Raffaele Manco, l'intervista

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I Syne, una nuova band italiana

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Come si dice: “meglio tardi che mai”. Inquinamento ambientale, disastro ambientale, traffico e abban...

World Press Photo: Mads Nissem vince la cinquant’ottesima edizione

Una stanza buia, sulla sfondo una finestra coperta da una tenda, al centro due uomini in un momento ...

Cane trainato dal trattore?!? Solo un grande malinteso.

Qualche settimana fa è stato caricato su Facebook un video che ha indignato e sollevato numerose pol...

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Raffaele Manco, l'intervista
Maggio 22
L’ultimo decennio in Italia è stato caratterizzato, tra le altre cose, da scontri violenti nei quali sono stati sempre più spesso coinvolti cittadini e forze dell’ordine. Ormai, non fa quasi più effetto ascoltare le notizie di manifestazioni andate male, agenti che  sparano sui tifosi da una corsia all’altra dell’autostrada, Ispettori Capo uccisi allo stadio da ragazzini o piazze intitolate a ragazzi freddati da qualche poliziotto definito “troppo zelante” da giovanissimi neonazisti o superiori garantisti .Il periodo che stiamo vivendo è oltremodo complicato e spesso riuscire a capirci qualcosa è cosa molto ardua. Siamo quasi assuefatti dalla violenza tanto che, troppe volte, basta il punto di vista di qualcuno dice più saccente di noi, qualche immagine confusa, un racconto distorto passato in televisione a far radicare i noi la convinzione di avere tutte le verità in mano senza appunto distinguere che, solo di convinzione si tratta. A questo proposito abbiamo chiestoL’ultimo decennio in Italia è stato caratterizzato, tra le altre cose, da scontri violenti nei quali sono stati sempre più spesso coinvolti cittadini e forze dell’ordine. Ormai, non fa quasi più effetto ascoltare le notizie di manifestazioni andate male, agenti che  sparano sui tifosi da una corsia all’altra dell’autostrada, Ispettori Capo uccisi allo stadio da ragazzini o piazze intitolate a ragazzi freddati da qualche poliziotto definito “troppo zelante” da giovanissimi neonazisti o superiori garantisti .Il periodo che stiamo vivendo è oltremodo complicato e spesso riuscire a capirci qualcosa è cosa molto ardua. Siamo quasi assuefatti dalla violenza tanto che, troppe volte, basta il punto di vista di qualcuno dice più saccente di noi, qualche immagine confusa, un racconto distorto passato in televisione a far radicare i noi la convinzione di avere tutte le verità in mano senza appunto distinguere che, solo di convinzione si tratta. A questo proposito abbiamo chiesto a Raffaele Manco, giovanissimo regista, talento giovane, fresco, vitale di fare una chiacchierata con noi; il risultato di questa chiacchierata? Attraverso i suoi occhi e una macchina da presa, ci si rende immediatamente conto di come questo ragazzo, riesca a cogliere aspetti che chi è abituato a seguire solo le tv nazionali non può fare; il suo lavoro privo di filtri o influenze politico-sociali rappresenta le voci e le verità di coloro che troppo spesso, colpevoli solo di indossare un’ uniforme vengono etichettati come il nemico del popolo o il tirapiedi di Chiunque abbia messo radici su una POLTRONA GOVERNATIVA, senza nemmeno tentare di guardare “Oltre lo Specchio “.   “h24-Poliziotti allo Specchio” https://www.youtube.com/watch?v=_0LQgpudcok  a Raffaele Manco, giovanissimo regista, talento giovane, fresco, vitale di fare una chiacchieraseguire solo le tv nazionali non può fare; il suo lavoro privo di filtri o influenze politico-sociali rappresenta le voci e le verità di coloro che troppo spesso, colpevoli solo di indossare un’ uniforme vengono etichettati come il nemico del popolo o il tirapiedi di Chiunque abbia messo radici su una POLTRONA GOVERNATIVA, senza nemmeno tentare di guardare “Oltre lo Specchio “.   “h24-Poliziotti allo Specchio” https://www.youtube.com/watch?v=_0LQgpudcok  Raffaele, in che modo credi che il tuo documentario, possa far riflettere il pubblico? Penso che il pubblico possa riflettere solo facendo un grandissimo atto culturale, di apertura mentale e di astensione dal proprio credo politico, qualunque esso sia. E soprattutto stare lontano dalla massa e dagli slogan. Il mio documentario affronta l’aspetto umano che c’è dietro la divisa e che è stato ormai dimenticato e maltrattato sia dall’opinione pubblica che dallo Stato. Sono uomini e donne che nonostante tutto continuano a rischiare la loro pelle per una situazione non creata da loro, ma dalla politica. Pattugliano le nostre strade, vivono nell’ombra e sottocopertura per fronteggiare la criminalità perché comunque, ed è necessario ammetterlo, la libertà non è un qualcosa di scontato.       Credi che il tuo lavoro, possa far cambiare opinione su quella che è oggi la fotografia italiana delle forze             dell’ ordine, tendendo conto di eventi  quali “Diaz, Aldovrandi, Cucchi, Aprile Gatti ecc.”? La gente più che cambiare opinione sulle forze dell’ordine deve fare un passo indietro e rivalutare la propria posizione di cittadino. Inteso in senso di legalità. La stessa gente che condanna gli “sbirri” e gli lancia addosso di tutto è la stessa gente che però ha invocato la loro forza e violenza contro i tifosi del Feyenoord a Roma o dei NoExpo a Milano. Questa è ipocrisia. Infatti è anche un film sull’Italia. Stiamo vivendo una pagina molto buia della nostra Storia. Non c’è una guerra ma tanta ignoranza e intolleranza. I casi da te citati sono tutti assolutamente da condannare. Ma è la storia di sempre. Le mele marce non possono gettare fango su un’intera categoria. I protagonisti del documentario parlano delle loro vite ed esperienze, danno punti di vista e impressioni; Quello che però traspare dalle loro espressioni e dai toni usati, è mancanza di entusiasmo, come fossero rassegnati a  disillusioni e amaro in bocca. Sentendosi sempre “sotto esame” da parte dei cittadini, come possono, o meglio, come riescono a portare avanti il loro lavoro con dedizione e onestà risultando cosi spassionati? Beh tutta la parte finale è dedicata proprio a questo aspetto. E’ gente che ha scelto il proprio lavoro, sono feriti ma non rassegnati. E vanno avanti pensando a quegli ideali che li hanno spinti ad arruolarsi, diventando, come dice uno di loro, “impermeabili a tutto quello che di negativo arriva dall’esterno”. Alcuni agenti hanno dichiarato di sentirsi “Delegati della Politica” ci chiarisci meglio  questo concetto?  Quanto è giusto definirli Polizia della Casta? Di sicuro quelli che vanno in strada non sono Polizia della Casta. Non godono di alcun diritto speciale. Per “Delegati dalla Politica” s’intende che il governo fa danni, la gente protesta e le forze dell’ordine sulla linea del fuoco a fare da cuscinetto.  E’ opinione abbastanza diffusa che al giorno d’oggi i tutori delle forze dell’ordine rischino la vita più per proteggere politicanti responsabili della rovina del Paese piuttosto che difendere quest’ ultimo da organizzazione criminali quali Mafia, Camorra,  ‘Ndrangheta , riversando rancori e manganellate su gente onesta che paga le tasse. Mentre un tempo ci rimettevano la vita negli attentati di Cosa Nostra, oggi si devono difendere dagli  atti di disperati vessati da Equitalia. A parer tuo, qual è la strada da intraprendere dai rappresentanti delle forze dell’ordine , per ribaltare questa visione che la gente ha di loro? In che modo possono trasformarsi da “Sbirri” a “punti di riferimento”?  Diventeranno punti di riferimento quando non saranno più bersagli. La gente deve usare il cervello. Anche se arrabbiati, non dovrebbero lanciare bombe carta. Se sai che una zona è rossa e la manifestazione non può passare da lì cerca un modo diverso di protestare. Sono figlio della classe operaia, e sono un operaio anche io, arrabbiato, ma non vado in giro a sfasciare o lanciare sassi agli agenti. La violenza va analizzata antropologicamente. Chiediamoci: perché nessuno lancia sanpietrini ai politici o ai criminali? Eppure ne avrebbero di occasioni. Ma aspettano la manifestazione per sfogarsi solo sugli agenti e lo fanno nascondendosi nella massa. E’ questo forse il concetto moderno di rivoluzione? Perché non ci sono le stesse manifestazioni di protesta quando la criminalità organizzata ci nega la libertà o peggio ancora ammazza degli innocenti? E’ possibile secondo te per le istituzioni ritrovare una dimensione, un punto d’incontro con il popolo, soprattutto con i giovani che paiono essere i  loro più acerrimi nemici? Ci sono tanti giovani e tante persone che cambiano le cose senza usare la violenza. Le cose cambieranno davvero quando lo stesso popolo si farà garante della legalità. Questo è il paese delle scorciatoie ed è lì che le Istituzioni si incontrano con la corruzione. Che sapore ha per te, oggi la parola “Democrazia”? Non sa di niente. E’ qualcosa di labile ma che ci facciamo andare bene perché abbiamo il brutto vizio di pensare solo a chi sta peggio di noi. Cosa ti ha spinto a girare un documentario su un argomento così delicato, soprattutto in relazione al fatto  che esistono altre produzioni, che  mettendosi un po’ di traverso alla tua idea esprimono il concetto opposto? Le altre produzioni neanche le considero dal momento che per i loro film hanno goduto di fondi statali e dell’aiuto logistico, e non solo, delle stesse forze dell’ordine. Il mio è un film indipendente, me lo sono prodotto e girato da solo. Non è fiction ed è tutto vero. Tanto che le stesse Istituzioni non mi hanno agevolato per fare delle riprese al loro interno. Secondo te  esiste una sorta di “Educazione all’Odio” nei confronti della divisa oggi in Italia? Assolutamente sì. Ma non è indirizzata particolarmente a chi indossa la divisa. E’ un meccanismo mediatico che serve solo a confonderci tutti e su tutto. I talent show, i tanti programmi di cucina, le tribune politiche, ma per un film come h24 tutte le reti hanno risposto che non c’è spazio o che è di difficile collocazione. Possiamo affermare che “H24 Poliziotti allo Specchio” abbia l’intento di diventare documento di “Presa di Coscienza” dando modo di contestualizzare i fatti ed esercitare facoltà di giudizio escludendo i luoghi comuni?  Assolutamente sì. La gente ha dimenticato la lezione di Pasolini. Lo ripeto: ci vuole un grandissimo atto di umiltà per guardare h24. L’aver realizzato un documentario come “H24 Poliziotti allo Specchio” cosa ti lascia dentro? Tanta stanchezza. E’ stata dura per me e per chi c’ha messo la propria sensibilità nel realizzarlo. Ma di sicuro mi ha lasciato un senso di giustizia e legalità che non è fatto di eroi, ma di anti-eroi che conoscono la “verità” e nonostante ciò trovano la forza di andare avanti perché credono nel prossimo, più di quanto non facciamo noi stessi.  Ti ispiri a qualcuno quando realizzi i tuoi lavori? Se lo fai a Chi è Perché? Guardare film, conoscere persone, vivere certe esperienze, le più disparate, osservare: sono queste le cose che mi ispirano. Dal punto di vista tecnico penso a tanti autori diversi ma non per imitare il loro stile bensì per incoraggiare me stesso a seguire un mio linguaggio come hanno fatto loro, senza la limitazione di voler per forza piacere a qualcuno. Penso per lo più a registi come Frederick Wiseman o Errol Morris, ma c’è ne sono tanti altri. Raffaele, sei giovanissimo eppure hai già realizzato lavori maturi e impegnati, cosa ti ha fatto capire che nella vita avresti fatto il regista?  L’interesse per tante cose, fatti, luoghi e persone…e ho capito che con un certo cinema, soprattutto quello documentario, si creano le possibilità per conoscere diverse realtà e crescere come essere umano. Ci vediamo Presto,  Il Colpo, H24 Poliziotti allo Specchio, Italo, Lampara… a quale dei tuoi lavori sei più legato affettivamente? A quelli che mi hanno dato più filo da torcere come Il Colpo e naturalmente h24. In ” H24 Poliziotti allo Specchio”, qual è la parte che ti soddisfa di più? Il lungo silenzio di uno dei protagonisti quando dichiara che “il potere guarda dall’alto e se la ride…” Raffaele, Il tuo film preferito?  Platoon di Oliver Stone, il primo film che ho visto e di cui ho memoria. Avevo sei anni. Non a caso una frase all’interno del film mi è ritornata spesso in mente durante la lavorazione di h24: “sono uomini che stanno in fondo al pozzo e lo sanno”.   Il documentario “h24-Poliziotti allo Specchio”, raccoglie le testimonianze di cinque uomini, di cui tre a volto coperto, che operano nelle diverse forze di polizia, carabinieri ed altri corpi non dichiarati per motivi di sicurezza. Un lavoro, il loro, che non ha orari quando fai attività sotto-copertura e segui le vite degli altri, tanto da non averne più una propria. La difficoltà a lasciare fuori dalla porta di casa il malessere dopo una giornata vissuta tra le violenze di piazza e un intervento durante il turno di pattuglia. O semplicemente perché si crede nel prossimo e in quegli ideali di libertà ed uguaglianza a tutela di tutti. E' un ritratto umano di chi opera dietro la divisa e che affronta quotidianamente il peso e le scelte della politica, delle gerarchie, dell'opinione pubblica, delle bombe carta, il mobbing, il carrierismo, i suicidi, i propri diritti calpestati dalle stesse istituzioni che dovrebbero invece garantirli e tutelarli quei diritti. Lontani da ogni forma di strumentalizzazione o faziosità politica, raccontano il proprio lavoro, la loro vita privata e una condizione di solitudine che va man mano aumentando quando la stessa società li giudica come strumenti del potere o li identifica come criminali legalizzati a causa delle azioni violente di pochi. Le confessioni di questi personaggi diventano anche un momento di riflessione sull’Italia, su un paese spaccato e che non comunica più. Un documentario che vuole capire prima di entrare nei territori della condanna, della speculazione politica e di chi non vuole ascoltare. Perché, come dicono gli stessi protagonisti, è come in un film dove bisogna vedere l'inizio e la fine prima di giudicare.                                                                                                                     IMG_5; Raffaele Manco è nato a Napoli nel 1982, laureato in “Studi Storici Teorici e Critici sul cinema e gli audiovisivi”. Ha lavorato come assistente alla regia e alla produzione per diversi spot, corti, film e documentari. Tra i suoi lavori come regista il cortometraggio “CIVEDIAMO PRESTO”, premiato da Roberto Faenza come Miglior Cortometraggio al Festival “Cinema e Psicanalisi 2009” e “IL COLPO” sui primi esperimenti di Guglielmo Marconi. Gira come regista e/o come operatore di ripresa e montatore diversi documentari per la RAI, CURRENT TV, SOLE24ORE e SKY, in Italia e all’estero. Ultimi lavori come regista i documentari “H24-POLIZIOTTI ALLO SPECCHIO”, “ITALO” e “LAMPARA” mentre come operatore di ripresa “RITRATTI ABUSIVI” di R. Montesarchio selezionato alla Festa del Cinema di Roma 2013, prodotto da RaiCinema e vincitore del “Premio Libero Bizzarri” 2014.  
I Syne, una nuova band italiana
Maggio 20
Andiamo alla scoperta di una band italiana nuova di zecca, formata da cinque giovani musicisti di Milano che, nonostante la loro età, hanno raggiunto un certo grado di maturazione a livello musicale, e ce lo dimostrano con le loro sorprendenti composizioni. Loro sono i Syne, il cui nome è un’abbreviazione del loro appellativo originale, Synesthesia(che è stato semplificato per renderlo più fruibile e d’impatto), ed è ispirato al “Manifesto del Sinestetismo” composto da 11 principi ben descritti sull’omonima pagina facebook della band.  In sostanza, ciò che spinge questo progetto è un intento molto singolare e sofisticato. Basandosi sulla teoria che l'udito (il cui elemento rappresentativo è il suono) e la vista (di cui il costituente fondamentale è il colore) siano i sensi più sviluppati nell'uomo, in grado di creare suggestioni più di tutti gli altri, i Syne si propongono diaccostare suono e colore nel modo migliore per ottenere l’effetto della sinestesia (che è appunto una “contaminazione”dei sensi nella percezione), generando delle sensazioni autentiche e pure in chi ascolta.   La loro è una perfetta fusione tra progressive rock e rock elettronico, che a tratti diventa psichedelico, e può rappresentare sicuramente un impulso positivo e originale per la scena musicale italiana contemporanea. Il loro primo album, Croma, è in uscita questo mercoledì 20 Maggio. Lo abbiamo ascoltato in anteprima e possiamo dire da subito che si tratta di un disco molto travolgente, eterogeneo nel suo complesso, ma tuttavia compatto nella sua varietà. Ci sono brani energici e rocamboleschi da cantare a squarciagola, a partire dalla traccia d’apertura VerdeMente; si passa poi,di tanto in tanto, a pezzi più intimistici e dal sound più tendente al folk come Cercami, il cui video è tra l’altro già stato diffuso dal sito Rockambula, in esclusiva. Emergono inoltre brani cupi e accattivanti come Witches e Yellow. Un disco che mira in alto, ad unire le molteplici sensazioni che i suoi brani producono, cercando di arrivare in modo diretto e coinvolgente alla mente dell’ascoltatore (e, almeno a nostro parere, ci riesce molto bene). Abbiamo intervistato i Syne per avere qualche informazione in più su questi interessanti e geniali artisti.  Ciao ragazzi! Innanzitutto presentatevi... Come vi chiamate, qual è la vostra età e cosa fate nella vostra vita ordinaria? Allora, chi siamo… Marcello (22 anni) è produttore e arrangiatore e suona chitarra, tastiere e canta; Mirko (22 anni), il chitarrista, è il secondo fondatore del gruppo, nella vita fa l’ illustratore; Simone (23 anni) suona il basso e, volendo, studia all’università; Giovanni (23 anni) limitato a suonare il computer è compositore e arrangiatore. Guglielmo (22 anni) si occupa di pestare i tamburi. Unico laureato, ha come vanto maggiore quello di non sapere leggere le note sul pentagramma (“perché non serve.”)  In che modo si è sviluppata la vostra passione per la musica?  Diciamo che ognuno viene da un'esperienza diversa. Gli aneddoti si sprecano ma li evitiamo in questa sede. Il retaggio famigliare ha comunque spesso giocato un ruolo centrale nell’indirizzarci verso la musica: in fin dei conti tutti ascoltiamo musica dalla culla. Come è nata l’idea di creare una band? I SYNE sono un progetto che affonda le sue radici nell’adolescenza di Marcello e Mirko. Poi sono arrivati in ordine Simone, Giovanni e Guglielmo. Poi c’è stato un momento in cui oltre ad essere semplici membri di un gruppo siamo diventati amici e questo ha secondo noi dato la marcia in più che serviva al progetto. Il nome della band, Syne (diminutivo del precedente nome, Synesthesia), deriva dal “Manifesto del Sinestetismo” e si basa in particolare su 11 principi, potreste spiegare questa cosa brevemente?Mentre all'inizio l'approccio alla sinestesia era più un obbligato, con il tempo siamo riusciti ad avere un atteggiamento più morbido nei confronti di questo modus operandi e il cambio di nome vuole in parte distaccarci da questo passato. Tutto questo per dire che il Manifesto, in fin dei conti, è rimasto solo in forma affettiva e oggi non ha grande significato per noi. Per il genere di musica che suonate, a metà tra il rock e l’elettronica, siete stati paragonati a band come i Bluvertigo. Cosa ne pensate? Avete qualche band in particolare o qualche artista che vi ha ispirati nella vostra attività? Per la questione Bluvertigo, ovviamente ci lusinga venir paragonati ad una band che ha rivoluzionato la musica rock italiana. Stranamente però non sono mai stati nostri diretti riferimenti musicali, nonostante apprezziamo molto il lavoro di Morgan e co. Per quanto riguarda chi ci ha ispirato, invece, possiamo elencare parecchi artisti. Si parte indubbiamente dai MUSE, soprattutto per la parte ritmica ed elettronica. Poi però ci siamo un po’ distaccati, o meglio abbiamo integrato la nostra musica con altre influenze musicali: da Massive Attack, Björk, Beatles, PorcupineTree, musica 8-bit fino agli Alt-J. Croma è il vostro primo lavoro discografico ufficiale, quali sensazioni provate all’idea di averlo realizzato? Croma è un qualcosa di nostro, frutto di duro lavoro. Vedere schiacciate in pochi millimetri cosí tante emozioni ed energie ci rende davvero orgogliosi. L’album è cresciuto insieme a noi: ci ha accompagnato dall’adolescenza fino ad un’età più consapevole. E questo si vede chiaramente nelle differenze di gusto e stile fra le canzoni. Però questo punto ci piace e rende fresco il nostro Croma. Quali sono le vostre impressioni a proposito? Cosa dovremmo aspettarci da quest’album? Crediamo in fin dei conti che il nostro album sia al contempo fruibile da tutti, ma un po’ complesso all’ascolto. Ci sono canzoni più leggere e altre un bel po’ più noise. Pensiamo che l’eterogeneità dell’album possa essere un punto di forza, nonostante capiamo che non tutti possono apprezzare questa scelta. Sperimentare vuol dire anche questo: provate a sentire Cercami e subito dopo Yellow per capire cosa stiamo cercando di dirvi… Ringraziamo i Syne per la loro disponibilità! Vi consigliamo di seguire i loro sviluppi sulla loro pagina facebook: https://www.facebook.com/syneEAE?fref=ts
Delitti contro l’ambiente: il sì del Senato
Maggio 20
Come si dice: “meglio tardi che mai”. Inquinamento ambientale, disastro ambientale, traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività, impedimento del controllo e omessa bonifica. Il senato approva con 170 voti favorevoli, 20 contrari, 21 astenuti il nuovo articolo 452 bis del codice penale, che punisce questi “delitti” contro l’ambiente con la reclusione da 2 a 6 anni e con multe fino ai 100 mila euro. Sono previste delle aggravanti: reclusione dai 5 ai 12 anni in caso di morte di persona, dai 4 ai 9 se ne derivi una lesione gravissima e dai 2 ai 7 anni se dall’inquinamento ambientale si constatano danni ad una persona.  In caso di ravvedimento operoso, cioè di impegno a evitare che l’attività illecita sia portata a conseguenze ulteriori, la pena sarà diminuita dalla metà ai due terzi. Inoltre sono annunciate attenuanti  in caso di commissione di nuovi delitti contro l’ambiente in forma associativa.                            Il delitto è commesso da chiunque abusivamente “cede, acquista, riceve, trasporta, importa, esporta, procura ad altri, detiene, trasferisce, abbandona materiale di alta radioattività ovvero, detenuto tale materiale, lo abbandona o se ne disfa illegalmente”. Un provvedimento che si attendeva da decenni, una vittoria epocale per tutti quelli che combattono, ogni giorno, la guerra per la giustizia, non per la legalità. La legalità, in fin dei conti, è solo una parola, la giustizia  invece dà adito ai diritti: diritto alla vita, diritto alla salute. Ciò che è stato approvato in Senato non è solo una nuova legge ma è una piccola rivincita di tutti coloro che hanno vissuto sulla “propria pelle”, coloro che ci sono ancora e coloro che non ci sono più, i danni creati dall’uomo nei confronti dell’ambiente. È la conquista di tutti coloro che  hanno fiducia nel diritto, nell’educazione ambientale, di coloro che mettono a rischio la propria vita pur di non far emergere solo la parte negativa della propria terra, di coloro che davanti a soprusi continui non si arrendono e non si fanno atterrare dalle ormai dilaganti forme di  immoralità e di prevaricazione. È la vittoria della parte sana del paese, quella che ci crede ancora. È il trionfo del “mai più eternit”. Ci troviamo dinnanzi ad un piccolo livello raggiunto, la vetta è sicuramente ancora molto distante. Questa legge sarà però un’arma in più per difendere la nostra terra, una possibilità che forse ci potrà aiutare a voltare pagina e ad intraprendere un nuovo capitolo della nostra storia all’insegna della giustizia e di riverenza nei riguardi dell’ambiente. Ad maiora.
World Press Photo: Mads Nissem vince la cinquant’ottesima edizione
Maggio 19
Una stanza buia, sulla sfondo una finestra coperta da una tenda, al centro due uomini in un momento di intimità: uno, disteso con gli occhi chiusi, l’altro, curvo sul primo con uno sguardo intenso e con le mani si sfiorano. E’ questo ciò che vediamo quando osserviamo la fotografia vincitrice della cinquantottesima edizione del World Press Photo, uno dei più importanti riconoscimenti nell’ambito del fotogiornalismo.    Ogni anno, infatti, una giuria formata da esperti internazionali è chiamata a giudicare migliaia di fotografie provenienti da tutto il mondo. Quelle vincitrici costituiranno la mostra finale e saranno pubblicate nel libro che l’accompagna. Un’ottima opportunità sia per gli addetti ai lavori, sia per “gli spettatori” che potranno godere delle immagini che hanno documentato gli avvenimenti del nostro tempo.   Quest’anno le immagini giudicate sono state 97.912, inviate da 5.692 fotografi professionisti di 131 diverse nazionalità, per otto diverse categorie: spot news, notizie generali, storie d’attualità, vita quotidiana, ritratti, natura, sport, progetti a lungo termine. Sono stati premiati 41 fotografi di 17 diverse nazionalità: Australia, Bangladesh, Belgio, Cina, Danimarca, Eritrea, Francia, Germania, Iran, Irlanda, Italia, Polonia, Russia, Svezia, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti. Nove i fotografi italiani vincitori: Fulvio Bugani, Turi Calafato, Giulio Di Sturco, Paolo Marchetti, Michele Palazzi, Andy Rocchelli, Massimo Sestini, Gianfranco Tripodo e Paolo Verzone.                                Ma torniamo alla fotografia vincitrice. Scattata da Mads Nissen, giovane fotografo danese, è parte di un reportage sull’omofobia realizzato dal fotografo stesso in Russia; tema alquanto delicato in un paese dove qualche hanno fa fu varata la “legge anti-gay”. Un’immagine abbastanza forte se si pensa alla condizione che queste persone devono affrontare ogni giorni, il dover essere accettati perché considerati diversi, considerati malati e il potersi amare soltanto all’interno di quattro mura.  In un intervista a La Repubblica il fotografo danese racconta come nasce questa fotografia e più in generale il reportage intero affermando di aver assistito ad una scena terribile che aveva come protagonista una ragazzo ventitreenne il quale aveva deciso di dichiarare la sua omosessualità consapevole dei rischi che poteva correre. Un giovane ≪gli urla “Sei un frocio, cazzo?” e quando si sente rispondere tranquillamente “Sì, sono omosessuale” lo colpisce al volto con un pugno, pieno di odio≫. Da qui l’indignazione per quel gesto, per la “situazione generale” che porta Mads Nissen a documentare non solo quell’aggressione, ma a realizzare una vera e propria inchiesta sui diversi e molteplici, nonché complessi aspetti dell’omofobia in Russia.      Se si osservano con attenzione le fotografie realizzate dal fotografo danese si comprende come da ci siano testimonianza del loro mondo difficile sempre alla ricerca dell’accettazione per “vivere in pace” soprattutto con se se stessi. Ed è lo stesso autore a spiegarlo al giornalista de La Repubblica, Roberto Mutti: ≪ [ … ] Ho visto violenti attacchi di gruppi omofobi che rapiscono i gay, li torturano per ore, filmano le loro azioni e le postano sui social media; ho visitato un carcere dove sono imprigionate persone finite lì a seguito di una nuova legge che condanna i gay≫. [ … ] ≪A un certo punto (però) ho sentito il bisogno di scattare alcune immagini diverse e sono andato alla ricerca di quello che è essenzialmente l'amore, cioè il desiderio che lega due persone, indipendentemente dal loro orientamento sessuale. Sono stato presentato a Jon e Alex, due giovani di 21 e 25 anni attivisti della comunità gay che avevano una relazione: abbiamo chiacchierato fuori da casa loro bevendo birra e alla fine mi hanno invitato nella loro camera da letto accettando di essere ripresi. Per me questa immagine è un'opportunità per guardarci dentro e chiederci se siamo abbastanza tolleranti≫.      La mostra sarà visitabile fino al 22 maggio 2015 al Museo di Roma in Trastevere e le fotografie pubblicate in un catalogo edito da Contrasto.      http://www.worldpressphoto.org/collection/photo/2015   http://www.madsnissen.com/
Cane trainato dal trattore?!? Solo un grande malinteso.
Maggio 18
Qualche settimana fa è stato caricato su Facebook un video che ha indignato e sollevato numerose polemiche. Il filmato in questione ( https://youtu.be/Ji2u6ptjQyY ) è eloquente. Si vede chiaramente un cane legato ad un trattore correre per qualche metro. Ovviamente la ripresa è amatoriale, fatta da un comune cittadino, quindi non trattandosi di un professionista dell’informazione, il tutto presenta diverse lacune. Infatti, viene documentato solo l’episodio in sè, ma non viene concesso al contadino il diritto di replica nè vengono chieste spiegazioni di sorta. La realtà è ben diversa, pare si sia trattato solo di un incredibile malinteso, come spiega chiaramente il video sottostante, gentilmente concessoci in esclusiva. Il cane sta bene. Ha una sua cuccia ed è stato registrato così come prevede la legge. Una brutta storia, risolta per fortuna nel migliore dei modi. Purtroppo però, resta l’amaro in bocca se si pensa con quanta superficialità si è messo alla pubblica gogna, un uomo colpevole solo di una disattenzione. Ancora più triste è sapere che alcune testate, senza verificare o semplicemente ascoltare la controparte, hanno pubblicato il video per una manciata di visualizzazioni. Questo è il tipo di giornalismo che fa male alla categoria.
“Maraviglioso Boccaccio”. Boccaccio: Tra i Taviani e Pasolini
Maggio 18
I fratelli Taviani firmano il loro ultimo lavoro registico adattando a film la principale opera letteraria di Bocaccio: il Decamerone. Dieci giovani, sette donne e tre uomini, per sfuggire alla peste che affligge Firenze in un periodo storico da datarsi tra il 1349 ed il 1351, si riuniscono in una casa di campagna alle porte della città fiorentina, per dieci giorni, raccontandosi, a turno, una novella a testa ogni giorno: storie umoristiche, bucoliche, d'amore e di sesso, nell'intento di allontanare il pensiero della peste e della morte. Delle cento novelle di cui si compone il Decamerone bocacciano, i fratelli Taviani ne mettono in scena cinque, ognuna con toni diversi: talune storie più drammatiche ed intense, come quella che vede protagnista il conte Federico degli Alberighi e il suo falcone o quella dei giovani amanti, Ghismunda e Guiscardo, osteggiati e tragicamente puniti dal padre della ragazza, il principe Tancredi; talaltre più spensiarate e leggere, quali l’episodio dello scherzo ai danni di Calandrino o quello delle suore peccatrici nel convento (episodio noto come “la badessa e le brache del prete”) dai toni addirittura comici. Gli attori utilizzati dai fratelli Taviani per interpretare i personaggi delle cinque novelle sono (quasi) tutti di comprovata notorietà e bravura: R. Scamarcio, J. Trinca, L. Arena, K. Smutniak, K.R. Stuart, M. Riondino, V. Puccini, P.Cortellesi; a differenza, invece, dei dieci giovani novellieri riuniti nella casa di campagna alle porte di Firenze, interpretati da attori ed attrici giovani, sconosciuti al grande pubblico. In tutti gli episodi fa capolino lo stile boccacciano, raprresentato dalla vulgata del tempo, dallo spirito semplice e bucolico dei personaggi, dai riferimenti erotici, dalla mano asciutta dei racconti, dai costumi chiaramente rferiti alle usanze dell’epoca; ma, ciò nonostante, l’anima del Boccaccio non si manifesta mai a pieno, con l’intensità e la forza che le è propria, lasciando allo spettatore la sensazione di qualcosa di incompiuto, quasi di superficiale. Anche la presenza dei su menzionati attori, ad eccezione dell’ indovinata interpretazione K.R. Stuart nel ruolo dello stutpido e per questo befeggiato Calandrino e della divertenete quanto “moderna”  P. Cortellesi nel ruolo della badessa del convento, non riesce ad imprimere potenza espressiva alle immagini né vitalità   al racconto: frutto, tutto ciò, di una regia, a tratti, scilaba (volutamente?) e forse troppo lieve.  A sottrarre fluidità e pathos al film, la scelta, non condivisibile, dei registi, di intervallare il racconto degli episodi delle novelle con le scene di vita dei ragazzi all’interno del casale di camapagna. Il giudizio su Maraviglioso Bocaccio, riesente peralto e inevitabilmente in negativo, del confronto con il Decameron del Maestro P. Pasolini. Pasolini utilizzò per il suo Decameron, uscito sul grande schermo nel 1971, nove novelle del Boccaccio, ambientandole non nell’originaria e borghese Firenze ma nella Napoli plebea, volendo il regista sfruttare la spontaneità, la vivacità  e la “veracità” del “popolo” napoletano, ancora scevro, a suo dire, dai comportamenti ipocriti e ripetitivi della borghesia italiana.   Qui, infatti, la vitalità dei personaggi, la loro forza istintiva, l’eccesiva semplicità e spontaneità degli atteggiamenti tali da sembrare grottesche, emergono senza incertezze, manifestate da attori capaci di una espressività naturale e fuori dal comune: N. Davoli, A. Luce, F. Citti, lo stesso P. Pasolini. Qui lo spirito boccaccesco trova piena realizzazione.  Qui si verifica quella catarsi (viscerale) dalla realtà - in senso inverso, verso “il basso”, potremmo dire - che le novelle del Boccaccio auspicano per i propri lettori. Meraviglioso Boccaccio dei Taviani è dunque un’interpretazione mal riuscita dell’opera del Boccaccio? Oppure Meraviglioso Boccaccio dei Taviani e Decameron di P. Pasolini sono soltanto interpretazioni differenti? A ognuno il proprio giudizio!
L'eterno riposo, in scena al Teatro Roma di Roma
Maggio 18
“L’eterno riposo” è uno spettacolo teatrale di Roberto D’Alessandro e Renato.Giordano , regia di Renato Giordano, con Roberto D’Alessandro, Gabriella Silvestri, Enzo Casertano,Caterina Gramaglia, in scena fino al 24 Maggio al teatro Roma di Roma.   Quando un matrimonio si fonda sull’affetto, stima e rispetto tutto diventa semplice  e se l’Amore è vero  supera anche la prova della morte. Quando perdiamo il compagno/a di una vita proviamo un dolore forte, terribile  oltre ogni limite. Un piccolo sollievo a tutto questo dolore e poter piangere sulla tomba del proprio caro magari tutti i giorni facendo diventare il cimitero  parte di noi. Così decidono di fare  Cataldo (D’Alessandro) e Allegra( Silvetri) provati nel fisico e soprattutto nell’anima dalla grave perdita. Il sipario si apre e lo spettatore ascolta le lamentele e il dolore di un Caltaldo piangente per l’imprevista scomparsa della moglie Vittoria, a causa di un incidente verificatosi a Parigi, che per  l’uomo era moglie, tuttofare e perfetta badante gratuita. Non terminiamo di sorridere del dolore di Cataldo quando in scena appare la bella e elegante Allegra, ricca vedova di Fortunato, anch’egli scomparso a Parigi,che non esita a spendere qualsiasi  risorsa per rendere gradevole e lussuosa la tomba del marito Se i due protagonisti appaiono inconsolabili e innamorati  ecco spuntare Pasquale( Casertano) il custode del cimitero, uomo più dedito a farsi i propri interessi e affari piuttosto che curare le tombe dei defunti. Una commedia che strizza l’occhio al bel film “Aspirante vedovo” con Alberto Sordi e Franca Valeri, ma  come se fosse però un sequel, si perché come  dice il vecchio proverbio “mai fidarsi delle apparenze” perché piano piano lo spettatore comincia ad avere più di qualche sul sincero dolore dei i due vedovi  e che soprattutto forse  hanno qualche responsabilità sulla morte dei loro cari , anche perché una misteriosa e stravagante ragazza dall’accento francese che scopriremo chiamarsi Brigitta (Gramaglia) si diverte a seminare strani doni sulle tombe e ad osservare le reazioni dei due protagonisti. Così facendo diventare nel secondo tempo la commedia una sorta di noir non facendo però venire veno l’aspetto vivace e ironico. Un testo semplice, pulito, divertente,mai volgare che regala una buona dose di sorrisi e spensieratezza allo spettatore e nello stesso tempo  divertenti e incisivi pillole di saggezza. La regia è solida e di buon livello  soprattutto di dirigere con efficacia l’intero cast esaltandone le doti comiche mantenendo  nel complesso un discreto ritmo narrativo. Menzione speciale per Caterina Gramaglia che ormai seguiamo da tempo e ancora una volta ha confermato la sua poliedricità, talento e vivacità artistica e recitativa tali da meritare palcoscenici sempre maggiori e importanti. Il finale  forse un po’ stiracchiato e prevedibile comunque risulta in linea con la storia lasciando sorridente lo spettatore e invitandolo a non far arrabbiare il proprio partner per evitare spiacevoli reazioni.
Omicidio in pieno centro
Maggio 18
Gennaro Fittipaldi, 24 anni, pregiudicato, è stato ucciso con un colpo alla testa questa mattina in pieno centro di Napoli, nelle immediate vicinanze dell'Università, in zona Calata Porta di Massa. Si trovava nell'androne di un palazzo, per cui non ci sono molti dubbi sul fatto che si sia trattato di una vera e propria esecuzione. Era stato arrestato nel 2010. Non potevamo trascurare questa notizia di così grande rilevanza per la nostra città, che non può che destare preoccupazione, specialmente a seguito del tragico episodio di Secondigliano. Comprensibile è stato lo sgomento tra la folla che anima la zona universitaria. L'ennesimo episodio di criminalità che sottolinea l'esigenza di un intervento finalizzato a garantire la sicurezza dei cittadini.
Humans of … Napoli e New York unite nella fotografia
Maggio 17
Cosa hanno in comune Brandon Stanton e Vincenzo Noletto? Sono due ragazzi accomunati dalla stessa esperienza di vita ad un certo punto della quale decidono di dedicarsi anima e corpo alla loro passione, alla fotografia.   Brandon Stanton, americano di nascita, inizia a lavorare nel 2008 come agente di borsa e quando, due anni dopo, perde il lavoro, decide di reinventarsi, decide di voler di realizzare una sorta di censimento visivo degli abitanti di New York.    Così, con la sua macchina fotografica in spalla, si aggira per la città, scatta le foto e le inizia a pubblicarle in rete con il nome Humans of New York.    La sua idea si affina man mano che va avanti con il progetto: accanto alle fotografie inserisce una descrizione, un aneddoto, una breve storia dei protagonisti.   Bambini, mamme, anziani, professionisti sono solo alcune delle “categorie sociali” che troviamo negli scatti del giovane fotografo, scatti che nel frattempo diventano non solo fenomeno virale con circa otto milioni di seguaci, ma anche un bestsellers.               Vincenzo Noletto, di origini campane, invece, dopo aver lavorato per quattro anni come addetto alle vendite in una nota catena di prodotti di elettronica, si ritrova disoccupato e, come Stanton, “approfitta” del momento per dare sfogo alla sua “simpatia” per la fotografia. Parte. Destinazione Irlanda.    Appena rientra in Italia, inizia a “mettere in rete” i suoi scatti imbattendosi nel progetto del collega, Humans of New York. Da qui l’ispirazione: realizzare la stessa cosa, a Napoli, quella città che si trova esattamente sullo stesso parallelo di New York, il quarantunesimo. Segno del destino? Forse.    Il progetto di Vincenzo Noletto, però, presenta una caratteristica diversa. Per creare un legame tra chi chi è stato fotografato e chi, poi, osserverà quelle fotografie, l’autore decide di rivolgersi al suo protagonista con quattro domande che nessuno si è mai sentito rivolgere da uno sconosciuto: qual è la cosa più bella che hai fatto nella tua vita? Qual è la cosa più brutta che hai fatto nella tua vita? Cosa ami fare? Cosa odi fare?    Domande, queste, che ≪aprano una finestra sulla loro vita e che fungano da ponte, a chi guarda, per entrare nel cuore della loro “umanità”≫.   Dopo di che, parte il click.                      http://www.humansofnaples.it/   http://www.humansofnewyork.com/
Intervista a Giuseppe Balirano, Coordinatore Scientifico del Simposio "Masculinities and Representation"
Maggio 16
Uno degli aspetti più interessanti delle humanities è la straordinaria ricchezza di teorie e progetti di studio e ricerca; da sempre fucina di idee, "L'Orientale" si conferma in questo senso una delle realtà più importanti non solo in ambito italiano, ma mondiale. Abbiamo incontrato il Professor Giuseppe Balirano, del Dipartimento di Studi Letterari, Linguistici e Comparati, per parlare del Simposio Internazionale "Masculinities and Representation" di cui è coordinatore scientifico.   Come nasce l'idea del Simposio Internazionale "Masculinities and Representation"?Dopo tanti anni di studi linguistico-letterari sulla rappresentazione al femminile, ambito in cui l'Orientale è pioniere, siamo oggi un po' più maturi e ci sentiamo pronti ad affrontare il concetto di mascolinità, o meglio, del maschile in generale, senza la tendenza ad autocolpevolizzarci. Cerchiamo di mettere in luce attraverso la rappresentazione, quello che è un sentire quotidiano, scevro dagli stereotipi del passato: tramite le rappresentazioni si possono infatti restituire immagini, positive o negative, che semplificano la realtà e svolgono una funzione normativa. È un progetto che nasce dal nostro centro studi I-LanD (che sta per Identità, Diversità e Lingua), una realtà fondata da un paio di anni, che coinvolge differenti atenei. Oltre L'Orientale, promotore, ci sono l'Università di Cagliari, di Catania, di Sassari, del Sannio, del Molise, di Salerno e la Seconda Università di Napoli. L'idea è di iniziare uno studio dal punto di vista linguistico, attraverso la rappresentazione: abbiamo un convegno annuale, "Languaging Diversity", che si è già tenuto a Napoli e a Catania e, nell'attesa della terza edizione (nel 2016 a Macerata) ,abbiamo pensato di inserire questo mini simposio. Ci saranno ospiti internazionali, come Paul Baker, professore di Linguistica all'Università di Lancaster, che si occupa della linguistica dei corpora e ha lavorato molto nella prospettiva dei gay studies, Tommaso M. Milani dall'Università di Johannesburg e Delia C. Chiaro, professore ordinario di Lingua e Linguistica Inglese a Forlì, nonché uno dei maggiori esperti internazionali sulla traduzione audiovisiva e gli Humour Studies.   Confesso che, mea maxima culpa, si tratta di un tipo di Studies nei quali non mi sono mai imbattuto, né qui all'Orientale né a Torino. Parliamo quindi di qualcosa di nuovo?Si tratta di una novità assoluta: dopo anni di femminismo, specialmente qui all'Orientale, si comincia a pensare al maschile in modo diverso, al di fuori di quella simbologia che vede il maschio come violento e cattivo. Si tratta di un maschile non egemonico, una rappresentazione che riguarda tanti di noi e che spesso è rimasta silente.   Gli Studies non si limitano quindi alla letteratura? No, anzi dal momento che lavoriamo in ambito di linguistica, e non su testi letterari, la rappresentazione sarà vista a 360º. Ciò vuol dire che anche cinema, televisione, stampa, giornalismo in generale, new media, arte e storia saranno oggetto di studio. Benché al di là dell'Italia ci siano molte iniziative, oltre alle già menzionate Lancaster e Johannesburg, qui non c'è nulla del genere, e anche per questo motivo siamo contenti che I-LanD esamini un aspetto nuovo della diversità e della sua rappresentazione.   Si tratta dunque di un progetto ambizioso. Sono coinvolti altri soggetti?Oltre al Dipartimento dell'Orientale con i suoi fondi, abbiamo avuto il patrocinio dell'AIA, l'Associazione Italiana di Anglisti che ne sposa le due, anzi tre anime (lingua, letteratura e cultura), del CRILL (Centre for Research in Language and Law) e del Comune di Napoli.   Come e dove si svolgerà il Simposio?Il Simposio si svolgerà il 22 e 23 maggio. Il Comune, nella persona dell'Assessore alla Cultura ci ha dato la prestigiosa Sala del Capitolo del Complesso di San Domenico Maggiore. Inoltre, alla fine della prima giornata ci sarà, per la prima volta, un evento sociale nella Chiesa della Fondazione del Real Monte Manso di Scala, completamente ristrutturata. Marsha De Salvatore, una talentuosa performer italo-americana affetta da anemia mediterranea, metterà in scena il suo DM55 Because You Can't Get Blood From A Stone, uno spettacolo dallo humour estremamente particolare, al quale il pubblico italiano non è molto avvezzo, si ride infatti attraverso le lacrime (cosa che qui potrebbe essere percepita come profanazione del dolore!). L'autrice mette in scena la sua vicenda umana: nonostante i medici le dissero che la sua vita sarebbe stata breve, è arrivata a quarant'anni e, tramite la sua arte e la rappresentazione del suo dolore, aiuta gli altri a ridere, mostrando loro che c'è sempre speranza. Il simposio si chiuderà sabato 23 nella Sala del Capitolo con la plenaria di Delia C. Chiaro e con una rappresentazione chiamata The Time of Tinder (dal nome dell'app di incontri), in cui De Salvatore mette in scena la debolezza dell'uomo contemporaneo, incapace di costruire un rapporto se non attraverso un'applicazione.   È previsto un costo d'ammissione?No. Perché è gestito e voluto dall'I-LanD. Solo la rappresentazione del venerdì, benché non a pagamento, prevede un invito, dal momento che la Chiesa è molto piccola, circa 60 posti.   L'Orientale organizza periodicamente incontri e conferenze estremamente interessanti. Come fare per rimanere sempre aggiornati?Dalla Home Page del nostro sito www.unior.it si clicca su "Ricerca", quindi "La ricerca" e infine "Convegni".Lì si trovano tutti gli incontri organizzati dall'Orientale.   Che consiglio darebbe a chi volesse interessarsi ai "Masculinity Studies"? Esistono dei testi fondamentali?Gli unici testi in ambito linguisitico sono di matrice anglosassone e non sono tradotti in italiano. Tra questi spunta quello di Tommaso M. Milani di Johannesburg dal titolo Language and Masculinities, un raccolta di saggi pubblicati dalla Routledge. Poi c'è Sexed Texts: Language, Gender and Sex di Paul Baker, oppure Gender and Humour: Interdisciplinary and International Perspectives di Delia C. Chiaro, e... Altro non c'è! Anche per questo motivo il simposio sarà interessante!   Per informazioni:   http://www.unior.it/ricerca/12887/3/masculinities-and-representation.html
"Il Porto Proibito": una sorpresa italiana!
Maggio 14
Il Comicon e tutte le fiere del fumetto sono sempre un'ottima occasione per incontrare i nostri fumettisti preferiti. Lunghe file, che sembrano interminabili, per aver una loro firma, un loro disegno: alcuni sono sempre gentili e disponibili, altri, invece, sembrano quasi infastiditi. Questi eventi non sono soltanto luoghi d'incontri, sono anche una fonte inesauribile di opportunità... come quella di scoprire nuovi fumetti e Graphic novel, di artisti che non abbiamo avuto modo di conoscere fino ad allora. Girando tra gli stand dei grandi editori, ho notato quello della Bao Publishing, e sono stata colpita e rapita dalla copertina di un libro. L'immagine di una donna dai bellissimi capelli rossi, con occhi ricolmi di malinconia, che guarda un magnifico veliero a vele spiegate che solca i mari. Un disegno che non ha colpito soltanto me, ma tantissime altre persone al Comicon, tanto che le copie sono andate a ruba! Il Porto Proibito è un romanzo a fumetti creato dalla coppia consolidata, nella vita e nel lavoro, Teresa Radice e Stefano Turconi. Si tratta di un'opera a tema marinaresco, le cui tavole sono in bianco e nero a matita. Non c'è che dire, una scelta vincente ed appropriata, uno stile un po' "sketchy", che si sposa perfettamente con le vicende narrate e che sembra amplificare le emozioni trasmesse al lettore man mano che legge le pagine del libro. Il protagonista si chiama Abel ed è un giovane di età non precisata, che si risveglia in un luogo a lui sconosciuto senza sapere chi sia e perché si trova lì: ha perso la memoria e per questo è intenzionato a capire cosa gli sia accaduto. È una storia brillante sulla ricerca e sulla voglia di riscattarsi; lungo il suo cammino conosce tanti personaggi, ognuno con un background ricco di dettagli. Come Rebecca una prostituta che gestisce il Pillar to Post e che ama le poesie, tutte tratte dai libri dei grandi romantici inglesi, Blake, Coleridge, Wordsworth, Conrad e Stevenson. Sarà proprio lei a guidare Abel e ad aiutarlo nella sua impresa, come Virgilio con Dante.   Una storia originale, fresca, ricca di colpi di scena che possono creare dipendenza.. sentirete il bisogno di sapere cosa succede man mano che vi porterete avanti nella lettura! Il successo di questa graphic novel è la prova che l'Italia sforna grandi artisti di talento e che finalmente sono messi in risalto. È innegabile che il successo di Zerocalcare abbia aperto gli occhi non solo ai lettori ma anche ai media,ed è proprio per questo bisogna incentivare e sostenere i nostri artisti, che creano fumetti straordinari, che non hanno nulla da invidiare a quelli giapponesi o di altri Paesi.  
Kurt Cobain, l'album di inediti in uscita quest'estate
Maggio 14
A circa 21 anni dalla sua prematura scomparsa, Kurt Cobain, genio indiscusso della musica e leader dei Nirvana, fa ancora parlare molto di sé e della sua breve ma intensa esistenza. Poche settimane dopo l’uscita al cinema di Cobain: MontageofHeck, documentario incentrato sulla vita del cantautore, è stata annunciata la pubblicazione nella prossima estate 2015 di un CDdi brani inediti interpretati dal lui stesso. A darne l’annuncio è stato lo stesso Brett Morgen, regista del docu-film, il quale in un’intervista recente ha dichiarato: “Quest’album, vedrete, sarà una sorpresa per il pubblico. Non è un album deiNirvana, è solo Kurt. E lo sentirete fare cose che mai avreste pensato potesse fare” aggiungendo, inoltre, spiegando le motivazioni di questa iniziativa “Avevo finito il film e c'era tutta questa musica, ho iniziato a lavorarci perché pensavo fosse un buon complemento per l'opera, ma non ho interessi economici a proposito. L'ho assemblato io stesso e l'ho passato ad altre persone”. Il regista, per compiere l’impresa, ha dovuto mettere mano ad oltre 200 ore di registrazioni contenute in oltre 107 musicassette, e pare, tra l’altro, che Frances Bean Cobain, figlia di Kurt e di Courtney Love, abbia partecipato con orgoglio alla realizzazione di questo album solista del padre.  Il progetto ha un che di discutibile se consideriamo che per Kurt il successo raggiunto con i Nirvana e con il loro punk sporco e viscerale, era stato devastante;  lui non voleva nulla di tutto ciò, non l’aveva mai cercato e l’unica cosa che voleva, benché fosse diventato ricco e famoso,era sparire.  Allora, come negli altri casi simili a questo, viene da chiedersi fin dove arrivi il margine di mecenatismo musicale e dove inizi invece l’interesse strettamente economico per lavori dal valore inestimabile come quello inedito di Kurt.  In ogni caso, è certo che ai fans di Cobain non può che far piacere ascoltare materiale ancora vergine nato dalla mente creativa del compianto artista; ogni volta è come ritrovare una parte diversa di lui in qualcosa, per poi rendersi conto che quel colpo di fucile sparato nell’aprile del 1994 non lo ha mai ucciso per davvero.  Morgen, a proposito dell’album ha detto: “Vi sembrerà di vivere un caldo giorno d’estate, a Olympia (Washington): i violini che suonano e Cobain al vostro fianco. E' un disco che ti fa sentire come se stessi a casa con Kurt, guardandolo mentre crea. Ti permette di intercettare una parte di lui nel senso più positivo del termine e con una grande sensibilità” Al suo interno, tra l’altro, dovrebbero essere contenute anche delle parti parlate e una cover di “And I love her” dei Beatles(band da lui amata fin dall’infanzia),della quale gira già on-line il video.  Insomma, per quanto sia condannabile come scelta mediatica, questo CD potrebbe essere un altro modo per cogliere l’intimo dell’anima fragile che si è sempre nascosta dietro la grandiosità di un inimitabile artista, che ha ispirato una generazione intera con la sua musica. Non ci resta che aspettare e vedere cosa accadrà.  
MyTopTweet110
Maggio 12
"Tremate, tremate gli Avengers son tornati". Questa settimana come un uragano si è abbattuta sui Box Office di tutto il mondo la nuova pellicola sui Vendicatori più famosi del pianeta: “Avengers: Age of Ultron”. Gli incassi al botteghino sono stati davvero impressionanti: 15.198.829 solo  in Italia, mentre in America 312.589.000 e pensate che questi sono i dati aggiornati all’8 maggio!! Non vi dirò assolutamente niente sulla trama del nuovo film per evitare qualsiasi spoiler per chi non l’avesse ancora visto, mi limiterò a indicare i personaggi più apprezzati. Non hanno deluso le aspettative i fratelli più affettuosi di sempre: Thor e Loki, che hanno regalato dei momenti davvero epici al pubblico. E poi diciamocela tutta, alcuni eroi se lo sognano il fan club che ha Loki!! Come non nominare poi il più spaccone di tutti: Mr Tony Stark. Dico solo Hulkbuster e  qui mi fermo per non svelare troppo!!! E poi tutto il pubblico, me compresa, non vede l'ora di sapere cosa combinerà insieme a Capitan America nell’ancora più atteso sequel “Captain America: Civil War”. Grande successo infine per i nuovi “cattivi” che hanno fatto la loro comparsa: Ultron in primis ma anche tanti apprezzamenti per i gemelli Pietro e Wanda Maximoff. Insomma se non si è capito, vi sto consigliando di andare assolutamente a vedere questo film!!   #AvengersTopTweet:   The JackaL: Ma a voi è piaciuto #AgeofUltron? #greenblock TheOscarface: Anche gli Avengers si sono #minionizzati Terry: AvengersMeme’s #LokiDaft Glader: Vanda e Pietro NRJ12: la famiglia Smith in modalità Avengers Troll in Football: Avengers, la #CivilWariniziòcosì Mauro@Pezzi: Il cartello “ascensore fuori servizio” non serve quando c’è Thor nel palazzo. Minifigures Display: Lego Marvel Super Heroes Il bar del fumetto: #Marvel #Avengers #AgeofUltron come dargli torto.. Sceglifilm.it: si dice che nel prossimo film degli Avengers ci sarà l’upgrade del martello di Thor Eccolo in anteprima assoluta. Alla prossima!!  
"La voce umana" di Jean Cocteau, solitudine e ricordi al Teatro Sala Uno - Roma
Maggio 12
La voce umana è uno spettacolo teatrale di Jean Cocteau , con la regia e Idea scenica di Viviana Di Bert, con Gloria Annovazzi, in scena fino al 10 Maggio al teatro Sala Uno di Roma.   Anche i grandi amori a volte finiscono, eppure non riusciamo mai a rassegnarci all’idea della solitudine. Così ogni scusa è buona per vedere, sentire, toccare il nostro ex. Per amore siamo disposti a tutto, anche a gesti estremi, per lo più solo annunciati, magari al telefono. Telefono che può  diventare prezioso alleato e nello stesso tempo croce e delizia di una relazione,amplificando ogni sentimento e spesso  spezzando  le illusioni e le residue speranze di una coppia. Un telefono e un'anziana ed elegante donna (Annovazzi) sono i protagonisti di questo monologo teatrale , un “ever green” nel corso degli anni per il teatro.. Una donna sola e triste  nella sua casa  che si aggrappa al telefono per poter sentire ancora il suo amato . Un  amore concluso, ma ancora vivo nell’anima e nelle carni della donna che durante la telefonata cerca in tutti i modi di convincere lo spasimante a tornare da lei. Evocando ricordi,episodi di vita comune,  alternando   vari stati d’animo per cercare di scuotere l’uomo dalla sua decisione. Una fine di un amore che rappresenta per la donna anche la fine della propria vita facendole minacciare il gesto estremo. Seppure il testo  sia un“classico” risulta asciutto e diretto anche se personalmente mi ha coinvolto solo in parte, forse per un tipo di scrittura e di resa scena legati troppo alla forza della parola a scapito di una recitazione scarna e  dinamismo scenico quasi assente  Una recitazione, quella di Gloria Annovazzi sicuramente intensa, forte e avvolgente mettendo in scena anima e corpo fino al punto di denudarsi letteralmente per mostrare allo spettatore il travaglio interiore del suo personaggio. La regia è semplice,lineare esaltando le doti artistiche dell’attrice però non garantendo sempre vivacità e ritmo allo spettacolo. Un amore  finisce quando non si ha più nulla dirsi e in questo  caso quando cade la linea del telefono, lasciandoti solo in compagnia del silenzio e dei tuoi ricordi e sentimenti.
Crisalide, la triste favola di un’intensa e dolorosa storia d’amore
Maggio 08
Dal 24 al 26 Aprile, al Teatro IL PRIMO è andato in scena lo spettacolo CRISALIDE progetto e regia di Roberto Matteo Giordano. In scena gli attori Francesca Annunziata , Igor De Vita e Roberto Matteo Giordano. Musiche di Igor De Vita. Affrontare il tema dell’amore, non è mai semplice, dato il suo essere complesso e ricco di molteplici sfumature, che, non sempre si ha il coraggio di viverle e soprattutto condividerle. Per fortuna, però, non è così, per Vittorio e Marcello, i due protagonisti della triste favola CRISALIDE.  Due giovani innamorati che, senza alcuna paura, si immergono nei loro sentimenti dando inizio ad un’intensa storia d’amore fatta di passione, felicità, e purtroppo, dolore. Un dolore causato dalla malattia di Marcello.  Crisalide è dunque una storia d’amore, un racconto di due vite che si intrecciano, due anime che, nonostante il triste epilogo, resteranno eternamente unite. Lo spettacolo affronta il tema dell’omosessualità  con stile, delicatezza e tanta passione, suscitando interesse e coinvolgimento nello spettatore.   Una regia semplice, quella di Roberto Matteo Giordano, ma attenta ad ogni particolare. Il regista, infatti, a mio avviso, è riuscito a creare quella giusta alternanza tra i flashback e il presente dei personaggi, facendo percepire allo spettatore, il battito cardiaco dei due personaggi, sottolineato dal gioco di luci: un’alternanza tra la luce fredda a quella calda; quest’ultima, ha permesso allo spettatore di immergersi nelle profonde emozioni dei due giovani, permettendogli di cogliere la purezza, l’intensità e la verità dell’amore, un sentimento che, in maniera del tutto spontanea, nasce in ciascuno individuo e che dovrebbe avere libertà di espressione, al di là delle paure, dei pregiudizi e soprattutto del sesso di appartenenza.  Molto forte, energico, passionale è stato “l’amplesso” tra i due protagonisti, avvenuto attraverso l’esecuzione del brano Celebrity . Qui, gli attori, hanno intonato il celebre brano, accompagnandolo con passi di danza, permettendo allo spettatore di dare libero spazio all’immaginazione. Ma la luce rossa che illuminava la scena, ha sottolineato a mio avviso, l’intenso e forte amore tra i due personaggi, che, con un gioco di sguardi e di sorrisi, hanno ben rappresentato la complicità che nasce durante l’atto d’amore. Non sono mancati, durante la messa in scena, anche momenti di ironia e gioco, ben gestiti dall’attrice Francesca Annunziata, che è riuscita a suscitare risate tra il pubblico, creando una giusta alternanza di ritmo che ha accompagnato lo spettatore, al tragico finale. Crisalide è dunque il forte sentimento dell’amore, capace di andare oltre le avversità , i pregiudizi, le paure, nascendo, maturando e vivendo in eterno, nel cuore di ogni essere umano. Spettacolo visto il 25 Aprile da Gianluca Masone  
Roma a suon di Click
Maggio 08
Cos’è una Photo Marathon?  Una maratona, vera e propria dove i passi degli improvvisati atleti sono scanditi a suon di click. Il 17 maggio 2015 presso la piazza del Gazometro, alle 10:00 si inaugurerà la prima edizione di “Roma Photo Marathon”, che vedrà migliaia di persone armate di macchine fotografiche e smartphone sfidarsi, nel tentativo di catturare scorci e immagini della città eterna.        Il programma, che si sviluppa nell’intera giornata, consta nello sviluppare nove temi in nove ore che verranno assegnati ai concorrenti allo scadere di ogni tre. I temi vengono determinati in collaborazione con enti e partner locali con l’intento di entrare in contatto e creare un’ armonia con lo spirito della città. La varietà dei temi serve a garantire che ogni “atleta” abbia la possibilità di eseguire scatti particolari, fuori dai canoni classici, e dare punti di vista originali della città. Questa iniziativa darà modo ai fotografi di riunirsi per godere insieme della propria passione e contemporaneamente valorizzare il  proprio territorio.   Attraverso il coinvolgimento di volontari e associazioni culturali e fotografiche, turismo, design, creatività, politiche giovanili e sociali, La Photo Marathon Rome si trasformerà in un momento con il quale sarà possibile usufruire della Capitale nei suoi aspetti più popolari, multietnici, antichi e nella veste cosmopolita che la caratterizza. Difatti, attraverso l’occhio del fotomaratoneta, sarà possibile cogliere particolari, consequenzialità e contrapposizioni, caratteristiche che daranno la possibilità di osservare un panorama sociale vivo, schietto e reale.     Precedentemente la Maratona si è svolta in altre grandi città quali: New York, Caracas, Berlino, Copenaghen, Singapore, Genova, Torino, Milano e Bologna.   Gli scatti, che dovranno essere caricati presso la piattaforma www.italiaphotomarathon.it entro e non oltre le 24:00 del 18 maggio 2015, saranno valutati da una prestigiosa giuria che decreterà i vincitori durante la premiazione, nel mese di settembre dove sarà possibile ammirare i lavori esposti presso una mostra aperta al pubblico. Giuria, composta da: Flavio Bandiera – fotografo; Mosè Franchi – fotografo; Roberto Tomesani – fotografo (TAU Visual – IED); Guido Fassio – fotografo; Fabio Sistro – fotografo; Lorenzo Pallini (marmorata169); Marco Rapaccini (Officine Fotografiche Roma)   Per prendere visione del regolamento e  dei premi ecco il link al sito http://www.italiaphotomarathon.it/ e alla pagina Facebook https://www.facebook.com/italiaphotomarathon?fref=ts                Gli ideatori della manifestazione sono i ragazzi di Italia Photo Marathon, un'associazione culturale con sede a Torino, che incentiva la fotografia poiché la assurge a strumento di valorizzazione dell’ambiente, del territorio e del patrimonio culturale italiano. Sponsor della manifestazione sono aziende accreditate quali: Canon, Eataly, Il Fotoamatore e Umbria Green Card .   A Roma è organizzata da Italia Photo Marathon con la partecipazione dell'VIII Municipio e il patrocinio di Aifoto (Associazione italiana foto and digital imaging) e Fiaf (Federazione italiana associazioni fotografiche). Velolove, Officine Fotografiche, Gay Center, Marmorata169, Fondazione RomaEuropa, Anticafè.    Sul sito http://www.italiaphotomarathon.it/ si trovano le linee guida e la missione che i ragazzi di questa associazione stanno perseguendo, oltre ad aver la possibilità di candidare la propria città, per l’organizzazione della prossima Photo Marathon.     Di seguito, il concetto sul quale si basa la filosofia della Maratona Fotografica: “Tra gli scopi che ci prefiggiamo: diffondere e sviluppare la cultura fotografica ed il pensiero programmatico in fotografia attraverso l’organizzazione di maratone fotografiche su tutto il territorio nazionale, anche in collegamento con i circuiti internazionali; promuovere l’utilizzo della fotografia come strumento di valorizzazione dell’ambiente, del territorio e del patrimonio culturale; diffondere la cultura della sostenibilità attraverso la promozione dello slow-living, della pazienza, dell’osservazione; creare una community reale e virtuale di appassionati di fotografia; promuovere la fotografia, il video e le arti visive in genere in tutte le loro forme, anche mediante l’organizzazione e il patrocinio di eventi, concorsi, mostre, workshop, corsi, ed ogni altra iniziativa finalizzata ai medesimi scopi, nonché mediante la pubblicazione e la cessione di edizioni su carta e su supporto elettronico; coordinare le attività dei soci quale centro di formazione, informazione e collegamento tra gli stessi. “ Perciò fotografi, fotoamatori, turisti, appassionati o semplici curiosi: “scarpe comode, macchina in spalla, telefono alla mano e buona Maratona!”  
MYGENERATION, intervista a Ghigo Renzulli.
Maggio 08
E’ sempre una grande emozione chiacchierare con un artista. Se poi l’artista in questione è stato uno degli artefici della tua crescita interiore, il tutto acquista un significato speciale. Schietto ed intelligente, Ghigo Renzulli,  chitarrista e cofondatore dei Litfiba, si è raccontato a MYGENERATION con grande disponibilità, affrontando temi scottanti, quali la Terra dei Fuochi, e dando preziosi consigli ai giovani musicisti. Dalle sue parole traspare palesemente tutta la sua carica Rock. Un impeto gestito ed incanalato sapientemente in risposte educate ma mai banali. Segue l’Intervista:  Come e quando è nata la passione per la musica?  Nella mia famiglia la musica era di casa, già da ragazzino mi divertivo a mimare i chitarristi davanti allo specchio, imbracciando una racchetta da tennis… La folgorazione per il Rock avvenne nel 1968  guardando il Festival di  Venezia, rimasi affascinato da una band che si chiamava Vanilla Fudge…capii la mia strada.  In che momento hai capito che suonare sarebbe diventato un lavoro?  In realtà non l’ho capito…l’ho deciso! Volevo fare la carriera musicale…se non mi fosse andata bene sarei andato a fare il mozzo sulle navi o qualsiasi altra cosa, ma, per la mia stabilità interiore, ci dovevo assolutamente provare. Mi licenziai dal lavoro sicuro che avevo ( Tragedia in Famiglia ) e mi lanciai ad affrontare i diversi anni di cinghia stretta che seguirono dopo.  Quali sono i gruppi che hanno maggiormente influito sulla tua crescita artistica?  I classici degli anni sessanta/settanta, ma con un grande amore per i Creedence Clearwater Revival e per i Quicksilver Messenger Service.  Attualmente il panorama musicale Italiano offre una grande varietà di gruppi ed artisti. Quanti presentano progetti validi e quanti invece sono solo un prodotto commerciale creato ad hoc dalle case discografiche?  Mah…penso che al giorno d’oggi le case discografiche non hanno più gli occhi neanche per piangere…arrancano pure loro in questo mercato in continuo assottigliamento e sono dipendenti dalle scelte televisive dei vari Talent che, chi più e chi meno, vanno per la maggiore e danno un momento di celebrità ad artisti che difficilmente faranno qualcosa successivamente, a parte qualche raro caso.  Quali sono le caratteristiche che deve possedere un artista per essere ascoltato?  Difficile dirlo…facendo Pop si ha sicuramente molta più esposizione mediatica, il Pop è sempre di moda nel nostro paese…penso che al di là della bravura tecnica, la personalità artistica ed essere un personaggio vero e non costruito, siano elementi molto importanti…poi ci vogliono belle canzoni, belle musiche e bei testi che prendono il pubblico….e qui casca l’asino.  Puoi segnalarci qualche Band emergente che secondo te ha i numeri per “sfondare”?  Non faccio nomi…prediligerei alcuni ed urterei o demoralizzerei altri che magari non ho neanche sentito fino ad oggi, e che magari sono validissimi…non mi sembra giusto.  Chitarrista preferito?  L’ultimo chitarrista che mi ha fatto venire i brividi è Frusciante dei Red Hot Chili Pepper…un grande artista.  Qual è il tuo approccio alla composizione?  Non ho una regola… passo periodi di grande creatività dove sono capace di tapparmi un mese di fila, giorno e notte, nel mio studio a registrare idee, come posso avere periodi sterili dove non ho voglia di comporre…  Quante ore al giorno dedichi allo studio della chitarra?  Anche qui dipende dalla voglia, ma almeno una , due ore al giorno, se sei un professionista, bisogna farle, anche solo per mantenere le dita e la mente in allenamento.  Raccontaci un momento indimenticabile della tua carriera.  Ci vorrebbero 5 o 6 libri….  In genere in occasione di grandi tragedie, ad esempio il terremoto dell’Aquila, artisti, musicisti e personaggi pubblici, danno vita a stupende iniziative di solidarietà. Secondo te il dramma della Terra dei Fuochi meriterebbe una pari mobilitazione? Tu ad esempio, la comporresti una canzone per le vittime del biocidio, o semplicemente per raccogliere fondi per una corretta bonifica del territorio campano?  Mah….con l’età mi sono molto disilluso, mio malgrado,  su tante iniziative…la solidarietà è una bellissima cosa, salvo poi far arricchire tanti pescecani invece di chi ha bisogno degli aiuti…so che per il terremoto dell’Aquila ci sono stati dei grossi problemi. Esistono ancora iniziative serie ed oneste, tipo come è stata I.L.E. recentemente, per il terremoto in Emilia, ma purtroppo una buona parte della nostra società odierna è corrotta.  Io comporrei, anche molto volentieri, una canzone per le vittime del biocidio in Campania (io sono campano e conosco molto bene la regione )…posso farlo per far ragionare e sensibilizzare le persone…ma dovrei essere sicuro che i fondi raccolti non andassero a finire alla camorra… Sono trenta anni che ne parliamo e drammaticamente tutto è rimasto come era una volta....  Immagina l’Italia fra dieci anni. Cosa vedi?  Preferivo l’Italia di dieci anni fa…  Ci lasciamo con un’ultima domanda. Cosa consiglieresti ad un giovane che ha deciso di vivere di musica?  Purtroppo  mi trovi un po’ pessimista…non mi sento più di consigliare, in questo periodo di crisi, di rischiare, come ho fatto io da ragazzo…non ci sono più i presupposti sociali validi…Consiglio, in ogni caso, di pararsi il culo cercandosi un lavoro normale, e di fare musica come secondo lavoro…se poi sono rose, fioriranno…. Grazie mille per l’intervista a nome di tutta la redazione. A presto e buona musica.
Quello che le fashion blogger non dicono ovvero quando la moda è un flop - Lady O per MGW
Maggio 06
Lo scrittore statunitense Robert Heinlein diceva che “sul sesso tutti mentono”, ma se fosse stato a contatto con il mondo della moda avrebbe affermato sicuramente la stessa cosa. Perché molto spesso, anche sulla moda tutti mentono. È inutile nascondersi dietro un dito, la maggior parte di noi, spesso aveva un’opinione negativa iniziale su questa o quella tendenza e alla fine – volenti o nolenti – ha finito per cambiare opinione ed  “adeguarsi” alle leggi del fashion sistem. Il mondo della moda è talmente variegato che al suo interno non si riuscirà mai a mettere tutti d’accordo su una stessa tendenza ed inevitabilmente ci saranno sempre promotori e detrattori, ma se è vero che in ogni stagione - un po’ per gusto e un po’ per un’attiva promozione da parte di fashion blogger e riviste – ci sono alcuni trend per i quali tutte sembrano essere impazzite, è  altrettanto vero che ce ne sono altri che definire brutti è dir poco (e no, neanche concedendo l’attenuante della soggettività, riescono a superare la sufficienza) . Nell’odierna stagione primavera/ estate quell’ immensa fucina creativa che è la moda, ci ha “regalato” le seguenti perle, dalle quali dovreste assolutamente tenervi lontane.   1)Sabot: direttamente dal dimenticatoio nel quale era finita, questo tipo di calzatura è tornata di nuovo in auge (purtroppo). È vero che molti modelli sono stati attualizzati e reinventati da parte degli stilisti, ma in fondo la linea principale della calzatura rimane quella. Orribili quelle chiuse, sia a punta che stondate e con tacco a rocchetto. Accettabili invece, le versioni peep toe, anche se a questo punto la differenza con una ciabatta è decisamente labile. Al sabot purtroppo si accompagna inoltre un altro gigante “horror” : il gambaletto color brodo di pollo. Su questo, inutile dirlo, non si ammettono proprio repliche.   2)Sandali carro armato: gli stivaletti e gli anfibi con la suola “a carro armato” sono stati il trend dell’inverno. Fin qui tutto ok, potevano essere una calzatura stravagante, ma che aveva comunque un suo perché. Ciò che invece è veramente senza giustificazioni è la versione estiva. Un mix tra una scarpa ortopedica e un sandalo di quelli con cui al mare ci si protegge i piedi dagli scogli, il tutto corredato dall’immancabile suola a cingolo. Se la versione nera potrebbe essere un appena sufficiente, quella bianca è atroce. Praticamente indossando un paio di queste potete evitare lo spray al peperoncino nella borsa. 3)Shorts mini: questi in realtà non sarebbero neppure brutti, ma il problema è che la loro “lunghezza” è talmente limitata che si intravedono le parti intime. Più che di bellezza infatti, qui si tratta di buongusto. Ok che in estate fa caldo e si ha voglia di un bel paio di pantaloncini, ma sicuramente si riusciranno a trovare modelli più adatti di questo. Tra l’altro, senza cattiveria alcuna, ricordate di essere auto consapevoli. Qualche kg in più non è assolutamente un problema, ma in quel caso scegliete un paio di pantaloncini che siano di qualche cm più lunghi e che arrivino almeno a metà coscia. 4)“Total stamp”: quest’anno troverete moltissimi completi in total stamp. Non importa se siano stelline, fiori, foglie, scritte o qualsiasi altra stampa possibile, se indossate un pantalone (o una gonna) e una maglietta con la stessa stampa, l’effetto tappezzeria è assicurato. Ricordate sempre che l’equilibrio delle fantasie è una delle regole basilari nel vestirsi: se ad esempio vi utilizzate pantaloni stampati, abbinate una blusa più basica. Viceversa, se optate per la maglietta stampata, il pantalone o il jeans dovranno essere neutri.   5)Leggings strappati: amati e odiati, i leggings continuano a resistere ormai da diverse stagioni, seppur con qualche alto e basso. Ma se la versione neutra o quella fantasia, abbinate bene, riescono a passare l’esame, ciò che invece avrebbe bisogno di finire in un rogo-che al confronto Salem impallidirebbe-sono i leggings strappati. Tagliati sul davanti in maniera orizzontale e più o meno regolare, sembrano il risultato di un gioco per bambini. Coloro che li amano li definiscono “particolari”, ma ovviamente intendono dire “orrendi”. Non sono sportivi, non sono casual (perché diciamocelo, in giro per la città in quel modo, neanche per uscire a buttare la spazzatura!) e non sono neppure eleganti. La chicca? Nella versione con i "buchi", sono foderati in pizzo, tono su tono.     Ragazze, non potrete dire di non essere state avvisate per tempo!
Ancora su "Drones", il nuovo attesissimo album dei Muse!
Maggio 06
In un precedente articolo precedente avevamo già accennato al nuovo, attesissimo album dei Muse, soffermandoci su tematiche e notizie dai caratteri molto generici, trapelate da vari siti e interviste. Dopo due mesi strabordanti di news e a distanza di un mese circa dalla data d’uscita dell’album, vediamo quali sono le novità più rilevanti.  La data ufficiale per la pubblicazione di “Drones” è l’8 giugno (il 9 in Italia) ma, nell’attesa il trio britannico ci ha regalato due estratti: “Psycho” è stato rilasciato lo scorso 12 marzo, insieme con un lyric video che fa tanto Full Metal Jacket, in contemporanea al pre-order dell’album; il brano, pur tra prevedibili critiche, ha riscosso molto entusiasmo e lascia intuire a pieno l’intenzione dei tre musicisti di ritornare alle sonorità puramente rock, proprie delle loro origini. Il secondo estratto, il singolo ufficiale,“Dead Inside”, è stato pubblicato invece il 23 marzo. Si tratta del singolo d’apertura dell’album e, secondo quanto dichiarato dallo stesso Matthew Bellamy in un’intervista rilasciata alla rivista inglese Q Magazine, il testo della canzone si riferisce alla fine di una relazione e alla conseguente morte spirituale dei due partner. Con un chiaro nesso alla recente fine della relazione con Kate Hudson, Matt ha affermato: “Ho scavato nel mio profondo, nelle mie paranoie. Questo album ne è influenzato, non c’è molto amore al suo interno”. Il video della canzone, tra l’altro arrivato online il 28 aprile, è diretto da Robert Hales, e vi ritroviamo come protagonisti non solo i membri della band, ma anche due bravissimi ballerini di danza contemporanea, Will B. Wingfield e Kathryn McCormick, impegnati in una coreografia molto scattante, in un ambiente oscuro e coperto di polvere, che ben si adatta al messaggio che il brano vuole trasmettere.   Nel corso di una recente intervista rilasciata alla stazione radio Alt 98.7 di Los Angeles sono emersi, comunque, ulteriori succulenti dettagli a proposito di Drones e del Tour che seguirà. Stando alle parole del carismatico leader, i brani saranno legati da un filo narrativo, quasi come in un concept album: “Questo album esplora il viaggio di un essere umano, dal suo abbandono e perdita di speranza, all’indottrinamento del sistema per renderlo un Drone Umano, fino alla loro finale liberazione dagli oppressori. Non è, però, un concept in senso letterale, come quello che facevano i Pink Floyd; le canzoni funzionano anche da sole, indipendentemente dalle altre, però stanno bene insieme e sono unite dall'idea dei droni. La linea narrativa è sottile e si basa su un protagonista che vive questa vicenda in cui perde tutto e si sente come se gli avessero fatto il lavaggio del cervello, si arruola e si sente come una persona che ha perso l'anima, ma poi ritorna e capisce, quindi combatte contro il sistema che lo aveva oppresso. E' un viaggio che si dipana nelle prime otto canzoni, poi il finale è un epilogo a sé”. In un’altra intervista recente Matt ha, inoltre, aggiunto (riferendosi alla prima traccia, Dead Inside):  “E’ da qui che parte il racconto dell’album, è qui che il protagonista diventa ‘dead inside’ e, quindi, vulnerabile ed attaccabile dalle forze oscure di cui parla il brano Psycho e che dilagano anche in alcune altre canzoni, prima di riuscire alla fine a debellarle, rivoltandosi e dominandole nel prosieguo della storia”.   Riguardo al Tour, invece, pare che i Muse vogliano far esaltare e divertire al massimo il proprio pubblico con svariati tipi di tecnologie; Matt ha infatti dichiarato “Ci piace sempre utilizzare le tecnologie più moderne nei nostri spettacoli dal vivo. I droni sono, ovviamente, una cosa interessantissima che cercheremo di implementare nel nostro live show. Ci saranno delle difficoltà con le normative sulla sicurezza, facendo volare degli oggetti, ma l'idea di massima è che avremo cose che volano dall'inizio del tour.”   Intanto, con lo Psycho UK Tour, i Muse hanno già testato dal vivo (su un pubblico ovviamente ristretto)  brani ancora inediti, tra cui “Reapers” che – piccolo spoiler – sembra essere uno dei pezzi più belli, adrenalinici e potenti mai prodotti nella storia dei tre imprevedibili rockettari. Altra notizia importante a proposito dei brani inediti, confermata dallo stesso Bellamy, è che il brano “The Globalist” rappresenti il seguito di “Citizen Erased” (vecchia perla presente nel secondo album “Origin of Symmetry”) e duri circa 10 minuti.  Il prossimo 18 luglio, l’unica data italiana al momento, i Muse saranno, inoltre, di nuovo qui da noi per il concerto del Rock in Roma, e i musers italiani sono sempre più elettrizzati all’idea del loro ritorno ( basti ricordare i 60.000 spettatori presenti al loro concerto allo Stadio Olimpico, nell’estate del 2013).  Così, mentre l’ansia sale a dismisura, non ci resta che attendere speranzosi.  So Musers, Stay tuned!  
MyTopTweet109
Maggio 05
“Expo o non Expo, questo è il dilemma”  avrebbe scritto Shakespeare in questi giorni. Sì, perché senza dubbio l’argomento che sta tenendo banco in Italia è l’Expo 2015 di Milano. Chiariamo subito di cosa si tratta: Expo sta per Esposizione Universale, che l’Italia ospiterà dal primo maggio al 31 ottobre 2015. Per sei mesi Milano diventerà una vetrina mondiale in cui i Paesi mostreranno il meglio delle proprie tecnologie rispettando il tema dell’evento “Nutrire il pianeta”. Fin qui non sembrano esserci problemi, tutto molto bello, w l’Italia, w la repubblica, vogliamoci tutti bene. Peccato però che l’evento sia stato gestito da una cupola di imprenditori/mafiosi, tanto che si era pensato di cambiare il tema in “Nutrire il pianeta...con le mazzette”. Peccato poi che un’area da 8 mila metri quadrati sia stata concessa senza appalto a Oscar Farinetti, patron di Eataly e che i lavori non siano stati terminati, tanto che si sta pensando di sfruttare la cosa per creare un padiglione sulla “Salerno-Reggio Calabria”. E ancora un evento che si prefissa l’obiettivo di stilare una carta comune sull’alimentazione, che ha trai suoi sponsor principali la Coca Cola e McDonald's. Alcuni diranno che fosse inevitabile e che comunque non avranno un ruolo centrale. Perfetto! Allora spiegatemi perché l’assessore al Lavoro e all'Istruzione della Regione Lombardia, Valentina Aprea, abbia inviato una circolare a tutte le scuole in cui le invitava a visitare l’evento e ad andare al McDonald’s, dove avrebbero pagato la metà e avrebbero avuto il gelato gratis!!! Per non parlare della tv di Stato che, a pochi giorni dall’evento, manda in onda uno spot dove un bambino preferisce l’Happy Meal alla pizza, uno dei prodotti dell’eccellenza italiana! Ovviamente bisogna anche condannare le proteste violente che ci sono state a Milano in questi giorni. Ormai tutti avrete visto il video di quel bell’ esemplare di milanese che spiega i motivi (?!?) che lo hanno spinto a devastare una città. Il comportamento di questi delinquenti però non deve oscurare il senso di una protesta pacifica contro un evento che ha molti punti oscuri su cui fare chiarezza…   #Expo2015   No Maria, io EXPO: Dio: "La coerenza", Coca-Cola su tela, 2015. L'artista esprime il disagio e il nonsense del postmoderno. Andrealuccioli: Salvaci tu, mamma di Baltimora. Pinuccio: #Expo2015 padiglione selfie Antonio bordin: Regione Lombardia invita le scuole a portare studenti al Mac Donalds. Expo è business persino sulla salute dei ragazzi Rosanna Simonetta: Prossimamente, insieme al biglietto di ingresso, verranno consegnati ai visitatori utili gadget Regina Elisabetta: Giustamente, a me ste cose me fanno ride ahahahVojo subito il nome de chi l'ha fatto #Expo2015 Pinuccio: #Expo2015 padiglione salumi Barbara Raval: #Expo2015 Da ridere. .All'#Expo sanno bene dove si trova la #Toscana. #expofail " Luisa loffredo: #Expò padiglioni pronti... a S.Vittore Alla prossima!!  
Non regaliamo il voto, esercitiamolo!
Maggio 05
Chiudi gli occhi e ti immagini un mondo migliore, pulito, vero. Quel mondo di cui ti parlavano quando eri bambino, quando vedevi tutto colorato e limpido, quando andavi a giocare sulle giostre e ti bastava quello, quando andavi avanti ed indietro dall’ altalena allo scivolo e non ti stancavi mai. Guardavi le persone più grandi come tasselli di un mondo così lontano, così affascinante, così vivo e ti sentivi piccolo e insignificante. All’improvviso ti ritrovi a vivere quella realtà che tanto desideravi,  ci sei dentro e non te ne rendi conto. Sei arrivato, sei in quel mondo che ti hanno sempre raccontato e ora non sei più un puntino, ma sei una persona che con le sue azioni, con le sue decisioni può contribuire per migliorare tante situazioni. È il momento. Il tuo. Sei grande, sei libero. Sei libero di fare le tue scelte. È proprio arrivato quel giorno che tanto sognavi, quel giorno che ti raccontavano, di cui tu eri solo un personaggio esterno ed ora sei uno dei protagonisti.    Una di quelle scelte che ti rende primo attore è il diritto di voto. Art. 48 della Costituzione Italiana: “Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”. Quello del voto non è soltanto un diritto,conquistato con durissime lotte dai nostri predecessori, ma anche un dovere. Un dovere da osservare anche se lo scenario politico-istituzionale dei giorni nostri è caratterizzato da forme di demotivazione politica e di cittadinanza passiva. Il voto rappresenta una scelta consapevole  che ritrae la dignità del popolo.   Le elezioni regionali si terranno domenica 31 Maggio 2015. Non si tratta di mettere una misera crocetta, ma di prendere una decisione che porterà, nel caso specifico, all’elezione del presidente della Regione Campania. Dieci liste sosterranno Stefano Caldoro per il centrodestra (tra cui quella di Angelo Ferrillo “Mai più terra dei fuochi”) e dieci anche quelle di Vincenzo De Luca per il centrosinistra.  Per il Movimento Cinque Stelle invece una sola donna, Valeria Ciarambino. A chiudere una lista di stampo meridionalista “Mò” capeggiata dal giornalista Marco Esposito ed infine “Forza Nuova” con Marco Giliberti.   Secondo gli ultimi sondaggi sono quasi a pari merito Vincenzo De Luca e Stefano Caldoro. De Luca (PD), sindaco di Salerno e Viceministro alle Infrastrutture e  Trasporti, ha contribuito alla valorizzazione della città, facendola diventare una perla della nostra regione. Non va dimenticato però che è stato indagato per la variante al Piano Urbanistico Attuativo, che consentiva l’acquisizione delle aree sulle quali è sorto il noto cantiere “Crescent”, ambiziosa costruzione da realizzare intorno al porto di Salerno, super criticata dagli ambientalisti. Caldoro, presidente della regione Campania dal 2010, ripropone la sua candidatura portando avanti degli obiettivi ben precisi: più sicurezza, più spazio al turismo, l’alleggerimento delle pratiche burocratiche, la messa a punto di strutture adeguate dal punto di visto sanitario e propone la Regione Campania come nodo strategico di interconnessione nel Mediterraneo.   La classe politica rispecchia il popolo, il suo stato d’animo. Facciamo una scelta di coscienza , non regaliamo il voto, esercitiamolo. È in ballo il futuro della nostra terra, martoriata e dimenticata, ora più che mai dobbiamo aprire gli occhi e guardare il mondo in cui viviamo, senza mettere tende, ma scrutandolo con le sue infinite ombre, con i suoi colori sbiaditi, così diversi e mischiati. Aprite gli occhi , vivete e come dice Gandhi:  “Siate  il cambiamento che volete vedere nel mondo”.
Il sale della terra: Wenders racconta Salgado
Maggio 04
l Sale della Terra è un film, è un documentario, è un’avventura, è un viaggio. E’ il viaggio dell’umanità sul pianeta terra, raccontato da Wim Wenders, regista del docu-film, attraverso le fotografie realizzate da uno dei più fecondi artisti del nostro tempo: il fotografo brasiliano Sebastiao Salgado. Il film segue appunto l’itinerario artistico di Salgado, che, con la sua arte, ha saputo immortalare la vita in tutte le sue sembianze, con tutta la sua forza dirompente, d’estasi e di violenza.   Ed il viaggio di Salgado diventa il viaggio di noi tutti sulla terra, alla scoperta della natura e del mondo animale, ma soprattutto della gente, degli uomini, perché “dopotutto la gente è il sale della terra”, come afferma lo stesso Wenders, in tante occasioni voce narrante del film. Non poteva esserci, dunque, titolo migliore per cogliere lo spirito di questo docu-film. Immagini mozzafiato raccontano “la nostra terra”, come in un puzzle composto da milioni di diversi, talvolta complementari, coloratissimi tasselli: paesaggi variopinti, foreste immense, montagne imponenti, orizzonti infiniti e una varietà di innumerevoli specie animali; eppure tutto questo non distoglie l’attenzione dal “sale”, appunto, della terra: la gente, intesa come umanità, con le proprie diverse caratteristiche geografiche, di razza, antropologiche, con la propria storicità. Ecco quindi alternarsi le immagini delle popolazioni della Nuova Guinea, dell’Indonesia, del Congo e dell'Amazzonia, e poi quelle dell'Antartide e della Siberia e ancora quelle che ritraggono i cercatori d’oro brasiliani nelle miniere a cielo aperto, le strazianti raffigurazioni della guerra, gli incendi dei pozzi petroliferi in Kuwait.  Wenders, dunque, veste di cinema la fotografia di Salgado, soffiando sulle immagini l’anima del racconto. Nella scoperta al percorso artistico di Salgado, Wenders è affiancato da un co-regista d’eccezione: Juliano Salgado, il figlio dell’artista, che arricchisce il racconto, impreziosendolo, di ricordi di famiglia e dettagli biografici del padre: la fuga dal Brasile, terra natia di Salgado, oppressa da una feroce dittatura, l’arrivo in Europa, il rapporto d’amore e professionale con la futura moglie e madre di Juliano, l’abbandono della promettente carriera di economista per dedicarsi alla fotografia, il ritorno alla sua amata patria sudamericana.    Nella descrizione e rappresentazione dell’imponente opera di Salgado, Wenders scopre “molto più di un semplice fotografo”, come ci racconta lui stesso nel film. Scopre l’artista Salgado, il suo interesse a ritrarre la sostanza delle cose più che la forma di esse; a captarne l’essenza, lo spirito vitale. “Una cosa l’avevo già capita di questo Sebastiao Salgado - dice ancora Wenders - gli importava davvero della gente. Dopotutto la gente è il sale della terra”. E infatti il corpo centrale del film è rappresentato dalle immagini del popolo africano durante il genocidio in Rwanda e del popolo jugoslavo nella guerra nei Balcani: icone tangibili della crudeltà e dell’assurdità umana, della miseria più cupa che si possa immaginare: la fame, lo strazio dei corpi e delle anime, la guerra, la morte. Ancora Wenders: “un fotografo è letteralmente qualcuno che disegna con la luce. Un uomo che descrive e ridisegna il mondo con luci ed ombre.”  E Il Sale della Terra, premio speciale Un certain reguard al Festival di Cannes 2014, è un inno alla potenza delle immagini, alla forza di quelle luci e di quelle ombre, in grado di raccontare, da sole, la vita e le sue mille sfumature e, con essa, la morte.   
"Una storia semplice", quella di tutti gli italiani
Maggio 03
“Una storia semplice” è uno spettacolo teatrale diretto da Claudia Gusmano, adattamento teatrale di Davide Strava e Claudia Gusmano, testo di Davide Strava con  la consulenza storico-filologicadi Nicola Paladin, con: Davide Strava. In scena  fino al 3 Maggio presso “Il Cantiere Teatrale” di Roma.     Noi italiani abbiamo la memoria corta. Dimentichiamo la storia e soprattutto facciamo finta di non ricordare le nostre origini. Oggi sembra essere diventato lo sport nazionale insultare l’immigrato perché cosi è la moda. Il leghista e, in genere, l’uomo del Nord fa suoi i motti fascisti “L’Italia agli italiani, padroni a casa nostra, gli stranieri ci rubano il lavoro”. Tutte menate, verrebbe da dire, perché se sfogliamo qualche testo o qualche vecchio ritaglio di giornale potremmo scoprire come i loro e nostri antenati furono i primi ad essere immigrati. Già, perché il leghista di oggi era il terrone dei primi del novecento. Non c’era allora la “fabbrichetta” come sogno, ma si viveva dei frutti dei campi e il pane e un paio di scarpe dipendevano dalla bontà della stagione. Il Veneto, oggi una delle locomotive del Paese, era una regione a economia contadina, umile, semplice. Giovani e vecchi si rompevano la schiena nei campi senza mai lamentarsi. Pochi potevano permettersi di studiare  con grandi sacrifici, magari per diventare maestri di scuola. Come nel caso di Alberto (Strava)  giovane di umili origini contadine che” emigra” prima dal suo paesino, Pieve di Soligo, verso Treviso per insegnare in un collegio religioso e poi, per pochi anni, addirittura in Argentina.  Siamo a cavallo tra le due guerre mondiali e le prospettive di lavoro e di vita per i giovani che sognano di farsi una famiglia sono poche. Emigrare è l’unica possibilità per crearsi un futuro. Imbarcasi su una nave e diventare dei novelli “Cristoforo Colombo”. Alberto lascia l’Italia e soprattutto il suo amore Anna Pia sperando di poter tornare un giorno e di poterla sposare. Tanti sogni, tanta solitudine e tanto  duro lavoro rappresentano il pane quotidiano dell’immigrato che però mai smette di credere al futuro e a una vita migliore. “Una storia semplice” è un racconto di vita, ben scritto e costruito, comune a tanti uomini e donne del secolo scorso che Davide Strava porta in scena con un monologo asciutto e diretto, frutto di una recitazione in punta di piedi, delicata e nello stesso tempo capace di emozionare e coinvolgere. Una recitazione resa vivace e calda anche per merito dell’esordiente e talentuosa regia di Claudia Gusmano che esalta le qualità dell’attore veneto riuscendo a dargli un’anima siciliana. La regista marsalese è riuscita a creare un perfetto e riuscito connubio tra la pacatezza veneta e la forza emotiva del Sud, portando così a galla emozioni, ricordi e sensazioni con i giusti tempi e ritmi narrativi  portando lo spettatore dentro il racconto alternando, con intelligenza, comicità e dramma. Per capire chi siamo e dove vogliamo andare è un bene sapere chi siamo stati e con questo spettacolo si ha davvero una bella e toccante opportunità.
Sua maestà la "mini": viaggio attraverso il "must have" di ogni donna. MGW per Lady O
Maggio 03
Se vi dico MINI, cosa vi viene in mente, l’auto o la minigonna? Che domande, siamo su Al femminile di MGW e LadyO: è molto più probabile che nell’immaginario delle lettrici appaia uno dei capi cult per eccellenza e non la famosa auto degli anni ’60. Alzi la mano la donna che non abbia mai indossato una gonna sopra il ginocchio o che non ne custodisca gelosamente almeno una nel suo armadio, che sia in jersey, in denim, pelle, stoffa, cotone, velluto, estiva o invernale! Non che debba necessariamente piacere a tutte, si intende, ma è indiscutibile che la sua introduzione nel mondo della moda abbia creato una vera e propria rivoluzione ed è proprio per questo che oggi vogliamo fare un viaggio attraverso il tempo insieme alla nostra mini preferita, compagna fedele di tante avventure. A tale proposito, il nome di Mary Quant vi dice niente? Pare sia stata lei, almeno ufficialmente, sebbene alcuni pareri contrastanti, ad inventare la minigonna, esattamente 50 anni fa. Quest’anno, in occasione della celebrazione del 50° compleanno della mini, sua maestà la Regina Elisabetta ha addirittura nominato la sopracitata stilista inglese Dama, a sottolineare il suo contributo decisivo nel cambiamento del costume femminile che, a partire dall’Inghilterra, ha investito nel tempo l’intero globo, continuando la mini ad essere tuttora uno dei capi più amati e più indossati dalle donne del pianeta. Mary Quant, oggi ottantenne, si è dichiarata “assolutamente felice” per il titolo attribuitole dalla sovrana inglese, che, pur con gusti diciamo così discutibili, ha sempre mostrato interesse verso il mondo della moda. Sono noti a tutti i suoi tailleur in colori pastello con tanto di accessori abbinati, tra cui l’immancabile cappello, che sfoggia con orgoglio alla veneranda età di 89 anni in tutte le uscite ufficiali. De gustibus! Tornando a Dama Quant, ciò che è certo è che sia stata lei a vendere le prime minigonne nella sua boutique di King’s Road (quartiere Chelsea) come “atto finale” di una rivoluzione iniziata anni prima, che aveva l’intento di rendere l’abbigliamento femminile più comodo. Ma come la stessa stilista ha affermato più volte sono state le ragazze stesse di King’s Road a chiederle di ridurre la lunghezza delle gonne in modo che l’orlo inferiore arrivasse ben sopra il ginocchio, per cui, come tutte le vere rivoluzioni che hanno investito il mondo della moda, anche quella della mini-skirt, vede la sua nascita più per le strade che a tavolino. E non è un caso che Londra sia ufficialmente riconosciuta come patria dello street style, il luogo per eccellenza dove il meltingpot, che caratterizza la capitale britannica, influenza in modo decisivo la nascita di stili e tendenze, destinati a diffondersi soprattutto oggi alla velocità della luce grazie al web e ai social network. La mini è così diventata uno dei simboli, insieme a Carnaby Street, Beatles e Rolling Stones della cosiddetta “Swinging London”, la Londra che, investita da cambiamenti socio-culturali, diveniva fulcro di nuove tendenze, dopo il periodo di austerità degli anni ’50. E a chi, se non alla rivista di moda Vogue, poteva andare il merito di esportare la mini in tutto il mondo? La testimonial scelta fu la mitica Twiggy, divenuta vera e propria icona degli anni ’60 e ’70, estendendo la sua popolarità dal mondo della moda a quello del cinema e della musica(è sulla copertina di “Pin Ups”, disco del 1973 di David Bowie). Indimenticabile e in voga per questa primavera/estate il suo beauty look: aspetto adolescenziale, capelli corti e ciglia “cloggy” (arcuate, opache e separate). Se a Mary Quant va il merito di aver dato voce alle richieste delle ragazze londinesi, va allo stilista francese André Courrèges il merito di aver introdotto la mini-jupe nel mondo dell’alta moda, e in particolare nelle sue sfilate del 1964-1965 a Parigi. Poteva la rivoluzione della mini non riguardare in qualche modo la Francia, patria della moda? E, in tal senso, non possiamo non sottolineare l’influenza che nella nascita della mini ha avuto la più rivoluzionaria tra le stiliste: ovviamente sto parlando di Coco Chanel. È stata lei, infatti, molti anni prima a reinterpretare lo stile e l’abbigliamento femminile, rendendolo più semplice sia in termini di taglio degli abiti che di vestibilità, dando ufficialmente l’addio, su vasta scala, a gonne lunghe e pesanti, ai claustrofobici corsetti e introducendo l’uso del jersey, destinato sino ad allora alla sola classe proletaria. Insomma, la stilista francese ha ufficialmente fatto da apripista per i successivi, ulteriori cambiamenti in fatto di abbigliamento, che hanno portato alla nascita della mini. E dalla mini ai mini-dress il passo è stato breve, anzi immediato.   C’è comunque da dire, per dovere di cronaca, che la mini, primi di diventare un capo indossato-non senza polemiche-dalla donne di tutto il mondo, era stato già indossato dalle sensualissime pin-up, da alcune sportive (tenniste e pattinatrici), cheerleaders e addirittura negli anni ’20 dalla ballerina e cantante Josephine Baker, che sfoggiò coraggiosamente un corto gonnellino formato da un casco di banane. È da un secolo circa, quindi, che le donne hanno scelto di mostrare le loro gambe, sulla scia dei primi movimenti femministi di fine dell’800, in cui le donne rivendicavano l’esigenza di indossare abiti più comodi, legati a nuove esigenze e nuovi stili di vita. E se negli anni ’70 del secolo scorso le mini sembravano quasi destinate a scomparire dagli armadi delle donne, dagli anni ’80 in poi le nostre amate gonne hanno ripreso nuova vita, rimanendo tuttora un vero e proprio must-have per tutte. Le abbiamo viste abbinate a collant, fuseaux, calzettoni in stile collegiale, fino ai più attuali leggings; le abbiamo viste indossate dalle modelle sulle passerelle, dalle ragazze per la strada, al cinema, in serie televisive cult (Sex & The City vi dice niente?), nei videoclip musicali, in innumerevoli programmi televisivi (ricordate le ragazze di “Non è la Rai”?), destando spesso l’indignazione per i troppi cm di “carne” lasciati scoperti. Di certo, come per ogni capo che si indossi, è sempre questione di buon gusto e di appropriatezza al contesto!   Che siano a palloncino, aderenti, a pieghe, floreali, in jeans, a righe, a pois, fantasia o monocolore fa poca differenza: la mini è e resterà sempre la mini! E ora che ci avviciniamo, lentamente, alla bella stagione, le occasioni di indossarla si moltiplicheranno, per cui libero sfogo alla fantasia e…..buona mini a tutte!      

'Feisbuc-un mare di amici'

Domenica, 13 Maggio 2012 07:37
  

Recenti studi sostengono che l’utilizzo di Facebook aumenti l’autostima, altri esperti, invece, sposano una tesi diametralmente opposta. La verità, come spesso accade, è a metà strada: il mezzo di comunicazione più utilizzato dai giovani d’oggi può essere un grande strumento di scambio di idee ed opinioni a distanza o una gabbia che crea dipendenza e rende schiavi, tutto dipende dall’uso che se ne fa.

“Feisbuc- un mare di amici”, lo spettacolo di Giuseppe Celentano, allestito dal teatro Diana per le scuole nella stagione 2011-2012, ha il pregio di mettere in guardia gli spettatori da uno strumento tanto complesso senza mai giudicarlo. La scena sembra quasi uno specchio della platea: sullo sfondo una pagina che richiama proprio il noto social network ideato da Zukenberg con tante vite che transitano come satelliti intorno ai propri computer. Ragazzi soli ma con tanta voglia di comunicare, a loro modo: chattano, si taggano, condividono frasi, dando di sé un’immagine spesso artefatta, nel tentativo di accettarsi.

C’è Luca (Yuri Napoli), il soldato che manda le sue foto dall’Afghanistan e, attraverso le sue ‘imprese’, si sente un eroe, Lisa (Viviana Cangiano) e Stefania (Lorena Leone) con disturbi alimentari opposti che si scoprono più vicine di quanto pensassero, Oreste (Carlo Liccardo) che deve fare i conti con la propria sessualità ed i pregiudizi altrui e ci sono Barbara (Anna Capasso) e Carmen (Angela Rosa D’Auria) che cercano di capire fino a che punto ci si possa spingere per ‘diventare qualcuno’ in televisione e Amerigo (Diego Sommaripa), il bullo della situazione. Ragazzi, adolescenti forse ancora minorenni alle prese con i problemi della crescita, ma anche adulti come il portiere Pasquale (Rosario Verde), tentato da una possibile quanto rischiosa, conoscenza online o Sandra (Gabriella Cerino) ed il suo vecchio amico (Peppe Celentano) , compagni di liceo che si ritrovano dopo trent’anni o ancora Megamind (Ciro Pellegrino), canuto gestore di una discoteca che si crede ancora un ragazzino. Ognuno di loro ne fa l’uso che più rispecchia se stesso, indossa la sua maschera e recita la sua parte nel mondo virtuale.

Attraverso le situazioni più varie lo spettacolo riesce a parlare, anche con canzoni ottimamente interpretate dagli stessi attori, al suo pubblico: temi come l’omosessualità, i disturbi alimentari, il non accettarsi, il voler apparire perfetti a tutti i costi sono affrontati in modo leggero ed efficace. Colpisce soprattutto il registro linguistico, studiato per essere quello che i ragazzi utilizzano effettivamente sui social network.

Esiste un gruppo proprio su Facebook, “Feisbuc-un mare di amici”, dove si palesa maggiormente la risposta di coloro a cui lo spettacolo è dedicato: ragazzi entusiasti che vogliono capire e cercano se stessi ed il loro mondo.

Se siete interessati ad approfondire ulteriormente questo intricato tema, il nuovo numero della rivista MyGeneration si occupa dei social network.

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Emma Di Lorenzo

Nata a Napoli, da sempre appassionata di tutto ciò che è arte e cultura, cerca di dedicare più tempo possibile alle proprie passioni. Ama viaggiare, conoscere gente e spera di non smettere mai di stupirsi di quanta bellezza ci sia nel mondo.Il suo posto preferito è il buio di una sala cinematografica o di un teatro. 

La sua citazione preferita proviene da una striscia dei Peanuts:

-Charlie Brown: Pensi mai al futuro, Linus?

-Linus: Oh, sì...sempre.

-C.B.: E come pensi che vorresti essere da grande?

-L.: Vergognosamente felice!

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