"Rinne"... il vintage torna sempre di moda!

Per essere costantemente aggiornati, si ricorre all'unica fonte inesauribile, internet. Si è sempre ...

In ricordo di Petru

Ieri, 26 Maggio 2015, si sono ricordati i 6 lunghi anni trascorsi dalterribile omicidio di Petro Bir...

Metal Gear Kojima: The Mobile Pain

Che sta succedendo? Kojima che lascia la Konami, Konami che annuncia nuovi titoli per smartphone bas...

Luigi Pirandello - Tra forme e ombre. Giovani alla ricerca della verità

Non ci vuole ninte, sa, signora mia, non s'allarmi. Niente ci vuole a far la pazza, creda a me. Glie...

Disabilità scolastiche: La petizione che richiede la presenza di un insegnante di sostegno in ogni classe

Quanto l’istruzione sia lo strumento decisivo per lo sviluppo intellettivo, culturale e sociale di u...

Humans of Naples. Intervista all’autore, Vincenzo Noletto

Humans of Naples, Gente di Napoli, è un progetto fotografico che racconta i napoletani, la vera esse...

Ultimi Articoli

Previous Next
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
"Rinne"... il vintage torna sempre di moda!
Maggio 28
Per essere costantemente aggiornati, si ricorre all'unica fonte inesauribile, internet. Si è sempre alla ricerca di qualcosa, la rete offre una quantità indicibile di nozioni, di notizie, finché non si trova quella che per noi è davvero incredibile, condivisa su un social network da qualche nostro amico virtuale. È esattamente quello che è accaduto quando ho letto la notizia che in Giappone è iniziata la trasmissione della serie anime di Rinne, tratta dall'omonimo manga della maestra Takahashi. Rumiko Takahashi , che voi lo sappiate o meno, ha creato i manga più famosi al mondo. Avete letto bene, non si tratta di un errore di battitura. La regina incontrastata dei manga giapponesi ha influenzato non solo la mia generazione, ma anche quella dei nostri genitori e quelle successive alla nostra. I suoi disegni sono tra quelli più riconoscibili, come un marchio di fabbrica! Il suo ultimo manga, Rinne, rappresenta un'inversione di marcia, un ritorno al passato che ripropone un fumetto a struttura episodica: la trama principale è molto abbozzata e si deve leggere tra le righe, quindi non vi aspettate un'opera impegnativa come InuYasha. Tanti e brevi episodi che ripropongono la frivolezza e la comicità della Takahashi ai tempi di Lamù, di Maison Ikkoku e di Ranma1/2.   Rinne viaggia su due binari, quello del tema del soprannaturale (sempre caro all'autrice) e quello della religione, morte e rinascita. L'attaccamento viscerale alla sua terra è tangibile, è disegnato in ogni pagina dei suoi fumetti, il suo estro attinge continuamente dalle bellissime leggende giapponesi, da storielle che si raccontano ai bambini e che si tramandano da secoli. Il protagonista della storia è uno Shinigami (Dio della Morte) dai capelli rosso fuoco, il cui compito è quello di far passare le anime dei morti nell'aldilà. Non è stato scelto a caso il nome del personaggio principale, perché anche quello richiama al Buddhismo. Sono presenti all'appello demoni, esorcisti, la bella di turno e l'amore tacito che imprime tutte le storie della sensei. Il soprannaturale è un tema molto inflazionato, forse anche troppo, tutta roba già vista, che non suscita grande clamore, ma che purtroppo vende. Va di moda come i vampiri lo andavano qualche anno fa! Da donna navigata, sa come seguire il flusso del mercato dei manga, sa quali sono gli argomenti che "tirano" e che attraggono lettori di entrambi i sessi e di diverse fasce d'età: triangoli amorosi infiniti e gag surreali a cui ci ha da sempre abituati.  
In ricordo di Petru
Maggio 27
Ieri, 26 Maggio 2015, si sono ricordati i 6 lunghi anni trascorsi dalterribile omicidio di Petro Birladeanu, rumeno, ucciso il 26 Maggio 2009 “per errore” dalla camorra vicino la stazione della Cumana di Montesanto. Lo conoscevano tutti. Era un musicista, suonava la fisarmonica. Quel martedì sera un commando di otto persone, in sella ad alcuni motorini, attraversava via Pignasecca. Spari all’impazzata. Petru era lì come tante altre persone, per caso. Ignaro delle faide camorristiche, delle lotte per l’egemonia del quartiere, ignaro di quale potesse essere il motivo di un tale gesto di pura  follia. Forse hanno avvistato qualche membro del clan avversario, forse invece volevano suscitare attenzione nel quartiere o forse il loro scopo era sparare a qualcuno di preciso, che però non erano stati in grado di trovare, chissà. Petru scappa, corre forte. Corre verso la stazione e si accascia vicino la sua compagna.  Mezz’ora di agonia, sotto gli occhi delle telecamere di sicurezza. Un proiettile gli aveva perforato un polmone, ma nonostante i soccorsi, che a detta della moglie Mirela sono arrivati anche in ritardo, non si è riuscito a salvare. Aveva 33 anni. Troppo silenzio l’indomani. Una città troppo distante, apatica, imperturbabile. Forse Petru era soltanto un “rom” e quindi non degno neanche di una commemorazione , di una fiaccolata nei giorni seguenti.  Forse morire “per niente” non è poi così tanto clamoroso, ormai. Marco Ricci, Maurizio e Salvatore Forte sono stati incriminati e condannati a 30 anni di reclusione ciascuno. Secondo le ricostruzioni i tre venivano da Ponticelli e quella sera erano giunti in zona Pignasecca per  un regolamento di conti con il boss rivale Marco Mariano, del clan dei Quartieri Spagnoli. Immagini scioccanti, quelle girate in rete. Immagini di indifferenza, di disperazione. Gente che scappa, impazzita. Petru a terra, con la moglie disperata in lacrime vicino al suo corpo.  Petru è stato ucciso dalla camorra , ma è stato ucciso anche dai media, dai giudizi della gente. Ieri ed oggi, noi lo vogliamo ricordare e scandire a gran voce che Petru è vivo dentro di noi, sono vivi il suo ricordo e la sua musica e la sua storia non è stata dimenticata e non lo sarà mai. Il presidio di Libera Vomero-Arenella ha scelto di intitolarsi in nome di Gianluca Cimminiello e in nome di Petru, per rendere vivo quotidianamente il suo ricordo. L’associazione Libera é stata presente nel tardo pomeriggio della giornata di ieri presso la stazione di Montesanto per commemorarlo. Un pensiero, un fiore per non uccidere Petru ancora una volta.
Metal Gear Kojima: The Mobile Pain
Maggio 27
Che sta succedendo? Kojima che lascia la Konami, Konami che annuncia nuovi titoli per smartphone basati sul pay to win, Silent Hills annullato... se non fosse una frase comune, diremmo che «non c'è limite al peggio». Il problema è che un limite si era intravisto, e veniva proprio da alcune software house che avevano puntato sull'open world, sulla libertà di scelta e soprattutto su un sistema di gioco che potesse essere veramente innovativo. In quest'ottica, è dura dirlo ma va detto, la logica di Konami assume un perverso ma compiuto significato.   Da non poco infatti i titoli che la compagnia nipponica sta sfornando (Metal Gear Rising, Ground Zeroes, e diversi capitoli di Silent Hill) hanno una qualità a dir poco scadente, e troppe volte i fan si sono chiesti se la software house li stesse prendendo in giro. Ma allora perché bloccare i nuovi titoli? Per quelli che non se lo stanno chiedendo.   Mi spiego: immaginate di fare titoli complessi, lunghi, costosi, ma molto efficienti, e di venderli a 70 euro. Dopodiché sviluppate giochi della durata di 4 o 6 ore e vendeteli su per giù allo stesso prezzo, senza che i fan battano ciglio. State consolidando un trend di titoli non banali, ma facili da produrre, e un Kojima viene a dirvi che lui vuole ricominciare a fare titoli complessi, e per questo vuole farsi aiutare anche da Guillermo del Toro. Vi dice che vuole Norman Reedus per il motion capture del personaggio principale, e voi sapete che verrà a costarvi milioni. Perché? Da bravi affaristi (perché è questo che sono le software house ormai), vi chiedete perché spendere di più quando si può spendere meno, e quindi lucrare. Istantaneamente, dunque, capite che il problema è Kojima "e i suoi giocattoli". E ve ne liberate.     Cito i giocattoli per via del playable teaser di Silent Hills, in cui si sentiva un file audio molto strano in cui una voce gracchiante, forse Kojima stesso, parlava di «lasciare la città, portando tutti i suoi giocattoli con sé». Chissà dunque se Kojima intende tornare, accompagnato magari dai suoi eroi (e mostri) preferiti, o se le sorti del videogame sono destinate ancora una volta a invertire la rotta, passando da titoli che hanno la parola "free" come punto di riferimento, sia esso "free to play" o "free to move", a titoli contraddistinti solo dalla gigantesca, inesorabile scritta "pay".
Luigi Pirandello - Tra forme e ombre. Giovani alla ricerca della verità
Maggio 26
Non ci vuole ninte, sa, signora mia, non s'allarmi. Niente ci vuole a far la pazza, creda a me. Gliel'insegno io come si fa. Basta che lei si metta a gridare in faccia a tutti la verità. Nessuno ci crede e tutti la prendono per pazza! (Luigi Pirandello, Il berretto a sonagli)   Eccola qui. La capacità del maestro Pirandello di riassumere un sentire enorme dentro poche semplici parole. Sensazioni buie, pensieri sopiti, sentimenti nascosti, paure, insicurezze, desideri. Pochi tratti di penna e nelle fisionomie grottesche, nei lineamenti crudelmente comici, nelle vicende assurde, eppure verosimili, dei suoi personaggi, l'autore ci stupisce e ci blocca, fra raccapriccio e meraviglia, sbattendoci davanti al naso un enorme specchio e costringendoci a guardare i nostri riflessi dentro le pagine. Quale spirito più adatto a registrare quelle immagini, se non la sensibilità dei giovani? Sì, i giovani! Con commozione li osservo prendere posto sul palco ed interpretare la loro pirandelliana visione del mondo. L'occasione? Lo spettacolo Luigi Pirandello - Tra forme e ombre, diretto da Gianluca Masone e andato in scena presso il Teatro Il Primo di Napoli, il 23 e 24 maggio, nell'ambito della rassegna "Sipari di Emergenza V Edizione". Una visione, una chimera, o la realtà mascherata da storia "verosimile"? Maschere, certo, ma anche ombre. Dove le maschere sono i ruoli affibbiati dalla società, catene fatte di convenzioni e apparenze e che non rappresentano il nostro vero io. Le ombre, invece, siamo noi, noi per davvero, le nostre essenze più sincere, le quali, tuttavia, si celano agli sguardi più insistenti. Ma a rifletterci bene, non possono esserci ombre senza luce e lì, sul palco, la luce sono proprio i giovani attori, interpreti del rimaneggiamento delle opere pirandelliane. I giovani, che spesso sono capaci di ribellarsi alle costrizioni sociali, capaci di illuminare la menzogna, di svelare la verità. Epifanie, bagliori, lucciole. Siamo granelli di polvere sparsi dal vento. Sta a noi trovarci, riconoscerci, afferrarci. L'unica possibilità di salvezza è la verità. Verità assoluta, oggettiva, universale? Certo che no. Una, nessuna, centomila verità. Le nostre verità: "Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere, mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io. Vivi il mio dolore, i miei dubbi, le mie risate. Vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io". Un eccezionale regista, Masone, che lavora per creare spazi, esperienze, possibilità. Li crea per i suoi allievi, per il futuro, per l'infinito di quei sogni chiusi a chiave e sprecati, spesso, solo per mancaza di occasioni. In scena Massimo Di Stasio, Simone Alfano, Gaia Anna Longobardi, Manuela Pugliese. Le opere: La patente, Così è se vi pare, Il fu Mattia Pascal (in aggiunta a quegli strani personaggi in cerca d'autore sul palco).  
Disabilità scolastiche: La petizione che richiede la presenza di un insegnante di sostegno in ogni classe
Maggio 26
Quanto l’istruzione sia lo strumento decisivo per lo sviluppo intellettivo, culturale e sociale di un individuo è cosa nota, quanto la stessa sia deficitaria per gli alunni con disabilità è tuttora una questione al limite tra l’indifferenza e il tabù, con conseguenze che hanno un impatto notevole sulle famiglie in primis e, a medio-lungo termine, sulla società.   Abbiamo intervistato a tale proposito la Dottoressa Giuseppa Cinquemani, psicologa presso l’ASL Napoli 1 Centro e socio fondatore di Funzione Alfa – Associazione di Psichiatria e Psicoanalisi Campania, nonché membro della Ausilioteca Campania Onlus, centro impegnato nell’ideazione e nella realizzazione di percorsi individualizzati, anche grazie a supporti tecnologici, per migliorare la qualità di vita e potenziare l’autonomia di tutte le persone con disabilità. Parte da lei una proposta estremamente interessante: inserire, di base, in tutte le classi della scuola dell’obbligo un insegnante di sostegno. La sua proposta è diventata una petizione, che può essere firmata al seguente link https://www.change.org/p/inserire-di-base-in-tutte-le-classi-della-scuola-dell-obbligo-un-insegnante-di-sostegno?utm_campaign=responsive_friend_inviter_chat&utm_medium=facebook&utm_source=share_petition&recruiter=47804930 diretta al Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, al Presidente del Consiglio Matteo Renzi e al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.   Dottoressa Cinquemani, da cosa nasce la sua proposta? Lavorando da circa 15 anni nel campo delle disabilità e da 5 nel settore della Neuropsichiatria Infantile presso alcuni distretti dell’ASL Napoli 1, ho potuto constatare un fenomeno a mio avviso preoccupante: la sempre più diffusa tendenza a considerare che i supporti tecnologici possano in qualche modo sostituire la presenza umana nella formazione scolastica di un bambino o ragazzo con disabilità e più in generale all’interno di una classe. Questa tendenza diventa allarmante se consideriamo che negli ultimi anni si è assistito ad un ben preciso trend, ossia ad un incremento notevole del numero dei casi di DSA (disturbi specifici dell’apprendimento).   Che cosa sono i DSA e quali sono le cause di questo aumento del numero dei casi? I DSA sono dei disturbi che riguardano specifiche abilità relative all’apprendimento, soprattutto lettura, scrittura e calcolo, che dovrebbero essere normalmente acquisite in età scolare; il disturbo, comporta, molto spesso in assenza di altre condizioni patologiche, la non autosufficienza negli apprendimenti scolastici. Le cause dell’aumento del numero dei casi che si osserva attualmente non sono ben note ma è ipotizzabile che più fattori ne siano responsabili: la maggiore attenzione e sensibilizzazione da parte degli insegnanti e delle famiglie alla questione, il maggiore ricorso ai servizi di Neuropsichiatria Infantile (che si occupa dei ragazzi sino ai 17 anni), il miglioramento e la standardizzazione-nei limiti del possibile-delle capacità diagnostiche.   È previsto attualmente l’insegnante di sostegno per gli scolari che ricevono diagnosi di DSA? Purtroppo no. La Legge 170/10 prevede solo che essi abbiano diritto a strumenti didattici e tecnologici di tipo compensativo (sintesi vocale, registratore, programmi di video-scrittura e con correttore ortografico, calcolatrice) e a misure dispensative, per permettere loro di raggiungere un grado di apprendimento equipollente a quello dei loro compagni. Va considerato poi che, accanto agli alunni con DSA, vi sono anche quelli con BES, ossia con “bisogni educativi specifici”, che possiamo definire semplicisticamente un’altra macrocategoria nella quale rientrano tutti gli alunni in cui le difficoltà di apprendimento non sono certificate. Ad oggi hanno diritto al sostegno solo gli alunni con disabilità certificata dalla legge 104, come per esempio i bambini con disturbi dello spettro autistico o quelli con ADHD (disturbo da iperattività e deficit dell’attenzione).   Possiamo dire quindi che all’interno del gruppo classe vi sia un’ampia eterogeneità in termini di bisogni educativi? Certamente. Consideriamo anche che in fondo ciascun bambino/ragazzo, a prescindere dalla “macrocategoria” in cui viene incluso, è un individuo con dei propri specifici bisogni, a cui vi è la necessità di rispondere in modo adeguato per garantire il suo pieno e sereno sviluppo umano prima che educativo. E anche che in ogni classe vi è fisiologicamente un certo numero di alunni che presentano delle più generiche difficoltà di apprendimento, spesso legate a fattori di ordine psicologico e familiare, che necessitano in maniera analoga di un’attenzione particolare. Sono proprio queste le ragioni fondamentali che mi hanno spinto a formulare la petizione. Infatti, sebbene la normativa vigente preveda un tetto massimo di 3 alunni con disabilità certificata per ogni classe, nel concreto coesistono realtà molto differenti tra loro, che sicuramente beneficerebbero tutte della presenza di un insegnante di sostegno, una figura che sia sostanzialmente di supporto a quella dell’insegnante. Anche perché la legge attuale prevede comunque che la presenza dell’insegnante di sostegno sia di sostegno non direttamente al bambino con disabilità-sebbene nel concreto questo accada-ma sia di sostegno al gruppo classe. Infatti le ore di presenza dell’insegnante previste sono calcolate in base alle esigenze di supporto della classe per lo svolgimento delle attività formative tenuto conto della presenza di uno o più bambini con disabilità.   Quali sono secondo lei i benefici che il successo della petizione apporterebbe? Sicuramente la presenza dell’insegnante di sostegno in ciascuna classe, garantendo una più serena gestione del gruppo, eviterebbe che i bambini con difficoltà o disabilità vengano percepiti come elementi di disturbo da parte sia dei compagni che delle famiglie e quindi per questo emarginati. In secondo luogo consentirebbe di individuare precocemente i bambini con difficoltà di apprendimento da avviare ad un eventuale percorso diagnostico e infine consentirebbe di iniziare un intervento concreto in quei bambini che, diagnosticati ad esempio come DSA, sono in attesa di intraprendere una terapia, come per esempio la logopedia, l’accesso alla quale prevede ad oggi tempi di attesa estremamente lunghi. Infatti un ritardo nell’inizio di un intervento concreto significa in molti casi ridurre drasticamente le possibilità di ottenere un miglioramento reale nell’apprendimento.
Humans of Naples. Intervista all’autore, Vincenzo Noletto
Maggio 24
Humans of Naples, Gente di Napoli, è un progetto fotografico che racconta i napoletani, la vera essenza dei napoletani, la loro diversità. Un progetto che nasce proprio dalla volontà di far capire che i napoletano non solo solo quelli che spesso vengono raccontati dai media, spesso stereotipati sia in modo negativo, sia in modo positivo.    L’autore, Vincenzo Noletto, una giovane fotografo di origine campane definisce Napoli ≪come un’insalata, come una macedonia pazzesca≫. Il suo obiettivo? Far capire al mondo intero cosa c’è dentro quest’insalata!   Ed è ciò che ci ha raccontato.    Come ti sei avvicinato alla fotografia? Nel modo più sbagliato possibile, ho cominciato a scattare con un iphone, il primo iphone e man mano mi sono avvicinato alla fotografia tanto da poter “inciampare” nella prima reflex. Quando ho, poi, scoperto la fotografia digitale ho fatto il percorso inverso: sono passato all’analogico cercando di capire cosa significasse, veramente, scattare già trenta, quaranta anni fa. Un modo completamente diverso da quello attuale. Le ho provate tutte finché non sono ritornato al digitale per lavoro, prima per passione però, e non mi sono fermato più. Ho scelto di vivere con la fotografia, faccio il fotoreporter e fare questo non è facile: scegliere di fare un lavoro che è una tua passione.    Scelta coraggiosa la tua, soprattutto oggi con il digitale, molti si improvvisano fotografi, non è più settoriale come nel passato. E’ difficile riuscire a vivere solo di questo.  Si, è veramente molto difficile. Fondamentalmente con il digitale la fotografia arriva più facilmente a tutti. Questo, però, non significa che la qualità della fotografia è più alta, è semplicemente più facile fotografare ma non è detto, poi, che la qualità combaci con la stessa facilità con la quale è possibile ora scattare.    C’è un modo particolare con il quale nascono le tue fotografie, con il quale osservi la scena e decidi di scattare? Diciamo che vado totalmente d’istinto. Decido di uscire con la macchina al collo e le persone che mi interessano, le fermo. Da dove nasce l’interesse verso quelle persone è qualcosa che deriva dallo sguardo, dalle loro espressioni quando le incontro per strada; capisci quali sono quelle che hanno da dire e quelle che magari hanno da dire un po' di meno. Non ho mai foto commissionate, non c’è la richiesta di una foto, non c’è magari, che ne so, una persona che mi dice: ≪Guarda io vorrei parlare con te, vorrei farmi fare una foto≫, così è successo con altri progetti di altre persone. Io giro per strada e quando vedo una persona che mi interessa, mi fermo e scatto. E’ totalmente casuale.   Dunque, molto è dettato dall’osservazione: ti fermi, osservi, appunto, e quando capisci che quella persona può interessarti, scatti.  Esatto. Faccio prima le quattro domande e poi scatto.    Tu sei l’autore di Humans of Naples, un progetto fotografico, con il quale cerchi di raccontare chi vive Napoli. Come nasce quest’idea? Cosa ti ha spinto nella realizzazione di un progetto del genere? Humans of Naples nasce da un forte desiderio vivo in me: mi sono letteralmente “rotto le scatole” di poter essere assegnato a quello 0,2% dell’intera popolazione napoletana. Per esempio, ora sono a Firenze, ovunque vado subito tendono a dire frasi del genere: ≪Tu sei abituato alla camorra, ai ladri …≫. Io no! Non faccio parte di quella schiera dei napoletani, di quella fetta malata. Tutti i napoletani non sono in quel modo. Quella parte è una parte piccolissima e quella parte piccolissima non può parlare per tutti. Da qui nascono le quattro domande. E’ anche un po’ una scommessa questo tuo progetto? Non è tanto una scommessa. Secondo me è il modo più giusto per far capire al mondo intero chi sono i veri napoletani.  Tra le tante cose puoi incontrare anche qualcuno che si è “sporcato le mani” in passato: in Humans of Rome, ad esempio, c’era una persona che raccontava la sua esperienza in carcere. Il punto è che i romani non vengono chiamati dall’intero mondo camorristi, mangiatori di pizza, giocatori di pallone.   C’è un forte stereotipo da cui non riusciamo a liberarci.  Appunto, ma perché, come dire, noi cerchiamo di esorcizzare i nostri problemi parlandone, giocando su questi punti negativi. Se ci pensi i The Jackal con Gli effetti di Gomorra sulla gente cosa hanno fatto?!? Hanno cercato di ironizzare su questioni non tanto positive per noi napoletani e se ci pensi bene è anche il modo più giusto e anche più automatico di esorcizzare una problematica giocandoci sopra. Lo facciamo da sempre, da Troisi. E’ una nostra caratteristica. Il problema è questo: noi che siamo in casa nostra riconosciamo che stiamo giocando e che in questo modo esasperiamo tante cose, anche se sono problemi, li esasperiamo, per combatterli; ma se  si parla al mondo intero e si dice continuamente che non si può camminare per strada perché ti sparano addosso, alla centesima volta gli altri ci credono perché non conoscono la realtà.  Io giro tutti giorni cono la macchina fotografica al collo, mi sono trovato anche alle quattro di mattina a Scampia, ma la macchina fotografica è rimasta al collo. Eppure questa costa tanto, da sola, senza contare gli obiettivi, ed è qualcosa che si vede, è grande, non la puoi nascondere.  Non sono un sopravvissuto, non sono un miracolato, sono una persona come un’altra che fa il suo lavoro per strada. Però gli altri mi chiedono sempre: ≪Come fai tu?Ancora non ti hanno rubato la macchina fotografica? No!≫. Non ci credono.    Protagonisti dei tuoi scatti, quindi, sono coloro che vivono Napoli, una città che mi piace definire dalle mille sfaccettature e che spesso si sente parlare in modo negativo. Cosa pensi di Napoli, dei napoletani e perché hai scelto di realizzare questo tipo di progetto nella città partenopea. Napoli è un casino e cambia da quartiere a quartiere. Tanto confusionaria quanto tranquilla, quanto urbana ed insieme il suo opposto. Non la puoi identificare, però puoi identificare le persone che trovi per strada, puoi identificare la città in esse perché c’è, veramente, una varietà di umanità enorme. Napoli è questo. Napoli è un’insalata, è una macedonia pazzesca. Spero di riuscire con il mio progetto a far vedere cos’è Napoli. Se osservi con attenzione ti rendo conto che le fotografie sono tutte diverse, proprio come i napoletani.  Fotograficamente parlando, un progetto non va presentato come lo sto presentando io, dovrebbe essere seriale. Ma come fai a fare una cosa del genere con Napoli?!?        Qual è la cosa più bella che hai fatto nella tua vita? Qual è la cosa più brutta che hai fatto nella tua vita? Cosa ami fare? Cosa odi fare? Queste sono le quattro domande che rivolgi alle persone che fotografi. Come mai proprio queste e qual’è la reazione che hanno di fronte ad esse.  Le domande nascono per cercare di poter riassumere l’esperienza di vita della persona che vado ad incontrare. Probabilmente se parli con un tuo amico e gli dai le risposte alle domande che io faccio, lui saprà esattamente che hai ragione, ma anche tu se ti fai queste quattro domande e rileggi le risposte potrai vederti riassunta in due righe. Quello che cerco di fare con le quattro domande è proprio questo: permettere ad uno sconosciuto di osservare la fotografia di un altro sconosciuto e capire chi è. Creare proprio un ponte tra chi osserva la fotografia e il soggetto che si trova nella fotografia; come quando ti invito ad una festa dove ci sono solo miei amici e man mano ti dico due parole su ognuno di loro. E’ la stessa identica cosa, fatta però in fotografia.    E’ come se la persona che osserva riesce a conoscere, un pò, il soggetto fotografato. Io le conosco. Ad oggi sono arrivato a 300 persone fotografate che mi salutano per strada. Calcola che sul sito scrivo solo le risposte alle quattro domande, ma vengo a conoscenza di tante altre cose che esula dalle famose domande che mi permettono, però, di conoscere la persona con cui sto parlando.     Cosa ti aspetto da questo tuo lavoro? In realtà non mi aspetto nulla. Si tratta di un progetto che nasce per fare qualcosa di positivo per la città che mi ospita. Io ho scelto di vivere a Napoli, originariamente nasco a Portici, mi sono trasferito a Napoli intorno a vent’anni, dopodomani ne faccio ventisette. E’ da un pò, quindi, che vivo a Napoli, da solo; ho cambiato sei case, ognuna in posti totalmente diversi l’uno dall’altro. Ho vissuto a Chiaia, al centro storico così come a Montesanto, ai Tribunali, ai Colli Aminei. Ho vissuto in parti della città totalmente diversi, ho potuto conoscere che cosa è Napoli. Voglio semplicemente dare l’immagine reale di quella che è la popolazione napoletana. Non non mi aspetto nulla da questo progetto. Niente di più, niente di meno. Voglio solo questo.    http://www.humansofnaples.it/      
Raffaele Manco, l'intervista
Maggio 22
L’ultimo decennio in Italia è stato caratterizzato, tra le altre cose, da scontri violenti nei quali sono stati sempre più spesso coinvolti cittadini e forze dell’ordine. Ormai, non fa quasi più effetto ascoltare le notizie di manifestazioni andate male, agenti che  sparano sui tifosi da una corsia all’altra dell’autostrada, Ispettori Capo uccisi allo stadio da ragazzini o piazze intitolate a ragazzi freddati da qualche poliziotto definito “troppo zelante” da giovanissimi neonazisti o superiori garantisti .Il periodo che stiamo vivendo è oltremodo complicato e spesso riuscire a capirci qualcosa è cosa molto ardua. Siamo quasi assuefatti dalla violenza tanto che, troppe volte, basta il punto di vista di qualcuno dice più saccente di noi, qualche immagine confusa, un racconto distorto passato in televisione a far radicare i noi la convinzione di avere tutte le verità in mano senza appunto distinguere che, solo di convinzione si tratta.   A questo proposito abbiamo chiesto a Raffaele Manco, giovanissimo regista, talento giovane, fresco, vitale di fare una chiacchierata con noi; il risultato di questa chiacchierata? Attraverso i suoi occhi e una macchina da presa, ci si rende immediatamente conto di come questo ragazzo, riesca a cogliere aspetti che chi è abituato a seguire solo le tv nazionali non può fare; il suo lavoro privo di filtri o influenze politico-sociali rappresenta le voci e le verità di coloro che troppo spesso, colpevoli solo di indossare un’ uniforme vengono etichettati come il nemico del popolo o il tirapiedi di Chiunque abbia messo radici su una POLTRONA GOVERNATIVA, senza nemmeno tentare di guardare “Oltre lo Specchio “.   “h24-Poliziotti allo Specchio” https://www.youtube.com/watch?v=_0LQgpudcok   Raffaele, in che modo credi che il tuo documentario, possa far riflettere il pubblico? Penso che il pubblico possa riflettere solo facendo un grandissimo atto culturale, di apertura mentale e di astensione dal proprio credo politico, qualunque esso sia. E soprattutto stare lontano dalla massa e dagli slogan. Il mio documentario affronta l’aspetto umano che c’è dietro la divisa e che è stato ormai dimenticato e maltrattato sia dall’opinione pubblica che dallo Stato. Sono uomini e donne che nonostante tutto continuano a rischiare la loro pelle per una situazione non creata da loro, ma dalla politica. Pattugliano le nostre strade, vivono nell’ombra e sottocopertura per fronteggiare la criminalità perché comunque, ed è necessario ammetterlo, la libertà non è un qualcosa di scontato.       Credi che il tuo lavoro, possa far cambiare opinione su quella che è oggi la fotografia italiana delle forze dell’ ordine, tendendo conto di eventi  quali “Diaz, Aldovrandi, Cucchi, Aprile Gatti ecc.”? La gente più che cambiare opinione sulle forze dell’ordine deve fare un passo indietro e rivalutare la propria posizione di cittadino. Inteso in senso di legalità. La stessa gente che condanna gli “sbirri” e gli lancia addosso di tutto è la stessa gente che però ha invocato la loro forza e violenza contro i tifosi del Feyenoord a Roma o dei NoExpo a Milano. Questa è ipocrisia. Infatti è anche un film sull’Italia. Stiamo vivendo una pagina molto buia della nostra Storia. Non c’è una guerra ma tanta ignoranza e intolleranza. I casi da te citati sono tutti assolutamente da condannare. Ma è la storia di sempre. Le mele marce non possono gettare fango su un’intera categoria. I protagonisti del documentario parlano delle loro vite ed esperienze, danno punti di vista e impressioni; Quello che però traspare dalle loro espressioni e dai toni usati, è mancanza di entusiasmo, come fossero rassegnati a  disillusioni e amaro in bocca. Sentendosi sempre “sotto esame” da parte dei cittadini, come possono, o meglio, come riescono a portare avanti il loro lavoro con dedizione e onestà risultando cosi spassionati? Beh tutta la parte finale è dedicata proprio a questo aspetto. E’ gente che ha scelto il proprio lavoro, sono feriti ma non rassegnati. E vanno avanti pensando a quegli ideali che li hanno spinti ad arruolarsi, diventando, come dice uno di loro, “impermeabili a tutto quello che di negativo arriva dall’esterno”. Alcuni agenti hanno dichiarato di sentirsi “Delegati della Politica” ci chiarisci meglio  questo concetto?  Quanto è giusto definirli Polizia della Casta? Di sicuro quelli che vanno in strada non sono Polizia della Casta. Non godono di alcun diritto speciale. Per “Delegati dalla Politica” s’intende che il governo fa danni, la gente protesta e le forze dell’ordine sulla linea del fuoco a fare da cuscinetto.  E’ opinione abbastanza diffusa che al giorno d’oggi i tutori delle forze dell’ordine rischino la vita più per proteggere politicanti responsabili della rovina del Paese piuttosto che difendere quest’ ultimo da organizzazione criminali quali Mafia, Camorra,  ‘Ndrangheta , riversando rancori e manganellate su gente onesta che paga le tasse. Mentre un tempo ci rimettevano la vita negli attentati di Cosa Nostra, oggi si devono difendere dagli  atti di disperati vessati da Equitalia. A parer tuo, qual è la strada da intraprendere dai rappresentanti delle forze dell’ordine , per ribaltare questa visione che la gente ha di loro? In che modo possono trasformarsi da “Sbirri” a “punti di riferimento”?  Diventeranno punti di riferimento quando non saranno più bersagli. La gente deve usare il cervello. Anche se arrabbiati, non dovrebbero lanciare bombe carta. Se sai che una zona è rossa e la manifestazione non può passare da lì cerca un modo diverso di protestare. Sono figlio della classe operaia, e sono un operaio anche io, arrabbiato, ma non vado in giro a sfasciare o lanciare sassi agli agenti. La violenza va analizzata antropologicamente. Chiediamoci: perché nessuno lancia sanpietrini ai politici o ai criminali? Eppure ne avrebbero di occasioni. Ma aspettano la manifestazione per sfogarsi solo sugli agenti e lo fanno nascondendosi nella massa. E’ questo forse il concetto moderno di rivoluzione? Perché non ci sono le stesse manifestazioni di protesta quando la criminalità organizzata ci nega la libertà o peggio ancora ammazza degli innocenti? E’ possibile secondo te per le istituzioni ritrovare una dimensione, un punto d’incontro con il popolo, soprattutto con i giovani che paiono essere i  loro più acerrimi nemici? Ci sono tanti giovani e tante persone che cambiano le cose senza usare la violenza. Le cose cambieranno davvero quando lo stesso popolo si farà garante della legalità. Questo è il paese delle scorciatoie ed è lì che le Istituzioni si incontrano con la corruzione. Che sapore ha per te, oggi la parola “Democrazia”? Non sa di niente. E’ qualcosa di labile ma che ci facciamo andare bene perché abbiamo il brutto vizio di pensare solo a chi sta peggio di noi. Cosa ti ha spinto a girare un documentario su un argomento così delicato, soprattutto in relazione al fatto  che esistono altre produzioni, che  mettendosi un po’ di traverso alla tua idea esprimono il concetto opposto? Le altre produzioni neanche le considero dal momento che per i loro film hanno goduto di fondi statali e dell’aiuto logistico, e non solo, delle stesse forze dell’ordine. Il mio è un film indipendente, me lo sono prodotto e girato da solo. Non è fiction ed è tutto vero. Tanto che le stesse Istituzioni non mi hanno agevolato per fare delle riprese al loro interno. Secondo te  esiste una sorta di “Educazione all’Odio” nei confronti della divisa oggi in Italia? Assolutamente sì. Ma non è indirizzata particolarmente a chi indossa la divisa. E’ un meccanismo mediatico che serve solo a confonderci tutti e su tutto. I talent show, i tanti programmi di cucina, le tribune politiche, ma per un film come h24 tutte le reti hanno risposto che non c’è spazio o che è di difficile collocazione. Possiamo affermare che “H24 Poliziotti allo Specchio” abbia l’intento di diventare documento di “Presa di Coscienza” dando modo di contestualizzare i fatti ed esercitare facoltà di giudizio escludendo i luoghi comuni?  Assolutamente sì. La gente ha dimenticato la lezione di Pasolini. Lo ripeto: ci vuole un grandissimo atto di umiltà per guardare h24. L’aver realizzato un documentario come “H24 Poliziotti allo Specchio” cosa ti lascia dentro? Tanta stanchezza. E’ stata dura per me e per chi c’ha messo la propria sensibilità nel realizzarlo. Ma di sicuro mi ha lasciato un senso di giustizia e legalità che non è fatto di eroi, ma di anti-eroi che conoscono la “verità” e nonostante ciò trovano la forza di andare avanti perché credono nel prossimo, più di quanto non facciamo noi stessi.  Ti ispiri a qualcuno quando realizzi i tuoi lavori? Se lo fai a Chi è Perché? Guardare film, conoscere persone, vivere certe esperienze, le più disparate, osservare: sono queste le cose che mi ispirano. Dal punto di vista tecnico penso a tanti autori diversi ma non per imitare il loro stile bensì per incoraggiare me stesso a seguire un mio linguaggio come hanno fatto loro, senza la limitazione di voler per forza piacere a qualcuno. Penso per lo più a registi come Frederick Wiseman o Errol Morris, ma c’è ne sono tanti altri. Raffaele, sei giovanissimo eppure hai già realizzato lavori maturi e impegnati, cosa ti ha fatto capire che nella vita avresti fatto il regista?  L’interesse per tante cose, fatti, luoghi e persone…e ho capito che con un certo cinema, soprattutto quello documentario, si creano le possibilità per conoscere diverse realtà e crescere come essere umano. Ci vediamo Presto,  Il Colpo, H24 Poliziotti allo Specchio, Italo, Lampara… a quale dei tuoi lavori sei più legato affettivamente? A quelli che mi hanno dato più filo da torcere come Il Colpo e naturalmente h24. In ” H24 Poliziotti allo Specchio”, qual è la parte che ti soddisfa di più? Il lungo silenzio di uno dei protagonisti quando dichiara che “il potere guarda dall’alto e se la ride…” Raffaele, Il tuo film preferito?  Platoon di Oliver Stone, il primo film che ho visto e di cui ho memoria. Avevo sei anni. Non a caso una frase all’interno del film mi è ritornata spesso in mente durante la lavorazione di h24: “sono uomini che stanno in fondo al pozzo e lo sanno”.   Il documentario “h24-Poliziotti allo Specchio”, raccoglie le testimonianze di cinque uomini, di cui tre a volto coperto, che operano nelle diverse forze di polizia, carabinieri ed altri corpi non dichiarati per motivi di sicurezza. Un lavoro, il loro, che non ha orari quando fai attività sotto-copertura e segui le vite degli altri, tanto da non averne più una propria. La difficoltà a lasciare fuori dalla porta di casa il malessere dopo una giornata vissuta tra le violenze di piazza e un intervento durante il turno di pattuglia. O semplicemente perché si crede nel prossimo e in quegli ideali di libertà ed uguaglianza a tutela di tutti. E' un ritratto umano di chi opera dietro la divisa e che affronta quotidianamente il peso e le scelte della politica, delle gerarchie, dell'opinione pubblica, delle bombe carta, il mobbing, il carrierismo, i suicidi, i propri diritti calpestati dalle stesse istituzioni che dovrebbero invece garantirli e tutelarli quei diritti. Lontani da ogni forma di strumentalizzazione o faziosità politica, raccontano il proprio lavoro, la loro vita privata e una condizione di solitudine che va man mano aumentando quando la stessa società li giudica come strumenti del potere o li identifica come criminali legalizzati a causa delle azioni violente di pochi. Le confessioni di questi personaggi diventano anche un momento di riflessione sull’Italia, su un paese spaccato e che non comunica più. Un documentario che vuole capire prima di entrare nei territori della condanna, della speculazione politica e di chi non vuole ascoltare. Perché, come dicono gli stessi protagonisti, è come in un film dove bisogna vedere l'inizio e la fine prima di giudicare.  Raffaele Manco è nato a Napoli nel 1982, laureato in “Studi Storici Teorici e Critici sul cinema e gli audiovisivi”. Ha lavorato come assistente alla regia e alla produzione per diversi spot, corti, film e documentari. Tra i suoi lavori come regista il cortometraggio “CIVEDIAMO PRESTO”, premiato da Roberto Faenza come Miglior Cortometraggio al Festival “Cinema e Psicanalisi 2009” e “IL COLPO” sui primi esperimenti di Guglielmo Marconi. Gira come regista e/o come operatore di ripresa e montatore diversi documentari per la RAI, CURRENT TV, SOLE24ORE e SKY, in Italia e all’estero. Ultimi lavori come regista i documentari “H24-POLIZIOTTI ALLO SPECCHIO”, “ITALO” e “LAMPARA” mentre come operatore di ripresa “RITRATTI ABUSIVI” di R. Montesarchio selezionato alla Festa del Cinema di Roma 2013, prodotto da RaiCinema e vincitore del “Premio Libero Bizzarri” 2014.  
I Syne, una nuova band italiana
Maggio 20
Andiamo alla scoperta di una band italiana nuova di zecca, formata da cinque giovani musicisti di Milano che, nonostante la loro età, hanno raggiunto un certo grado di maturazione a livello musicale, e ce lo dimostrano con le loro sorprendenti composizioni. Loro sono i Syne, il cui nome è un’abbreviazione del loro appellativo originale, Synesthesia(che è stato semplificato per renderlo più fruibile e d’impatto), ed è ispirato al “Manifesto del Sinestetismo” composto da 11 principi ben descritti sull’omonima pagina facebook della band.  In sostanza, ciò che spinge questo progetto è un intento molto singolare e sofisticato. Basandosi sulla teoria che l'udito (il cui elemento rappresentativo è il suono) e la vista (di cui il costituente fondamentale è il colore) siano i sensi più sviluppati nell'uomo, in grado di creare suggestioni più di tutti gli altri, i Syne si propongono diaccostare suono e colore nel modo migliore per ottenere l’effetto della sinestesia (che è appunto una “contaminazione”dei sensi nella percezione), generando delle sensazioni autentiche e pure in chi ascolta.   La loro è una perfetta fusione tra progressive rock e rock elettronico, che a tratti diventa psichedelico, e può rappresentare sicuramente un impulso positivo e originale per la scena musicale italiana contemporanea. Il loro primo album, Croma, è in uscita questo mercoledì 20 Maggio. Lo abbiamo ascoltato in anteprima e possiamo dire da subito che si tratta di un disco molto travolgente, eterogeneo nel suo complesso, ma tuttavia compatto nella sua varietà. Ci sono brani energici e rocamboleschi da cantare a squarciagola, a partire dalla traccia d’apertura VerdeMente; si passa poi,di tanto in tanto, a pezzi più intimistici e dal sound più tendente al folk come Cercami, il cui video è tra l’altro già stato diffuso dal sito Rockambula, in esclusiva. Emergono inoltre brani cupi e accattivanti come Witches e Yellow. Un disco che mira in alto, ad unire le molteplici sensazioni che i suoi brani producono, cercando di arrivare in modo diretto e coinvolgente alla mente dell’ascoltatore (e, almeno a nostro parere, ci riesce molto bene). Abbiamo intervistato i Syne per avere qualche informazione in più su questi interessanti e geniali artisti.  Ciao ragazzi! Innanzitutto presentatevi... Come vi chiamate, qual è la vostra età e cosa fate nella vostra vita ordinaria? Allora, chi siamo… Marcello (22 anni) è produttore e arrangiatore e suona chitarra, tastiere e canta; Mirko (22 anni), il chitarrista, è il secondo fondatore del gruppo, nella vita fa l’ illustratore; Simone (23 anni) suona il basso e, volendo, studia all’università; Giovanni (23 anni) limitato a suonare il computer è compositore e arrangiatore. Guglielmo (22 anni) si occupa di pestare i tamburi. Unico laureato, ha come vanto maggiore quello di non sapere leggere le note sul pentagramma (“perché non serve.”)  In che modo si è sviluppata la vostra passione per la musica?  Diciamo che ognuno viene da un'esperienza diversa. Gli aneddoti si sprecano ma li evitiamo in questa sede. Il retaggio famigliare ha comunque spesso giocato un ruolo centrale nell’indirizzarci verso la musica: in fin dei conti tutti ascoltiamo musica dalla culla. Come è nata l’idea di creare una band? I SYNE sono un progetto che affonda le sue radici nell’adolescenza di Marcello e Mirko. Poi sono arrivati in ordine Simone, Giovanni e Guglielmo. Poi c’è stato un momento in cui oltre ad essere semplici membri di un gruppo siamo diventati amici e questo ha secondo noi dato la marcia in più che serviva al progetto. Il nome della band, Syne (diminutivo del precedente nome, Synesthesia), deriva dal “Manifesto del Sinestetismo” e si basa in particolare su 11 principi, potreste spiegare questa cosa brevemente?Mentre all'inizio l'approccio alla sinestesia era più un obbligato, con il tempo siamo riusciti ad avere un atteggiamento più morbido nei confronti di questo modus operandi e il cambio di nome vuole in parte distaccarci da questo passato. Tutto questo per dire che il Manifesto, in fin dei conti, è rimasto solo in forma affettiva e oggi non ha grande significato per noi. Per il genere di musica che suonate, a metà tra il rock e l’elettronica, siete stati paragonati a band come i Bluvertigo. Cosa ne pensate? Avete qualche band in particolare o qualche artista che vi ha ispirati nella vostra attività? Per la questione Bluvertigo, ovviamente ci lusinga venir paragonati ad una band che ha rivoluzionato la musica rock italiana. Stranamente però non sono mai stati nostri diretti riferimenti musicali, nonostante apprezziamo molto il lavoro di Morgan e co. Per quanto riguarda chi ci ha ispirato, invece, possiamo elencare parecchi artisti. Si parte indubbiamente dai MUSE, soprattutto per la parte ritmica ed elettronica. Poi però ci siamo un po’ distaccati, o meglio abbiamo integrato la nostra musica con altre influenze musicali: da Massive Attack, Björk, Beatles, PorcupineTree, musica 8-bit fino agli Alt-J. Croma è il vostro primo lavoro discografico ufficiale, quali sensazioni provate all’idea di averlo realizzato? Croma è un qualcosa di nostro, frutto di duro lavoro. Vedere schiacciate in pochi millimetri cosí tante emozioni ed energie ci rende davvero orgogliosi. L’album è cresciuto insieme a noi: ci ha accompagnato dall’adolescenza fino ad un’età più consapevole. E questo si vede chiaramente nelle differenze di gusto e stile fra le canzoni. Però questo punto ci piace e rende fresco il nostro Croma. Quali sono le vostre impressioni a proposito? Cosa dovremmo aspettarci da quest’album? Crediamo in fin dei conti che il nostro album sia al contempo fruibile da tutti, ma un po’ complesso all’ascolto. Ci sono canzoni più leggere e altre un bel po’ più noise. Pensiamo che l’eterogeneità dell’album possa essere un punto di forza, nonostante capiamo che non tutti possono apprezzare questa scelta. Sperimentare vuol dire anche questo: provate a sentire Cercami e subito dopo Yellow per capire cosa stiamo cercando di dirvi… Ringraziamo i Syne per la loro disponibilità! Vi consigliamo di seguire i loro sviluppi sulla loro pagina facebook: https://www.facebook.com/syneEAE?fref=ts
Delitti contro l’ambiente: il sì del Senato
Maggio 20
Come si dice: “meglio tardi che mai”. Inquinamento ambientale, disastro ambientale, traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività, impedimento del controllo e omessa bonifica. Il senato approva con 170 voti favorevoli, 20 contrari, 21 astenuti il nuovo articolo 452 bis del codice penale, che punisce questi “delitti” contro l’ambiente con la reclusione da 2 a 6 anni e con multe fino ai 100 mila euro. Sono previste delle aggravanti: reclusione dai 5 ai 12 anni in caso di morte di persona, dai 4 ai 9 se ne derivi una lesione gravissima e dai 2 ai 7 anni se dall’inquinamento ambientale si constatano danni ad una persona.  In caso di ravvedimento operoso, cioè di impegno a evitare che l’attività illecita sia portata a conseguenze ulteriori, la pena sarà diminuita dalla metà ai due terzi. Inoltre sono annunciate attenuanti  in caso di commissione di nuovi delitti contro l’ambiente in forma associativa.                            Il delitto è commesso da chiunque abusivamente “cede, acquista, riceve, trasporta, importa, esporta, procura ad altri, detiene, trasferisce, abbandona materiale di alta radioattività ovvero, detenuto tale materiale, lo abbandona o se ne disfa illegalmente”. Un provvedimento che si attendeva da decenni, una vittoria epocale per tutti quelli che combattono, ogni giorno, la guerra per la giustizia, non per la legalità. La legalità, in fin dei conti, è solo una parola, la giustizia  invece dà adito ai diritti: diritto alla vita, diritto alla salute. Ciò che è stato approvato in Senato non è solo una nuova legge ma è una piccola rivincita di tutti coloro che hanno vissuto sulla “propria pelle”, coloro che ci sono ancora e coloro che non ci sono più, i danni creati dall’uomo nei confronti dell’ambiente. È la conquista di tutti coloro che  hanno fiducia nel diritto, nell’educazione ambientale, di coloro che mettono a rischio la propria vita pur di non far emergere solo la parte negativa della propria terra, di coloro che davanti a soprusi continui non si arrendono e non si fanno atterrare dalle ormai dilaganti forme di  immoralità e di prevaricazione. È la vittoria della parte sana del paese, quella che ci crede ancora. È il trionfo del “mai più eternit”. Ci troviamo dinnanzi ad un piccolo livello raggiunto, la vetta è sicuramente ancora molto distante. Questa legge sarà però un’arma in più per difendere la nostra terra, una possibilità che forse ci potrà aiutare a voltare pagina e ad intraprendere un nuovo capitolo della nostra storia all’insegna della giustizia e di riverenza nei riguardi dell’ambiente. Ad maiora.
World Press Photo: Mads Nissem vince la cinquant’ottesima edizione
Maggio 19
Una stanza buia, sulla sfondo una finestra coperta da una tenda, al centro due uomini in un momento di intimità: uno, disteso con gli occhi chiusi, l’altro, curvo sul primo con uno sguardo intenso e con le mani si sfiorano. E’ questo ciò che vediamo quando osserviamo la fotografia vincitrice della cinquantottesima edizione del World Press Photo, uno dei più importanti riconoscimenti nell’ambito del fotogiornalismo.    Ogni anno, infatti, una giuria formata da esperti internazionali è chiamata a giudicare migliaia di fotografie provenienti da tutto il mondo. Quelle vincitrici costituiranno la mostra finale e saranno pubblicate nel libro che l’accompagna. Un’ottima opportunità sia per gli addetti ai lavori, sia per “gli spettatori” che potranno godere delle immagini che hanno documentato gli avvenimenti del nostro tempo.   Quest’anno le immagini giudicate sono state 97.912, inviate da 5.692 fotografi professionisti di 131 diverse nazionalità, per otto diverse categorie: spot news, notizie generali, storie d’attualità, vita quotidiana, ritratti, natura, sport, progetti a lungo termine. Sono stati premiati 41 fotografi di 17 diverse nazionalità: Australia, Bangladesh, Belgio, Cina, Danimarca, Eritrea, Francia, Germania, Iran, Irlanda, Italia, Polonia, Russia, Svezia, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti. Nove i fotografi italiani vincitori: Fulvio Bugani, Turi Calafato, Giulio Di Sturco, Paolo Marchetti, Michele Palazzi, Andy Rocchelli, Massimo Sestini, Gianfranco Tripodo e Paolo Verzone.                                Ma torniamo alla fotografia vincitrice. Scattata da Mads Nissen, giovane fotografo danese, è parte di un reportage sull’omofobia realizzato dal fotografo stesso in Russia; tema alquanto delicato in un paese dove qualche hanno fa fu varata la “legge anti-gay”. Un’immagine abbastanza forte se si pensa alla condizione che queste persone devono affrontare ogni giorni, il dover essere accettati perché considerati diversi, considerati malati e il potersi amare soltanto all’interno di quattro mura.  In un intervista a La Repubblica il fotografo danese racconta come nasce questa fotografia e più in generale il reportage intero affermando di aver assistito ad una scena terribile che aveva come protagonista una ragazzo ventitreenne il quale aveva deciso di dichiarare la sua omosessualità consapevole dei rischi che poteva correre. Un giovane ≪gli urla “Sei un frocio, cazzo?” e quando si sente rispondere tranquillamente “Sì, sono omosessuale” lo colpisce al volto con un pugno, pieno di odio≫. Da qui l’indignazione per quel gesto, per la “situazione generale” che porta Mads Nissen a documentare non solo quell’aggressione, ma a realizzare una vera e propria inchiesta sui diversi e molteplici, nonché complessi aspetti dell’omofobia in Russia.      Se si osservano con attenzione le fotografie realizzate dal fotografo danese si comprende come da ci siano testimonianza del loro mondo difficile sempre alla ricerca dell’accettazione per “vivere in pace” soprattutto con se se stessi. Ed è lo stesso autore a spiegarlo al giornalista de La Repubblica, Roberto Mutti: ≪ [ … ] Ho visto violenti attacchi di gruppi omofobi che rapiscono i gay, li torturano per ore, filmano le loro azioni e le postano sui social media; ho visitato un carcere dove sono imprigionate persone finite lì a seguito di una nuova legge che condanna i gay≫. [ … ] ≪A un certo punto (però) ho sentito il bisogno di scattare alcune immagini diverse e sono andato alla ricerca di quello che è essenzialmente l'amore, cioè il desiderio che lega due persone, indipendentemente dal loro orientamento sessuale. Sono stato presentato a Jon e Alex, due giovani di 21 e 25 anni attivisti della comunità gay che avevano una relazione: abbiamo chiacchierato fuori da casa loro bevendo birra e alla fine mi hanno invitato nella loro camera da letto accettando di essere ripresi. Per me questa immagine è un'opportunità per guardarci dentro e chiederci se siamo abbastanza tolleranti≫.      La mostra sarà visitabile fino al 22 maggio 2015 al Museo di Roma in Trastevere e le fotografie pubblicate in un catalogo edito da Contrasto.      http://www.worldpressphoto.org/collection/photo/2015   http://www.madsnissen.com/
Cane trainato dal trattore?!? Solo un grande malinteso.
Maggio 18
Qualche settimana fa è stato caricato su Facebook un video che ha indignato e sollevato numerose polemiche. Il filmato in questione ( https://youtu.be/Ji2u6ptjQyY ) è eloquente. Si vede chiaramente un cane legato ad un trattore correre per qualche metro. Ovviamente la ripresa è amatoriale, fatta da un comune cittadino, quindi non trattandosi di un professionista dell’informazione, il tutto presenta diverse lacune. Infatti, viene documentato solo l’episodio in sè, ma non viene concesso al contadino il diritto di replica nè vengono chieste spiegazioni di sorta. La realtà è ben diversa, pare si sia trattato solo di un incredibile malinteso, come spiega chiaramente il video sottostante, gentilmente concessoci in esclusiva. Il cane sta bene. Ha una sua cuccia ed è stato registrato così come prevede la legge. Una brutta storia, risolta per fortuna nel migliore dei modi. Purtroppo però, resta l’amaro in bocca se si pensa con quanta superficialità si è messo alla pubblica gogna, un uomo colpevole solo di una disattenzione. Ancora più triste è sapere che alcune testate, senza verificare o semplicemente ascoltare la controparte, hanno pubblicato il video per una manciata di visualizzazioni. Questo è il tipo di giornalismo che fa male alla categoria.
“Maraviglioso Boccaccio”. Boccaccio: Tra i Taviani e Pasolini
Maggio 18
I fratelli Taviani firmano il loro ultimo lavoro registico adattando a film la principale opera letteraria di Bocaccio: il Decamerone. Dieci giovani, sette donne e tre uomini, per sfuggire alla peste che affligge Firenze in un periodo storico da datarsi tra il 1349 ed il 1351, si riuniscono in una casa di campagna alle porte della città fiorentina, per dieci giorni, raccontandosi, a turno, una novella a testa ogni giorno: storie umoristiche, bucoliche, d'amore e di sesso, nell'intento di allontanare il pensiero della peste e della morte. Delle cento novelle di cui si compone il Decamerone bocacciano, i fratelli Taviani ne mettono in scena cinque, ognuna con toni diversi: talune storie più drammatiche ed intense, come quella che vede protagnista il conte Federico degli Alberighi e il suo falcone o quella dei giovani amanti, Ghismunda e Guiscardo, osteggiati e tragicamente puniti dal padre della ragazza, il principe Tancredi; talaltre più spensiarate e leggere, quali l’episodio dello scherzo ai danni di Calandrino o quello delle suore peccatrici nel convento (episodio noto come “la badessa e le brache del prete”) dai toni addirittura comici. Gli attori utilizzati dai fratelli Taviani per interpretare i personaggi delle cinque novelle sono (quasi) tutti di comprovata notorietà e bravura: R. Scamarcio, J. Trinca, L. Arena, K. Smutniak, K.R. Stuart, M. Riondino, V. Puccini, P.Cortellesi; a differenza, invece, dei dieci giovani novellieri riuniti nella casa di campagna alle porte di Firenze, interpretati da attori ed attrici giovani, sconosciuti al grande pubblico. In tutti gli episodi fa capolino lo stile boccacciano, raprresentato dalla vulgata del tempo, dallo spirito semplice e bucolico dei personaggi, dai riferimenti erotici, dalla mano asciutta dei racconti, dai costumi chiaramente rferiti alle usanze dell’epoca; ma, ciò nonostante, l’anima del Boccaccio non si manifesta mai a pieno, con l’intensità e la forza che le è propria, lasciando allo spettatore la sensazione di qualcosa di incompiuto, quasi di superficiale. Anche la presenza dei su menzionati attori, ad eccezione dell’ indovinata interpretazione K.R. Stuart nel ruolo dello stutpido e per questo befeggiato Calandrino e della divertenete quanto “moderna”  P. Cortellesi nel ruolo della badessa del convento, non riesce ad imprimere potenza espressiva alle immagini né vitalità   al racconto: frutto, tutto ciò, di una regia, a tratti, scilaba (volutamente?) e forse troppo lieve.  A sottrarre fluidità e pathos al film, la scelta, non condivisibile, dei registi, di intervallare il racconto degli episodi delle novelle con le scene di vita dei ragazzi all’interno del casale di camapagna. Il giudizio su Maraviglioso Bocaccio, riesente peralto e inevitabilmente in negativo, del confronto con il Decameron del Maestro P. Pasolini. Pasolini utilizzò per il suo Decameron, uscito sul grande schermo nel 1971, nove novelle del Boccaccio, ambientandole non nell’originaria e borghese Firenze ma nella Napoli plebea, volendo il regista sfruttare la spontaneità, la vivacità  e la “veracità” del “popolo” napoletano, ancora scevro, a suo dire, dai comportamenti ipocriti e ripetitivi della borghesia italiana.   Qui, infatti, la vitalità dei personaggi, la loro forza istintiva, l’eccesiva semplicità e spontaneità degli atteggiamenti tali da sembrare grottesche, emergono senza incertezze, manifestate da attori capaci di una espressività naturale e fuori dal comune: N. Davoli, A. Luce, F. Citti, lo stesso P. Pasolini. Qui lo spirito boccaccesco trova piena realizzazione.  Qui si verifica quella catarsi (viscerale) dalla realtà - in senso inverso, verso “il basso”, potremmo dire - che le novelle del Boccaccio auspicano per i propri lettori. Meraviglioso Boccaccio dei Taviani è dunque un’interpretazione mal riuscita dell’opera del Boccaccio? Oppure Meraviglioso Boccaccio dei Taviani e Decameron di P. Pasolini sono soltanto interpretazioni differenti? A ognuno il proprio giudizio!
L'eterno riposo, in scena al Teatro Roma di Roma
Maggio 18
“L’eterno riposo” è uno spettacolo teatrale di Roberto D’Alessandro e Renato.Giordano , regia di Renato Giordano, con Roberto D’Alessandro, Gabriella Silvestri, Enzo Casertano,Caterina Gramaglia, in scena fino al 24 Maggio al teatro Roma di Roma.   Quando un matrimonio si fonda sull’affetto, stima e rispetto tutto diventa semplice  e se l’Amore è vero  supera anche la prova della morte. Quando perdiamo il compagno/a di una vita proviamo un dolore forte, terribile  oltre ogni limite. Un piccolo sollievo a tutto questo dolore e poter piangere sulla tomba del proprio caro magari tutti i giorni facendo diventare il cimitero  parte di noi. Così decidono di fare  Cataldo (D’Alessandro) e Allegra( Silvetri) provati nel fisico e soprattutto nell’anima dalla grave perdita. Il sipario si apre e lo spettatore ascolta le lamentele e il dolore di un Caltaldo piangente per l’imprevista scomparsa della moglie Vittoria, a causa di un incidente verificatosi a Parigi, che per  l’uomo era moglie, tuttofare e perfetta badante gratuita. Non terminiamo di sorridere del dolore di Cataldo quando in scena appare la bella e elegante Allegra, ricca vedova di Fortunato, anch’egli scomparso a Parigi,che non esita a spendere qualsiasi  risorsa per rendere gradevole e lussuosa la tomba del marito Se i due protagonisti appaiono inconsolabili e innamorati  ecco spuntare Pasquale( Casertano) il custode del cimitero, uomo più dedito a farsi i propri interessi e affari piuttosto che curare le tombe dei defunti. Una commedia che strizza l’occhio al bel film “Aspirante vedovo” con Alberto Sordi e Franca Valeri, ma  come se fosse però un sequel, si perché come  dice il vecchio proverbio “mai fidarsi delle apparenze” perché piano piano lo spettatore comincia ad avere più di qualche sul sincero dolore dei i due vedovi  e che soprattutto forse  hanno qualche responsabilità sulla morte dei loro cari , anche perché una misteriosa e stravagante ragazza dall’accento francese che scopriremo chiamarsi Brigitta (Gramaglia) si diverte a seminare strani doni sulle tombe e ad osservare le reazioni dei due protagonisti. Così facendo diventare nel secondo tempo la commedia una sorta di noir non facendo però venire veno l’aspetto vivace e ironico. Un testo semplice, pulito, divertente,mai volgare che regala una buona dose di sorrisi e spensieratezza allo spettatore e nello stesso tempo  divertenti e incisivi pillole di saggezza. La regia è solida e di buon livello  soprattutto di dirigere con efficacia l’intero cast esaltandone le doti comiche mantenendo  nel complesso un discreto ritmo narrativo. Menzione speciale per Caterina Gramaglia che ormai seguiamo da tempo e ancora una volta ha confermato la sua poliedricità, talento e vivacità artistica e recitativa tali da meritare palcoscenici sempre maggiori e importanti. Il finale  forse un po’ stiracchiato e prevedibile comunque risulta in linea con la storia lasciando sorridente lo spettatore e invitandolo a non far arrabbiare il proprio partner per evitare spiacevoli reazioni.
Omicidio in pieno centro
Maggio 18
Gennaro Fittipaldi, 24 anni, pregiudicato, è stato ucciso con un colpo alla testa questa mattina in pieno centro di Napoli, nelle immediate vicinanze dell'Università, in zona Calata Porta di Massa. Si trovava nell'androne di un palazzo, per cui non ci sono molti dubbi sul fatto che si sia trattato di una vera e propria esecuzione. Era stato arrestato nel 2010. Non potevamo trascurare questa notizia di così grande rilevanza per la nostra città, che non può che destare preoccupazione, specialmente a seguito del tragico episodio di Secondigliano. Comprensibile è stato lo sgomento tra la folla che anima la zona universitaria. L'ennesimo episodio di criminalità che sottolinea l'esigenza di un intervento finalizzato a garantire la sicurezza dei cittadini.
Humans of … Napoli e New York unite nella fotografia
Maggio 17
Cosa hanno in comune Brandon Stanton e Vincenzo Noletto? Sono due ragazzi accomunati dalla stessa esperienza di vita ad un certo punto della quale decidono di dedicarsi anima e corpo alla loro passione, alla fotografia.   Brandon Stanton, americano di nascita, inizia a lavorare nel 2008 come agente di borsa e quando, due anni dopo, perde il lavoro, decide di reinventarsi, decide di voler di realizzare una sorta di censimento visivo degli abitanti di New York.    Così, con la sua macchina fotografica in spalla, si aggira per la città, scatta le foto e le inizia a pubblicarle in rete con il nome Humans of New York.    La sua idea si affina man mano che va avanti con il progetto: accanto alle fotografie inserisce una descrizione, un aneddoto, una breve storia dei protagonisti.   Bambini, mamme, anziani, professionisti sono solo alcune delle “categorie sociali” che troviamo negli scatti del giovane fotografo, scatti che nel frattempo diventano non solo fenomeno virale con circa otto milioni di seguaci, ma anche un bestsellers.               Vincenzo Noletto, di origini campane, invece, dopo aver lavorato per quattro anni come addetto alle vendite in una nota catena di prodotti di elettronica, si ritrova disoccupato e, come Stanton, “approfitta” del momento per dare sfogo alla sua “simpatia” per la fotografia. Parte. Destinazione Irlanda.    Appena rientra in Italia, inizia a “mettere in rete” i suoi scatti imbattendosi nel progetto del collega, Humans of New York. Da qui l’ispirazione: realizzare la stessa cosa, a Napoli, quella città che si trova esattamente sullo stesso parallelo di New York, il quarantunesimo. Segno del destino? Forse.    Il progetto di Vincenzo Noletto, però, presenta una caratteristica diversa. Per creare un legame tra chi chi è stato fotografato e chi, poi, osserverà quelle fotografie, l’autore decide di rivolgersi al suo protagonista con quattro domande che nessuno si è mai sentito rivolgere da uno sconosciuto: qual è la cosa più bella che hai fatto nella tua vita? Qual è la cosa più brutta che hai fatto nella tua vita? Cosa ami fare? Cosa odi fare?    Domande, queste, che ≪aprano una finestra sulla loro vita e che fungano da ponte, a chi guarda, per entrare nel cuore della loro “umanità”≫.   Dopo di che, parte il click.                      http://www.humansofnaples.it/   http://www.humansofnewyork.com/
Intervista a Giuseppe Balirano, Coordinatore Scientifico del Simposio "Masculinities and Representation"
Maggio 16
Uno degli aspetti più interessanti delle humanities è la straordinaria ricchezza di teorie e progetti di studio e ricerca; da sempre fucina di idee, "L'Orientale" si conferma in questo senso una delle realtà più importanti non solo in ambito italiano, ma mondiale. Abbiamo incontrato il Professor Giuseppe Balirano, del Dipartimento di Studi Letterari, Linguistici e Comparati, per parlare del Simposio Internazionale "Masculinities and Representation" di cui è coordinatore scientifico.   Come nasce l'idea del Simposio Internazionale "Masculinities and Representation"?Dopo tanti anni di studi linguistico-letterari sulla rappresentazione al femminile, ambito in cui l'Orientale è pioniere, siamo oggi un po' più maturi e ci sentiamo pronti ad affrontare il concetto di mascolinità, o meglio, del maschile in generale, senza la tendenza ad autocolpevolizzarci. Cerchiamo di mettere in luce attraverso la rappresentazione, quello che è un sentire quotidiano, scevro dagli stereotipi del passato: tramite le rappresentazioni si possono infatti restituire immagini, positive o negative, che semplificano la realtà e svolgono una funzione normativa. È un progetto che nasce dal nostro centro studi I-LanD (che sta per Identità, Diversità e Lingua), una realtà fondata da un paio di anni, che coinvolge differenti atenei. Oltre L'Orientale, promotore, ci sono l'Università di Cagliari, di Catania, di Sassari, del Sannio, del Molise, di Salerno e la Seconda Università di Napoli. L'idea è di iniziare uno studio dal punto di vista linguistico, attraverso la rappresentazione: abbiamo un convegno annuale, "Languaging Diversity", che si è già tenuto a Napoli e a Catania e, nell'attesa della terza edizione (nel 2016 a Macerata) ,abbiamo pensato di inserire questo mini simposio. Ci saranno ospiti internazionali, come Paul Baker, professore di Linguistica all'Università di Lancaster, che si occupa della linguistica dei corpora e ha lavorato molto nella prospettiva dei gay studies, Tommaso M. Milani dall'Università di Johannesburg e Delia C. Chiaro, professore ordinario di Lingua e Linguistica Inglese a Forlì, nonché uno dei maggiori esperti internazionali sulla traduzione audiovisiva e gli Humour Studies.   Confesso che, mea maxima culpa, si tratta di un tipo di Studies nei quali non mi sono mai imbattuto, né qui all'Orientale né a Torino. Parliamo quindi di qualcosa di nuovo?Si tratta di una novità assoluta: dopo anni di femminismo, specialmente qui all'Orientale, si comincia a pensare al maschile in modo diverso, al di fuori di quella simbologia che vede il maschio come violento e cattivo. Si tratta di un maschile non egemonico, una rappresentazione che riguarda tanti di noi e che spesso è rimasta silente.   Gli Studies non si limitano quindi alla letteratura? No, anzi dal momento che lavoriamo in ambito di linguistica, e non su testi letterari, la rappresentazione sarà vista a 360º. Ciò vuol dire che anche cinema, televisione, stampa, giornalismo in generale, new media, arte e storia saranno oggetto di studio. Benché al di là dell'Italia ci siano molte iniziative, oltre alle già menzionate Lancaster e Johannesburg, qui non c'è nulla del genere, e anche per questo motivo siamo contenti che I-LanD esamini un aspetto nuovo della diversità e della sua rappresentazione.   Si tratta dunque di un progetto ambizioso. Sono coinvolti altri soggetti?Oltre al Dipartimento dell'Orientale con i suoi fondi, abbiamo avuto il patrocinio dell'AIA, l'Associazione Italiana di Anglisti che ne sposa le due, anzi tre anime (lingua, letteratura e cultura), del CRILL (Centre for Research in Language and Law) e del Comune di Napoli.   Come e dove si svolgerà il Simposio?Il Simposio si svolgerà il 22 e 23 maggio. Il Comune, nella persona dell'Assessore alla Cultura ci ha dato la prestigiosa Sala del Capitolo del Complesso di San Domenico Maggiore. Inoltre, alla fine della prima giornata ci sarà, per la prima volta, un evento sociale nella Chiesa della Fondazione del Real Monte Manso di Scala, completamente ristrutturata. Marsha De Salvatore, una talentuosa performer italo-americana affetta da anemia mediterranea, metterà in scena il suo DM55 Because You Can't Get Blood From A Stone, uno spettacolo dallo humour estremamente particolare, al quale il pubblico italiano non è molto avvezzo, si ride infatti attraverso le lacrime (cosa che qui potrebbe essere percepita come profanazione del dolore!). L'autrice mette in scena la sua vicenda umana: nonostante i medici le dissero che la sua vita sarebbe stata breve, è arrivata a quarant'anni e, tramite la sua arte e la rappresentazione del suo dolore, aiuta gli altri a ridere, mostrando loro che c'è sempre speranza. Il simposio si chiuderà sabato 23 nella Sala del Capitolo con la plenaria di Delia C. Chiaro e con una rappresentazione chiamata The Time of Tinder (dal nome dell'app di incontri), in cui De Salvatore mette in scena la debolezza dell'uomo contemporaneo, incapace di costruire un rapporto se non attraverso un'applicazione.   È previsto un costo d'ammissione?No. Perché è gestito e voluto dall'I-LanD. Solo la rappresentazione del venerdì, benché non a pagamento, prevede un invito, dal momento che la Chiesa è molto piccola, circa 60 posti.   L'Orientale organizza periodicamente incontri e conferenze estremamente interessanti. Come fare per rimanere sempre aggiornati?Dalla Home Page del nostro sito www.unior.it si clicca su "Ricerca", quindi "La ricerca" e infine "Convegni".Lì si trovano tutti gli incontri organizzati dall'Orientale.   Che consiglio darebbe a chi volesse interessarsi ai "Masculinity Studies"? Esistono dei testi fondamentali?Gli unici testi in ambito linguisitico sono di matrice anglosassone e non sono tradotti in italiano. Tra questi spunta quello di Tommaso M. Milani di Johannesburg dal titolo Language and Masculinities, un raccolta di saggi pubblicati dalla Routledge. Poi c'è Sexed Texts: Language, Gender and Sex di Paul Baker, oppure Gender and Humour: Interdisciplinary and International Perspectives di Delia C. Chiaro, e... Altro non c'è! Anche per questo motivo il simposio sarà interessante!   Per informazioni:   http://www.unior.it/ricerca/12887/3/masculinities-and-representation.html
"Il Porto Proibito": una sorpresa italiana!
Maggio 14
Il Comicon e tutte le fiere del fumetto sono sempre un'ottima occasione per incontrare i nostri fumettisti preferiti. Lunghe file, che sembrano interminabili, per aver una loro firma, un loro disegno: alcuni sono sempre gentili e disponibili, altri, invece, sembrano quasi infastiditi. Questi eventi non sono soltanto luoghi d'incontri, sono anche una fonte inesauribile di opportunità... come quella di scoprire nuovi fumetti e Graphic novel, di artisti che non abbiamo avuto modo di conoscere fino ad allora. Girando tra gli stand dei grandi editori, ho notato quello della Bao Publishing, e sono stata colpita e rapita dalla copertina di un libro. L'immagine di una donna dai bellissimi capelli rossi, con occhi ricolmi di malinconia, che guarda un magnifico veliero a vele spiegate che solca i mari. Un disegno che non ha colpito soltanto me, ma tantissime altre persone al Comicon, tanto che le copie sono andate a ruba! Il Porto Proibito è un romanzo a fumetti creato dalla coppia consolidata, nella vita e nel lavoro, Teresa Radice e Stefano Turconi. Si tratta di un'opera a tema marinaresco, le cui tavole sono in bianco e nero a matita. Non c'è che dire, una scelta vincente ed appropriata, uno stile un po' "sketchy", che si sposa perfettamente con le vicende narrate e che sembra amplificare le emozioni trasmesse al lettore man mano che legge le pagine del libro. Il protagonista si chiama Abel ed è un giovane di età non precisata, che si risveglia in un luogo a lui sconosciuto senza sapere chi sia e perché si trova lì: ha perso la memoria e per questo è intenzionato a capire cosa gli sia accaduto. È una storia brillante sulla ricerca e sulla voglia di riscattarsi; lungo il suo cammino conosce tanti personaggi, ognuno con un background ricco di dettagli. Come Rebecca una prostituta che gestisce il Pillar to Post e che ama le poesie, tutte tratte dai libri dei grandi romantici inglesi, Blake, Coleridge, Wordsworth, Conrad e Stevenson. Sarà proprio lei a guidare Abel e ad aiutarlo nella sua impresa, come Virgilio con Dante.   Una storia originale, fresca, ricca di colpi di scena che possono creare dipendenza.. sentirete il bisogno di sapere cosa succede man mano che vi porterete avanti nella lettura! Il successo di questa graphic novel è la prova che l'Italia sforna grandi artisti di talento e che finalmente sono messi in risalto. È innegabile che il successo di Zerocalcare abbia aperto gli occhi non solo ai lettori ma anche ai media,ed è proprio per questo bisogna incentivare e sostenere i nostri artisti, che creano fumetti straordinari, che non hanno nulla da invidiare a quelli giapponesi o di altri Paesi.  
Kurt Cobain, l'album di inediti in uscita quest'estate
Maggio 14
A circa 21 anni dalla sua prematura scomparsa, Kurt Cobain, genio indiscusso della musica e leader dei Nirvana, fa ancora parlare molto di sé e della sua breve ma intensa esistenza. Poche settimane dopo l’uscita al cinema di Cobain: MontageofHeck, documentario incentrato sulla vita del cantautore, è stata annunciata la pubblicazione nella prossima estate 2015 di un CDdi brani inediti interpretati dal lui stesso. A darne l’annuncio è stato lo stesso Brett Morgen, regista del docu-film, il quale in un’intervista recente ha dichiarato: “Quest’album, vedrete, sarà una sorpresa per il pubblico. Non è un album deiNirvana, è solo Kurt. E lo sentirete fare cose che mai avreste pensato potesse fare” aggiungendo, inoltre, spiegando le motivazioni di questa iniziativa “Avevo finito il film e c'era tutta questa musica, ho iniziato a lavorarci perché pensavo fosse un buon complemento per l'opera, ma non ho interessi economici a proposito. L'ho assemblato io stesso e l'ho passato ad altre persone”. Il regista, per compiere l’impresa, ha dovuto mettere mano ad oltre 200 ore di registrazioni contenute in oltre 107 musicassette, e pare, tra l’altro, che Frances Bean Cobain, figlia di Kurt e di Courtney Love, abbia partecipato con orgoglio alla realizzazione di questo album solista del padre.  Il progetto ha un che di discutibile se consideriamo che per Kurt il successo raggiunto con i Nirvana e con il loro punk sporco e viscerale, era stato devastante;  lui non voleva nulla di tutto ciò, non l’aveva mai cercato e l’unica cosa che voleva, benché fosse diventato ricco e famoso,era sparire.  Allora, come negli altri casi simili a questo, viene da chiedersi fin dove arrivi il margine di mecenatismo musicale e dove inizi invece l’interesse strettamente economico per lavori dal valore inestimabile come quello inedito di Kurt.  In ogni caso, è certo che ai fans di Cobain non può che far piacere ascoltare materiale ancora vergine nato dalla mente creativa del compianto artista; ogni volta è come ritrovare una parte diversa di lui in qualcosa, per poi rendersi conto che quel colpo di fucile sparato nell’aprile del 1994 non lo ha mai ucciso per davvero.  Morgen, a proposito dell’album ha detto: “Vi sembrerà di vivere un caldo giorno d’estate, a Olympia (Washington): i violini che suonano e Cobain al vostro fianco. E' un disco che ti fa sentire come se stessi a casa con Kurt, guardandolo mentre crea. Ti permette di intercettare una parte di lui nel senso più positivo del termine e con una grande sensibilità” Al suo interno, tra l’altro, dovrebbero essere contenute anche delle parti parlate e una cover di “And I love her” dei Beatles(band da lui amata fin dall’infanzia),della quale gira già on-line il video.  Insomma, per quanto sia condannabile come scelta mediatica, questo CD potrebbe essere un altro modo per cogliere l’intimo dell’anima fragile che si è sempre nascosta dietro la grandiosità di un inimitabile artista, che ha ispirato una generazione intera con la sua musica. Non ci resta che aspettare e vedere cosa accadrà.  
MyTopTweet110
Maggio 12
"Tremate, tremate gli Avengers son tornati". Questa settimana come un uragano si è abbattuta sui Box Office di tutto il mondo la nuova pellicola sui Vendicatori più famosi del pianeta: “Avengers: Age of Ultron”. Gli incassi al botteghino sono stati davvero impressionanti: 15.198.829 solo  in Italia, mentre in America 312.589.000 e pensate che questi sono i dati aggiornati all’8 maggio!! Non vi dirò assolutamente niente sulla trama del nuovo film per evitare qualsiasi spoiler per chi non l’avesse ancora visto, mi limiterò a indicare i personaggi più apprezzati. Non hanno deluso le aspettative i fratelli più affettuosi di sempre: Thor e Loki, che hanno regalato dei momenti davvero epici al pubblico. E poi diciamocela tutta, alcuni eroi se lo sognano il fan club che ha Loki!! Come non nominare poi il più spaccone di tutti: Mr Tony Stark. Dico solo Hulkbuster e  qui mi fermo per non svelare troppo!!! E poi tutto il pubblico, me compresa, non vede l'ora di sapere cosa combinerà insieme a Capitan America nell’ancora più atteso sequel “Captain America: Civil War”. Grande successo infine per i nuovi “cattivi” che hanno fatto la loro comparsa: Ultron in primis ma anche tanti apprezzamenti per i gemelli Pietro e Wanda Maximoff. Insomma se non si è capito, vi sto consigliando di andare assolutamente a vedere questo film!!   #AvengersTopTweet:   The JackaL: Ma a voi è piaciuto #AgeofUltron? #greenblock TheOscarface: Anche gli Avengers si sono #minionizzati Terry: AvengersMeme’s #LokiDaft Glader: Vanda e Pietro NRJ12: la famiglia Smith in modalità Avengers Troll in Football: Avengers, la #CivilWariniziòcosì Mauro@Pezzi: Il cartello “ascensore fuori servizio” non serve quando c’è Thor nel palazzo. Minifigures Display: Lego Marvel Super Heroes Il bar del fumetto: #Marvel #Avengers #AgeofUltron come dargli torto.. Sceglifilm.it: si dice che nel prossimo film degli Avengers ci sarà l’upgrade del martello di Thor Eccolo in anteprima assoluta. Alla prossima!!  
"La voce umana" di Jean Cocteau, solitudine e ricordi al Teatro Sala Uno - Roma
Maggio 12
La voce umana è uno spettacolo teatrale di Jean Cocteau , con la regia e Idea scenica di Viviana Di Bert, con Gloria Annovazzi, in scena fino al 10 Maggio al teatro Sala Uno di Roma.   Anche i grandi amori a volte finiscono, eppure non riusciamo mai a rassegnarci all’idea della solitudine. Così ogni scusa è buona per vedere, sentire, toccare il nostro ex. Per amore siamo disposti a tutto, anche a gesti estremi, per lo più solo annunciati, magari al telefono. Telefono che può  diventare prezioso alleato e nello stesso tempo croce e delizia di una relazione,amplificando ogni sentimento e spesso  spezzando  le illusioni e le residue speranze di una coppia. Un telefono e un'anziana ed elegante donna (Annovazzi) sono i protagonisti di questo monologo teatrale , un “ever green” nel corso degli anni per il teatro.. Una donna sola e triste  nella sua casa  che si aggrappa al telefono per poter sentire ancora il suo amato . Un  amore concluso, ma ancora vivo nell’anima e nelle carni della donna che durante la telefonata cerca in tutti i modi di convincere lo spasimante a tornare da lei. Evocando ricordi,episodi di vita comune,  alternando   vari stati d’animo per cercare di scuotere l’uomo dalla sua decisione. Una fine di un amore che rappresenta per la donna anche la fine della propria vita facendole minacciare il gesto estremo. Seppure il testo  sia un“classico” risulta asciutto e diretto anche se personalmente mi ha coinvolto solo in parte, forse per un tipo di scrittura e di resa scena legati troppo alla forza della parola a scapito di una recitazione scarna e  dinamismo scenico quasi assente  Una recitazione, quella di Gloria Annovazzi sicuramente intensa, forte e avvolgente mettendo in scena anima e corpo fino al punto di denudarsi letteralmente per mostrare allo spettatore il travaglio interiore del suo personaggio. La regia è semplice,lineare esaltando le doti artistiche dell’attrice però non garantendo sempre vivacità e ritmo allo spettacolo. Un amore  finisce quando non si ha più nulla dirsi e in questo  caso quando cade la linea del telefono, lasciandoti solo in compagnia del silenzio e dei tuoi ricordi e sentimenti.
Crisalide, la triste favola di un’intensa e dolorosa storia d’amore
Maggio 08
Dal 24 al 26 Aprile, al Teatro IL PRIMO è andato in scena lo spettacolo CRISALIDE progetto e regia di Roberto Matteo Giordano. In scena gli attori Francesca Annunziata , Igor De Vita e Roberto Matteo Giordano. Musiche di Igor De Vita. Affrontare il tema dell’amore, non è mai semplice, dato il suo essere complesso e ricco di molteplici sfumature, che, non sempre si ha il coraggio di viverle e soprattutto condividerle. Per fortuna, però, non è così, per Vittorio e Marcello, i due protagonisti della triste favola CRISALIDE.  Due giovani innamorati che, senza alcuna paura, si immergono nei loro sentimenti dando inizio ad un’intensa storia d’amore fatta di passione, felicità, e purtroppo, dolore. Un dolore causato dalla malattia di Marcello.  Crisalide è dunque una storia d’amore, un racconto di due vite che si intrecciano, due anime che, nonostante il triste epilogo, resteranno eternamente unite. Lo spettacolo affronta il tema dell’omosessualità  con stile, delicatezza e tanta passione, suscitando interesse e coinvolgimento nello spettatore.   Una regia semplice, quella di Roberto Matteo Giordano, ma attenta ad ogni particolare. Il regista, infatti, a mio avviso, è riuscito a creare quella giusta alternanza tra i flashback e il presente dei personaggi, facendo percepire allo spettatore, il battito cardiaco dei due personaggi, sottolineato dal gioco di luci: un’alternanza tra la luce fredda a quella calda; quest’ultima, ha permesso allo spettatore di immergersi nelle profonde emozioni dei due giovani, permettendogli di cogliere la purezza, l’intensità e la verità dell’amore, un sentimento che, in maniera del tutto spontanea, nasce in ciascuno individuo e che dovrebbe avere libertà di espressione, al di là delle paure, dei pregiudizi e soprattutto del sesso di appartenenza.  Molto forte, energico, passionale è stato “l’amplesso” tra i due protagonisti, avvenuto attraverso l’esecuzione del brano Celebrity . Qui, gli attori, hanno intonato il celebre brano, accompagnandolo con passi di danza, permettendo allo spettatore di dare libero spazio all’immaginazione. Ma la luce rossa che illuminava la scena, ha sottolineato a mio avviso, l’intenso e forte amore tra i due personaggi, che, con un gioco di sguardi e di sorrisi, hanno ben rappresentato la complicità che nasce durante l’atto d’amore. Non sono mancati, durante la messa in scena, anche momenti di ironia e gioco, ben gestiti dall’attrice Francesca Annunziata, che è riuscita a suscitare risate tra il pubblico, creando una giusta alternanza di ritmo che ha accompagnato lo spettatore, al tragico finale. Crisalide è dunque il forte sentimento dell’amore, capace di andare oltre le avversità , i pregiudizi, le paure, nascendo, maturando e vivendo in eterno, nel cuore di ogni essere umano. Spettacolo visto il 25 Aprile da Gianluca Masone  
Roma a suon di Click
Maggio 08
Cos’è una Photo Marathon?  Una maratona, vera e propria dove i passi degli improvvisati atleti sono scanditi a suon di click. Il 17 maggio 2015 presso la piazza del Gazometro, alle 10:00 si inaugurerà la prima edizione di “Roma Photo Marathon”, che vedrà migliaia di persone armate di macchine fotografiche e smartphone sfidarsi, nel tentativo di catturare scorci e immagini della città eterna.        Il programma, che si sviluppa nell’intera giornata, consta nello sviluppare nove temi in nove ore che verranno assegnati ai concorrenti allo scadere di ogni tre. I temi vengono determinati in collaborazione con enti e partner locali con l’intento di entrare in contatto e creare un’ armonia con lo spirito della città. La varietà dei temi serve a garantire che ogni “atleta” abbia la possibilità di eseguire scatti particolari, fuori dai canoni classici, e dare punti di vista originali della città. Questa iniziativa darà modo ai fotografi di riunirsi per godere insieme della propria passione e contemporaneamente valorizzare il  proprio territorio.   Attraverso il coinvolgimento di volontari e associazioni culturali e fotografiche, turismo, design, creatività, politiche giovanili e sociali, La Photo Marathon Rome si trasformerà in un momento con il quale sarà possibile usufruire della Capitale nei suoi aspetti più popolari, multietnici, antichi e nella veste cosmopolita che la caratterizza. Difatti, attraverso l’occhio del fotomaratoneta, sarà possibile cogliere particolari, consequenzialità e contrapposizioni, caratteristiche che daranno la possibilità di osservare un panorama sociale vivo, schietto e reale.     Precedentemente la Maratona si è svolta in altre grandi città quali: New York, Caracas, Berlino, Copenaghen, Singapore, Genova, Torino, Milano e Bologna.   Gli scatti, che dovranno essere caricati presso la piattaforma www.italiaphotomarathon.it entro e non oltre le 24:00 del 18 maggio 2015, saranno valutati da una prestigiosa giuria che decreterà i vincitori durante la premiazione, nel mese di settembre dove sarà possibile ammirare i lavori esposti presso una mostra aperta al pubblico. Giuria, composta da: Flavio Bandiera – fotografo; Mosè Franchi – fotografo; Roberto Tomesani – fotografo (TAU Visual – IED); Guido Fassio – fotografo; Fabio Sistro – fotografo; Lorenzo Pallini (marmorata169); Marco Rapaccini (Officine Fotografiche Roma)   Per prendere visione del regolamento e  dei premi ecco il link al sito http://www.italiaphotomarathon.it/ e alla pagina Facebook https://www.facebook.com/italiaphotomarathon?fref=ts                Gli ideatori della manifestazione sono i ragazzi di Italia Photo Marathon, un'associazione culturale con sede a Torino, che incentiva la fotografia poiché la assurge a strumento di valorizzazione dell’ambiente, del territorio e del patrimonio culturale italiano. Sponsor della manifestazione sono aziende accreditate quali: Canon, Eataly, Il Fotoamatore e Umbria Green Card .   A Roma è organizzata da Italia Photo Marathon con la partecipazione dell'VIII Municipio e il patrocinio di Aifoto (Associazione italiana foto and digital imaging) e Fiaf (Federazione italiana associazioni fotografiche). Velolove, Officine Fotografiche, Gay Center, Marmorata169, Fondazione RomaEuropa, Anticafè.    Sul sito http://www.italiaphotomarathon.it/ si trovano le linee guida e la missione che i ragazzi di questa associazione stanno perseguendo, oltre ad aver la possibilità di candidare la propria città, per l’organizzazione della prossima Photo Marathon.     Di seguito, il concetto sul quale si basa la filosofia della Maratona Fotografica: “Tra gli scopi che ci prefiggiamo: diffondere e sviluppare la cultura fotografica ed il pensiero programmatico in fotografia attraverso l’organizzazione di maratone fotografiche su tutto il territorio nazionale, anche in collegamento con i circuiti internazionali; promuovere l’utilizzo della fotografia come strumento di valorizzazione dell’ambiente, del territorio e del patrimonio culturale; diffondere la cultura della sostenibilità attraverso la promozione dello slow-living, della pazienza, dell’osservazione; creare una community reale e virtuale di appassionati di fotografia; promuovere la fotografia, il video e le arti visive in genere in tutte le loro forme, anche mediante l’organizzazione e il patrocinio di eventi, concorsi, mostre, workshop, corsi, ed ogni altra iniziativa finalizzata ai medesimi scopi, nonché mediante la pubblicazione e la cessione di edizioni su carta e su supporto elettronico; coordinare le attività dei soci quale centro di formazione, informazione e collegamento tra gli stessi. “ Perciò fotografi, fotoamatori, turisti, appassionati o semplici curiosi: “scarpe comode, macchina in spalla, telefono alla mano e buona Maratona!”  
MYGENERATION, intervista a Ghigo Renzulli.
Maggio 08
E’ sempre una grande emozione chiacchierare con un artista. Se poi l’artista in questione è stato uno degli artefici della tua crescita interiore, il tutto acquista un significato speciale. Schietto ed intelligente, Ghigo Renzulli,  chitarrista e cofondatore dei Litfiba, si è raccontato a MYGENERATION con grande disponibilità, affrontando temi scottanti, quali la Terra dei Fuochi, e dando preziosi consigli ai giovani musicisti. Dalle sue parole traspare palesemente tutta la sua carica Rock. Un impeto gestito ed incanalato sapientemente in risposte educate ma mai banali. Segue l’Intervista:  Come e quando è nata la passione per la musica?  Nella mia famiglia la musica era di casa, già da ragazzino mi divertivo a mimare i chitarristi davanti allo specchio, imbracciando una racchetta da tennis… La folgorazione per il Rock avvenne nel 1968  guardando il Festival di  Venezia, rimasi affascinato da una band che si chiamava Vanilla Fudge…capii la mia strada.  In che momento hai capito che suonare sarebbe diventato un lavoro?  In realtà non l’ho capito…l’ho deciso! Volevo fare la carriera musicale…se non mi fosse andata bene sarei andato a fare il mozzo sulle navi o qualsiasi altra cosa, ma, per la mia stabilità interiore, ci dovevo assolutamente provare. Mi licenziai dal lavoro sicuro che avevo ( Tragedia in Famiglia ) e mi lanciai ad affrontare i diversi anni di cinghia stretta che seguirono dopo.  Quali sono i gruppi che hanno maggiormente influito sulla tua crescita artistica?  I classici degli anni sessanta/settanta, ma con un grande amore per i Creedence Clearwater Revival e per i Quicksilver Messenger Service.  Attualmente il panorama musicale Italiano offre una grande varietà di gruppi ed artisti. Quanti presentano progetti validi e quanti invece sono solo un prodotto commerciale creato ad hoc dalle case discografiche?  Mah…penso che al giorno d’oggi le case discografiche non hanno più gli occhi neanche per piangere…arrancano pure loro in questo mercato in continuo assottigliamento e sono dipendenti dalle scelte televisive dei vari Talent che, chi più e chi meno, vanno per la maggiore e danno un momento di celebrità ad artisti che difficilmente faranno qualcosa successivamente, a parte qualche raro caso.  Quali sono le caratteristiche che deve possedere un artista per essere ascoltato?  Difficile dirlo…facendo Pop si ha sicuramente molta più esposizione mediatica, il Pop è sempre di moda nel nostro paese…penso che al di là della bravura tecnica, la personalità artistica ed essere un personaggio vero e non costruito, siano elementi molto importanti…poi ci vogliono belle canzoni, belle musiche e bei testi che prendono il pubblico….e qui casca l’asino.  Puoi segnalarci qualche Band emergente che secondo te ha i numeri per “sfondare”?  Non faccio nomi…prediligerei alcuni ed urterei o demoralizzerei altri che magari non ho neanche sentito fino ad oggi, e che magari sono validissimi…non mi sembra giusto.  Chitarrista preferito?  L’ultimo chitarrista che mi ha fatto venire i brividi è Frusciante dei Red Hot Chili Pepper…un grande artista.  Qual è il tuo approccio alla composizione?  Non ho una regola… passo periodi di grande creatività dove sono capace di tapparmi un mese di fila, giorno e notte, nel mio studio a registrare idee, come posso avere periodi sterili dove non ho voglia di comporre…  Quante ore al giorno dedichi allo studio della chitarra?  Anche qui dipende dalla voglia, ma almeno una , due ore al giorno, se sei un professionista, bisogna farle, anche solo per mantenere le dita e la mente in allenamento.  Raccontaci un momento indimenticabile della tua carriera.  Ci vorrebbero 5 o 6 libri….  In genere in occasione di grandi tragedie, ad esempio il terremoto dell’Aquila, artisti, musicisti e personaggi pubblici, danno vita a stupende iniziative di solidarietà. Secondo te il dramma della Terra dei Fuochi meriterebbe una pari mobilitazione? Tu ad esempio, la comporresti una canzone per le vittime del biocidio, o semplicemente per raccogliere fondi per una corretta bonifica del territorio campano?  Mah….con l’età mi sono molto disilluso, mio malgrado,  su tante iniziative…la solidarietà è una bellissima cosa, salvo poi far arricchire tanti pescecani invece di chi ha bisogno degli aiuti…so che per il terremoto dell’Aquila ci sono stati dei grossi problemi. Esistono ancora iniziative serie ed oneste, tipo come è stata I.L.E. recentemente, per il terremoto in Emilia, ma purtroppo una buona parte della nostra società odierna è corrotta.  Io comporrei, anche molto volentieri, una canzone per le vittime del biocidio in Campania (io sono campano e conosco molto bene la regione )…posso farlo per far ragionare e sensibilizzare le persone…ma dovrei essere sicuro che i fondi raccolti non andassero a finire alla camorra… Sono trenta anni che ne parliamo e drammaticamente tutto è rimasto come era una volta....  Immagina l’Italia fra dieci anni. Cosa vedi?  Preferivo l’Italia di dieci anni fa…  Ci lasciamo con un’ultima domanda. Cosa consiglieresti ad un giovane che ha deciso di vivere di musica?  Purtroppo  mi trovi un po’ pessimista…non mi sento più di consigliare, in questo periodo di crisi, di rischiare, come ho fatto io da ragazzo…non ci sono più i presupposti sociali validi…Consiglio, in ogni caso, di pararsi il culo cercandosi un lavoro normale, e di fare musica come secondo lavoro…se poi sono rose, fioriranno…. Grazie mille per l’intervista a nome di tutta la redazione. A presto e buona musica.
Quello che le fashion blogger non dicono ovvero quando la moda è un flop - Lady O per MGW
Maggio 06
Lo scrittore statunitense Robert Heinlein diceva che “sul sesso tutti mentono”, ma se fosse stato a contatto con il mondo della moda avrebbe affermato sicuramente la stessa cosa. Perché molto spesso, anche sulla moda tutti mentono. È inutile nascondersi dietro un dito, la maggior parte di noi, spesso aveva un’opinione negativa iniziale su questa o quella tendenza e alla fine – volenti o nolenti – ha finito per cambiare opinione ed  “adeguarsi” alle leggi del fashion sistem. Il mondo della moda è talmente variegato che al suo interno non si riuscirà mai a mettere tutti d’accordo su una stessa tendenza ed inevitabilmente ci saranno sempre promotori e detrattori, ma se è vero che in ogni stagione - un po’ per gusto e un po’ per un’attiva promozione da parte di fashion blogger e riviste – ci sono alcuni trend per i quali tutte sembrano essere impazzite, è  altrettanto vero che ce ne sono altri che definire brutti è dir poco (e no, neanche concedendo l’attenuante della soggettività, riescono a superare la sufficienza) . Nell’odierna stagione primavera/ estate quell’ immensa fucina creativa che è la moda, ci ha “regalato” le seguenti perle, dalle quali dovreste assolutamente tenervi lontane.   1)Sabot: direttamente dal dimenticatoio nel quale era finita, questo tipo di calzatura è tornata di nuovo in auge (purtroppo). È vero che molti modelli sono stati attualizzati e reinventati da parte degli stilisti, ma in fondo la linea principale della calzatura rimane quella. Orribili quelle chiuse, sia a punta che stondate e con tacco a rocchetto. Accettabili invece, le versioni peep toe, anche se a questo punto la differenza con una ciabatta è decisamente labile. Al sabot purtroppo si accompagna inoltre un altro gigante “horror” : il gambaletto color brodo di pollo. Su questo, inutile dirlo, non si ammettono proprio repliche.   2)Sandali carro armato: gli stivaletti e gli anfibi con la suola “a carro armato” sono stati il trend dell’inverno. Fin qui tutto ok, potevano essere una calzatura stravagante, ma che aveva comunque un suo perché. Ciò che invece è veramente senza giustificazioni è la versione estiva. Un mix tra una scarpa ortopedica e un sandalo di quelli con cui al mare ci si protegge i piedi dagli scogli, il tutto corredato dall’immancabile suola a cingolo. Se la versione nera potrebbe essere un appena sufficiente, quella bianca è atroce. Praticamente indossando un paio di queste potete evitare lo spray al peperoncino nella borsa. 3)Shorts mini: questi in realtà non sarebbero neppure brutti, ma il problema è che la loro “lunghezza” è talmente limitata che si intravedono le parti intime. Più che di bellezza infatti, qui si tratta di buongusto. Ok che in estate fa caldo e si ha voglia di un bel paio di pantaloncini, ma sicuramente si riusciranno a trovare modelli più adatti di questo. Tra l’altro, senza cattiveria alcuna, ricordate di essere auto consapevoli. Qualche kg in più non è assolutamente un problema, ma in quel caso scegliete un paio di pantaloncini che siano di qualche cm più lunghi e che arrivino almeno a metà coscia. 4)“Total stamp”: quest’anno troverete moltissimi completi in total stamp. Non importa se siano stelline, fiori, foglie, scritte o qualsiasi altra stampa possibile, se indossate un pantalone (o una gonna) e una maglietta con la stessa stampa, l’effetto tappezzeria è assicurato. Ricordate sempre che l’equilibrio delle fantasie è una delle regole basilari nel vestirsi: se ad esempio vi utilizzate pantaloni stampati, abbinate una blusa più basica. Viceversa, se optate per la maglietta stampata, il pantalone o il jeans dovranno essere neutri.   5)Leggings strappati: amati e odiati, i leggings continuano a resistere ormai da diverse stagioni, seppur con qualche alto e basso. Ma se la versione neutra o quella fantasia, abbinate bene, riescono a passare l’esame, ciò che invece avrebbe bisogno di finire in un rogo-che al confronto Salem impallidirebbe-sono i leggings strappati. Tagliati sul davanti in maniera orizzontale e più o meno regolare, sembrano il risultato di un gioco per bambini. Coloro che li amano li definiscono “particolari”, ma ovviamente intendono dire “orrendi”. Non sono sportivi, non sono casual (perché diciamocelo, in giro per la città in quel modo, neanche per uscire a buttare la spazzatura!) e non sono neppure eleganti. La chicca? Nella versione con i "buchi", sono foderati in pizzo, tono su tono.     Ragazze, non potrete dire di non essere state avvisate per tempo!

Nerd Zone

Progetti & Territorio

Palcoscenico

Facebook Like

Accedi Registrati

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *