Dopo il deludente ritorno al genere d’azione con “Fuori controllo”, Mel Gibson riprova a modernizzare la propria immagine. In “Viaggio in paradiso” interpreta un “gringo” senza nome che, per sfuggire alla polizia americana, entra in Mexico lanciandosi contro la barriera che delimita il confine con gli States. L’impresa avventurosa non gli riesce e il nostro protagonista si ritrova a El Pueblito, una prigione fuori dal comune che è essenzialmente una cittadina a sé stante, con bar, ristoranti, negozi di tatuaggi etc… Qui, il protagonista stringerà amicizia con Kid, un bambino di 10 anni (Kevin Hernandez), che lo introduce al mondo di El Pueblito e gli spiega le regole da seguire per affrontare la detenzione. Gibson scoprirà successivamente che il detenuto più rispettato e temuto della prigione, Javi (Daniel Giménez Cacho), affetto da una patologia al fegato, protegge il ragazzino in quanto “strumento” per il suo trapianto. A questo punto, recuperare il suo bottino e proteggere Kid saranno per Gibson le priorità da affrontare nel suo cammino verso la redenzione. La prima metà del film ci permette di conoscere i personaggi e la complessa gerarchia criminale all’interno della prigione. Si tratta di uno scenario realizzato davvero bene, sporco e realistico, ingegnosamente ricreato dallo scenografo Bernardo Trujillo in un carcere vero, oggi chiuso, di Veracruz. Tuttavia, la location, di per sé di grande efficacia, non viene sfruttata al meglio, visto che Mel Gibson appare in una interpretazione un po’ anonima. Il film è un misto tra l’action movie, il b-movie e il prison movie (anche se non aspettatevi di vedere sbarre, squallidi cortili e celle di isolamento, in quanto, come già detto, la prigione è una cittadina a tutti gli effetti). Tanti richiami al cinema d’azione degli anni 80, soprattutto alla scaltrezza di “Payback”, e al genere pulp di Rodriguez, senza dimenticare i tributi del protagonista senza nome e della sparatoria in perfetto stile western al Sergio Leone di “Per un pugno di dollari”. Adrian Grunberg, all’esordio alla regia (assistente alla regia nell’Apocalypto di Gibson e regista della seconda unità in Edge of Darkness) e Gibson, nel ruolo di co-sceneggiatore e co-produttore del film, tutto sommato ci propongono un film abbastanza modesto nel risultato, senza riuscire a celare il tentativo (non del tutto riuscito) di rinverdire l’immagine di Gibson.


