Radio Siani compie 5 anni e apre le sue porte: compleanno di legalità dalla casa confiscata alla camorra.

Ai microfoni dell’emittente: artisti, esponenti delle forze dell'ordine e volontari dell'antimafiaI ...

Il mondo in una vignetta

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GiocoCena a Il Clubino con Napoli in cento parole

Ci sono tanti modi per raccontare Napoli, noi abbiamo usato solo 100 parole unendo le voci di cento ...

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Il mondo in una vignetta
Novembre 20
Qualcosa di me, Giulia Amati. Sono nata a Napoli 26 anni fa. Laureanda in giurisprudenza, coltivo la passione per la letteratura, l'arte e per il fumetto sin da quando ero bambina. Attenta osservatrice della realtà, mi piace analizzare le persone, prendere spunto dai loro vizi, coglierne i tratti principali, sia caratteriali che fisici e farne delle caricature. Le mie vignette sono infatti il frutto di un'indagine in chiave ironica della società moderna. Totalmente autodidatta.
Arancia Meccanica dal 1971 al 2014. Un incubo che si avvera?
Novembre 19
Quando nel lontano 1971 usciva nelle sale cinematografiche uno dei più formidabili capolavori di Stanley Kubrick, probabilmente l'opinione comune del pubblico, suscitata da inconsapevoli stati emotivi, poteva essere quella dello scalpore e del risentito timore dinanzi ad un'eventuale e futura realizzazione dei fatti riportati. Essere così giunti al giorno d'oggi in un'epoca in cui la fantascienza ipotizzata nel passato è sociologia e politica del quotidiano, ha reso possibile la sostituzione dello scalpore con la rassegnazione e del timore con l'assuefazione. Guardare adesso “Arancia Meccanica” a teatro, con il testo del libro di Anthony Burgess guidato dalla regia di Gabriele Russo, necessita di un processo intrinseco di notevole contestualizzazione per la sua squallida verosimiglianza al “gigomondo” reale. E' un incubo che si avvera. Siamo tutti vittime di un'assuefazione di massa, conseguenza lineare dell'omologazione tecnologica che annebbia le coscienze, imponendo sempre le stesse “visualizzazioni”. Non ci si sconvolge più dell'episodio di violenza in sé, in quanto, la netta separazione tra il ciò che è trasmissibile al pubblico e il ciò che non lo è, appare sfondata dagli intermediari strumenti dei social, commercianti instancabili di condivisioni sfrenate all'ennesima prepotenza. Questo abuso del dolore altrui, non si distacca molto dal latte-bianco voluto da Alex e dai suoi amici Drughi per un'insaziabile sete dell'eccesso. Le aggressioni irruente e le violenze sessuali sono così l'unica valvola di sfogo della loro “gulliver” (mente), sottomessa ad un esuberante linguaggio robotico e infantile, in ricordo di quei spaventosi pupazzi elettronici che non lasciano spazio ad alcuna fantasia. Il tutto circondato da una suggestiva scenografia extra-dark e dalle musiche, riadattate da Morgan, del maestro e compositore Beethoven, ossessione principale del protagonista. Ebbene sì, perchè “L'inno alla gioia” dei “malchichi” (ragazzi) è proprio quello di generare violenza, odio e paura senza dare adito ad un semplice e minimo risentimento, vergogna o pentimento. Ma “Arancia Meccanica” non è solo la favoletta diabolica di un ragazzo sbandato, senza interessi e vittima del suo stesso male; è anche (e forse soprattutto) il resoconto immaginario di un gigomondo estremamente corrotto e destinato ad offuscare le coscienze dei suoi abitanti. Ci si trova dinanzi ad uno pseudo-Stato che cerca in tutti i modi di prevaricare il male distribuendone altrettanto, uno Stato ben lontano dal voler “rieducare” e “riabilitare” i suoi pastorelli erranti ma con l'unico obiettivo di trasmettere timore referenziale in cambio del potere tirannico. La gattabuia è il luogo in cui i poliziotti e i medici si sentono giustificati a rispondere con violenza a chi ha fatto violenza, per soddisfare interessi personali di scienza, ma che in realtà consistono in torture mentali e corporee. Tutto questo per volontà del governo, che persegue l'esito fittizio di purificare la società malata privandola di libertà di scelta e di consapevolezza dei propri errori. E' la storia dello Stato che ammazza i personaggi scomodi, alcuni malvagi e altri travestendoli da malvagi prima che questi possano pentirsi. Si potrebbe chiamare in causa il ridicolo processo senza esito del povero Stefano Cucchi, vittima di una “giustizia” che non riconosce colpevoli i suoi interlocutori e che nasconde il “misfatto” nell'apparente insufficienza di prove. Uno Stato senza democrazia e incentrato sul successo ad personam, uomini privati della propria libertà di scelta e costretti a tacere, una giustizia ricattatrice e predatrice, è ciò che Arancia Meccanica nel 2014 comunica al suo pubblico: la concretizzazione attuale di un incubo del passato.
Queen of Bulsara: intervista esclusiva alla migliore tribute band italiana dei Queen
Novembre 19
Quando si tratta di Queen la consueta capacità propria della musica di  far sognare ad occhi aperti e di trasmettere energia positiva è sublimata a livelli straordinari. La musica di Brian May, John Deacon, Roger Taylor e del loro leader leggendario Freddie Mercury, è vero e proprio cibo per l’anima, è un connubio tra poesia e potenza, creato con un’originalità e una bravura impressionanti; quella di Freddie, in particolare, è una figura avvolta da carisma e teatralità, con una voce, unica nel suo genere, che magicamente sa essere dolce e delicata ma anche rude e impetuosa. Così quando i Queen of Bulsara, primo tributo in Campania dedicato ai Queen, riescono a ricreare una parte (e non è poco!) di quella stessa “magia” che solo i Queen sapevano generare, non si possono non riconoscere il talento e l’audacia di questa band che, pur essendo un tributo, conserva una forte ed originale personalità. Questa è composta da cinque musicisti: Vincenzo Castello (voce), Vito Di Costanzo (chitarra e cori), Stefano Di Meglio (Basso e coro), Ottavio Liguori (batterista e coro) e Salvio Schiano (Tastiere e programmazioni), che hanno deciso di mettere in gioco la propria bravura ed esperienza per omaggiare quella che è la loro band culto, attraverso delle esibizioni live. Ciò che si può notare dalle loro performances sono una particolare abilità nell’arrangiamento dei pezzi e una sorprendente meticolosità nel curare i dettagli di ogni spettacolo, affinchè il pubblico possa lasciarsi trascinare in un vortice di divertimento ed emozioni. I Queen of Bulsara vantano ormai una vasta serie di concerti in Italia e all’estero e, inoltre, sono riconosciuti e sostenuti da alcuni dei fan club più famosi dei Queen. Vi consigliamo vivamente di assistere ad un loro concerto! Intanto però andiamo a sapere qualcosa di più sul loro conto con un’intervista, alla quale il frontman Vincenzo risponde a nome di tutti.   Ciao ragazzi! Innanzitutto mi complimento per la vostra bravura e vi chiedo da subito di raccontare per sommi capi la vostra storia… Come avete deciso di intraprendere l’ attività di musicisti e come è nata l’idea di creare una tribute band dei Queen? Ti ringrazio per i complimenti. ognuno di noi ha preso questa strada per passione. l'idea del tributo ai Queen è nata nel 2006 dal batterista Ottavio Liguori e poi successivamente, poco alla volta, siamo arrivati alla formazione attuale. Cosa fate invece nella vita reale? Avete altri lavori, hobby o interessi al di fuori della musica? Siamo tutti musicisti come lavoro. c'è chi è laureato al conservatorio, chi insegna musica e chi, come me, è laureato in tutto altro: biotecnologie. la musica è ovviamente l'amore principale...poi ognuno ha anche altri hobby ed interessi.  Ricordate il vostro primo spettacolo live? Cosa avete provato? Certo! impossibile dimenticare condivisione, emozioni indescrivibili, adrenalina e divertimento.  I riscontri con il vostro pubblico sono stati fin dall’inizio positivi? Avete ricevuto critiche? Le critiche costruttive fanno sempre bene ed aiutano a migliorarsi. la risposta del pubblico è stata sempre positiva fortunatamente.  Sicuramente i Queen non sono una band facile da riprodurre e da riproporre al pubblico, soprattutto quello più selettivo e affezionato al gruppo… come vi siete posti di fronte a questa “sfida”? Siamo noi per primi grandi fan dei Queen e cerchiamo sempre di fare tutto con rispetto ed impegno: sono unici, geniali, trascinanti, spettacolari e leggendari. il nostro vuole essere solo uno spettacolo loro dedicato in ogni dettaglio, un concerto fatto con passione e competenza per condividere le emozioni e del buon tempo assieme. è una bellissima ed ardua sfida.  In particolare tu Vincenzo, frontman della band, cosa provi nel metterti nei panni di un mito quale Freddie Mercury? Provo grandissima ammirazione...ed anche responsabilità. sono totalmente rapito dall'arte di questi immensi artisti. Freddie poi per me è il fuoriclasse per eccellenza, il numero uno di sempre. studio canto e cerco sempre di dare una degna, coinvolgente e sentita interpretazione. Se tu avessi per assurdo la possibilità di parlare con lui, c’è qualcosa in particolare che gli diresti o chiederesti? Gli direi innanzitutto GRAZIE per tutto: per ogni emozione e per ogni perla che ha composto. come mi è successo di fare da vicino, fortunatamente con Brian May e come ovviamente farei con John Deacon e Roger Taylor. poi credo che gli chiederei delle curiosità un pò su tutto, di come vede lui la vita, la musica, la creatività, l'ironia...etc. etc. Qual è la vostra canzone preferita dei Queen? Ce n’è qualcuna che vorreste aver scritto? Sarebbe stato bello vivere la loro epoca ed avere quella sublime capacità di inventare e scrivere note e testi originali e capaci di catturare milioni di persone...qualcosa di magico. non c'è una canzone preferita, ne abbiamo tante...perchè tutti gli album sono belli e diversi tra loro...anche i progetti solisti. Oltre i Queen, ci sono altre band o artisti singoli che vi piacciono e che vi hanno ispirato? Tantissimi. la lista è davvero lunga e non scrivo nessun nome perchè li vorrei scrivere tutti...dalla musica classica al metal. Vi pongo un’ultima domanda prima di salutarvi… Tornando a voi, avete particolari progetti per il futuro della vostra band? Quali sono i vostri prossimi appuntamenti da dare ai vostri fans? Fare sempre più concerti grossi, migliorarsi e suonare nuovi brani e condividere con sempre più persone questo splendido progetto. speriamo di suonare magari un giorno per il fan club ufficiale internazionale dei Queen a Londra (che già ci menziona sul loro sito tra la cover band degne di nota, cosa che ci onora) e magari anche a Montreux, dove hanno registrato alcuni dei loro capolavori e dove c'è anche la statua più famosa di Freddie Mercury. tutte le date si trovano sul sito www.queenofbulsara.com...oppure seguendoci su facebook, twitter, youtube ed instagram. grazie a te da tutti i Queen of Bulsara per l'intervista e a presto! grazie sempre a chi ci segue e ai nostri miti. God save the Queen forever!
#MyTopTweet97
Novembre 19
Questa settimana ci occupiamo di calcio. Il popolo di Twitter in questi giorni ha voluto dare il suo personale addio ad uno degli allenatori che maggiormente ha conquistato i loro cuori. Si tratta di Walter Mazzarri esonerato dalla panchina dell’Inter nonostante i suoi grandi successi tra cui ricordiamo quello contro il….ehm…..no volevo dire la… insomma sì avete capito!  Ma la cosa che maggiormente mancherà agli utenti saranno le scuse che il mister dava per giustificare le sconfitte della squadra  tra cui spiccano: l’ormai famosissimo Poi è cominciato  anche piovere pronunciato dopo la partita Inter-Verona  e il  faceva caldo e la squadra  veniva dalla Russia dove faceva freddo  dopo la gara con il Palermo. Insomma caro Walter ci mancherai tanto, non lasciare il calcio, abbiamo ancora bisogno di allenatori paracul..ops visionari come te!   #Mazzarri   - Chiamarsi Bomber: E' già arrivata la replica di #Mazzarri dopo l #'esonero - Roberto Sciarpini: Le ultime parole di Mazzarri #Mazzarridiceche - Il Banale: Ciao Mazzarri vai ad insegnare le scuse agli angeli - Juanito: E’ andata così #Mazzarri - Roberto Sciarpini: Altro scoop sulle nozze di Mazzari #Mazzarridiceche - GlialibidiMazzarri: #Mazzarri #Mazzarridiceche - Alessandro Mirra Il sostituto di #Morgan a #XF8 #fotine - UnfairPlay: nuova vita per #Mazzarri - Troll in football: Moratti saluta #Mazzarri - Paddy Power Italy: Caro Mazzarri ti avevamo detto di disinstallare #Whatsapp e tu no! Testardo come al solito   Alla prossima!!
Chi ha paura degli Oni?
Novembre 19
Protagonisti del manga Il Sigillo Azzurro della maestra Chie Shinohara, ispirato alla leggenda di Byakko e Soryu di Fushigi Yuugi,sono gli Oni, ma chi sono queste creature? Personaggi di credenze popolari giapponesi, erano rappresentati come entità simili ad orchi o demoni, tuttavia, da guardiani dell'Inferno e torturatori di anime dannate, nella cultura moderna, sono stati declassati a semplici protagonisti di filastrocche per bambini.   La Sensei Shinohara li ha omaggiati in uno shojo horror, ma non si è limitata a descriverli come gli spiriti conosciuti nella loro mitologia, li ha potenziati, trasformandoli anche in divoratori di carne umana. Si nutrono così, uccidendo brutalmente vittime innocenti, straziate da lancinanti dolori . Allora sono zombies?   Assolutamente no, perché non si "riproducono" come loro e perché nel fumetto, per trasformarsi in Oni, gli esseri umani devono mangiare la sfera azzurra creata da Rago, Regina degli Orchi, dopo aver divorato un essere umano ed averne assorbita l'energia vitale. Le scene sanguinolente sono uno dei pilastri portanti dell'opera, abilmente descritte dall'autrice. Il sangue, la crudeltà e la violenza, che caratterizzano questi esseri, sono elementi costitutivi del manga. Lo splatter e il sadismo perverso riescono a coesistere con gli elementi contrapposti tipici degli shojo. In questo manga gli Oni si ritrovano a combattere una guerra tra le quattro famiglie della Kimon. Una guerra senza esclusione di colpi, ogni mezzo è lecito, che potrà finire soltanto quando il più spietato prevarrà sugli altri. Nasce spontanea una domanda, perché, allora, dovrebbe trattarsi di uno shojo? Perché, ovviamente, non manca anche la storia d'amore. Il conflitto tra amore ed odio, il perno su cui ruota la storia, la lotta interiore che vive la protagonista tra le sue due personalità, quella di Oni e quella di umana. Inizialmente ferma e decisa nel salvare e proteggere le sue "creature", rischia successivamente di cadere quasi nel ridicolo, rinnegando la sua esistenza di demone, per seguire un tormentato impulso, che si tramuterà in un amore maledetto alla Romeo e Giulietta, scintilla di una guerra demoniaca.
Challenge yourself. Muay Thai experience - Nona Settimana
Novembre 17
Una settimana difficile quella appena trascorsa: Tosse, laringite e scarsa forma fisica hanno ridotto notevolmente l'intensità degli allenamenti. Dalle cinque sessioni settimanali si è passati a tre, un stop momentaneo che però non fermerà la corsa verso il nostro obiettivo: ragiungere la forma fisica e partecipare ad un combattimento ufficiale. 
Call of Duty: Advanced Warfare
Novembre 17
Come ogni anno, siamo qui riuniti per giudicare il nuovo capitolo di Call of Duty, dove un pazzo a caso dimostra a tutti quanto sia necessario che esista l'esercito americano, una compagnia privata guidata da Kevin Spacey o i mercenari di Silvester Stallone, fate voi. Ancora una volta il titolo è deludente, ma con inaspettate idee mal sfruttate capaci di far piangere anche più del solito chi ci ha speso i soldi. Di quali idee mal sfruttate parliamo? Andiamo a scoprirlo.   La trama è un filo più complessa del solito: c'è Kevin Spacey, che interpreta il capo di una corporazione di soldati privati ipertecnologici, e Hades, supercriminale che odia la tecnologia. Il punto è che Spacey ha scritto "sono il cattivo" in faccia sin da inizio gioco, ergo si presume che alla fine questo Hades sia solo uno dei possibili boss finali. Noi siamo un soldato a caso, migliore amico del figlio di Spacey, che muore proprio in una missione contro Hades. Le premesse per una storia decente ci sono, quello che manca è proprio il gioco.     Prima idea mal sfruttata: la retorica. Il nostro personaggio viene tremendamente sfigurato e non ha un braccio, che gli viene sostituito con una protesi bionica. Nel gioco si accenna a tutto ciò? Ovviamente no, facciamo una plastica ad un tizio con tratti somatici già banalissimi e scordiamoci che un figlio dell'America possa essere anche solo lontanamente brutto. Quando poi vi obbligano a premere E per "porgere i rispetti" al figlio di Spacey morto in missione, con tanto di picchetto d'onore, ho seriamente rischiato di chiudere lì il gioco e disinstallarlo.   Seconda idea mal sfruttata: la tecnologia. Dopo aver capito che saghe come Destiny e Titanfall vendono, e che casualmente lì ci sono robottoni che volano (o meglio fanno salti con dei jetpack), ecco che i soldati hanno millemila gagdet assolutamente inspiegabili dal punto di vista fisico che li rendono dei superumani. Stupenda è, a questo proposito, una mina che rallenta il tempo.   Una mina.   Che rallenta il tempo.   Ok. Ma se questo non bastasse a farvi pensare "idea mal sfruttata", aspettate di capire come funziona questo papocchio di abilità: ne avete svariate, tra cui scudi evocabili dal braccio e granate che cercano da sole i bersagli (come se già avere cinque granate di partenza non fosse abbastanza overpowered), ma potete usare di volta in volta solo quelle che dicono loro. Perché? Perché non far costruire una build di nostra scelta e farci giocare come vogliamo noi, con tecniche più improntate alla violenza, alla tattica o allo stealth? Mistero della fede. Ancora, i jetpack: perché creare un oggetto che ci permette in teoria di arrivare in posti inaccessibili altrimenti, se poi si collegano questi posti con scalinate apposite? Non so quante volte sono salito su un balcone, convinto di poter fare da tiratore lì senza essere raggiunto, per poi trovarmi dietro il mio compagno di squadra che aveva appena finito di salire le scale, o peggio un nemico pronto a sforacchiarmi la schiena con una troll face al posto dell'elmetto.   In definitiva, vi ho proposto questi esempi perché già da qui si può capire di che gioco si tratta: un gioco su binari, obbligato in tutte le sue scelte, senza un minimo di personalizzazione. La storia potrebbe essere l'unica cosa sorprendente, ma conoscendo il titolo è molto più probabile che si riveli la glorificazione dell'esercito USA al di sopra di terroristi e milizie private, perché "i nostri ragazzi" vincono sempre. Anche quando bombardano la Siria.
"Wrong Play, my Lord!", l'inglese è esilarante alla Sala Assoli
Novembre 16
Nobile è l'arte del dramma, ancora di più quella del riso e, se nasce dalla tragedia per eccellenza -Hamlet -, tanto di cappello o cappelli, considerandone il divertente abuso che se ne fa nello spettacolo, a "Wrong Play my Lord". Tre attori in scena e un testo, Hamlet, contenuto bello stesso volume di Macbeth, ma questi sono dettagli, o forse no... Inglese, la lingua utilizzata per il 99,9% del tempo con brevi parentesi tra il napoletano e un qualcosa di maccheronico che non saprei meglio identificare se non come Italish, uno Spanglish più musicale. Come fanno tre attori a rappresentare Hamlet in inglese davanti ad un pubblico composto prevalentemente da italiani e a farlo ridere? Con una ricetta semplice, ma geniale. Prendete la Sala Assoli, sempre bellissima e suggestiva, ma, si sa, io sono di parte! Aggiungete tre attori davvero bravi, capaci di comunicare con il corpo, dote fondamentale in uno spettacolo in lingua. Fatto? Ora prendete il Bardo e i passi più famosi della sua opera...più famosa. Ci siete? Condite il tutto con humour squisitamente inglese, cappelli di tutte le fogge e tanta, tantissima ironia. Infornate e, in un'ora circa, avrete uno spettacolo esilarante, con la qui presente piegata in due dal ridere, confessi, perché il protagonista, Amleto, continua a fare incursioni nelle altre opere di Shakespeare... wrong play, my Lord.. appunto. Ciò che più colpisce è proprio l'improvvisazione, solo apparente, finemente controllata dalla regia di Ludovica Rambelli e sempre volta al fine più alto: divertire senza pretese, dimostrando che il riso è spesso poesia esso stesso. E che dire dei continui giochi di parole che una lingua rapida ed efficace come l'inglese consente? Apprezzabilissime le citazioni più svariate che attraversano con brio tutta l'opera di Shakespeare e si concedono divertenti parentesi nerd da Lord of the Rings. Geniale, divertente, ironico: che volete di più dal teatro? Personalmente, non chiedo di meglio per una serata diversa: andate alla Sala Assoli nei prossimi martedì e mercoledì di novembre alle 19. E per l'inglese? Se anche lo masticate a stento, vi divertirete e capirete che la lingua e la comicità del paese di Queen Elizabeth non fanno così paura. Se invece è la vostra seconda lingua: don't you dare miss it!   Wrong play, my lord! da Amleto di William Shakespeare con Arturo Muselli, Alessio Sica e Margherita Romeo Regia: Ludovica Rambelli Aiuto Regia: Victoria de Campora Foto di Scena: Anna Monaco
Da “Sgarro alla camorra” a “Song ‘e Napule”, l’evoluzione del poliziottesco alla napoletana
Novembre 14
Erano gli anni ’70, quando le “star” Mario Merola, Pino Mauro e Nunzio Gallo incantavano il pubblico con le loro storie di guappi e sbirri, in un’eterna lotta tra bene e male, dove i ruoli non sono mai ben definiti, anzi spesso fin troppo facilmente interscambiabili. Erano gli anni del contrabbando, di Agostino ò pazzo che si prendeva gioco delle forze dell’ordine sulla sua Gilera 123 travestito da moderno Masaniello, gli anni dell’epidemia di colera. Erano anni in cui Napoli aveva bisogno di un barlume di speranza.   Questa luce arriva dal cinema, che prende i maggiori responsabili del decadimento socioculturale e li trasforma in antieroi. E allora la figura del camorrista, del guappo, assume una connotazione quasi romantica, di uomo costretto ad azioni criminali soltanto per difendere i proprio cari ed il proprio onore. Una chiave di lettura diversa viene invece offerta dallo “sbirro buono” per eccellenza, il Commissario “Piedone” Rizzo, che però tende a viaggiare qua e là per il mondo, lasciando poco spazio alla terra d’origine e quindi alla lotta alla malavita locale. Ad oggi purtroppo nulla sembra cambiato, se non in senso negativo, ed il lamento del popolo napoletano si fa sempre più assordante. Proprio quando tutto sembra ormai perduto vediamo spuntare l’opera dei Manetti Bros, che spazzano via qualche nube con una ventata di aria nuova e frizzante, con la complicità del loro purosangue Giampaolo Morelli e di un cast decisamente all’altezza del compito. Ed ecco riapparire l’immortale Alfa Giulia, che schizza per i vicoli di una Napoli che sembra essersi congelata in una tomba di ghiaccio e piombo per oltre 40 anni, risvegliata dal rombo di quei 116 cavalli imbizzarriti e di una colonna sonora passata dalle melodie del Guappo del Carmine a quelle di Franco Ricciardi, figlio della matrigna Scampia. I ruoli tornano quelli “convenzionali”, con i malavitosi a fare i “cattivi” e le forze dell’ordine dalla parte del bene, con una chiara e gradevole tendenza verso il classico humor della commedia all’italiana. A questo punto non ci resta che sperare in un’analoga evoluzione anche nella quotidianità, spostando nuovamente l’indice dell’idolatria verso modelli decisamente più adatti al contesto di crisi socioculturale dal quale ci ritroviamo circondati.
Il Mercante di Venezia nell'attuale XVI secolo
Novembre 14
Ci sono dei temi che restano attuali per sempre. Concetti astratti di cui l'uomo si è servito per combattere gli altri uomini in un'assurda guerra di potere. Uno di questi è proprio il razzismo, che con il suo “odio del diverso”, ha assunto nel tempo gli alibi più paradossali, persistendo aggrappato ai suoi dittatori senza morale. Parlare dunque della persistenza del “preconcetto altrui” significa nient'altro che percorrere un discorso mai concluso, mai superato, mai affrontato, per  la semplice ma bizzarra realtà che l'essere umano necessita slealmente del giudizio negativo degli altri per pavoneggiare se stesso. La modernità di Shakespeare forse sta proprio in questo, nel sapere leggere i difetti, i vizi e le cattiverie degli uomini e nel saperli educare con lo strumento di un palcoscenico inquisitorio su cui i personaggi agiscono come erranti inconsapevoli, lasciandosi giudicare in silenzio dal loro pubblico acquiescente. Nel “Mercante di Venezia” non ci sono protagonisti, figure mansuete che riallacciano il dramma alla morale, ma solo antagonisti, uomini che odiano le “diversità” degli uomini, mossi esclusivamente dalla contesa ipnotica del dio denaro. Ma purtroppo quando si è avidi di ricchezza non c'è uguaglianza di valori e di spirito, così le apparenti e meschine diversità si accentuano, lì dove l'unico conteggio e metro di misura è quello economico. In questo racconto un po' criptico e un po' fiaba della modernità, tutto sembra circondare il fasullo e il futile concetto del facoltoso, talvolta ideato come ricatto avventato alla coscienza e al buon senso, talvolta è unico spiraglio di un destino che non riserva altro ai suoi viventi. I personaggi sono tutti spogli di un qualsiasi briciolo di dignità emotiva. Bassano, giovane gentiluomo veneziano che ha fatto della  nullatenenza la ruota motrice dei suoi rapporti sociali, è sfacciatamente “costretto” a chiedere soldi al suo migliore amico Antonio, il mercante di Venezia, anche quando questi sono un semplice pretesto per corteggiare degnamente Porzia, ricca ereditiera di Belmonte. In questo triangolo di sentimenti fittizi, si introduce Shylock (Silvio Orlando), usuraio ebreo a cui Antonio chiederà i tremila ducati per darli all'amico, non potendoglieli prestare direttamente. Le rivalità hanno dunque inizio e subito emerge schietta l'ipocrisia ingorda dei cristiani nel voler ottenere il non dovuto e la coerente crudeltà dell'ebreo che approfitta della situazione per vendicare infiniti trascorsi di ingiustizie e violenze inflitte al suo popolo. Ma come si vuol dire, la vendetta è un piatto che si serve freddo (e in questo caso pure d'oro) e il suo esecutore presterà ai suoi nemici denaro senza interessi ma con l'unica penale di ricevere, in cambio di insolvenza, una libbra della carne di Antonio. Un sinallagma diabolico il cui unico interesse è il conflitto di interessi e la cui unica salvezza è la corrispettività di azioni lucrose e prive di buon senso. Il filo conduttore che fa giungere Shakespeare ai nostri tempi si potrebbe allora riscontrare in questo: nella solita scontata e triste condizione in cui riversa l'essere umano privo di passioni e dominato dalla sete di potere e predominio dei suoi simili. Shylock è un ebreo perseguitato che reagisce perseguitando e Antonio è un cristiano carnefice che si tramuta in vittima di violenza fisica, entrambi senza alcuno spiraglio di risentimento e misericordia, neppure di fronte alla totale sconfitta. L'odio razziale prima di tutto che nascosto dietro i suoi pseudo-valori giuridici e religiosi realizza esso stesso un connubio di anarchia legislativa in un apparente processo senza legge. E' il solito cane che si morde la coda.   La regia di Valerio Binasco contestualizza perfettamente un tema purtroppo intramontabile attraverso la visione di un uomo (Shylock) che annientato dal vortice dei pregiudizi sociali resta solo, spogliato di tutti i suoi beni e del suo unico affetto, la figlia. E accettando così la sua condanna vuole forse dimostrare all'umanità tutta, che l'odio è terra bruciata dalla quale non generano né frutti, né pietre preziose.
Tony Tammaro. Intervista esclusiva!
Novembre 13
Partiamo con una domanda semplice. Descrivici una tua giornata tipo? Sveglia prestissimo. È un'abitudine che mi porto appresso da quando ero impiegato alla Libreria Guida. Verso le 9 scendo per strada con un pretesto qualsiasi e comincio a osservare la gente. Osservo i tic, le manie e cerco di cogliere il lato comico di ogni individuo. Fisso i pensieri e qualche nota musicale sul mio iPhone. Dopo pranzo, sonnellino e "sbobinamento" di quel che ho scritto in mattinata. Poi raggiungo Il mio studietto di registrazione sulla montagna di Castelmorrone, vicino Caserta e faccio notte fonda a scrivere, provare e arrangiare canzoni.   Tony, chi è Vincenzo Sarnelli? Parlaci di lui... É l'opposto esatto di Tony Tammaro. È serio, meticoloso ed è più imprenditore che artista. È del segno del capricorno. È lui che manovra la carriera di Tony Tammaro da 25 anni, cercando di non fargli commettere errori.   Dalla fine degli anni ottanta ad oggi, con ironia, hai saputo descrivere manie e difetti del cittadino basso-borghese. Sei mai stato criticato per questo? O meglio, qualcuno si è mai sentito offeso dalle tue canzoni? Io nasco piccolo borghese e ho semplicemente descritto il mio popolo. L'ho fatto con bonaria ironia e senza elevarmi a giudice di nessuno. Credo, per questo , che nessuno si sia sentito offeso da me.   Ultimamente alcuni colleghi giornalisti sono stati accusati di aver diffamato la città di Napoli, solo per aver svolto il proprio lavoro denunciando lo scarso, per non dire assente, utilizzo del casco sulle due ruote. Ti sembra giusto? Possibile che le persone rischino la vita per motivi futili, per... “Questione di Gel”? Io sono napoletano da sette generazioni, ma manco li ho capiti i napoletani. Il casco lo mettevo anche quando non era obbligatorio. Non capisco perché si debba rischiare la vita per il gusto di praticare la disobbedienza civile. Spesso i ragazzi dei quartieri popolari che sono miei fans mi invitano ad andare all'ospedale Cardarelli a trovare "un compagno loro che è caduto dal mezzo e mó sta in coma". Io certo fans miei li piglierei a paccheri.   Indicami tre difetti e tre pregi delle nuove generazioni. Difetti: 1) rinunciano facilmente e si abbattono davanti alla prima difficoltà.2) Ignorano totalmente le cose più semplici, tipo come cambiare una gomma forata o preparare un uovo sodo.3) non conoscono (non per colpa loro) la storia d'ItaliaPregi:1) viaggiano e conoscono le lingue2) sono belli da fare paura.3) se la gestione politica del paese passasse nelle loro mani e se i posti di lavoro statali venissero affidati a loro, qui in Italia si starebbe benissimo   Ora ti chiedo di fare un piccolo sforzo: Immagina e descrivi l'italiano medio dell'anno 2040. La faccia da cinese e l'accento napoletano. Di nome si chiama Gennaro Ching. È furbo, scafato e intrallazzatore. Dispensa mazzette e, metà di quel che guadagna, non lo dichiara per evadere il fisco. Se gli fai notare che sbaglia, si butta a terra, si fa venire gli svenimenti e se la prende con gli altri alla maniera di Balotelli. È strafottente, ironico e un po' vigliacco come certi personaggi dei film Alberto Sordi    Con la canzone Super Santos sei riuscito a strappare un sorriso ai ragazzi che come me, nel tempo libero scendevano in strada armati di pallone per condividere qualche ora tra amici all'aria aperta. Tra dieci anni scriverai una canzone sui Tablet e di come era “bello”, per i ragazzini del 2014, restare a casa a poltrire sul divano? Tra dieci anni di sicuro ci sarò e forse anche tra 50 o 100 (la scienza sta facendo passi da gigante. Forse la mia generazione si scanserà questa cosa incresciosa di dover morire) voglio esserci sempre per descrivere l'Italia è gli Italiani. Più che il tablet, spero un giorno di descrivere con sdegno le puzzose automobili di questo inizio secolo.   Vale la pena di vivere per...? Crescere spiritualmente. Per migliorarsi giorno per giorno. Per dare una mano a creare un mondo migliore in cui nessuno debba più soffrire quel che hai sofferto tu.   Sei felice? Io si. Mi è andata di lusso. Faccio il mestiere che avrei voluto fare da bambino. Mi sono riprodotto e, nonostante gli anni, resto ancora 'nu bell'omm che fa pure qualche acchiappanza.   Passiamo ora a qualche domanda più leggera:Rock o Pop? Pop. Ammiro chi, in un modo o nell'altro riesce a raggiungere milioni di individui. In ogni caso, ascolto anche il rock.   Il tuo gruppo/artista preferito? Michael Jackson sopra ogni cosa. Era un alieno, un extraterrestre. Perfetto come artista sotto ogni punto di vista. Il massimo che il genere umano abbia mai prodotto dopo Bach, Mozart e Beethoven.   Cos'è per te la musica?   È quella cosa che riesce a trasformare una giornata no in una giornata si.   Come nascono le tue canzoni? Uso la tecnica del cinema. Parto dal soggetto. Il mio "marchio di fabbrica" prevede che le canzoni parlino di argomenti mai trattati da altri, tipo le problematiche degli apecar che si rovesciano. Poi si lavora alla sceneggiatura districandosi tra time e metrica (lavoro abbastanza scassac...) In tutto questo, faccio anche la musica perché scrivo sempre testo e musica contemporaneamente (negli ultimi tempi anche l'arrangiamento e il videoclip).   Oltre al “Manuale del giovane tamarro”, consiglia ai lettori di MYGENERATIONWEB un libro che ti sta particolarmente a cuore. Gianfranco Venè: "Vola colomba" o Cesare Marchi: "Quando eravamo povera gente". In ogni caso qualcosa sulla storia (gloriosa) del nostro paese.   Quando uscirà il prossimo singolo? Quale sarà il tema? Stamattina stavo scrivendo un pezzo che parla di Equitalia. Me lo ha ispirato una lettera raccomandata che mi ha consegnato il portiere. Appena pronto lo pubblico su YouTube.
Il vaso vuoto della bellezza: L'internazionale di Roberto Bracco a Galleria Toledo
Novembre 13
Non sempre la bellezza si nasconde nelle persone, spesso è lì, visibile e fruibile a tutti, e tale resta, involucro vuoto di un mondo ossessionato dall'estetica. Certo, i canoni non sono mai gli stessi, si evolvono col trascorrere delle stagioni. Esisteva un tempo in cui sinonimo di bellezza era il famosissimo strabismo di Venere, mentre l'occhio ceruleo della meno avvenente Atena era considerato metafora di bruttezza senza appello, ma di grande intelligenza. È un po' come quando, per commentare tra amiche l'aspetto estetico di un ragazzo, diciamo: è simpatico. Col tempo la femminea ossessione per i fianchi larghi ha lasciato il posto alla moda delle taglie 38 mentre la mascolina avvenenza dell'uomo dal petto villoso è stata superata dalla moda di depilarsi, curare le sopracciglia e indossare pantaloni così stretti da lasciare davvero troppo poco all'immaginazione. Poco male, cambiano i tempi, così come i gusti, ma fortuna vuole che persista un metro di giudizio: la sensualità. Le scelte registiche de "L'Internazionale" sono volte proprio a questo: una cura smodata dell'estetica, costumi pregiatissimi di un tempo andato che, anche solo alla vista, comunicano leggerezza e morbidezza al tocco. Altrettanto splendente la protagonista, la cocotte Mignon Floris, una Sara Missaglia al suo massimo, perfetta nella dizione, nei gesti e nella misura, sensuale e languidamente triste, di una tristezza pietosa, stereotipo da donna che resta ferma e si preoccupa, protetta dalle quattro mura del suo tranquillo quotidiano.È una Penelope che piange, attendendo notizie, che scrive ossessivamente e non si gode il presente, accompagnata da un altro stereotipo di uomo, impresario e compagno non amato (Luca Di Tommaso), almeno non quanto i suoi predecessori. Mignon non risulta essere paladina del femminismo, che precorre tempi moderni di emancipazione, diventa piuttosto degna figlia del passato, schiava di un'idea, l'amore del mondo. Sorge dunque spontaneo un dubbio: perché l'amore deve essere sempre e solo declinato al femminile? Perché le figure maschili chinano il capo, pietose, davanti alla povera folle vittima di se stessa? L'Internazionale -la rivista - ha recentemente pubblicato una raccolta di foto di donne. Sono madri, soldatesse, sono medici..Mi piacerebbe che Mignon vedesse quelle e amasse la proprio foto, come in uno specchio. Diciamolo, gli amanti passanoe, se proprio si vuole rendere centrale il mondo femminile moderno nella vicenda, si può dire che la domestica (una bravissima Simona Pipolo) sia il personaggio vicino ad un ideale di donna al lavoro, è lei a rispecchiare l'oggi e a strizzarvi l'occhio. Ultimo ad entrare in scena, il personaggio del Cavaliere Aprile (Luigi Credendino) è ironico e divertente, nota di colore in uno spettacolo a tratti un po' lento.Bravissima Sara Missaglia, algida e splendida, riesce a rappresentare perfettamente Mignon, il vaso vuoto, la cocotte che un tempo cantava e ballava e che ora attende, ancora e ancora.   Virus Teatrali L'INTERNAZIONALEdi | Roberto Braccoregia | Giovanni Meola con:Sara MissagliaLuca Di TommasoLuigi CredendinoSimona Pipoloscene | Armando Alovisicostumi | Annalisa Ciaramellaass.te alla regia | Serena Russofotografo di scena | Alessandro Poneprogetto grafico | Irene Petagnaufficio stampa | Paola Amore- Gabriella Galbiati una produzione | VIRUS TEATRALIpresentata da | Le Pecore Nerein collaborazione con | Factory Costumi 
Intollerabili molestie di una società sessista‏
Novembre 13
"Complimenti alla mamma che ti ha fatta così bella!"   Chi di noi non si è mai sentita dire una frase simile ... magari da un camionista che, mentre ti fa un RX da capo a piedi, non ti lascia nemmeno attraversare ma, da vero cavaliere, ti sfreccia davanti. Che la cavalleria è morta da secoli lo abbiamo capito, e chissà se questi cavalieri non erano poi tutto fumo e niente arrosto! Ma lasciando stare l'idillio della madama angelicata, che tutto sommato avrà fatto più male che bene al raggiungimento della parità dei sessi, basterebbe un minimo di buon senso ed educazione per eliminare da questa sessista società il concetto di ragazza-oggetto.   Ma sì, perché apprezzamenti di bellezza si fanno quando si vede un bell'indumento in un negozio e "mammamia che ti farei" si dice con fare ironico quando si desidera un dolce nella vetrina di una pasticceria ma, a quanto pare, anche quando si desidera una donna! Dunque come il bell'abito accontenta la vista e il dolce soddisfa il palato, una bella ragazza sazia il desiderio sessuale. Signore e signori vi svelo un segreto: le ragazze non sono un bel quadro da rimirare, per quello ci sono le bambole. È verosimile che una bella ragazza e un bel ragazzo colpiscono, allora a quel punto che si fa!? Si ammira quella che soggettivamente viene ritenuta la bellezza in questione e si va avanti; altrimenti a colpire potrebbe essere una scarpa dietro la nuca! Quando ci si spinge oltre, quando si guarda una ragazza con desiderio e bramosia di fare l'amore con lei, è un atto di violenza che la donzella in questione è costretta a subire.   Da sempre ci hanno insegnato a non fermarci, a non dare importanza a questi "signori", ma per quanto innocui e ben intenzionati siano questi commenti, a nessuna vien da sorridere, ma tutte proviamo un senso di invadenza nella propria intimità a cui nessuno ha libero accesso a meno che non lo desideriamo. Giusto a tal proposito è stato girato a New York un video (che trovate a fine articolo) in cui una comunissima ragazza in jeans e maglietta , passeggiando per le strade di Manatthan, subisce 108 molestie in 10h. Cari maschietti di questo 'rango' specializzato in invadenza e ottusità, sappiate che questo non significa apprezzare una bellezza ma, a malincuore, sono costretta a dirvi che il concetto di bellezza, quelli come voi, non lo sapranno apprezzare mai.   «Non ci sono canoni o bellezze regolari, armonie esteriori, ma tuoni e temporali devastanti che portano ad illuminare un fiore, nascosto, di struggente bellezza» (Frida Kahlo).    
Rufus, Anna e gli altri
Novembre 13
Selezione Naturale: i meglio attrezzati sopravvivono a discapito degli altri. In natura funziona così, ma è possibile applicare tale modello ad ambiti differenti, come i videogames?   Che alcune tipologie di giochi siano sparite quasi del tutto non è un mistero: nel mondo del 3D che senso avrebbe un platform 2D stile Anni '90? La stessa cosa si potrebbe dire dei Punta-e-Clicca: magari avevano una ragione di esistere eoni fa, prima che il mercato fosse inondato di titoli che fondevano la componente action/esplorativa col riddle solving tipico proprio dei PeC. La domanda ora è: parliamo dunque di un filone morto o moribondo che sopravvive solo nei vari Escape From?   La risposta è no.   Au contraire, il genere produce dei veri e propri capolavori, titoli di rara bellezza che tuttavia passano spesso inosservati, nell'era dei Call of Duty e dei FIFA Π/2. Questo articolo, che nasce in seguito ad una conversazione tra amici, si propone appunto di mostrare la verve di cui godono ancora i PeC, soprattutto nel meraviglioso universo degli Indie Games.   Parleremo di titoli talmente belli (e usciti dopo il 2009, giusto per dare un minimo di collocazione temporale) da rendere ancora più problematico il confine tra arte ed esperienza videoludica, come Dear Esther, che più che un gioco è una forma ibrida di narrazione. Muovendosi all'interno di un'isola deserta, il protagonista svelerà di volta in volta, attraverso una serie di frammenti – come nella migliore tradizione modernista – tutti i dettagli di un'intricata narrazione. Niente enigmi da risolvere, ma stupende ambientazioni e una ghost story tutta da scoprire.       Naturalmente la trama in questi giochi ha un'importanza fondamentale, ed è normale che vi si dedichi grande attenzione, cercando di tenere il fruitore incollato al monitor, come accade in Resonance, un thriller fantascientifico in cui la verità sulla morte di uno scienziato viene mostrata dai punti di vista dei quattro diversi personaggi giocabili (e liberamente interscambiabili), la cui interazione si rivelerà fondamentale per la risoluzione di molti dei puzzles. La stessa impostazione sci-fi si ritrova nel bellissimo Gemini Rue: in un XXIII secolo davvero noir le vicende di due individui diversissimi tra loro saranno fondamentali per il destino dell'intera galassia.     Un gioco di matrice più classica è The Samaritan Paradox, dalla pregevole ambientazione retro (Svezia, Anni '80) e dalla storia interessante a metà strada tra il realistico e il fantastico. Su questo stile di gioco si inserisce anche Primordia, degno di nota per la profondità dei temi trattati e le implicazioni filosofiche, oltre che per il bellissimo stile grafico. Altrettanto curato dal punto di vista dei disegni è Broken Age, di Tim Schafer (Day of the Tentacle e Grim Fandango vi dicono niente?), prodotto tramite crowdfunding e dotato di una storia veramente intrigante e poetica.     Lo spazio a disposizione si esaurisce velocemente, quindi prima dei Top 4, una veloce carrellata su alcuni titoli degni di nota: il cupo e difficile Amnesia: The Dark Descent, il particolarissimo Donna: Avenger of Blood il cui personaggio principale è... una donna nuda,     e parlando di comeback, Jane Jensen (della serie Gabriel Knight) ritorna con l'intrigante Moebius: Empire Rising.   E veniamo ai preferiti del sottoscritto: al quarto posto The Sea Will Claim Everything, una vera e propria gioia per gli occhi, a metà tra un videogioco e un libro illustrato per bimbi.     Al terzo, la delicata bellezza di Botanicula, in cui cinque minuscoli esserini si battono contro un'invasione di parassiti: il gioco è forse un po' facile, ma l'esperienza è indimenticabile.     Il secondo gradino del podio è occupato da Anna, un prodotto ambivalente: da un lato l'impostazione piuttosto classica, dall'altro la completa irrazionalità e illogicità. L'ambientazione cupa e paurosa è lontana anni luce dai due titoli precedenti, e contribuisce a creare un palpabile senso di tensione e angoscia specialmente nell'ultima sezione del gioco, accentuata dalla visuale in prima persona.     Al primo posto mi sono permesso di piazzare un titolo che magari non ha la profondità di Dear Esther o Primordia, né le atmosfere di Anna, né la realizzazione grafica di Broken Age. E allora? Semplicemente Deponia     mi ha catturato come non mi capitava dai tempi di Discworld o Broken Sword, con una grafica fumettosa, un umorismo bislacco e demenziale e un protagonista che potrebbe essere il Guybrush Threepwood del nuovo millennio: Rufus.     Egli non sogna che abbandonare la città discarica di Deponia, e non si fermerà davanti a nulla pur di raggiungere il suo scopo. La descrizione originale recita:«There is lot to say about Rufus, but not much of it positive. [...] He is a magnet for catastrophe. The nicest thing you could say about him is that he does not intend to harm anybody, but this is only because he does not care about anyone but himself.» La personalità di Rufus e la bizzarria dell'intera opera si riflettono anche negli enigmi, che spesso richiedono una certa quantità di fantasia e una propensione per il "pensare fuori dagli schemi".   Chiudiamo con una nota: quest'articolo non è una classifica, solo una breve panoramica su un argomento tanto vasto da poterci fare una tesi di laurea, e non ha nessuna pretesa di essere esaustivo o che altro; si basa inoltre su criteri strettamente personali e come tali non oggettivi. Per questa ragione, non avrebbe alcun senso indignarsi davanti all'inclusione/esclusione del titolo X o Y; al massimo suggeriteci prodotto, e state sicuri che la Nerdzone sarà felice di provarlo!
“Italia dominata da guappi di cartone”
Novembre 12
La sentenza conclusasi lunedì ha deluso molti. Una sentenza all’italiana, senza coraggio, una sentenza a metà, come dice Saviano. L’avvocato Santonastaso è stato condannato per minacce camorristiche fatte per conto dei clan di camorra mentre i mandanti che hanno firmato il documento, Iovine e Bidognetti detto Cicciotto ‘e mezzanotte, sono stati assolti “per non aver commesso il fatto”. Le parole di Saviano, pronunciate nel corso della trasmissione “Ballarò”, sono state così taglienti da far venire i brividi: “Due boss diventati guappi di cartone, i quali hanno dilaniato il nostro territorio, i quali hanno compiuto opere di riciclaggio in tutta Europa si sono nascosti dietro il loro avvocato e sono riusciti magicamente nel loro intento, non essendo incorsi in nessuna condanna. Chiedere giustizia è forse troppo? Chiedere un governo che abbia come priorità assoluta la lotta alla criminalità è così surreale? Pretendere una legalizzazione concreta è così esorbitante”? Ebbene si. Purtroppo oggi “ci vogliono due morti eccellenti l’anno per fare una buona lotta alla mafia”, come disse Falcone in un’intervista.
Challenge yourself. Muay Thai experience -Ottava Settimana
Novembre 11
Il secondo mese di allenamento è giunto al termine. Facendo un rapido bilancio, posso affermare di star vivendo un'esperienza unica. E' incredibile quanta solidarietà e quanto aiuto ho trovato lungo il cammino, non solo dai direttamente coinvolti nel FORMAT, ma anche dai compagni di corso, dallo staff delle palestre in cui mi alleno e dalle persone che mi seguono. La speranza è quella di incoraggiare e spronare chi ha problemi di peso, spingendoli verso una vita sana. Le mie giornate non sono fatte di solo sudore e sforzo fisico, bensì di condivisione del mio tempo libero, con amici, conoscenti e sconosciuti. 
Tre magnifici scapoli… e altri racconti” risate e riflessione sulle ombre dell’umanità
Novembre 11
Grande successo per lo spettacolo di Claudio Buono con la regia di Giovanni Merano. L’amore, la religione, le donne e la loro solitudine. “Tre magnifici scapoli… e altri racconti” ha debuttato lunedì 10 al teatro Cilea. Uno spettacolo ricco di ironia e spunti di riflessione, in una sottile linea surreale ed innovativa. Lavoro di Claudio Buono prodotto dal Forum delle Culture e dalla Quinta Municipalità di Napoli per la regia di Giovanni Merano. Tre racconti in tre atti. Il primo ha per titolo “Operazione Erode”. In un tempo immaginario tre astronauti stanno rapendo i più grandi tiranni della storia: Hitler, Stalin e Mussolini. Prelevati ancora in fasce dalle loro culle, rischiano la morte per mano dei protagonisti. L’innocenza di quelle immagini suscita però ripensamenti nei tre missionari che, dopo avere deciso di limitarsi a cambiare la prospettiva di vita dei futuri “mostri del ‘900”, trasmettono al pubblico un importante messaggio. La storia, quel che è stato, non si può cambiare. Tocca a noi impegnarci per rendere questo mondo un posto migliore. Tra gli astronauti un graditissimo Fabio Balsamo, l’attore salito alla ribalta con i video parodia dei The Jackal “Gli effetti di Gomorra la serie sulla gente”. Nel secondo atto, “La Terza Maria”, tre attrici lottano per ottenere il ruolo della Vergine Maria in una fiction. Vanità femminile e giochi d’astuzia sono protagonisti. L’essere umano è senza scrupoli. Sarebbe capace di fingersi persino la Madonna per ottenere ciò che vuole dalla vita. Il terzo atto ha per protagonisti i “Tre scapoli“ che danno il titolo all’opera. Riferimenti alla letteratura inglese si associano a tre zitelle in età da marito in cerca del proprio ideale di uomo. Le sorelle gemelle Wedingspree e i loro pretendenti divertono il pubblico e mettono a nudo le “assurde” fantasie delle donne sull’amore contro la superficialità dell’universo maschile. “Tre magnifici scapoli” è un gustoso progetto teatrale, fresco e quasi geniale. Il coinvolgimento del pubblico è pieno, l’attenzione è catturata per tutte le età. Uno spettacolo interessante come non se ne vedevano da tempo. Eleganza e profondità unite alla simpatia sono la ricetta perfetta per un risultato positivo.
Il Napoli passa al Franchi e conquista il terzo posto.
Novembre 10
  Se di vera crisi si sia mai potuto parlare, noi siamo qui oggi per dichiarare che finalmente il Napoli ha abbandonato il tunnel buio in cui era incappato. Non importante, ma fondamentale la vittoria di ieri sera contro la Viola di mister Montella, che, col risultato di 0-1 al Franchi, ha catapultato gli azzurri al terzo posto in classifica, soli soletti alle spalle di Roma e Juventus in lizza per lo scudetto. La risposta che il Napoli ha dato sul terreno di gioco di Firenze è stata forte, disarmante, quasi schiacciante. Per tutta la prima frazione di gioco, i toscani sono rimasti in balìa degli azzurri, subendone la manovra offensiva, i contrasti, l'inventiva e la superiorità tecnica. Al 7', Hamsik, in ripartenza, ha lanciato bene Higuain che, di sinistro, ha spedito la palla alla destra del palo della porta difesa da Neto. Soli due minuti ed è stata la volta di Lorenzo Insigne che, col suo classico destro a giro, ha mancato il bersaglio calciando fuori di poco. Il primo e, praticamente, l'unico tiro della Fiorentina, è giunto al 18', con Babacar che, con un destro potentissimo dalla distanza, ha scheggiato la traversa. Ancora qualche bella azione in chiave offensiva per il Napoli, macome sempre, il team di Benitez si è dimostrato troppo sprecone sotto porta ed è rientrato negli spogliatoi col risultato bugiardo di 0-0. Va comunque ricordata l'ottima iniziativa di Gonzalo Higuain che, al 26', dopo aver saltato tre difensori, è stato ostacolato da Neto e ha mandato fuori. Nota stonata del primo tempo è stata l'uscita anticipata di Lorenzo Insigne al 25', per infortunio. Alla vigilia della convocazione in Nazionale, l'attaccante azzurro sarà costretto a stare fuori un bel po' a causa della rottura del crociato anteriore del ginocchio destro. Dopo un monologo napoletano durato più di quarantacinque minuti, al 62', è arrivato finalmente anche il gol. Un rilancio sbagliato da parte della difesa avversaria si è trasformato in un cross perfetto per la girata di destro del Pipita Higuain che si è infilata proprio sotto la traversa della porta difesa da Neto. Dopo la rete del vantaggio, il Napoli ha calato i ritmi e con la stanchezza nelle gambe, soprattutto negli ultimi venti minuti di gara, ha dovuto contenere le iniziative della Viola che ha alzato il baricentro alla ricerca del pareggio. Riusciti ad innalzare un muro difensivo a protezione del vantaggio e del terzo posto in classifica, il Napoli ha chiuso il match in fase difensiva con la prodezza di Koulibaly, che, al 92', ha salvato sulla linea il tiro di Pasqual, salvando anche il risultato. Grazie alla vittoria contro i toscani, il Napoli si posiziona al terzo posto in classifica e lascia partire tranquilli coloro che raggiungeranno le proprie nazionali in questi giorni. Si riparte il 23 novembre, ore 15:00, col Cagliari di Zeman ospite a Fuorigrotta.
Dylan Dog in tutte le salse: tra "Mai più, Ispettore Bloch" e "Vittima degli Eventi"
Novembre 10
Con due eventi dylandoghiani in dieci giorni, noi della NerdZone non potevamo esimerci dal tornare sull'argomento. È vero, proprio io ho parlato di Dylan - mio uomo ideale sì, che c'è di male ad innamorarsi di un fumetto? - Dog meno di un mese fa, soprattutto dell'imminente trasformazione dell'Indagatore dell'Incubo. Ragion per cui: chi meglio di me può descrivere cosa mi aspettavo, prima. e cosa ho visto, ora, nel nuovo, scintillante "Mai più, Ispettore Bloch"? La Morte, cara Vecchia amica, Signora di tutti i numeri, amata e odiata dal nostro protagonista preferito, è l'indiscussa protagonista di questo numero. Si dice che amare sia un po' morire, lo è anche andare in pensione per l'ispettore Bloch, ma, per evitare lo spoiler spinto, mi limiterò a compilare una lista dei miei personalissimi pro e contro senza indulgere oltre nella narrazione della trama. Bloch ha un ruolo più importante. Decisamente un PRO. La storia non mi è sembrata molto innovativa, anzi.. Ho avuto un dejavu di qualche vecchio numero: CONTRO! Lo splatter c'è: PRO. Dylan si innamora della protagonista: PRO. Amo Groucho: PRO, ah no scusate, questo non c'entra, però ci tengo a sottolinearlo. Bilancio finale? "Mai più, ispettore Bloch" è un numero interessante, ma non permette alla serie di tornare ai fasti iniziali e, di conseguenza, non urlerei certo al capolavoro. Voto: 7, per l'impegno. Speriamo nel futuro, d'altronde Roma non fu costruita in un giorno!   Passiamo dunque all'hot topic che ha infiammato la triste domenica sera di molti di noi, di certo la mia... No, non sto parlando di Report, anche se pare che la puntata di questa settimana fosse davvero da brividi. Mi riferisco al video di circa 50 minuti caricato alle 21 in punto del 2/11/2014 sul canale The Jackal: Dylan Dog - Vittima degli Eventi, fanfilm scritto da Luca Vecchi con la regia di Claudio Di Biagio, finanziato dal deus ex machina delle nuove produzioni: il crowdfunding.   È d'uopo fare una distinzione tra le due parti di me che hanno lottato per prendere il sopravvento. La piccola nerd malata di citazioni e riferimenti ha fatto la ola ad ogni personaggio secondario presente: dalla meravigliosa Signora Trelkovski a Bloch, passando per Hamlin, a cui è dedicato il mio momento preferito del film, c'erano tutti, o almeno vi si accennava 'anzichenó'. Infatti, grande punto di forza sono le guest star che prestano volto e voce ai comprimari: Haber è perfetto nei panni di Bloch, la Vucotic mantiene l'eleganza e il distacco proprio della Signora Trelkovski e Hamlin/Bonetti è da brividi. Ora, però, cominciano le dolenti note: la recitazione dei due attori principali, che interpretano rispettivamente Dylan e Groucho, è pressocchè inesistente e, soprattutto, lontana dai personaggi. Il Dylan del fumetto non è il classico bello e dannato, è l'Old Boy, il nerd alfa dello splatter che, punto primo, non se la tira, punto secondo, ama le sue donne e, ciliegina sui 'punti', non è superbo o saccente, ma ironico e colto come pochi. Ma, se proprio volete la cruda verità, non è lui il personaggio ad avermi maggiormente disturbato. Qualcuno mi spieghi perché Groucho non fa le sue Grouchate? Perché?! Avrei qualcosa da ridire anche sulla regia, mentre ho trovato geniale l'idea di riambientare Dylan a Roma, una città così piena di storia e con un potenziale enorme che consiglierei agli sceneggiatori Bonelli di prendere spunto dal film per qualche storia. E la trama? La piccola nerd del monte dice sì, gradisce e chiede: ancora! Magari con un pizzico di Groucho più nel personaggio... Un plauso a Di Biagio per l'idea, decisamente sulla strada giusta. La piccola nerd che è in me gli è grata per 50 minuti di puro divertimento. E per il lato critico chiedo venia, deformazione professionale...  
"Interstellar": space opera dove grandiosità fa a volte rima con ingenuità
Novembre 09
La cifra stilistica che meglio si addice a Christopher Nolan è l’ambizione: la fama ormai consolidata gli permette produzioni in grande stile per dare del tu ai grandi maestri, e “Interstellar” si pone sulla scia di “2001: Odissea nello spazio” e “Solaris”. Decenni dopo i capolavori assoluti di Kubrick e Tarkovskij lo spazio può essere ancora il luogo principe della meraviglia cinematografica? La risposta è sì, ovviamente. Sia chiaro: “Interstellar” è un film non privo di difetti, anzi. Dopo il trittico di rara perfezione costituito da “The Prestige”, “Il cavaliere oscuro” e “Inception”, Nolan è già incappato in un mezzo passo falso, per sua fortuna non al botteghino, con il capitolo finale della sua saga di Batman, dove il cotè emozionale faceva premio sulla coerenza e sulla logica della trama, sconfessando dunque i precedenti intrecci non certo avari di sentimenti ma deliziosamente cerebrali: come dimenticare d’altronde DiCaprio alle prese con sogni dentro altri sogni per riabbracciare i figli? In “Interstellar” ritorna in pompa magna proprio il tema dell’amore paterno: il protagonista, Cooper (Matthew McConaughey), si lancia nella missione più audace della storia col precipuo scopo di salvare l’umanità tutta e ricongiungersi ai figli, specie all’amatissima Murph (Mackenzie Foy, poi Jessica Chastain). Il contesto è quello di un futuro vicino in cui una piaga ha comportato una gravissima carenza di risorse alimentari. La salvezza è in un cunicolo spazio-temporale – wormhole – apparso nei pressi di Saturno, potenziale porta per nuovi mondi abitabili: architetto della missione l’anziano professor Brand, interpretato dall’immancabile seguace nolaniano Michael Caine; compagna di viaggio di Cooper la bella Amelia (Anne Hathaway), figlia dello scienziato. Numerosi sono i plot twist lungo i 169 minuti della pellicola:  notevoli dilemmi morali, tradimenti, bugie, perfino una guest star a scompigliare le carte come e più degli effetti della gravità sullo scorrere del tempo, che rappresenta la risorsa più preziosa per i moderni Ulisse pronti a varcare le colonne d’Ercole rappresentate dal buco nero. “Interstellar” ha diviso i critici, ma ha pienamente convinto registi di spessore quali Tarantino e Paul Thomas Anderson, e il perché è semplice: misurandosi con progetti sempre più “larger than life”, Nolan presta facilmente il fianco a critiche, a volte fondate a volte no, quale prezzo dell’anelito alla perfezione nella complessità; tuttavia, incanta colleghi di chiara fama per la sua capacità di pensare in grande in senso letterale. Per quanto possibile, Nolan ha limitato l’uso della computer grafica, e ha evitato il green screen, andando, per esempio, a girare in Islanda le non facili sequenze sul pianeta d’acqua e su quello ghiacciato; ha fatto inevitabilmente ricorso alla tecnologia quando si è confrontato con il buco nero, cioè uno dei più grandi misteri della scienza, con un risultato eccezionale sotto il profilo estetico e perfino scientifico, tanto da scaturire una nuova scoperta sul tema grazie al profluvio di equazioni usate da chi ha maneggiato i software di rendering delle animazioni. “Interstellar” è dunque un kolossal puro e duro, con le sue disarmanti ingenuità – l’enfasi sul rapporto padre-figlia, certi passaggi troppo didascalici intervallati da altri troppo oscuri – eppur capace di rispondere a tutte le principali domande chiudendo, e non in senso metaforico, il cerchio in un finale dove c’è un’affascinante commistione tra new-age e fisica quantistica, con una biblioteca dagli echi borgesiani e una radicata fiducia nelle capacità umane. Nolan ha dunque pareggiato i grandi maestri della space opera? Purtroppo no: al di là dei riusciti omaggi, il film non ha la profondità filosofica necessaria per l’etichetta del capolavoro senza tempo: per compiacere il pubblico da blockbuster il regista ha annacquato l’apporto del consulente scientifico Kip Thorne senza portare alle estreme conseguenze riflessioni sui significati ultimi di tempo e spazio. La scoperta della teoria del tutto, che concilia relatività generale e meccanica quantistica, si risolve in un “eureka”, mentre fiumi di parole scorrono, talora a disturbare immagini tanto belle da meritare il silenzio, per reiterare ad nauseam l’importanza dell’amore quale unica cosa che trascende ogni dimensione. Nulla da eccepire sul comparto tecnico: indolore il passaggio di testimone nell’universo nolaniano quale direttore della fotografia tra Pfister e Van Hoytema, mai una delusione dalla colonna sonora di Hans Zimmer, grandiose le immagini, anche quelle iniziali di una Terra sconvolta da inaudite tempeste di sabbia. Per apprezzare meglio il tutto è consigliata la visione in IMAX, che in Italia però è l’eccezione e non la regola.
UNA VITA IN NOME DELLA VERITA’
Novembre 09
Lunedì 10 Novembre ci sarà la sentenza nei confronti di Antonio Iovine e Francesco Bidognetti accusati, dall’Antimafia di Napoli, di aver minacciato ripetutamente Roberto Saviano. Otto lunghi anni sono passati dal quel 13 ottobre 2006 quando, in seguito ad una manifestazione per la legalità tenutasi a Casal di Principe, lo scrittore ricevette numerose intimidazioni dai capi del clan dei Casalesi e quindi si decise di assegnargli la scorta per motivi di sicurezza. Nel 2008 il livello di sicurezza era sempre più ferreo, dato il presunto attentato che si stava premeditando nei confronti di Saviano e della sua scorta. La notizia fu smentita .Saviano però, dopo l’uscita di “ Gomorra” nel 2006 e dopo le sue dichiarazioni esplicite contro i clan camorristici, era ormai inquadrato come primo nemico dai Casalesi. Più tardi Roberto decise di lasciare l’Italia, costretto anche dalle informative provenienti dai collaboratori di giustizia riguardo il progetto della sua “condanna” a morte. Da allora non ha una fissa dimora, non ha diritto ad una famiglia o ad una banale compagnia, non ha il diritto di poter camminare in qualsiasi posto egli voglia,non può più avere momenti di privacy senza che sia controllato a distanza dalla sua scorta. Non ha più una vita e tutto questo perché ha scelto di combattere il male guardandolo in faccia, ogni giorno. Ha scelto di non vivere più, per andare a fondo in una vicenda che riguarda tutti noi. Ha messo se stesso al secondo posto e la verità al primo. Ecco perché lunedì non sarà un semplice processo, ma sarà un momento così importante da dover toccare le coscienze di tutti noi.
Stop to Photoshop! L’appello di Keira Knightley
Novembre 09
«To be or not to be, that is the question». «Essere o non essere, questo è il dilemma» recita l’Amleto di William Shakespeare. Si dice che è meglio non crearsi falsi personaggi, essere se stessi, piuttosto che fingere continuamente. Spesso e volentieri si dà la colpa all’epoca in cui si vive, epoca in cui sono i media, la moda a dettare come dovremmo essere, come siamo. Eppure nel mondo della fotografia questo dilemma, potremmo dire, che esiste da sempre. Probabilmente si è accentuato con la rivoluzione digitale, con il tanto amato ed allo stesso tempo tanto odiato Photoshop.   Tra i fotografi esiste una profonda spaccatura: da un lato, ci sono coloro che “sono cresciuti” con l’analogico, con la pellicola in bianco e nero sempre restii ai cambiamenti, dall’altro coloro che seguono l’onda sempre pronti a sperimentare nuovi “modi” di fare fotografia. Un giovane fotografo napoletano una volta disse: «c’è una differenza sostanziale tra la fotografia analogica e la fotografia digitale: con l’analogico il lavoro terminava nel momento in cui si scattava; con il digitale, il lavoro inizia dopo lo scatto. Però, è una questione di punti di vista».   Ebbene sì. È una questione di punti di vista. C’è chi ha ricreato situazioni irreali che si potrebbero ottenere con il fantomatico programma come Cerise Doucède, c’è chi ha cercato le somiglianze tra i parenti come Urlic Collette o chi, come Erik Johansson, ha creato immagini surreali, che sfuggono la realtà trovandosi tra il concreto e l’astratto. Ma c’è chi, invece, utilizza il fotoritocco alla massimo delle sue possibilità stravolgendo completamente il soggetto fotografato. È successo tempo fa alla modella francese Filippa Hamilton in una fotografia pubblicitaria per l’azienda Ralph Lauren. Grazie al bisturi digitale un po’ pesante, il corpo della modella è stato completamente distorto. Ma non è la sola (cfr. «Alla ricerca della…Perfezione!» http://goo.gl/IOQI1o).   Contro Photoshop molti, tra attori, modelle, fotografi stessi e personaggi istituzionali si sono scagliati. L’ultima è stata l’attrice britannica Keira Knightley, alla quale è stata chiesto di posare per la rivista americana Interview. L’attrice ha accettato ad una condizione, però: non utilizzare Photoshop per ritoccarle prima il seno e poi tutto il corpo. «Ho visto il mio corpo manipolato talmente tante volte e per diverse ragioni, sia dai paparazzi che nei poster per i film [ … ] Il corpo delle donne è un campo di battaglia ed è anche colpa della fotografia. [ … ] Ho chiesto esplicitamente al direttore e alla redazione che non ritoccassero il mio seno. Non voglio che il mio corpo sia manipolato in alcun modo» ha dichiarato l’attrice in un’intervista al quotidiano inglese The Times. Si perché il corpo della Knightley è sempre stato oggetto di piccole modifiche per renderla “al meglio”.       Così, con le fotografie scattate da Patrick Demarchelier, Keira Knightley dice Basta! al fotoritocco.   http://www.interviewmagazine.com/fashion/keira-knightley-by-patrick-demarchelier#_  
La solitudine e i suoi risvegli catartici "Notturno di donna con ospiti"
Novembre 08
La periferia urbana è un ambiente lontano dalla città. Lontano, per chi inconsciamente vorrebbe di quest'ultima viverne la frenesia e la dinamicità dei passatempi, ma è costretto, forse per scelte personali sbagliate, forse per scelte dovute, ad ammirarne da lontano il suo energico e caotico flusso. E' in questo luogo afflito e abbandonato, “fuori dal mondo”, in una casa accogliente ma “vuota”, che Adriana (Giuliana De Sio) vive la sua monotona quotidianità, come casalinga in attesa del terzo figlio e con un marito un po' rozzo e poco delicato. La desolata periferia è così lo specchio simbolico che riflette metaforicamente l'animo solitario della donna, tanto umile nei sentimenti da risultare intrappolata in un' apparente gabbia di dipendenza e rassegnazione. Con un marito che lavora di notte e dorme di giorno, Adriana è “costretta” per le circostanze ad essere  una madre a tempo pieno, il cui unico momento di svago è accoccolarsi su una poltroncina dinanzi alla tv, da sola, barricata all'interno della cucina. Eppure nella semplicità di questa donna, traspare il sogno di una vita diversa, in una casa più vicina al centro urbano, più grande e con altri palazzi e altre famiglie accanto, senza tutti quei sentieri isolati e campestri, magari nei pressi di quel centro commerciale che lei vorrebbe tanto visitare e dove potrebbe comprare tante belle cose anche ai suoi bambini.. Ma forse è meglio di no. La paura la assale, sarebbe troppo lontana da dove vive la madre, suo padre è morto da soli due anni, chi la accompagnerebbe al cimitero, e poi la città è caotica e troppo grande e pericolosa per i suoi piccoli bambini.. Desiderare “troppo” e non valere niente, è questo che Adriana crede di se stessa. Ed è questo l'unico pensiero che la perseguita in continuazione e non le dà tregua, neanche di notte, quando è più sola che mai. “Quella notte”, come le altre, aveva messo a dormire i suoi bambini un po' preoccupata per il più piccolo con una brutta tosse stizzosa, ma tanto si sa “così come viene ai bambini, così passa..” Dopo aveva preparato la cena al marito per il turno di notte e lo aveva salutato, freddamente, come ormai erano abituati a fare. Poi la solita occhiatina alla televisione ed il sonno profondo. Una sera come le altre quindi, dove le usanze sono la routine e il corpo meccanicamente compie tutto a dovere come un burattino agli ordini impeccabili del suo padrone. Ma quando la solitudine è padrona della quotidianità, la mente risulta annebbiata e confusa, si distacca dal corpo ed inizia a girovagare  nello scombussolo dei rimorsi e dei rimpianti, nel tradimento patologico degli sbagli passati e delle occasioni perdute, negli abissi di ciò che non si è detto e di ciò che non si è fatto. Solo in quell'istante “bussano alla porta” tutti i fantasmi di una vita perduta e scivolata di mano, quella vita parallela e vittima delle circostanze errate, non più afferrabile dalla gabbia in cui si trova adesso. Allora è importante non sprecare l'occasione e accogliere tutti e per tutta la lunga notte, magari per “un'orzata” o una “spaghettata”, o anche per parlare solo del più e del meno. Non è facile però trattare con questi strani individui, tanto temuti e tanto desiderati, che piombano in casa sua senza rispetto e senza voglia, facendo riaffiorare in lei terribili ricordi che la circondano, la assalgono e la distruggono, senza scampo. Fino all'alba della reazione catartica. L'interpretazione di Giuliana De Sio è straordinaria, toglie il fiato e le emozioni trasmesse, compenetrano e stravolgono l'animo per la loro attualità. Grandioso il lavoro del regista Enrico Maria Lamanna che dal testo di Annibale Ruccello ha saputo cogliere i drammi così vicini della periferia, del degrado ingiustificato lontano dalle piazze cittadine, in cui la televisione funziona a malapena e la radio locale è sempre libera. Il tutto scandito dal tic tac di un orologio che risveglia l'inquietudine e dal suono di un pianoforte che riporta sulla superficie dell'eccessiva routine giornaliera. Nel cast anche Gino Curcione, molto bravo nell'interpretare un ruolo tragicomico, l'interpretazione “vulcanica” di Rosaria De Cicco, e poi Andrea De Venuti, Mimmo Esposito e Luigi Iacuzio, il trio di uomini che alimenta la follia della protagonista. Lo spettacolo “Notturno di donna con ospiti” andrà in scena al teatro Bellini fino a domenica 9 novembre.
Francesco Amoruso, un “Gallo Canterino” che smuove le coscienze - Il giovane artista di Villaricca racconta il significato della sua musica
Novembre 08
Francesco Amoruso, classe ’88, torna alla ribalta con il nuovo disco “Il Gallo Canterino”. Undici brani ricchi di ironia, denuncia e riflessione. Dall’inconfondibile “Paparepare ‘e ppà” al filosofico “Il motivetto” il cantante racconta di un territorio in cui è diventato quasi impossibile smuovere le coscienze. Una realtà, anche nazionale, nella quale i giovani artisti sono quasi ignorati dai più. Ignorata soprattutto è la loro voglia di esprimersi.   Ciao Francesco, cosa vuoi dirci sulla tua musica? Che rappresenta ciò che sono. Nel quotidiano, così come nei miei testi, cerco spesso l'ironia di far riflettere utilizzando quel pizzico di riso che fa pensare e fa male allo stesso tempo. Le undici tracce che compongono il mio disco hanno queste caratteristiche. Ovviamente, come ogni cantautore che si rispetti, non mancano atmosfere più romantiche, dove il sociale lascia un po' di spazio ad altre “necessità” del cuore. Ironia e denuncia nei testi. Potresti definirti il Simone Cristicchi partenopeo? Ma no... Non sono mica il primo a fare denuncia con ironia e spero di non essere l'ultimo. Rientro (se si può usare questo verbo) nella categoria dei “cantautori dal forte senso civico”. Cristicchi è un artista che seguo. È un grande. Tuttavia prima di lui ci sono stati Gaber, Jannacci, Tenco (per fare solo tre nomi) a dare un contributo alla satira cantautorale (se vogliamo definirla così). In definitiva, non sono il Cristicchi partenopeo. Sono Francesco Amoruso e chi vuole seguirmi può chiamarmi “Il Gallo Canterino”. Sono nato a Villaricca e ho delle cose da raccontarvi.   Che significato ha assunto per te il “suonare per strada”? É una bella esperienza. È qualcosa che vorrei provare a fare “emigrando” anche in altre piazze d'Italia e non solo. Suonare “on the road” ti dà la possibilità di guadagnarti il pane con la tua arte, di capire quanto le tu e passioni possono portarti lontano. Puoi comprendere davvero le persone e i loro gusti. Serve a farsi le ossa. Poi quando i bambini si fermano, sorridono e restano lì ad ascoltarti è tutto ancora più bello. Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Innanzitutto tanti showcase. Poi continuerò gli spettacoli on the road. Ho in cantiere nuove canzoni, il secondo romanzo (di cui mi manca solo il finale) e da un po' gestisco un blog sul mio sito www.francescoamoruso.net che, con piacere, noto che è già molto seguito. Dal sito, d'altronde, è possibile anche trovare tutte le info necessarie per acquistare il mio disco. Cosa pensi del panorama musicale nazionale? Penso che è volutamente cieco. Sarò critico ma, guardandomi intorno, vedo tanti bravi artisti che sono costretti a fare a cazzotti con la mediocrità imposta e pre-confezionata dai talent. Ed è un peccato perché i talent potrebbero essere davvero un bel trampolino di lancio. Stanno guidando i gusti musicali verso il basso. Per fare una battuta: “Ecco perché ho deciso di suonare per strada, dal basso”. Francesco Amoruso è anche autore letterario. Il suo primo libro “Il ciclo della vita” (2011) è diventato subito un successo.Vincitore del “Libere Voci Festival” nel 2011, è stato semifinalista al “Festival degli autori di Sanremo” (2009) nella categoria “Cantautori”. Si avvale della collaborazione di suo fratello Emanuele per la realizzazione delle riprese video. Per saperne di più su Francesco e la sua musica potete visitare il sito ufficiale: http://www.francescoamoruso.net/ oppure la pagina Facebook https://www.facebook.com/francesco.amoruso1?fref=ts

'Feisbuc-un mare di amici'

Domenica, 13 Maggio 2012 07:37
  

Recenti studi sostengono che l’utilizzo di Facebook aumenti l’autostima, altri esperti, invece, sposano una tesi diametralmente opposta. La verità, come spesso accade, è a metà strada: il mezzo di comunicazione più utilizzato dai giovani d’oggi può essere un grande strumento di scambio di idee ed opinioni a distanza o una gabbia che crea dipendenza e rende schiavi, tutto dipende dall’uso che se ne fa.

“Feisbuc- un mare di amici”, lo spettacolo di Giuseppe Celentano, allestito dal teatro Diana per le scuole nella stagione 2011-2012, ha il pregio di mettere in guardia gli spettatori da uno strumento tanto complesso senza mai giudicarlo. La scena sembra quasi uno specchio della platea: sullo sfondo una pagina che richiama proprio il noto social network ideato da Zukenberg con tante vite che transitano come satelliti intorno ai propri computer. Ragazzi soli ma con tanta voglia di comunicare, a loro modo: chattano, si taggano, condividono frasi, dando di sé un’immagine spesso artefatta, nel tentativo di accettarsi.

C’è Luca (Yuri Napoli), il soldato che manda le sue foto dall’Afghanistan e, attraverso le sue ‘imprese’, si sente un eroe, Lisa (Viviana Cangiano) e Stefania (Lorena Leone) con disturbi alimentari opposti che si scoprono più vicine di quanto pensassero, Oreste (Carlo Liccardo) che deve fare i conti con la propria sessualità ed i pregiudizi altrui e ci sono Barbara (Anna Capasso) e Carmen (Angela Rosa D’Auria) che cercano di capire fino a che punto ci si possa spingere per ‘diventare qualcuno’ in televisione e Amerigo (Diego Sommaripa), il bullo della situazione. Ragazzi, adolescenti forse ancora minorenni alle prese con i problemi della crescita, ma anche adulti come il portiere Pasquale (Rosario Verde), tentato da una possibile quanto rischiosa, conoscenza online o Sandra (Gabriella Cerino) ed il suo vecchio amico (Peppe Celentano) , compagni di liceo che si ritrovano dopo trent’anni o ancora Megamind (Ciro Pellegrino), canuto gestore di una discoteca che si crede ancora un ragazzino. Ognuno di loro ne fa l’uso che più rispecchia se stesso, indossa la sua maschera e recita la sua parte nel mondo virtuale.

Attraverso le situazioni più varie lo spettacolo riesce a parlare, anche con canzoni ottimamente interpretate dagli stessi attori, al suo pubblico: temi come l’omosessualità, i disturbi alimentari, il non accettarsi, il voler apparire perfetti a tutti i costi sono affrontati in modo leggero ed efficace. Colpisce soprattutto il registro linguistico, studiato per essere quello che i ragazzi utilizzano effettivamente sui social network.

Esiste un gruppo proprio su Facebook, “Feisbuc-un mare di amici”, dove si palesa maggiormente la risposta di coloro a cui lo spettacolo è dedicato: ragazzi entusiasti che vogliono capire e cercano se stessi ed il loro mondo.

Se siete interessati ad approfondire ulteriormente questo intricato tema, il nuovo numero della rivista MyGeneration si occupa dei social network.

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Emma Di Lorenzo

Nata a Napoli, da sempre appassionata di tutto ciò che è arte e cultura, cerca di dedicare più tempo possibile alle proprie passioni. Ama viaggiare, conoscere gente e spera di non smettere mai di stupirsi di quanta bellezza ci sia nel mondo.Il suo posto preferito è il buio di una sala cinematografica o di un teatro. 

La sua citazione preferita proviene da una striscia dei Peanuts:

-Charlie Brown: Pensi mai al futuro, Linus?

-Linus: Oh, sì...sempre.

-C.B.: E come pensi che vorresti essere da grande?

-L.: Vergognosamente felice!

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