"Io, Clara": Madre, Moglie, Figlia e Artista

Vita pubblica e privata, arte e affetti personali: è possibile riconciliare questi aspetti? Esiste, ...

"Silence" - La web serie

Tutti amiamo la nostra terra d'origine e anche quando non vogliamo ammetterlo, in realtà sotto sotto...

Approfondimento sui merli (VIDEO)

I “giorni della merla” che secondo il mito sarebbero già trascorsi (gli ultimi tre giorni di gennaio...

La Verità è là fuori... ed è uno spasso!

Tra i vari significati di "canone", il dizionario Gabrielli recita:"Catalogo dei libri che, in alcun...

San Carlo: la vedova...allegra

Al San Carlo va in scena "La vedova allegra" di Franz Lehár, un'operetta nostalgica ed int...

Spazi e laboratori – scrivanie di disegnatori a confronto. II^ parte

Come annunciato, rieccoci con la seconda parte dell'intervista a più voci; continuiamo a parlare di ...

Ultimi Articoli

Previous Next
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
"Io, Clara": Madre, Moglie, Figlia e Artista
Febbraio 06
Vita pubblica e privata, arte e affetti personali: è possibile riconciliare questi aspetti? Esiste, per usare le parole di Samuel Taylor Coleridge, un «punto equatoriale», in cui essi possano coesistere?   Sono alcune delle domande che Sergio Savastano pone in Io, Clara opera ispirata al libro Clara Schumann di Valeria Moretti, e messa in scena lo scorso venerdì 29 gennaio nella suggestiva cornice della Domus Ars. La scena è semplice: oltre a una poltrona, un tavolino e – naturalmente – un pianoforte, dei pannelli fonoassorbenti che circondano la scena, contribuendo a creare uno spazio al tempo stesso raccolto e aperto.   Certo, perché l'intera opera vive di dualismi: la stessa Clara Schumann è divisa in due. Paola Maddalena interpreta la donna Clara, vero e proprio "io narrante" dell'opera, mentre Sara Amoresano, incarna la pianista. Se da principio le due "forme" paiono distanti, (emblematico è il modo in cui esse si osservano, come allo specchio), una sintesi diventa possibile nel corso dell'opera.     I monologhi della Maddalena si alternano ai brani scelti ed eseguiti della Amoresano, fino al momento della lettera – vero e proprio spartiacque della pièce – in cui il pianoforte accompagna la recitazione in un crescendo drammatico dal forte sapore cinematografico che prepara la strada al clou della messa in scena.   È infatti nella seconda metà che le fratture si fanno più drammaticamente evidenti, col resoconto dell'internamento del figlio Ludwig, oltre che della malattia e morte del marito Robert Schumann. Se si aggiunge il non facile rapporto col padre, la sintesi appena raggiunta viene immediatamente messa in discussione.     Allo stesso modo, i dualismi diventano vere e proprie opposizioni: vita e morte, sanità e pazzia, gioventù ed esperienza, arte "pour l'art" e sua mercificazione e, soprattutto, femminilità e mascolinità. Se la seconda si configura come assenza (il padre e il marito della Schumann non sono mai presenti in scena, ma evocati tramite le voci fuori campo di Federico Torre e dello stesso Savastano), la prima è invece la vera colonna portante della pièce. Le interpretazioni della Maddalena e della Amoresano contribuiscono a delineare la personalità dell'artista: se la prima ne mette drammaticamente a nudo i dubbi e le insicurezze spostandosi costantemente, la seconda, coi suoi movimenti lenti, quasi ieratici ne restituisce un'immagine serena e pacifica.   L'insieme è di grande impatto emotivo, al quale contribuisce anche la bellezza della Domus Ars: la statua di Caterina della Ratta che dal suo monumento funebre (in condizioni tutt'altro che perfette) si affaccia sul presbiterio come uno spettatore da un palchetto laterale, concorre a creare una sensazione di mise en abîme, mentre il velluto rosso e i pannelli fonoassorbenti si sostituiscono alla pala d'altare e situano l'opera in una dimensione temporale indefinita e quasi onirica.   Sogno, realtà, passato, presente, vita, amore, morte... Io, Clara tocca questi ed altri temi, restituendo un ritratto toccante di una delle più importanti figure della storia della musica, alla quale, forse, non è ancora stato tributato il giusto rispetto. «Fino a qualche tempo fa – confessa Savastano – conoscevo Clara Schumann solo di nome. Certo, sapevo che era stata una grande musicista, ma non molto di più; poi, dopo aver letto il libro di Valeria Moretti decisi di portarlo in scena. Fui rapito dalla sua personalità e mi auguro che Io, Clara possa contribuire a farla conoscere maggiormente sia come artista che come donna.»  
"Silence" - La web serie
Febbraio 05
Tutti amiamo la nostra terra d'origine e anche quando non vogliamo ammetterlo, in realtà sotto sotto ci siamo affezionati. Pensate ad esempio a chi è nato o vive nella regione Campania: quando i telegiornali – oppure quelli dei "Norde" – non fanno che parlare di camorra, spazzatura e "Terra dei Fuochi", i campani non possono che sentirsi colpiti, in un modo o nell'altro. Perché la Campania non è solo questo.Certo, i problemi ci sono e non bisogna ignorarli. E forse è proprio questo che vuole insegnarci Silence, una nuova web serie tutta campana. Si tratta di un eco-thriller ambientato nella "Terra dei Fuochi", tristemente nota a tutta l'Italia ormai. Si parla spesso, infatti, dell'aumento di casi di tumori e altre malattie gravi nella popolazione locale. E se continuando a non fare nulla (o poco) la situazione degenerasse al punto da permettere la diffusione di un'epidemia che ci trasformi in simil-zombie? È questa l'idea alla base di Silence, una web serie realizzata interamente da giovani campani tra i 20 e i 25 anni, ricchi di talento e profondamente colpiti dal problema della "Terra dei Fuochi". Il primo episodio (che trovate qui https://www.youtube.com/watch?v=nEgIJEIF5us o sulla pagina facebook https://www.facebook.com/silencethewebseries/?ref=ts&fref=ts) ci porta a seguire il percorso di Eleonora (Rosa Rubino)attraverso una periferia desolata, svuotata, privata della propria linfa vitale, ma infestata di "cose", mostri dall'aspetto e dalla famelica crudeltà di zombie.   L'assenza iniziale di dialoghi dà la sensazione di assistere ai filmati di un videogioco. Ciò non è un difetto, ma anzi, a mio avviso, potrebbe essere un pregio. Indubbiamente è una caratteristica originale, che porta Silence a distinguersi praticamente da tutte le altre serie in circolazione. Si riesce comunque a entrare nella storia, poiché lo spettatore si ritrova, senza rendersene conto, a voler catturare visivamente tutti gli elementi della scena per carpire informazioni. Ciò suscita quella giusta dose di aspettativa che porta a voler seguire la serie, che ha dalla sua – appunto – il fascino del mistero. Una pecca potrebbe stare nella sensazione di artificiosità dei dialoghi, ma tutto sommato Silence si dimostra come un prodotto promettente. Trovate qui sotto il trailer:    
Approfondimento sui merli (VIDEO)
Febbraio 04
I “giorni della merla” che secondo il mito sarebbero già trascorsi (gli ultimi tre giorni di gennaio), portando maltempo e bufere, quest’anno sembrano invece “slittati”. Difatti, solo nelle ultimissime ore si registra un evidente diminuzione delle temperature climatiche. Così, mentre la settimana scorsa fotografavo una mimosa in fiore a tre giorni da quelli della merla, quest’oggi l’inverno sembra ridestarsi. L’ ultima volta che scrissi di merli, fui costretto ad un tour de force fotografico, a mia disposizione avevo solo la mia vecchissima compattina finepix A400 per poter ritrarre il turdide; oggi con la più recente samsung le foto sono ben più facili. Ed ecco il merlo nel suo dimorfismo sessuale: mentre potete notare nelle sole foto gli esemplari maschi con becco giallo e livrea scura, nel video vi è invece un individuo di sesso femminile; oltre a questo, il filmato riporta un tipico esempio del “modus operandi” del merlo, quando è in cerca di cibo nel terreno. Il merlo si nutre di frutti e bacche nell’ultima metà dell’anno, mentre cattura lombrichi, insetti e altri animaletti in primavera e autunno. D’estate i bruchi sono un cibo importante, ma, dato che spesso scarseggiano nei giardini, i piccoli vengono nutriti in prevalenza con lombrichi e insetti adulti. Quando il merlo va in cerca di cibo sul prato, piega la testa da un lato prima di saltare in avanti ed estrarre un verme dal suo cunicolo. Non è noto se la posizione del capo sia d’aiuto nell’ascolto o nella ricerca dei lombrichi (quest’ultima ipotesi sembra la più attendibile).  I merli catturano inoltre pesci e girini dagli stagni e rubano il cibo ad altri uccelli come grosse lumache ai tordi bottacci.   Mi preme comunque ricordarvi il mito che narra dei “giorni della merla” di cui avevo già accennato in precedenza: secondo la leggenda, i merli erano un tempo color bianco candido; un giorno una merla decise di far provviste di cibo e rintanarsi per l’intero mese di gennaio, che all’epoca aveva solo 28 giorni per scagliare sulla terra il peggior gelo e maltempo; non appena febbraio ebbe inizio, la merla uscì dal rifugio e scampata al maltempo, iniziò a schernire il mese di gennaio, che andò tanto in collera da chiedere in prestito tre giorni all’amico febbraio, per poter scagliare una tormenta sulla merla beffarda. La merla riuscì a salvarsi rintanandosi in un camino, ma quando uscì di nuovo il suo piumaggio era nero e rovinato per sempre dalla cenere; da allora tutti i merli nacquero neri. Riconosco la mia personale affezione al mito sopracitato, tuttavia non è solo l’affetto che mi spinge a scriverne, bensì il fondo di verità contenuto, ossia: esistono tuttora dei rarissimi esemplari di merlo albino, che presentano un piumaggio candido come quello descritto nella fiaba; perciò, da ora siete tutti testimoni che non avrò pace, finché non ne avrò fotografato uno.
La Verità è là fuori... ed è uno spasso!
Febbraio 04
Tra i vari significati di "canone", il dizionario Gabrielli recita:"Catalogo dei libri che, in alcune religioni, sono riconosciuti rivelati, sacri o autentici." Nell'ambito della TV, gli episodi canonici sono quelli – per così dire – veri, nel senso che gli eventi in essi descritti si considerano realmente accaduti nell'universo di una determinata serie TV. D'altro canto, negli episodi non canonici, assistiamo a fatti mai verificatisi e che saranno stati dimenticati nella puntata successiva. Un esempio? Le puntate di Halloween dei Simpsons, in cui vari personaggi muoiono per poi riapparire l'indomani.   Fine del cappello introduttivo.   Ora, la settimana scorsa sono andate in onda su Fox le prime due puntate della nuova miniserie X-Files, e con colpevole ritardo, ne andiamo a parlare proprio ora. Partiamo dalle parole che Mulder, insolitamente sfiduciato e malinconico pronuncia a inizio episodio:«It's amazing going through all these archives with fresh, if not wiser eyes... How many of these cases, whether it's the Amarillo Armadillo Man or the Whatsit of Walla Walla, can be explained with fraternity pranks, practical jokes, or people making up stuff because they're bored and/or crazy...»   Siamo in presenza di un uomo amareggiato, costretto ormai a scendere a patti coi propri fallimenti e delusioni? Ci aspetta una puntata introspettiva e malinconica? Qualcosa – diciamocelo – di pesante?   Fortunatamente no. Come potrebbe mai un prodotto intitolato Mulder and Scully Meet the Were-Monster essere "pesante"?   I due iniziano infatti a investigare su una serie di delitti, e dopo neanche troppo tempo si imbattono in una creatura destinata a rimanere negli annali della serie, la Lucertola Mannara! Benché X-Files abbia sempre regalato momenti decisamente spassosi (Jesse Chung?), la puntata andata in onda lo scorso lunedì sera è stata talmente infarcita di gags, easter eggs, autoriferimenti e quant'altro da sfociare quasi nella "non canonicità".   Tralasciando i dialoghi esilaranti con la prostituta transessuale, quello nel cimitero o nel motel, apprendiamo infatti che la suoneria del cellulare di Mulder altro non è che... la sigla iniziale, e, restando in tema di cellulari, impossibile non sganasciarsi davanti alle difficoltà del buon Fox con la nuova app di fotografia appena scaricata. Se a ciò aggiungiamo le parole di Scully:«Mulder, the internet is not good for you...» la sensazione di straniamento di inizio puntata pare ulteriormente corroborata.     Ma, oltre a questi e altri mille dettagli (gli occhi della volpe, la lapide di Kim Manners, l'immortalità di Scully, ecc)     ciò che resterà nella memoria è la Lucertola Mannara: una specie di Gorn del XXI secolo, una creatura volutamente comica e imbranata, e che, a differenza del più noto Lupo, non è un umano che si trasforma in animale ma il contrario. Ciò consente all'attore Rhys Darby di mostrare l'assurdità e l'inutilità di molti comportamenti umani, a cominciare... dall'avere un lavoro!   Al di là dell'ironia e delle trovate comiche, la miniserie X-Files si conferma, anche in questo terzo episodio, un prodotto di ottima fattura. Se nella prima puntata l'elemento nostalgia ha giocato la parte del leone, nella seconda e terza si è virati su temi decisamente old school, ma in maniera fresca e moderna, in modo da accontentare i fans di vecchia data e attirare i neofiti. La speranza è che quella di fare poker martedì, di continuare su questa scia, e magari – chi lo sa – sperare in una stagione intera una volta terminata la miniserie.   P.S.: Se non sapete cos'è un Gorn, abbandonate immediatamente questa pagina.  
San Carlo: la vedova...allegra
Febbraio 03
Al San Carlo va in scena "La vedova allegra" di Franz Lehár, un'operetta nostalgica ed intrisa del gusto antico che caratterizzò gli anni della belle époque. Attraverso questo capolavoro, Lehár volge uno sguardo al passato e ne descrive tutte le meravigliose impressioni... ciò che ci capita di leggere dopo le prime repliche è un vero e proprio rito che ci lascia intuire una probabile discordanza tra l'opera di Lehár e quanto è andato in scena al San Carlo: si legge della vedova triste, la vedova stanca, la vedova..morta.. E così nessuno si lascia sfuggire l'occasione per incentivare questo rituale dadaista che noi ci asterremo, con tutto il piacere, dal consumare: vi racconteremo infatti della vedova, quella allegra ...sì, su questa particolare peculiarità si sarà soffermato il regista Francesco Tiezzi.. perché allegra? Per denaro, per ricchezza, tanta ricchezza da dover rinchiudere in cassaforte la sua stessa possidente, la vedova appunto, Hanna Glavary. E così tutto viene avvolto dalla patina livida della ricchezza, dall'onnipresenza del dio denaro che aleggia indisturbato tra i palchi del San Carlo, a suon di valzer e di can can. 
Se parliamo prima della regia e poi di tutto il resto, è perché questa volta la lettura registica ha influenzato notevolmente tutto l'impianto della rappresentazione, dal canto, alla recitazione, alle scene fino a giungere, ovviamente, all'interpretazione di un pubblico sempre numerosissimo e stavolta in stile Musikverein. Il regista concepisce una vedova allegra in un tempo ben preciso, il 29 ottobre 1929, data conosciutissima dal mondo degli azionisti di borsa; la concezione di un tempo preciso per un'opera che è di per sé immersa in un momento assolutamente indefinito, fa di questa messa in scena un accartocciamento confusionario che affascina di certo, ma che allo stesso tempo finisce inevitabilmente per confondere il grande pubblico. La vedova allegra, proprio quella allegra, di Franz Lehár rappresentava l'ultimo esempio della nostalgia di un mondo, quello della Belle Epoque, che stava svanendo, per lasciare il posto ai fuochi della guerra ed alla successiva rinascita, alle avanguardie e ad un progresso inarrestabile che arrivò a toccare finanche il nostro tempo. Una vedova di natura nostalgica deve rispettare il suo stato nostalgico in un tempo preciso, che è lo stesso che Lehár descrive nella sua musica, è quello del can can e di Chez Maxim. Se poi in tutto ció si citano anche Brecht e Freud, addio a Lehár e alla sua nostalgia, l'operetta diventa teatro di prosa, con tanto di studio psicologico tassativamente escluso di regola da ogni dinamica operettistica.
Il livello vocale di questo allestimento è nella media: non considerando qualche sporadico e dovuto apprezzamento per la vedova di Carmela Remigio, o per  il conte Danilo di Marco Di Sapia, il commento più comune che capita di sentire è: quando iniziano a cantare? Le voci sono infatti estremamente piccole e dunque scomode, scomode da ascoltare in particolare se i movimenti in scena non aiutano minimamente l'acustica del nostro Teatro, che prevede una continua cura dell'emissione del suono sulla scena per essere assecondata al meglio. Carmela Remigio porta al San Carlo una vedova sfrontata e impettita, carica di passione ed impeto: il suo canto è sommariamente corretto, marcato da un vibrato a tratti sbavato e da una difficoltà d'intonazione in alcuni saltuari momenti della rappresentazione, oltre che da una recitazione dal suono stentato, che rende in alcuni punti difficoltoso l'ascolto; ottimo il fraseggio ed il timbro dolcissimo che rende la sua vedova sfumata di sensualità e carattere. La sua recitazione é velata di mistero, di un vedo non vedo psicologico che rifinisce il fascino naturale del personaggio di Hanna Glavary.
Sorprendente per raffinatezza e correttezza tecnica è la prova di Marco Di Sapia, che interpreta il Conte Danilo con estrema consapevolezza del personaggio, rendendolo (finalmente) fedele all'idea dello spigoloso iperuranio di Lehár. La voce arriva sempre in sala, giovando quindi di bel volume e di timbro caldo. Ottima la globale riuscita del personaggio, al quale Di Sapia riesce a conferire una congeniale ombra drammatica, oltre che un portamento bohémien che completa la sua bella esecuzione.
Filippo Morace porta in scena un barone zeta nella media,di vocalità ben impostata che risente però di una complessiva sfocatura, rendendo il registro acuto  lievemente forzato e ruvido. Ottima la sua “teatralità”, sempre equilibrata e di raffinato gusto , che gli assicura un'ottima interpretazione della canzone “a'risa”, firmata Bernardo Cantalamessa ed inserita nella rappresentazione con indisturbata non chalance, evocando gli anni lontani di un'Italia che per la prima volta in assoluto iniziava ad ascoltare musica fonografica. Insomma, questa è la lettura che giustifica il suo (fuori luogo per alcuni) invadente inserimento tra le note del compositore austriaco.Sufficientemente naive la Valencienne di Anna Maria Sarra, grossomodo corretta e piacevole all'ascolto. A fare gli onori di casa c'e il Maestro Peppe Barra, un Njegus istrionico, scintillante,ba suo agio non solo davanti alla maestosa sala del San Carlo ma anche tra i marmi lividi dell'ambasciata pontevedrina. Il suo brio è tanto coinvolgente quanto necessario per tenere in piedi il morale di una messa in scena patinata di pigrizia. Il vero godimento dello spettacolo sta nella direzione di Alfred Eschwé: definita da un raffinatissimo portamento dovuto alla lunga esperienza del maestro in ambito di operetta austriaca, questa direzione brilla per colori e fraseggio divini, di un'eleganza difficile da rintracciare tra direttori d'orchestra. L'orchestra non è quasi mai in discordanza con il palcoscenico, risultando ben curata nel rapporto con le voci e mai di indole bandistica, giovando di una giusta misura del tempo, mai eccessivamente dilatato o sbavato. Il tema del "tace il labbro" è sinuoso e delicatissimo così come la romanza di Hanna nel secondo atto, delicata nella sua immensa dolcezza.Tutto sommato al pubblico arriva quasi intatta l'atmosfera meravigliosa e nostalgica evocata dalla partitura di Lehár, avvolto dell'irresistibile ed immutato fascino che da sempre addolcisce gli ascoltatori.Tuttavia, se si aprono gli occhi e si dà un'occhiata alla mise en scène, non si può, almeno per un solo istante, non riconoscerne una certa fiacchezza, che fa di questa produzione una pozzanghera di elementi ristagnanti, scollati dall'idea di Lehár. Ciò che manca quindi è il filo che unisce tra di loro elementi apprezzabili solo nella loro singolarità (si pensi al riferimento al Nizinksij della Sacre du Printemps o al siparietto brechtiano della Dreigroschenoper).Alla fine “applausi austriaci” per tutti, tributati da un pubblico numeroso ma inevitabilmente confuso.
Spazi e laboratori – scrivanie di disegnatori a confronto. II^ parte
Febbraio 02
Come annunciato, rieccoci con la seconda parte dell'intervista a più voci; continuiamo a parlare di spazi di lavoro e nello specifico di scrivanie e attrezzi con Claudia "Nuke" Razzoli, Riccardo Torti di Torti Marci, Paolo Voto di Mostro e Pizzo, Simona Zulian in arte Felinia, Daniel Cuello, Francesca de Martino o Fran e Francesca Farinelli creatrice di ARTeapot. L'idea di questa indagine è nata dalla necessità di capire quanto si possa davvero controllare il "disordine" sulla propria scrivania e quanto sia necessario per favorire la creatività. Insomma, speravo di trovare una scusa per  la mia maniacale confusione ed ho voluto affacciarmi su scrivanie d'artista (quelle di matematici e contabilli non mi ispiravano granché, non me ne vogliano gli amici "logici"!!!). A seguire il prosieguo dell'intervista iniziata la scorsa settimana. Se ve la siete persa, potete facilmente recuperare! http://www.mygenerationweb.it/201601262886/articoli/agora/2886-spazi-e-laboratori-%E2%80%93-scrivanie-di-disegnatori-a-confronto-i-parte   Panoramica della scrivania di Francesca Farinelli   Hai mai invidiato le scrivanie di tuoi colleghi?Perchè?   ARTeapot - Non invidio mai le scrivanie altrui, semmai invidio i materiali da disegno che ci sono sopra, come tavolette grafiche ultra avanzate o colori e pennelli particolarmente stupendi e costosi. Ma ho cercato nel tempo di costruirmi una tana e sì, è una gran bella tana. Torti - Non ho ancora conosciuto colleghi che abbiano lo studio in una torre di un castello medievale in cima ad una montagna coperta di neve circondati di librerie di pesante legno cariche di libri il tutto adobbato con quadri dalle pesanti cornici barocche e un maggiordomo che gli serve il tè. Perciò no, mai invidiato la scrivania di nessuno. Mostro e Pizzo - Più che invidia si tratta di curiosità, mi ha sempre incuriosito vedere come lavorano altri, come sistemano i vari strumenti o come impostano determinati programmi. Certo, se poi vedo che lavorano su uno schermo cinematografico ad alta risoluzione con un computer che farebbe impallidire la N.A.S.A. un po' di sana invidia mi sale. Nuke - A volte ho invidiato delle attrezzature particolari (una mia amica ha un tavolo luminoso gigantesco), ma più spesso "invidio" quando vedo il collega perfettamente mimetizzato in quello spazio. Fran - Se capita che un collega pubblichi foto del suo spazio di lavoro guardo con curiosità, specie se ci sono dei libri. Ma è una cosa che faccio ovunque: se posso butto sempre un occhio alle librerie per capire cosa leggono gli artisti o in generale le persone di cui ho stima. Libri e film, consigliati o scoperti per caso, sono la mia principale fonte d’ispirazione. Analisi dettagliata della scrivania di Daniel Cuello   Ti capita spesso di cambiare la disposizione dei tuoi attrezzi?   Cuello - Raramente. Sarà che uso pochi attrezzi, sarà pigrizia, fatto sta che in anni è cambiato poco. In effetti sembra noioso, domani cambio tutto! ARTeapot -Posso passare interminabili periodi di immobilità, per poi interromperli improvvisamente decidendo che tutto deve essere riselezionato, ripulito e spostato nella parte diametralmente opposta. Al momento sono nella più totale immobilità, ma domani…? Mostro e Pizzo - Di solito lavoro con pochi strumenti: uno sketchbook, matita e gomma, varie penne e dei pennelli per acquerellare. Mentre disegno capita spesso che vadano a finire ovunque, tra i cuscini del divano, nel frigo; una volta mi sono ritrovato un pennarello nella tasca del giubbino. Però quando finisco, anche se a distanza di giorni, tutto deve tornare al proprio posto, è quasi una sorta di rito mettersi a ritrovare tutte le varie penne per risistemarle. Nuke - Solo inizialmente, come adesso che ho cambiato casa e tutto è in fase di trasformazione. Dopodichè, al contrario, tutto deve essere rigorosamente nell'esatto punto dove deve stare, in modo quasi maniacale (avete presente le scrivanie dei film di Wes Anderson?) Fran - In genere no, sono un animale stanziale! Ma ho cambiato casa da poco e per la prima volta ho a disposizione un’intera stanza da adibire a studio, quindi sto riorganizzando i miei spazi. Onestamente non so come la ridurrò: scrivania a parte, ho già svariate stampe da incorniciare e libri da spostare da uno scaffale all’altro, quindi è probabile che morirò lapidata sotto le mie stesse scartoffie. Però allegramente.   Sei mai stato costretto a lavorare in un posto diverso dal tuo laboratorio?   Cuello - Forse quando disegno alle fiere (ad esempio al Lucca Comics), in effetti è diverso da qualunque altro spazio di lavoro. Tu sei seduto mentre il tuo interlocutore è in piedi, per poterci parlate devi torcere continuamente il collo in modo innaturale. Il torcicollo diventa il tuo miglior amico. ARTeapot - Mi è capitato di dover disegnare in tavoli da fiera o in uffici e ho sempre cercato di sistemare tutto secondo un vago ricordo della mia scrivania. Da queste esperienze ho imparato a essere un paguro. Se so che devo disegnare da qualche parte, mi porto la mia conchiglia carica di tutto -tutto!- quello che potrebbe servirmi. Tutto. Mostro e Pizzo - Praticamente sempre, già dentro casa non ho una scrivania vera e propria, ho studiato dei posti strategici dove poter lavorare in quasi tutte le stanze. Viaggiando parecchio per lavoro poi, ho dovuto crearmi una sorta di scrivania portatile, un set essenziale di strumenti che posso usare in qualsiasi situazione. Nuke -A volte è capitato, ma cerco di farlo sempre quando devo "eseguire" (tipo chinare, o letterare). Nelle fasi prettamente creative mi è praticamente impossibile. E in generale mi sento molto a disagio. Felinia - Mi capita quando sono in viaggio o quando sono all’aperto ed essendo ispirata mi metto a disegnare. Fran - Mi divido quotidianamente tra due laboratori: il mio studio a casa e la redazione di Fanpage. Sono un po’ la versione a fumetti di Dottor Jekyll e Mr Hyde: a casa lavoro su pc, al giornale su mac; a casa cerco di mantenere un minimo sindacale di ordine, al giornale la mia scrivania è subissata di cianfrusaglie, scartoffie, caffè vari ed eventuali e sormontata da un oscuro oggetto denominato gruppo di continuità, verso il quale nutro più o meno la stessa diffidenza delle scimmie di Odissea 2001 davanti al monolito spaziale. La scrivania di Simona Zulian   Hai bisogno di lavorare alla tua scrivania o ti adatti a qualsiasi ambiente? Cuello -Ovunque ci sia luce! Spesso, quando posso, vado in qualche bar a disegnare bozzetti, stare troppo tempo chiuso in casa mi fa andare fuori testa. Ogni tanto ho bisogno di vedere altri esseri umani, e poi è ottimo per scovare personaggi grotteschi da disegnare! ARTeapot - In realtà mi basta ci sia un tavolo e che ci possa mettere sopra tutto quello che dico io, come lo dico io. Posso creare infiniti ricordi della mia scrivania. Ma deve essere stabile, illuminato e piano. Non sono assolutamente in grado di disegnare - per esempio - seduta in treno. A parte l’addormentarmi subito per via del rollare della carrozza, non sono assolutamente in grado di tenere lo sketchbook sulle ginocchia e stare chiusa a riccio sulle pagine. Mostro e Pizzo - Come detto prima, spesso mi trovo a dover disegnare fuori sede, il mio habitat ideale quando sono in casa è il tavolo della cucina, o meglio, parte del tavolo della cucina perchè da qualche parte si deve anche mangiare. Malgrado ciò, a patto di avere tutti i miei strumenti a disposizione, riesco ad adattarmi alle situazioni piu disparate. Torti - Spesso. Lavoro sempre. Praticamente tutti i giorni, week-end compresi. Durante le vacanze. Mi porto sempre dietro il lavoro. Nuke - Riguardo allo spazio di lavoro non sono per niente adattabile. Di recente ho traslocato e per qualche settimana la scrivania è stata posizionata provvisoriamente in camera: sono stata completamente improduttiva per tutto il periodo. Fran - Disegno ovunque e senza vergogna. Se esistesse un mercato per le tovagliette di carta scarabocchiate nei pub, probabilmente avrei già fatto i soldi veri. Le due scrivanie di Fran   C'è qualcosa di "superfluo" di cui non puoi fare proprio a meno?     ARTeapot -Ho una paperella di gomma gialla. Di quelle che galleggiano sull’acqua della vasca. Deve sempre essere nelle vicinanze, appoggiata in mezzo ai colori. Non esiste arte senza il sorriso enigmatico della mia paperella! Mostro e Pizzo - Se parliamo di feticci non può assolutamente mancare l’astuccio di Darth Vader con le lucette agli occhi, sì, lo so che puo sembrare un flame del momento, ma quello sguardo vuoto e tenebroso mi rassicura. Se invece parliamo di vizi, purtroppo, non posso fare a meno di birra e sigarette per accompagnare il processo creativo. Nuke - "The Stanley Kubrick Archives", un tomone pesantissimo e veramente molto bello (edito da Taschen) che alla fine non consulto mai, anche se offre delle references perfette. In realtà lo uso principalmente come peso per lo scanner (non me ne abbiano a male i fan di Kubrick, è che aprirlo significherebbe trasformare le 8 di mattina nelle 11 di sera, cosa che i freelance raramente possono permettersi). Però se non c'è quel "santino", la mia postazione di lavoro è praticamente inutile. Felinia - Lo specchietto per quando devo disegnare espressioni stupide :D Cuello -Le cuffie. Possibilmente Wi-Fi. Quando disegno ho sempre musica o qualche film in sottofondo, e quando disegno fino a notte fonda sono fondamentali. E poi d’inverno tengono caldo! Fran - Gli spuntini notturni feroci e insensati davanti allo schermo. Se la gente sapesse quello che sono capace di mangiare mentre disegno, mi troverei i NAS sotto casa.   Insomma, perchè uno spazio di lavoro sia funzionale è necessario che sia personale per conciliare il lavoro e la creatività, ma deve comunque essere vivibile e organizzato, questa in sostanza la ragione per cui non vi ho parlato delle scrivanie dei giornalisti di MY GENERATION, giacché per quelle che conosco personalmente, compresa la mia, c'è in una vertigine estrosa davvero di tutto (dai libri della Rowling ai saggi sulla Russia del dopoguerra ai libri di cucina, dai fumetti ai pennelli, dai taccuini alle tavolette grafiche) meno l'essenziale, tatticamente invisibile agli occhi!  
Voltapietre in Calabria
Febbraio 02
Dalle mie parti, in Calabria, il voltapietre è un visitatore tanto insolito che quando l’ho fotografato non avevo la più pallida idea di cosa mi fosse capitato nell’obiettivo; per poterlo identificare ho dovuto appellarmi ad un naturalista del settore ornitologico.     Il voltapietre deve il suo nome alla particolare abilità che dimostra nel rivoltare sassi e conchiglie, cosa che fa quando è in cerca di cibo presso le coste, gli stagni o i fiumi. E’ un uccello migratore della stessa famiglia di uccelli acquatici in cui è compreso il Piro piro boschereccio (di cui ho scritto in precedenza), la famiglia degli Scolopacidi.   Il voltapietre è un uccello migratore che nidifica nella parte settentrionale dell’Eurasia e del Nord America durante le stagioni calde, mentre al sopraggiungere dei primi freddi si invola verso sud, sorvolando le coste di quasi tutto il mondo. Il suo piumaggio cambia nella stagione riproduttiva, facendosi più variopinto e  sgargiante rispetto alla livrea della femmina. Nell’immagine seguente, vi è una rappresentazione grafica della muta stagionale del voltapietre.   Per quanto riesca a sopravvivere ad una grande varietà di climi, la nidificazione del voltapietre predilige per lo più la tundra, nei pressi di stagni, laghi o corsi d’acqua; quando termina la stagione riproduttiva, è possibile avvistarlo presso le coste (preferibilmente rocciose).   Stando a quanto riportano i siti ornitologici, lo svernamento europeo del voltapietre avviene per lo più presso alcune regioni dell’ Europa occidentale, a partire dall’ Islanda, fino a Norvegia e Danimarca; solo sparute quantità di individui si spingono fino al mediterraneo. Ciò conferma quanto esigue siano le probabilità di osservare un voltapietre dalle nostre parti; ed ecco perché ho voluto documentarne l’ avvistamento, malgrado la scarsa qualità delle foto, scattate in pessime condizioni di luce (poco prima del crepuscolo) e ad un’ incolmabile distanza per il piccolo flash della samsung; ma un passo di troppo e il volatile sarebbe decollato senza lasciar traccia di se.   Ringrazio il Dott. Alessio Usai, per l’identificazione della specie.  
MyTopTweet127
Febbraio 01
Questa settimana mi occuperò di arte, sì perché come al solito il nostro Paese ha dimostrato tutta la sua levatura morale rendendoci, tanto per cambiare, la barzelletta del mondo. Questi i fatti: in settimana l’Italia ha avuto “l’onore” di ospitare il presidente iraniano Hassan Rohani, onore che genererà una raffica di accordi tra imprese e istituzioni italiane e iraniane per un valore di circa 17 miliardi di euro. Per questo al Governo si sono scervellati per  trovare il modo migliore per far sentire a suo agio Rohani e hanno partorito un’idea che dire geniale è riduttivo! Perché non portare il presidente iraniano a visitare i Musei Capitolini e coprire le statue di nudi per non urtare la sua sensibilità?                                                                                                                                       Come ragionamento non fa una piega e per rimanere in tema ho qualche altro suggerimento da dare alle nostre istituzioni: la prossima volta che viene a trovarci il primo ministro inglese copriamo tutti i bidet per non creare un caso diplomatico, se il presidente della Cina vuole farsi due bagni in Italia nascondiamo tutte le posate per non fargli dispiacere e infine se Putin vuole onorarci con la sua presenza facciamo sparire Vladimir Luxuria, non sia mai si offenda che un pericoloso transessuale porti il suo stesso nome!   #statuecoperte: Mattia Mancini: Stasera ho un ospite inglese a cena. Non vorrei si offendesse... #statuecoperte#MuseiCapitolini#Rouhani Baby George ti disprezza: Inguardabili Trastevere: dopo le #statue...ecco le contromisure dei dipinti Barabeke: Firenze si prepara ad accogliere la delegazione iraniana #statuecoperte Giovanni Battista B.: ahh ma allora c'è il ministro ! #statuecoperte AnimaLunga: #Escile! #StatueCoperte#Statue#Roma#Rouhani Il triste mietitore: I Bronzi di Riace che si nascondono da Rouhani. #statue Kotiomkin: #respect Pig Floyd: Pronto il David per la visita di #Rohani Kotiomkin: #VeganFuture Alla prossima!!  
Il Lotto: l'acquavite di Napoli
Febbraio 01
Matilde Serao ne "Il ventre di Napoli", capolavoro indiscusso e lettura consigliatissima, delinea la pancia di Neapolis e dedica qualche capitolo ad una malattia contagiosa del popolo napoletano: il lotto. "Il lotto ha una prima forma letteraria, rudimentale, analfabeta, fondata sulla tradizione orale come certe fiabe e certe leggende. Tutti i napoletani che non sanno leggere, vecchi, bimbi, donne, specialmente le donne, conoscono la smorfia, ossia la Chiave dei sogni a memoria, e ne fanno speditamente l'applicazione a qualunque sogno o a qualunque cosa della vita reale. Avete sognato un morto?-quarantasette-ma parlava- allora quarantotto- e piangeva-sessantacinque- il che vi ha fatto paura-novanta. Un giovinotto ha una coltellata da una donna? -diciassette, la disgrazia-diciotto, il sangue-quarantuno, il coltello-novanta, il popolo." Queste le parole della giornalista. Scrittrice coraggiosa, combattiva e paurosamente attuale. La Serao lavorò duramente per liberare  Napoli dalle tipiche narrazioni concentrate soltanto sugli aspetti pittoreschi ed eccessivi della città e proprio in questo libro ci racconta la Napoli dell' 800, in modo analitico e appassionato. Una Napoli difficile, stra-raccontata e da sempre un problema difficile da capire e da districare.  Nel 1884 la Serao comincia a scrivere Il ventre di Napoli, poco dopo l'Unità d'Italia. Analizza Napoli in tutti i suoi aspetti: antropologici, storici, urbanistici e sociologici. Una città che ti spiega il mondo, impressionante. La provvidenza per il popolo napoletano è sempre stata di una fondamentale importanza, a tratti addirittura un'ossessione. All'epoca si giocava per sognare, per aspirare a quello che la vita reale non riusciva a dare e che non avrebbe mai dato. Si giocava per evadere, un po' come oggi. La tipica frase Nun m'aggio potuto jucà manco nu viglietto inebria ancora ora le strade della nostra città. Il biglietto,  viglietto. Ci sono vari tipi di biglietti, ognuno ha il suo. Ci sono quelli popolari, che si giocano e basta, per tradizione. Poi ci sono quelli speciali, quelli che ognuno gioca da anni, sempre gli stessi numeri. Addirittura si dice che un portinaio giocò sempre lo stesso terno, per quarantacinque anni consecutivi. Poi ci sono i biglietti dei grandi eventi e quelli cabalistici, staccati al monaco, la figura idolatrata dai napoletani essendo "colui che sa i numeri", insieme all'ambigua figura dell'assistito. La domenica si incominciava a progettare la vita futura; commercianti, aristocratici, serve, impiegati, capere (per chi non lo sapesse: pettinatrici del popolo) si dimenavano per  raccogliere denaro. Il sabato, giorno sacro, si attendeva l'estrazione dei numeri in una stretta strada tra via Pignatelli e la via di Santa Chiara. Chi invece non aveva possibilità economiche si affidava al lotto clandestino. Ci si rivolgeva per lo più alle donne, malefiche mezzane, ma benefattrici. Sotto la gonnella nascondevano un registro, due soldi ed in cambio un bigliettino con due numeri scritti a penna. La cabala esiste anche oggi, a piazza Mercato, come a Posilipo. Il popolo napoletano rifà ogni settimana il suo piccolo sogno di felicità, vive per sei giorni in una speranza crescente, che esce dai confini della vita quotidiana. Il lotto è la grande ambizione che consola la creatività napoletana, nel bene e nel male, come un miraggio che attraversa le  anime. Prima ci si affidava alla fede per avere magari una casa pulita, il pasto caldo il giorno dopo, oggi le motivazioni sono diverse, ma la radice è la stessa.  "Il popolo napoletano, che è sobrio, non si corrompe per l'acquavite, non muore di delirium tremens; esso si corrompe e muore per il lotto. Il lotto è l'acquavite di Napoli"- così Matilde Serao ci porta nel mondo della nostra folle città,  impregnata di tradizione e provvidenza.
ANTEPRIMA: Remember, la vendetta non si dimentica mai
Gennaio 31
L’Olocausto è probabilmente la pagina più terribile e nera della storia recente dell’umanità. Immaginare di sterminare una razza è qualcosa di sconvolgente, oltre che diabolico. I campi di concentramento, come Auschwitz, sono il mostruoso emblema di come l’uomo possa perdere la ragione e diventare bestiale. Molti aguzzini tedeschi, al termine del conflitto mondiale, consapevoli che qualsiasi tribunale li avrebbe giudicati colpevoli di crimini di guerra e condannati, fuggirono dalla Germania rifugiandosi negli Stati Uniti, assumendo false identità e, in alcuni casi, rubando l'identità di ebrei tristemente morti nei lager. Gli ebrei sopravvissuti hanno raccontato l’orrore subito dando vita, nel corso dei decenni, la caccia ai criminali nazisti per trascinarli in Israele e processarli. Sfortunatamente, alcuni SS sono riusciti a farla franca. Atom Egoyan, dopo il deludente e scialbo “Devil’s Knot" di due anni or sono (qui la mia recensione https://ilritornodimelvin.wordpress.com/2014/05/11/105-devils-knot/.), torna al cinema con una storia di vendetta e giustizia covata lungamente. I protagonisti di questo particolare thriller, "Remember", sono due simpatici vecchietti ebrei di nome Zev (Plummer) e Max (Landau): il primo affetto da demenza senile e da poco vedovo e il secondo bloccato su una sedia a rotelle. Entrambi sono reduci dal campo di concentramento di Auschwitz in cui sono state sterminate le rispettive famiglie. Max ha trascorso la sua esistenza, dopo la fine della guerra, a cercare i criminali nazisti e, in particolare, Rudy Kurlander, l’assassinio dei suoi cari. Max, desideroso di vendetta, convince Zev a intraprendere un viaggio on the road attraverso l’America, per scovare e uccidere Kurlander, non potendo egli subire un equo processo. Max stila una dettagliata lettera affinché Zev non si perda nei suoi vuoti di memoria e possa mantenere la promessa. Inizia così una caccia all’uomo da parte di Zev, che è una via di mezzo tra “Lo Smemorato di Collegno” e un “Memento” in tarda età, pronto a tutto pur di ottenere giustizia. Lo spettatore accompagna l’anziano uomo nella sua ricerca, condividendo emozioni e sensazioni provate durante gli incontri con gli altri “reduci” della guerra e dell’orrore nazista. Un film che presenta diverse chiavi di lettura, una storia ricca di sfumature e di toni tra il comico, il drammatico e l’introspettivo che tiene vivo l’interesse dello spettatore fino alla fine. Una struttura narrativa convincente e agile sorretta da un testo ben scritto, lineare che evidenzia un’ironia feroce e a tratti macabra che riesce a spiazzare lo spettatore nel sorprendente finale. Un film basato sulle emozioni e sullo spirito di vendetta che l’uomo può covare per una vita, che gioca in maniera efficace e furba sul concetto di memoria e sui ricordi che sono alla base dell’Olocausto. La regia di Atom Egoyan, anche se di taglio televisivo, si rivela incisiva, efficace e solida nel condurre lo spettatore in questo viaggio della memoria e della vendetta, riuscendo a costruire un prodotto dal ritmo costante e mantenendo alto il pathos narrativo. Forse il finale frettoloso è la parte meno riuscita del film, ma non riesce ad intaccare gli elementi positivi e convincenti del film. Christopher Plummer e Martin Landau confermano la loro grandezza artistica sfoderando delle perfomance ricche di personalità, talento e di tanta esperienza e maturità scenica. I loro personaggi sono credibili, umani e naturali nei diversi e inaspettati colpi di scena, entrambi creano una sincera empatia con lo spettatore. Non si può scappare dal passato e, soprattutto, non si può fingere che l’Olocausto non ci riguardi tutti da vicino. Zev, nel drammatico finale, ci mostra che il peso dei ricordi non è altro che la presa di coscienza di responsabilità che certi orrori non debbano più ripetersi. Il biglietto d’acquistare per “Remember” è: 1) Neanche regalato 2) Omaggio 3) Di pomeriggio 4) Ridotto 5) Sempre.   “Remember” è un film del 2015 diretto da Atom Egoyan, scritto da Benjamin August, con Christopher Plummer, Martin Landau, Bruno Ganz.
Il Museo Civico Gaetano Filangieri, un museo singolare nel “palazzo che cammina”
Gennaio 30
Quando per la prima volta conobbi via Duomo, cioè ebbi la consapevolezza dei suoi palazzi e delle sue chiese, mi venne istintivamente di chiamarla “la strada delle meraviglie”.  È un susseguirsi di presenze prestigiose: Palazzo Como, che accoglie il Museo Civico Filangieri, la Quadreria dei Gerolomini, il Museo del Tesoro di San Gennaro e subito accanto il Duomo…   Una di queste eccellenze, il Museo Civico Filangieri, dopo essere stato sottratto alla fruizione dei napoletani per lungo tempo, ha riaperto, anche se in forma parziale ed incompleta. Si tratta di un evento di grande importanza, vediamo perché. Palazzo Como ha già di per sé un valore specifico perché è considerato uno degli esempi più importanti dell’architettura rinascimentale a Napoli. Fu fatto costruire nel Quattrocento da una famiglia molto facoltosa, di cui porta il nome, su progetto di Giuliano da Maiano e fu protagonista di una singolare vicenda: poiché si trovava nel tracciato di via Duomo che doveva essere ampliato, rischiò la distruzione, ma Gaetano Filangieri, principe di Satriano, propose al Consiglio Comunale di preservare quel prezioso monumento e di raccogliere a proprie spese le opere d’arte che possedeva, provvedendo ai lavori di riedificazione che furono veramente arditi per quell’epoca.   Ritratto di Gaetano Filangieri, di Edgardo Saporetti   Nel 1888 il palazzo fu smontato pietra per pietra e queste, numerate una per una, furono poi rimontate a venti metri di distanza dal sito originale, perciò i napoletani lo chiamano “il palazzo che cammina”. Già questa vicenda ci fa capire e Gaetano Filangieri non era certo una persona comune, non soltanto perché apparteneva ad una delle famiglie più illustri di Napoli, ma anche e soprattutto per la liberalità delle sue idee, da cui nasce appunto il progetto del museo “civico” legato ad un programma di sviluppo civile e di progresso sociale. In questo Gaetano Filangieri si ricollega al nonno, il grande filosofo illuminista suo omonimo, che nel 1783 aveva pubblicato la “Scienza della legislazione” apprezzata in tutta Europa, in cui a proposito dell’educazione affermava che il lavoro non deve essere considerato solo come mezzo di produzione, ma anche come spinta potente di educazione e crescita civile, perciò era importante unire il luogo dei modelli, la formazione e il lavoro nelle botteghe artigiane, cioè unire Museo, Scuola ed Officine. A questo puntò il Filangieri affidando la cura delle raccolte museali a Domenico Morelli e quella delle scuole-officine a Filippo Palizzi. E proprio il pavimento maiolicato con stemmi del casato dei Filangieri, realizzato dagli alunni artigiani sotto la direzione del Palizzi, fa da elemento unificatore con la sua chiara luminosità, che rimanda quella proveniente dalla copertura di vetro.   Santa Maria Egiziaca, Jusepe de Ribera   Siamo nel salone del piano superiore, dove tutte le opere esposte hanno pari dignità. In questo ambiente, dedicato alla principessa Agata Moncada di Paternò, madre di Gaetano Filangieri, sono dipinti di grande pregio, tra cui Mattia Preti, Andrea Vaccaro, Jusepe de Ribera, mentre una galleria pensile lignea permette di ammirare la collezione di ceramiche, porcellane e maioliche napoletane, di Meissen, di Sèvres, vasi greci e figure in biscuit di Filippo Tagliolini. La galleria pensile porta alla magnifica biblioteca del principe, che raccoglie libri di scienza militare del padre, Carlo Filangieri, generale prima delle armate napoleoniche, poi del Regno delle Due Sicilie, sia libri di arte a storie napoletane, perché per il fondatore l’attività espositiva non poteva essere separata dallo studio e dalla ricerca.   L’eterogeneità che caratterizza questo museo e ne fa uno dei più interessanti in Europa, ci sorprende anche nella sala d’ingresso, dedicata al padre del fondatore, che mostra statue, marmi e collezioni di armi cinesi e giapponesi inseriti in un ambiente neogotico con volte a mosaico realizzate nelle officine Salviati di Venezia e decorate da racemi floreali in cui appaiono stemmi e nomi di esponenti dei Filangieri.   Il Museo Civico Filangieri è dunque una presenza di eccezionale valore culturale ed artistico nella nostra città, eppure nel 1999 fu chiuso per motivi finanziari e gestionali! Come abbiamo detto ha riaperto, sia pure faticosamente e non al meglio delle sue possibilità, ma è questo un segno di volontà di rinascita, un primo passo, speriamo, per la “restituzione” ai napoletani di tanto patrimonio culturale oggi non godibile. A questo proposito… quanti di loro si sono accorti della chiusura e riapertura del Museo Civico Gaetano Filangieri?   LUOGO: Museo Civico Gaetano Filangieri - Via Duomo, 288, Napoli ORARI: da Martedì a Sabato, ore 10.00-16.00 – Domenica, ore 10.00-14.00 – Lunedì, CHIUSO INFO: tel. 081-203175, http://salviamoilmuseofilangieri.org/
La coppia Verdone e Albanese al cinema 'l'hanno fatta grossa',ma non abbastanza
Gennaio 30
Nel nostro immaginario cinematografico, con il genere noir siamo soliti pensare a una storia buia, opaca, notturna in cui il protagonista è, generalmente, un ex fascinoso poliziotto, divenuto investigatore privato, costretto a indagare su misterioso omicidio e teso a salvare una bella donna, di cui fatalmente s’innamorerà. Ebbene, dimenticatevi questo cliché, se e quando deciderete di vedere il nuovo film di Carlo Verdone. Infatti, l’artista romano, insieme agli sceneggiatori Plastino e Gaudosio ha deciso di riscrivere le regole genere del noir in maniera creativa e originale per il panorama italiano, mescolando insieme una colorata e solare commedia. I puristi dei rispettivi generi staranno già scuotendo la testa. Ebbene, possiamo dire che il risultato finale di quest’operazione genetico-creativa non è riuscito perfettamente e lascia nel pubblico più di una perplessità. Ciononostante, non si può non lodare lo sforzo di Verdone, come lui stesso ha dichiarato in conferenza stampa, "di voler sterzare" dai canonici schemi narrativi dei suoi film, tentando di scrivere una nuova pagina della lunga e ricca carriera artistica che gli appartiene. Così lo spettatore fa la conoscenza prima di Yuri Pelagatti (Albanese), attore di teatro preda di amnesie sul palcoscenico a causa della dolorosa separazione dall’amata moglie Giorgia e, in seguito, di Arturo Merlino (Verdone), aspirante scrittore di romanzi noir e, nella vita, squattrinato e improbabile investigatore privato che, al massimo, ha come incarico recuperare il gatto del vicino. Yuri, deciso a sapere se la moglie lo tradisca con il suo avvocato, ingaggia lo scettico Arturo affinché inizi un pedinamento della moglie. Durante il pedinamento Arturo si ritrova ad ascoltare e registrare, per errore, una conversazione tra un uomo e una donna, pensando che fosse la moglie di Yuri con l’amante. Un equivoco che porta i due protagonisti a farsi coinvolgere in un'avventura rocambolesca che attraversa tutta Roma, quando vengono in possesso di una preziosa valigetta. Ben presto l’elegante e misterioso proprietario della valigetta (Popolizio) la reclama a sé, pronto a qualsiasi azione lecita e non. I due protagonisti finiranno travolti dagli eventi e considerati alla stregua dei criminali da punire per la cieca e sorda giustizia italiana. Come dicevamo all’inizio, l'idea di costruire un “noir comico”, sebbene sia stata un'iniziativa lodevole e coraggiosa, presenta fin da subito grossi limiti e pecche sia nella struttura che nell’intreccio narrativo, dando l'impressione di un confuso pasticcio. Il ritmo è lento, macchinoso e non aiuta la storia a carburare, solo raramente si colgono momenti brillanti e riusciti sul piano comico. La parte noir è debole e poco credibile, lasciando spazio a situazioni poco realistiche e approssimative. Il film, nonostante i limiti sopra citati, riesce a mantenere una certa vivacità e interesse da parte dello spettatore per merito del talento e della personalità della coppia formata da Verdone e Albanese. Una coppia artistica inedita ma che ha mostrato in scena affiatamento, coesione e capacità di dettarsi reciprocamente i giusti tempi comici e la suspense necessaria. Come, infatti, hanno affermato entrambi gli attori durante la conferenza stampa, sul set si sono trovati molto bene a lavorare insieme, facendo nascere soprattutto un’amicizia personale che potrebbe essere l’inizio di future e proficue collaborazioni. È da menzione speciale la performance solida, esperta e istrionica di Massimo Popolizio. La regia di Carlo Verdone è essenziale, pulita e di taglio televisivo, magari non particolarmente frizzante e innovativa, ma il regista romano dimostra mano ferma e consumata esperienza nel condurre il cast e conduce la nave produttiva in porto. Il finale agrodolce regala un sorriso liberatorio e partecipativo allo spettatore, tentato di imitare il gesto dei protagonisti e dire amaramente “L’abbiamo fatta grossa”.   Il biglietto d’acquistare per “L’abbiamo fatta Grossa è : 1) Neanche regalato 2) Omaggio 3) Di pomeriggio 4) Ridotto 5) Sempre     “L’Abbiamo Fatta Grossa” è un film del 2016 di Carlo Verdone, scritto da Carlo Verdone, Pasquale Plastino, Massimo Gaudosio, con Carlo Verdone, Antonio Albanese, Massimo Popolizio.
"K.O. a Tel Aviv": tra follia e realtà
Gennaio 29
La splendida città di Tel Aviv è lo sfondo e cornice di una delle opere più ironiche di Asaf Hanuka. Acuto osservatore, talentuoso illustratore e fumettista israeliano, collabora con le più importanti testate giornalistiche americane, come il Times, Wall Street Journal, Rolling Stone. Lui e suo fratello gemello Tomer hanno aperto un blog, dando il via ad un progetto innovativo il Bipolar, un fumetto che gli è valsa la nomination agli Eisner, Harvey ed Ignatz Awards. Nel 2009 hanno creato un documentario animato Valzer con Bashir, che gli ha fruttato una nomination agli Oscar ed un Golden Globe.   K.O. a Tel Aviv, una raccolta di vignette autoconclusive, molto spesso scollegate tra loro, tratte dalla sua web-strip dal titolo The Realist, non è un'opera impegnata, ma più una rappresentazione delle sue battaglie quotidiane, delle sue vittorie, delle frustrazioni, delle sue emozioni. Sembra la trasposizione della quotidianità di ognuno di noi, il che ci rende più naturale e semplice poterci immedesimare nella sua. Dall'incombenza delle scadenze giornaliere, ai litigi con la moglie, alla paura che niente vada per il verso giusto, Asaf con i suoi disegni riesce ad esprimere perfettamente il suo stato d'animo di quel momento.   Le sue tavole sono intrise di sprezzante ironia, l'autore si mette completamente a nudo, criticando le proprie scelte e decide di spiattellare su carta la vita della propria famiglia, facendoci provare le stesse emozioni, perché in fondo sono anche le nostre. Hanuka ci mostra come il suo cervello vada in fumo e come sia profondamente segnato dalla cultura pop, non è un caso se nelle sue opere il colore è un elemento determinante ed estremamente comunicativo, usando tecniche all'avanguardia. Nelle sue vignette, quindi, si oscilla tra il realismo visivo a deliri psichedelici e surreali, come la rappresentazione di se stesso come un super eroe di casa Marvel.   K.O. a Tel Aviv è una sorta di vademecum a cui tutti dovremmo attingere, sia per trarne preziosi insegnamenti sia per ridere e sdrammatizzare sulle impervie strade che dobbiamo affrontare tutti come Asaf.  
Piro piro boschereccio(VIDEO)
Gennaio 28
Ancora una volta, la vasta biodiversità della Zona umida dei Variconi mi offre un’altra specie animale di cui scrivere. Perciò oggi tocca al Piro piro boschereccio. Il piro piro boschereccio è una specie di uccello acquatico, imparentato (per famiglia) con le beccacce e (per ordine) con i lontani parenti gabbiani. E’ lungo all’incirca 20cm e tra i “segni particolari” è da annotare un largo sopracciglio bianco; possiede zampe molto lunghe color giallo verdognole. In volo è facilmente riconoscibile per la forma appuntita delle sue ali e il groppone e le parti inferiori bianche che contrastano nettamente con le parti superiori scure. E’ un uccello migratore di abitudini gregarie, molto comune presso paludi e stagni ma a volte alcuni si riuniscono in grossi stuoli sulle rive del mare. L’areale di distribuzione di questo piro piro è molto ampio, sebbene sia una tipica specie delle regioni europee più settentrionali, nidificante presso le remote zone artiche, tra Russia e Scandinavia; per costruire il nido necessita di terreno aperto vicino all’acqua. In Italia il piro piro è anche estivo; la sua alimentazione è costituita tendenzialmente da lombrichi, larve di insetti, ragni e altre sostanze vegetali. La maggior parte degli individui avvistati nella nostra penisola sono migratori che usano il nostro paese come luogo di transizione ove rifocillarsi presso paludi, stagni, acquitrini e altre zone umide.  Il gran numero di foto presenti in questo articolo giustifica condizioni di luce non proprio ottimali, difatti l’uccello sembra, in alcuni fotogrammi, mimetizzarsi col terreno; il filmato ne ritrae meglio i colori.  
"Tom Clancy's The Division"
Gennaio 28
Immaginate un apocalisse senza zombie, una calamità dove tutto quello che c'è di male non sono i mostri, ma le persone come noi. Immaginate una squadra di agenti che deve ripristinare l'ordine a Manhattan, ricostruire rifugi sicuri e recuperare tecnologie estremamente pericolose. Immaginate una Zona Oscura, dove le persone rischiano la vita e persino gli agenti più insospettabili diventano traditori. Di chi ci si può fidare, se non dei propri compagni?   Si perché The Division promette un'esperienza multi giocatore proprio di questo tipo: quattro amici, che condividono gioco e console, pronti a darsi una mano e a dividersi in classi pur di portare a casa la pellaccia. E anche un po' di loot. L'idea di Ubisoft si rivela ancora una volta puntata sul creare squadre, gruppi di gioco, ma questa volta apprende una lezione da alcuni illustri concorrenti: i legami umani. Avere una squadra di amici con cui giocare, e che quindi sai che non ti tradiranno mai, è entusiasmante, ma immaginate la sensazione che si può provare nel costruirsi un gruppo del genere giorno dopo giorno mentre giochiamo e saliamo di livello. Parlare in chat vocale con i nostri compagni appena conosciuti cercando di capire se vogliono tradirci o se giocano pulito, nella speranza che non diventino Rogue Agents proprio durante la spartizione del bottino.   Dal punto di vista tecnico, il gioco si annuncia impressionante: pur essendo stato "ridimensionato" parecchie volte, si dice che comunque la Manhattan da riconquistare sarà sterminata e le opzioni moltissime. La meccanica sparatutto in terza persona si fonde ad uno stile "gioco di ruolo" eccezionalmente valido e che probabilmente porterà su schermo tante dinamiche tipiche dei giochi fantasy, specie viste e considerate le tecnologie a cavallo tra modernità e futurismo. Quindi healer, dps e tank torneranno alla ribalta ancora una volta, ma con la grande differenza che finiranno per essere personalizzati in toto come i nostri alter ego della vita reale: un po' come se fossimo noi a dover salvare l'America, sfoderando la personalità e lo stile di gioco che ci ha sempre contraddistinti.     In teoria sarebbe possibile anche giocare una beta di questo titolo, ma solo per tre giorni e, visto che per avere la garanzia di superare lo sbarramento (le key sono limitate) occorre prenotare il gioco da subito, tanto vale attendere la data di release, fissata per l'8 di Marzo. In fondo, si tratta solo di un po' di hype.
La banalità del male, di Hannah Arendt
Gennaio 27
Il 27 gennaio ricorre il "giorno della memoria", associato dai più esclusivamente alla Shoah, sebbene personalmente estenderei a tutte le vittime innocenti della storia dell'umanità il prezioso concetto di "memoria", poiché nessuna di esse merita la condanna all'oblio. Sorvolando, ad ogni modo, su questioni spinose e trite e ritrite, direi che, volendo ridurre ai minimi termini l'ampiezza di respiro di questo articolo, si possono annoverare molti titoli fra le letture fondamentali sull'Olocausto, fra le quali ho scelto forse la meno semplice o la meno nota. Hannah Arendt era ebrea e visse gli anni della guerra e della persecuzione del suo popolo. Fu giornalista, scrittrice e filosofa, anche se non approvò mai quest'ultima definizione per se stessa. Preferiva che la sua opera fosse annoverata fra le teorie politiche, piuttosto che tra le filosofie politiche.Nacque ad Hannover e fu apolide dal 1937, quando il regime nazista le ritirò la cittadinanza, al 1951, quando ottenne quella statunitense.Allieva di Martin Heidegger e sua amante segreta, si dissociò da quest'ultimo quando scoprì i suoi rapporti con il nazismo, anche se non potè mai dimenticare il forte legame con il maestro. A guerra conclusa, il gerarca nazista Adolf Eichmann, rifugiato nel 1945 in Argentina, fu qui rapito dagli israeliani nel 1960, processato per genocidio nel 1961 a Gerusalemme e condannato a morte per impiccagione. La sentenza fu eseguita il 31 maggio 1962.   Riporto questo episodio specifico poiché la Arendt presenziò al processo Eichmann come inviata del New Yorker e basò su questi fatti la sua opera La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, trattato per il quale fu aspramente criticata e rispetto al quale molti contemporanei, con ancora negli occhi le orribili immagini dei campi di sterminio e del genocidio di massa, non poterono capirla. C'è da dire che, da un punto di vista legale, furono molti gli aspetti oscuri delle modalità con cui Eichmann fu processato. Egli, infatti, non venne mai effettivamente arrestato, ma rapito dai servizi segreti israeliani in territorio argentino, dove godeva dell'asilo politico. Fu fatto passare clandestinamente in Israele, contro la volontà dell'Argentina e, inoltre, nonostante fosse accusato di crimini contro l'umanità, venne giudicato dallo Stato di Israele, il quale non poteva costituirsi parte civile, giacché non ancora esistente all'epoca dei fatti contestati ad Eichmann. Inoltre, dato che i crimini contro l'umanità commessi da Eichmann venivano considerati crimini contro gli ebrei, e dal momento che veniva giudicato in Israele, risultava contrario a qualunque diritto penale che le vittime (gli israeliani) giudicassero il carnefice, e non fosse un giudice imparziale a farlo. Ad ogni modo, Hannah Arendt potè osservare, registrare, delineare la personalità di quell'imputato, macchiatosi di crimini terribili, il cui profilo, tuttavia, non rispondeva a quello di un efferato criminale. Egli sembrava essere giunto alla carriera militare fra le fila naziste per puro caso. L'autrice descrisse Eichmann come un uomo mediocre, che viveva di idee altrui e si attribuiva meriti che non aveva pur di sfuggire alla mediocrità. Anche in relazione all "soluzione finale", di cui fu messo al corrente nel periodo della sua carica, durante il processo descrisse solo un profondo senso di vuoto e nessun riferimento allo sterminio di esseri umani fu mai fatto. Al di là delle effettive responsabilità di Eichmann nella messa in atto della "soluzione finale", l'autrice sostenne che la condanna per l'imputato fu giusta, ma raggiunta e applicata con mezzi sbagliati. Inoltre, ancora più interessante è la sua analisi degli effetti del totalitarismo sugli individui dotati di scarsa personalità, inseriti in una complessa e grande macchina militare cui essi sentono di appartenere come semplici ingranaggi, in un completo distacco dalla realtà e dalla capacità di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Potè, all'epoca, apparire la teoria della Arendt come una sorta di giustificazione alle responsabilità di Eichmann nel compimento del genocidio, ma in realtà si tratta di una profonda analisi dell'animo e della mente umani, affrontando ciò che a un primo sguardo appare del tutto inspiegabile e che può essere interpretato come un vero e proprio delirio di potere, desiderio di aggregazione e accettazione. Come si può distinguere il crimine quando si vive nel crimine? Quando ci si trovi di fronte a un massacro organizzato da uno Stato? Era questo che, secondo Hannah Arendt, il processo ad Adolf Eichmann avrebbe dovuto spiegare. In realtà, però, nell'opera della Arendt non è in discussione semplicemente il totalitarismo, ma si ricerca la vera origine del male, del quale il regime totalitario può essere una delle potenziali espressioni. Un volume essenziale, a parer mio, per poter approfondire, da un punto di vista del tutto nuovo, ciò che accadde in quegli anni terribili e ciò che spinse gli uomini nella più completa oscurità.
Riportare al cuore nella Giornata della Memoria.
Gennaio 26
Non voglio vedere altro che lei. La fisso. Inevitabilmente lei. Mi tormenta, mi beffeggia, si nasconde. Appare e scompare. Non la trovo, la assaporo, ma non l'assaggio. La tocco con gli occhi, la ammiro, la voglio. Lei è la soluzione a tutto questo. C'è, ma non basta la mia corsa. Mi spingono, la cercano tutti. Li strattono, mi strattonano. Continuo. Un treno. Ecco come posso arrivare a lei. So che arriverò a lei. Riprendo a correre. Sono stanca, sento il sangue pulsare. Ho le mani gonfie. Il cuore sussulta. Non devo mollare, ancora qualche giro di corsa e so che la vedrò. Ho l'affanno. Sento delle voci. Anziane e giovani. Sono le voci di chi non ha potuto correre con me. Delle immagini mi sfiorano. Persone, cose senza significato. Ancora. Scarpe. Immagini passate, sfocate. Non importa, sono ritornate le voci. Predominano. Arrivo in un campo. Mi fermo. L'aria entra nei polmoni. Buio. Ci sono ancora delle voci, confuse questa volta. Cerco di capire ciò che vogliono dirmi, mi sforzo. Non ci riesco. Più che voci sono rumori pleonastici, striduli, lamenti. Continuo a cercarla, sono stanca di sentire queste voci. Mi attraversano dal collo fino alle caviglie. Dalla bocca alla pancia. Apro gli occhi, lei non c'è. Sono di nuovo nel campo, lo stesso di prima. Intatto. È grande, l'erba mi taglia il viso. Sono sola. Non la vedo. Non vedo lei. Lei, la fine di questo dolore. Riprendo a correre. Corro più che posso. Rivedo le stesse facce, risento le stesse voci. Ci sono anche dei bambini. Niente è cambiato. Sono di nuovo nello stesso campo. Quel campo che ti graffia la pelle, pieno di dolore.   Oggi mercoledì 27 Gennaio 2016, come da 11 anni a questa parte, si  ricorda la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, avvenuta il 27 Gennaio 1945 ad opera delle truppe sovietiche. Si ricordano l'orrore del genocidio compiuto dai nazisti e tutte le vittime dell' olocausto, ma non solo. Che oggi sia un giorno di memoria di tutte le vittime di tutte le stragi, come quella avvenuta in Ruanda nel 1994, come lo sterminio dei rom, dei sinti, degli omosessuali e dei testimoni di Geova durante la Seconda Guerra Mondiale e come la strage dimenticata dei desaparecidos in Guatemala. Passato, presente e futuro. Che sia un vero giorno della memoria, ossia  di riflessione e commemorazione. Ricordare, dal latino "recor", vuol dire "richiamare in cuore", vuol dire consapevolezza, ma vuol dire anche  profondo dolore, in casi come questi. Un dolore che forse non avrà mai fine, questo. Un dolore che però può insegnarci ad imparare la lezione e a professare la pace tra noi cittadini europei, noi cittadini dei mondo.
Spazi e laboratori – scrivanie di disegnatori a confronto. I^ parte
Gennaio 26
La percezione di sé, del proprio io, in uno spazio vuoto da altre presenze è per i bambini uno dei momenti di creazione della consapevolezza. Perchè sia facile vedersi inseriti in un ambiente, in un gruppo, è necessario percepirsi  come entità fisica con dei propri bisogni. La necessità di isolamento fa parte della crescita, e così la personalizzazione di uno spazio "proprio", tanto che spesso questo diventa un' appendice in molti adulti. A lavoro tutti siamo portati a personalizzare il nostro spazio, sebbene questo diventi più difficile per chi lavora in aziende dove la regola dell'abbattimento delle pareti di uffici, intese come barriere, pretende di creare un ambiente più produttivo ma decisamente asettico. Sono i laboratori creativi che invece necessitano  ASSOLUTAMENTE  di diventare appendici  dei loro occupanti (siano essi pittori, scrittori, musicisti o matematici) quasi che lo spazio raccolga insieme materiali e ispirazione, insomma tutto quello che non è possibile tenere in testa.   Ultimamente si trovano sul web molte "collezioni" di atelier e scrivanie famose, che rispondono probabilmente all'esigenza di vedere una porzione degli spazi "mentali" di artisti come Picasso, Chopin, Frida Kahlo, Coco Chanel e altri. Quello che vi propongo invece è uno sguardo tra le scrivanie di alcuni disegnatori italiani, tra quelli che preferisco, che hanno fatto anche del web uno strumento di diffusione delle proprie opere. Si tratta di Claudia "Nuke" Razzoli, di Riccardo Torti, familiare a molti su Fb con lo pseudonimo di Torti Marci,  Paolo Voto di  Mostro e Pizzo, Simona Zulian in arte Felinia, Daniel Cuello, Francesca de Martino o Fran e Francesca Farinelli creatrice di ARTeapot, che oltre a rispondere ad alcune delle mie improbabili domande ci hanno permesso di affacciarci sulle loro scrivanie. Lo studio di Claudia Razzoli   Cominciamo con la domanda più classica: in cosa l'organizzazione del tuo spazio di lavoro rispecchia te e in cosa le tue opere?   Torti- Vogliamo veramente fare il test psicologico "riconosci un artista dalla sua scrivania"? Sul serio? Ok, facciamolo. Sono un egocentrico, come tutti quelli che fanno questo lavoro. Se qualcuno ti dice il contrario sta mentendo. Perciò spesso il desktop del mio pc è un mio disegno. Ah, non parlavamo di quella "scrivania"? Ok... Sono ossessivo compulsivo, ma la mia postazione è solitamente un casino disordinato e confusionario. Il che vuol dire non sono ossessivo compulsivo a livello patologico. Sono territoriale e odio che si tocchino le cose sulla mia scrivania. Nel nostro studio ho istituito un regime di terrore. Chiedete pure a quelli di Uno Studio in Rosso... La pigrizia è un altra caratteristica del mio carattere, questo vuol dire che raramente metto in ordine e se ho preso un fumetto per scopiazzarlo, capace resta sul tavolo per i mesi a venire. Ora tutto questo influenza la mia arte? Non scherziamo, sono un professionista io... Ora però devo andare che sto indietro con il lavoro. La scrivania di Riccardo Torti   Cuello - L'ordine! Potrà non sembrare ma considero i miei disegni ordinati e puliti. Forse perché quando disegno metto ordine tra le idee. Sulla scrivania mi piace avere poche cose. Ovviamente poi mi ritrovo di tutto e disordinatamente. Felinia - Il caos è una di quelle cose che sulla mia scrivania non deve mai mancare, perchè è tra disegni vecchi e nuovi che riesco a ritrovare me e le mie idee e crescere insieme ad esse. Nuke - A volte penso che il mio spazio di lavoro non mi rispecchi per niente, ma solo perchè io so che è tutto perfettamente organizzato. In realtà rispecchia me e i miei fumetti in tutto, visto che per un occhio esterno è molto difficile percepire organizzazione oltre alla grande confusione. ARTeapot - Ci ho riflettuto parecchio (consumando cioccolatini a raffica) e sono giunta alla conclusione che il comune denominatore sia quella stessa sensazione che dava ogni episodio de “L’Albero Azzurro” quando ero bambina. Ogni cosa che sta sulla mia scrivania, così come ogni cosa che disegno, ha quel ricordo di Scatolone Fabbricone, di fatto all’arrangio con quello che c’è. Sia che io lavori coi miei cartoncini colorati, sia che io stia sistemando i pennarelli, tutto è un riciclo di altro, sistemato e utilizzato nel modo migliore possibile. Mi sono ritrovata a fare collage e papercut creando vestiti vittoriani da carte di caramella e vecchi pacchi regalo, così come utilizzo orgogliosamente una vecchia scatola dell’Orzoro come portapenne. Tutto era già qualcosa di vecchio, che poi è diventato qualcosa di nuovo. Vecchi ritagli di carta, vecchie scatole di cioccolatini, nuovi spazi creativi e nuovi disegni. Non si butta via niente, tutto ha colore, tutto ha una doppia vita. Allo stesso modo, tutto è molto pieno! Sia la scrivania che i disegni stessi. Infatti mi trovo a colorare tavole pienissime di dettagli, costretta in un angolino di tavolo perché ho riempito tutto lo spazio con altro. Affastello colori, fogli, scatole, quaderni; così come affastello idee, soggetti e particolari in ogni disegno.   Fran - In niente, spero! Cerco sempre di mantenere il piano di lavoro quanto più sgombro ed asettico possibile. Al contrario di quanto sento dire da molti colleghi su come il disordine stimoli la loro creatività, io non riesco a concentrarmi su quello che sto facendo se sono circondata da cose che potrebbero stare su scaffali o dentro cassetti.   Parliamo di "spazi di lavoro". Cosa ti viene in mente???   Cuello - Instagram! Questo perché quando ho costruito il mio spazio di lavoro ho passato giorni a vedere altre scrivanie e laboratori, per ispirarmi. In realtà per me però, lo spazio di lavoro non è altro che un tavolo dove appoggiare la carta, o computer e tavoletta grafica. Può essere anche la cucina, basta solo che il tavolo non dondoli.   Fran - Un foglio A4 bianco. O, più verosimilmente, un file .psd con un livello vuoto. Molto meno romantico, ma di solito è da lì che tutto comincia. Mostro e Pizzo - Più che di spazio di lavoro, per me si parla di strumenti. Mi spiego meglio, mi piace che il mio spazio di lavoro possa essere contenuto in uno zaino perchè potrebbe capitare l’occasione di dover o voler realizzare qualcosa in qualsiasi momento della giornata.   ARTeapot - L’importante è che ci sia del tè da bere. È vitale e vincolante. Per me lo spazio di lavoro è una sorta di ritiro spirituale in cui avere tutto il tempo del mondo per provare tutti i colori del mondo. Devo poterci stare in pigiama e vestaglia, devo poter gironzolare con la sedia a ruotine perché non ho voglia di usare le gambe, devo poter tenere la televisione accesa sui canali più improbabili o ascoltare la musica ripetendo un brano miliardi di volte. Ma soprattutto, deve essere tutto a portata di braccio. Quando disegno a lungo, alla fine compongo una sorta di cerchio alchemico intorno alla mia sedia. Tutto quello che mi serve è lì, mi basta girare la sedia nella giusta direzione.   Quanto è necessario che uno spazio sia personalizzato?   ARTeapot - Più che “necessario” direi che mi è impossibile contemplare l’esistenza di qualcosa di non personalizzato. Faccio un esempio: quest’estate mi sono ritrovata a lavorare in Inghilterra e la prima, primissima cosa che ho fatto appena seduta alla mia nuova scrivania è stato appendere una fila di post-it colorati davanti a me, corredati con una catenella di graffette. Non riesco a lavorare in un posto non mio. Anche solo in piccola parte, devo poter modificare lo spazio che mi circonda. Felinia - È necessario fin tanto che la creatività possa emergere! Torti - Molto. Quei due metri quadri in cui sono seduto tutti i giorni sono la mia casa. E per lavorare bene devo sentirmi a casa. Lavorerei malissimo in una postazione asettica senza essere circondato dalle mie cose! Mostro e Pizzo - Fondamentale direi, l’ultima volta che ho disegnato con un „arsenale“ che non fosse il mio ho creduto di aver dimenticato come si facesse. Ho personalizzato il mio astuccio e il mio computer provando e scartando strumenti nel corso degli anni, selezionando quelli che mi si adattavano di più, per raggiungere l’equilibrio a cui sono arrivato ora. Fran - Più che di necessità parlerei di un dato di fatto: è inevitabile che ci si costruisca intorno un “nido” confortevole e ci si circondi di oggetti a noi cari o utili, vale per uno studio come per casa propria, ma per quanto riguarda me non è una condizione fondamentale per lavorare bene. Nuke  - È fondamentale. È un rifugio, prima di tutto.Uno spazio dove si è inattaccabili. Uno sguardo sugli attrezzi di Paolo Voto   Alla prossima settimana per la seconda parte dell'intervista e per uno sguardo su altre splendide scrivanie!
E quindi, tocca alle mimose.
Gennaio 26
Come volevasi dimostrare, dopo il mio accenno alle mimose, nell’ introduzione all’articolo sulla precoce infiorescenza dell’ erba ruchetta, eccone un paio in foto, al culmine della loro fioritura.   La sua fama la precede per il valore emblematico, che comunemente associa la mimosa alla festività ricorrente l’ 8 marzo, in cui si celebrano i diritti d’ uguaglianza delle donne per la parità dei sessi. L’usanza di donare un ramo di mimosa alle donne, nel  giorno dell’8 marzo, fu un’ iniziativa intrapresa nel 1946 per volere della parlamentare comunista Teresa Mattei. Ma una recente rivoluzione di pensiero divide l’opinione femminile: non tutte le donne d’oggi apprezzano infatti questa commemorazione e suoi costumi abituali, che oltre ad esser ritenuti ormai “vecchi” e “commerciali”, sembrerebbero esaltare i principi etico morali su cui si fondano, unicamente nella data dell’ 8 marzo, anziché sensibilizzarne il rispetto indissolubile.    Meno risaputa è invece una proprietà biologica della mimosa, che la individua per definizione tra le piante pioniere: a tali piante (o specie) pioniere appartengono quelle specie vegetali capaci di crescere per prime, in un terreno di recente formazione, come accade ad esempio in seguito a un incendio, una frana, o addirittura una colata lavica. Pertanto, che sia gradita o meno nel giorno della festa delle donne, la mimosa è comunque un lampante esempio di come la natura risorga dalle proprie ceneri, rigenerandosi più bella, profumata e rigogliosa.   Le foto risalgono a domenica scorsa e, anche se molti di voi ne saranno già al corrente, questi profumati fiori gialli sarebbero dovuti sbocciare (come di consueto) tra febbraio e marzo; assistiamo dunque ad un altro caso di infiorescenza prematura, come per l’erba ruchetta, all’inizio di questo nuovo anno.  
MyTopTweet126
Gennaio 25
Questa settimana mi occuperò come sempre di un “alto” argomento che ha tenuto banco in questi giorni in Italia. Vado subito al dunque perché poi dovrò fare molte necessarie premesse. I tweet di oggi sono dedicati all’ormai ben noto caso Mancini-Sarri: dopo la partita di Coppa Italia tra Napoli e Inter, l’allenatore dei neroazzurri in un’intervista per Rai Sport ha dichiarato che il tecnico azzurro ha inveito contro di lui chiamandolo “frocio” e “finocchio”. Ha poi continuato dicendo che Sarri negli spogliatoi si è scusato ma lui non ha accettato le scuse perché era troppo grave il comportamento dell’altro. Allora diciamo subito che i termini usati dall’allenatore del Napoli sono da condannare, ma bisogna tenere in considerazione anche il fatto che Sarri si è subito scusato con Mancini e che durante una partita di calcio gli insulti sono frutto della tensione agonistica e non di una reale volontà di offendere. Pensate per esempio a quando vi trovate alla guida della vostra auto e quello di dietro vi sorpassa all’improvviso, non credo che dalla vostra bocca escano rose! Insomma tutto questo per dire che in questo periodo in cui in Parlamento si discute l’approvazione della legge sulle unioni civili, non mi pare il caso di perdere tempo con scaramucce calcistiche! #SarriMancini Francesco Capone: Dopo le parole di #sarri voglio difendere Roberto Mancini che ha subito un attacco assurdo Cristiano Malgioglio: Non capisco niente di calcio....direi nulla. Ma questo fotomontaggio che gira sul web di Mancini mi diverte molto. Gene Gnocchi: Mancini in conferenza stampa spiega che non perdonerà Sarri (cit) #sarrimancini Lele Angeli: Il secondo round tra #Mancini e #Sarri. Chi vincerà? #memecronaca#NapoliInter#CoppaItalia Rocco Pezzullo: Io amo il mio popolo perché da qualsiasi episodio riesce a trarre motivazioni per far sorridere. #sarrimancini Lele Angeli: SCOOP! Ecco cosa ha fatto impazzire #Mancini! #memecronaca #NapoliInter #CoppaItalia L’anticalcio: #NapoliInter #sarri #Mancini #sarrimancini #Napoli #Inter #NapoliInter #CoppaItalia #RaiSport #Ljajic #Jovetic Giuseppe Pironti: Tranquillo mister, metti sta foto del profilo e si risolve tutto! #sarri #sarrimancini#mancini #NapoliInter Dodo Occhipinti: Quel che succede in campo, finisce in campo. Fatti una risata #sarrimancini Jay Shermann: Io me la immagino così... #Sarri#Sarrimancini#forzaNapoli Alla prossima!
Villa Floridiana: tra incuria e bellezza
Gennaio 25
Il paese delle fandonie e dei misteri, il nostro. Sì, proprio così. Il nostro paese è intrappolato in un circolo vizioso, il circolo della non trasparenza. Quando qualcosa va avanti, cambia, si evolve in peggio o in meglio, avviene quasi sempre all'oscuro di tutti noi. Quasi sempre si celano i meccanismi, i finanziamenti e le gestioni. Il rapporto tra le istituzioni ed il popolo molte volte è inesistente, vaporoso. Sembra quasi che i cittadini siano da una parte e tutto ciò che li riguarda sia ad un piano successivo, non facilmente raggiungibile. Le notizie arrivano, ma dopo tempo, a volte dopo così tanto tempo che diventano scandali. Scandali di tempi immemori per eseguire dei lavori, scandali-nei casi più gravi-di  imprese colluse con le organizzazioni criminali, o ancora meglio di esponenti politici che tutto erano tranne che rappresentanti di quello che  dovrebbe essere il Governo della chiarezza e dell'onestà.   Analizziamo la situazione in cui versa la "Villa Floridiana" di Napoli. Nota ai più per essere punto di riferimento di uno dei quartieri più popolati ed importanti della città partenopea: il Vomero. Immaginarsi questo quartiere senza la sua area verde, ricca di prati, magici scorci e tortuosi sentieri, sembra surreale, ma invece è pura realtà. Ricordi, ormai  solo ricordi, riaffiorano nella nostra mente: quel bellissimo tempietto ionico posto al margine estremo del giardino a terrazza, che con le sue magnifiche colonne dava modo ai nostri occhi di godere di un panorama mozzafiato, quasi inimitabile; il piccolo laghetto con dentro tante tartarughe; il grazioso teatro di verzura e quel belvedere romantico su cui quasi ognuno di noi si è piacevolmente affacciato.  Di fronte a questi ricordi c'è il presente, scomodo e duro. Inutile dire che questi nostri ricordi sono sempre stati accompagnati da quel volere di più: più pulizia,  più manutenzione e più pubblicità. Questi sono stati di sicuro il monito per il quale già nel 2013 si decise di chiudere dei sentieri, praticabili da scalette  lungo tutto il vialone centrale,  e l'area del tempietto ionico sito nella parte finale della storica villa. Molti vialetti e aiuole già da anni erano abbandonati alla noncuranza e ad un mancato servizio di giardinaggio assiduo. Diventati inevitabilmente pericolosi, è stato deciso di transennarli "momentaneamente". Un momento che con il passar del tempo è diventato un anno, due anni e così via. La situazione è andata peggiorando, essendo stati chiusi da circa 10 mesi anche l'area del belvedere, il laghetto e le scale principali. L'unico posto rimasto in vita, anche se a vederlo non sembra affatto, è il prato centrale, vicino il "Museo  Nazionale  della ceramica Duca di Martina". Un prato che sembra più un terreno su cui far pascolare le pecore, che un luogo dove portare i propri figli a fare un pic-nic in una giornata di sole.  L'accordo del restyling completo della Villa Floridiana è stato firmato, circa tre anni fa, dal Comune di Napoli e dalla Soprintendenza per il patrimonio storico, artistico  e per il polo museale. L'accordo prevedeva che durante il corso dei lavori, che dovevano terminare il 30 ottobre scorso, ma che invece sono stati prorogati fino all'estate prossima,  il Comune di Napoli avrebbe provveduto alla manutenzione costante  dei giardini con l'obiettivo di rendere fruibile progressivamente il parco agli abitanti della zona e ai numerosi turisti. Tutto ciò non si è mai verificato, anzi, il parco è stato chiuso anche per alcuni periodi dell'anno per ragioni di sicurezza e nei periodi di apertura, come questo, l'ingresso di via Aniello Falcone è sempre chiuso, plausibilmente per mancanza di personale e sono inaccessibili anche i servizi igienici, situati all'interno dell'area del cantiere.  L'unica nota positiva in questo triste scenario  è la restituzione al pubblico del  "Museo Duca di Martina",  avvenuta sabato 16 Gennaio. Il noto museo, chiuso per alcuni mesi per lavori di restauro, è ospitato dal 1927 all'interno della villa e deve la sua importanza alle oltre seimila opere di manifattura orientale ed occidentale, alle raccolte dei vetri di Murano ed alle sue famosissime ceramiche. I tempi sono incerti e misteriosi. La stanchezza e  la rabbia per la situazione in cui desta uno dei parchi più bella della nostra città è tanta, anche se il traguardo sembra ancora un miraggio, la fine di questa lunga odissea  dovrebbe essere alle porte.
La ragazza che danzava per Mao
Gennaio 25
Prendete Montalbano e trasferitelo a Shanghai. Okay, lo ammetto, non è proprio la stessa cosa, però voi date spazio all'immaginazione e seguitemi.   Siamo alla fine degli anni Novanta in una Shanghai in rapidissima trasformazione: grattacieli modernissimi crescono ad una velocità impensabile, business di ogni tipo fioriscono senza sosta, eppure il cuore della città resta legato a una ciotola di tradizionali spaghetti in brodo consumati in ristorantini che non saprei definire in altro modo che bettole – parlo per esperienza personale, e vi assicuro anche che sono deliziosi, ma questa è un'altra storia. Il passato e un presente che sa di futuro si confrontano ad ogni angolo. È in questa cornice che si svolgono le indagini dell'ispettore capo Chen Cao, un poliziotto di mestiere e un poeta per vocazione, che questa volta sono incentrate su un caso che potrebbe essere legato a niente di meno che al defunto presidente Mao e al suo rapporto con le donne. Una bella patata bollente per Chen, che si ritrova catapultato all'improvviso tra i nostalgici della Shanghai degli anni Trenta, tra giradischi e case coloniali, e antichi pettegolezzi.    Lo scrittore cinese Qiu Xiaolong, stabilitosi negli Stati Uniti in seguito alle sommosse di piazza Tian'anmen, ha esordito nel 2000 con il primo giallo della serie dell'ispettore Chen Cao, La misteriosa morte della compagna Guan, riscuotendo un certo successo e un Anthony Award per la miglior opera prima. Da quel momento in poi Chen è stato il protagonista di altri otto episodi, e non è escluso che il numero sia destinato a crescere. Al di là delle indagini in sé e per sé, quel che colpisce è l'analisi della società cinese che emerge tra le pagine, portata avanti dagli occhi osservatori di Chen. Non è quel che fa anche il nostro Montalbano riguardo alla Sicilia in particolare e all'Italia più in generale? A me piace pensare di sì, ovviamente con le dovute differenze, sia chiaro.   Inoltre, questo libro ha anche un merito in un certo senso storico, perché l'autore riporta alla luce un aspetto molto poco lusinghiero di Mao che il Partito ha sempre cercato di tenere nascosto, e cioè la crudeltà con cui egli trattò le donne che fecero parte della sua vita – mogli, amanti, “piccole segretarie”. In fondo, non ricordo chi disse che è da come tratta le donne che si capisce di che pasta è fatto un uomo, e non ho dubbi che avesse ragione.   La fotografia in copertina è di Brigid Conklin, Shanghai 1997.
Intervista ai Sine Cerebro: il nuovo rock che avanza
Gennaio 25
La scena musicale negli ultimi anni ha proposto un varietà di espressioni artistiche più o meno valide: da una parte il legame con la tradizione, dall’altra la voglia di sperimentare che non sempre ha portato ai risultati sperati. La sconcertante semplicità con la quale la logica dei talent ha invaso i diversi generi non sembra aver però smorzato l’entusiasmo e la voglia di fare musica nel fitto sottobosco dell’underground. Noi di MYGENERATION abbiamo intervistato i Sine Cerebro, un gruppo Rock che con il primo disco autoprodotto, intitolato Primo, ha conquistato l’attenzione di Pierò Pelù. All’incontro erano presenti Olindo, voce e chitarra, e Stefano, bassista; gli altri due componenti della formazione originale, Francesco (chitarra) ed Alberto (batteria) era assenti per questioni di distanza. Perché Sine Cerebro Stefano: L’idea parte da sine tempore, a data da destinarsi, perciò a cervello da destinarsi. La mente è come una spugna, inizialmente è vuota, ci metti delle cose e poi spremi, scegliendo tu su cosa concentrarti, gli dai una destinazione, gli istilli il tarlo giusto e lei va. Olindo: Il nome viene anche dal fatto che la nostra formazione parte da quando avevamo quindici anni e, a quel tempo, l’unica cosa chiara era che eravamo fuori come balconi. A quindici anni fai le cose con il cuore e a volte ti vengono anche meglio di quando usi il cervello. Alla soglia dei trenta abbiamo fatto un percorso, abbiamo dato una destinazione al nostro cervello, servendoci dei nostri idoli. Ad oggi cuore e cervello viaggiano di pari passo e ci hanno portato ad incidere Primo. C’è ancora spazio per il Rock, in Italia? S: Assolutamente sì. Anche se io restringerei ancor più il campo e mi chiederei: c’è ancora spazio per il Rock all’interno di ognuno di noi? Che sia in Italia, in Campania o a Napoli, poco importa, quello che conta è avere voglia di cambiare le solite cose ed ogni tanto fare qualcosa di estremo. Perché no? Fare un figlio può essere Rock, così come decidere di non farlo. O: Finché c’è Rock c’è cambiamento, non dobbiamo mai smettere di avere voglia di cambiare. S: Sono morti grandi esponenti del Rock, Bowie ad esempio, e purtroppo così sarà anche in futuro. Ora è il momento di essere Rock, altrimenti finiremo col fare solo tributi. Le vostre influenze musicali? S: Per me senza dubbio Roger Waters, che con The Wall crea una storia, con questa storia non ti dà una risposta, però ti mette davanti ad un problema. Per me è questo l’approccio giusto. Da lui ho preso la mia passione per il basso. O: Per me sono stati importanti i grandi cantautori italiani, da piccolo ascoltavo mio padre suonare al piano i vari De André, Guccini e altri come loro, ma anche i Marlene, i CCCP, il Punk italiano. L’idea è unire alla poesia dei primi, la grinta dei secondi. Con Primo avete attirato l’attenzione di Piero Pelù, che effetto vi ha fatto? O: Sinceramente? Ci siamo messi a ridere. Non riuscivamo a credere che fosse successo davvero, ed invece era tutto vero. Lui è una pietra miliare del Rock italiano ed essere riusciti ad emozionarlo ci ha restituito il valore di ciò che avevamo prodotto. S: Insieme a lui e grazie a lui in poco tempo sono arrivate 1400 visualizzazioni sul nostro canale YouTube, richieste di amicizia su Facebook, 300 condivisioni del video. Sono arrivati sia commenti positivi che negativi, li abbiamo accettati tutti. La mia curiosità più grande sarebbe quella di chiedere a Piero quali emozioni ha provato lui quando ci ha ascoltato. O: Siamo felici di Primo, è stato registrato in cinque giorni, ed anche se ci sono delle imperfezioni, di base c’è uno studio, una maturità acquisita dal fatto che questi pezzi, prima di essere incisi, li abbiamo suonati per quattro anni da vivo, accumulando energia per tutto questo tempo per poi liberarla una volta in sala di registrazione. Ritorno alle origini, al rock puro, o sperimentazione e contaminazione? S: Origine e sperimentazione: le origini come mezzo, la sperimentazione per andare avanti. Le origini ci aiutano a rimarcare certe frequenze, chiare, cattive, che usiamo per arrivare a sonorità nuove. O: La contaminazione è anche interna al nostro gruppo. Chitarrista e batterista per motivi lavorativi si sono allontanati e noi, per non lasciare il progetto, stiamo inserendo nuovi componenti. Siamo tutti molto diversi, in realtà, molto lontani, ed è in quella distanza che nasce la contaminazione, perché ognuno ci mette il suo. La tua identità non scompare, al più si evolve. Molti gruppi si formano intorno alla passione di un singolo artista di riferimento e si attaccano alla certezza di qualcosa che piace. Sine Cerebro prova a fare qualcosa di nuovo, che sia l’insieme di diversi gusti musicali. Queste differenze hanno portato in certi casi a delle tensioni, ma è stato proprio in quel momento che sono venute fuori le cose migliori. È la prova che la musica non si pianifica, si crea. Progetti futuri? S: Ci stiamo lavorando, abbiamo un nuovo chitarrista e un nuovo batterista. Con Primo abbiamo scelto una via comunicativa dura, dove suono e testo sono impegnativi. Questo ci ha aiutato a raggiungere chi ascoltava rock negli anni ’90, ma serve parlare alle nuove generazioni e crediamo che un approccio sonoro più leggero possa avvicinare un pubblico più ampio. O: Nello stesso momento però non intendiamo rinunciare ai contenuti. Intendiamo rinnovare il suono, avvicinarlo ai nuovi gusti, ma con contenuti importanti, che pongano il problema. È uno scambio, tra noi e le nuove generazioni. I giovani ascolteranno la musica, quella deve entrarti subito in testa, qualcuno di loro riascolterà il brano e ne coglierà il contenuto, il messaggio. Il Rock dunque tiene ancora banco, ripartendo da dove era nato, nell’underground, per ritrovare se stesso e fondersi con i nuovi canali di comunicazione. Vi lasciamo con il brano “Il figlio di nessuno”, che tanto è piaciuto al frontman dei Litfiba.
Gospodin, il Don Quijote che non combatte i mulini, li rifiuta
Gennaio 23
Gospodin possiede un lama e una meravigliosa foto, nella quale è ritratto con il suo animale. Un personaggio non comune, lo si evince già dalle prime battute, novello Don Quijote che non combatte i mulini a vento della contemporaneità, ma si limita a rifiutarli. Gospodin ha una moglie, degli amici, ognuno con le sue personali follie, e tanti problemi da affrontare ogni giorno, o forse no... Se ci soffermassimo sull'idea che le scelte di vita possano rappresentare una non scelta, tutti si trasformerebbero un po' in Gospodin. Il protagonista dello spettacolo, che prende il suo nome, e mai scelta fu più giusta, corre attraverso uno spazio composto da persone, oggetti, strade e... frasi. Corre sì, ma nota tutto e, in quanto essere pensante, si pone domande, interrogandosi sul senso della realtà attuale, un mondo basato su un capitalismo spinto in cui “esistono quattro varianti di latte in base alla percentuale di grassi”. Voci esterne lo circondano, con incisi del protagonista stesso, parte integrante di momenti frenetici, dove tutto è ricerca di niente. Qui le parole diventano musica e sono accompagnate da note concitate di archi e strumenti a fiato. La scena è composta da pareti incolori, che si muovono in base alle scelte degli attori, su queste vengono proiettate immagini diverse, il presupposto perfetto da cui far partire questa storia, di un'abulia ricercata, di una fuga che non giunge a nulla, per la scelta.. di non scegliere. Nella scrittura di Löhle, il dualismo del ricordo e della dimenticanza, della rabbia nella ricerca di una felicità senza nome, della fuga dai finti moralismi, verso una realtà sconosciuta. “Sventurato il paese che ha necessità della pubblicità del latte”, risuona Brecht in modo irriverente: le frasi brevi, scritte sui muri, esprimono il grande dolore di una generazione, quella più giovane, che ha perso tutto, che conosce il prezzo, ma non il valore delle cose che la circondano. Persino la libertà è troppo difficile da gestire per gli esseri umani. Gospodin è interpretato da Claudio Santamaria, che ne veste i panni con una disperazione mai totale, destino di chi insegue ciò che davvero desidera, senza curarsi del parere altrui. Prova d'attore fisica e mentale, superata a pieni voti da Santamaria, che in scena mette tutto se stesso. Gospodin è personaggio insieme complesso, perché difficile da comprendere e avulso dal modo comune di intendere la vita, e semplice, perché rappresenta esattamente ciò che mostra di essere, e nulla più. Lo circondano caratteri strani solo in apparenza, ma in realtà molto facili da incontrare nel quotidiano: dalla moglie che si lamenta del compagno fallito, alla madre che passa da un 'amico' all'altro, perché piacevole, all'artista che cerca un'ispirazione che non ha, all'amico ossessionato dall'apparire, ognuno con la propria disperazione, capace solo di accusare Gospodin di qualcosa che è insito nella propria vita, più che nelle altrui. Federica Santoro e Marcello Prayer portano in scena con grande consapevolezza personaggi le cui finzioni si sgretolano davanti alla banalità di una speranza di ricchezza. “Gospodin” è irriverente, divertente, mai banale, è la vita senza sovrastrutture. La regia di Corsetti è un continuo rimando all'inclusione dell'escluso, la rivincita, visiva e strumentale, di una musica che stride, eppure più naturale della 'normalità', parola di cui troppe bocche si riempiono, soprattutto in questi giorni, il cui senso cade davanti alla felicità del singolo che, in un mondo auspicabile, vincerebbe su tutto.   GospodindiPhilipp Löhletraduzione Alessandra Griffonia cura del Goethe Institut conClaudio SantamariaFederica SantoroMarcello Prayer scene Giorgio Barberio Corsetti e Massimo Troncanetticostumi Francesco Espositoluci Gianluca Cappellettigraphics Lorenzo Bruno e Alessandra Solimenevideo Igor Renzettimusiche Gianfranco Tedeschi e Stefano Cogoloregista assistente Fabio Cherstich regiaGiorgio Barberio Corsetti produzioneFattore K. / L'UOVO Teatro Stabile Di Innovazionein collaborazione conRomaeuropa Festival

'Feisbuc-un mare di amici'

Domenica, 13 Maggio 2012 07:37
  

Recenti studi sostengono che l’utilizzo di Facebook aumenti l’autostima, altri esperti, invece, sposano una tesi diametralmente opposta. La verità, come spesso accade, è a metà strada: il mezzo di comunicazione più utilizzato dai giovani d’oggi può essere un grande strumento di scambio di idee ed opinioni a distanza o una gabbia che crea dipendenza e rende schiavi, tutto dipende dall’uso che se ne fa.

“Feisbuc- un mare di amici”, lo spettacolo di Giuseppe Celentano, allestito dal teatro Diana per le scuole nella stagione 2011-2012, ha il pregio di mettere in guardia gli spettatori da uno strumento tanto complesso senza mai giudicarlo. La scena sembra quasi uno specchio della platea: sullo sfondo una pagina che richiama proprio il noto social network ideato da Zukenberg con tante vite che transitano come satelliti intorno ai propri computer. Ragazzi soli ma con tanta voglia di comunicare, a loro modo: chattano, si taggano, condividono frasi, dando di sé un’immagine spesso artefatta, nel tentativo di accettarsi.

C’è Luca (Yuri Napoli), il soldato che manda le sue foto dall’Afghanistan e, attraverso le sue ‘imprese’, si sente un eroe, Lisa (Viviana Cangiano) e Stefania (Lorena Leone) con disturbi alimentari opposti che si scoprono più vicine di quanto pensassero, Oreste (Carlo Liccardo) che deve fare i conti con la propria sessualità ed i pregiudizi altrui e ci sono Barbara (Anna Capasso) e Carmen (Angela Rosa D’Auria) che cercano di capire fino a che punto ci si possa spingere per ‘diventare qualcuno’ in televisione e Amerigo (Diego Sommaripa), il bullo della situazione. Ragazzi, adolescenti forse ancora minorenni alle prese con i problemi della crescita, ma anche adulti come il portiere Pasquale (Rosario Verde), tentato da una possibile quanto rischiosa, conoscenza online o Sandra (Gabriella Cerino) ed il suo vecchio amico (Peppe Celentano) , compagni di liceo che si ritrovano dopo trent’anni o ancora Megamind (Ciro Pellegrino), canuto gestore di una discoteca che si crede ancora un ragazzino. Ognuno di loro ne fa l’uso che più rispecchia se stesso, indossa la sua maschera e recita la sua parte nel mondo virtuale.

Attraverso le situazioni più varie lo spettacolo riesce a parlare, anche con canzoni ottimamente interpretate dagli stessi attori, al suo pubblico: temi come l’omosessualità, i disturbi alimentari, il non accettarsi, il voler apparire perfetti a tutti i costi sono affrontati in modo leggero ed efficace. Colpisce soprattutto il registro linguistico, studiato per essere quello che i ragazzi utilizzano effettivamente sui social network.

Esiste un gruppo proprio su Facebook, “Feisbuc-un mare di amici”, dove si palesa maggiormente la risposta di coloro a cui lo spettacolo è dedicato: ragazzi entusiasti che vogliono capire e cercano se stessi ed il loro mondo.

Se siete interessati ad approfondire ulteriormente questo intricato tema, il nuovo numero della rivista MyGeneration si occupa dei social network.

Vota questo articolo
(8 Voti)
Emma Di Lorenzo

I leave to others the conviction of being the best, for me I want the certainty that in life you can always improve.

 Marilyn Monroe

 

Nerd Zone

Progetti & Territorio

Agorà

Palcoscenico

Biblioteca

Facebook Like

Accedi Registrati

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.