Un aeroplano rosso che si trascina dietro uno striscione con la dicitura “Benvenuti a Puerto Rico”, mentre, in sottofondo, la voce di Dean Martin canta una cover di “Volare”, è la prima cosa offerta agli occhi dello spettatore ed anche a quelli di Paul Kemp (Johnny Depp) reduce da una nottata evidentemente movimentata, e qualche bicchierino di rum di troppo. La pellicola racconta l’arrivo del giornalista Paul Kemp in Porto Rico dove inizia a scrivere per un giornale. Nella redazione, stringerà subito amicizia con il fotografo Bob Sala (Michael Rispoli) che lo introdurrà alla conoscenza dell’isola e dei suoi stravizi. Ma l’incontro che cambia radicalmente il film è quello con la meravigliosa Chenault (Amber Heard) di cui Paul si innamorerà perdutamente. Sfortunatamente l’ammaliante sirena è la fidanzata di Senderson (Aaron Eckhart), un ricco imprenditore che progetta la costruzione di una catena di alberghi su un’isola incontaminata, e che cercherà di portare tra le sue schiere il giovane giornalista per indorare la pillola a livello mediatico.

Hunter Thompson, il leggendario giornalista inventore del “gonzo journalism”, è stato talmente di ispirazione nella carriera di Johnny Deep che questo è il secondo film tratto da una sua opera: la prima volta nel 1998 in “Paura e Delirio a Las Vegas” di Terry Gilliam, la seconda con “The Rum Diary”. Purtroppo, siamo quanto mai lontani dal duo formato da Duke e Dr. Gonzo del visionario Gilliam. Non sono un estimatore di Johnny Depp, ma credo che veramente sia troppo tempo, almeno un decennio, che l’attore non si mette in discussione con qualche film di spessore. È fin troppo facile essere il feticcio di Tim Burton o passare da un Pirati dei Caraibi all’altro. Ci piacerebbe vedergli assumere un’espressione diversa dalla solita faccia stralunata o segnata da eccessi di alcool e droghe.

Bruce Robinson propone una sceneggiatura piatta e incolore. La commedia si intreccia a una critica sociale poco convincente e convenzionale, debolmente abbozzata nei riferimenti alla società americana, alla realtà commerciale nella “terra delle indignazioni”, al sogno americano, e al “fattene una ragione” che è sempre lì pronto sulla bocca di tutti. Proprio per questo, non risulta credibile lo scatto di orgoglio che, verso la fine della pellicola, porta Paul ad assumere le vesti dell’improbabile crociato pronto a lottare contro la politica editoriale che, però, fa parte proprio dello stesso “sogno americano”.
“Sogno e realtà sono divisi da una linea sottile, se la gente si sveglia può iniziare a chiedere il risarcimento”.

