Un cazzotto nell’occhio di nome e di fatto, lo spettacolo in scena al teatro Elicantropo, fino a domenica 19 febbraio, prende spunto dalle lezioni tenute da Antonio Gramsci nel carcere di Turi a Bari negli anni della sua prigionia. Scritto ed interpretato dagli ArtistiOperai, ex allievi dell’Elicantropo riuniti in un Laboratorio teatrale coordinato da Raffaele Di Florio, anche regista, “Il cazzotto nell’occhio”, partendo dagli scritti di Gramsci, si sviluppa in una profonda riflessione su temi universali che coinvolgono un periodo storico ben più ampio della sola vita del suo protagonista principale. Dal comunismo dell’Unione Sovietica al fascismo di Mussolini, passando per l’Italia partigiana fino a giungere alla crisi dei giorni nostri, in quasi due ore di spettacolo un turbinio di parole e sentimenti travolgono lo spettatore. Sulla scena ragazzi che si presentano con il loro vero nome per poi calarsi nei rispettivi personaggi creando l’illusione del teatro senza però allontanarsi mai dalla realtà. E non di sole parole è ricco questo spettacolo, la musica è protagonista attraverso i Rua Port’Alba e gli attori, che si improvvisano solisti e coro all’occorrenza: canzoni in napoletano, in francese e brani noti come ‘ ‘Siam del popolo gli arditi” e “Nostra patria è il mondo intero”. Diciotto in totale gli interpreti sul palco tra musicisti ed attori: al centro della scena Giuseppe Cerrone che, dopo essersi presentato come se stesso, dismette gli abiti quotidiani per passare alla divisa a strisce di Gramsci, Nino per gli amici, e parlare agli altri prigionieri o più che altro al pubblico in sala. Intorno a questa figura storica sembrano prendere forma i suoi pensieri, illustrati da ognuno degli attori. C’è l’accorato invito a non restare passivi a guardare: «Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti».E gli affetti di Gramsci: il silenzio colpevole da parte della moglie Julka contenuto nella lettera a lei indirizzata e di cui Giulia Musciacco ne è delicata e commovente interprete. E la crisi, così attuale, viene cantata da Antonio Agerola e Cecilia Lupoli, attraverso un brano degli anni trenta dal sapore dolceamaro che ,parafrasando Marx, dimostra come, nel suo ripetersi, la nostra tragedia stia diventando soltanto una farsa. Meritevoli di singola menzione sono tutti gli interpreti che costituiscono quest’opera corale: Antonio Agerola, Elisabetta Bevilacqua, Giuseppe Cerrone, Antonio D’Alessandro, Marco Di Prima, Alessandra D’Uonnolo, Valeria Frallicciardi, Cecilia Lupoli, Giulia Musciacco, Valentina Ossorio, Antonio Piccolo, Giuseppe Villa, Renato Zagari.
Bisogna ricominciare da zero, è la provocazione finale dello spettacolo, ma a mio parere non dal nulla si dovrebbe partire, per una riforma dello spettacolo manteniamo i teatri indipendenti e i giovani autori ed attori. Non da zero né da tre, piuttosto ricominciamo da uno, l’Elicantropo, teatro di sperimentazioni e memorie, citando la sua insegna.


