin Landau, Bruno Ganz.
Il Museo Civico Gaetano Filangieri, un museo singolare nel “palazzo che cammina”
Gennaio 30
Quando per la prima volta conobbi via Duomo, cioè ebbi la consapevolezza dei suoi palazzi e delle sue chiese, mi venne istintivamente di chiamarla “la strada delle meraviglie”.  È un susseguirsi di presenze prestigiose: Palazzo Como, che accoglie il Museo Civico Filangieri, la Quadreria dei Gerolomini, il Museo del Tesoro di San Gennaro e subito accanto il Duomo…   Una di queste eccellenze, il Museo Civico Filangieri, dopo essere stato sottratto alla fruizione dei napoletani per lungo tempo, ha riaperto, anche se in forma parziale ed incompleta. Si tratta di un evento di grande importanza, vediamo perché. Palazzo Como ha già di per sé un valore specifico perché è considerato uno degli esempi più importanti dell’architettura rinascimentale a Napoli. Fu fatto costruire nel Quattrocento da una famiglia molto facoltosa, di cui porta il nome, su progetto di Giuliano da Maiano e fu protagonista di una singolare vicenda: poiché si trovava nel tracciato di via Duomo che doveva essere ampliato, rischiò la distruzione, ma Gaetano Filangieri, principe di Satriano, propose al Consiglio Comunale di preservare quel prezioso monumento e di raccogliere a proprie spese le opere d’arte che possedeva, provvedendo ai lavori di riedificazione che furono veramente arditi per quell’epoca.   Ritratto di Gaetano Filangieri, di Edgardo Saporetti   Nel 1888 il palazzo fu smontato pietra per pietra e queste, numerate una per una, furono poi rimontate a venti metri di distanza dal sito originale, perciò i napoletani lo chiamano “il palazzo che cammina”. Già questa vicenda ci fa capire e Gaetano Filangieri non era certo una persona comune, non soltanto perché apparteneva ad una delle famiglie più illustri di Napoli, ma anche e soprattutto per la liberalità delle sue idee, da cui nasce appunto il progetto del museo “civico” legato ad un programma di sviluppo civile e di progresso sociale. In questo Gaetano Filangieri si ricollega al nonno, il grande filosofo illuminista suo omonimo, che nel 1783 aveva pubblicato la “Scienza della legislazione” apprezzata in tutta Europa, in cui a proposito dell’educazione affermava che il lavoro non deve essere considerato solo come mezzo di produzione, ma anche come spinta potente di educazione e crescita civile, perciò era importante unire il luogo dei modelli, la formazione e il lavoro nelle botteghe artigiane, cioè unire Museo, Scuola ed Officine. A questo puntò il Filangieri affidando la cura delle raccolte museali a Domenico Morelli e quella delle scuole-officine a Filippo Palizzi. E proprio il pavimento maiolicato con stemmi del casato dei Filangieri, realizzato dagli alunni artigiani sotto la direzione del Palizzi, fa da elemento unificatore con la sua chiara luminosità, che rimanda quella proveniente dalla copertura di vetro.   Santa Maria Egiziaca, Jusepe de Ribera   Siamo nel salone del piano superiore, dove tutte le opere esposte hanno pari dignità. In questo ambiente, dedicato alla principessa Agata Moncada di Paternò, madre di Gaetano Filangieri, sono dipinti di grande pregio, tra cui Mattia Preti, Andrea Vaccaro, Jusepe de Ribera, mentre una galleria pensile lignea permette di ammirare la collezione di ceramiche, porcellane e maioliche napoletane, di Meissen, di Sèvres, vasi greci e figure in biscuit di Filippo Tagliolini. La galleria pensile porta alla magnifica biblioteca del principe, che raccoglie libri di scienza militare del padre, Carlo Filangieri, generale prima delle armate napoleoniche, poi del Regno delle Due Sicilie, sia libri di arte a storie napoletane, perché per il fondatore l’attività espositiva non poteva essere separata dallo studio e dalla ricerca.   L’eterogeneità che caratterizza questo museo e ne fa uno dei più interessanti in Europa, ci sorprende anche nella sala d’ingresso, dedicata al padre del fondatore, che mostra statue, marmi e collezioni di armi cinesi e giapponesi inseriti in un ambiente neogotico con volte a mosaico realizzate nelle officine Salviati di Venezia e decorate da racemi floreali in cui appaiono stemmi e nomi di esponenti dei Filangieri.   Il Museo Civico Filangieri è dunque una presenza di eccezionale valore culturale ed artistico nella nostra città, eppure nel 1999 fu chiuso per motivi finanziari e gestionali! Come abbiamo detto ha riaperto, sia pure faticosamente e non al meglio delle sue possibilità, ma è questo un segno di volontà di rinascita, un primo passo, speriamo, per la “restituzione” ai napoletani di tanto patrimonio culturale oggi non godibile. A questo proposito… quanti di loro si sono accorti della chiusura e riapertura del Museo Civico Gaetano Filangieri?   LUOGO: Museo Civico Gaetano Filangieri - Via Duomo, 288, Napoli ORARI: da Martedì a Sabato, ore 10.00-16.00 – Domenica, ore 10.00-14.00 – Lunedì, CHIUSO INFO: tel. 081-203175, http://salviamoilmuseofilangieri.org/
La coppia Verdone e Albanese al cinema 'l'hanno fatta grossa',ma non abbastanza
Gennaio 30
Nel nostro immaginario cinematografico, con il genere noir siamo soliti pensare a una storia buia, opaca, notturna in cui il protagonista è, generalmente, un ex fascinoso poliziotto, divenuto investigatore privato, costretto a indagare su misterioso omicidio e teso a salvare una bella donna, di cui fatalmente s’innamorerà. Ebbene, dimenticatevi questo cliché, se e quando deciderete di vedere il nuovo film di Carlo Verdone. Infatti, l’artista romano, insieme agli sceneggiatori Plastino e Gaudosio ha deciso di riscrivere le regole genere del noir in maniera creativa e originale per il panorama italiano, mescolando insieme una colorata e solare commedia. I puristi dei rispettivi generi staranno già scuotendo la testa. Ebbene, possiamo dire che il risultato finale di quest’operazione genetico-creativa non è riuscito perfettamente e lascia nel pubblico più di una perplessità. Ciononostante, non si può non lodare lo sforzo di Verdone, come lui stesso ha dichiarato in conferenza stampa, "di voler sterzare" dai canonici schemi narrativi dei suoi film, tentando di scrivere una nuova pagina della lunga e ricca carriera artistica che gli appartiene. Così lo spettatore fa la conoscenza prima di Yuri Pelagatti (Albanese), attore di teatro preda di amnesie sul palcoscenico a causa della dolorosa separazione dall’amata moglie Giorgia e, in seguito, di Arturo Merlino (Verdone), aspirante scrittore di romanzi noir e, nella vita, squattrinato e improbabile investigatore privato che, al massimo, ha come incarico recuperare il gatto del vicino. Yuri, deciso a sapere se la moglie lo tradisca con il suo avvocato, ingaggia lo scettico Arturo affinché inizi un pedinamento della moglie. Durante il pedinamento Arturo si ritrova ad ascoltare e registrare, per errore, una conversazione tra un uomo e una donna, pensando che fosse la moglie di Yuri con l’amante. Un equivoco che porta i due protagonisti a farsi coinvolgere in un'avventura rocambolesca che attraversa tutta Roma, quando vengono in possesso di una preziosa valigetta. Ben presto l’elegante e misterioso proprietario della valigetta (Popolizio) la reclama a sé, pronto a qualsiasi azione lecita e non. I due protagonisti finiranno travolti dagli eventi e considerati alla stregua dei criminali da punire per la cieca e sorda giustizia italiana. Come dicevamo all’inizio, l'idea di costruire un “noir comico”, sebbene sia stata un'iniziativa lodevole e coraggiosa, presenta fin da subito grossi limiti e pecche sia nella struttura che nell’intreccio narrativo, dando l'impressione di un confuso pasticcio. Il ritmo è lento, macchinoso e non aiuta la storia a carburare, solo raramente si colgono momenti brillanti e riusciti sul piano comico. La parte noir è debole e poco credibile, lasciando spazio a situazioni poco realistiche e approssimative. Il film, nonostante i limiti sopra citati, riesce a mantenere una certa vivacità e interesse da parte dello spettatore per merito del talento e della personalità della coppia formata da Verdone e Albanese. Una coppia artistica inedita ma che ha mostrato in scena affiatamento, coesione e capacità di dettarsi reciprocamente i giusti tempi comici e la suspense necessaria. Come, infatti, hanno affermato entrambi gli attori durante la conferenza stampa, sul set si sono trovati molto bene a lavorare insieme, facendo nascere soprattutto un’amicizia personale che potrebbe essere l’inizio di future e proficue collaborazioni. È da menzione speciale la performance solida, esperta e istrionica di Massimo Popolizio. La regia di Carlo Verdone è essenziale, pulita e di taglio televisivo, magari non particolarmente frizzante e innovativa, ma il regista romano dimostra mano ferma e consumata esperienza nel condurre il cast e conduce la nave produttiva in porto. Il finale agrodolce regala un sorriso liberatorio e partecipativo allo spettatore, tentato di imitare il gesto dei protagonisti e dire amaramente “L’abbiamo fatta grossa”.   Il biglietto d’acquistare per “L’abbiamo fatta Grossa è : 1) Neanche regalato 2) Omaggio 3) Di pomeriggio 4) Ridotto 5) Sempre     “L’Abbiamo Fatta Grossa” è un film del 2016 di Carlo Verdone, scritto da Carlo Verdone, Pasquale Plastino, Massimo Gaudosio, con Carlo Verdone, Antonio Albanese, Massimo Popolizio.

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